I filtri d’amore nell’Antica Roma

Abbiamo appurato che l’arte della seduzione sta a me come la pedicure agli zoccoli di un cavallo, perciò ho deciso di mandare a quel paese lenti a contatto, scollature e tacchi alti in favore dei ben più efficaci filtri d’amore. Naturalmente sto scherzando, però ho comunque deciso di dedicare un post a questo genere di stregoneria del passato.

Internet abbonda di deleterie cialtronerie riguardanti disgustose ricette Wikka,  rimedi della nonna e altri assurdi intrugli in cui molti sembrano credere veramente, Acqua e limone tuttavia diffida dai ciarlatani e seleziona soltanto fonti storiche accertate per descrivere non tanto l’incantesimo in sé, ma piuttosto per parlare dell’importanza che tali credenze hanno avuto nella nostra cultura. Anche a causa delle varie stupidaggini diffuse in rete dagli amanti dell’esoterismo che impediscono di distinguere il vero dal falso, tralascerò la storia dei filtri d’amore nel Medioevo e mi soffermerò sull’Antica Roma.

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Vasellame in vetro rinvenuto nella laguna di Venezia (notizie.antika.it)

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Amatoria pocula, incantesimi illegali

Il nome latino dei filtri d’amore è amatoria pocula. Se il primo termine non necessita di spiegazioni, è forse il caso di specificare che il secondo significa bicchiere, tazza o si riferisce comunque ad un generico recipiente utilizzato per bere. Si tratta dunque di una bevanda d’amore, l’ideale per soggiogare un bel ragazzo che non ci degna di uno sguardo o per sedurre la fanciulla dei vostri sogni.

L’utilizzo dei filtri d’amore era malvisto sin dagli antichi: essendo venduti da ciarlatani dalla dubbia reputazione, che li preparavano con ogni sorta di schifezza solubile in acqua, tali preparati erano considerati dei potenti veleni ed erano vietati persino nelle XII tavole del V secolo a.C., il primo codice di leggi scritte romano. Il concetto verrà poi ripreso dalla Lex Cornelia de sicariis et veneficiis, emanata da Silla nell’81 a.C., che prevedeva la pena di morte per i colpevoli. Nonostante ciò, gli amatoria pocula erano molto diffusi in ogni ceto sociale ed erano un elemento ricorrente nell’immaginario collettivo romano, tant’è che compaiono in vari aneddoti relativi a celebri personaggi romani.

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Le follie dell’imperatore Caligola

De vita caesarum è un’opera di Svetonio composta dalle biografie degli imperatori romani sino a Domiziano. Le biografie di Svetonio non si basano soltanto sulle fonti ufficiali come testimonianze oculari, decreti, senatus consulta, verbali del Senato o le opere di Gaio Asinio Pollione, Cremuzio Cordo o le Res Geastae Divi Augusti, ma ricorrono spesso anche a scritti propagandistici e diffamatori, testimonianze orali e tutto ciò che può alimentare il gusto per l’aneddoto, il curioso e il pettegolezzo. Sarà forse per questo motivo che, quando nel IV libro si accinge a scrivere la biografia di Caligola, l’imperatore più pazzo della storia di Roma, non esita a riportare una bizzarra informazione sulla sua vita amorosa:

“Creditur potionatus a Caesonia uxore amatorio quidem medicamento, sed quod in furorem verterit.”
“Si crede che sua moglie Cesonia gli fece bere un filtro d’amore, ma che ciò lo rese pazzo.”

Svetonio non dedica altre righe a tale diceria né abbiamo altre prove contro la buona fede della matrona Cesonia, tuttavia è interessante notare le singolari condizioni in cui i due sposi si sono innamorati (copio qui sotto il testo originale, tenete tuttavia presente che non siamo a scuola perciò sentitevi liberi di bruciare il dizionario di latino e prendere in considerazione soltanto il testo tradotto):

