Analisi e recensione de ‘Il piccolo principe’

1 Talvolta le fiabe per bambini appassionano anche gli adulti perché la loro trama semplice e fantastica nasconde un messaggio profondo che può appassionare i lettori di ogni età. Le petit prince è un sottile libricino di nemmeno una centinaia di pagine scritto da Antoine de Saint-Exupéry in francese e in inglese. La Reynal & Hitchcock scelse di pubblicare prima la versione anglofona il 6 aprile 1943, l’uscita dell’opera in francese avvenne invece qualche giorno dopo.

La breve storia (se non ricordate la trama cliccate qui) dell’amicizia tra un aviatore precipitato nel deserto e un biondo principino proveniente da un asteroide lontano fu un successo editoriale in ogni angolo del globo.

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Un pilota scrittore

Antoine de Saint-Exupéry nasce del 1900 a Lione in una famiglia di nobili origini e, oltre ad essere uno scrittore di successo, è soprattutto un aviatore per professione quanto per passione. Fu infatti uno dei pionieri della compagnia aerea Aeropostale e, scoppiata la Seconda guerra Mondiale si arruolò nell’aeronautica militare francese; dopo l’armistizio del 1940, scappò negli Stati Uniti per combattere al fianco degli Alleati.

Il 31 luglio 1944 non fece ritorno da una missione di ricognizione sul Mediterraneo e di lui non si seppe più nulla sino al 2004, quando il relitto del suo aereo venne rinvenuto nella costa marsigliese. Dalle indagini fu evidente che Saint-Exupéry fu abbattuto da un pilota tedesco della Luftwaffe.

Saint-Exupéry considerò il mestiere di aviatore uno strumento d’investigazione della condizione umana e del senso di esistenza, com’è evidente in molte delle sue opere letterarie come Corriere del Sud, Volo di notte, Terra di uomini, L’aviatore e lo stesso Le petit prince. Sebbene il suo capolavoro sia proprio Il piccolo principe, l’autore vinse numerosi premi letterari nel corso della sua vita anche per molte altre opere, sia in Francia sia all’estero.

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La nascita di un capolavoro

Nessuno conosce con esattezza le ragioni che indussero Saint-Exupéry a scrivere Le petit prince, esistono infatti tre differenti versioni al riguardo.

Secondo l’aneddoto più fiabesco, dopo l’armistizio francese del 1940 l’autore sarebbe fuggito in esilio negli stati uniti, dove viene ricoverato in ospedale a causa delle conseguenze dei numerosi incidenti subiti proprio nel corso della stesura di Pilota di Guerra. Mentre un’amica, l’attrice Annabella, gli legge La sirenetta di Andersen per intrattenerlo, Saint-Exupéry decide di scrivere una fiaba comparabile. Nello stesso periodo ricevette in regalo dall’amico René Clair degli acquerelli, con i quali illustrò la vicenda. Si racconta tuttavia che l’aviatore realizzasse già da anni degli schizzi di un personaggio efebico che successivamente sarebbe diventato il Piccolo Principe.

Una seconda versione narra che il personaggio del Piccolo Principe nacque nel corso di una cena tra l’autore e il proprio editore americano Eugene Reynal. Si trattava di un periodo nero per Saint-Exupéry, poiché non amava particolarmente gli Stati Uniti in cui era fuggito in esilio e in quanto il suo ultimo libro, Pilota di Guerra, non era stato particolarmente apprezzato. Il fantasioso aviatore iniziò a disegnare sulla tovaglia dei personaggi di sua invenzione, tra i quali il biondo principino conquistò l’editore. Su suggerimento della moglie, desiderosa di tirare su il morale dell’amico francese, Eugene Reynal propose a Saint-Exupéry di scrivere un libro per bambini da pubblicare a Natale, dando inizio alla creazione de Le petit prince.

Secondo altre fonti invece l’autore progettava di scrivere una favola avente come protagonista un bambino da almeno sette anni. Si racconta che l’ispirazione sarebbe dovuta, alla morte prematura dell’amato fratello François, che nei giochi d’infanzia Saint-Exupéry soprannominava “il Re Sole”. 1 .

Un lungo lavoro notturno

Su consiglio dell’amico Paul-Émile Victor, l’autore acquista gli acquerelli e si trasferisce in una casetta a Long Island, dove lavorerà al piccolo principe per tutta l’estate e gran parte dell’autunno. La stesura della favola procede di notte, tra un’incessante susseguirsi di sigarette e svariate tazze di caffè o lunghe telefonate notturne agli amici per domandare il loro parere; non di rado l’esausto scrittore si appisolava sulla scrivania. Talvolta gli amici posano per Saint-Exupéry come il figlio del filosofo De Konnick, che ha fatto da modello per alcune pose del Piccolo Principe, il boxer di Sylvia Reinhardt è invece servito per dipingere la tigre e il barboncino di un altro amico dell’aviatore ha posato come pecora.

Al termine del 1942 il manoscritto viene consegnato ad Eugene Reynal che, dopo averne ordinato la traduzione, lo pubblicherà il 6 aprile 1943 in inglese e, qualche giorno dopo, in francese. Proprio in questo periodo Saint-Exupéry lasciava gli Stati Uniti per unirsi alle Forze Francesi libere di stanza in Algeria.

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Un successo mondiale

Le petit prince è tra le opere letterarie più celebri del XX secolo ed è uno dei best seller più venduti della storia, infatti è stato tradotto in più di 220 lingue e ne sono state stampate oltre 134 milioni di copie nel mondo. Inizialmente l’opera è stata tradotta nelle lingue più diffuse nel mondo, successivamente sono state realizzate delle versioni in dialetti e parlate locali come il corso, il bretone, l’aragonese, il gallurese, l’esperanto e il guarani. La favola è stata inoltre tradotta in alcuni dialetti italiani, come il milanese e il friulano, e persino in toba, una lingua del nord dell’Argentina, con il nome di So Shiyaxauolec Nta’a e sembra essere il primo libro ad avere una traduzione nella suddetta lingua dopo il Nuovo Testamento.

La favola di Saint-Exupéry ha contagiato anche altre forme d’arte oltre alla scrittura: sono stati infatti realizzati cartoni animati, canzoni e spettacoli televisivi. Le petit prince ha conquistato il pubblico soprattutto a teatro, infatti sono stati realizzati innumerevoli spettacoli teatrali e musical che hanno commosso la platea affidando il ruolo del piccolo protagonista a biondi ed angelici bambini. Dopo il primo adattamento teatrale del 1964, diretto dal regista Raymond Jerome presso il Mathurins di Parigi, la fiaba del biondo principino è andato in scena in ogni angolo del mondo, riscuotendo ovunque uno straordinario successo.

