Macbeth, la tragedia di Scozia

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Macbeth è la più breve tragedia di William Shakespeare ed è stata composta tra il 1599 e il 1605. La prima rappresentazione avvenne nell’estate del 1606, in occasione della visita a Londra di re Crisitano IV di Danimarca; il teatro era solo uno deti tanti intrattenimenti previsti per l’occasione. Il Macbeth compare per la prima volta nell’infolio del 1623, tra Giulio Cesare e Amleto, successivamente nel 1673 in un inquarto, rispetto al quale il primo testo è stato modificato, e nel 1674, in un adattamento di un drammaturgo.

L’opera inizia nella brughiera scozzese del Basso Medioevo, quando tre streghe androgine e barbute decidono che il loro successivo incontro sarebbe dovuto avvenire in presenza di Macbeth. L’azione si sposta presso il re Duncan di Scozia, cui viene annunciato che Macbeth e Banquo sono risultati vincitori in battaglia; il protagonista viene lodato per le proprie doti militari. La scena cambia nuovamente e troviamo Banquo e Macbeth di ritorno dalla guerra che incontrano le tre streghe, ciascuna delle quali pronuncia una profezia: la prima saluta Macbeth con il suo titolo attuale, la seconda lo chiama Barone di Cawdor, la terza si rivolge a lui come re di Scozia. Banquo interpella le tre streghe e gli viene preannunciato che sarà il capostipite di una dinastia di regnanti. Sparite le tre streghe, un messaggero annuncia ai due guerrieri che Macbeth ha ottenuto il titolo di Barone di Cawdor, provocando in Macbeth l’ambizione di diventare re.

Macbeth scrive all’amata Lady Macbeth quanto gli è accaduto così, quando re Duncan decide di pernottare presso il castello dei coniugi, la donna ordisce un piano per ucciderlo e garantire il trono al marito. Inizialmente Macbeth è titubante ad agire, ma la moglie riesce a convincerlo e l’assassinio viene compiuto quella notte stessa. Lady Macbeth si dimostra risoluta e spietata nel dirigere le operazioni: incolpa del delitto le guardie addormentate davanti alla stanza del re cospargendole di sangue e facendo ritrovare presso di loro i pugnali insanguinati utilizzati per compiere l’omicidio.

MacDuff nutre dei sospetti nei confronti di Macbeth ma non si pronuncia apertamente contro di lui. Temendo di essere in pericolo, gli eredi fuggono all’estero così Macbeth ereditare il trono, ma non si sente al sicuro a causa della profezia per cui Banquo dovrebbe diventare padre di re. Macbeth fa uccidere così Banquo da un sicario nel corso di una cavalcata e tenta di eliminare suo figlio Fleance, ma invano. Nello stesso momento, nel corso di un banchetto,  il fantasma di Banquo tormenta Macbeth e il resto degli invitati si spaventa per le reazioni del re, costringendo Lady Macbeth ad intervenire.

Macbeth chiede consiglio alle streghe, che interpellano gli spiriti: una testa armata consiglia al sanguinario re di temere MacDuff, un bambino insanguinato confina che nessun nato da donna può recargli danno, un fanciullo incoronato rivela che Macbeth non sarà sconfitto finchè il bosco di Birnan non si muoverà verso Dusinane. Successivamente un corteo di otto spiriti discendenti di Banquo fanno cadere Macbeth nella disperazione.

Macbeth invia dei sicari presso il castello di MacDuff per ucciderlo, ma questi è assente, così i suoi scagnozzi eliminano la moglie e i figli dell’uomo. Lady Macbeth inizia a manifestare i primi segni di follia.

Macbeth viene considerato da molti un tiranno e Malcolm, l’erede al trono legittimo, e MacDuff conducono un esercito contro il castello di Dusinane, ordinando ai soldati di tagliare i rami degli alberi e trasportarli con sé per mascherare il proprio numero, realizzando così involontariamente la profezia delle streghe. Lady Macbeth si suicida lasciando il marito completamente solo.

MacDuff e Macbeth si scontrano a duello. Inizialmmente Macbeth pensa di non avere nulla da temere, poi scopre che MacDuff non è nato da donna in quanto sua madre ha subito un cesareo, pertando comprende che per lui è finita, ma decide di combattere sino alla fine.

