Il giullare

Oggi torneremo indietro nel tempo sino al Medioevo per raccontare chi era il giullare. Il termine deriva dal provenzale occitano  (vale a dire dalla lingua d’Oc) joglar, a sua volta derivante dal latino iocularis che significa scherzo, gioco, burla.

In un epoca in cui la cultura e il teatro ruotavano intorno alla Chiesa, si sviluppò con una diffusione altrettanto capillare il teatro profano soprattutto ad opera dei giullari, dei professionisti dello spettacolo eredi degli artisti ambulanti dell’Alto Medioevo. Il giullare era infatti un intrattenitore girovago esperto di recitazione, mimica, racconto delle storie, musica, canto di episodi classici o biblici, danza, acrobazie, le arti del saltimbanco, la retorica dei ciarlatani e molto altro ancora.

Il giullare non si esibiva in teatro ma metteva in scena il proprio spettacolo nei luoghi in cui si radunava una gran folla come le piazze, le fiere e le corti dei re durante i banchetti. Non adottava alcuna scenografia salvo, in casi eccezionali, una pedana come palcoscenico e una tenda dotata di aperture come sipario.

Nel Medioevo esistevano codificazioni molto rigide per quanto riguarda l’abbigliamento; si pensi infatti che le prostitute, per essere distinte dalle signore perbene, non potevano coprirsi il capo con un velo e talvolta erano costrette a vestirsi solo di giallo. Il giullare era visto dalla società come un elemento sovversivo e controcorrente da associare al pazzo, all’anormale, al diabolico che rovescia l’ordine comune della società imposto dalla Chiesa. Il suo vestito era dunque altrettanto ghettizzante per essere ben riconoscibile dalla folla: un indumento a strisce verticali bicolore, con campanacci (o l’utilizzo di strumenti a fiato) per preannunciare acusticamente il proprio arrivo come i sonagli dei lebbrosi, anche se in questo caso lo scopo è attirare l’attenzione della folla anziché allontanarla. Spesso indossava un cappello con dei campanelli e portava degli oggetti strani alla cintura; i capelli erano rasati e non portava la barba. Spess effettuava delle manifestazioni di nudità nel corso degli spettacoli.

Gli spettacoli del giullare costituivano il sovvertimento delle leggi sacre dell’ordine sociale, perciò era ritenuto una minaccia dalla Chiesa. Il giullare infatti offriva al suo pubblico un “canale di sfogo” del pensiero, un’opportunità di evasione dalle regole della gerarchia dei re e del potere ecclesiastico. Spesso venivano messe in scena improvvisazioni o pantomime intorno alla vita quotidiana, all’amore, al sesso, al cibo, alla beffa contro la cultura dominante, oppure un carnevalesco “mondo alla rovescia” per sfogare e esorcizzare le fatiche del vivere quotidiano mediante la risata liberatoria.

Talvolta i giullari erano dei dotti, infatti erano in grado di utilizzare forme metriche come l’ottava, lo strabotto e le ballate, si destreggiavano in generi letterari e temi differenti. Tra i temi più diffusi troviamo il contrasto, l’alba (l’addio degli innamorati al sorgere del sole), la serenata alla donna amata, il lamento della malmaritata. La loro arte è quasi sempre anonima sia sul piano anagrafico, vale a dire che non si consce la paternità di molti poemi, sia sul piano culturale. Spesso adottavano delle forme convenzionali e ripetitive poiché lo spettacolo si basava essenzialmente sull’invenzione, la battuta ad effetto o la trovata brillante e improvvisa.

Sin dal Basso Medioevo si era soliti distinguere i giullare che lavoravano stabilmente presso una corte di un re, talvolta accompagnando le poesie dei trovatori, e quelli girovaghi, che si esibivano nelle taverne e nelle piazze. Venivano inoltre distinti i giullari che raccontavano in qualità di cantastorie le storie dei santi e dei cristiani virtuosi da quelli adusi alla nudità, al contorsionismo (considerato un peccato in quanto violava le leggi di Dio) e alla volgarità.

Dal XII secolo la figura del giullare assunse anche connotazioni diverse: alcuni di questi artisti si posero stabilmente al servizio di un signore e divennero intrattenitori e musici di corte.

 

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I bomabardamenti della Seconda Guerra Mondiale: saggio e testimonianze

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 Galleria Vittorio Emanuele bombardata a Milano

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Le ultime generazioni non conoscono l’orrore della guerra e possono solamente appellarsi alle cronache del passato e ai ricordi dei testimoni diretti per apprendere cosa è accaduto dal 1939 al 1945. E’ necessario precisare che, per quanto riguarda le testimonianze dirette, i combattenti in vita sono ormai sempre e meno, mentre sopravvivono ancora e si lasciano intervistare coloro che hanno vissuto la guerra da bambini. E’ anche attraverso i ricordi di tali ragazzi diventati ormai nonni che riscopriremo come la grande storia abbia influenzato la piccola storia, come la guerra abbia devastato la vita quotidiana pur senza privarli dell’incessante voglia di giocare tipica di quell’età. I bambini non conoscevano la guerriglia poiché erano chiaramente troppo piccoli per imbracciare un fucile ed unirsi alla resistenza, però hanno conosciuto la devastazione dei bombardamenti.

 

Bombardamenti strategici e bombardamenti a tappeto.

Esistono due tipologie di bombardamenti, quelli strategici e quelli a tappeto. Un bombardamento aereo viene considerato strategico quando non è direttamente collegato ai combattimenti a terra e mira essenzialmente a a colpire la potenza militare avversaria, distruggendo un obiettivo preciso che può essere per esempio il magazzino dei mezzi materiali necessari ai militari, un centro di comando o altri obiettivi militari

Il bombardamento a tappeto, detto anche d’area o di saturazione, è una tecnica di bombardamento aereo che non mira ad obiettivi precisi, ma colpice in modo indiscriminato vaste aree urbane nemiche, in modo tale da abbattere il morale della popolazione, fiaccarne la resistenza e distruggere le loro risorse (impianti industriali, linee di comunicazione, infrastrutture, centri logistici …). Tale tecnica di combattimento è stata adottata soprattutto dai tedeschi, ma anche da inglesi e americani. Durante i bombardamenti a tappetto grosse squadre di bombardieri riveravano bombe a caduta libera sul territorio nemico, spesso con un elevato rapporto di ordigni incendiari come termite, napalm o fosforo bianco. Spesso venivano lanciate bombe ritardate o a tempo, con lo scopo di uccidere i pompieri impegnati nei soccorsi o che spegnevano gli incendi. Un tempo il bombardamento a tappeto richiedeva l’impiego di centinaia di bombardieri, oggi invece un solo missile può produrre il medesimo effetto distruttivo, lo stesso vale per un bombardiere pesante, che pul rilasciare numerose bombe piccole e leggere.

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Il bombardamento di Milano

Nel 1940 Milano era ritenuta dagli Inglesi un importante obiettivo militare poiché era una delle più importanti città industriali a livello europeo e uno dei vertici del triangolo industriale con Torino e Genova. Prima ancora dello scoppio del conflitto, il servizio di informazioni industriali inglese aveva cercato notizie dettagliate e segnato i punti strategici più importanti sulle mappe di Milano e della Brianza. Gli obiettivi degli inglesi erano per lo più di tipo industriale: la Alfa Romeo, la Edoardo Bianchi, le Officine Galileo, la Magneti Marelli, le officine Borletti, la Tecnomasio Italiana Brown Boveri, la Pirelli, la Isotta Fraschini, la Breda, la Caproni, l’Ansaldo e, ma non ultima, la Falk acciaierie. La città era inoltre un importante nodo ferroviario con numerosi scali merci.

Per quanto riguarda i bombardamenti a tappeto, avevano tracciato dei centri concentrici su una mappa, al centro dei quali si trovavano i navigli, la zona di Milano più vulnerabile in caso di intenso attacco aereo non solo poiché era il più intensamente abitato, ma anche perché le costruzioni erano molto vicine l’una all’altra e le strade erano molto strette: le condizioni erano propizie per lo scoppio e il propagarsi di un incendio. I rapporti spionistici però avvertivano che il materiale impiegato per la costruzione degli edifici, mattone e cemento, ostacolavano lo scopiio di un incendio; non si videro mai infatti in Italia i grandi incendi che distrussero le case tedesche costruite con materiali in legno.