Oggi Le petit prince è diventato un marchio  di proprietà degli eredi di Saint-Exupéry che realizza oggetti di vario genere  dedicati al Piccolo Principe dalle magliette agli orologi, dagli articoli di cartoleria alle trapunte; il negozio principale si trova a Parigi e il suo sito internet, scritto anche in italiano, offre un sacco di informazioni utili e di curiosità sull’opera e sull’autore. Il marchio del Piccolo Principe sembrerebbe andare a gonfie vele, considerando che quest’estate aprirà persino un parco dei divertimenti a tema.

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Una favola del Novecento

Il racconto de Le petit prince presenta tutte le caratteristiche del genere letterario della favola: i luoghi (un punto imprecisato del deserto del Shara) e i tempi (il primo giorno… il terzo giorno…) sono piuttosto imprecisati, i fatti narrati sono inverosimili, l’intera vicenda è intrisa di un forte senso della morale ed ha un evidente scopo didattico, gli eventi sono scanditi da una certa ripetitività, e il linguaggio e lo stile sono estremamente semplici proprio per essere compresi dai bambini.

La fiaba però si discosta dal racconto popolare in quanto presenta numerosi elementi tipicamente novecenteschi. L’aviatore in primis può comparire solamente tra i personaggi di un’opera del Novecento, proprio perché nei secoli precedenti non esistevano gli aerei. I vari personaggi incontrati dal Piccolo Principe possono essere inoltre identificati come delle allegorie o degli stereotipi del “mondo degli adulti”, vale a dire la società contemporanea; alcuni personaggi sono dei diretti richiami alla modernità pur essendo dei soggetti “classici” come il re e il lampionaio, ma altri sono dei veri e propri elementi del Novecento come l’uomo d’affari e il geografo.

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Una fiaba per adulti

L’opera inizia con una lunga dedica, che termina con: “À Léon Werth, quand il était petit garçon“. Léon Werth era un amico dell’autore e la sua dedica annuncia implicitamente al lettore che l’opera, pur essendo scritta rispettando la struttura e lo stile di una fiaba, affronta delle tematiche interessanti anche per un pubblico adulto.

Il tema centrale dell’opera è proprio la contrapposizione tra le assurdità del “mondo degli adulti” e l’universo dell’infanzia, in cui è possibile godere appieno dell’amicizia e della semplicità e della bellezza di tutto ciò che ci circonda. L’autore stesso dichiarò di rimpiangere di non essere rimasto bambino: “C’è una cosa che mi rattristerà sempre, ed è di essere diventato grande”. Il personaggio dell’aviatore del resto è una sorta di alter ego di Saint-Exupéry non soltanto per la propria professione, ma anche perché rimpiange l’età dell’infanzia.

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Leggere in francese

La brevità e la semplicità con cui è stato scritto il racconto rendono Le petit prince un’ottima lettura per studenti di francese alle prime armi. Essendo uno dei libri più letti al mondo, non è nemmeno difficile reperirlo in lingua originale in libreria. I più intuitivi potrebbero persino fare a meno del dizionario perché il lessico adottato da Saint-Exupéry è estremamente semplice.

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Fonti:

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I filtri d’amore nell’Antica Roma

Abbiamo appurato che l’arte della seduzione sta a me come la pedicure agli zoccoli di un cavallo, perciò ho deciso di mandare a quel paese lenti a contatto, scollature e tacchi alti in favore dei ben più efficaci filtri d’amore. Naturalmente sto scherzando, però ho comunque deciso di dedicare un post a questo genere di stregoneria del passato.

Internet abbonda di deleterie cialtronerie riguardanti disgustose ricette Wikka,  rimedi della nonna e altri assurdi intrugli in cui molti sembrano credere veramente, Acqua e limone tuttavia diffida dai ciarlatani e seleziona soltanto fonti storiche accertate per descrivere non tanto l’incantesimo in sé, ma piuttosto per parlare dell’importanza che tali credenze hanno avuto nella nostra cultura. Anche a causa delle varie stupidaggini diffuse in rete dagli amanti dell’esoterismo che impediscono di distinguere il vero dal falso, tralascerò la storia dei filtri d’amore nel Medioevo e mi soffermerò sull’Antica Roma.

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Vasellame in vetro rinvenuto nella laguna di Venezia (notizie.antika.it)

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Amatoria pocula, incantesimi illegali

Il nome latino dei filtri d’amore è amatoria pocula. Se il primo termine non necessita di spiegazioni, è forse il caso di specificare che il secondo significa bicchiere, tazza o si riferisce comunque ad un generico recipiente utilizzato per bere. Si tratta dunque di una bevanda d’amore, l’ideale per soggiogare un bel ragazzo che non ci degna di uno sguardo o per sedurre la fanciulla dei vostri sogni.

L’utilizzo dei filtri d’amore era malvisto sin dagli antichi: essendo venduti da ciarlatani dalla dubbia reputazione, che li preparavano con ogni sorta di schifezza solubile in acqua, tali preparati erano considerati dei potenti veleni ed erano vietati persino nelle XII tavole del V secolo a.C., il primo codice di leggi scritte romano. Il concetto verrà poi ripreso dalla Lex Cornelia de sicariis et veneficiis, emanata da Silla nell’81 a.C., che prevedeva la pena di morte per i colpevoli. Nonostante ciò, gli amatoria pocula erano molto diffusi in ogni ceto sociale ed erano un elemento ricorrente nell’immaginario collettivo romano, tant’è che compaiono in vari aneddoti relativi a celebri personaggi romani.

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Le follie dell’imperatore Caligola

De vita caesarum è un’opera di Svetonio composta dalle biografie degli imperatori romani sino a Domiziano. Le biografie di Svetonio non si basano soltanto sulle fonti ufficiali come testimonianze oculari, decreti, senatus consulta, verbali del Senato o le opere di Gaio Asinio Pollione, Cremuzio Cordo o le Res Geastae Divi Augusti, ma ricorrono spesso anche a scritti propagandistici e diffamatori, testimonianze orali e tutto ciò che può alimentare il gusto per l’aneddoto, il curioso e il pettegolezzo. Sarà forse per questo motivo che, quando nel IV libro si accinge a scrivere la biografia di Caligola, l’imperatore più pazzo della storia di Roma, non esita a riportare una bizzarra informazione sulla sua vita amorosa:

“Creditur potionatus a Caesonia uxore amatorio quidem medicamento, sed quod in furorem verterit.”
“Si crede che sua moglie Cesonia gli fece bere un filtro d’amore, ma che ciò lo rese pazzo.”

