Otello, il moro di Venezia

Articolo tratto da Lo sbuffo.

02-otello

Otello è stato pubblicato per la prima volta nel 1622, il primo infolio risale invece al 1623 ma la prima rappresentazione si tenne a corte nel 1604; da tale informazione si presume che l’opera sia stata scritta tra il 1602 e il 1604.

Otello è un generale moro perfettamente integrato nella società della Repubblica di Venezia, che ha sposato in segreto Desdemona, figlia del senatore Barbantio. Iago, geloso di Cassio perché è stato promosso da Otello, decide di vendicarsi provocando la rovina del generale.

Iago induce Roderigo, innamorato di Desdemona, a rivelare a Barbantio che la donna ha sposato in segreto Otello. Il risentito genitore vorrebbe che fosse fatta giustizia, ma il doge non può punire Otello perché ha bisogno dei suoi servigi per sconfiggere i Turchi. I due sposi dopotutto sono sinceramente innamorati: Desdemona si è invaghita di Otello ascoltando le sue avventure quando questi era ospite a casa di Barbantio.

L’azione si sposta a Cipro, ove i veneziani stanno combattendo contro i Turchi, che vengono dispersi da una tempesta. Iago fa ubriacare Cassio e inscena una rissa tra lui e Roderigo, che costringe Otello a privare Cassio del suo grado militare. Iago convince Cassio a chiedere a Desdemona di intercedere per lui con Otello per fargli recuperare il titolo e l’onore, in questo modo riesce a scatenare la gelosia di Otello. Successivamente, il perfido militare lascia intendere a Otello che Desdemona lo abbia tradito con Cassio dopodiché, con l’aiuto dell’inconsapevole Emilia, sua moglie, entra in possesso di un fazzoletto di Desdemona, il primo regalo ricevuto da Otello. Iago nasconde il fazzoletto nella stanza di Cassio, poi gli chiede davanti ad Otello della sua relazione con una prostituta di nome Bianca. Otello crede che Cassio stia parlando di Desdemona, inoltre scopre il fazzoletto e crede che sia un regalo di Desdemona per il malcapitato.

Distrutto dal dolore e dalla gelosia, Otello è determinato ad uccidere la moglie e chiede a Iago di eliminare Cassio. Un messaggio portato Ludovico da parte del Doge richiama Otello in patria e assegna il comando di Cipro a Cassio, ma la gioia di Desdemona per il riscatto dell’amico Cassio e per poter tornare a Venezia con il marito sono interpretati da Otello, ormai folle di gelosia, come ulteriore prova del tradimento, tanto che il generale schiaffeggia e accusa in pubblico la moglie. Dopo una scenata di gelosia di Otello a Desdemona, Iago rassicura la donna sul fatto che il marito è stressato per questioni politiche. Quella sera Desdemona, in preda a un oscuro presagio, fa preparare il letto con le lenzuola nuziali da Emilia.

Iago convince Roderigo a uccidere Cassio, il quale viene ferito da Iago che, grazie alle tenebre, non viene riconosciuto e può quindi fingere di correre in soccorso dell’amico. Iago uccide Roderigo, affinché non parli, poi accusa del tentato delitto Bianca, imprigionandola.

Otello accusa Desdemona di  averlo tradito con Cassio e la inganna dicendole che il suo presunto amante è morto nell’agguato. Desdemona scoppia in lacrime, Otello la soffoca sul letto matrimoniale. All’arrivo di Emilia e degli altri personaggi, Otello confessa di aver ucciso la moglie e adduce come prova il celebre fazzoletto. Emilia comprende la verità ma, nel momento in cui si accinge a svelarla, Iago la uccide, poi fugge. Anche quando viene catturato, Iago si rifiuta di spiegare le ragioni delle sue malefatte, anche se una lettera di Roderigo chiarisce tutti i suoi intrighi. Otello, che ha capito il suo fatale errore, si pugnala a morte e muore sul corpo di Desdemona.