“Lolliam Paulinam, C. Memmio consulari exercitus regenti nuptam, facta mentione aviae eius ut quondam pulcherrimae, subito ex provincia evocavit ac perductam a marito coniunxit sibi brevique missam fecit interdicto cuiusquam in perpetuum coitu. Caesoniam neque facie insigni neque aetate integra matremque iam ex alio viro trium filiarum, sed luxuriae ac lasciviae perditae, et ardentius et constantius amavit, ut saepe chlamyde peltaque et galea ornatam ac iuxta adequitantem militibus ostenderit, amicis vero etiam nudam. Uxorio nomine [non prius] dignatus est quam enixam, uno atque eodem die professus et maritum se eius et patrem infantis ex ea natae. Infantem autem, Iuliam Drusillam appellatam, per omnium dearum templa circumferens Minervae gremio imposuit alendamque et instituendam commendavit.
“Lollia Paolina era sposata con l’ex console C. Memmio, comandante di armate. Caligola, avendo sentito parlare di sua nonna come di una delle più belle donne del passato, la fece subito ritornare dalla provincia, se la fece cedere da suo marito per sposarla lui stesso [ma che schifo!] e ben presto la rimandò indietro, vietandole per sempre di aver rapporti carnali con chicchessia. Cesonia non era di particolare bellezza e nemmeno nel fiore degli anni, per di più aveva già avuto tre figli da un altro marito, ma era corrotta e viziosa. Provò per lei una passione ardente e duratura a tal punto che spesso la mostrò ai suoi soldati mentre cavalcava al suo fianco con mantello, scudo ed elmo; agli amici la fece vedere anche nuda. La onorò con il titolo di sposa; quando ebbe partorito, in un solo e medesimo giorno si proclamò suo marito e padre della bambina che aveva messo al mondo. Chiamata la bambina Giulia Drusilla la portò nei templi di tutte le dee e la posò nel grembo di Minerva che pregò di nutrirla e allevarla.”

La strana passione dell’imperatore per una donna anziana deve certamente aver suscitato scalpore nella metropoli e non c’è da stupirsi che la donna sia stata accusata di chissà quale maleficio. La povera Cesonia tuttavia non centra nulla con le celebri follie che hanno reso Caligola uno dei pazzi più celebri della storia, infatti Svetonio racconta:

“Valitudo ei neque corporis neque animi constitit. Puer comitiali morbo vexatus, in adulescentia ita patiens laborum erat, ut tamen nonnumquam subita defectione ingredi, stare, colligere semet ac sufferre vix posset. Mentis valitudinem et ipse senserat ac subinde de secessu deque purgando cerebro cogitavit.”
“La sua salute non fu ben equilibrata né fisicamente né psichicamente. Soggetto ad attacchi di epilessia durante la sua infanzia, divenuto adolescente, era abbastanza resistente alle fatiche, ma qualche volta, colto da un’improvvisa debolezza, poteva a mala pena camminare, stare in piedi, riprendersi e sostenersi. Lui stesso si era accorto del suo disordine mentale e più di una volta progettò di ritirarsi per snebbiarsi il cervello.”

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Lucrezio … un demente suicida?

Lucrezio è uno dei poeti e dei filosofi epicureismi più famosi di Roma, ll De rerum naturae, la sua opera più famosa, è un capolavoro della saggezza umana. Tra le poche informazioni biografiche sul suo conto troviamo però le sconcertanti affermazioni che San Girolamo ci rivela nel suo Chronicon:

“Titus Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et per intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, sua manu se interfecit anno 44”.
“Nasce il poeta T. Lucrezio, che dopo essere impazzito per un filtro d’amore e aver scritto alcuni libri [del poema?] negli intervalli della follia, che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all’età di quarantaquattro anni”.

Secondo alcuni commentatori moderni, esisterebbe un nesso tra la leggendaria assunzione di un filtro d’amore e la concezione di Lucrezio dell’innamoramento come Insania (follia), un sentimento che destabilizza l’animo e annienta l’equilibrio razionale. Altri invece ritengono che si tratti soltanto di una calunnia diffusa da San Girolamo per screditare la dottrina pagana di Lucrezio e il suo poema materialista ed epicureo, che sosteneva la mortalità dell’anima, spacciandolo per il delirio di un folle e di un suicida con la sportività che contraddistingue i primi cristiani. Non è certo che il poeta si sia suicidato, sebbene il De rerum naturae sia rimasto incompiuto, né si ritiene corretto tentare di individuare nel celebre poema le tracce di un’eventuale psicosi clinica, nonostante i continui paragoni tra amore e follia effettuati da Lucrezio.

San Girolamo ha tratto le informazioni su Lucrezio dal De Poetis, un’opera di Svetonio degli inizi del II sec. D.C. oggi andata perduta di cui il santo si serviva abitualmente. Ci troviamo di fronte dunque ad un secondo riferimento ai filtri d’amore nelle opere di Svetonio e potrebbe non trattarsi di una coincidenza: può darsi infatti che lo storico fosse particolarmente interessato ad aneddoti di questo genere.

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Il crimen magiae di Apuleio

Un altro importante episodio della storia romana sui filtri d’amore riguarda Apuleio, il celebre autore de Le metamorfosi che, oltre ad essere un brillante scrittore, era anche un filosofo platonico, seguace di vari culti iniziatici ed esperto di magia bianca.