Svetonio non dedica altre righe a tale diceria né abbiamo altre prove contro la buona fede della matrona Cesonia, tuttavia è interessante notare le singolari condizioni in cui i due sposi si sono innamorati (copio qui sotto il testo originale, tenete tuttavia presente che non siamo a scuola perciò sentitevi liberi di bruciare il dizionario di latino e prendere in considerazione soltanto il testo tradotto):

“Lolliam Paulinam, C. Memmio consulari exercitus regenti nuptam, facta mentione aviae eius ut quondam pulcherrimae, subito ex provincia evocavit ac perductam a marito coniunxit sibi brevique missam fecit interdicto cuiusquam in perpetuum coitu. Caesoniam neque facie insigni neque aetate integra matremque iam ex alio viro trium filiarum, sed luxuriae ac lasciviae perditae, et ardentius et constantius amavit, ut saepe chlamyde peltaque et galea ornatam ac iuxta adequitantem militibus ostenderit, amicis vero etiam nudam. Uxorio nomine [non prius] dignatus est quam enixam, uno atque eodem die professus et maritum se eius et patrem infantis ex ea natae. Infantem autem, Iuliam Drusillam appellatam, per omnium dearum templa circumferens Minervae gremio imposuit alendamque et instituendam commendavit.
“Lollia Paolina era sposata con l’ex console C. Memmio, comandante di armate. Caligola, avendo sentito parlare di sua nonna come di una delle più belle donne del passato, la fece subito ritornare dalla provincia, se la fece cedere da suo marito per sposarla lui stesso [ma che schifo!] e ben presto la rimandò indietro, vietandole per sempre di aver rapporti carnali con chicchessia. Cesonia non era di particolare bellezza e nemmeno nel fiore degli anni, per di più aveva già avuto tre figli da un altro marito, ma era corrotta e viziosa. Provò per lei una passione ardente e duratura a tal punto che spesso la mostrò ai suoi soldati mentre cavalcava al suo fianco con mantello, scudo ed elmo; agli amici la fece vedere anche nuda. La onorò con il titolo di sposa; quando ebbe partorito, in un solo e medesimo giorno si proclamò suo marito e padre della bambina che aveva messo al mondo. Chiamata la bambina Giulia Drusilla la portò nei templi di tutte le dee e la posò nel grembo di Minerva che pregò di nutrirla e allevarla.”

La strana passione dell’imperatore per una donna anziana deve certamente aver suscitato scalpore nella metropoli e non c’è da stupirsi che la donna sia stata accusata di chissà quale maleficio. La povera Cesonia tuttavia non centra nulla con le celebri follie che hanno reso Caligola uno dei pazzi più celebri della storia, infatti Svetonio racconta:

“Valitudo ei neque corporis neque animi constitit. Puer comitiali morbo vexatus, in adulescentia ita patiens laborum erat, ut tamen nonnumquam subita defectione ingredi, stare, colligere semet ac sufferre vix posset. Mentis valitudinem et ipse senserat ac subinde de secessu deque purgando cerebro cogitavit.”
“La sua salute non fu ben equilibrata né fisicamente né psichicamente. Soggetto ad attacchi di epilessia durante la sua infanzia, divenuto adolescente, era abbastanza resistente alle fatiche, ma qualche volta, colto da un’improvvisa debolezza, poteva a mala pena camminare, stare in piedi, riprendersi e sostenersi. Lui stesso si era accorto del suo disordine mentale e più di una volta progettò di ritirarsi per snebbiarsi il cervello.”

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Lucrezio … un demente suicida?

Lucrezio è uno dei poeti e dei filosofi epicureismi più famosi di Roma, ll De rerum naturae, la sua opera più famosa, è un capolavoro della saggezza umana. Tra le poche informazioni biografiche sul suo conto troviamo però le sconcertanti affermazioni che San Girolamo ci rivela nel suo Chronicon:

“Titus Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et per intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, sua manu se interfecit anno 44”.
“Nasce il poeta T. Lucrezio, che dopo essere impazzito per un filtro d’amore e aver scritto alcuni libri [del poema?] negli intervalli della follia, che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all’età di quarantaquattro anni”.

Secondo alcuni commentatori moderni, esisterebbe un nesso tra la leggendaria assunzione di un filtro d’amore e la concezione di Lucrezio dell’innamoramento come Insania (follia), un sentimento che destabilizza l’animo e annienta l’equilibrio razionale. Altri invece ritengono che si tratti soltanto di una calunnia diffusa da San Girolamo per screditare la dottrina pagana di Lucrezio e il suo poema materialista ed epicureo, che sosteneva la mortalità dell’anima, spacciandolo per il delirio di un folle e di un suicida con la sportività che contraddistingue i primi cristiani. Non è certo che il poeta si sia suicidato, sebbene il De rerum naturae sia rimasto incompiuto, né si ritiene corretto tentare di individuare nel celebre poema le tracce di un’eventuale psicosi clinica, nonostante i continui paragoni tra amore e follia effettuati da Lucrezio.

San Girolamo ha tratto le informazioni su Lucrezio dal De Poetis, un’opera di Svetonio degli inizi del II sec. D.C. oggi andata perduta di cui il santo si serviva abitualmente. Ci troviamo di fronte dunque ad un secondo riferimento ai filtri d’amore nelle opere di Svetonio e potrebbe non trattarsi di una coincidenza: può darsi infatti che lo storico fosse particolarmente interessato ad aneddoti di questo genere.

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Il crimen magiae di Apuleio

Un altro importante episodio della storia romana sui filtri d’amore riguarda Apuleio, il celebre autore de Le metamorfosi che, oltre ad essere un brillante scrittore, era anche un filosofo platonico, seguace di vari culti iniziatici ed esperto di magia bianca.

Nel corso di uno dei suoi numerosi viaggi, mentre si dirigeva ad Alessandria lo scrittore sosta ad Oea, attualmente conosciuta come Tripoli, ove viene ospitato dal vecchio compagno di studi Ponziano. La madre dell’amico, la ricca vedova ormai sfiorita Emilia Pudentilla, decide di sposarsi con Apuleio e, nonostante le iniziali ritrosie dell’amato, riesce a convolare a nozze.