Otello è un moro, con tale termine si appellano varie popolazioni delle coste africane. Il protagonista è circondato da un’aura di ambiguità, infatti non è né bianco né turco: egli è, come i mori, islamico, ma per sposare Desdemona e per essere accettato a Venezia si converte al cristianesimo, infatti alla fine dell’opera sarà consapevole di finire all’inferno per l’assassinio commesso e, in generale, si evince la cristianità del personaggio dal suo linguaggio. Otello viene nominato comandante delle truppe veneziane; ciò dimostra che non c’è una vera e propria barriera razziale a Venezia, anche se il matrimonio con misto non era ben accetto e molto spesso Otello viene discriminato per le proprie origini. Otello è un individuo etnicamente diverso ma non è totalmente un outsider, appartiene ad una categoria intermedia. Non bisogna inoltre dimenticare che Otello è di sangue nobile. L’Inghilterra all’epoca di Shakespeare era alla ricerca di un’identità nazionale che funzionasse secondo un modello binario di opposizione tra bianco e nero: essere inglese doveva significare essere bianco, buono, positivo. Il problema di Otello è che non appartiene né alla categoria dei bianchi positivi, né a quella dei neri “negativi”. I neri sono accusati di praticare la magia: è il caso di Barbantio, che accusa Otello di aver stregato la figlia per indurla a sposarlo. Un tempo il ruolo di Otello veniva interpretato da un bianco dal volto dipinto perché veniva considerato disdicevole che una coppia mista come quella dei protagonisti si scambiasse effusioni in pubblico; oggi invece è considerato razzista attribuire tale ruolo ad una persona che  non sia di colore.

Iago è un personaggio malefico, tale caratteristica è accentuata dal fatto che non vengono specificate le ragioni delle sue malefatte. La sua cattiveria è evidente anche dal linguaggio scurrile che adotta e che contagerà Otello quando questi sarà indotto a credere nel tradimento di Desdemona. Iago è anche un regista: con i suoi intrighi tesse la trama della tragedia e riesce a indurre gli altri personaggi a fare ciò che desidera. Alcuni hanno sospettato che Iago fosse innamorato di Otello, una presunta omosessualità avvalorata anche dal fatto che l’antagonista della vicenda odia e persino insulta le donne. Iago impersona l’oscurità interiore, la malvagità, mentre Otello l’oscurità esteriore, la pelle scura. Su Otello gravano dei pregiudizi falsi perché la sua pelle inganna l’apparenza agli occhi dei razzisti mentre Iago, la vera mente del male, appare innocuo. Ciò dimostra l’infondatezza dei pregiudizi. L’importanza del personaggio di Iago è testimoniata anche dal fatto che nelle compagnie teatrali gli attori maggiori si scambiavano i ruoli di Otello e Iago.

Desdemona è l’ultima dei grandi personaggi ad apparire. Al termine dell’opera è l’unica a  conservare la sua  identità, infatti continuerà a proteggere Otello sino all’ultimo respiro. La differenza d’età tra Otello e Desdemona è notevole, infatti il primo è ormai in età avanzata mentre la seconda è giovane. Iago ha pregiudizi anche verso la città di Venezia e le sue donne: Desdemona sarebbe preda di una passione passeggera, ma per averle ceduto sarebbe corrotta e debole, come tutte le donne veneziane. Desdemona è una donna forte e tiene testa agli insulti che Iago le rivolge. Se Otello è tawny, né bianco né nero, Desdemona è fair; con questa definizione ci si riferisce al fatto che la donna è bionda e bianca, quindi bella esteticamente agli occhi dell’epoca, ma anche giusta; è così la donna ideale nel Seicento a Londra, chiara di pelle e retta nei modi. Desdemona non è la fragile fanciulla travolta per caso dagli eventi, decide consapevolmente di sposare Otello contro il volere del padre e di seguirlo a Cipro. Tuttavia è ancora giovane e inesperta degli uomini, di cui ha una visione idealizzata, cavalleresca. Agisce in buona fede, con innocenza, come quando si dispiace sinceramente per Cassio e il suo buon cuore è demonizzato da Iago e scambiato per amore da Otello. Descritta, chiamata da Otello my fair warrior, è anche donna guerriera. Desdemona incarna l’idea tradizionale di matrimonio e fedeltà.

Emilia è più anziana, ha maggiore esperienza degli uomini e quindi meno fiducia in loro. È una donna forte, conosce il marito, comprende i suoi crimini e riuscirà alla fine a ribellarsi a lui. Iago disprezza le donne e non accetta il sopruso della moglie, così la uccide. Essendo però lei a dare a Iago il fazzoletto di Desdemona, è corresponsabile del dramma, ma si riscatta venendo uccisa. Ha una visione spregiudicata delle donne, infatti stanno cambiando i rapporti tra uomo e donna: in assenza del marito, Emilia si assume gli incarichi sociali, gestisce gli affari

Bianca è una prostituta veneziana innamorata di Cassio, ma non ricambiata. Appare come una peccatrice, opposta a Desdemona, ma non è un personaggio negativo. Paradossalmente, è un’immagine speculare a Desdemona, le due si confondono

