“Vita di Antonio Gramsci”: vita, morte e miracoli sul politico sardo

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In alcune biblioteche locali è ancora possibile trovare la prima edizione di Vita di Antonio Gramsci del 1966 di Giuseppe Fiori, nato in Sardegna come il protagonista della biografia e senatore di Sinistra Indipendente. Si tratta di un’edizione economica, sulla copertina spicca una fotografia rossa di Gramsci e il volume presenta alcuni affascinanti segni del tempo: leggendo la presentazione dell’autore, si scopre per esempio che Fiori era ancora in vita quando è stato stampato il libro.

La biografia è stata definita un ritratto di Gramsci “a figura intera, con i tuffi del sangue e della carne”. Quando venne pubblicata nel 1966 sconvolse il pensiero comunista, che non aveva mai scavato a fondo nel personaggio di Gramsci. La biografia riporta molti aspetti che rendono Gramsci un personaggio umano, sottraendolo al piedestallo su cui è stato posto dai comunisti, e sono presenti numerosi riferimenti alla sua vita quotidiana. Nel corso dei decenni, l’opera è rimasta attuale ed è stata rinnovata dai materiali inediti che sono stati ritrovati successivamente. L’opera è stata tradotta in quasi tutte le lingue europee, in giapponese e in coreano.

Gramsci è celebre per aver fondato il Partito Comunista d’Italia e per essere stato richiuso nel carcere di Turi sotto il fascismo. Ottenne la libertà in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ma purtroppo era troppo tardi per sperare nella guarigione, perciò si spense tra terribili sofferenze. La biografia è il frutto di una minuziosa ricerca sulla sua persona, i suoi famigliari e il periodo storico in cui ha vissuto.

La fisionomia del biografo è impersonale, infatti nel corso della lettura nulla apprendiamo sulla personalità di Fiori, sul suo rapporto con la figura di Gramsci o su come ha svolto la ricerca che precede la stesura della biografia. Lo stile rende la biografia molto simile ad un saggio che espone delle informazioni oggettive, senza dilungarsi in commenti personali. Lo scopo dell’opera è informare, non intrattenere, infatti lo stile è molto distante dalla narrazione, non  è un caso dunque se l’opera appartiene alla collana Universale Laterza, insieme a opere di saggistica. Molto spesso il narratore, ammesso che si possa chiamare tale l’io narrante di un saggio, si annulla per trascrivere delle fonti: lettere, verbali dei processi, scritti di Gramsci, di personaggi a lui vicini o di personalità di spicco nel periodo storico in cui ha vissuto. Il narratore è dunque esterno e eterodiegetico, ma spesso diventa interno e omodiegetico quando vengono trascritte fonti in cui i personaggi diventano voce narrante, come nel caso delle lettere. Frequentemente le fonti vengono trascritte per fornire un esempio di ciò che il narratore esprime prima sinteticamente, ma il testo ha raramente una struttura argomentativa.

Sono numerose le anticipazioni, come quando si racconta che Giulia, la moglie di Gramsci, avrebbe avuto dei problemi psicologici, oppure quando la voce narrante rivela che, dopo un determinato incontro, Gramsci non avrebbe più rivisto suo figlio Delio. Nonostante ciò, i fatti sono esposti in ordine cronologico, dalla nascita di Gramsci e da un breve excursus sulle origini dei genitori, fino alla morte. Tutte le fasi della vita di Gramsci sono analizzate con la dovuta attenzione, nessuna di esse viene trattata in maniera privilegiata. Sono presenti numerose digressioni sul periodo storico e le vicende politiche della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa, per illustrare in quale contesto agiva il personaggio; quando si tratta la scrittura dei Quaderni, un breve excursus illustra i contenuti degli scritti cui Gramsci si dedicava in prigione.

Il ritmo è molto lento perché le informazioni sono minuziose, in quanto sono il frutto di una ricerca accurata: si menzionano per esempio i voti della pagella di Gramsci bambino o i nomi dei padroni di casa durante il periodo in cui frequentava l’università.

Lo stile non è complesso perché il linguaggio è molto semplice, tuttavia l’abbondanza di informazioni e la precisione con cui sono state effettuate le ricerche rendono la lettura molto impegnativa, fatta eccezione per le sequenze più descrittive o la trascrizione delle lettere. E’ consigliabile la lettura per coloro che hanno un’infarinatura generale sulla storia del Novecento, perché i capitoli relativi alla contestualizzazione storica possono risultare troppo dettagliati per coloro che non hanno esperienze pregresse. Il destinatario è dunque una persona con una cultura universitaria e una solida conoscenza della figura di Gramsci, che desidera approfondire l’argomento leggendo informazioni minuziose.