La tragedia non è stata scritta nel periodo elisabettiano, ma in quello giacobino: Macbeth è dunque un jacobean play. Nel 1603 diventa re Giacomo I; a fine encomiastico, l’opera è ambientata in Scozia. La dinastia Stuart, cui appartiene Giacomo I, deriverebbe da quella di Banquo. Il re era interessato a stregoneria e demonismo, per questo nella tragedia compaiono tali componenti. La percezione che gli inglesi avevano degli scozzesi era ambivalente: da un lato il loro re era considerato colto, ma il popolo era giudicato rozzo. Nell’opera è presente un riferimento a una reale nave inglese, la Tiger, un fatto che suggerisce che l’autore attualizzò l’opera fino al momento della prima messa in scena.

Fonti di Shakespeare sono i Chronicles of England, Scotland and Ireland di Holinshed, una storia della Gran Bretagna pubblicata nel 1577. Da tale opera emerge che l’uccisione del re era una pratica che talvolta si verificava, ma certamente non comune, e che designare re il proprio figlio era tipico, ma non obbligatorio (infatti re Duncan deve confermare la propria volontà di lasciare il trono in eredità al figlio). Shakespeare interpreta e presenta la realtà della sua epoca, non inventa, ma attinge dalla storia. Usa un linguaggio teatrale di condensazione, i tempi sono abbreviati e i ritmi incalzanti.

Re Duncan è una figura quasi paterna, si fida ciecamente di Macbeth, che realizzerà la gravità dell’omicidio solo dopo averlo commesso. Il re è per Macbeth è sovrano, padre e ospite, pertanto il regicidio di Duncan è un crimine particolarmente grave.

L’elemento acustico nella tragedia è molto importante: le parole dei personaggi evocano grande sonorità,dal cielo si odono suoni terrificanti, le streghe urlano, nel castello si sentono voci… Emerge una dimensione apocalittica, qualcosa di terribile sta per accadere. Il tamburo ritma le scene di battaglia del primo e dell’ultimo atto.

La guerra circonda l’opera ma in scena ci sono pochi attori, anche per le scene caotiche. L’assassinio del re, avvenuto nella sua stanza, non avviene sul palcoscenico: è un atto troppo efferato per essere inscenato all’epoca, anche se viene rappresentato in altre opere.

La dannazione inizia per il protagonista nella scena di Lady Macbeth nel castello. Leggendo la lettera, la commenta e si affida al marito: è il primo monologo per il golden round, il cerchio d’oro, ossia la corona. Lady Macbeth si appella alle tenebre, l’immaginario deve prevalere e lei deve rinunciare alla sua femminilità. La consapevolezza di ciò è pesante, è una rinuncia necessaria ma non felice. Proprio dall’insistenza con cui parla della sua perduta femminilità, si capisce che la rinuncia è sofferta.

Una volta che il regicidio è compiuto il tempo sembra prendere due direzioni: da un lato si ferma, è bloccato dopo un episodio così grave; dall’altro l’azione comincia, il dramma vero si svolge dopo l’assassinio. Dopo il crimine si svolge l’unico momento comico della tragedia, il comic relief: il portiere del castello, ubriaco, barcolla davanti al portone. Questo momento è l’unico leggero e serve a distogliere per un attimo lo spettatore dalla tensione. Tuttavia quando sorge il sole le gerarchie sono ristabilite, bisogna fare i conti con le conseguenze della sovversione. L’omicidio viene scoperto e Macbeth e Lady Macbeth fingono orrore (forse lo provano realmente per le azioni commesse).

Macbeth non agisce per volere della moglie, sono corresponsabili e partecipi allo stesso modo. Lady Macbeth non gioisce di essere regina, ma è felice che il marito sia re. Prende il suo posto solo in un momento, quando egli vede lo spettro di Banquo: nell’unica scena in cui svolge una funzione regale difende il marito. Non è mossa unicamente da motivazioni personali, ma anche d’amore. Il suo personaggio è destinato a sparire: il destino di Macbeth è la solitudine, ha chiamato le tenebre sulla terra uccidendo e ora, solo, deve affrontarle. Macbeth è la tragedia in cui è più presente il soprannaturale. All’epoca si credeva alla dimensione soprannaturale, lo stesso re Giacomo la studiava. L’opera suscitava negli spettatori vera paura, l’atmosfera che si creava era terrificante. Tuttavia, il soprannaturale non determina l’azione. Le streghe fanno emergere il desiderio di potere e l’inconscio, ma la natura dell’eroe è già incline al crimine. L’azione è regolata dagli individui, gli eroi sono consapevoli e totalmente responsabili delle proprie azioni.