Nel 1606 venne emanata la Profanity act, una legge con cui il governo aumentò la censura nelle opere teatrali, ne conseguì che l’opera originaria dovette essere revisionata e in particolare vennero eliminate quasi tutte le bestemmie pronunciate da Iago, un personaggio all’origine estremamente scurrile. Grazie a tale legge venne però offerto più spazio alle figure femminili

E’ possibile effettuare un confronto tra la Londra per cui viene scritta l’opera e la Venezia in cui sono ambientati i fatti. Entrambe le città sono marinare e commerciali. L’Italia è sì il paese della Chiesa, ma di quella corrotta ed è opposta alla riforma protestante e anglicana; inoltre, le donne italiane sono massimo esempio di pessimi costumi in quanto lussuriose e corruttrici. Anche i sistemi di governo sono diversi: a Londra è istituita una monarchia assoluta, Venezia è invece un’oligarchia di nobili.

Nella Londra del primo ‘500 c’era una grande presenza di africani: se la loro pelle era molto scura erano chiamati Blackmores, altrimenti venivano nominati Mores  (mori); questi ultimi appartenevano a popolazioni dell’Africa centrale e della costa settentrionale. I Turchi non compaiono mai in scena, sono una minaccia incombente che non si concretizza mai. L’assenza dei turchi è un escamotage teatrale: si aspetta qualcosa che ci dovrebbe essere ma non arriva, come in Aspettando Godot di Beckett.

Nel 1600-1601 una delegazione del Marocco venne a Londra per trattare con la regina circa un eventuale alleanza contro gli Spagnoli, un evento che non si verificherà. Non è escluso che Shakespeare abbia conosciuto tali ambasciatori e che il  capo della delegazione sia andato al Globe per assistere ad un’oopera del bardo. Forse, subito dopo tale evento Shakespeare ha forse iniziato a scrivere Otello.

Un elemento di opposizione di cui si serve Shakespeare è il contrasto tra giorno e notte. La notte in Otello ha un ruolo fondamentale almeno in tre momenti: l’inizio dell’opera avviene di notte a Venezia; il secondo atto inizia con le tenebre a Cipro, con i festeggiamenti per la dispersione della nave dei Turchi durante una festa pubblica e la consumazione del matrimonio di Desdemona e Otello in una sorta di festa privata; la notte in cui Otello uccide Desdemona e si suicida. La vera tragedia inizia nel secondo atto, a Cipro. Il primo atto è invece comico-grottesco, serve a designare i personaggi.

Otello è un’opera, che è stata soprannominata in modo dispregiativo come la tragedia del fazzoletto in quanto il fulcro dell’azione consisterebbe nel mero ritrovamento dell’oggetto personale di Desdemona, inoltre l’opera è stata criticata per il fatto di trattare della semplice gelosia amorosa. Oggi noi sappiamo invece che si tratta di una tragedia profonda e di notevole spessore, che vi invitiamo caldamente di andare a vedere a teatro.

Fonti: Letteratura inglese del prof. Pagetti, Università degli studi di Milano

“Fedra” al Piccolo

it_fedra-gallery-850-1_original

Dal 14 al 26 febbraio 2017 è in scena presso il Teatro Grassi del Piccolo Teatro di Milano Fedra di Andrea De Rosa, tratto dalla Phaedra di Lucio Anneo Seneca.

Ippolito, il giovane figlio di Teseo e di un’amazzone, è disinteressato all’amore e si dedica interamente alla caccia, scatenando così l’ira di Venere, la quale vorrebbe che tutti la onorassero dedicandosi all’arte amatoria. Non si tratta della bellissima e seducente dea Afrodite cui ci ha abituato la statuaria greca: Venere è una donna vecchia, ingrigita, androgina, vestita con un comodo tailleur rosso acceso. La dea si vendica della castità del ragazzo facendo innamorare Fedra, la moglie di Teseo, proprio del povero Ippolito, mentre l’antico vincitore del Minotauro e del labirinto di Knosso è sceso negli inferi per rapire Persefone, la regina del regno dei morti. Fedra è in preda di una vera e propria follia d’amore, cui cede dichiarandosi al figliastro. Ippolito la respinge, così Fedra si vendica raccontando a Teseo, dopo che questi fu tornato vincitore, di essere stata violata dal figliastro. Teseo si vendica a sua volta facendo uccidere in modo orribile il proprio figlio; Fedra, attanagliata dal rimorso, si suicida dopo aver confessato al marito la verità. Teseo vorrebbe scendere negli inferi, questa volta per morire come ogni altro mortale, invece organizza i funerali del figlio. Lo spettacolo si chiude con un magistrale monologo di Venere circa la presenza di un dio dentro ciascuno di noi e l’inesistenza degli dei greci.

