ACAB (All Cops Are Bastard): I tatuaggi dei carcerati

L’amicizia con Manuel, un simpatico trentenne conosciuto in ospedale, continua con una lezione sul ruolo del tatuaggio nelle carceri italiane e… siberiane.

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Immagine tratta da qui

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Un tatuaggio da galeotto non è solo un tatuaggio. Un tatuaggio da galeotto, fatto da un vero carcerato mentre sconta la sua pena, è gesto di sfogo, un simbolo di riconoscimento tra detenuti o un atto di protesta contro la crudeltà della galera.

Provate un po’ a pensare al detenuto medio: un giovane spacciatore italiano condannato a tre anni che, dopo sei mesi di galera, decide di marchiare la propria frustrazione sulla propria carne. Se per ogni appassionato di tatuaggi la pelle è una tela su cui raccontare la propria storia, per il carcerato si trasforma in un manifesto di carta straccia, con cui dichiarare pubblicamente la propria condanna ad una non-vita di botte, sbarre e cemento.

La Bibbia di riferimento per comprendere appieno il ruolo del tatuaggio nel mondo della detenzione è Educazione Siberiana di Nicolai Lilin (un libro che personalmente non ho mai letto, ma che la mia fonte cita per aiutarmi a comprendere un universo così distante dalla mia realtà), nel quale si racconta che il tatuaggio in prigione è una vera e propria carta d’identità del criminale, in quanto consente agli altri detenuti di conoscere l’identità del compagno, il reato che ha commesso e, soprattutto, decidere se la sua presenza in galera può essere tollerata o se deve essere eliminato come spia. I tatuaggi metaforici sono poi numerosissimi: le stelle sulle ginocchia, per esempio, indicano l’appartenenza alla mafia russa, in quanto un uomo forte non si inginocchierebbe di fronte a niente.

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In Italia la situazione è molto meno cruenta rispetto ai penitenziari russi, infatti secondo la mia fonte farsi un tatuaggio in una galera italiana è solamente un modo per ammazzare un tempo che non passa mai. L’azione stessa di farsi un tatuaggio dietro le sbarre è inoltre una straordinaria prova di coraggio e ribellione poiché si tratta di un’infrazione estremamente grave: essendo considerato dal regolamento carcerario un atto di autolesionismo, prevede l’annullamento dei 45 giorni di condono ottenuti ogni volta che si trascorrono sei mesi consecutivi in buona condotta.

Anche in Italia i significati dei tatuaggi sono vari, molteplici e spesso … pericolosi! La mia fonte ha paura a riferirmi i significati di molti tatuaggi galeotti, soprattutto dei simboli delle varie famiglie carcerarie di stampo mafioso; mi avverte invece di diffidare da chi si tatua delle lacrime che, come nella maschera di Pulcinella, sgorgano verso l’esterno anziché lungo i lati del naso come nella realtà, poiché tale personaggio potrebbe avere ucciso una persona.

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Il tatuaggio da galeotto si contraddistingue per lo stile “casereccio” con cui viene realizzato. Innanzi tutto la location in cui si svolge l’operazione non è un accogliente negozio del centro ma una squallida cella di quattro metri quadrati, che il prigioniero divide con altri cinque detenuti. Il comodo lettino su cui il tatuatore autorizzato vi chiede di sdraiarvi prima di iniziare l’operazione non è altro che la vostra brandina; se il disegno da realizzare è invece di piccole dimensioni, potete distendere la parte del corpo interessata sul tavolaccio su cui mangiate. Scordatevi le poltroncine imbottite in una sala d’attesa con la musica di sottofondo, i cataloghi con i disegni, l’ago sterilizzato, le garze, l’inchiostro specifico e il disinfettante: in cella questi privilegi sono inesistenti e il detenuto deve accontentarsi dello scarso materiale a disposizione:

  • Un ago da cucito;
  • Un accendino;
  • Un piccolo pezzo di filo di stagno;
  • Un pennarello Uniposca;
  • Un walkman o un oggetto dotato di un impianto elettronico simile;
  • Due pile a stilo, solitamente quelle del telecomando del televisore;
  • Un televisore funzionante;
  • Un compagno di cella che faccia il palo;
  • Un dopobarba;
  • Un po’ di crema idratante;
  • Domopack.