Secondo la tradizione la tragedia di Macbeth porta male e nel mondo del teatro esistono diverse scaramanzie al riguardo; secondo una di queste, non si deve mai nominare l’opera per nome, così viene spesso chiamata “La tragedia di Scozia”.

Fonti:

Letteratura inglese del prof. Pagetti, presso l’Università degli Studi di Milano

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Otello, il moro di Venezia

Articolo tratto da Lo sbuffo.

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Otello è stato pubblicato per la prima volta nel 1622, il primo infolio risale invece al 1623 ma la prima rappresentazione si tenne a corte nel 1604; da tale informazione si presume che l’opera sia stata scritta tra il 1602 e il 1604.

Otello è un generale moro perfettamente integrato nella società della Repubblica di Venezia, che ha sposato in segreto Desdemona, figlia del senatore Barbantio. Iago, geloso di Cassio perché è stato promosso da Otello, decide di vendicarsi provocando la rovina del generale.

Iago induce Roderigo, innamorato di Desdemona, a rivelare a Barbantio che la donna ha sposato in segreto Otello. Il risentito genitore vorrebbe che fosse fatta giustizia, ma il doge non può punire Otello perché ha bisogno dei suoi servigi per sconfiggere i Turchi. I due sposi dopotutto sono sinceramente innamorati: Desdemona si è invaghita di Otello ascoltando le sue avventure quando questi era ospite a casa di Barbantio.

L’azione si sposta a Cipro, ove i veneziani stanno combattendo contro i Turchi, che vengono dispersi da una tempesta. Iago fa ubriacare Cassio e inscena una rissa tra lui e Roderigo, che costringe Otello a privare Cassio del suo grado militare. Iago convince Cassio a chiedere a Desdemona di intercedere per lui con Otello per fargli recuperare il titolo e l’onore, in questo modo riesce a scatenare la gelosia di Otello. Successivamente, il perfido militare lascia intendere a Otello che Desdemona lo abbia tradito con Cassio dopodiché, con l’aiuto dell’inconsapevole Emilia, sua moglie, entra in possesso di un fazzoletto di Desdemona, il primo regalo ricevuto da Otello. Iago nasconde il fazzoletto nella stanza di Cassio, poi gli chiede davanti ad Otello della sua relazione con una prostituta di nome Bianca. Otello crede che Cassio stia parlando di Desdemona, inoltre scopre il fazzoletto e crede che sia un regalo di Desdemona per il malcapitato.

Distrutto dal dolore e dalla gelosia, Otello è determinato ad uccidere la moglie e chiede a Iago di eliminare Cassio. Un messaggio portato Ludovico da parte del Doge richiama Otello in patria e assegna il comando di Cipro a Cassio, ma la gioia di Desdemona per il riscatto dell’amico Cassio e per poter tornare a Venezia con il marito sono interpretati da Otello, ormai folle di gelosia, come ulteriore prova del tradimento, tanto che il generale schiaffeggia e accusa in pubblico la moglie. Dopo una scenata di gelosia di Otello a Desdemona, Iago rassicura la donna sul fatto che il marito è stressato per questioni politiche. Quella sera Desdemona, in preda a un oscuro presagio, fa preparare il letto con le lenzuola nuziali da Emilia.

Iago convince Roderigo a uccidere Cassio, il quale viene ferito da Iago che, grazie alle tenebre, non viene riconosciuto e può quindi fingere di correre in soccorso dell’amico. Iago uccide Roderigo, affinché non parli, poi accusa del tentato delitto Bianca, imprigionandola.

Otello accusa Desdemona di  averlo tradito con Cassio e la inganna dicendole che il suo presunto amante è morto nell’agguato. Desdemona scoppia in lacrime, Otello la soffoca sul letto matrimoniale. All’arrivo di Emilia e degli altri personaggi, Otello confessa di aver ucciso la moglie e adduce come prova il celebre fazzoletto. Emilia comprende la verità ma, nel momento in cui si accinge a svelarla, Iago la uccide, poi fugge. Anche quando viene catturato, Iago si rifiuta di spiegare le ragioni delle sue malefatte, anche se una lettera di Roderigo chiarisce tutti i suoi intrighi. Otello, che ha capito il suo fatale errore, si pugnala a morte e muore sul corpo di Desdemona.