La difesa di Milano era inizialmente nelle mani della quinta legione della “La Viscontea), della Milizia Di.ca.t (Difesa contraerea territoriale, composta in totale da 9000 uomini dislocati ia in città ia nelle campagne circostanti. Il loro compito era quello di mitragliare gli aerei nemici da postazioni strategiche, come per esempio sul tetto di una fabbrica di grandi dimensioni, sul quale erano state montate delle batterie antiaeree. Il loro ruolo fu un disastro, così vennero impiegati nel 1942 i Flakartillerie, dipendenti della Luftwaffe

Dopo l’ottobre 1942 affluirono in Italia alcuni reparti della Flakartillerie tedesca, dipendenti dalla Luftwaffe, per dar man forte alla Dicat, la cui abilità nel difendere i cieli si era rivelata assai scarsa, tanto da non essere quasi temuta dai bombardieri. Le batterie tedesche furono situate nei pressi di quelle italiane, al fine di sfruttarne i già stabiliti collegamenti per le comunicazioni. Dopo l’armistizio, essendo stata sciolta la Dicat, la difesa dei cieli spettò esclusivamente alla Flak tedesca, che venne potenziata per l’occasione sfruttando il personale italiano della Repubblica Sociale Italiana. Oltre alla difesa organizzata da terra, erano sempre pronti a staccarsi in volo i caccia della Regia Aeronautica.
Gli uomini della UNPA (unione nazionale protezione antiaerea) e i Capifabbricato erano l’ultimo anello dell’organizzazione difensiva: avendo attribuito un’unità per ogni palazzo, garantivano l’efficacia dei rifugi antiaerei, delle uscite di sicurezza, degli idranti, dell’oscuramento dei palazzi e dei mezzi di trasporto. Ai cittadini era infatti richiesto ricoprire i vetri delle finestre con carta azzurra per impedire che gli aerei potessero vedere le luci utilizzate all’interno. Anche i mezzi di trasporto pubblici e privati avevano i parafanghi tinti di bianco fatta eccezione per una piccola fessura per la proiezione della luce.

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ALcuni ciclisti osservano un palazzo milanese distrutto.

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L’organizzazione dell’attacco

Degli aerei detti “pathfinder”, segnatrada in inglese, lanciavano dei luminosissimi bengala (dispositivi d’illuminazione d’acciaio con il paracadute) per mostrare la rotta e gli obiettivi ai bombardieri, che colpivano di solito a mezzanotte. I bombardieri inglesi che hanno colpito Milano infatti decollavano dalle loro basi nel sud dell’Inghilterra verso l’ora di cena, attraversavano la Francia occupata dai Nazisti e le Alpi per raggiungere i loro obiettivi.

Dal 1993 gli aerei dell’USAAF attaccavano invece durante le ore di luce per colpire più facilmente gli obiettivi e nonostante corressero maggiori rischi di venire abbattuti. Tali aerei decollavano dalla Puglia, dal mar Adriarico e dalla Romagna. Sganciate le bombe, durante il ritorno potevano sfruttare l’agilità per colpire liberamente tutto ciò che poteva essere un bersaglio utile da distruggere, come un treno in corsa.

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La popolazione bombardata

La popolazione veniva avvertita del bombardamento incombente mediante il suono di una sirena con circa trenta minuti di anticipo sull’attacco, cui seguiva un secondo allarme pochi minuti prima dello sgancio delle prime bombe. Solitamente i cittadini avevano dunque il tempo per raggiungere le cantine rifugio o i rifugi collettivi più vicini. I portinai degli stabili avevano inoltre il compito, durante gli attacchi, di spalancare i portoni, per permettere ai passati sorpresi dall’incursione di ripararsi dentro gli androni.

 

Le testimonianze

Il nostro passato non è costituito soltanto dai fatti della Grande Storia, ma anche dalle esperienze quotidiane delle singole persone. Per descrivere quegli anni di sofferenza ho deciso di intervistare i miei nonni materni e paterni, che all’epoca dei combattimenti erano poco più che bambini.

Mia nonna materna non ha nulla da raccontare: è cresciuta in un paesino della Brianza troppo piccolo per rientrare tra gli obiettivi dei bombardieri, può soltanto descrivere il terrore che prova quando lei e la sua famiglia avvistavano gli aerei diretti su Milano e le preghiere recitate per chiedere al Signore di far procedere gli aerei verso un’altra direzione. Gli anni della guerra sono stati un periodo di povertà e di fame (vi era una grande carenza di generi alimentari), ma la sofferenza più dura è stata patita dai miei nonni paterni, che vivevano ad Alessandria.

I miei nonni paterni vivevano ad Alessandria, capoluogo di provincia piemontese, che era un obiettivo sensibile e pertanto più volte colpito dai bombardamenti, hanno invece rilasciato una breve intervista.

Valivi: Nonno, potresti parlarmi di ciò che ti ricordi della Seconda Guerra Mondiale?

Nonno: Certamente.

Valivi: Sono stati anni duri, vero?

Nonno: Nel periodo dal 1944 all’aprile del 1945 la popolazione civile era atterrita da grandi pericoli e penose privazioni, generi alimentari in particolare.

Valivi: Hai vissuto anche tu l’oscuramento?

Nonno: Sì. Nessuna luce illuminava i vicoli, le vie, le piazze. Durante l’inverno alle tenebre spesso si aggiungeva pure una fitta nebbia. […] Buio totale, assoluto, ovunque.

Valivi: Cosa accadeva quando suonava l’allarme?

Nonno: Le sirene suonavano di notte e di giorno anche più volte durante l’intera giornata, era un suono lugubre e prolungato. […] Tutti correvano nei rifugi, purtroppo insicuri perchè si trattava, di solito, delle cantine delle stesse case.

Valivi: Come si svolgeva la vostra fuga?

Nonno: Di notte, soprattutto d’inverno, era molto penoso essere brutalmente svegliati, in fretta e furia infagottati nelle coperte e di corsa, affannosamente, condotti nei gelidi sotterranei. […] Ma non sempre arrivavano gli aereoplani, oppure i veicoli si limitavano a transitare.

Valivi: E tu, nonna, dov’eri in quel periodo?

Nonna: io e i miei famigliari vivevamo in una cascina situata su un’alta collina, in un villaggio denominato San Salvatore Monferrato.

Valivi: come mai?

Nonna: Eravamo stati sfollati per sfuggire ai bombardamenti aerei che colpivano Alessandria.

Valivi: anche voi fuggivate al suono della sirena?

Nonna: Nel paese non risuonavano le sirene d’allarme, spesso però sentivo, di giorno e di notte, i cupi e grevi rombi degli aerei, sempre numerosi, che passavano. […] Dopo i bombardamenti di Alessandria scorgevo, invece, con terrore, le molte colonne di fumo, ora nero, ora biancastro, alzarsi dalla città: provenivano dagli edifici distrutti dalle bombe.

Valivi: Ma prendevate comunque qualche precauzione?

Nonna: Sì, ci riparavamo nei rifugi, per lo più delle cantine, o nella stanza che appariva più oscurata.

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Abitazioni milanesi distrutte dai bombardamenti

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Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_strategici_durante_la_seconda_guerra_mondiale

http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamento_a_tappeto#Bombardamento_di_Coventry

http://www.storiadimilano.it/Repertori/bombardamenti.htm

La tradizione del pesce d’aprile

Le origini

Anche se siamo in ritardo di una decina di giorni, non è mai troppo tardi per parlare delle origini del pesce d’aprile, quella simpatica tradizione che consiste nel tormentare giocosamente gli amici con burle e scherzetti, che nella maggior parte dei casi consistono nell’appiccicare sulle loro schiene un piccolo pesciolino di carta.

Non sappiamo con certezza come sia nata la simpatica usanza, tuttavia sono state formulate al riguardo diverse teorie. Prima della riforma del calendario gregoriano il capodanno era festeggiato dal 25 marzo al 1 aprile e coloro che non si abituarono al cambiamento e continuarono a festeggiare il capodanno in questa data furono chiamati gli “sciocchi d’aprile”. Nel calendario giuliano (introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C.) il primo di aprile indicava infatti l’inizio del solstizio di primavera e l’inizio dell’anno.

Secondo alcuni l’origine della festa è dovuta all’usanza pagana di fare coincidere il capodanno con il solstizio di primavera, propiziando gli dei con doni, sacrifici e festeggiamenti. La fine dell’inverno era accolta con scherzi e burla, perciò il primo d’aprile era considerato un giorno particolarmente “pazzo” (April’s fool day). In Francia in questo periodo era usanza donare dei pacchi regalo vuoti e la strana usanza era soprannominata Poisson d’Avril, che significa per l’apppunto Pesce d’Aprile.

Siccome l’usanza non è tipicamente francese ma è diffusa in tutta Europa, alcuni studiosi sostengono che l’origine della festa debba risalire all’età classica, in relazione al mito di Proserpina. La fanciulla, rapita da Plutone, era cercata invano dalla madre, che fu ingannata da una ninfa. Altri invece sospettano una correlazione con la festa pagana di Venere Verticordia.

Siccome per il calendario Gregoriano la morte di Gesù sarebbe avvenuta il primo aprile del ’33, i nemici del cristianesimo avrebbero trasformato questa data in una giornata di burla per schernire coloro che credevano in Cristo. Il pesce infatti era uno dei simboli segreti con cui i Cristiani si riconoscevano tra loro ai tempi della persecuzione; pesce in greco si diceva ICHTHYS, acrostico di “Gesù figlio di Dio Salvatore”.

Ciò che è certo è che i festeggiamenti diventarono usanza in tutta Europa intorno alla fine del ‘500, sotto la Francia di Carlo IX e la Germania degli Asburgo, per poi essere seguiti dagli altri Paesi, compresa l’Italia.

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Scherzi famosi

Lo scherzo più antico mai documentato è la burla che il maestro Buoncompagno da Firenze fece al popolo bolognee nel XIII ecolo. Egli annunciò infatti che il primo di aprile avrebbe sorvolato la città con un macchinario di sua invenzione. La città si riunì s monte di Santa Maria per assistere allo spettacolo ma Buoncompagno sipresentò all’appuntamento indossando delle ali enormi e giustificandosi dicendo che un improvviso vento sfavorevole gli impediva di spiccare il volo.

