“Otello” al teatro Elfo Puccini di Milano

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Dal 27 aprile al 20 maggio è in scena presso il teatro Elfo Puccini di Milano Otello di William Shakespeare, regia di Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli. Lo Sbuffo ha già affrontato le caratteristiche della tragedia dell’affascinante moro di Venezia qui.
Otello è una tragedia che racconta la cieca gelosia che può insinuarsi all’interno della coppia e il male ingiustificato e diabolico impersonato da Iago, che non spiegherà mai le ragioni del suo odio profondo per il moro. L’opera tratta inoltre di razzismo, perché il protagonista, nonostante i suoi meriti, non sarà mai pienamente accettato a Venezia, e di misoginia, poichè Iago disprezza profondamente tutti i personaggi femminili in quanto donne.
La scenografia di Roberta Monopoli è minimalista e lascia allo spettatore il compito di immaginare i canali di Venezia e le vie dell’isola di Cipro, infatti è stato realizzato un “palcoscenico sul palcoscenico” costituito da teloni opachi e semitrasparenti, di cui gli attori cambiano la posizione mediante delle corde, come se fossero dei macchinisti. Si tratta di una scelta suggestiva che, secondo gli artisti, evocherebbe le emozioni dei personaggi. E’ stato particolarmente singolare il momento in cui l’ondeggiare dei teloni trasparenti sospesi in aria ha simulato la tempesta che ha distrutto la flotta turca. Altri elementi della scenografia sono una scala, su cui gli attori si arrampicano agilmente, e delle pedane, spostate sul palcoscenico dagli artisti al termine di ogni scena. Le luci hanno svolto un ruolo fondamentale, ricreando un’ambientazione di chiaro scuro.
La traduzione di Ferdinando Bruni si discosta dall’originale in inglese soprattutto perché sono stati inseriti parolacce e turpiloqui. Nel 1606 con la Profanity act vennero depurate tutte le numerose bestemmie presenti nell’opera, in particolare quelle pronunciate da Iago; probabilmente il traduttore ha voluto rievocare la prima versione, andata perduta. Il testo è moderno e scorrevole, in alcuni tratti simile al parlato, ma non per questo meno impegnativo: sono stati infatti mantenuti il ritmo lento e la profondità dei monologhi che rendono l’ascolto difficoltoso per un pubblico poco esperto. E’ singolare notare come sia stato mantenuto il testo in inglese della canzone intonata dai soldati ubriachi, per non perdere l’originale musicalità del testo. Sono state inserite alcune battute dal sapore moderno, come quando Desdemona flirta con Otello e alcune frasi pronunciate dal buffone.
Quest’ultimo personaggio in particolare è stato costruito con originalità poiché è caratterizzato da alcune movenze tipiche dell’Arlecchino, sebbene tale caratteristica sia evidente solo agli esperti conoscitori della Commedia dell’Arte.
I costumi sono moderni, ma non appartengono ad alcuna epoca in particolare. Le divise dei soldati sono costituite da giacca, pantaloni e fucile anziché spade, Desdemona è un’elegantissima fanciulla in tacchi e abiti lunghi sino al polpaccio, Bianca è una carnale odalisca vestita di rosso. I soli indumenti che rievocano l’epoca in cui è ambientata la tragedia sono quelli del padre di Desdemona.
Il fazzoletto che incrimina Desdemona compare in scena sin dall’inizio, infatti la ragazza esibisce orgogliosa il primo dono ricevuto da Otello. Per evidenziare il suo ruolo centrale nella vicenda è stato scelto un fazzolettone enorme e dai colori sgargianti, riccamente decorato e dai tessuti preziosi.
La rumoristica di sottofondo colpisce lo spettatore nel profondo, evocando il pathos nelle scene cruciali. Si tratta di rumori cupi e sinistri, proprio come la tragedia messa in scena.
Lo spettacolo dura tre ore intervallo escluso, pertanto avrebbero dovuto iniziare la rappresentazione prima delle venti e trenta, per consentire ai visitatori che non abitano nelle vicinanze di rincasare in tutta calma. Fatta eccezione per questo piccolo problema organizzativo, l’opera è stata un successo.

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Sogno, amore e magia in “Sogno di una notte di mezza estate”

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In accordo con il tema del mese, il sogno, appare doveroso dedicare due righe a Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare. Si tratta di una commedia che parla d’amore, composta inizialmente per i banchetti di nozze aristocratici portata in scena in rappresentazioni private, fin quando al termine di un periodo di peste fu presentata anche al grande pubblico con l’aggiunta del secondo dei due finali che caratterizzano l’opera.

In assenza di rappresentazioni a Milano, vi proponiamo la lettura del testo su LiberLiber e la visione di un omonimo film del 1999, disponibile su Youtube, anche se l’analisi che segue si riferisce ad un’opera teatrale.

La trama è molto complessa in quanto si intrecciano tre storie parallele. La prima riguarda il magico mondo delle fate, in cui prevale il linguaggio delle canzoni, delle filastrocche e delle formule magiche; è qui protagonista il bisticcio tra Titania, la regina delle fate, e Oberon, il re degli elfi.

La seconda è relativa agli intrighi amorosi di quattro giovani ateniesi, i cui equilibri sentimentali vengono stravolti a causa di un incantesimo maldestro; ora lo stile prevalente è quello della lirica d’amore.

Infine troviamo una compagnia di attori strampalati, che rappresentano la tragedia di Piramo e Tisbe mediante una buffa parodia di versi aulici.