Una volta reperiti tutti gli attrezzi necessari, non vi resta che mettervi all’opera. E’ essenziale evitare di attirare l’attenzione dei secondini, perciò un compagno di cella volenteroso farà il palo per voi posizionandosi di fronte alla porta ferrata, nella tipica posizione con i polsi a penzoloni che sicuramente avrete visto nei film o al telegiornale. Il vostro amico nasconderà agli occhi esterni ciò che sta avvenendo all’interno della cella e vi avvertirà quando avvisterà una guardia carceraria in avvicinamento confidando nel fatto che, qualora il vostro piano dovesse andare storto, voi non farete il suo nome.

Dopo aver detto addio al vostro walkman ed ascoltato per l’ultima volta la vostra canzone preferita, dovete estrarre il motore del piccolo elettrodomestico dall’involucro di plastica: poiché non disponete di un cacciavite o di una cassetta degli attrezzi, la sola soluzione possibile è spaccare il walkman scagliandolo più volte sul pavimento e aiutandovi con le unghie. Scaldate ora il filo di stagno con l’accendino e utilizzatelo per saldare l’ago al motorino del walkman, dopodiché create un circuito chiuso con le pile del telecomando per azionare il dispositivo. Se siete stati dei bravi tuttofare, ora dovreste avere una piccola macchinetta da tatuatore fai-da-te che, una volta azionata, farà vibrare l’ago che inciderà la vostra pelle.

Estraete ora l’inchiostro nero dall’Uniposka e mischiatelo al dopobarba, il cui alcool è il disinfettante più potente a vostra disposizione, sino ad ottenere una miscela omogenea. Ora siete pronti per incidervi il tatuaggio nel derma. Intingete l’ago nella mistura, avvicinatelo alla pelle e … accendete il televisore! Sì, amici carcerati, se pensavate di essere pronti per realizzare il vostro tatuaggio vi siete sbagliati di grosso: siccome la macchinetta produce un ronzio che potrebbe insospettire i secondini, prima di azionarla vi conviene accendere il televisore e alzare il volume sino al massimo consentito dal regolamento carcerario (ebbene sì, quegli stronzi vi hanno tarato pure l’audio della tv). Ora che l’audio del programma televisivo di turno copre il rumore macchinetta, potete procedere con la vostra losca attività clandestina e procedere con il tatuaggio vero e proprio.

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Potete realizzare il tatuaggio da soli, farvi aiutare da un compagno di cella o chiedere aiuto ad un carcerato particolarmente bravo a disegnare. Se non avete al vostro fianco un aiutante esperto, scegliete un soggetto stilizzato, di dimensioni contenute e di facile realizzazione, oppure una scritta, in quanto ogni errore o sbavatura resterà sulla vostra pelle per sempre.

Una volta terminata l’opera dovrete stare molto attenti a mantenere pulito il tatuaggio per evitare l’insorgere di infezioni e ad idratare costantemente la pelle con una crema idratante. Se la cremina Nivea non vi sembrerà la soluzione più indicata poiché preferireste dei medicinali specifici e sicuri, vi conviene rinunciare all’impresa e recarvi da un tatuatore autorizzato una volta scontata la pena, ma così non otterrete un autentico tatuaggio da carcerato.

Adesso che sulla vostra pelle arrossata spicca il vostro tatuaggio, dovete sbarazzarvi delle prove. Avvolgete dunque lo strumento che avete creato nel Domopack più volte e nascondetelo nella vaschetta di carico del water, onde evitare spiacevoli inconvenienti durante le perquisizioni.

Ricordatevi che esistono altri sistemi per realizzare tatuaggi in prigione, certamente non più igienici di quello che mi ha illustrato la mia fonte, ma preferisco attendermi a quanto mi è stato riferito e non approfondire ulteriormente l’argomento.

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La mia fonte ha scelto di tatuarsi sull’interno dell’avambraccio sinistro l’acronimo ACAB, che significa All Cops Are Bastards. L’operazione, assolutamente indolore, è durata tra dieci minuti e un quarto d’ora e le linee del disegno sono piuttosto nette, perciò il tatuaggio ha un bell’aspetto e non è stata versata nemmeno una goccia di sangue. Il significato dell’acronimo non è una mera dichiarazione di ribellione nei confronti delle guardie carcerarie, ma un omaggio all’anarchia. Quando ho chiesto ulteriori spiegazioni, la mia fonte mi ha chiesto di riportare nell’articolo il testuale slogan: – Secondo voi lettori, chi è che rovina l’italia? Quelli in giacca e cravatta o quelli con i tatuaggi? -.

