“La bella addormentata” al Carcano

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Il Teatro Carcano di Milano a Capodanno ha ospitato La bella addormentata, ispirata al racconto di Gian Battista Basile e musicata da Cajkovskij. Il regista e coreografo è Fredy Franzutti del Balletto del Sud, che ha voluto raccontare la fiaba preferita della sua infanzia ambientandola nelle sue terre, al Sud, all’epoca di sua madre e dei suoi nonni.

Questa favola infatti non è ambientata in un fiabesco periodo senza tempo come tutti i racconti per bambini, ma ha una collocazione spazio temporale ben precisa: Salento, Seconda guerra mondiale. La favola originale è stata stravolta e modernizzata, ma le innovazioni rispettano la musica originale di Cajkovskij e i punti cruciali del racconto.
Volendo essere precisi, non ci sono riferimenti alla guerra nel primo atto, tuttavia la famiglia in cui nasce la piccola Aurora non ha sangue nobile, suo padre è semplicemente un uomo molto potente vestito alla moda degli anni Quaranta. La casa è affollata di donne per la nascita della piccola, tutte rigorosamente vestite di nero secondo le usanze del Sud. Si tratta di una scelta un po’ forzata e non particolarmente apprezzata dal pubblico perché gli spettatori del balletto classico sono abituati ad abiti colorati e sfarzosi, non stracci miseri e scuri. La protesi che avrebbe dovuto simulare la gravidanza della madre era inoltre troppo morbida e poco realistica, ma probabilmente è stata realizzata in questo modo per assecondare i movimenti della ballerina.

In occasione del battesimo, compare un simpatico pretino e due chierichetti che evocano la religiosità del Salento. Le tre fatine presenti nel lungometraggio della Disney sono state sostituite da una zingara vestita in rosa e lilla, i cui movimenti hanno incantato il pubblico. I riti meridionali relativi al battesimo prevedono infatti delle tradizioni pagane per augurare gioia e prosperità al neonato e la zingara sarebbe la sacerdotessa di tale profano rito. Purtroppo la famiglia di Aurora si è dimenticata di invitare la maga ufficiale del paese, che si reca a palazzo infuriata per lanciare il celebre maleficio. La strega, una vecchia ingobbita, viene scacciata dalla zingara.

Nel primo atto, Aurora compie sedici anni durante gli anni Cinquanta e gioca allegramente con i suoi amici a ruba bandiera in giardino, alla presenza dei genitori. Gli sguardi dei giovanotti sono tutti per lei e, su iniziativa del padre, compare una sfera stroboscopica e iniziano le danze tipiche di una discoteca, anche se i ballerini non rinunciano ai passi sulle punte. Si tratta di una soluzione originale e inaspettata, che consente al coreografo di abbattere i limiti della danza classica e di evocare l’atmosfera degli anni Cinquanta. Ad un certo punto, giunge una figura travestita che porge ad Aurora un pacco dono; la fanciulla lo apre ed estrae, anziché un fuso, una tarantola, animale che tesse e può pungere, inoltre appartiene alla fauna del sud. La misteriosa venuta è in verità la strega, che ora indossa tacchi, un lungo vestito lilla e una parrucca biondo platino. Il ballerino che la interpreta è in verità un uomo, che si muove come una donna goffa che vorrebbe essere aggraziata, ma invano. Il personaggio non risulta spaventoso ma simpatico e, a tratti, persino comico. La giovane cade preda di un sonno profondo simile alla morte, ma fortunatamente giunge la zingara lilla che pronuncia la famosa profezia per salvarla.