Un tema fondamentale è la magia, essenziale per creare le intricate situazioni in cui si trovano i personaggi. La magia rappresenta l’onnipotente forza dell’amore, che ha sedotto i personaggi mediante il nettare di un fiore magico.

Il sogno è un elemento centrale, che compare sin dall’inizio dell’opera nelle parole di Hippolyta:

Quattro giorni faran presto a svanire con le lor notti, e queste a dileguarsi coi loro sogni; e la novella luna come un arco d’argento teso in cielo salirà a contemplare sulla terra la notte dei solenni nostri riti.

I personaggi menzionano continuamente i sogni nel testo, è particolarmente interessante la canzone che le fate intonano per fare addormentare la loro regina Titania:

Filomela, tu, carina/ culla il sonno alla regina/ con la melodiosa canna, /ninna nanna, ninna nanna. /Dal suo sonno lunge sia /ogni male, ogni malia, /dolce sia del sonno l’ora /all’amabile signora.

Il tema del sogno si presenta specialmente quando i personaggi tentano di dare una motivazione agli eventi assurdi che si verificano, più volte, nella notte in cui si svolge l’azione: Bottom, in particolare, sostiene che gli avvenimenti sovrannaturali che gli sono capitati, siano in realtà semplici sogni.

Shakespeare analizza il modo in cui nel sogno il tempo sembra scorrere diversamente rispetto alla vita reale e come nella dimensione onirica possa accadere l’impossibile. Il Bardo estende tali condizioni anche alla commedia, in particolare quando Puck, al termine dell’opera, chiede al pubblico di considerare lo spettacolo cui ha appena assistito come se fosse un sogno, nel caso in cui non gli sia piaciuto.

“La bisbetica domata”, misoginia cinquecentesca al teatro Carcano

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Al Teatro Carcano è in scena dal 7 al 18 febbraio 2018 La bisbetica domata, una delle prime commedie e certamente la più rappresentata di William Shakespeare, regia di Andrea Chiodi.

La trama, condita con le gag più comiche e irriverenti che una mente cinquecentesca possa concepire, è tutta da ridere. Un ricco gentiluomo di Padova ha due figlie: Caterina, la maggiore, è celebre in tutta la città per il suo caratteraccio indomabile pertanto non ha alcun corteggiatore, Bianca, la più giovane, è celebrata per la propria grazia ed è dunque contesa da diversi galantuomini. L’uomo decide che Bianca potrà sposarsi solamente dopo che Caterina avrà trovato marito, in modo tale da garantire un matrimonio anche alla figlia più grande. Solo Petruccio, un giovane a caccia di dote più che di amore, decide di sfidare il caratteraccio di Caterina sposandola ed escogita uno stratagemma per domarla.

L’opera tratta il rapporto di coppia e l’amore nel cinquecento: padri che detengono il potere assoluto sulle figlie, donne desiderate solo per la dote, sottomissione della moglie al marito, violenza all’interno della coppia, in una parola misoginia. Sarebbe stato impossibile rappresentare un’opera simile ignorando la matrice cinquecentesca, così il regista ha deciso di lasciare l’impronta dell’epoca. Innanzi tutto il cast è composto da soli uomini, proprio come nelle compagnie teatrali all’epoca di Shakespeare; ciò non è affatto un limite per la riuscita dello spettacolo, perché a teatro l’attore non deve necessariamente assomigliare al personaggio. Ciò non accade invece nel cinema hollywoodiano, dove la protagonista è sempre impersonata da una bella ragazza, il belloccio di turno da Brad Pitt o Johnny Depp, il bambino da un ragazzino e via discorrendo. Scegliere degli uomini per i ruoli femminili ha reso tali figure più grottesche, offrendo così l’occasione per criticare implicitamente la misoginia dell’epoca. Altri elementi cinquecenteschi sono i costumi: non si tratta propriamente di riproduzioni di indumenti d’epoca, infatti solo alcuni elementi del vestiario richiamano il periodo storico. Ecco così che i personaggi maschili indossano per esempio una giubba e i jeans. Lo sfondo di una scena infine è un quadro d’epoca raffigurante una scena di caccia.

La misoginia è evidente non solo nel testo shakespeariano, ma anche nelle scelte del regista nella costruzione delle figure femminili, chiaramente con lo scopo di condannare tale concezione della donna. Bianca è bella e composta, ma muta. Solo una volta apre bocca, scatenando la sorpresa dei suoi interlocutori e, di conseguenza, le risa del pubblico. Si tratta di un personaggio piatto, privo di spessore psicologico, il cui unico scopo è rappresentare lo stereotipo dell’ideale di donna cinquecentesca. Caterina risulta più simpatica proprio perché è bisbetica, il pubblico tifa per lei quando Petruccio tenta di soggiogarla e resta deluso quando assiste al monologo finale, in cui la fanciulla afferma la propria sottomissione al marito. Anche Caterina tuttavia è un personaggio vuoto, infatti a Shakespeare non interessa indagare la sua psicologia e le cause del suo caratteraccio. Ci penserà l’attore, con la mimica, a dar voce ai sentimenti della bisbetica domata. Caterina è inizialmente una donna animalesca e spesso si esprime con versi scomposti e irriverenti; una volta domata argomenterà con eloquenza in favore della sottomissione della donna al marito, imparando l’arte della parola. Caterina dunque abbraccia la mentalità patriarcale, adotta la retorica maschile e si sottomette a Petruccio per ricavarne un solo misero vantaggio: essere la regina del focolare.