Sebbene la trama sia identica a quella della Phaedra di Seneca, il testo ha subito qualche variazione e sono presenti estratti dall’Ippolito di Euripide e dalle Lettere di Seneca. La traduzione dal latino ha prediletto uno stile agevole da seguire per lo spettatore e ha riportato fedelmente i lunghi affascinanti monologhi. Le scene impossibili da rappresentare sul palcoscenico, come l’uccisione di Ippolito, sono state affidate alla narrazione degli attori in scena, come in ogni altra tragedia di Seneca. Tali opere teatrali erano destinate alla lettura anziché alla recitazione a causa della decadenza del teatro in tale periodo e, anche per questo, le scene troppo crude erano affidate all’enunciazione a voce anziché alla rappresentazione sul palco.

Le opere di Seneca sono le uniche tragedie latine pervenute sino ai nostri giorni in maniera non frammentaria, pertanto sono di straordinaria importanza per lo studio del teatro latino e, in generale, della letteratura di tale civiltà. Sono aperti ancora diversi dubbi su quali tragedie abbiano ispirato l’opera.  Secondo alcuni il modello principale èl’Ippolito coronato di Euripide e la sua prima versione, Ippolito velato; altri invece sostengono che Seneca si sia ispirato alla perduta Fedra di Sofocle.

La scenografia prevede la presenza di un secondo palcoscenico al centro del palco, una sorta di claustrofobico cubo dalle pareti di vetro all’interno del quale avvengono le scene più importanti, separando o congiungendo tra loro i vari personaggi. I cinque attori che interpretano i personaggi (Fedra, Ippolito, Teseo, Venere, una serva) sono sempre in scena e, quando non sono chiamati a recitare, si aggirano silenziosamente sul palco o siedono su alcune sedie poste sul fondo del palcoscenico. Teseo e Ippolito, quando sono in viaggio rispettivamente per sfidare il regno degli inferi o per scampare alla morte, si nascondono dietro due maschere neutre sul lato destro del palco, respirando affannosamente. La dea Venere apre lo spettacolo parlando sul lato sinistro del palco, ove si trovano uno scranno e diversi microfoni.

Un ruolo importante è rivestito dalla rumoristica, infatti le varie scene sono continuamente accompagnate da suoni sinistri. Le voci degli attori sono sapientemente distorte, soprattutto per creare degli echi suggestivi e drammatici.

Lo spettacolo è stato un successo: gli attori hanno saputo coinvolgere il pubblico e hanno interpretato le rispettive parti con maestria, l’unione tra l’intramontabile fascino delle tragedie classiche e la spettacolaritá della tecnologia odierna è un valido esempio di quanto il teatro possa essere magico. Il pubblico è composto sia da adolescenti, soprattutto scolaresche che hanno affrontato lo studio delle tragedie latine tra i banchi di scuola, sia da giovani e anziani: un gruppo eterogeneo ma ugualmente appassionato della. genialità di Seneca.

Medea di Euripide

Per scrivere della Medea (431 a.C.) di Euripide, avrei voluto iniziare condividendo il link del video dell’opera del regista Giancarlo Sepe, con la magistrale interpretazione di Mariangela Melato. Purtroppo su Youtube sono disponibili tre delle quattro sequenze relative allo spettacolo, oppure il solo file audio. Il filmato è andato in onda su Rai 5 in occasione della morte dell’attrice protagonista e, nonostante gli spettacoli teatrali perdano gran parte del loro fascino in televisione, è stato estremamente interessante. E’ inoltre disponibile il link dell’omonimo film di Pasolini (https://www.youtube.com/watch?v=DxcIex1WbIk), di cui non parleremo di in questa occasione in quanto Avventure da palcoscenico si occupa di teatro, non di cinema.

Buone notizie invece per chi desidera leggere il testo di Euripide: sono reperibili online sia il testo greco con traduzione (http://www.skuolasprint.it/opere-greche/tragediegreche/medea-euripide.html), sia la pregiata versione di Ettore Romagnoli (http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/speciali/medea_di_euripide.pdf ) che, sebbene sia di difficoltosa e poco scorrevole lettura, evoca la poesia della lingua greca.