Nel corso di uno dei suoi numerosi viaggi, mentre si dirigeva ad Alessandria lo scrittore sosta ad Oea, attualmente conosciuta come Tripoli, ove viene ospitato dal vecchio compagno di studi Ponziano. La madre dell’amico, la ricca vedova ormai sfiorita Emilia Pudentilla, decide di sposarsi con Apuleio e, nonostante le iniziali ritrosie dell’amato, riesce a convolare a nozze.

Poco tempo dopo Ponziano muore e i parenti di Pudentilla, per non perdere l’eredità, accusano Apuleio di aver sedotto la donna con un filtro d’amore a base di strani pesci marini per impossessarsi dei suoi beni. Viene dunque avviato un processo a carico dell’accusato nella città di Sabartha, al cospetto del proconsole romano Claudio Massimo, tra il 158 e il 159 d.C. Secondo la Lex Cornelia, le accuse di Crimen magiae avrebbero potuto costare ad Apuleio la pena di morte, il quale tuttavia riesce ad ottenere l’assoluzione grazie alla mancanza di prove incriminanti e ad una brillante orazione difensiva, pubblicata con il titolo di Apologia o Pro se de magia.

Il testo pervenuto sino ai nostri giorni, che rispecchia lo stile spettacolare della seconda sofistica, è un rifacimento a posteriori del discorso realmente pronunciato in tribunale, infatti è privo delle espressioni tipicamente adottate in contesti giudiziari ed è troppo lungo per essere recitato in una orazione pubblica. Apuleio ha adottato uno stile dinamico, con un lessico e un registro molto vario, con cui smentisce brillantemente delle accuse infondate e ne approfitta per sfoggiare la propria cultura.

Il riassunto in italiano dell’Apologia è disponibile cliccando su questo link: http://www.sunelweb.net/modules/freecontent/index.php?id=546

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Le ricette di Ovidio

Nell’antichità venivano commercializzate ogni sorta di porcherie per stregare l’oggetto del nostro amore o per rinvigorire il furore amoroso dei maschietti, molte delle quali erano nocive per l’organismo. Nell’Ars amatoria, la sua opera più famosa, Ovidio condanna i pericolosi filtri d’amore propinati da fattucchiere e ciarlatani, spesso prodotti con ingredienti pericolosi per l’uomo: sarebbero infatti di gran lunga più utile ed efficace l’assunzione di erbe e piante officinali. A questo proposito, Ovidio consiglia alcune ricette naturali a base di cipolla bianca proveniente dalla Grecia, pinoli, erica e miele. Anche le mandorle comporterebbero degli effetti positivi in amore e molti altri alimenti che oggi abbiamo smesso di considerare medicamentosi o magici. Spero che vi divertirete a scoprire, nel corso della lettura del poema, con quanta semplicità gli antichi cercavano di ottenere effetti medici, se non addirittura magici, con le sostanze più semplici.

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Vasellame in vetro rinvenuto nella laguna di Venezia (notizie.antika.it)

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Conclusioni

I filtrica d’amore, come molte altre schifezze, erano molto diffuse tra i superstiziosi dell’antichità sebbene la società avesse ormai compreso la differenza tra credenza religiosa e magia da ciarlatani. Siccome molto spesso le fattucchiere che producevano tali rimedi utilizzavano sostanze pericolose (mi piace immaginare i poveri amanti non ricambiati colpiti da coliche, nausee e cagarelle varie), la legge era molto severa nei confronti dei produttori come dei consumatori, infatti era prevista la pena di morte sin dai tempi più antichi. I filtri d’amore tuttavia erano un elemento ricorrente nell’immaginario collettivo romano e venivano menzionati nei pettegolezzi e nelle malelingue o sfruttati come strumento di diffamazione a tal punto da comparire nelle biografie di alcuni “vips” della storia romana come Caligola, Lucrezio e Apuleio.

Resta comunque valida la sentenza riportata da Seneca nelle Epistulae Morales ad Lucilium:

Hecaton ait, – ego tibi monstrabo amatorium sine medicamento, sine herba, sine ullius veneficae carmine: si vis amari, ama -.
Dice Ecatone: “Ti indicherò un filtro amoroso, senza pozioni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama.”

Questo post a vinto il premio Owl Prize, conferito dal blog Athenae Noctua

 

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/07/owl-prize-2.html https://centauraumanista.wordpress.com/2013/07/07/owl-prize-quando-un-articolo-merita-un-premio/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/06/27/il-racconto-un-po-pagano-di-una-visita-al-duomo-di-pisa/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/25/la-civetta-ha-fatto-il-bis-e-mi-offre-un-pretesto-per-ironizzare-sulla-lingua-latina/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/09/i-filtri-damore-nellantica-roma/ http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/09/owl-prize-5.html

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“Il seggio vacante”, una Rowling per adulti

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Immagine tratta da cultura.blogsfere.it

Attenzione, spoiler!!!