Nel secondo atto la villa e i suoi abitanti vengono immobilizzati da un sonno senza sogni per cinquant’anni. Studiosi e antropologi di tutto il mondo si recano nel Salento per studiarne le tradizioni e cercare la villa in cui giace la Bella Addormentata. Anziché un principe, giunge l’antropologo Ernesto, vestito di beige come un esploratore. Lo studioso si perde nel bosco alla ricerca della villa, ma fortunatamente incontra la zingara, che gli consiglia di inseguire degli uccellini blu come il mare. I due animali sono interpretati da un maschio e una femmina, vestiti con tutù tradizionali blu elettrico, forse i costumi più belli dell’intera rappresentazione. I loro passi pimpanti ed energici sono vivaci proprio come lo zampettio di due uccellini. Ernesto incontra la strega ma la sconfigge senza difficoltà, poi finalmente bacia la sua amata, risvegliandola.

Il terzo ed ultimo atto è dedicato al matrimonio; la trama è praticamente inesistente e compaiono semplicemente i festeggiamenti, in cui i personaggi, strega con boa rosso compresa, si abbandonano a balli di gruppo con movenze tipiche delle grandi feste o dei villaggi turistici, ma senza rinunciare alla grazia del balletto classico.

Purtroppo la musica è registrata e i costumi si potrebbero definire troppo poco elaborati, ma le coreografie sono incantevoli e inusuali in quanto fondono la tradizione della musica classica con la vitalità dei passi di danza moderni, pur senza rinunciare alle punte. Le coreografie sono spartane: un fondale e delle quinte in bianco e nero, forse per evocare le antiche fotografie del primo Novecento, decorate con immagini che ricordano i cartoni animati, ricollegandosi al tema delle fiabe per bambini.

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“Dieci piccoli indiani… e non rimase nessuno!” al Teatro Carcano di Milano

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Dal 20 febbraio al 4 marzo è andato in scena presso il Teatro Carcano di Milano Dieci piccoli indiani … e non rimase nessuno! di Agatha Christie, regia di Ricard Reguant. Si tratta della sceneggiatura teatrale del capolavoro della regina del giallo, uno dei libri più venduti al mondo.

Come tutti sanno, è la storia di dieci uomini riuniti su una lussuosa isola. Ciascuno di loro ha commesso un delitto, ma nessuno è perseguibile. Ad uno ad uno gli ospiti dell’isola iniziano a morire nelle circostanze descritte da una filastrocca e l’assassino è uno di loro. Come rivela il titolo, nessuno resterà vivo. Nella sceneggiatura teatrale originaria – curata da Agatha Christie- Vera e Lombard si salvano perché innocenti, ma il Teatro Carcano non ha avuto pietà: infatti ha scelto il finale del romanzo.

E’ stata rispettata la traccia del romanzo nonostante qualche innocua revisione. Siccome l’intera storia doveva andare in scena nello spazio ristretto del palcoscenico, hanno ambientato l’intera azione nel salotto. Alcuni omicidi si sono svolti dietro le quinte per l’impossibilità di metterli in scena o per dare l’impressione che lo spazio dell’azione coincidesse con quello dell’intera villa.

La poesia dei dieci negretti, tradotti con “soldatini” – forse per evitare riferimenti razzisti – è stata scritta su una colonna, sopra le famose statuine. Nel corso della rappresentazione veniva illuminata la strofa corrispondente all’omicidio in atto ed erano oscurate le parti relative ai delitti già compiuti.

Lo spettacolo dura più di due ore, ma lo spettatore non se ne accorge: è completamente immerso nella ricerca del colpevole, che diventa un’ossessione. L’inizio dell’opera è lento, vengono presentati tutti i personaggi, ma il ritmo diventa presto incalzante. Un limite della messa in scena in teatro è la difficoltà da parte del pubblico di immagazzinare le informazioni attraverso le veloci parole dei personaggi: inevitabilmente si perde qualcosa rispetto alla lettura del romanzo.

E’ difficile spaventare il pubblico di un teatro, eppure Reguant ci riesce: il masso a forma di orso che uccide Blore precipita inaspettatamente dal soffitto terrorizzando persino coloro che avevano letto il libro. Le tempistiche sono fondamentali: i momenti di maggiore tensione sono alleggeriti da altri più distesi e persino comici, con l’inserimento di battute assenti nel romanzo.