Otello è un moro, con tale termine si appellano varie popolazioni delle coste africane. Il protagonista è circondato da un’aura di ambiguità, infatti non è né bianco né turco: egli è, come i mori, islamico, ma per sposare Desdemona e per essere accettato a Venezia si converte al cristianesimo, infatti alla fine dell’opera sarà consapevole di finire all’inferno per l’assassinio commesso e, in generale, si evince la cristianità del personaggio dal suo linguaggio. Otello viene nominato comandante delle truppe veneziane; ciò dimostra che non c’è una vera e propria barriera razziale a Venezia, anche se il matrimonio con misto non era ben accetto e molto spesso Otello viene discriminato per le proprie origini. Otello è un individuo etnicamente diverso ma non è totalmente un outsider, appartiene ad una categoria intermedia. Non bisogna inoltre dimenticare che Otello è di sangue nobile. L’Inghilterra all’epoca di Shakespeare era alla ricerca di un’identità nazionale che funzionasse secondo un modello binario di opposizione tra bianco e nero: essere inglese doveva significare essere bianco, buono, positivo. Il problema di Otello è che non appartiene né alla categoria dei bianchi positivi, né a quella dei neri “negativi”. I neri sono accusati di praticare la magia: è il caso di Barbantio, che accusa Otello di aver stregato la figlia per indurla a sposarlo. Un tempo il ruolo di Otello veniva interpretato da un bianco dal volto dipinto perché veniva considerato disdicevole che una coppia mista come quella dei protagonisti si scambiasse effusioni in pubblico; oggi invece è considerato razzista attribuire tale ruolo ad una persona che  non sia di colore.

Iago è un personaggio malefico, tale caratteristica è accentuata dal fatto che non vengono specificate le ragioni delle sue malefatte. La sua cattiveria è evidente anche dal linguaggio scurrile che adotta e che contagerà Otello quando questi sarà indotto a credere nel tradimento di Desdemona. Iago è anche un regista: con i suoi intrighi tesse la trama della tragedia e riesce a indurre gli altri personaggi a fare ciò che desidera. Alcuni hanno sospettato che Iago fosse innamorato di Otello, una presunta omosessualità avvalorata anche dal fatto che l’antagonista della vicenda odia e persino insulta le donne. Iago impersona l’oscurità interiore, la malvagità, mentre Otello l’oscurità esteriore, la pelle scura. Su Otello gravano dei pregiudizi falsi perché la sua pelle inganna l’apparenza agli occhi dei razzisti mentre Iago, la vera mente del male, appare innocuo. Ciò dimostra l’infondatezza dei pregiudizi. L’importanza del personaggio di Iago è testimoniata anche dal fatto che nelle compagnie teatrali gli attori maggiori si scambiavano i ruoli di Otello e Iago.

Desdemona è l’ultima dei grandi personaggi ad apparire. Al termine dell’opera è l’unica a  conservare la sua  identità, infatti continuerà a proteggere Otello sino all’ultimo respiro. La differenza d’età tra Otello e Desdemona è notevole, infatti il primo è ormai in età avanzata mentre la seconda è giovane. Iago ha pregiudizi anche verso la città di Venezia e le sue donne: Desdemona sarebbe preda di una passione passeggera, ma per averle ceduto sarebbe corrotta e debole, come tutte le donne veneziane. Desdemona è una donna forte e tiene testa agli insulti che Iago le rivolge. Se Otello è tawny, né bianco né nero, Desdemona è fair; con questa definizione ci si riferisce al fatto che la donna è bionda e bianca, quindi bella esteticamente agli occhi dell’epoca, ma anche giusta; è così la donna ideale nel Seicento a Londra, chiara di pelle e retta nei modi. Desdemona non è la fragile fanciulla travolta per caso dagli eventi, decide consapevolmente di sposare Otello contro il volere del padre e di seguirlo a Cipro. Tuttavia è ancora giovane e inesperta degli uomini, di cui ha una visione idealizzata, cavalleresca. Agisce in buona fede, con innocenza, come quando si dispiace sinceramente per Cassio e il suo buon cuore è demonizzato da Iago e scambiato per amore da Otello. Descritta, chiamata da Otello my fair warrior, è anche donna guerriera. Desdemona incarna l’idea tradizionale di matrimonio e fedeltà.