In tutte le librerie italiane spicca da qualche mese la copertina gialla e rossa di un nuovo best seller: J.K. Rowling è tornata a scrivere, ma questa volta si rivolge agli adulti con il suo ultimo romanzo Il seggio vacante.

[Se volete saperne di più, potete leggere la trama qui]

La dolce scrittrice bionda che, grazie alla saga di Harry Potter, è riuscita a diventare più ricca della regina, ha ricreato l’atmosfera della serie in un libro per adulti che tiene testa alle avventure del maghetto più famoso d’Inghilterra.

La ricetta de Il seggio vacante è semplice ma efficace. Innanzi tutto eliminiamo la scuola di magia in favore di un incantevole paesino inglese e sostituiamo gli stregoni e le creature magiche con dei semplici esseri umani che, pur essendo diversi tra loro e facendo molta fatica a convivere insieme, sono accomunati dalla stessa voglia di vivere e da un’incessante ricerca di serenità e amore.

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Nel mondo dei grandi non esiste però un netto confine tra bene e male, infatti non esistono due squadre opposte e complementari come i Mangiamorte e l’Ordine della Fenice, facilmente riconoscibili e giudicabili. Sebbene sia evidente che la via giusta da seguire siano la tolleranza e la comprensione (brava J.K., sono anni che abbiamo capito che sei una compagna anche tu!), è molto più difficile individuare nel mondo reale la strada giusta per capirsi e convivere pacificamente.

Una delle poche critiche ricevute da Harry Potter riguarda l’assenza di sesso ed altre tematiche tipiche del mondo degli adulti. I siti web e i forum abbondano infatti di maliziose critiche secondo cui non è possibile che degli adolescenti provino pulsioni così pacate e che non vadano oltre a qualche casto bacetto. Questa volta la Rowling, non più vincolata da esigenze dettate dalla giovane età del suo pubblico, non ha imposto censure: sesso e droga a volontà, ma il prezzo è la desolazione, la solitudine e i pericoli della vita vera. Il modesto ma sincero bacio tra Harry e Cho sotto l’agrifoglio è mille volte preferibile all’egoismo ed alla sporca ipocrisia con cui gli abitanti di Pagford, la cittadine in cui è ambientato il romanzo, saziano i propri impulsi e la loro disperazione.

Sebbene il romanzo sia rivolto ai maggiorenni, non c’è dubbio che la Rowling abbia una marcata preferenza per l’universo dei teenagers: i personaggi più giovani svolgono infatti un ruolo predominante nell’azione e sono strutturati in modo più affascinante e articolati rispetto ai “characters” adulti. J.K. ha un dono raro, la capacità di rivolgersi ai giovani e di comprendere l’energia e il fuoco della loro età.

Proprio per questo motivo forse la Rowling non sarà mai in grado di scrivere un libro completamente per adulti, ma questa sua peculiarità non è certo un difetto, al più è un’opportunità per creare un ponte tra grandi e piccini, tra noi stessi e quel frammento di innocenza sopravvissuto all’infanzia nel nostro inconscio.

I parallelismi tra le due opere abbondano, poiché Harry Potter e la filosofia de Il seggio vacante condividono la celebrazione del coraggio di fronte ai pericoli e alle ingiustizie (Sukhvinder “Cincia” Jawanda, uno dei personaggi, dimostrerà al termine della vicenda di avere un fegato degno di una Grifondoro) e la struttura della vicenda privilegia l’evoluzione delle dinamiche sociali a scapito del mondo interiore dei personaggi.

Ritengo inoltre che in entrambi i romanzi l’abilità con cui J.K. “ingarbuglia” l’intreccio sia superiore alla suspance e al pathos con cui tratta le scene di maggiore tensione e che l’autrice sia stata una maestra nell’inserire una leggera ma efficace comicità in molte brevi scenette di ordinaria quotidianità, ma tutto ciò non sminuisce affatto la qualità del romanzo.

Il fantasma di Harry Potter e dei suoi compagni continuerà a tornarvi in mente nel corso del romanzo, permettendovi di esplorare a fondo la poetica di una delle più brillanti scrittrici inglesi contemporanee. La penna di J.K. ha fatto centro di nuovo, perciò non posso che consigliarvi di correre in libreria per scoprire questa nuova avventura made in England.

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La divinazione: strani rituali per predire il futuro

Si può predire il futuro? Assolutamente no, scordatevelo! Eppure sono millenni che tentiamo di scoprire cosa ci accadrà scrutando le stelle o esaminando le macchioline rimaste sul fondo di una tazzina di caffè.