La vicenda mostra un affresco della società inglese degli anni Trenta, con nobili, borghesi e servitori. Ciascun personaggio è lo stereotipo di una categoria – infatti abbiamo il vecchio generale, il giovane scapestrato, il poliziotto, la bambinaia femme fatale, la zitella acida, il giudice inflessibile. I costumi, che mutano più volte, sono essenziali nella caratterizzazione dei personaggi e sono molto eleganti.

Rispetto agli altri romanzi di Agatha Christie, in cui un detective ripristina l’ordine sociale come un deus ex machina svelando il colpevole, nessuno riveste tale ruolo salvifico. Si crea così un’atmosfera di tensione e di angoscia che non si allenta nemmeno alla conclusione della storia.

Non si svela come i delitti siano stati commessi e, inoltre, non si svolgono indagini. La rappresentazione è riuscita, ma è un peccato che si sia stato sacrificato l’aspetto investigativo, così essenziale nella vicenda.

“La bisbetica domata”, misoginia cinquecentesca al teatro Carcano

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Al Teatro Carcano è in scena dal 7 al 18 febbraio 2018 La bisbetica domata, una delle prime commedie e certamente la più rappresentata di William Shakespeare, regia di Andrea Chiodi.

La trama, condita con le gag più comiche e irriverenti che una mente cinquecentesca possa concepire, è tutta da ridere. Un ricco gentiluomo di Padova ha due figlie: Caterina, la maggiore, è celebre in tutta la città per il suo caratteraccio indomabile pertanto non ha alcun corteggiatore, Bianca, la più giovane, è celebrata per la propria grazia ed è dunque contesa da diversi galantuomini. L’uomo decide che Bianca potrà sposarsi solamente dopo che Caterina avrà trovato marito, in modo tale da garantire un matrimonio anche alla figlia più grande. Solo Petruccio, un giovane a caccia di dote più che di amore, decide di sfidare il caratteraccio di Caterina sposandola ed escogita uno stratagemma per domarla.

L’opera tratta il rapporto di coppia e l’amore nel cinquecento: padri che detengono il potere assoluto sulle figlie, donne desiderate solo per la dote, sottomissione della moglie al marito, violenza all’interno della coppia, in una parola misoginia. Sarebbe stato impossibile rappresentare un’opera simile ignorando la matrice cinquecentesca, così il regista ha deciso di lasciare l’impronta dell’epoca. Innanzi tutto il cast è composto da soli uomini, proprio come nelle compagnie teatrali all’epoca di Shakespeare; ciò non è affatto un limite per la riuscita dello spettacolo, perché a teatro l’attore non deve necessariamente assomigliare al personaggio. Ciò non accade invece nel cinema hollywoodiano, dove la protagonista è sempre impersonata da una bella ragazza, il belloccio di turno da Brad Pitt o Johnny Depp, il bambino da un ragazzino e via discorrendo. Scegliere degli uomini per i ruoli femminili ha reso tali figure più grottesche, offrendo così l’occasione per criticare implicitamente la misoginia dell’epoca. Altri elementi cinquecenteschi sono i costumi: non si tratta propriamente di riproduzioni di indumenti d’epoca, infatti solo alcuni elementi del vestiario richiamano il periodo storico. Ecco così che i personaggi maschili indossano per esempio una giubba e i jeans. Lo sfondo di una scena infine è un quadro d’epoca raffigurante una scena di caccia.