Nonostante Petruccio risulti vincitore e brilli per la propria astuzia, il pubblico non può che provare disprezzo per la sua brutalità. Al regista non serve trasformarlo in un personaggio caricaturale, sono sufficienti i fatti a renderlo odioso.

Ne La bisbetica domata troviamo, come in Amleto, un caso di metateatro, infatti la vicenda di Caterina è un’opera teatrale messa in scena all’interno di un’altra storia, che le fa da cornice. Un ubriacone addormentato per strada viene trasferito in una sontuosa reggia e, al suo risveglio, viene convinto di essere un signore che ha dormito per anni. A tale personaggio viene proposto di assistere alla commedia della bisbetica domata.

Le scenografie di Matteo Patrucco sono minimaliste, infatti sono composte semplicemente da un paio di impalcature di ferro che gli attori spostano sul palcoscenico mediante delle ruote. Compare inoltre un’altalena in alcune scene. Magistrale la scena di incontro-scontro in cui Petruccio tenta di sedurre Caterina: i due duellano con pallina e mazza da baseball.

Le musiche di Zeno Gabaglio sono straordinarie, spesso infatti la recitazione è interrotta da canzoni allegre, cantate dagli stessi attori. I due tempi in cui è stata divisa la commedia dall’intervallo sono introdotti dal suono di un violino, suonato da Bianca.

L’aspetto più curioso della rappresentazione riguarda i costumi di Ilaria Ariemme, infatti ogni personaggio aveva cucito sulla schiena il proprio nome e un numero, come se fosse uno sportivo. Naturalmente, Caterina era la numero uno.

“Romeo e Giulietta”, amore e morte a teatro

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Romeo e Giulietta è una delle più celebri tragedie Shakespeariane e tutti hanno recitato almeno una volta il verso “o Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?”, spesso senza essere nemmeno in grado di terminare la battuta di Giulietta. L’opera è stata composta tra il 1594 e il 1596 ed è stata interpretata da numerosi registi teatrali e cinematografici.

E’ risaputo che la vicenda inizia con due famiglie in disaccordo e termina con il suicidio dei protagonisti, ma è interessante ripercorrere ciò che porta alla tragica fine dei due amanti. A Verona, nel Basso Medioevo,  due benestanti famiglie, i Montecchi e i Capuleti, si scontrano da generazioni ed è proprio con uno scontro cittadino che si apre la tragedia. Benvolio, un Montecchi, si ritrova coinvolto suo malgrado, mentre tentava di sedare la faida. Interviene il Principe di Verona, il quale placa gli animi dei combattenti e dichiara che, da quel momento in poi, avrebbe condannato a morte chiunque fosse stato scoperto a combattere. I capofamiglia dei Montecchi chiedono a Benvolio di scoprire cosa affligge il loro primogenito Romeo. L’impresa non è difficile: l’adolescente ha il cuore infranto perché la bella Rosalina ha fatto voto di castità e non può ricambiare il suo amore. Benvolio propone a Romeo di introdursi ad una festa dei Capuleti per confrontare Rosalina con altre dame e distrarsi dalle sofferenze d’amore.

Quella sera tuttavia Romeo dimentica Rosalina perché si innamora perdutamente di Giulietta, primogenita dei Capuleti ma destinata al giovane Paride. Romeo e Giulietta si scambiano un bacio prima di scoprire le rispettive identità, nel frattempo Tebaldo riconosce e sorveglia Romeo, ma non può cacciarlo per volere dello zio, che teme per la serenità dei suoi ospiti. Termina qui il primo atto.

Il secondo atto si apre con la celebre scena del balcone. Romeo si intrufola sotto il balcone di Giulietta e ascolta la ragazza ragionar d’amore, dichiarando i propri sentimenti per lui e temendo l’opposizione delle famiglie. Romeo sceglie allora di mostrarsi e dichiararsi. Giulietta decide di inviare un messaggero all’amato per farsi comunicare dove e quando celebrare il matrimonio. Il giorno seguente Romeo si reca da Frate Lorenzo per convincerlo a celebrare la funzione. Il religioso acconsente, sperando che l’unione dei due giovani possa riappacificare le loro famiglie. Giulietta invia dunque a Romeo la propria nutrice, cui il giovane confida il proprio piano: Giulietta dovrà recarsi da Frate Lorenzo per la confessione, così potrà essere celebrato il matrimonio, dopodiché Romeo raggiungerà Giulietta nelle stanze della fanciulla mediante una scala data in custodia alla balia.

L’inizio del terzo atto prevede che Tebaldo vada in cerca di Romeo per sfidarlo a duello, ma il giovane sposo non vuole scontrarsi in quanto ormai è sposato con Giulietta. Mercuzio avanza per difenderlo ma resta ucciso, così Romeo si vendica trafiggendo Tebaldo. I Capuleti chiedono al Principe la condanna a morte di Romeo, ma siccome Mercuzio era parente del sovrano e Romeo ha agito per vendicare un amico, viene semplicemente emessa una sentenza di esilio e entrambe le famiglie vengono multate. Giuliettà è disperata per la morte del parente Tebaldo e per la condanna del marito, la nutrice tuttavia la rassicura dicendole che Romeo è nascosto da Frate Lorenzo e le promette di andare a trovarlo. Romeo e Giulietta dormono insieme, ma al mattino seguente il giovane Montecchi deve partire per Mantova. Nel frattempo i Capuleti organizzano il matrimonio tra Giulietta e Paride; la ragazza inizialmente si rifiuta e il padre minaccia di diseredarla, ma acconsente alle nozze quando scopre che la nutrice non è più sua segreta alleata e che la madre sta progettando di vendicarsi di Romeo.