Poco tempo dopo Ponziano muore e i parenti di Pudentilla, per non perdere l’eredità, accusano Apuleio di aver sedotto la donna con un filtro d’amore a base di strani pesci marini per impossessarsi dei suoi beni. Viene dunque avviato un processo a carico dell’accusato nella città di Sabartha, al cospetto del proconsole romano Claudio Massimo, tra il 158 e il 159 d.C. Secondo la Lex Cornelia, le accuse di Crimen magiae avrebbero potuto costare ad Apuleio la pena di morte, il quale tuttavia riesce ad ottenere l’assoluzione grazie alla mancanza di prove incriminanti e ad una brillante orazione difensiva, pubblicata con il titolo di Apologia o Pro se de magia.

Il testo pervenuto sino ai nostri giorni, che rispecchia lo stile spettacolare della seconda sofistica, è un rifacimento a posteriori del discorso realmente pronunciato in tribunale, infatti è privo delle espressioni tipicamente adottate in contesti giudiziari ed è troppo lungo per essere recitato in una orazione pubblica. Apuleio ha adottato uno stile dinamico, con un lessico e un registro molto vario, con cui smentisce brillantemente delle accuse infondate e ne approfitta per sfoggiare la propria cultura.

Il riassunto in italiano dell’Apologia è disponibile cliccando su questo link: http://www.sunelweb.net/modules/freecontent/index.php?id=546

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Le ricette di Ovidio

Nell’antichità venivano commercializzate ogni sorta di porcherie per stregare l’oggetto del nostro amore o per rinvigorire il furore amoroso dei maschietti, molte delle quali erano nocive per l’organismo. Nell’Ars amatoria, la sua opera più famosa, Ovidio condanna i pericolosi filtri d’amore propinati da fattucchiere e ciarlatani, spesso prodotti con ingredienti pericolosi per l’uomo: sarebbero infatti di gran lunga più utile ed efficace l’assunzione di erbe e piante officinali. A questo proposito, Ovidio consiglia alcune ricette naturali a base di cipolla bianca proveniente dalla Grecia, pinoli, erica e miele. Anche le mandorle comporterebbero degli effetti positivi in amore e molti altri alimenti che oggi abbiamo smesso di considerare medicamentosi o magici. Spero che vi divertirete a scoprire, nel corso della lettura del poema, con quanta semplicità gli antichi cercavano di ottenere effetti medici, se non addirittura magici, con le sostanze più semplici.

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Vasellame in vetro rinvenuto nella laguna di Venezia (notizie.antika.it)

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Conclusioni

I filtrica d’amore, come molte altre schifezze, erano molto diffuse tra i superstiziosi dell’antichità sebbene la società avesse ormai compreso la differenza tra credenza religiosa e magia da ciarlatani. Siccome molto spesso le fattucchiere che producevano tali rimedi utilizzavano sostanze pericolose (mi piace immaginare i poveri amanti non ricambiati colpiti da coliche, nausee e cagarelle varie), la legge era molto severa nei confronti dei produttori come dei consumatori, infatti era prevista la pena di morte sin dai tempi più antichi. I filtri d’amore tuttavia erano un elemento ricorrente nell’immaginario collettivo romano e venivano menzionati nei pettegolezzi e nelle malelingue o sfruttati come strumento di diffamazione a tal punto da comparire nelle biografie di alcuni “vips” della storia romana come Caligola, Lucrezio e Apuleio.

Resta comunque valida la sentenza riportata da Seneca nelle Epistulae Morales ad Lucilium:

Hecaton ait, – ego tibi monstrabo amatorium sine medicamento, sine herba, sine ullius veneficae carmine: si vis amari, ama -.
Dice Ecatone: “Ti indicherò un filtro amoroso, senza pozioni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama.”

Questo post a vinto il premio Owl Prize, conferito dal blog Athenae Noctua

 

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/07/owl-prize-2.html https://centauraumanista.wordpress.com/2013/07/07/owl-prize-quando-un-articolo-merita-un-premio/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/06/27/il-racconto-un-po-pagano-di-una-visita-al-duomo-di-pisa/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/25/la-civetta-ha-fatto-il-bis-e-mi-offre-un-pretesto-per-ironizzare-sulla-lingua-latina/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/09/i-filtri-damore-nellantica-roma/ http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/09/owl-prize-5.html

L’altrove, una poesia di Fernando Pessoa

Acqua e limone nasce come un blog dedicato a tutto ciò che incontro nel corso del mio cammino, ma questa volta io non centro assolutamente niente, la poesia che vado a cantarvi appartiene alla vita di qualcun altro. Nasce dalla penna di Fernando Pessoa chissà quanti anni fa e, sussurrata di bocca in bocca, ha fatto il giro del mondo finché una ragazza che conosco non l’ha pubblicata su Facebook.

Questa poesia non è la mia poesia ma appartiene ad altre persone, perciò posso solo ascoltarla in silenzio. Leggo le sue parole ad alta voce: ha il sapore del sole di una risata allegra, di una corsa sull’erba, di un abbraccio, di una canzonetta che raggiunge la strada attraverso una finestra nel corso di una passeggiata, di una ragazzina di undici anni che si trucca davanti allo specchio sognando il primo bacio.

Non dico nulla, non voglio rovinare le poesie degli altri con il frastuono dei miei pensieri, così aprirò questa boccaccia soltanto per regalarti un sorriso forse un po’ infantile ma sincero.

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sole

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L’altrove

Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.
La luna splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.
Lì si cominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.
Il tempo lì è un momento d’allegria,
la vita una sete soddisfatta,
l’amore come quello di un bacio
quando quel bacio è il primo.
Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
non di rematori, ma di sfrenate fantasie.
Oh, andiamo a cercar l’Altrove!

                                                                        Fernando Pessoa

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Fotografie di weheartit.com

I sospiri della cortigiana: Violetta Valéry in chiave pop

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Che cos’hanno in comune Frankenstein Junior, una delle più famose Drag Queen del cinema e la pubblicità della Nissan Qashqai?

Per rispondere bisogna tornare indietro nel tempo, all’epoca in cui Dumas Figlio aveva sbaragliato i lettori d’Occidente con La signora delle Camelie e in cui Verdi difendeva con ostinata passione la propria relazione extraconiugale con l’ex cantante d’opera Giuseppina Strepponi. Era il 6 marzo 1853 e, presso La Fenice di Venezia, andava in scena per la prima volta La Traviata, la tragica storia di Violetta Valéry (una mia omonima!), una cortigiana parigina che tenta di ritornare sulla via della rispettabilità per amore del giovane Alfredo nonostante la disapprovazione della famiglia di lui.