Per il 1 aprile 1938 Orson Welles progettò uno speciale programma radiofonico intitolato ‘La guerra dei mondi’, una radiocronaca raccappricciante sullo sbarco dei marziani sulla terra ma, a causa di problemi tecnici, però, non fu possibile mandarlo in onda. Lo scherzo fu rimandato al 30 ottobre. Tra la popolazione corse subito un panico generalizzato: i centralini delle stazioni di polizia e dei giornali furono invasi da centinaia di telefonate, qualcuno indosò la maschera antigas, le strade si svuotarono e le chiese si riempirono. Si verificarono persino delle segnalazioni di avvistamento dei marziani.

La BBC i è particolarmente divertita girando un documentario in cui viene rivelata una nuova razza di pinguini e annunciando la nascita di un nuovo walkman che, grazie ad un particolare microcip, avrebbe potuto contenere centinaia di canzoni (era ancora lontana la nascita dell’iPod).

Fonti:

ACAB (All Cops Are Bastard): I tatuaggi dei carcerati

L’amicizia con Manuel, un simpatico trentenne conosciuto in ospedale, continua con una lezione sul ruolo del tatuaggio nelle carceri italiane e… siberiane.

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Immagine tratta da qui

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Un tatuaggio da galeotto non è solo un tatuaggio. Un tatuaggio da galeotto, fatto da un vero carcerato mentre sconta la sua pena, è gesto di sfogo, un simbolo di riconoscimento tra detenuti o un atto di protesta contro la crudeltà della galera.

Provate un po’ a pensare al detenuto medio: un giovane spacciatore italiano condannato a tre anni che, dopo sei mesi di galera, decide di marchiare la propria frustrazione sulla propria carne. Se per ogni appassionato di tatuaggi la pelle è una tela su cui raccontare la propria storia, per il carcerato si trasforma in un manifesto di carta straccia, con cui dichiarare pubblicamente la propria condanna ad una non-vita di botte, sbarre e cemento.

La Bibbia di riferimento per comprendere appieno il ruolo del tatuaggio nel mondo della detenzione è Educazione Siberiana di Nicolai Lilin (un libro che personalmente non ho mai letto, ma che la mia fonte cita per aiutarmi a comprendere un universo così distante dalla mia realtà), nel quale si racconta che il tatuaggio in prigione è una vera e propria carta d’identità del criminale, in quanto consente agli altri detenuti di conoscere l’identità del compagno, il reato che ha commesso e, soprattutto, decidere se la sua presenza in galera può essere tollerata o se deve essere eliminato come spia. I tatuaggi metaforici sono poi numerosissimi: le stelle sulle ginocchia, per esempio, indicano l’appartenenza alla mafia russa, in quanto un uomo forte non si inginocchierebbe di fronte a niente.

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In Italia la situazione è molto meno cruenta rispetto ai penitenziari russi, infatti secondo la mia fonte farsi un tatuaggio in una galera italiana è solamente un modo per ammazzare un tempo che non passa mai. L’azione stessa di farsi un tatuaggio dietro le sbarre è inoltre una straordinaria prova di coraggio e ribellione poiché si tratta di un’infrazione estremamente grave: essendo considerato dal regolamento carcerario un atto di autolesionismo, prevede l’annullamento dei 45 giorni di condono ottenuti ogni volta che si trascorrono sei mesi consecutivi in buona condotta.

Anche in Italia i significati dei tatuaggi sono vari, molteplici e spesso … pericolosi! La mia fonte ha paura a riferirmi i significati di molti tatuaggi galeotti, soprattutto dei simboli delle varie famiglie carcerarie di stampo mafioso; mi avverte invece di diffidare da chi si tatua delle lacrime che, come nella maschera di Pulcinella, sgorgano verso l’esterno anziché lungo i lati del naso come nella realtà, poiché tale personaggio potrebbe avere ucciso una persona.

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Il tatuaggio da galeotto si contraddistingue per lo stile “casereccio” con cui viene realizzato. Innanzi tutto la location in cui si svolge l’operazione non è un accogliente negozio del centro ma una squallida cella di quattro metri quadrati, che il prigioniero divide con altri cinque detenuti. Il comodo lettino su cui il tatuatore autorizzato vi chiede di sdraiarvi prima di iniziare l’operazione non è altro che la vostra brandina; se il disegno da realizzare è invece di piccole dimensioni, potete distendere la parte del corpo interessata sul tavolaccio su cui mangiate. Scordatevi le poltroncine imbottite in una sala d’attesa con la musica di sottofondo, i cataloghi con i disegni, l’ago sterilizzato, le garze, l’inchiostro specifico e il disinfettante: in cella questi privilegi sono inesistenti e il detenuto deve accontentarsi dello scarso materiale a disposizione:

  • Un ago da cucito;
  • Un accendino;
  • Un piccolo pezzo di filo di stagno;
  • Un pennarello Uniposca;
  • Un walkman o un oggetto dotato di un impianto elettronico simile;
  • Due pile a stilo, solitamente quelle del telecomando del televisore;
  • Un televisore funzionante;
  • Un compagno di cella che faccia il palo;
  • Un dopobarba;
  • Un po’ di crema idratante;
  • Domopack.

Una volta reperiti tutti gli attrezzi necessari, non vi resta che mettervi all’opera. E’ essenziale evitare di attirare l’attenzione dei secondini, perciò un compagno di cella volenteroso farà il palo per voi posizionandosi di fronte alla porta ferrata, nella tipica posizione con i polsi a penzoloni che sicuramente avrete visto nei film o al telegiornale. Il vostro amico nasconderà agli occhi esterni ciò che sta avvenendo all’interno della cella e vi avvertirà quando avvisterà una guardia carceraria in avvicinamento confidando nel fatto che, qualora il vostro piano dovesse andare storto, voi non farete il suo nome.

Dopo aver detto addio al vostro walkman ed ascoltato per l’ultima volta la vostra canzone preferita, dovete estrarre il motore del piccolo elettrodomestico dall’involucro di plastica: poiché non disponete di un cacciavite o di una cassetta degli attrezzi, la sola soluzione possibile è spaccare il walkman scagliandolo più volte sul pavimento e aiutandovi con le unghie. Scaldate ora il filo di stagno con l’accendino e utilizzatelo per saldare l’ago al motorino del walkman, dopodiché create un circuito chiuso con le pile del telecomando per azionare il dispositivo. Se siete stati dei bravi tuttofare, ora dovreste avere una piccola macchinetta da tatuatore fai-da-te che, una volta azionata, farà vibrare l’ago che inciderà la vostra pelle.

Estraete ora l’inchiostro nero dall’Uniposka e mischiatelo al dopobarba, il cui alcool è il disinfettante più potente a vostra disposizione, sino ad ottenere una miscela omogenea. Ora siete pronti per incidervi il tatuaggio nel derma. Intingete l’ago nella mistura, avvicinatelo alla pelle e … accendete il televisore! Sì, amici carcerati, se pensavate di essere pronti per realizzare il vostro tatuaggio vi siete sbagliati di grosso: siccome la macchinetta produce un ronzio che potrebbe insospettire i secondini, prima di azionarla vi conviene accendere il televisore e alzare il volume sino al massimo consentito dal regolamento carcerario (ebbene sì, quegli stronzi vi hanno tarato pure l’audio della tv). Ora che l’audio del programma televisivo di turno copre il rumore macchinetta, potete procedere con la vostra losca attività clandestina e procedere con il tatuaggio vero e proprio.

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Potete realizzare il tatuaggio da soli, farvi aiutare da un compagno di cella o chiedere aiuto ad un carcerato particolarmente bravo a disegnare. Se non avete al vostro fianco un aiutante esperto, scegliete un soggetto stilizzato, di dimensioni contenute e di facile realizzazione, oppure una scritta, in quanto ogni errore o sbavatura resterà sulla vostra pelle per sempre.

Una volta terminata l’opera dovrete stare molto attenti a mantenere pulito il tatuaggio per evitare l’insorgere di infezioni e ad idratare costantemente la pelle con una crema idratante. Se la cremina Nivea non vi sembrerà la soluzione più indicata poiché preferireste dei medicinali specifici e sicuri, vi conviene rinunciare all’impresa e recarvi da un tatuatore autorizzato una volta scontata la pena, ma così non otterrete un autentico tatuaggio da carcerato.

Adesso che sulla vostra pelle arrossata spicca il vostro tatuaggio, dovete sbarazzarvi delle prove. Avvolgete dunque lo strumento che avete creato nel Domopack più volte e nascondetelo nella vaschetta di carico del water, onde evitare spiacevoli inconvenienti durante le perquisizioni.

Ricordatevi che esistono altri sistemi per realizzare tatuaggi in prigione, certamente non più igienici di quello che mi ha illustrato la mia fonte, ma preferisco attendermi a quanto mi è stato riferito e non approfondire ulteriormente l’argomento.