La misoginia è evidente non solo nel testo shakespeariano, ma anche nelle scelte del regista nella costruzione delle figure femminili, chiaramente con lo scopo di condannare tale concezione della donna. Bianca è bella e composta, ma muta. Solo una volta apre bocca, scatenando la sorpresa dei suoi interlocutori e, di conseguenza, le risa del pubblico. Si tratta di un personaggio piatto, privo di spessore psicologico, il cui unico scopo è rappresentare lo stereotipo dell’ideale di donna cinquecentesca. Caterina risulta più simpatica proprio perché è bisbetica, il pubblico tifa per lei quando Petruccio tenta di soggiogarla e resta deluso quando assiste al monologo finale, in cui la fanciulla afferma la propria sottomissione al marito. Anche Caterina tuttavia è un personaggio vuoto, infatti a Shakespeare non interessa indagare la sua psicologia e le cause del suo caratteraccio. Ci penserà l’attore, con la mimica, a dar voce ai sentimenti della bisbetica domata. Caterina è inizialmente una donna animalesca e spesso si esprime con versi scomposti e irriverenti; una volta domata argomenterà con eloquenza in favore della sottomissione della donna al marito, imparando l’arte della parola. Caterina dunque abbraccia la mentalità patriarcale, adotta la retorica maschile e si sottomette a Petruccio per ricavarne un solo misero vantaggio: essere la regina del focolare.

Nonostante Petruccio risulti vincitore e brilli per la propria astuzia, il pubblico non può che provare disprezzo per la sua brutalità. Al regista non serve trasformarlo in un personaggio caricaturale, sono sufficienti i fatti a renderlo odioso.

Ne La bisbetica domata troviamo, come in Amleto, un caso di metateatro, infatti la vicenda di Caterina è un’opera teatrale messa in scena all’interno di un’altra storia, che le fa da cornice. Un ubriacone addormentato per strada viene trasferito in una sontuosa reggia e, al suo risveglio, viene convinto di essere un signore che ha dormito per anni. A tale personaggio viene proposto di assistere alla commedia della bisbetica domata.

Le scenografie di Matteo Patrucco sono minimaliste, infatti sono composte semplicemente da un paio di impalcature di ferro che gli attori spostano sul palcoscenico mediante delle ruote. Compare inoltre un’altalena in alcune scene. Magistrale la scena di incontro-scontro in cui Petruccio tenta di sedurre Caterina: i due duellano con pallina e mazza da baseball.

Le musiche di Zeno Gabaglio sono straordinarie, spesso infatti la recitazione è interrotta da canzoni allegre, cantate dagli stessi attori. I due tempi in cui è stata divisa la commedia dall’intervallo sono introdotti dal suono di un violino, suonato da Bianca.

L’aspetto più curioso della rappresentazione riguarda i costumi di Ilaria Ariemme, infatti ogni personaggio aveva cucito sulla schiena il proprio nome e un numero, come se fosse uno sportivo. Naturalmente, Caterina era la numero uno.

“Il bugiardo” di Goldoni in scena al Teatro Carcano di Milano

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Martedì 4 aprile presso il Teatro Carcano di Milano è andato in scena Il bugiardo di Carlo Goldoni, rappresentato per la prima volta a Mantova nel 1750 e stampato poi a Firenze qualche anno dopo, nel 1753. L’opera in tre atti è ispirata alla Verdad sospechosa dello spagnolo Juan Ruiz de Alarcòn. La commedia è diretta da Alfredo Arias, uno dei più importanti registi internazionali, argentino naturalizzato francese.

A Venezia vivono Rosaura (Marianella Bargilli) e Beatricia, le due splendide figlie di un dottore in età da marito. Lelio (Geppy Gleijeses) è un donnaiolo napoletano intenzionato a conquistare il cuore di Rosaura avvalendosi del proprio talento nell’inventare bugie, da lui chiamate “meravigliose invenzioni”. Inizialmente il piano sembra funzionare, soprattutto perché l’uomo racconta di aver cantato una serenata effettuata invece da un’altra persona, Florindo, troppo timido per dichiararsi a Rosaura. In seguito invece le menzogne diventano troppo strampalate per essere credute, come quella secondo cui Napoli si troverebbe in Lombardia, e il Bugiardo perderà tutto, compresa la stima del proprio padre e la mano di Rosaura.