Di Euripide si conoscono novantadue drammi, di cui almeno una ventina sono stati considerati non autentici dai filologi antichi; sono sopravvissute sino ai nostri giorni diciotto tragedie. Euripide, figlio di Mnesarco, nacque a Salamina intorno al 480 a.C. e, siccome ricevette un’educazione di alto livello, possiamo sospettare che sia di famiglia benestante nonostante i comici insinuassero che fosse figlio di una semplice verduraia.

Sappiamo poco della sua vita, infatti è sopravvissuta soltanto una biografia dell’erudito Satiro del 200 a.C., trasmessa da un papiro. Euripide incarnava il perfetto prototipo dell’intellettuale appartato che non si dedica alla politica, ma preferisce la lettura (possedeva una biblioteca, un fatto inedito per l’epoca), la poesia e l’attività di pensatore. Per questa sua caratteristica fu considerato un misantropo e si diffusero racconti vari al riguardo, come quello secondo cui avrebbe fatto attrezzare una grotta nella natia Salamina per ritirarsi a studiare lontano da ogni contatto umano. Fu amico di Alcibiade e Crizia.

Euripide iniziò la sua carriera di tragediografo nel 455 a.C., ma negli agoni teatrali ottenne scarso successo perché il carattere rivoluzionario della sua arte non era fato per rispondere ai gusti tradizionalisti della massa degli spettatori. Intorno al 408 a.C. Euripide si trasferì in Macedonia presso la corte del re Archelao, dove morì nel 406 a.C.

Medea è una principessa barbara, figlia di Eete, re della Colchide (Mar Nero) e di Idia, e di Ecate, dea dell’Oltretomba e delle notti di luna piena, inoltre è nipote di Elio e della maga Circe; il suo nome significa “astuzia, scaltrezza”, infatti la donna è una maga dotata di straordinari poteri magici e di un’acuta intelligenza.

La nostra storia inizia molto tempo prima dei fatti narrati nella tragedia di Euripide: Giasone è uno degli argonauti partito dalla Tessaglia alla ricerca per volere di suo zio Pelia del vello d’oro, simbolo di potere e ricchezza. Affrontate diverse avventure, gli argonauti giungono in Colchide dove è custodito il prezioso tesoro ma il sovrano locale, Eeta, è disposto a consegnarlo solo se Giasone supererà una difficilissima prova: l’eroe dovrà aggiogare due buoi che spirano fiamme, arare un campo seminando denti di drago e uccidere i guerrieri nati dalle singolari sementi (Boiardo riprenderà tale singolare prova di valore nell’Orlando innamorato qualche millennio più tardi).

Fortunatamente per Giasone, la principessa Medea si innamora a prima vista di lui e decide di aiutarlo anche a costo di tradire il proprio padre, così gli dona dei filtri magici che lo rendono invincibile. Eeta tuttavia non vuole cedere il vello d’oro a Giasone, così Medea decide di intervenire addormentando il drago che lo custodisce per impossessarsene. Accecata dall’amore, Medea decide di abbandonare la famiglia e fuggire in Grecia con Giasone per sposarlo.

Per i due sposi le disavventure non sono finite, infatti sono costretti ad uccidere Apsirto, fratello di Medea, inviato da Eeta per inseguirli; i due spargono le membra dell’ucciso lungo la strada così il padre, costretto a rallentare per raccoglierle, non riesce ad inseguirli. Per tentare di riconquistare il trono della Tessaglia, Medea convince inoltre le figlie di Pelia a fare a pezzi il padre e bollirlo in un calderone magico per ringiovanirlo (per convincere la fanciulle a compiere l’atroce gesto, esegue prima la procedura su un caprone, ringiovanendolo mediante le proprie arti magiche), così facendo però Acasto, figlio del defunto tiranno, si convince a cacciare Giasone e Medea, che fuggono a Corinto in esilio.

Medea e Giasone hanno due figli e vivono serenamene a Corinto sino a quando, dieci anni dopo, l’eroe non decide di ripudiare la moglie e sposare la figlia di Creonte, re di Corinto. La tragedia inizia proprio con le parole della nutrice che descrivono la disperazione di Medea: la donna, abbandonata dal marito, si ritrova infatti sola e priva di protezione. Medea, travolta dalla disperazione, manifesta il proprio rancore al punto che i membri della corte temono che possa meditare vendetta; re Creonte, per tutelare la figlia, decide di esiliarla. Per avere il tempo di organizzare la vendetta, Medea scongiura il sovrano di concederle di trattenersi un giorno a Corinto per organizzare la partenza; essendo molto abile a mentire, Medea ottiene senza difficoltà il permesso. Giasone la rimprovera per non aver accettato di buon grado le nuove nozze e di aver costretto il re ad esiliarla; sostiene inoltre di aver sposato la principessa di Corinto per garantire dei vantaggi a Medea e ai suoi figli.