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La mia fonte ha scelto di tatuarsi sull’interno dell’avambraccio sinistro l’acronimo ACAB, che significa All Cops Are Bastards. L’operazione, assolutamente indolore, è durata tra dieci minuti e un quarto d’ora e le linee del disegno sono piuttosto nette, perciò il tatuaggio ha un bell’aspetto e non è stata versata nemmeno una goccia di sangue. Il significato dell’acronimo non è una mera dichiarazione di ribellione nei confronti delle guardie carcerarie, ma un omaggio all’anarchia. Quando ho chiesto ulteriori spiegazioni, la mia fonte mi ha chiesto di riportare nell’articolo il testuale slogan: – Secondo voi lettori, chi è che rovina l’italia? Quelli in giacca e cravatta o quelli con i tatuaggi? -.

Io non conosco la realtà della prigione e non me la sento di esprimere alcuna opinione sulla testimonianza della mia fonte, tuttavia ritengo che ciascuno di noi abbia il diritto di essere ascoltato e di raccontare la propria storia perciò ho scelto di scrivere questo articolo anche se non posso attestare la veridicità dei contenuti. Parlare di ciò che accade all’interno delle prigioni non mi spaventa: l’Italia è popolata da tante persone tutte diverse e soltanto alcune hanno la fedina penale pulita… talvolta persino la coscienza!

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06 Febbraio 2015

Un anno dopo aver conosciuto Manuel, mi ha contattato un ex carcerato, di cui non citerò il nome, per raccontarmi una realtà differente. Ecco ciò che mi ha rivelato in chat:

“In Italia non esiste il linguaggio o l’appartenenza a qualche famiglia per il tattoo, o almeno al sud è così. Ho letto del tattoo della lacrima, be’, codesto ha tanti significati, in Russia lo usano i cosiddetti ” ladri nella legge” che rappresenta una persona che ha commesso un omicidio, in Italia una volta li usavano i “punk” per esprimere la loro tristezza verso il mondo. E c’è chi lo usa semplicemente per estetica.”

“E non è facile fare in carcere un tattoo, devi stare molto ma molto attento alle guardie, alle infezioni. Io ne ho fatto uno al dito. Con un motorino dello stereo a cuffie, un ago, e via. Per quando riguarda il comportamento nelle prigioni, ripeto. dipende dalle prigioni. “fuori ci possiamo anche ammazzare ma dentro siamo tutti uguali e nessuno può fa’ niente”. Il discorso e un po’ più complicato, ma qua è un casino parlarne. Cmq, non ti lasciare condizionare da persone che si vantano dell’esperienza, dicono un sacco di stronzate per farsi credere chissà cosa. La realtà è un’altra.”

“Il tattoo in carcere non vuol dire proprio niente, io so chi sei tu, e tu sai chi sono io. Punto. Tutto qua. Si fanno per ricordare una madre, un fratello, una ragazza, per estetica, come fuori.”

La mia fonte mi ha consigliato infine un documentario su Youtube per ampliare le mie conoscenze, lo trovate qui sotto:  

Immagini tratte da weheartit.com

Lee Krasner, un’artista incompresa

CLICCA QUI
per vedere alcune opere di Lee Krasner

Non è raro che un grande uomo voglia avere come compagna di vita una grande donna, purtroppo può accadere che il genio maschile oscuri quello della consorte, trasformandola in una misera first lady al proprio servizio. E’ il caso di Lee Krasner, uno dei principali esponenti dell’Espressionismo Astratto, che purtroppo viene ricordata nelle cronache della storia dell’arte per il matrimonio con il grande Pollock anziché per il proprio straordinario contributo come artista.

Non sapremo mai che cosa sarebbe riuscita a fare Lee Krasner se non fosse stata oppressa dalla misoginia dell’epoca e se non si fosse consacrata alla promozione della carriera di Pollock; le sue opere sono comunque straordinarie e merita di essere ricordata per il suo incredibile contributo al mondo dell’arte e per la forza d’animo con cui ha saputo farsi strada in un mondo di soli uomini.

Una rapida ricerca su Google è il metodo più rapido per osservare come viene indegnamente rappresentata Lee Krasner, nonostante i recenti riconoscimenti ricevuti dai principali musei occidentali: nelle pagine dedicate al marito si ricorda semplicemente che fu anche lei una pittrice , come se non fosse stata lei stessa un genio dell’Espressionismo Astratto, mentre negli articoli a lei dedicati si presta sempre maggiore attenzione alla sua vita coniugale piuttosto che alla sua brillante carriera artistica.
Il caso più vergognoso è la pagina italiana di Wikipedia dedicata a Lee Krasner, in cui troviamo soltanto una scarna biografia priva di informazioni consistenti e, anziché il suo ritratto, una fotografia della piccola tomba dell’artista, poco lontana da quella ben più appariscente del marito.

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Noon, 1947, Immagine tratta da spainermanmodern.com
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 Lenore Krassner nacque a Brooklyn il 27 ottobre 1908 da Joseph e Anna Krasner, penultima di sette fratelli in una famiglia di ebrei ortodossi immigrati dalla Bessarabia. Cresciuta in un ambiente colto e benestante (in famiglia si parlavano quattro lingue) Lenore, soprannominata Lena dai famigliari, manifestò sin da giovanissima la propria passione per la pittura.

Il suo incredibile talento si formò in eccellenti scuole d’arte come la Women’s Art School della The Cooper Union, l’Art Students League, dove seguì le lezioni del celebre professore di anatonomia George Bridgman, e la National Academy of Design. Dopo un breve periodo al City College e al Greenwich House, trovò lavoro prima presso il Public Works of Art Project e in seguitò alla Temporary Emergency Relief Administration. Questo periodo, che coincise con la Crisi del ’29, fu particolarmente duro per l’artista da un punto di vista economico, ma la Krasner riuscì a non abbandonare la propria carriera artistica grazie ad un piccolo impiego come cameriera e posando come modella per altri artisti. In questo periodo le sue opere sono influenzate dalle prime avanguardie: i colori forti e vibranti ricordano le tele di Matisse, il Fauvismo, il Costruttivismo e il Cubismo.

Successivamente la Krasner entrò a far parte del Federal Art Project, un’agenzia del New Deal che sosteneva gli artisti nel corso della Grande Depressione, dove, nel 1937, frequentò la classe di Hans Hoffmann, che le insegnò i principi del cubismo e la indirizzò verso il neo-cubismo astratto. Hoffmann era molto fiero dei progressi della Krasner ma era restio a riconoscere il talento di una donna, infatti in un’occasione lodò un’opera dell’allieva con queste sconfortanti parole: “This is so good you would not know it was painted by a woman.

Nonostante le nuove avanguardie americane stessero infrangendo molti dogmi del mondo dell’arte, le donne non erano considerate degne di dipingere al fianco degli uomini. Fu dunque in un ambiente misogino che nacque l’Espressionismo Astratto e la Krasner, per potersi confrontare equamente con i colleghi uomini, scelse di firmare le proprie opere con il nome maschile Lee.

Nel 1940 la Krasner entrò a far parte del gruppo American Abstract Artist ma, pur essendo perfettamente inserita nell’ambiente intellettuale dell’epoca, non riuscì mai a farsi un nome. Clement Greenberg e Harold Rosenberg, due grandi critici d’arte che aiutò personalmente ad emergere, non scrissero mai una parola sulle sue opere e, forse timorosi di scontrarsi con i pregiudizi dell’epoca che condannavano le donne forti e indipendenti, ignorarono il suo talento.

Lee Krasner incontrò per la prima volta Jacson Pollock nel 1936, ad una festa organizzata dal sindacato degli artisti. Lee era una ballerina eccellente e fece sfigurare sulla pista l’assai più timido e goffo Pollock, che le calpestava continuamente i piedi. L’amore sbocciò molto più tardi, nel 1942, nel periodo in cui il bielorusso John Graham stava organizzando una mostra collettiva a New York cui avrebbero dovuto partecipare entrambi: Lee fu invitata ad entrare nello studio di Pollock e venne conquistata dalla rivoluzionaria vitalità delle opere del pittore.

Lee e Jackson avevano un sacco di cose in comune: oltre ad essere due eccellenti pittori d’avanguardia, entrambi erano politicamente attivi a sinistra ma la Krasner, a differenza del marito, disapprovava la politica di Stalin e gli rimproverò sempre di aver nascosto nel suo studio il pittore messicano stalinista integralista Alfaro Siqueiros quando la polizia di New York lo ricercava per il suo coinvolgimento nell’omicidio di Trotsky a Mexico City.

Lee era maggiormente inserita nei gruppi e nelle comunità artistiche più importanti del momento rispetto al marito, che all’epoca era ancora un pittore sconosciuto, inoltre appariva più serena e decisa nella sua trasgressiva vita di artista. Lee infatti non aveva mai paura di dire  quello che pensava e posava nuda, beveva e fumava molto ma senza oltrepassare i limiti del benessere proprio e altrui; Pollock invece appariva sempre a disagio ed era molto introverso (raccontò persino di sentirsi “come un mollusco in una conchiglia”) e, quando era all’apice del proprio malessere, cercava conforto nell’alcool e nel misticismo che scatenavano in lui violenti attacchi di rabbia, seguiti da periodi di mutismo.

I due artisti traevano l’ispirazione da correnti artistiche profondamente differenti. Quando Pollock venne ricoverato in reparto psichiatria nel 1937 per i propri problemi di alcolismo e depressione, affrontò i propri demoni attraverso la pittura ispirandosi all’arte dei nativi americani e alla cultura sciamanica che ammirava sin da bambino. Lee invece aveva sempre preferito modelli assai più raffinati, infatti leggeva Rimbaud e Baudelaire e amava l’arte di Mondrian.