Emilia è più anziana, ha maggiore esperienza degli uomini e quindi meno fiducia in loro. È una donna forte, conosce il marito, comprende i suoi crimini e riuscirà alla fine a ribellarsi a lui. Iago disprezza le donne e non accetta il sopruso della moglie, così la uccide. Essendo però lei a dare a Iago il fazzoletto di Desdemona, è corresponsabile del dramma, ma si riscatta venendo uccisa. Ha una visione spregiudicata delle donne, infatti stanno cambiando i rapporti tra uomo e donna: in assenza del marito, Emilia si assume gli incarichi sociali, gestisce gli affari

Bianca è una prostituta veneziana innamorata di Cassio, ma non ricambiata. Appare come una peccatrice, opposta a Desdemona, ma non è un personaggio negativo. Paradossalmente, è un’immagine speculare a Desdemona, le due si confondono

Nel 1606 venne emanata la Profanity act, una legge con cui il governo aumentò la censura nelle opere teatrali, ne conseguì che l’opera originaria dovette essere revisionata e in particolare vennero eliminate quasi tutte le bestemmie pronunciate da Iago, un personaggio all’origine estremamente scurrile. Grazie a tale legge venne però offerto più spazio alle figure femminili

E’ possibile effettuare un confronto tra la Londra per cui viene scritta l’opera e la Venezia in cui sono ambientati i fatti. Entrambe le città sono marinare e commerciali. L’Italia è sì il paese della Chiesa, ma di quella corrotta ed è opposta alla riforma protestante e anglicana; inoltre, le donne italiane sono massimo esempio di pessimi costumi in quanto lussuriose e corruttrici. Anche i sistemi di governo sono diversi: a Londra è istituita una monarchia assoluta, Venezia è invece un’oligarchia di nobili.

Nella Londra del primo ‘500 c’era una grande presenza di africani: se la loro pelle era molto scura erano chiamati Blackmores, altrimenti venivano nominati Mores  (mori); questi ultimi appartenevano a popolazioni dell’Africa centrale e della costa settentrionale. I Turchi non compaiono mai in scena, sono una minaccia incombente che non si concretizza mai. L’assenza dei turchi è un escamotage teatrale: si aspetta qualcosa che ci dovrebbe essere ma non arriva, come in Aspettando Godot di Beckett.

Nel 1600-1601 una delegazione del Marocco venne a Londra per trattare con la regina circa un eventuale alleanza contro gli Spagnoli, un evento che non si verificherà. Non è escluso che Shakespeare abbia conosciuto tali ambasciatori e che il  capo della delegazione sia andato al Globe per assistere ad un’oopera del bardo. Forse, subito dopo tale evento Shakespeare ha forse iniziato a scrivere Otello.

Un elemento di opposizione di cui si serve Shakespeare è il contrasto tra giorno e notte. La notte in Otello ha un ruolo fondamentale almeno in tre momenti: l’inizio dell’opera avviene di notte a Venezia; il secondo atto inizia con le tenebre a Cipro, con i festeggiamenti per la dispersione della nave dei Turchi durante una festa pubblica e la consumazione del matrimonio di Desdemona e Otello in una sorta di festa privata; la notte in cui Otello uccide Desdemona e si suicida. La vera tragedia inizia nel secondo atto, a Cipro. Il primo atto è invece comico-grottesco, serve a designare i personaggi.

Otello è un’opera, che è stata soprannominata in modo dispregiativo come la tragedia del fazzoletto in quanto il fulcro dell’azione consisterebbe nel mero ritrovamento dell’oggetto personale di Desdemona, inoltre l’opera è stata criticata per il fatto di trattare della semplice gelosia amorosa. Oggi noi sappiamo invece che si tratta di una tragedia profonda e di notevole spessore, che vi invitiamo caldamente di andare a vedere a teatro.

Fonti: Letteratura inglese del prof. Pagetti, Università degli studi di Milano

“Der Park” di Stein al Piccolo

E’ la prima volta che il nostro sito ospita una recensione negativa di uno spettacolo teatrale in quanto solitamente preferiamo non parlare di ciò che non apprezziamo. Sabato 28 novembre abbiamo assistito ad un’opera talmente insensata da sentirci quasi in dovere di avvertire di quanto sia poco gratificante la visione. Il fatto che la critica ne abbia parlato positivamente e che lo spettacolo sia stato persino consigliato agli studenti nel corso di una lezione universitaria ci lascia interdetti e basiti.