Nel quinto atto Giulietta esegue l’astuto piano di Frate Lorenzo per ricongiungersi a Romeo: la fanciulla beve un filtro che la fa giacere come morta e viene seppellita nella tomba dei Capuleti; al suo risveglio potrà riabbracciare Romeo. Frate Lorenzo invia Frate Giovanni da Romeo per avvisarlo dello stratagemma.

Nel quinto atto un terribile ostacolo impedisce a Frate Giovanni di recapitare il messaggio: la città di Mantova è in quarantena per un’epidemia di peste e nessuno può accedervi. Dopo aver appreso del funerale di Giulietta dal servo Baldassarre, Romeo acquista del veleno e, dopo aver raccontato tutta la storia al padre in una lettera, parte per Verona per suicidarsi accanto al corpo di Giulietta. Giunto al sepolcro, romeo si scontra e uccide Paride, che ha stava portando dei fiori sulla tomba della promessa sposa. Prima di morire, Paride chiede di essere seppellito accanto a Giulietta e Romeo acconsente. Romeo beve il veleno e si suicida sul corpo di Giulietta. Frate Lorenzo giunge sulla scena e, vedendo che Giulietta sta per svegliarsi, cerca di convincerla a fuggire, ma la giovane vede il corpo di Romeo e, dopo averlo baciato nella speranza di morire avvelenata, si trafigge con il pugnale dello sposo.

Giungono i genitori degli sposi e il Principe, cui Frate Lorenzo rivela il matrimonio segreto; la lettera di Romeo testimonia la celebrazione delle nozze. Commosse e addolorate, le due famiglie si riappacificano e decidono di seppellire insieme i due innamorati.

Nel 1597 fu pubblicato un volumetto in-quarto, privo di indicazioni relative all’autore e all’editore, contenente la tragedia. Si tratta di un’edizione abusiva, nata da una ricostruzione mnemonica di una rappresentazione teatrale, colma di omissioni, aggiunte e manipolazioni (specie di riassunti e parafrasi) e pertanto dotata di scarso valore testuale. Le numerose didascalie relative ai movimenti di scena sono invece una preziosa testimonianza per quanto riguarda la storia del teatro. Nel 1599 fu pubblicata invece una seconda edizione, priva di una divisione in scene e colma di errori, ma che nonostante ciò rappresenta la versione più autorevole di Romeo e Giulietta.

Una tragica vicenda di amanti compare già nella letteratura classica nei testi di Senofonte e nelle Metamorfosi di Ovidio, in cui i protagonisti si chiamano Piramo e Tisbe. Nel Novellino di Masuccio Salernitano viene narrata la storia di Giannozza e Mariotto da Siena, che Luigi da Porto sessant’anni più tardi riscrive come Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti, trasferendo la vicenda a Verona e battezzando i due amanti Romeo Montecchi e Giulietta Cappelletti. I cognomi dei due personaggi ricompaiono nel canto VI del Purgatorio di Dante, dove appartengono a due famiglie rivali, una guelfa e una ghibellina. Nel 1542 comparve un adattamento francese di Adrien Sévin, pubblicato successivamente a Venezia, è fu ripresa dal Bandello nelle Novelle; la sua versione, con ampi cambiamenti, fu tradotta in francese da Pierre Boaistuau. Shakespeare non lesse tali opere, conosceva solamente le due traduzioni inglesi dell’opera di Boaistuau, un poemetto di Arthur Brooke su Romeo e Giulietta e un racconto di William Painter. Nonostante il tema fosse molto popolare, solo Shakespeare ha saputo elevare al mito la vicenda di Romeo e Giulietta.

Shakespeare piegò il materiale narrativo del poema alle esigenze della comunicazione teatrale, operando su di esso con la tecnica già collaudata nei primi drammi storici: la vicenda, che nel poema copre un periodo di nove mesi, nella tragedia viene concentrata in soli cinque giorni, in un incalzare di avvenimenti che non offrono respiro ai protagonisti e che danno allo spettatore l’impressione che sia in atto un meccanismo fatale, che travolge ogni possibilità di controllo del destino. Tale scelta di gestione della cronologia ha comportato alcune modifiche: Tebaldo compare sin dalla prima scena, e Paride compare sin dalla seconda scena, inoltre gli sposi giacciono insieme una sola notte. Nell’opera teatrale assume un rilievo maggiore la dimensione pubblica e politica della rivalità tra le due famiglie (sin dalla prima scena assistiamo allo scontro, prima comico e poi drammatico, tra le due fazioni rivali) e viene attribuito ampio spazio ai personaggi della nutrice e di Mercuzio.

L’opera attraversa tutti i registri, dal più rozzo al più raffinato e lirico. L’opera tratta un amore limpido e puro, dalle tinte neoplatoniche, in cui il rapporto carnale passa in secondo piano (i due amanti giacciono insieme una sola volta). Le faide cittadine evocano le lotte, dettate soprattutto da motivi religiosi, che animavano le strade ai tempi di Shakespeare e il personaggio del Principe ricorda Macchiavelli e il machiavellismo diffuso in Inghilterra all’epoca del Bardo.