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Untitled (from Little Image series), 1949, immagine tratta da wikipaintings.org
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I due artisti si sposarono il 25 ottobre 1945, dopodichè Lee consacrò la sua esistenza alla carriera del marito diventando la sua principale critica d’arte, discutendo con lui e sostenendolo in ogni modo possibile, consentendogli così di coltivare il suo genio e diventare il più importante artista della seconda metà del Novecento. Fu Lee Krasner a sostenere Pollock sulla strada del successo così come lo aiutò ad uscire, almeno in un primo momento, dal baratro dell’alcolismo e della depressione. Si trattò non soltanto di un atto d’amore di una moglie sinceramente innamorata, ma purtroppo anche di un gesto di “auto-sabotaggio artistico”, perché la Krasner mortificò la propria brillante carriera per Pollock.

E’ giusto che un pittore accantoni il proprio talento per amore di genio molto più in gamba? Fino a che punto l’amore coniugale può giustificare il sacrificio della propria affermazione personale? Chi sarebbe oggi Lee Krasner se non avesse subito la discriminazione di genere? E Pollock sarebbe riuscito a rivoluzionare il mondo dell’arte senza il suo supporto?

L’indissolubile rapporto instauratosi tra i coniugi fece ingelosire Peggy Guggenheim, una famosa mecenate dell’epoca che ammirava immensamente le opere di Pollock. La donna, una ricca ereditiera ebrea, organizzò la  prima mostra personale di Pollock nel 1943 e, nel 1947, stipulò un contratto in cui gli garantiva uno stipendio mensile per quattro anni. Peggy Guggenheim detestava Lee Krasner, non ritenendola all’altezza della cultura, dei modi raffinati e dei viaggi in Europa che la ricca mecenate, a differenza dell’artista squattrinata, si era potuta permettere, inoltre le due donne avevano lo stesso carattere indomabile e tenace, che permise loro di farsi strada nel mondo dell’arte. Il denaro della Guggenheim tuttavia non poteva competere con l’amore e la devozione della Krasner, che riuscì a salvare per un certo periodo il marito dall’alcolismo sostenerlo sulla strada del successo.

Con la borsa di studio di Peggy Guggenheim i Pollock acquistarono un’incantevole villetta colonica nella lussureggiante zona Springs di East Hampton, a Long Island. L’antica casa era priva di acqua e riscaldamento, ma nonostante ciò molti altri artisti raggiunsero la coppia e insieme diedero vita ad una piccola comunità di intellettuali. Nel 1946 Pollock trasformò il fienile in uno studio privato; l’ampio spazio del pian terreno venne riservato naturalmente al maestro, che proprio in questo luogo perfezionò il Dripping, mentre alla consorte venne rifilato il primo piano, che era costituito da una stanzetta molto più piccola. I coniugi Pollock poterono così lavorare individualmente e in due ambienti separati, ma spesso si ritrovavano su invito in uno dei due studi per scambiarsi sostegno morale, opinioni e consigli, che naturalmente non sempre venivano seguiti. Il rispetto e la stima reciproca non vennero mai incrinati dall’invidia, sebbene la povera Lee Krasner era solita anteporre l’attività del marito alla propria.

Lee Krasner era ormai conosciuta dal pubblico e dai critici come la moglie di Pollock e le sue opere venivano costantemente ignorate. Stufa di essere considerata semplicemente una “first lady” priva di talento, Lee decise di firmare le sue opere con la sola sigla L.K. Nel 1951, Barnett Newman telefona alla casetta di Springs per chiedere a Pollock di posare per la celebre foto degli Irascibili pubblicata su Life; risponde Lee, ma Newmann non le rivela i suoi progetti e le chiede semplicemente di passarle il marito, escludendola da quello che verrà poi considerato uno degli eventi più importanti nella storia del movimento artistico. Nella fotografia effettivamente posano soltanto pittori maschi fatta eccezione per Hedda Sterne, il cui ampio cappotto nero femminile spicca tra i completi “da bancari” dei colleghi.

In quello stesso anno Pollock ricominciò a bere; Lee gli consigliò di riprendere l’analisi junghiana che anni prima, all’epoca della pittura ispirata all’arte dei nativi americani, lo aveva salvato, ma Pollock preferì il trattamento più radicale che gli consigliò Greenberg. Non ci furono miglioramenti e l’artista, perso nell’alcool e nella depressione, assunse l’abitudine di rappresentare la moglie in pubblico come una vecchia strega e la tradì con una giovane studentessa d’arte.

Lee Krasner decise di porre fine ai maltrattamenti, così abbandonò il marito a se stesso per compiere un lungo viaggio in Europa, dal quale fece ritorno soltanto nel 1956 per firmare il certificato di morte del marito. Jackson Pollock morì infatti schiantandosi ad elevatissima velocità contro un albero, dopo aver trascorso la notte a bere; nell’impatto perse la vita anche una delle due donne che si trovavano nel veicolo insieme all’artista maledetto. Dopo l’incidente la pittura della Krasner divenne buia e cupa, i soggetti delle sue opere si popolarono di creature mostruose.

Un’opera di questo periodo è “Il guardiano” del 1960, che ricorda molto il Dripping di Pollock. Distinguendosi dallo stile spontaneo e immediato di Pollock, la Krasner costruì l’immagine mediante una composizione premeditata delle figure, il risultato è un’opera dalle linee estremamente raffinate.

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Il guardiano, 1960, immagine tratta da katarte.it
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Nel 1957 l’artista decise di dare una svolta alla sua vita e di trasferire il proprio studio al pian terreno del fienile, naturalmente dopo aver coperto con delle tavole di compensato le tracce del Dripping del marito. I suoi dipinti riacquisirono gradualmente la vivacità di un tempo, aumentarono di dimensione e persero ogni traccia dell’astrazione tipica dell’arte del marito: la trasformazione dei suoi dipinti rivelò al mondo che Lee Krasner aveva ritrovato lentamente la propria voce e si era liberata del fantasma di Pollock.

La donna continuò a dipingere sino a quando le forze glielo permisero, dopodiché liberò il fienile dalle proprie cose e asportò le tavole di compensato per riportare alla luce le tracce del Dripping di Pollock. Fortunatamente era visibile non soltanto la testimonianza di Pollock, ma anche i resti del passaggio della moglie: la donna infatti dipingeva scagliando la vernice contro le tele appese alle pareti ed è naturale che il pavimento non ne sia rimasto immune.

Prima di morire (19 giugno 1984), Lee Krasner diede il suo ultimo contributo al mondo dell’arte fondando l’associazione Pollock-Krasner, che ancora oggi offre borse di studio agli artisti di tutto il mondo.

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Lee e Jackson sono sepolti al Green River Cemetery. La lapide di Pollock è un enorme masso sul quale si trovano innumerevoli tubetti di vernice, quella della Krasner è invece più piccola e meno appariscente, confermando purtroppo anche dopo la loro morte il ruolo marginale della pittrice nel mondo dell’arte e nella loro vita di coppia.

Inizialmente Lee Krasner fu segregata dietro le quinte dell’Espressionismo Astratto e la critica si ostinò ad ignorarla sino al 1965, quando la Whitechapel Gallery di Londra espose alcune delle sue opere. Nel 1973 il Museo Whithey di New York le renderà omaggio con una retrospettiva e, da quel momento, il nome dell’artista inizierà a comparire nei saggi e nei libri di storia. Oggi è stata resa giustizia a Lee Krasner e, sebbene siano conservate soltanto 599 opere dell’artista, il mondo dell’arte è finalmente consapevole dei suoi meriti: Lee Krasner è indubbiamente uno dei maggiori esponenti dell’Espressionismo Astratto e una delle più grandi artiste donne della storia.

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Gaea, 1966, immagine tratta da moma.org

Articolo prossimamente pubblicato su L’Indro

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Fonti:

Andy Warhol a Milano

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Dopo il successone riscosso la scorsa stagione dalla mostra del Museo del Novecento, Andy Warhol è ritornato a Milano e ha conquistato ancora una volta il pubblico Lombardo in un nuovo allestimento presso Palazzo Reale fino al 9 marzo 2014. Soltanto il genio della Pop Art avrebbe potuto attirare un pubblico così vasto per due anni consecutivi grazie al suo inconfondibile stile immediato e accattivante, frivolo ma indimenticabile, ripetitivo senza essere mai banale, mondano eppure capace di resistere all’oblio del tempo.

Le opere esposte appartengono alla collezione di Peter Brandt, un ricco uomo d’affari e intimo amico di Warhol che condivise insieme all’artista l’irripetibile clima di libertà e ricerca artistica degli anni ’60 e ’70. Peter Brandt, che è anche uno dei curatori della mostra, aveva a malapena vent’anno quando acquistò la sua prima opera di Warhol e lo aiutò nella realizzazione della rivista Interview, acquistata dopo la morte dell’artista. Ricordatevi di lui quando andrete al cinema a vedere The homesman, perché è uno dei produttori del film.