Una delle mie arie preferite è senza dubbio Sempre Libera (Atto I, scena V), il canto dei sospiri di Violetta che, ritrovatasi sola dopo il veglione di Capodanno in cui ha conosciuto Alfredo, mette in discussione la propria vita di agiata cortigiana; non aveva mai previsto l’eventualità di innamorarsi. Mentre canta il piacere di essere “Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia” per convincersi a lasciar perdere il giovanotto, le ritornano in mente, in uno dei primi flash back dell’opera lirica, le parole d’amore che poche ore prima Alfredo le aveva dedicato: “Amore è palpito dell’universo intero. Misterioso, altero, croce e delizia al cor“.

Croce e delizia, eros e thanatos, amore e morte. Nonostante l’allegria dei gorgheggi, la frivolezza del motivetto e la semplicità dei contenuti, la povera Violetta sta compiendo una scelta cruciale per la sua esistenza, una scelta che la porterà ad un’inevitabile e terribile sofferenza.

Nel video qui sotto potete ascoltare l’aria cantata da Anna Netrebko, in uno spezzone dell’opera realizzata dalla Filarmonica di Vienna sotto la direzione di Carlo Rizzi nel 2005. Violetta è qui rappresentata come una seduttrice contemporanea, anziché come una mantenuta borghese ottocentesca come vorrebbe la tradizione; la giovane donna soffre e ama sotto gli sguardi severi di un orologio che conta le ore che la separano dalla morte e di un inquietante orologiaio canuto. Per volere del regista, l’incantevole protagonista rosso-vestita è ubriaca e intravede tra i vapori del vino Alfredo, che interagisce con lei sul palco.

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Centosessant’anni sono trascorsi da quella lontana prima volta in cui il pubblico udì i soavi gorgheggi del Sempre Libera a Venezia (fischiandoli, tra l’altro, per lo scandaloso soggetto di meretricio del libretto e per l’età avanzata e il fisico grassoccio di un soprano molto poco credibile nei panni della bella Violetta) e il mondo da allora è cambiato: la lirica non è più la forma d’arte popolare per eccellenza, quella che tutti, dall’imperatore di Prussia al contadino che non poteva pagarsi il biglietto in piccionaia, fischiettavano per le strade. La Traviata e ogni altro capolavoro di questo straordinario genere musicale tuttavia non sono morti, si sono semplicemente adattati alle esigenze della cultura pop. Non ne siete convinti? Eccovi qualche esempio.

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1)      Frankenstein Junior: un gorgheggio per lo Svanktuka

Uno dei film più amati degli anni ’70 è Frankenstein Junior, divertentissima la parodia degli innumerevoli film dell’orrore in bianco e nero dedicati nel corso del Novecento al mostro di Mary Shelley.

Elisabeth, la fidanzata del Dottor Frederik, è una ragazza che ha avuto tutto dalla vita: è giovane, bella, ricca e terribilmente viziata. Forse è proprio a causa del suo caratterino e dei mille pacchi che si fanno certe pignolissime ragazze perbene che Elisabeth non ha mai … ci siamo capiti, no? (In caso contrario, correte subito a guardare il film!)

Il caso vuole che la Creatura si innamori di lei decida di rapirla per fare l’amore con lei in una grotta. Inizialmente la giovane è restia a concedersi al proprio rapitore ma, siccome gli energumeni di due metri con grandi manone e grandi piedoni come il Mostro sono dotati di un enorme “Svanktuka”, Elisabeth cambia rapidamente opinione e si abbandona ai piaceri della carne cantando il Sempre Libera.

In questo caso ci troviamo in una situazione completamente opposta rispetto a quella di Violetta,  poiché Elisabeth non è una cortigiana che rimpiange la retta via, ma una snervante signorinella un po’ snob che scopre le delizie della passione. Clicca sul link per visualizzare il video del rapimento di Elisabeth e farti quattro risate con uno dei film più spassosi della storia del cinema.

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2)      La Traviata sul grande schermo

Se le note di verdi possono essere cantate su un palcoscenico, perché non celebrarle anche in un set cinematografico? Stessa musica e stessi cantanti, ma ambientazioni realistiche anziché scenografie di cartone, autentici abiti d’epoca anziché i soliti costumi di scena e una fruizione dell’azione filtrata dall’obiettivo della telecamera anziché un vasto palcoscenico su l’occhio può vagare liberamente.

Nel video qui sotto troverete una romantica interpretazione di Teresa Stratas; si noti come il quadro di Violetta che compare ad un certo punto del filmato evochi il ritratto di Marie Duplessis, il personaggio storico cui si ispirò Dumas per scrivere La signora delle camelie. Notevole l’espediente con cui il fantasma di Alfredo compare e scompare dalla scena, apparendo fisicamente nell’inquadratura senza tuttavia perdere l’aura di irrealtà tipica dei ricordi.

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3) Priscilla la regina del deserto: le gioie e i dolori di una Drag Queen

Priscilla la regina del deserto è la storia di tre Drag Queen che compiono un lungo viaggio in pullman attraverso l’Australia. Cambiano le gioie, i dolori, i dubbi e le passioni, ma pur sempre di mal d’amore e di problematiche di convivenza sociale si tratta. La singolare interprete di Violetta si veste di un sciccosissimo e scintillante color argento e canta per un pubblico immaginario, dall’alto di una gigantesca scarpa col tacco fissata sul tettuccio di un pullman. Detto così sembra buffo, ma l’effetto complessivo è spettacolare.


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4)      La pubblicità della Nissan Qashqai

La città all’alba è popolata da casette dispettose che ostacolano con vari dispetti la corsa della Nissan Qashqai. L’automobilina però è più agile e scaltra così le schiva con noncuranza, creando uno scherzoso balletto su asfalto accompagnato dai leggiadri acuti del Sempre Libera. A voi il video!

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VIOLETTA: Follie! Follie! Delirio vano è questo!
Povera donna, sola, abbandonata
In questo popoloso deserto
Che appellano Parigi,
Che spero or più?
Che far degg’io?
Gioire!
Di voluttà ne’ vortici perir!
Gioir!.

Sempre libera degg’io
Folleggiare di gioia in gioia,
Vo’ che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne’ ritrovi,
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.

ALFREDO: Amor è palpito …

VIOLETTA: Oh!

ALFREDO: … dell’universo intero,…

VIOLETTA: Oh! Amore!

ALFREDO: Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.

VIOLETTA: Follie! Follie!
Gioir!
Sempre libera degg’io
Folleggiare di gioia in gioia,
Vo’ che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne’ ritrovi,
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.

Va’ dove ti porta il cuore, una recensione dedicata alla mia mamma

copertina susanna tamaro

Ecco la copia del libro che ho letto, immortalato tra le foglie dei miei lamponi.