 

Fonti:

http://www.oilproject.org/lezione/riassunto-romeo-e-giulietta-william-shakespeare-trama-12554.html

http://lafrusta.homestead.com/rec_shakespeare_romeo_giulietta.html

Shakespeare, Romeo e Giulietta, Oscar Mondatori, 1997

 

Credits:

http://events.veneziaunica.it

 

 

 

“Romeo e Giulietta” firmato Mediaset

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Premium Play propone agli abbonati una miniserie relativa a Romeo e  Giulietta del 2014, prodotta dalla Mediaset e andata in onda su Canale 5. Inizialmente sembrava un prodotto interessante soprattutto per il cast (Alessandra Mastronardi nei panni di Giulietta e Elena Sofia Ricci in quella della balia, entrambe celebri attrici de I Cesaroni), invece si è rivelato uno squallido sceneggiato per casalinghe, assolutamente privo di coerenza con il testo shakespeariano.

La trama non si discosta nei passaggi principali da quella del bardo: i figli di due famiglie in lotta tra loro si innamorano ad una festa e si sposano di nascosto, dopodiché muoiono svariati personaggi in seguito al conflitto, per l’uccisione di Tebaldo in particolare Romeo è costretto a fuggire in esilio; Giulietta beve un filtro per simulare la morte e ricongiungersi con l’amato ma Romeo la crede realmente morta e si uccide, di conseguenza Giulietta si toglie la vita con un pugnale.

Per creare una miniserie della durata complessiva di tre ore e suddivisa in due puntate, la trama è stata ingarbugliata con una miriade di aggiunte, modifiche, scene strappalacrime e molto altro ancora, con lo scopo di mantenere incollate al piccolo schermo il maggior numero possibile di signore e signorine amanti delle storie d’amore impossibili.

Innanzi tutto Giulietta ha una sorella maggiore che inizialmente era promessa a Paride prima che questi si invaghisse di Giulietta e la volesse a tutti i costi. La fanciulla si infurierà con Giulietta per essere stata rifiutata e si congederà dalla famiglia ma, affranta dal dolore, perdonerà la sorella quando questa simulerà la morte. Nemmeno Romeo è figlio unico come nella tragedia del Bardo: suo fratello minore è il narratore della vicenda e gli porterà la notizia della morte di Giulietta.

Ad un certo punto della vicenda inoltre Giulietta informa la famiglia di essere sposata con Romeo, dopo aver dichiarato a pranzo il proprio innamoramento ed essersi rimangiata la parola. La famiglia decide di farla sposare comunque con Paride, mostrandosi inflessibile e crudele. Anche Romeo si confida con il fratello minore, che tuttavia non rivela niente ai genitori. Tutto ciò complica ulteriormente la trama trasformando una delicata tragedia d’amore in una telenovela in perfetto stile Beautiful.

Per giustificare tre ore di spettacolo, Mercuzio e la Balia hanno una personalità più articolata: il primo ha il cuore infranto e sfida la morte in una serie di giochetti spericolati (il veleno con cui Romeo si è ucciso gli è stato proprio consegnato dall’amico, che avrebbe voluto usarlo su di sé); la seconda non è stata sposata dall’uomo che amava quando è rimasta incinta e la bambina è morta poco dopo la nascita. Per rendere ulteriormente più tragica la trama, Giulietta è presente all’uccisione di Tebaldo.

Come in ogni serie televisiva drammatica sono presenti anche degli antagonisti che il bardo non aveva reso poi così crudeli, si tratta dell’egoista Paride, che vuole sposare Giulietta contro la sua volontà, e Madonna Capuleti, insensibile alla volontà della figlia.

La tragedia si prolunga per alcuni giorni in più rispetto alla durata dell’opera del Bardo e Romeo e Giulietta giacciono insieme due volte anziché una, inoltre la vicenda è ambientata a Trento in pieno inverno al posto di Verona. Molte caratteristiche della trama lasciano intendere che lo spettacolo è ambientato nell’Alto Medioevo, invece gli edifici in cui si svolgono le riprese appartengono al Basso Medioevo. Infine Romeo e Giulietta sono due ventenni anziché due adolescenti, ma tale scelta è stata effettuata anche in opere cinematografiche di qualità per offrire al pubblico degli attori esperti.

In seguito a queste consistenti modifiche il testo non è fedele alla tragedia salvo per quanto riguarda le battute più celebri, che comunque non sono stati tradotti in maniera fedele al testo per privilegiare uno stile più simile alla lingua moderna. Nemmeno le celebri battute pronunciate da Giulietta sul balcone sono sopravvissute alle grinfie degli sceneggiatori.

Per soddisfare un pubblico poco abituato alla qualità sono state aggiunte delle scene molto scontate, come un segugio che da la caccia a Romeo prima che questi possa raggiungere il balcone, lo scoppio di un improvviso temporale quando Romeo apprende del suicidio di Giulietta durante l’esilio, fiamme al rallentatore mentre Giulietta scende una scalinata durante il primo incontro tra i due innamorati.

Per saziare le casalinghe più incallite, sono stati aggiunti una colonna sonora di archi molto tragica e delle piccanti scene di Romeo a torso nudo.

Il giudizio complessivo è pessimo, la tragedia originale è stata stuprata e data in pasto alla televisione di basso consumo. Spero che uno spettatore saggio sappia individuare le cadute di stile e gli errori dello sceneggiato e che si dedichi anche alla visione della vera arte di Shakespeare.

 

Il teatro all’epoca di Shakespeare

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Articolo pubblicato su Lo sbuffo

Il teatro all’epoca di Shakespeare era molto diverso da come lo concepiamo noi oggi.