La mostra offre una panoramica completa della poetica e del complesso personaggio di Andy Warhol, che cercheremo di presentarvi attraverso dieci tra le opere più significative esposte.

“Una volta diventato Pop non vedrai più un segnale stradale ed una strada allo stesso modo di prima. E quando avrai imparato a pensare pop non sarai più in grado di vedere l’America allo stesso modo di prima.”

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1)      Gli esordi nel mondo della pubblicità

Elvis Presley(Gold Boot), 1956

Credo che sia un artista chiunque sappia fare bene una cosa; cucinare, per esempio.”

Andy Warhol non iniziò la sua carriera nella bottega di un pittore come molti altri suoi colleghi, ma si fece le ossa nel mondo della pubblicità e delle illustrazioni per riviste e solo successivamente decise di dedicarsi all’arte a tempo pieno. A Palazzo Reale troverete alcune delle sue prime creazioni, con le eleganti scritte in corsivo realizzate dalla sua mamma, Julia Warhola, con cui instaurò un legame molto forte che non si sfaldò nel corso dell’età adulta.

2)      Superficialità

DIAMONDS DUST SHOES, 1980

Sono una persona profondamente superficiale.”

Cosa c’è di più frivolo di una scarpa col tacco? Le calzature nell’illustrazione sono belle, colorate, semplici e luccicanti nella loro polvere di diamante (i brillantini che spesso Warhol applicava alle sue opere). Si tratta di un prodotto di ampio consumo che il tratto accattivante di Warhol invoglia ad acquistare. Questo è l’effimero e frivolissimo messaggio di Warhol, non serve aggiungere altro né l’artista sente la necessità di esprimere un significato più profondo. Il pop è consumo, il pop è divertimenti, il pop è superficialità.

Coerentemente con la cultura pop nata con il boom del dopoguerra e affermatasi proprio in questo periodo storico, l’arte di Warhol tratta argomenti estremamente superciali e popolari. Il messaggio espresso dall’artista, che sia il fascino di una scarpa o il marchio impresso su uno scatolone di sapone Billo, non soltanto è immediatamente percepibile dal pubblico e non necessita di alcuna spiegazione, ma viene presentato in modo accattivante e scherzoso, in modo da conquistarsi il favore di un pubblico costituito dalla massa contemporanea americana.

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3)      Ripetizione

Thirty are better than one, 1963

Non è forse la vita una serie d’immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi?”

Siamo nell’epoca della produzione in larga scala mediante catena di montaggio: migliaia di oggetti identici gli uni agli altri vengono diffusi nei supermercati di ogni angolo dell’occidente e sono diventati popolari grazie ad un marchio che li rende immediatamente riconoscibili. E un marchio industriale diventa famoso solamente quando viene ripetuto ovunque nei negozi e nelle case degli occidentali.

Warhol si appropria della ripetizione nella propria produzione artistica sia realizzando opere “in serie”, mediante le tecniche che approfondiremo nel punto successivo, sia proponendo la ripetizione di un immagine prelevata dal repertorio popolare all’interno della stessa opera. La ripetizione non è solo un richiamo alla realtà pop, Warhol infatti sfrutta tale espediente per stupire il proprio pubblico e rendere più divertenti e trasgressive le proprie opere.

Nel caso delle trenta “fotocopie” della Monna Lisa, ci troviamo di fronte alla ripetizione della stessa immagine (che Warhol trasforma da soggetto artistico in una mera icona popolare) in bianco e nero, come se fosse la foto di un giornale. E’ singolare notare come le trenta piccole stampe, pur essendo identiche, presentano tante piccole imperfezioni che le rendono diverse le une dalle altre.

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4)      L’America

SILVER COKE BOTTLES, 1967

La cosa più bella di Tokio è McDonald’s. La cosa più bella di Stoccolma è McDonald’s. La cosa più bella di Firenze è McDonald’s. Pechino e Mosca non hanno ancora nulla di bello.”

Lattine di Coca-Cola, personaggi famosi, fotografie di eventi di cronaca, sedie elettriche, opere d’arte famose, fiori, banconote, scene tratte da un film, barattoli di zuppa… Le immagini selezionate da Warhol sono vere e proprie icone dell’America occidentale dell’epoca; a Palazzo Reale sono presenti anche alcuni dei celebri ritratti di Mao, che tuttavia Warhol riconosce semplicemente come un simbolo di un paese lontano e sconosciuto, ignorando cosa sia il comunismo. L’artista si è dunque trasformato da un “creatore” di soggetti artistici a “selezionatore” di immagini degne di essere modificate, riprodotte in serie e trasformate in emblemi della società. Oltre ad essersi dimostrato abile nella scelta dei soggetti più noti al suo pubblico, Warhol è stato anche in grado di trasformare in vere e proprie “Celebrities” dei soggetti sconosciuti come i barattoli di zuppa Campbell’s e, in primis… sé stesso!

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5)      Andy Warhol superstar

SELF PORTRAIT (RED ON BLACK), 1986

Warhol riuscì ad affermarsi nel pantheon dei vips dell’epoca come una vera e propria Star. Naso ritoccato, parrucchino argenteo, abbigliamento rigorosamente controcorrente, una personalità unica e la straordinaria capacità di riuscire sempre a mettersi in mostra hanno trasformato Andy Warhol nel protagonista degli eventi mondani dell’epoca e in uno dei personaggi più popolari d’America.

Come testimoniano gli innumerevoli autoritratti, Warhol era ossessionato dal proprio aspetto pur ritraendosi sempre in pose assurde, infatti era solito affermare: “Mi piace essere la cosa giusta nel posto sbagliato e la cosa sbagliata nel posto giusto.”

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6)                 Celebrities

LITZ TAYLOR a Palazzo Reale

“Sarebbe molto bello reincarnarsi in un grande anello sul dito di Liz Taylor.”

Liz Taylor, Mao, Marilyn Monroe, le fotografie di uno degli uomini più ricercati d’America, Elvis … Tra i soggetti più frequenti e conosciuti dal pubblico troviamo diversi personaggi famosi. Sin da bambino Warhol era ossessionato dai vip e dalla loro capacità di essere speciali pur essendo esseri umani come chiunque altro, infatti ritagliava dalle riviste e collezionava le loro figurine trascurando i giochi all’aria aperta con i suoi coetanei.

Come simbolo della mostra è stata scelta proprio Blue Shot Marilyn, un’opera dalla storia singolare, come testimonia un piccolo ovale bianco al centro della fronte della fotografia serigrafata di Marilyn. L’opera era esposta nella Factory insieme ad altre gemelle di colori differenti quando Dorothy Podber, una giovane donna in visita allo studio, chiese a Warhol di poter “Shot”, un verbo che in inglese significa sia fotografare sia sparare. Warhol acconsentì, credendo che la donna volesse semplicemente scattare alcune foto, peccato che la ragazza estrasse dalla borsetta una pistola e sparò in fronte ai volti sorridenti di Marilyn. Warhol si rifiutò di restaurare l’opera: «No, mi piace così, come se avesse una macchia o un brufolo».

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7)      La factory e la fotografia

Un’immagine della factory dal web

“Uno è compagnia, due è folla e tre è un party.”

“Mi piacerebbe non andare agli happening solo se fossi sicuro di sapere esattamente cosa succede nei posti dove non vado. E mi piacerebbe starmene seduto a casa e guardare ogni party a cui sono stato invitato su di un monitor nella mia camera da letto.”

La factory è il quartier generale di Andy Warhol, uno studio dalle pareti tappezzate di carta stagnola argentata in cui l’artista e i suoi collaboratori davano vita alle loro creazioni, organizzavano party e altri esclusivi eventi mondani, intrattenevano pubbliche relazioni e si davano all’allegra dissolutezza tipica dell’epoca. Attraverso la fotografia e, in particolare, i piccoli ritratti esposti in semicerchio in una sala della mostra, possiamo intuire il rapporto che Warhol aveva instaurato con il mondo delle celebrità e la sua movimentata vita sociale.

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8)      Money

Scorcio della mostra a palazzo reale

Con Andy Warhol l’arte diventa un bene di consumo per le masse ed il fine ultimo dell’artista non è differente da quello di ogni altro essere umano: fare soldi. Warhol dedicherà svariate opere all’argomento e diversi celebri aforismi come i seguenti:
“Fare denaro è un’arte. Lavorare è un’arte. Un buon affare è il massimo di tutte le arti.”
“Non mi piacciono gli assegni. Ho più l’impressione di comprare se pago con i soldi.”
“Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business.”
“Ho chiesto suggerimenti creativi a 10 o 15 persone. Alla fine una mia amica mi ha detto: “Cosa ti piace di più?” ecco perchè ho iniziato a dipingere i soldi.”

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9)      La morte

SEDIA ELETTRICA

Sotto la scorza superficiale di un vip ossessionato dalla popolarità si nasconde un uomo che attraverso l’arte esprime e rielabora il proprio personale rapporto con la morte. Warhol moltiplica e tinge di provocatori colori sgargianti alcune raccapriccianti immagini di morte come incidenti di automobili mortali o di una sedia elettrica, raffigurata come un moderno crocifisso. L’immagine della morte si mimetizza anche in simboli apparentemente più allegri come i Flowers: i fiori infatti sin dall’antichità sono considerati sia delle straordinarie bellezze naturali sia delle vanitas, vale a dire dei simboli della caducità della vita. Un altro riferimento alla morte è Skull (Ayn/Grey) del 1976, uno dei tanti teschi realizzati da Warhol che, come nell’antichità, ricordano all’essere umano qual è l’aspetto finale che alla fine ci accomunerà tutti.