L’opera è “Der park” di Botho Strauss, il regista è Peter Stein e il teatro è lo Strehler del Piccolo Teatro di Milano. La sceneggiatura si ispira a “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, ma non è nemmeno vagamente all’altezza della splendida commedia del Bardo.

Oberon e Titania si ritrovano sulla terra in corpi umani e, delusi dalla desolante vita sessuale degli esseri umani, cercano di risvegliare in loro la libido importunando i passanti mostrandosi nudi in un parco, incapaci di comprendere le reazioni schifate e spaventate dei loro interlocutori. Titania vorrebbe accoppiarsi con alcuni esseri umani, ma ciò implicherebbe la perdita della propria natura divina, di conseguenza Oberon la induce con un amuleto a desiderare di accoppiarsi con un toro. Quanto tutto ciò possa essere sensato verrà lasciato alla discrezione del pubblico. L’amuleto è stato prodotto da un artista omosessuale innamorato di un bellissimo ragazzo nero, non ricambiato. Parallelamente a tutto ciò, un uomo sposa una trapezista molto attraente, che tuttavia è innamorata del miglior amico di quest’ultimo. La donna ben presto manifesta opinioni reazionarie e razziste, perciò il marito perde interesse per lei. Talvolta compaiono in scena un gruppo di ragazzi punk; si tratta di personaggi molto accattivanti, ma è poco chiara la loro funzione all’interno del plot.

La trama ci è parsa confusionaria e eccessivamente intricata, inoltre molte scene erano prive di senso, soprattutto quelle ambientate in un bar allestito ai piedi del palcoscenico e il momento in cui un ragazzo punk simula la masturbazione spogliandosi e massaggiando il proprio pene. Noi non siamo affatto contrari alla rappresentazione in teatro di scene di nudo o di atti relativi alla sfera sessuale, tuttavia vorremmo che tali scene siano inserite in modo armonico e sensato nella trama dell’opera e che non siano una inutile esibizione, finalizzata unicamente a stupire gli spettatori.

Gli attori erano abili nel coinvolgere il pubblico e sapevano ben interpretare un copione che nonostante tutto risultava noioso in più scene, soprattutto a causa di dialoghi non incalzanti. I battibecchi tra Titania e Oberon risultavano dunque a tratti avvincenti e a tratti noiosi, mentre i dialoghi più divertenti erano quelli relativi al triangolo amoroso tra i due amici e la trapezista, in cui il ritmo era notevolmente più rapido.

I costumi sono stati realizzati con abilità e sapevano caratterizzare i vari personaggi, tuttavia non abbiamo apprezzato le trasformazioni di Titania in un personaggio malefico che si muoveva a scatti e successivamente in una donna/toro vogliosa di accoppiarsi con un toro. Il modo più semplice per rappresentare la trasformazione di un personaggio è mutare il suo abbigliamento, ma bisogna lasciare qualche elemento invariato per rendere riconoscibile il personaggio stesso, soprattutto considerando che gli spettatori seduti lontano dal palcoscenico faticano a distinguere i lineamenti del viso degli attori. La comprensione degli eventi in scena era dunque estremamente difficoltosa quando Titania cambiava il proprio costume.

L’unica nota pienamente positiva dello spettacolo è la scenografia, che mutava rapidamente e in modo talvolta spettacolare grazie alle tecnologie all’avanguardia del Piccolo Teatro di Milano.

Il giudizio complessivo sull’opera è assolutamente negativo, pertanto non consigliamo a nessuno di recarsi a teatro per assistere allo spettacolo. Riteniamo che altri la pensino come noi  in quanto molta gente ha abbandonato la sala prima del termine degli applausi (probabilmente non si è trattato soltanto di spettatori che avevano fretta di tornare a casa). Il Piccolo inoltre ha reso disponibili dei biglietti a prezzi scontati, forse per riempire le sale vuote.

Abbiamo scoperto degli interessanti video relativi ad un’intervista di Maddalena Crippa, che ha magistralmente interpretato Titania. Pensiamo sia corretto nei confronti del Piccolo Teatro di Milano, che da anni seguiamo in quanto propone dei favolosi spettacoli, condividere tali video per dare voce anche a coloro che hanno realizzato lo spettacolo.