Innanzi tutto le tragedie venivano considerate opere più elevate rispetto alle commedie, mentre attualmente siamo in grado di apprezzare anche il valore di opere dal contenuto basso. Anche la poesia veniva considerata superiore alla prosa. Quest’ultima infatti sembrava più facile da scrivere e da comprendere, non aveva regole fisse da seguire (come quelle metriche), non era irrigidita in uno schema tradizionale e generalmente trattava argomenti volgari, quotidiani. Anche oggi è diffuso il pregiudizio che la poesia sia per persone colte e la prosa per lettori meno istruiti. Il canone classico divide la tragedia dalla commedia, che in Shakespeare tuttavia si uniscono nella tragicommedia, una forma teatrale consapevole del fatto che nella vita come nella finzione possono verificarsi sia avvenimenti tristi sia eventi comici. Il teatro tende a rappresentare l’esistenza come luogo delle contraddizioni, ma anche la vita stessa è finzione e illusione, proprio come il teatro.

Shakespeare faceva uso del blank verse, vale a dire del pentametro giambico, che nelle nostre traduzioni in italiano non riusciamo mai ad apprezzare. La metrica era molto stretta nel blank verse, il ritmo serrato. Si faceva inoltre scarso uso delle rime.

Shakespeare visse a cavallo tra il XVI secolo e il XVII secolo, nel Rinascimento inglese, che fu tardivo rispetto a quello italiano. In questo periodo nacque la New philosophy: venivano tradotti testi greci e latini, anche se non dagli originali, e emergevano nuove opere tecnico-scientifiche come quelle di Francis Bacon, che si basava sul metodo scientifico, sull’osservazione empirica e sulla deduzione anziché sulla teologia. Venivano creati nuovi strumenti e tecniche ed era in corso il periodo delle grandi esplorazioni. I valori del passato vennero rivisitati, infatti emerse la figura del condottiero, del grande individuo della storia portatore di innovazione e verità e viene meno l’ideologia della provvidenza. Era il periodo della dinastia dei Tudor, garante della nuova riforma. Giacomo I fece tradurre la Bibbia, rendendola testo fondamentale dello stato inglese: l’Authorized version non fu la prima traduzione, ma era quella ufficiale. Era un periodo di conflitti irrisolti tra vecchi e nuovi valori: da una versione chiusa e cristiana ci si avvicinava a una più laica e machiavellica, basata su meccanismi di astuzia e di potere. Figura molto importante nelle opere di Shakespeare era il re, che aveva una doppia caratterizzazione: per un certo verso era sacro, gli erano attribuiti persino poteri taumaturgici; dall’altro poteva commettere violenze ed errori.

In Italia il teatro era chiuso nelle grandi corti, in Inghilterra invece era allestito in strutture pubbliche da compagnie professioniste salariate, protette dal re. Non tutti tuttavia amavano il teatro: i dissenters, gruppi di protestanti estremisti, sostenevano che il teatro fosse luogo di corruzione e sovversione morale.

A teatro recitavano solamente uomini, interpretando anche parti femminili secondo una regola etico-sociale accettata da tutti in quanto la donna doveva occuparsi solamente della casa e dei figli. Per questo motivo però il teatro non era realistico e lo spettatore era molto più consapevole del suo carattere artificiale e illusorio rispetto ad oggi. Il pubblico era londinese e popolare, ma non basso, infatti assistevano alle rappresentazioni per lo più artigiani, marinai, mercanti, membri della piccola-media borghesia; era composto prevalentemente da uomini.

Bisogna tenere presente che all’epoca non esistevano strumenti di amplificazione, pertanto la voce era l’unico ausilio per raggiungere l’ultima fila e ciò comportava che gli attori dovevano avere una discreta forza fisica. Gli spettacoli si tenevano in luoghi aperti, raggiungibili dalla massa, dove si assisteva all’opera in piedi. Potevano verificarsi delle rappresentazioni riservate a personaggi più eminenti in luoghi chiusi. Il teatro del Bardo era il celeberrimo Globe, che purtroppo fu distrutto dal Great Fire del 1666. Il pubblico si disponeva su tre lati rispetto al palcoscenico e non esistevano intervalli, né alcuna suddivisione tra atti e scene. I ruoli non erano fissi: Shakespeare per esempio forniva i testi, era il regista ed proprietario della compagnia. La musica e il canto erano molto ricorrenti nelle rappresentazioni e la prosa non era codificata da regole, infatti si introducevano anche scene colloquiali, personaggi minori e momenti comici. La messa in scena era povera in quanto si trattava di teatro orale anziché di azione, inoltre era difficile realizzare una scenografia adatta ad un palco osservato da tre punti di vista. I costumi erano molto importanti, soprattutto perché gli uomini dovevano sembrare donne. La rappresentazione era solitamente preceduta da un’operetta di carattere comico chiamata gig. Si trattava di opere grottesche, buffe, in cui recitavano dei clown. Anche nelle opere tragiche si inserivano dei siparietti comici, come per esempio la scena dell’ubriacone nel Macbeth. Intorno al luogo fisico del teatro si svolgevano altre fonti di intrattenimento più basse e volgari come il gioco dell’orso: un orso veniva legato a un palo in modo da consentirgli di camminare solo in cerchio intorno ad esso, ma con le zampe libere, e gli venivano aizzati contro dei cani in modo da poter scommettere sul vincitore del combattimento.