Oggi sappiamo che simili credenze non sono altro che giochetti su cui scherzare dal parrucchiere, ma un tempo l’umanità prendeva la faccenda molto seriamente: le tecniche divinatorie che ci hanno tramandato gli antichi sono così articolate e meticolose da essersi attrbuite il titolo di pseudoscienze.

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LE PSEUDOSCIENZE: QUANDO LA FANTASIA SI SPACCIA PER SCIENZA

Il termine “pseudoscienza” non è una birbonata di mia invenzione, provate a consultare lo Zingarelli se non ci credete: “pseudoscienza: teoria, disciplina e sim., che si attribuisce un carattere scientifico pur non avendo i requisiti, spec. Metodologici, propri delle scienze”.

Un esempio classico di pseudoscienza è l’astrologia, che propone di svelare il nostro avvenire con antiche leggende greche e complicatissimi calcoli matematici, ma esistono anche discipline che non effetuano predizioni come la fisiognomica, che tenta di rivelare i tratti psicologici e caratteriali di una persona attraverso le sue caratteristiche fisiche.

Eppure esistono moltissime materie che effettuano delle previsioni scientifiche, come la meteorologia e la matematica finanziaria, i cui responsi sono ritenuti autorevoli pur non essendo attendibili al 100%. Su cosa si foda dunque la fondatezza di tali discipline? La scienza si differenzia dall supestizione perché le sue previsioni sono basate su causalità dimostrate tra il segno interpretato e l’evento previsto.

Facciamo qualche esempio. “A determinate condizioni di umidità e temperatura scoppierà un temporale” è una previsione scientifica; “Se rompo il televisore mia madre si infurierà” non è una supposizione relativa alla vita quotidiana e non ad una scieza, ma è comunque un’affermazione autorevole (povera mamma!). “Se peschi picche da un mazzo di carte morirai giovane” è una delle tante assurdità che può dirvi una cartomante.

La pseudoscienza giustificheà i suoi responsi appellandosi alle stelle, ai santi, alle misterise forze della natura o ai poteri paranormali rivendicati da qualche ciarlatano. Le riconoscerete facilmente, perchè le giustificazioni ai raporti causa-effetto che collegano i fenomeni alle predizioni si appellano alla religione, alla magia o a qualche assurda credenza popolare.

In questo articolo non ho nessuna intenzione di parlare di scienze serie, affronterò invece le discipline più assurde che l’essere umano abbia mai inventato.

Attenzione, miei cari lettori, non pensate che le pseudoscienze siano materie prive di importanza: non solo si tratta di argomenti interessanti da un punto di vista sociologico e storico, ma molte pseudoscienze hanno anche costituito una tappa fondamentale nello sviluppo tecnologico umano. Basti pensare all’alchimia, un complesso intreccio di scienza e magia che ha permesso all’umanità di acquisire l’approccio scientifico necessario per apprendere i segreti della chimica.

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LA DIVINAZIONE

Il termine divinazione deriva dal latino divinus, che significa “ispirato dal dio”, eppure non è necessariamente collegata alla sfera religiosa, come mlti sono portati a pensare.

Si tratta di un’antica arte (per non chiamarla buffonata) che permette di ottenere informazioni appartennti appartenenti ad una dimensione spazio-temporale inaccessibile. In parole povere, consente di dare una sbirciatina al passato, al futuro o a ciò che si trova in un luogo diverso dal nostro.

La divinazione o mantica è una pratica incodificabile, sospesa tra la il razionale e l’irrazionale. Secondo alcuni le sue arti sono accessibili a tutti, per altri invece le predizioni sono riservate ad alcuni individui “speciali” chiamati indovini, vati o Mantis, che in latino significa “colui che è in grado di instaurare  un contatto con le divinità”.

LE PRINCIPALI TECNICHE DIVINATORIE

Le arti divinatorie sono veramente numerose e i loro nomi, quasi sempre di illustre origine greca (in effetti, i popoli antichi erano dei veri esperti in materia di divinazione, ne hanno inventata una più del diavolo), sono degni di comparire nei più difficili quiz televisivi.  Siete curiosi? Ecco l’elenco delle discipline più celebri:

  • Aeromanzia, che consiste nell’interpretazione delle condizioni atmosferiche;
  • Ailuromanzia, lo studio del comportamento dei gatti (specie se neri);
  • Antropomanzia, la quale permette di conoscere il futuro attraverso i sacrifici umani;
  • Apantomanzia, basata sull’avvistamento di animali;
  • Artimanzia, che indica le le pratiche divinatorie che utilizzano numeri e lettere;
  • Aruspicina, l’analisi delle viscere degli animali sacrificati agli dei (è dalla seconda elementare che, ogni volta che penso a questa cosa, mi viene spontaneo manifestare il mio disgusto con un “BLEAH”!);
  • Bibliomanzia, la divinazione attraverso alcuni libri particolari, tra cui la Bibbia;
  • Caffeomanzia, la lettura dei fondi di caffè;
  • Tasseografia, la lettura delle foglie di tè;
  • Cartomanzia, la lettura di carte e tarocchi;
  • Ceromanzia, l’interpretazione della cera fusa versata in acqua fredda;
  • Chiromanzia, la celebre lettura della mano;
  • Cleromanzia, l’estrazione a sorte;
  • Cometomanzia, lo studio delle code delle comete (vi ricorda qualcosa?);
  • Cristallomanzia, la dvinazione mediante l’impiego di cristalli e sfere di cristallo;
  • Cybermanzia, gli oracoli elettronici (tutti quei giochetti che si fanno su Internet);
  • Demonomanzia, la divinazione dei demoni;
  • Geomanzia, la divinazione della Terra;
  • Giromanzia, la lettura delle vertigini di una persona;
  • Oniromanzia, l’interpretazione dei sogni;
  • Negromanzia, la divinazione attraverso l’evocazione dei defunti;
  • Ornitomanzia, l’osservazione del volo degli uccelli (Romolo e Remo docet).

Gli oggetti impiegati nella divinazione sono praticamente infiniti. Nel corso della storia sono stati utilizzati infatti anche farina e derivati, orzo, sale, vino, galli e galline, vento, nubi, tuoni, fulmini, asce, frecce, dadi, bioritmi, piante bruciate, corone di alloro incenerite, germogli di cipolla,acqua, fiamme, fumo,incenso, bastoni, specchi e oggetti riflettenti, tessere del domino, bruciature, ruote, chiavi, setacci pendenti, cavalli, pesci, serpenti, topi, formiche, allucinogeni (dagli antichi greci agli indiani, ogni popolo antico conosceva un paio di metodi interessanti per avere delle visioni. Eheheheheh … ), pietre preziose, perle, meteore, imperfezioni di vario genere, cordoni ombelicali, nomi di persona, uova, le crepe provocate dal calore sui gusci delle tartarughe.

Una pratica interessane è la somatomanzia, sarebbe possibile leggere il nostro futuro sul nostro stesso corpo. Occhi, palpebre, piedi, cranio, fronte, dita, petto, unghie … sono veramente numerose le parti anatomiche che possono servire a questo scopo. Molte tecniche impiegano anche alcune caratteristiche comportamentali, come la calligrafia, l’abbigliamento o la risata.

Quando non esistevano ancora i ginecologi e il sesso del nascituro restava un mistero sino al momento del parto, i genitori si affidavano alla divinazione per scoprire il sesso del loro bambino, studiando il comportamento e la forma del pancione di mamma secondo i princpi della genomanza. Per scoprire invece quali sorti avrebbe riservato la vita al neonato, si studiavano le membrane che lo avevano avvolto nel grembo della madre e il cordone ombelicale (a questo punto, propongo di urlare il secondo “BLEAH” della gornata!).

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LE STRATEGIE OBLIQUE: LA DIVINAZIONE AL SERVIZIO DELLA CREATIVITA’

Siamo nel 1974 e sappiamo tutti che aria si respirava in quegli anni. I giovani artisti Brian Eno (vi ricordate la musichetta onirica con cui si apriva Windows ’95? Ebbene, lui ne è l’autore.) e Peter Schmidt realizzarono le Strategie oblique, un mazzo di carte, su ognuna delle quali era presente una sentenza oracolare che aveva lo scopo di assistere il creativo nel processo decisionale che conduce al compimento dell’opera artistica.

La creazione delle carte è chiaramente influenzata dalla filosofia orientale e dall’I Ching ed è la dimostrazione di come il meccanismo delle sentenze oracolari possa essere sfruttato positivamente dall’uomo, anziché costituire una mera perdita di tempo per superstiziosi.

Qualche esempio delle frasi che avreste potuto pescare? “Usa meno note”, “Lavora con un ritmo differente”, “Torna sui tuoi passi”, “Solo una parte, non il tutto” o “Non si tratta di costruire un muro, ma di fare un mattone”; si tratta di sentenze che, pur non essendo sempre pertinenti con l’attività svolta dall’artista, possono essere un ottimo metodo per avere nuove idee, osservare la propria opera da un punto di vista diverso o semplicemente stimolare la fantasia.