Ci sono libri eruditi, che richiedono lunghi approfondimenti per essere compresi a fondo, ma esistono anche libri semplici e gentili come le carezze di una nonna, umili e sinceri come l’abbraccio di una figlia.

Ho letto Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro secondo il metodo antico: ho accantonato il mio Kindle e la lettura digitalizzata per sfogliare un libellum di 165 pagine stampato nel lontano 2003, dalla copertina strappata dal tempo e gli angoli smussati da svariati colpi e cadute.

Non è stata una scelta dettata dal romanticismo poiché mia madre conserva da tempo il volumetto tra i suoi libri preferiti ed io non avevo nessuna intenzione di spendere soldi per comprare l’ebook; tuttavia sono stata veramente soddisfatta della possibilità di leggere il romanzo sulla carta, calandomi così nell’atmosfera di quel lontano 1994 in cui la vicenda è ambientata.

Solitamente preferisco libri meno riflessivi, che prediliscono suspense, adrenalina e alta tensione, ma certe volte è anche giusto che una persona stia “ferma, in silenzio, e ascolti il suo cuore”.

TRAMA

L’opera è un indimenticabile e meraviglioso incrocio tra un romanzo epistolare e un diario, in cui Olga, una nonna prossima alla morte, confessa alla nipotina, partita dopo mesi di aspre litigate per un lungo viaggio in America, i segreti che l’hanno accompagnata nel corso della propria esistenza e le dure lezioni apprese nel corso degli anni. Il titolo deriva dalle parole con cui la nonna conclude la lettera-diario-testamento ed è la chiave di lettura del libro: l’autrice vuole infatti consigliarci di seguire il nostro cuore senza lasciarci traviare dall’educazione ricevuta e dalle convenzioni sociali.

La vicenda viene narrata con un intreccio intricato da numerosi flash-back e anticipazioni; se desiderate leggere una breve sintesi del romanzo cliccate QUI.

Cliccate invece QUA se siete invece interessati all’omonimo film tratto dal romanzo.

diary

Immagine tratta da http://www.i400calci.com

Una Madame Bovary a lieto fine

Olga, la nonnina narrante, mi ricorda molto Emma, la protagonista di Madame Bovary. Come la più malinconica tra le signorine di Normandia, per Olga sarà infatti impossibile dedicarsi ad una vita professionale soddisfacente, rinunciando all’archeologia ed alle lingue antiche così come Emma abbandonò il pianoforte. La protagonista del romanzo di Susanna Tamaro vivrà inoltre un matrimonio senza amore e riscatterà nell’adulterio la propria vita affettiva come il personaggio di Flaubert.

Susanna Tamaro però fa qualcosa di più rispetto a Flaubert: rinuncia ad un’ignava autocommiserazione ed ai romantici ma vigliacchi suicidi a base di assenzio per celebrare la dignitosa fatica di imparare a sopravvivere ai propri errori cercando di migliorarsi che caratterizza l’esistenza del suo personaggio. Nonostante le proprie debolezze, Olga riuscirà a crescere spiritualmente e a congedarsi dalla nipote e dalla vita con un barlume di speranza.

Come in Madame Bovary, gli errori dei genitori ricadono sui figli: Olga è una donna fragile perciò non sempre riesce a fare la scelta giusta, così rovina irreparabilmente il rapporto con la figlia Ilaria e giunge ad un punto critico con la nipote, ma a differenza di Emma non getta la spugna e continua umanamente a lottare per l’unità famigliare.

Non ho tuttavia potuto ignorare una certa analogia tra la desolazione di Emma e lo stato d’animo che Olga ha vissuto in alcuni momenti della sua vita per colpa di un matrimonio sbagliato: “Ero morta e ciò che restava di me non era molto diverso dalla carcassa secca che resta a terra quando muoiono gli insetti. Sentivo il mio corpo di donna sfiorire senza avere vissuto e questo mi dava una grande tristezza. E poi mi sentivo sola, molto sola. Da quando ero nata non avevo mai avuto nessuno con cui parlare, con cui parlare davvero, intendo.”

“Non ti sarà difficile immaginare con quali sentimenti mi svegliavo ogni mattina. Dopo tre anni di matrimonio avevo un solo pensiero in mente ed era quello della morte. […] Piangevo in modo sommesso, senza singhiozzo, come chi sa già che il suo destino è segnato. In un angolo della casa c’era un inginocchiatoio di legno massiccio che era appartenuto alla madre di Augusto, una donna molto devota. Quando non sapevo cosa fare mi chiudevo in quella stanza e stavo per ore lì, con le mani giunte. Pregavo? Non lo so.”

Perle di filosofia casalinga

“Rassegnati: ognuno trae ispirazione dal mondo che conosce meglio.”

Nei primi anni del Novecento l’intelligenza non era un bene sufficiente per garantire ad una ragazza il permesso di iscriversi all’università, così la giovane Olga non ha potuto coltivare il proprio talento e realizzarsi professionalmente. Nonostante ciò, la narratrice del romanzo è una persona di grande profondità d’animo e con una sensibilità fuori dal comune, due doti che le consentiranno di affrontare la vita con curiosità e di carpire dal mondo che le circonda delle preziose verità che non è possibile apprendere sui libri di scuola.

Come può assimilare una simile saggezza una casalinga della borghesia triestina? Dall’umanità che la circonda, la cura della sua casa, l’amore per la natura e dalle piccole banalità della vita quotidiana. Attraverso le riflessioni di Olga, Susanna Tamaro fonda per noi una filosofia umile, fondata sulla semplicità della vita domestica e degli affetti femminili.

Susanna Tamaro, seguendo forse inconsapevolmente le orme del proprio concittadino Saba, esprime la propria visione dell’esistenza attraverso metafore estremamente semplici e quotidiane, avvalendosi della propria esperienza in fatto di strofinacci, cucina, giardinaggio e cura degli uccellini.

Ti ricordi quando ti insegnavo a cucinare le crêpes? Quando le fai saltare in aria, ti dicevo, devi pensare a tutto tranne al fatto che devono ricadere dritte nella padella. Se ti concentri sul volo puoi stare certa che cadranno accartocciate, oppure si spiaccicheranno direttamente sul fornello. E’ buffo, ma è proprio la distrazione che fa giungere al centro delle cose, al loro cuore.”