Carlo Goldoni ha effettuato una straordinaria riforma del teatro. Prima del suo intervento in Italia era in voga la Commedia dell’Arte, il teatro delle maschere italiane che recitavano senza un copione predefinito, improvvisando seguendo come traccia un canovaccio. Ne conseguiva che le maschere erano piatte, stereotipate e prive di spessore psicologico inoltre, in seguito all’eccessivo spazio lasciato all’improvvisazione, spesso la trama si intricava creando situazioni senza soluzione e doveva intervenire un deus ex machina per offrire una lieta conclusione della vicenda. Goldoni introduce una sceneggiatura teatrale completa e definita, in cui i personaggi hanno caratteristiche realistiche e una psicologia articolata, in modo tale da ricreare scene più vicine al quotidiano. Ne Il bugiardo le maschere (Pantalone, Brighella, Arlecchino e la maschera che introduce i personaggi nel prologo e canta in alcune scene) non hanno perso la propria energica comicità antica ma hanno tratti più umani. E’ invece assente rispetto alla sceneggiatura originale il personaggio di Colombina.

La morale della commedia potrebbe essere riassunta con il celebre detto “Le bugie hanno le gambe corte”, infatti le menzogne si ritocono contro Lelio, facendo fallire i suoi piani. L’opera sarebbe un romanzo di formazione in quanto il Bugiardo è costretto a pagare per le proprie malefatte ed evolve nel corso della vicenda, ma tale aspetto è in secondo piano rispetto alla comicità generale. Le bugie di Lelio tuttavia sono estremamente creative (il personaggio stesso afferma che le sue poesie hanno successo in quanto ha la fortuna di essere un creativo) e favolistiche, pertanto la commedia celebra la gioia di avere una visione romanzesca della vita per opporsi all’insopportabile monotonia del quotidiano, anche quando ciò comporta dire qualche menzogna e venire inevitabilmente smascherati. Lelio può dunque essere paragonato ad uno scrittore di una commedia umana.

Alla commedia originale sono state apportate alcune modifiche. Innanzi tutto l’opera non è stata recitata in dialetto veneziano ma in italiano. I vari personaggi avevano l’accento della provincia di provenienza: Lelio parlava con un accento napoletano, Pantalone, il padre di Lelio, aveva invece una cadenza veneziana, l’amante di Lelio parlava con una forte pronuncia romanesca, Arlecchino aveva un accento bergamasco.

Nella commedia si finge inoltre che una compagnia d’attori stia effettuando le prove dello spettacolo. I vari attori compaiono dunque in scena vestiti con abiti comuni  e gradualmente si cambiano, travestendosi con i costumi di scena. Anziché inserire un intervallo al termine del primo atto, gli attori interrompono la recita della commedia e fingono di conversare sul palcoscenico, facendo battute e proponendo di realizzare un’opera dal sapore contemporaneo, che tratti per esempio di tematiche moderne. E’ interessante notare come gli attori cambino movenze e impostazione della voce nell’interpretare delle persone comuni, che si discostano profondamente dai personaggi della commedia goldoniana. Nel prologo la maschera presenta gli attori come i membri della famiglia Cannavacciuolo, una compagnia famigliare, e gli spettatori che non hanno letto la locandina sono portati a credere che gli artisti in  scena appartengano realmente a tale compagnia.

Le scenografie sono semplici ma efficaci: uno fondale dipinto di un paesaggio veneziano e degli edifici abbozzati da palafitte di legno verticali. Scenografie e costumi sono firmati da Chloe Obolensky, artista di fama internazionale, che ha lavorato a lungo con Peter Brook.

Lo spettacolo è eccellente, verrà apprezzato dallo spettatore soprattutto per la frizzante comicità. Sarà in scena fino al 9 aprile.