L’invenzione sfrutta quella che secondo me è la sola caratteristica positiva dei testi oracolari, la capacità di indurre a vedere le cose in un modo diverso dall’usuale: invece di incaponirsi cercando una soluzione con i soliti mezzi, l’artista può sfruttare le Strategie Oblique per trovare una via trasversale per la realizzazione di un capolavoro.

“Queste carte si sono sviluppate a partire dall’osservazione dei principi che regolano le nostre creazioni.
Talvolta [i suddetti principi] sono stati riconosciuti retrospettivamente (facendo così coincidere intelletto e intuizione), a volte sono stati identificati osservando ciò che è successo, altre volte si è trattato di formule.
Possono essere utilizzate come un tutto (una serie di possibilità costantemente riportate alla memoria) opure isolatamente, estraendo una carta dal mazzo mescolato quando si presenta un dilemma a un certo punto del lavoro. In questo caso, ci si rimette alla carta anche se l’applicazione non è chiara.
Le carte non danno responsi definitivi, nel senso che nuove idee si presenteranno spontaneamente mentre altre diventeranno via via evidenti”
[Eno, Schmidt, 1975]

Carissimi amici bloggers, volete sperimentare anche voi le Strategie Oblique e trarre l’ispirazione da un metodo brevettato da due grandi artisti come Eno e Schimdt? Potete utilizzare le carte originali, realizzare un mazzo di carte fai-da-te con oracoli di vostra creazione, oppure sfruttare l’applicazione di questo simpatico sito in inglese.

“CLICCA QUI!”
Per pescare una sentenza delle Strategie Oblique

La Giubiana, una strega della Brianza

“C’era una volta Canturium, una ricca città medioevale che sorgeva in una posizione strategica per l’epoca: si trovava infatti esattamente a metà strada tra la grande Milano e la piccola città lacustre di Como. Un’ottima posizione per commerciare, ma in tempi di guerra la cittadella brianzola era letteralmente tra l’incudine e il martello.

I canturini erano sotto assedio da mesi, tuttavia erano un popolo fiero (e anche un po’ testardo, ma questa è un’altra storia) e stavano tenendo testa al nemico con onore. Avrebbero anche potuto vincere quella dannata guerra, se non fosse stato per una donna.

La Giubiana era una bella castellana innamorata di un soldato nemico o una creatura demonica; sono numerose e contradditorie le voci sul suo conto, perciò nessuno saprebbe dire con certezza quale sia la verità. Sfruttò il suo fascino e chissà quale diavoleria magica per impossessarsi delle chiavi della città e le consegnò al nemico, condannando i concittadini alla sconfitta.

Il suo gesto fu giudicato alla massima pena: il rogo.”

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(Il rogo della Giubiana di Cantù)

Una notte di fuoco

L’ultimo giovedì di gennaio è una notte di fuoco: moltissime città del Piemonte e della Lombardia accendono dei grandi roghi nelle piazze principali delle città per bruciare la Giubiana (o Giobia, Gibiana, Giobbiana … il nome varia a seconda della località), un fantoccio vestito di stracci di una vecchia, di una strega dalle calze rosse o di una giovane donna.

La storia e le fattezze del pupazzo mutano a seconda del territorio e sono fortemente influenzati dalle leggende locali; in questo articolo tratteremo solamente la Giubiana del territorio di Cantù, una città brianzola famosa per la squadra di basket Pallacanetro Cantù, i mobili e il merletto. In questa zona della provincia di Como la tradizione della Giubiana assue dei tratti molto particolari, perchè non viene immolata alle fiamme una delle tante vecchine malefiche da cui ci mettono in guardia i racconti popolari, bensì una giovane donna accusata di alto tradimento e stregoneria.

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(La festa in piazza, ai piedi della chiesetta medioevale di S.Paolo)

Le origini della leggenda

Le leggende relative all’ultimo giovedì di gennaio (guarda caso, quest’anno sarà anche il giorno del mio compleanno, quindi fatemi gli auguri!!!) sono state tramandate oralmente da generazioni di contadini, perciò non abbiamo fonti scritte al riguardo e l’origine del nome è andata perduta.

Gli studiosi hanno tentato di riscoprire l’etimologia del termine formulando alcune teorie: la festività potrebbe derivare da un antico culto in onore di Giunone (da qui il nome Joviana), oppure potrebbe essere stata un rito in onore di Giove, a cui tra l’altro è stato dedicato il giorno settimanale del giovedì. Quest’ultima soluzione permetterebbe di far derivare il nome dal dio latino Jupiter-Jovis, da cui l’aggettivo Giovia e, successivamente, Giobia, strettamente collegato alle feste contadine di inizio anno per propiziare le forze della natura e ottenere un buon raccolto.