Secondo Aristotele tre erano i principi per scrivere un’opera teatrale: unità di azione (l’opera deve avere uno sviluppo coerente), unità di tempo (il tempo dell’azione deve essere circoscritto, dodici o ventiquattro ore massimo in modo tale che tempo dell’azione e tempo della rappresentazione coincidessero), unità di luogo (che deve essere unico). Shakespeare rispettò solo l’unità d’azione, infatti senza varietà di luogo non avrebbe potuto trasportare l’azione in luoghi lontani e senza quella di tempo non avrebbe potuto diluire gli eventi negli anni, analizzando la crescita dei personaggi.

Non ci sono pervenuti manoscritti di Shakespeare, solo firme, probabilmente perché la carta al tempo era un materiale prezioso, deperibile e riciclato di continuo. Le opere erano scritte per essere messe in scena, non interessava la pubblicazione; i testi venivano diffusi solo dopo la rappresentazione. Le varie messe in scena sono testimoniate dagli Accounts of the master of revels, registri in cui venivano annotate le opere rappresentate. Gli stampatori volevano sfruttare la fortuna delle opere, perciò quando le opere diventavano famose cominciavano a pubblicarle anche senza il nome dell’autore. Shakespeare e gli autori in generale non avevano a che fare con la pubblicazione e gli stampatori, per ricostruire il testo, si servivano degli attori o dei ripetitori, per questo si parla di “inquarti pirata”. Il testo teatrale poteva essere modificato dallo stesso autore, per essere ridotto o tagliato per un pubblico di provincia. Nel ‘700 si cominciò a ricostruire le versioni originali secondo indizi filologici e linguistici, ma per molti anni si è ritenuto che le scene grottesche o a fini sessuali non fossero state scritte da Shakespeare perché ritenute immorali.

 

Fonti:
Appunti presi durante il corso di Letteratura inglese del prof. Pagetti, presso l’Università degli Studi di Milano

Macbeth, la tragedia di Scozia

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Macbeth è la più breve tragedia di William Shakespeare ed è stata composta tra il 1599 e il 1605. La prima rappresentazione avvenne nell’estate del 1606, in occasione della visita a Londra di re Crisitano IV di Danimarca; il teatro era solo uno deti tanti intrattenimenti previsti per l’occasione. Il Macbeth compare per la prima volta nell’infolio del 1623, tra Giulio Cesare e Amleto, successivamente nel 1673 in un inquarto, rispetto al quale il primo testo è stato modificato, e nel 1674, in un adattamento di un drammaturgo.

L’opera inizia nella brughiera scozzese del Basso Medioevo, quando tre streghe androgine e barbute decidono che il loro successivo incontro sarebbe dovuto avvenire in presenza di Macbeth. L’azione si sposta presso il re Duncan di Scozia, cui viene annunciato che Macbeth e Banquo sono risultati vincitori in battaglia; il protagonista viene lodato per le proprie doti militari. La scena cambia nuovamente e troviamo Banquo e Macbeth di ritorno dalla guerra che incontrano le tre streghe, ciascuna delle quali pronuncia una profezia: la prima saluta Macbeth con il suo titolo attuale, la seconda lo chiama Barone di Cawdor, la terza si rivolge a lui come re di Scozia. Banquo interpella le tre streghe e gli viene preannunciato che sarà il capostipite di una dinastia di regnanti. Sparite le tre streghe, un messaggero annuncia ai due guerrieri che Macbeth ha ottenuto il titolo di Barone di Cawdor, provocando in Macbeth l’ambizione di diventare re.

Macbeth scrive all’amata Lady Macbeth quanto gli è accaduto così, quando re Duncan decide di pernottare presso il castello dei coniugi, la donna ordisce un piano per ucciderlo e garantire il trono al marito. Inizialmente Macbeth è titubante ad agire, ma la moglie riesce a convincerlo e l’assassinio viene compiuto quella notte stessa. Lady Macbeth si dimostra risoluta e spietata nel dirigere le operazioni: incolpa del delitto le guardie addormentate davanti alla stanza del re cospargendole di sangue e facendo ritrovare presso di loro i pugnali insanguinati utilizzati per compiere l’omicidio.

MacDuff nutre dei sospetti nei confronti di Macbeth ma non si pronuncia apertamente contro di lui. Temendo di essere in pericolo, gli eredi fuggono all’estero così Macbeth ereditare il trono, ma non si sente al sicuro a causa della profezia per cui Banquo dovrebbe diventare padre di re. Macbeth fa uccidere così Banquo da un sicario nel corso di una cavalcata e tenta di eliminare suo figlio Fleance, ma invano. Nello stesso momento, nel corso di un banchetto,  il fantasma di Banquo tormenta Macbeth e il resto degli invitati si spaventa per le reazioni del re, costringendo Lady Macbeth ad intervenire.

Macbeth chiede consiglio alle streghe, che interpellano gli spiriti: una testa armata consiglia al sanguinario re di temere MacDuff, un bambino insanguinato confina che nessun nato da donna può recargli danno, un fanciullo incoronato rivela che Macbeth non sarà sconfitto finchè il bosco di Birnan non si muoverà verso Dusinane. Successivamente un corteo di otto spiriti discendenti di Banquo fanno cadere Macbeth nella disperazione.

Macbeth invia dei sicari presso il castello di MacDuff per ucciderlo, ma questi è assente, così i suoi scagnozzi eliminano la moglie e i figli dell’uomo. Lady Macbeth inizia a manifestare i primi segni di follia.