Il rapporto tra una nonna e il divino

Olga manifesta sin dall’infanzia una profonda spiritualità che la porterà a porsi non poche domande sulla religione. La propria ricerca, che durerà tutta una vita, verrà condotta lontano dall’ambiente cattolico: Olga considera infatti le scenografie della Messa cattolica emotivamente coinvolgenti ma false e superficiali, così privilegerà la lettura del Vangelo priva dell’intermediazione dei sacerdoti, la contemplazione delle bellezze paesaggistiche e il dialogo con alcune delle persone cui vorrà bene nel corso della propria vita, come il proprio amante Ernesto, un medico comunista, e un gesuita tedesco suo amico.

Olga cederà più volte nel corso della sua vita al fascino degli oroscopi, delle credenze sulla metempsicosi, delle superstizioni popolari, delle assurdità blaterate dai medium e delle strambe affermazioni di un’amica che ritiene di essere stata contattata dallo spirito del defunto marito.

Devo ammettere che la filosofia della nonnina ha molto poco in comune con la mia: io sono agnostica con forti tendenze atee (ebbene sì, miei cari, sono sempre più propensa a credere che dietro il velo di Maya non ci sia nulla!), però mi è piaciuto confrontarmi con la ricerca personale del personaggio e, probabilmente, anche della stessa Susanna Tamaro. Avrei sicuramente preferito una protagonista più risoluta, ribelle, combattiva e tenace, poiché ho sempre apprezzato i personaggi che non si lasciano schiacciare dagli eventi.

Tanto amore per la natura ed il giardinaggio

“Se mai arriverai a ottant’anni, capirai che a quest’età ci si sente come foglie alla fine di settembre. La luce del giorno dura meno e l’albero piano piano comincia a richiamare a sé le sostanze nutritive. Azoto, clorofilla e proteine vengono risucchiate dal tronco e con loro se ne va anche il verde, l’elasticità. […]”

“Nell’albero invece è diverso. Da quando spunta a quando muore, sta fermo sempre nello stesso posto. Con le radici è vicino al cuore della terra più di qualunque altra cosa, con la sua chioma è il più vicino al cielo. La linfa scorre al suo interno dall’alto al basso, dal basso all’alto. Si espande e si ritrae secondo la luce del giorno. Aspetta la pioggia, aspetta il sole, aspetta una stagione e poi l’altra, aspetta la morte. Nessuna delle cose che gli consentono di vivere dipende dalla sua volontà. Esiste e basta. Capisci adesso perché è bello accarezzarli? Per la saldezza, per il loro respiro cos’ lungo, pacato, così profondo.”

Cara Susanna, sin dalle prime pagine del libro ho sentito che noi due siamo uguali: entrambe amiamo affondare le mani nella terra e sporcarci le mani, camminare nei boschi, annusare il vento e respirare tra le fronde degli alberi. Siamo giardiniere, amiamo prenderci cura della natura che ci circonda e lasciarci cullare dalla sua eterna dolcezza.

Ho effettuato una rapida perlustrazione del tuo sito web e ho avuto la conferma del tuo amore per le piante sin dalla prima visualizzazione della tua home page, ragion per cui ti sei guadagnata la mia più profonda stima.

Mi fa piacere averti incontrato, sorella giardiniera!

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Un racconto lungo un secolo, il Novecento

La vita di Olga è una donna del Novecento e nel corso della sua vita, che dura quasi un secolo, assorbe distrattamente l’anima della sua epoca e le racconta nel romanzo epistolare. La sua esistenza inizia nei primi anni del Novecento, che ci racconta attraverso le vane promesse positiviste che leggeva nei libri di fiabe dell’epoca, prosegue attraverso le convenzioni fasciste accettate per pigrizia nel corso della giovinezza e viene stravolta dalla Seconda Guerra Mondiale, che distrugge la sua casa e ogni traccia della sua infanzia.

Olga trascorre inoltre gli anni del Boom Economico tra una notte d’amore alle terme e una rilassante vacanza al mare con marito, figlia e amante e osserva la rivoluzione degli anni Settanta attraverso la nevrotica e sregolata vita universitaria della figlia. Poco ci viene narrato degli anni Ottanta, presumibilmente dedicati alla crescita della nipotina, e un ampio spazio viene infine dedicato alla fine del secolo. La donna si spegne presumibilmente nel 1994, anno in cui si svolge la vicenda, così osserva i mutamenti di fine millennio con la stanchezza e il distacco di chi ha ormai poco tempo da vivere.

Trieste e dintorni

Susanna Tamaro è una donna triestina, perciò non può che ambientare le sue storie nel freddo e estremo Nord . Va’ dove ti porta il cuore è dunque attraversato da distratte citazione di ambientazioni come Trieste, Venezia, Padova, il Carso, i Balcani … Unica eccezione alla regola è la città de L’Aquila, in cui Olga fugge per sottrarsi alla devastazione della guerra e dove trascorrerà i primi infelici anni di convivenza con il marito.

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Immagine tratta da doveviaggi.corriere.it

Un successo planetario

Va’ dove ti porta il cuore è diventato un vero e proprio best seller: è stato infatti tradotto in 34 lingue e ha venduto nel mondo oltre 15 milioni di copie, conquistandosi un posto fra i 150 “Grandi Libri” che hanno segnato la storia d’Italia in occasione delle celebrazioni del 2011 per l’unità nazionale al Salone del Libro di Torino.

La rete abbonda dei commenti entusiasti dei lettori. Valentinamusella92 scrive su aNobii: “L’ho letto un anno e mezzo fa; sarà che allora non avevo ancora letto molte cose, ma mi è piaciuto tantissimo, da ritenerlo il mio romanzo preferito. Tuttavia, col tempo, ho imparato a “ridimensionarlo”, ma, a mio parere, resta comunque una delle storie più belle”.

Hermione78 aggiunge: “Lo lessi al liceo, ormai diciotto anni fa, in due velocissime ore. E da allora lo riprendo in mano spesso, qualche volta, da sola a casa, l’ho letto ad alta voce, come se recitassi un monologo, finendo per impararlo a memoria. Non ho mai gridato al capolavoro letterario, ma è un libro che comunica tanto, da subito e per tutte le pagine.”

Non sono tuttavia poche le critiche dei lettori insoddisfatti, come quelle che ho letto su ibs.it. Antonella racconta: “l’ho letto appena uscito taaanti anni fa, intorno ai 14 anni..forse non avevo l’età giusta..avevo da fare un lungo viaggio in treno e me lo ero portato dietro…per tutto il viaggio mi sono chiesta: perchè non mi sono scelta un libro più bello?!?!? ho un cattivo rapporto con la letteratura italiana, non riesco a comprare niente!!è stato l’unico libro di cui il film è stato mooolto meglio del libro!!sarò crudele ma finora è stato il libro più brutto che abbia letto..”; Sele è invece un po’ meno spietato/a: “Bello, profondo e toccante in alcuni punti..ma devo dire che mi aspettavo di più visto la popolarità di questo libro”.