Sembra assente una componente critica, nonostante la presenza di alcune sottili opinioni dell’autore, come quando Fiori dichiara che Gramsci è stato “santificato”, soprattutto per quanto riguarda l’assenza di tentativi di sottrarsi alla prigionia; Fiori esprime il proprio punto di vista anche quando dichiara che Gramsci è stato lasciato morire senza cure da Mussolini, pur non essendo stato condannato a morte. La componente critica è sapientemente mimetizzata nell’esposizione oggettiva dei fatti e nella selezione delle fonti, pertanto è implicita.

Il ritratto di Gramsci è oggettivo poiché sono assenti i commenti ideologici o i ritratti apologetici, pertanto la lettura dell’opera può essere un’occasione per scoprire la verità su un importante personaggio storico e ampliare la propria cultura generale.

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Giulia Bossi e Maria Giovanna Piano raccontano Grazia Deledda

Questo articolo è stato pubblicato da Lo Sbuffo

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Sabato 8 settembre la Libreria delle Donne, storico luogo di ritrovo femminista milanese, ha organizzato come evento di apertura della stagione una serata dedicata a Grazia Deledda, scrittrice sarda celebre per essere stata la prima donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1926, estromessa per decenni dal canone ma piacevolmente riscoperta negli ultimi anni.

La conferenza è stata aperta dalla dott.ssa Giulia Bossi, giovane docente di Lettere laureata con una tesi  su Elsa Morante e una profonda passione per le autrici del Novecento, nonchè redattrice de Lo Sbuffo. L’insegnante si è accorta che le autrici donne della letteratura italiana erano presenti nel manuale dei suoi ragazzi segregate in un capitoletto intitolato La sensibilità femminile, inoltre lo spazio a loro dedicato era notevolmente inferiore rispetto a quello riservato ai colleghi uomini. Sembrerebbe dunque che nel Novecento italiano non siano esistite scrittrici donne. Giulia Bossi ha scelto di spiegare alla classe Grazia Deledda, fornendo lei stessa il materiale ai suoi studenti. La giovane donna ha raccontato la propria esperienza alla platea con toni appassionati, trasmettendo il proprio trasporto per la professione di insegnante e le materie umanistiche.

La docente prosegue con la biografia di Grazia Deledda. L’autrice, osteggiata persino dai lettori sardi, studiò sino alla quarta elementare, poi proseguì gli studi come autodidatta anche grazie al padre, giurista amante della poesia. A quindici anni scrisse i primi romanzi d’appendice e subì l’influenza di autori russi come Dostoevskij e Tolstoj. I primi romanzi riguardarono la denuncia sociale, poi lo stile della Deledda assunse le caratteristiche che l’hanno resa popolare. L’autrice raccontò di una forza degli avi radicata nelle coscienze, di un tabù religioso nelle terre di Sardegna, di un forte senso di colpa dovuto al peccato. La Deledda non si abbandonò mai all’introspezione psicoanalitica, preferì invece affidare alla descrizione del paesaggio il compito di raccontare la psiche dei personaggi; infine troviamo una commistione tra riti mitici e Cristianesimo. Il Meriodione atemporale e ancestrale di Elsa Morante è stato indubbiamente influenzato dal premio Nobel sardo.

Pirandello, che la Deledda privò del Nobel, era fortemente geloso dell’autrice, infatti sosteneva che avesse una mente da uomo e nel 1905 descrisse nel romanzo Suo marito il rapporto d’amore catastrofico tra due personaggi che rappresenterebbero la Deledda e il suo consorte e agente letterario Palmiro. In verità la coppia si amava profondamente, mentre Pirandello e la moglie affetta da problemi mentali avevano un rapporto fondato sulla gelosia.

Giulia Bossi dialoga con Maria Giovanna Piano, una filosofa e insegnante sarda curatrice dell’Ifold (Istituto Formazione Lavoro Donne) di Cagliari, nel settore studi e ricerche. La filosofa presenta il proprio libro Onora la madre, relativo all’autorità femminile nei romanzi della Deledda, in vendita presso la Libreria delle donne. Nonostante Giulia Bossi abbia notato l’assenza della Deledda tra gli autori studiati a scuola, la Piano afferma che il canone sia stato fatto dalla Deledda. L’autrice avrebbe inoltre “sardinizzato” l’Italia mentre i connazionali di altre regioni italianizzavano la Sardegna. La trama dei romanzi farebbe scontare ai personaggi la sola colpa di essere vivi. Grande tema dell’opera è il matriarcato mistico: agli uomini spetta l’agire pratico, mentre le donne, anche se apparentemente si “agitano” di meno, sono il vero fulcro dell’azione narrativa.