Macbeth viene considerato da molti un tiranno e Malcolm, l’erede al trono legittimo, e MacDuff conducono un esercito contro il castello di Dusinane, ordinando ai soldati di tagliare i rami degli alberi e trasportarli con sé per mascherare il proprio numero, realizzando così involontariamente la profezia delle streghe. Lady Macbeth si suicida lasciando il marito completamente solo.

MacDuff e Macbeth si scontrano a duello. Inizialmmente Macbeth pensa di non avere nulla da temere, poi scopre che MacDuff non è nato da donna in quanto sua madre ha subito un cesareo, pertando comprende che per lui è finita, ma decide di combattere sino alla fine.

La tragedia non è stata scritta nel periodo elisabettiano, ma in quello giacobino: Macbeth è dunque un jacobean play. Nel 1603 diventa re Giacomo I; a fine encomiastico, l’opera è ambientata in Scozia. La dinastia Stuart, cui appartiene Giacomo I, deriverebbe da quella di Banquo. Il re era interessato a stregoneria e demonismo, per questo nella tragedia compaiono tali componenti. La percezione che gli inglesi avevano degli scozzesi era ambivalente: da un lato il loro re era considerato colto, ma il popolo era giudicato rozzo. Nell’opera è presente un riferimento a una reale nave inglese, la Tiger, un fatto che suggerisce che l’autore attualizzò l’opera fino al momento della prima messa in scena.

Fonti di Shakespeare sono i Chronicles of England, Scotland and Ireland di Holinshed, una storia della Gran Bretagna pubblicata nel 1577. Da tale opera emerge che l’uccisione del re era una pratica che talvolta si verificava, ma certamente non comune, e che designare re il proprio figlio era tipico, ma non obbligatorio (infatti re Duncan deve confermare la propria volontà di lasciare il trono in eredità al figlio). Shakespeare interpreta e presenta la realtà della sua epoca, non inventa, ma attinge dalla storia. Usa un linguaggio teatrale di condensazione, i tempi sono abbreviati e i ritmi incalzanti.

Re Duncan è una figura quasi paterna, si fida ciecamente di Macbeth, che realizzerà la gravità dell’omicidio solo dopo averlo commesso. Il re è per Macbeth è sovrano, padre e ospite, pertanto il regicidio di Duncan è un crimine particolarmente grave.

L’elemento acustico nella tragedia è molto importante: le parole dei personaggi evocano grande sonorità,dal cielo si odono suoni terrificanti, le streghe urlano, nel castello si sentono voci… Emerge una dimensione apocalittica, qualcosa di terribile sta per accadere. Il tamburo ritma le scene di battaglia del primo e dell’ultimo atto.

La guerra circonda l’opera ma in scena ci sono pochi attori, anche per le scene caotiche. L’assassinio del re, avvenuto nella sua stanza, non avviene sul palcoscenico: è un atto troppo efferato per essere inscenato all’epoca, anche se viene rappresentato in altre opere.

La dannazione inizia per il protagonista nella scena di Lady Macbeth nel castello. Leggendo la lettera, la commenta e si affida al marito: è il primo monologo per il golden round, il cerchio d’oro, ossia la corona. Lady Macbeth si appella alle tenebre, l’immaginario deve prevalere e lei deve rinunciare alla sua femminilità. La consapevolezza di ciò è pesante, è una rinuncia necessaria ma non felice. Proprio dall’insistenza con cui parla della sua perduta femminilità, si capisce che la rinuncia è sofferta.

Una volta che il regicidio è compiuto il tempo sembra prendere due direzioni: da un lato si ferma, è bloccato dopo un episodio così grave; dall’altro l’azione comincia, il dramma vero si svolge dopo l’assassinio. Dopo il crimine si svolge l’unico momento comico della tragedia, il comic relief: il portiere del castello, ubriaco, barcolla davanti al portone. Questo momento è l’unico leggero e serve a distogliere per un attimo lo spettatore dalla tensione. Tuttavia quando sorge il sole le gerarchie sono ristabilite, bisogna fare i conti con le conseguenze della sovversione. L’omicidio viene scoperto e Macbeth e Lady Macbeth fingono orrore (forse lo provano realmente per le azioni commesse).

Macbeth non agisce per volere della moglie, sono corresponsabili e partecipi allo stesso modo. Lady Macbeth non gioisce di essere regina, ma è felice che il marito sia re. Prende il suo posto solo in un momento, quando egli vede lo spettro di Banquo: nell’unica scena in cui svolge una funzione regale difende il marito. Non è mossa unicamente da motivazioni personali, ma anche d’amore. Il suo personaggio è destinato a sparire: il destino di Macbeth è la solitudine, ha chiamato le tenebre sulla terra uccidendo e ora, solo, deve affrontarle. Macbeth è la tragedia in cui è più presente il soprannaturale. All’epoca si credeva alla dimensione soprannaturale, lo stesso re Giacomo la studiava. L’opera suscitava negli spettatori vera paura, l’atmosfera che si creava era terrificante. Tuttavia, il soprannaturale non determina l’azione. Le streghe fanno emergere il desiderio di potere e l’inconscio, ma la natura dell’eroe è già incline al crimine. L’azione è regolata dagli individui, gli eroi sono consapevoli e totalmente responsabili delle proprie azioni.

Secondo la tradizione la tragedia di Macbeth porta male e nel mondo del teatro esistono diverse scaramanzie al riguardo; secondo una di queste, non si deve mai nominare l’opera per nome, così viene spesso chiamata “La tragedia di Scozia”.

Fonti:

Letteratura inglese del prof. Pagetti, presso l’Università degli Studi di Milano