“Il sogno di un uomo ridicolo”, l’amore salverà il mondo secondo Dostoevskij

Articolo pubblicato su Modulazioni Temporali.

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Il teatro Out Off ha presentato Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij, un monologo che induce alla riflessione trattando tematiche profonde e importanti come il suicidio, l’amore per la vita e la solitudine. La traduzione e la drammaturgia sono di Fausto Malcovati e Mario Sala, la regia di Lorenzo Loris, che in questi ultimi anni sta trattando il rapporto tra letteratura e teatro e non è la prima volta che affronta uno scritto di Dostoevskij.

Il sogno di un uomo ridicolo venne inizialmente concepito da Dostoevskij come un racconto fantastico: fu iniziato nel 1876 e fu inserito nel Diario di uno scrittore, che spicca per le riflessioni severe e conservatrici che rovesciano completamente il pensiero progressista dei primi anni dell’autore .

Il protagonista è un uomo ridicolo che, stanco di essere deriso dai propri simili, decide un giorno di suicidarsi ammirando una stella che brilla nel cielo. Viene però distratto da una bambina che chiede aiuto e a cui rifiuta assistenza in quanto troppo preso dalle proprie aspirazioni di morte. Quando torna a casa si addormenta ed inizia a sognare; le oniriche fantasie di quella notte saranno cruciali nel determinare le sue scelte.

Il messaggio può essere riassunto in alcune citazioni tratte dallo spettacolo: “Bisogna soffrire per amare”, “Bisogna soffrire per scoprire la verità”, ma soprattutto “Amare salverà il mondo”, la frase conclusiva con cui l’attore protagonista saluta la platea. Solo amando il prossimo è infatti possibile dare un senso alla propria vita e perseguire la felicità, una rivelazione che dissuaderà il protagonista dal suicidio.

La scenografia di Daniela Gardinazzi è alquanto singolare: poche panche riservate al pubblico sono disposte intorno alla zona centrale del palcoscenico; in scena si trovano semplicemente una poltrona e un tavolo ai lati opposti dello spazio del palco destinato alla recitazione, mentre al fianco di ciascuno di essi si trova un lumino. La platea è nascosta da un tendone e verrà rivelata al pubblico quando l’attore protagonista inizierà a recitare tra le poltroncine vuote nel monologo conclusivo, quando platea e palcoscenico invertiranno le proprie funzioni. Si tratta di una soluzione estremamente suggestiva ed efficace da un punto di vista artistico, ma piuttosto scomoda per gli spettatori, che sono costretti a restare seduti su dure panche di legno e il cui sguardo fatica a farsi largo tra le schiene di chi è seduto davanti. Le luci e la fonica di Luigi Chiaormonte hanno accompagnato la rappresentazione silenziosamente ma con efficacia.

I costumi di Nicoletta Ceccolini hanno trasformato l’Uomo Ridicolo in un pagliaccio con scarpe tricolore consumate, un vestito a righe bianco e blu, un cappellaccio beige, un cappotto blu e un naso dipinto di rosso. Mario Sala si è trasformato in un personaggio dall’andatura e dalla voce buffa, eppure ciò che diceva era serio, malinconico e tragico, così il vestiario variopinto rendeva ancora più struggenti le sue parole. A tratti la voce diventava cupa o persino rabbiosa, rendendo estremamente profondo il personaggio e per nulla simile ad una macchietta comica. Mario Sala ha interpretato egregiamente il personaggio, trasformandosi in un Uomo Ridicolo che, anziché divertire, induce a riflettere e commuove, nonostante il naso rosso da clown. L’unico personaggio in scena racconta in prima persona, ripercorrendo un sogno avvenuto nel passato e adoperandosi per svolgere quella che nel finale rivelerà essere la sua missione, vale a dire testimoniare come ha superato la volontà di suicidarsi e ha iniziato ad amare la vita.

Nonostante la gravità delle tematiche trattate, lo spettacolo è leggero perché il linguaggio è semplice e scorrevole. Il messaggio di speranza finale rallegra l’animo dello spettatore, strappando un sorriso e inducendo alla riflessione.

 

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Sold out per “Il giardino dei ciliegi” al Piccolo Teatro di Milano

Questo articolo è stato pubblicato su Lo sbuffo.

Sold out per Il giardino dei ciliegi, in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 23 al 26 novembre. La regia è opera di un artista straniero, Lev Dodin, la produzione del Maly Drama Teatr di San Pietroburgo e il fatto che i biglietti siano stati esauriti settimane prima dell’evento lascia presagire un grande successo per questo tour mondiale.

Il giardino dei ciliegi” racconta Lev Dodin “è l’opera più movimentata che Cechov abbia mai scritto. Il pubblico ha realizzato che si tratta di una delle più grandi commedie teatrali in assoluto. Malgrado non ci faccia ridere, ci sorprende e affascina perché è una grande messa in scena  come quelle che la vita ci infligge ogni giorno: la Commedia della Storia della quale noi siamo i personaggi. E nella quale la vita diventa parte della storia stessa”. “Questa vicenda è diventata” continua il regista “una sorta di mito sull’imprevedibilità della storia e sulla sua prevedibilità, sulla perdita di controllo da parte delle persone sulla propria vita e il proprio destino. Ma anche sulla loro sorprendente forza e responsabilità a proposito di quella vita e quel destino e sulla capacità di proteggere se stesse e rimanere veramente se stesse malgrado tutto”..