La morte è infine un tema molto triste per quanto riguarda Andy Warhol che, oltre alla bravata relativa alle quattro opere di Marilyn, subì ben due attentati nel corso della sua vita, il secondo dei quali gli fu fatale. Ecco cosa affermò Warhol dopo essere sopravvissuto al primo attentato: “Mentre mi sparavano era come se stessi guardando la TV e questa sensazione perdura. I canali cambiano, ma è sempre televisione…Quando mi sono svegliato in quel posto sconosciuto – non sapevo di essere all’ospedale né che avevano sparato a Bobby Kennedy il giorno prima – ho sentito vociferare su migliaia di persone riu nite a pregare nella cattedrale di St. Patrick, poi ho sentito la parola ‘Kennedy’ e questo mi ha riportato al mondo della televisione e in quel momento ho realizzato che ero vivo, e che soffrivo.”

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10)   Il rapporto con l’arte

OXIDATIONS PAINTING, 1978

Warhol è un esponente della Pop Art che più volte, nel corso delle interviste e della sua movimentata vita sociale, afferò di essere troppo superficiale e commerciale per confrontarsi con l’arte tradizionale e ciò che altri artisti suoi contemporanei stavano realizzando nello stesso periodo. Eppure Warhol non si limita a rielaborare le opere d’arte altrui come delle mere icone popolari, ma realizza anche delle opere raffiguranti delle tradizionali nature morte composte da fiori, teschi e, anche se non sono presenti in questa mostra, composizioni di frutta.

Per quanto riguarda l’arte moderna, Warhol commenta l’operato altrui in modo scherzoso e dissacrante. E’ il caso di Ombre, un’opera bicromatica in rosso e nero su cui sono visibili delle pennellate spesse e cremose; a prima vista sembrerebbe un dipinto realizzato con i metodi tradizionali ma, osservando l’opera più attentamente, ci si accorge che i contorni delle pennellate non seguono le sfumature dei colori. Si tratta di un inganno, infatti la serigrafia in rosso e nero è stata realizzata su una tela ricoperta di pennellate di colore neutro. Oxidations Painting è invece un omaggio a Pollock, realizzato su un’enorme lastra di metallo ossidata dalle urine fornite da un gruppo di collaboratori della Factory.  L’ultima mostra di Pollock poi previde una serie di opere realizzate rielaborando il celebre affresco dell’ultima cena di Leonardo da Vinci.

Nonostante Warhol si sia sforzato di rinnegare l’arte del passato con il suo stile ribelle e dissacrante, non è dunque riuscito ad evitare il confronto con i suoi predecessori.

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Un simpatico consiglio…

Terminata la mostra, dovreste assolutamente dare un’occhiata ai libri cartonati esposti nell negozietto di Souvenir. Non si tratta di banali libretti per bambini, ma di vere e proprie opere Pop Art. Sono davvero meravigliosi, provare per credere!

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Questo articolo ha vinto l’Owl Prize del blog Athenae Noctua!

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Di ladri gentiluomini e di Anarchia: tutto quello che non sapete su Arsenio Lupin

Salout, mes amis!

In occasione di un esame di seconda lingua, ho acquistato alcuni libricini in francese per ragazzini dedicati ad Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo protagonista delle novelle di Maurice Leblanc. Siccome si tratta di un soggetto veramente affascinante ho deciso di dedicare una ricerca al ladro gentiluomo e al personaggio storico cui si ispira, il ladro e politicante anarchico Alexandre Marius Jacob, uno per il quale “rubare ai ricchi per dare ai poveri” non è soltanto un tema avvincente per un romanzo storico come il Robin Hood di Dumas padre.

Prima di proseguire nella lettura vi prego di tenere presente che questo articolo non consiste in alcun modo in una dichiarazione di opinioni o ideologie politiche da parte della sottoscritta, che preferisce non esporre pubblicamente su internet la propria vita privata. Sono semplicemente una ragazza cui piace porsi degli interrogativi ed esplorare il mondo, il fatto che le mie letture mi abbiano portato ad incontrare l’affascinante personaggio di Alexandre Marius Jacob non significa che senta la necessità di condividere con voi le mie opinioni politiche.

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Vi presento Arsenio Lupin, il principe dei ladri

Se in Inghilterra vanno tutti pazzi per Sherlock Holmes, il detective in pipa e berretto scozzese, i francesi invece preferiscono un personaggio altrettanto astuto, ma che nella sfida tra guardie e ladri gioca dall’altra parte della barricata. Arsenio Lupin è un raffinato furfante in frac, tuba, monolente, mantello e sofisticatissimo sense of humour alla francese che ruba i ricchi per dare ai poveri, trasformandosi in un vera e propria icona della belle époque.

Wikipedia (l’autorevolissima fonte cui mi sono appoggiata per scrivere questo articolo) descrive Lupin come un uomo di mondo moderatamente amante del vizio infatti il denaro e il lusso, l’arte e il gioco, il rischio e le belle donne sono pane per i suoi denti. Per quanto riguarda il furto Lupin riesce sempre ad essere un passo avanti agli investigatori grazie ad astuzia, cultura e ad un’intelligenza fuori dalla norma, che gli consentono di essere il numero uno senza ricorrere alla violenza.

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La vita di Maurice Leblanc in due righe (per non annoiarvi troppo)

Mamma e papà Leblanc avrebbero preferito che il figlio diventasse avvocato ma il giovane Maurice era di tutt’altra scorza, così questi abbandonò la natia Rouen e la facoltà di giurisprudenza per trasferirsi a Parigi e diventare uno scrittore di racconti gialli. Leblanc scrisse novelle e storie brevi per svariati periodici spirandosi a grandi scrittori francesi come Gustave Flaubert e Guy de Maupassant, ma inizialmente non ebbe successo; le sorti della sua carriera mutarono proprio grazie ad Arsenio Lupin, che comparve per la prima volta nel 1905 in una novella pubblicata dalla rivista Je sais tout e riscosse immediatamente il favore del pubblico.

Il ladro gentiluomo divenne così popolare che Leblanc impostò la propria carriera esclusivamente su di lui e, nel 1921, Lupin gli permise persino di ottenere la Legion d’Onore. Leblanc scrisse opere dedicate al genio del crimine di sua invenzione sino agli anni Trenta per un totale di 57 volumi; morì nel 1941 a Perpignan ma, nel 1947, le sue spoglie furono trasferite nel cimitero di Montparnasse.

Per quanto riguarda la vita privata, sappiamo che Leblanc si sposò due volte ed ebbe due figli. Si interessò alla politica e fu uno dei primi a possedere una bicicletta.

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Lupin in un’immagine tratta da cafleurebon.com

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Le fonti d’ispirazione

E’ probabile che Leblanc trasse l’ispirazione per Lupin proprio da Sherlock Holmes ma, a differenza da Sir Arthur Conan Doyle, non tentò mai di realizzare opere letterarie più impegnative delle novelle di intrattenimento con cui aveva intrapreso la sua carriera di scrittore.

All’epoca in cui venne scritta la prima novella dedicata a Lupin, Alexandre Marius Jacob era uno dei soggetti più popolari della cronaca francese e Leblanc aveva sentito parlare delle sue incredibili peripezie criminali, al punto da decidere di affrontare per la prima volta la stesura di racconti brevi a tematica criminale dalla parte degli antagonisti.

Leblanc tuttavia modificò profondamente il personaggio per adattarlo ai gusti del pubblico letterario dell’epoca e eliminò ogni elemento riconducibile all’anarchia; Lupin inoltre era certamente un filantropo, ma aveva evidenti tendenze patriottiche e non mise mai in discussione l’ordine sociale.

Per il nome del ladro gentiluomo Leblanc potrebbe essersi ispirato a Monsieur Lopin, un consigliere municipale di Parigi che ebbe dei problemi con la giustizia. Il disonesto funzionario pubblico si lamentò della presunta coincidenza, così Leblanc modificò il nome del suo personaggio in Lupin.

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Ed eccoci finalmente a parlare di Anarchia

Alexandre Marius Jacob nacque a Marsiglia nel 1879 e la sua vita fu molto più avventurosa e incredibile di quella di Arsenio Lupin proprio perché non stiamo parlando di un personaggio di fantasia.

Il giovane Jacob scopre di essere maledettamente portato per una vita dedita al rischio quando, a soli 11 anni, lascia Marsiglia per imbarcarsi come mozzo sulla nave Thibet seguendo le orme del padre marinaio (secondo altre fonti, era invece un panettiere alcolizzato). A 13 anni si imbarca su una nave differente che lo porterà a Sidney, dove soggiornerà per un breve periodo e imparerà l’arte del furto. Avendo deciso di riprendere la via del mare, si reimbarca su una baleniera che presto si rivelò un vascello pirata ricercato dalle autorità militari; il giovane Jacob riesce a fuggire e a ritornare a Marsiglia, dove viene arrestato per diserzione; la sua tenera età gli permise di ottenere la scarcerazione.