Medea incontra Egeo, che ha appena interpellato un oracolo perché non riesce ad avere figli. Medea gli racconta il tradimento del marito e gli promette asilo ad Atene, inoltre gli confida di volere uccidere i propri figli e la sposa di Giasone. Medea rivela a Egeo di poter generare per lui dei figli, questi le offre la propria ospitalità.

Medea finge di essersi pentita e chiede a Giasone di poter domandare alla sua sposa di ospitare a Corinto i propri figli, offrendogli in regalo un peplo e una corona d’oro cesellato; l’eroe non sa che i doni sono stregati. Giasone accetta, così Medea ordina ai propri figli di consegnare i doni alla principessa. Il pedagogo ritorna da Medea con i figli dopo che questi hanno consegnato i doni; successivamente giunge un nunzio, che consiglia a Medea di fuggire perché Creonte e la figlia sono morti avvelenati. Medea esulta e decide di uccidere i propri figli affinché non muoiano per mano nemica. Accorre Giasone per proteggere i propri figli, ma scopre che Medea li ha uccisi. Medea rivela di averli assassinati per farlo soffrire e decide di portare via con sé le spoglie per seppellirli presso il tempio di Era Acrea affinché i corpi non vengano profanati. Medea fugge su un carro alato e rivela che troverà rifugio presso Egeo.

Medea è un grande personaggio, che domina il dramma per l’intero corso del suo svolgimento, manifestando un’ampia gamma di stati d’animo: la donna prova infatti rabbia per il suo destino, ordisce razionalmente il proprio piano, analizza con introspezione la propria sofferenza dialogando con il coro, discute con lo sposo, mente per realizzare i propri progetti, medita gli omicidi, e infine assapora la propria vendetta dall’alto di un carro alato, selvaggia e libera come quando Giasone l’aveva conosciuta nella lontana terra dei Colchi.

E’ caratteristico della poetica di Euripide creare personaggi in bilico tra razionalità e ragione, diviso tra pulsioni opposte. Medea è infatti una e molteplice allo stesso tempo, ha una complessa e contraddittoria identità che si sottrae a un giudizio morale, nonostante sia un’eroina negativa. L’opera vive soprattutto della sua protagonista, una parte che da sempre, nella storia del teatro, richiede un’interprete di grande levatura.

Nella tragedia si distingue una critica al modello tradizionale della famiglia. Giasone, anche se viene di fatto presentato come un omuncolo opportunista, ragiona in termini di ordine famigliare, affermando che sia più importante dare figli legittimi alla città rispetto al suo primo matrimonio; è inoltre convinto che Medea dovesse essere soddisfatta di essere stata sottratta alla barbarie della Colchide per vivere nell’evoluta terra ellenica. In questo caso Giasone rappresenta il cittadino medio Ateniese che agisce rettamente da un punto di vista giuridico, in quanto le leggi ateniesi escludevano dalla cittadinanza i figli di un coniuge straniero ed era dovere degli Ateniesi dare figli legittimi alla città. Medea invece proviene da una società barbara, in cui sono in vigore leggi differenti. Tra i due coniugi sorge un conflitto tra culture e mentalità diverse, tra una barbara e un greco, tra la cultura patriarcale e la passionalità femminile, tra le leggi cittadine e quelle della natura passionale di Medea. La crudele maga Medea, con la sua passionale psicologia barbara così lontana dalla razionalità ateniese, era presente in altre due tragedie di Euripide: le Pleiadi e l’Egeo.

La tragedia termina con una strage e non si verifica alcun intervento, umano o divino, che ristabilisca l’equilibro e riveli il senso della storia. Nel corso della vicenda ciascun personaggio ha perduto qualcosa e in particolare hanno perso la vita gli innocenti: i figlioletti di Medea e la giovane principessa di Corinto. Medea trionfa dopo aver portato a termine la propria vendetta e tramonta ogni auspicio di riappacificazione tra le parti.

Articolo scritto per la mia rubrica “Avventure da palcoscenico”, pubblicata nella rivista online “Eclettica – La voce dei blogger” N. 10

FONTI