Coloro che non sono riusciti ad acquistare i biglietti possono accontentarsi di una straordinaria messa in scena del 1978 caricata su YouTube, oppure possono leggere il testo in uno dei tanti pdf disponibili online.

L’opera è stata terminata da Cechov nel 1903 ed è andata in scena per la prima volta nel 1904, pochi anni prima della morte del drammaturgo; si tratta del capolavoro dell’artista. Il dramma è stato inizialmente concepito come una commedia, ma è stata presentata essenzialmente come una tragedia dai primi registi che ne hanno diretto la rappresentazione (Stanislavskij e Nemirovic-Dancenko).

La vicenda si svolge in una bellissima tenuta aristocratica in cui si trova un “giardino dei ciliegi”, molto amato dai proprietari. Dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja diciassettenne, la padrona di casa Ljubov’ Andreevna Ranevskaja ritorna alla tenuta. Purtroppo la famiglia non riesce a pagare degli interessi e la proprietà sta per essere venduta all’asta. Ciascuno cerca di trovare una soluzione, ma nessuno agisce concretamente: si festeggia, si disquisisce d’amore e alcuni personaggi, in particolare la capofamiglia, continuano a dissipare il denaro. Un contadino arricchito amico di famiglia, Lopachin, consiglia di costruire e affittare dei villini sul giardino dei ciliegi, ma il suo consiglio non viene preso in considerazione. Cogliendo tutti di sorpresa, tale personaggio acquista la tenuta e decide di abbattere i ciliegi per costruire i villini. La famiglia è costretta a trasferirsi altrove, ma non sembra particolarmente dispiaciuta e i vari personaggi sperano in una vita migliore. Viene dimenticato dai vari personaggi il vecchio e malato servitore Firs, che chiude il dramma con frasi sconsolate.

L’opera è costituita da quattro atti e racchiude degli elementi appartenenti alla biografia dell’autore, come i problemi economici di sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La trama raffigura egregiamente la situazione in cui si trovava la nobiltà terriera russa poco prima della Rivoluzione, in particolare quando venne abolito il sistema feudale e vennero riscattati i servi della gleba nel 1861 ad opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Si trattò di un periodo di decadenza per l’aristocrazia, che coincise con lo sviluppo della borghesia e la rivincita della classe popolare.
Sarà infatti il borghese Lopachin ad acquistare e distruggere il giardino dei ciliegi. L’ex contadino è figlio di servitori che hanno lavorato nella tenuta e il suo gesto rappresenta una sorta di affronto nei confronti della padrona di casa, che ama profondamente il giardino pur non essendo in grado né di risparmiare né di trovare una soluzione per non perdere la proprietà; la donna rappresenta l’aristocrazia morente. Il giardino dei ciliegi diventa dunque un non-luogo che rappresenta la Russia intera ed è teatro di un’irreversibile mutamento sociale.

L’aristocrazia, non potendo più avvalersi della servitù, viene indebolita e impoverita. Il vecchio servitore FIrs, quasi novantenne, malato e portato all’ospedale al termine dell’opera, rappresenta la morte della servitù della gleba. Al termine dell’opera l’anziano servitore viene dimenticato a casa dagli altri personaggi e la tragedia si conclude proprio con le sue sconsolate parole, simbolo del tramonto di un’era.

Il giardino dei ciliegi non compare in scena in quanto l’azione si svolge al chiuso, nella villa di famiglia. Conosciamo però la sua descrizione attraverso le parole dei personaggi: si tratta di un giardino grande, l’unica cosa notevole del governatorato ed è persino citato nel Dizionario Enciclopedico. Il giardino rappresenta la Russia e la sua aristocrazia, il luogo di un’infanzia felice e agiata ma trascorsa, lo spazio dei ricordi del passato, degli affetti. L’opera può rappresentare la nostalgia per il tempo che passa, ma anche una speranza per il futuro, in quanto i personaggi lasciano la villa speranzosi, verso una nuova vita.

A parte Lopachin, nessuno dei personaggi sembra realmente intenzionato a salvare il giardino dei ciliegi: nel corso della tragedia compaiono infatti trame secondarie in cui si amoreggia e si festeggia e, al termine dell’opera, ciascun personaggio sembra soddisfatto della distruzione del giardino e parte per la sua strada, verso un futuro di speranza. Il giardino dei ciliegi è la tragedia del tempo che scorre: morta l’aristocrazia, nasce una nuova società borghese.

 

Fonti:

http://www.klpteatro.it/il-giardino-dei-ciliegi-cechov-e-text

http://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/il-giardino-dei-ciliegi

Decadenza dell’aristocrazia russa: ‘Il giardino dei ciliegi’ di Anton Cechov – Saggio di Lorenzo Spurio