I suoi viaggi in mare gli permisero di esplorare le coste dell’Africa e dell’Asia fino al Pacifico e di conoscere i piaceri del sesso grazie ad alcune gentili passeggere; Jacob subì purtroppo anche le sgradite attenzioni di alcuni colleghi marinai. Affetto dalle febbri contratte nel suo lungo pellegrinare, decise di lasciare per sempre il mestiere del marinaio. In seguito avrebbe commentato la sua rocambolesca esperienza in mare tra pirati, furfanti e criminalità con queste parole: – Ho visto il mondo e non era bello -.

Jacob aveva sedici anni e aveva vissuto molte più esperienze di qualunque altro suo coetaneo marsigliese quando fece ritorno alla città natale in compagnia di un giovane amico anarchico che lo iniziò alla bandiera nera. Fu proprio in questo periodo che iniziò a scoprire Proudhon, Bakunin, Kropotkin e il giornale anarchico marsigliese L’Agitateur e a frequentare alcuni circoli anarchici e operai francesi. Accusato forse ingiustamente di detenzione di materiale esplosivo, Jacob venne incarcerato nuovamente e condannato a sei mesi di prigionia.

A 20 anni Jacob era un anarchico convinto e un pregiudicato, decise dunque di combattere l’ordine sociale istituito dalle classi più abbienti attraverso l’arte imparata anni prima a Sidney, il furto, per restituire ai poveri ciò di cui i ricchi li avevano derubati mediante la proprietà privata ed il capitalismo (ma naturalmente Jaco utilizzò la refurtiva anche per il proprio interesse personale), preferendo “essere un ladro piuttosto che un derubato”. Con alcuni compagni fonda il gruppo anarchico illegalista Les travailleurs de la nuit, I lavoratori della notte.

I lavoratori della notte avevano uno scopo ben preciso: derubare i ricchi “parassiti sociali” (come i preti, i magistrati e i militari, ma anche nobili, capitalisti e sfruttatori delle classi lavoratrici) per finanziare le associazioni anarchiche e operaie, fare beneficenza e per il sostentamento dei membri dell’organizzazione che, pur guadagnando grandi quantità di denaro grazie alle attività criminali, mantenevano un tenore di vita volutamente proletario. Nonostante ciò, l’associazione adottò criteri di efficienza tipici di un’impresa capitalistica e Jacob offrì persino la propria consulenza ai famosi assicuratori Lloyd’s di Londra in qualità di esperto di furti con scasso. Tra il 1900 e il 1903 la famigerata banda commise più di 150 reati e divenne molto popolare, riscuotendo la simpatia dei ceti meno abbienti e della stampa.

Jacob fu uno dei ladri più carismatici ed originali d’Europa e dimostrò di essere un genio dello scasso poiché ideò nuove tecniche nel mestiere del furto che ebbero poi molti seguaci. Fu un esperto nell’arte della recitazione e del travestimento (era solito travestirsi da preti, inscenare attacchi di epilessia o messe in scena di qualsiasi altra sorta per distrarre la folla), lo studio scientifico nella pianificazione dei furti, le esercitazioni pratiche su ogni genere di cassaforte, l’utilizzo di attrezzature estremamente sofisticate, l’impiego di un rospo come palo in quanto aveva notato che questi anfibi smettevano di gracidare in presenza di estranei.

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Jigen, il fidato amico di lupin

Come il personaggio letterario, Jacob era solito lasciare messaggi sarcastici sulla scena del crimine firmandoli con lo pseudonimo Attila; nel 1902 per esempio, dopo aver rubato in una chiesa, lasciò nel tabernacolo vuoto un biglietto con scritto -Oh Dio onnipotente, cerca il tuo calice-. Jacob nutriva profondo rispetto per i ricchi che svolgevano un’attività utile per la società come i medici e gli inttelletuali; accortosi di stare derubando l’abitazione di Pierre Loti nel corso di un’incursione in un’abitazione di Rochefort, Jacob decise di abbandonare l’impresa senza rubare nulla per amore della letteratura.

Le sue molteplici evasioni dal carcere furono mirabolanti e ingegnose tanto quanto i suoi furti e si protrassero ben oltre i primi del secolo, quando venne alla luce il personaggio di Lupin. Nel 1900 Jacob finì in prigione per la seconda volta condannato a 5 anni e, riuscito a farsi rinchiudere in un manicomio fingendosi uno squilibrato, evase con l’aiuto di un infermiere anarchico. Riprese le proprie attività criminali e intraprese la carriera di attore in una compagnia teatrale.

Nel 1903 viene nuovamente incarcerato nel corso di un furto: dopo aver avuto la meglio in una sparatoria contro due poliziotti (uno dei quali restò ucciso) insieme ad un paio di scagnozzi, venne riconosciuto e segnalato alla giustizia proprio per uno degli operai per cui lottava. Sconsolato dichiarò in seguito: -E’ la mia Waterloo-. Venne arrestato insieme ad un complice che portava con sé un foglietto con l’indirizzo parigino della banda, permettendo così di incarcerare l’intero gruppo e di processarlo in blocco nel 1905.

I 23 imputati vennero processati ad Amiens con il presidio in forze della polizia e dell’esercito, dopo che la stamba finanziata dalle loro attività illegali li ebbe esaltati ed ebbe minacciato i giurati. Il clima del processo non fu dissimile da quello con cui si svolsero i processi alle Brigate Rosse, venne persino ritrovato il corpo di una pentita al termine dell’istruttoria. Jacob affrontò la giustizia con ironia e tenacia, recitando un discorso che rispecchia perfettamente la natura di questo singolare personaggio.

Vi consiglio di leggerlo su Anarcopedia.

La pena inizialmente fu l’ergastolo ma, dopo svariati tentativi di evasione, Jacob venne condannato a scontare vent’anni di lavori forzati nella Guyana Francese con l’anarchico Felix Bour (se siete dei francofoni più esperti di me, potete leggere la sua biografia qui), ove visse anni di stenti per le estenuanti attività svolte all’interno della prigione e per il clima insalubre; fu l’unico sopravvissuto tra i membri dei Travailleurs de la Nuit. In questo periodo mantenne una fitta corrispondenza con la madre Marie e la compagna Rose e tentò ben 17 volte di evadere; nel 1925 riuscì a tornare in Francia grazie ad una campagna di stampa in suo favore.

Non capisco una parola di quello che dicono in questo video, ma sembra una cosa molto intellettualoide e fichissima…

Pur non rinunciando all’ideologia anarchica (continuerà infatti a partecipare attivamente alle attività svolte presto la sede del giornale Le Libertaire e intraprendendo persino un viaggio a Barcellona per partecipare alla difficile situazione politica dell’epoca), Jacob rinuncerà al furto per dedicarsi all’attività di venditore ambulante a Reuilly. Nel 1939 sposa la nuova compagna Paulete e trasforma la sua casa in un luogo di incontro per libertari. Alla morte della madre e della moglie, Jacob pubblicherà un libro di memorie e i compagni diventeranno per lui un saldo punto di riferimento e non smetterà mai di credere nelle proprie idee e di affrontare la vita con il suo caratteristico sense of humour. La sua lotta contro il sistema non cessò nonostante la tarda età, come dimostrò questa interessante lettera da lui indirizzata ad un dipendente statale

Jacob aveva 75 anni quando, nel 1954, decise di togliersi la vita prima di perdere le forze per la vecchiaia, così si iniettò una dose letale di morfina nel corso di una festa da lui organizzata e morì serenamente con l’adorato cane Negro, cui inflisse il medesimo trattamento. Si congedò dal mondo con questo scritto:

«Ho vissuto un’esperienza piena di avventure e sventure, mi considero soddisfatto del mio destino. Dunque, voglio andarmene senza disperazione, il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore. Voi siete troppo giovani per apprezzare il piacere di andarsene in buona salute, facendo un ultimo sberleffo a tutti gli acciacchi e le malattie che arrivano con la vecchiaia. Ho vissuto. Adesso posso morire.

p.s Vi lascio qui due litri di vino rosato. Brindate alla vostra salute.»

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Finalmente mi degno di citare le fonti

Non sono particolarmente soddisfatta di questo post perché il materiale raccolto non è stato rielaborato in chiave personale. Per farmi perdonare, cari lettori, mi degnerò di citare per la prima volta in vita mia le fonti che mi hanno permesso di apprendere tutte le interessanti informazioni che avete appena letto.

– Mamma  Wikipedia per le biografie di Leblanc e Jacob, oltre che per raccogliere tutte le informazioni relative al personaggio letterario;

– Nel sito del Corriere della Sera ho trovato un breve ma esaustivo articolo sulla vita di Jacob;

Anarcopedia, per la biografia di Jacob che vi ho linkato sopra;

Toasa.net, che offre una summa dei punti salienti della vita di Jacob;

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Un piccolo test per concludere in bellezza

Per i nostalgici del caro vecchio cartone animato di Lupin, coniglio invece di visitare questo sito che, pur non centrando assolutamente nulla con gli argomenti trattati in questo post, offre la possibilità di scoprire alcune curiosità sui personaggi della serie e di partecipare ad un divertentissimo test. Nonostante avessi sempre simpatizzato per Jigen, sono risultata essere la bella Fujiko… e voi che personaggio siete?