Si tratta di mere supposizioni, perciò non possiamo affermare nulla con certezza; certo è che la notte della Giubiana coincide con la festività romana delle Ferie Sementive, che segnavano la fine del periodo della semina.

Per quanto riguarda le credenze popolari canturine, non sappiamo con certezza in quale periodo la Giubiana tradì la cittadella. Forse la leggenda nacque nel XIV secolo, durante uno scontro tra comaschi e milanesi in cui Canturium (il nome medioevale della città) era alleata con questi ultimi. Alcuni invece sostengono che la vicenda si sia verificata nel corso di un’invasione del territorio canturino da parte dei Visconti in cui i Grassi, signori della città, furono spodestati.

La bella castellana potrebbe non essere mai esistita: i canturini, in seguito ad un’umiliante sconfitta in battaglia, avrebbero potuto incolpare una fanciulla inesistente. Siamo nell’epoca della caccia alle streghe e non era raro accusare una donna di avere provocato le sventure di una città.

La Giubiana di generazione in generazione

Fino a qualche decennio fa ogni famiglia, soprattutto se di origini contadine, allestiva un piccolo rogo casalingo in giardino. L’antico rito pseudo-pagano era anche un’occasione per liberarsi dei rifiuti: i roghi infatti erano composti soprattutto dalle sterpaglie che aveano invaso i campi durante l’inverno, truccioli, foglie secche, bucce delle arance consumate a Natale o di patate, fogli di carta e cartone impossibili da riciclare, gusci di noce, stracci.

Stiamo parlando di un’epoca in cui non si buttava via nulla perciò si trattava di roghi di piccole dimensioni, ma i ragazzi di allora non volevano rinunciare ad una serata di festa e si divertivano un sacco nel corso dei preparativi.

Una decina di anni fa, tornando a casa dalla grande manifestazione organizzata nel cetro del paese, era possibile osservare un piccolo fuocherello in ogni giardino. Oggi purtroppo i carabinieri sono diventati molto severi al riguardo e gli anziani, gli ultimi “fuochisti” rimasti, devono (o dovrebbero) accontentarsi del rogo nella piazza principale della città.

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(Un cumulo di sterpaglie)

La morte di una strega

La vera festa non si svolge nei giardini delle abitazioni ma nella piazza principale della città, dove i paesani si raccolgono per assistere all’esecuzione.

Il fantoccio a Cantù non è di paglia come nelle altre città, bensì un avvenente manichino femminile donato da una generosa boutique. Le vesti del fantoccio cambiano ogni anno: abbiamo avuto Giubiane di alta moda, in blue jeans, in sontuosi abiti d’epoca o la sobria tunica di sacco della condannata a morte. Da piccola giocavo con le altre bambine ad indovinare il colore dei capelli e il vestito che avrebbe indossato.

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(una Giubiana bionda e impellicciata esposta presso il Basket Point di Cantù, Gennaio 2010)

Qualche giorno prima dell’evento, la strega viene esposta nella vetrina del negozio ufficiale della squadra di basket della città (anche se nel Medioevo si utilizzava la crudele gogna), mentre i ragazzi e i pompieri costruiscono la pira.

Quando giunge la notte fatidica, la Giubiana viene condotta in piazza su un carro, scortata da un corteo in costume in cui figurano, oltre alle immancabili damigelle medioevali, degli armigeri, un frate e un boia. Il momento è solenne e il manichino viene fissato in cima alla pira con un agghiacciante rullo di tamburi. Prima di appiccare il fuoco, viene recitata a gran voce il testo di un’ipotetica condanna a morte.

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(Una Giubiana vestita di rosso condotta in piazza dagli aguzzini)

Il rogo viene incendiato sotto lo sguardo dei canturini sadicamente eccitati. Se il fuoco attecchirà bene e il manichino brucerà velocemente, l’anno appena iniziato sarà fortunato per tutti, altrimenti saranno guai seri per il raccolto (ehm ehm, sarebbe meglio dire per le aziende padronali, visto che i campi coltivati si contano sulla punta delle dita) …

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(Lo scontento dei paesani nel 2008: la sagoma in plastica del manichino non è stata consumata dalle fiamme)

Incenerito il fantoccio, canturini assistono ad uno spettacolo pirotecnico e mangiano il tradizionale risotto con la salsiccia offerto dal comune, incuranti di avere assistito alla simulazione di un omicidio. Morire sul rogo è terribile, infatti il condannato può solo sperare di perdere i sensi a causa del fumo prima di essere ustionato dalle fiamme. i miei concittadini dovrebbero riflettere prima di cedere all’aspetto ludico della festicciola.