Non ho spulciato a fondo tutte le pagine web dedicate ai commenti, ma ho notato che il disappunto proviene soprattutto dai lettori di sesso maschile. Luis Castellví Laukamp è un giudice estremamente severo: “Un romanzo il cui titolo contiene la parola “cuore” ha sempre un’aria sospetta. Pochi scrittori (Conrad, Marías) hanno scritto buoni romanzi intitolati con questa parola. Di solito la parola “cuore” è sinonimo di libro sdolcinato. Il fatto è che Va’ dove ti porta il cuore è uno di questi libri. […] I sentimenti umani sono necessari ma non sufficienti per fare buona letteratura. L’occorrente per scrivere è anche il distanziamento e l’elaborazione artistica di questi sentimenti. Oltre a ciò, l’uso rigoroso e creativo del linguaggio è pure indispensabile. Signora Tamaro, legga Thomas Mann e impari!”; OskarSchell invece critica soltanto il successo riscosso dal romanzo, che a suo parere è eccessivo: “Altamente sopravvalutato, voto 4/5 perchè comunque della Tamaro c’è di peggio in giro!”.

Personalmente preferisco schierarmi con i fans della Tamaro poiché ho apprezzato molto i contenuti del libro, tuttavia devo ammettere che il ritmo della narrazione non è particolarmente coinvolgente.

Un ritmo della narrazione molto lento

La voce narrante appartiene ad una nonnina che confessa i segreti di una vita alla nipote, cercando di fornirle dei preziosi consigli di vita. Il risultato è dunque una narrazione estremamente lenta e riflessiva, scandita dall’ordine in cui i pensieri balenano nella mente del narratore anziché dalla cronologia con cui gli eventi si sono manifestati. Sono inoltre assenti i dialoghi lunghi e avvincenti, le scene d’azione così come le sequenze descrittive: l’intero romanzo è consacrato all’interiorità della protagonista e ai suoi ricordi.

Un libro che aiuta a fare la pace

In una video-intervista l’autrice afferma che Va’ dove ti porta il cuore è un libro che aiuta i lettori a fare la pace in famiglia in quanto molte persone l’hanno ringraziata perché sono riusciti a riappacificarsi con un famigliare proprio grazie alla lettura del libro.

Al momento non ho la necessità di fare la pace, ma vorrei dedicare questo post alla mia mamma:

“Ciao mamma,

siccome la mia imminente partenza per il Portogallo ti farà piangere tutte le lacrime dell’Inferno,

mi sono degnata di leggere il tuo libro preferito, dopo averlo sdegnato per molti anni.

Sai una cosa? Mi è piaciuto.

Ti voglio bene”

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Nuovo blog in arrivo, per non andare fuori tema

Un nuovo blog per non andare fuori tema

Acqua e limone è venuto al mondo qualche mese fa per condividere i miei interessi, ma ultimamente sono andata terribilmente fuori tema: i post a tematica culturale che vi avevo promesso all’inizio si alternano ad altri che trattano gli argomenti più svariati. Il risultato è un blog “annacquato” da soggetti che poco hanno a che fare con la cultura, così ho deciso di rimediare.

Siccome non voglio rinunciare a spiattellare tutti i fatti miei e condividere argomenti meno impegnativi, ho deciso di aprire un secondo blog, il cui titolo sarà:

IL RANOCCHIO HA PARLATO

E ha un sacco di grilli per la testa

Il ranocchio ha parlato

Cari lettori, mi sono già messa all’opera per voi! Non appena avrò terminato la personalizzazione del blog, trasferirò gli articoli fuori tema di Acqua e limone sulla nuova piattaforma, che sarà molto più colorata e scanzonata del primo. Vi preannuncio soltanto che su questo blog ci ritroveremo tra secchioni, sull’altro invece ci abbandoneremo ad una folle e sfrenata spensieratezza.

Nella vita non si può essere sempre seri così come sarebbe impossibile fare i mattacchioni tutti i giorni, ma è giusto mantenere ben separate i due mondi in blog differenti, quanto basta per evitare di fare confusione.

Tenetevi pronti, ho molte novità in serbo per voi …

Fantasmi a teatro

teatro lugubre

Il teatro non è come il cinema, ci vuole un preciso stato d’animo per gustarlo appieno, soprattutto perché non è possibile assistere ad una replica dello spettacolo: ogni singola rappresentazione è effimera e irripetibile, comprare un altro biglietto non permette di tornare indietro e assistere alla magia di quella specifica serata.

Venerdì sera non sono riuscita a seguire per tutta la rappresentazione, è stato impossibile concentrarsi sulla trama: ero tormentata da due fantasmi, il ricordo di amici che ho allontanato per colpa del mio caratteraccio e che avrebbero dovuto trovarsi al mio fianco.

Lei avrebbe dovuto assistere allo spettacolo con me e avrebbe apprezzato moltissimo, anche se il teatro non la appassiona particolarmente. Sarebbe rimasta semplicemente incantata dalla protagonista, era veramente il personaggio che avrebbe fatto il caso suo. Mi sarebbe anche piaciuto discutere con lei sullo spettacolo, sapere cosa ne avrebbe pensato … Per un istante ti ho sentito al mio fianco come quella sera di ottobre, stavi respirando assorta e immobile, concentratissima sulla vicenda. Non riuscivo a seguire la vicenda, gli errori, le paranoie e l’egoismo del passato danzavano sul palcoscenico.  Vorrei tornare indietro, quantomeno per ringraziarti della pazienza e della fiducia che ho tradito.

Per quanto riguarda l’altro ragazzo, non è questo il luogo in cui scrivere, ma non basterebbe un romanzo per parlare di quello che combinava il tuo fantasma mentre cercavo di seguire la rappresentazione.

Ragazzi, i vostri spettri erano lì con me ieri sera. Sentivo la loro presenza fisica mentre gli attori boccheggiavano muti sul palcoscenico e il buio della sala mi opprimeva. Non sto scherzando, so che tutto ciò può sembrare troppo Shakespeariano per essere accaduto veramente, ma è andata veramente così. Si chiama rimorso, è la cosa più brutta che esista al mondo.

Avevo intenzione di scrivere una recensione sullo spettacolo, invece mi ritrovo a raccontare dei miei fantasmi personali, due Banquo che continuano a perseguitarmi. Quando smetterò di fare errori?