Io non conosco la realtà della prigione e non me la sento di esprimere alcuna opinione sulla testimonianza della mia fonte, tuttavia ritengo che ciascuno di noi abbia il diritto di essere ascoltato e di raccontare la propria storia perciò ho scelto di scrivere questo articolo anche se non posso attestare la veridicità dei contenuti. Parlare di ciò che accade all’interno delle prigioni non mi spaventa: l’Italia è popolata da tante persone tutte diverse e soltanto alcune hanno la fedina penale pulita… talvolta persino la coscienza!

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06 Febbraio 2015

Un anno dopo aver conosciuto Manuel, mi ha contattato un ex carcerato, di cui non citerò il nome, per raccontarmi una realtà differente. Ecco ciò che mi ha rivelato in chat:

“In Italia non esiste il linguaggio o l’appartenenza a qualche famiglia per il tattoo, o almeno al sud è così. Ho letto del tattoo della lacrima, be’, codesto ha tanti significati, in Russia lo usano i cosiddetti ” ladri nella legge” che rappresenta una persona che ha commesso un omicidio, in Italia una volta li usavano i “punk” per esprimere la loro tristezza verso il mondo. E c’è chi lo usa semplicemente per estetica.”

“E non è facile fare in carcere un tattoo, devi stare molto ma molto attento alle guardie, alle infezioni. Io ne ho fatto uno al dito. Con un motorino dello stereo a cuffie, un ago, e via. Per quando riguarda il comportamento nelle prigioni, ripeto. dipende dalle prigioni. “fuori ci possiamo anche ammazzare ma dentro siamo tutti uguali e nessuno può fa’ niente”. Il discorso e un po’ più complicato, ma qua è un casino parlarne. Cmq, non ti lasciare condizionare da persone che si vantano dell’esperienza, dicono un sacco di stronzate per farsi credere chissà cosa. La realtà è un’altra.”

“Il tattoo in carcere non vuol dire proprio niente, io so chi sei tu, e tu sai chi sono io. Punto. Tutto qua. Si fanno per ricordare una madre, un fratello, una ragazza, per estetica, come fuori.”

La mia fonte mi ha consigliato infine un documentario su Youtube per ampliare le mie conoscenze, lo trovate qui sotto:  

Immagini tratte da weheartit.com

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Il riccio libro

portaposta_riccio_di_carta-71977Immagine tratta da it.artesanum.com

La mia bibliotecaria mi ha consigliato un simpatico passatempo: il riccio libro, un origami realizzato riciclando libri o riviste ormai inutilizzabili. Il riccio può essere un simpatico soprammobile, un’idea divertente per divertire i vostri bambini o un originale porta e bigliettini. Se volete realizzare il vostro riccio personale non vi resta che seguire le istruzioni che trovate in questo post e raccontarmi com’è andata in un commento.
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MATERIALE NECESSARIO:

  • Un libro o una vecchia rivista. Le pagine colorate di una rivista illustrata permettono di ottenere un riccio più allegro e variopinto (come nell’immagine qui sopra) ma un libro, specie se di carta rigida, si trasformerà in un riccio molto più resistente ed elegante. Vi prego soltanto di utilizzare dei libri inutilizzabili come un manuale di diritto o di informatica troppo datato, la guida di un elettrodomestico che avete abbandonato in discarica o l’agenda che utilizzavate in un anno ormai concluso. Io ho utilizzato un romanzo della storica collana Le ragazzine che la mia biblioteca aveva destinato al macero perciò non mi sento in colpa per aver sacrificato un romanzo, ma guai a voi se vi azzardate a rovinare un libro che potrebbe essere letto da altre persone!
  • Tre bottoni o qualunque altro oggetto che possa essere trasformato negli occhi o nella boccuccia del vostro riccio.
  • Colla.
  •  Decorazioni varie: fiocchetti, cappellini, baffetti, treccioline, ciuffetti di capelli, nastrini… sbizzarrite la vostra fantasia per attribuire al riccio una personalità!
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COME PROCEDERE:

  • Riccio piramidale o a forma di prisma?

Se la piramide aggrada maggiormente il vostro senso estetico, potete seguire le istruzioni di questo simpatico tutorial, realizzato da una bella bionda dalle unghie laccate e appassionata de Il favoloso mondo di Amélie:

Se preferite invece un riccio dalla forma più allungata, vi consiglio di cliccare su questo link, che vi condurrà ad un sito di lavoretti per bambini (e per ragazze infantili come me):

http://www.cosepercrescere.it/porcospino-portacarte/

Se non siete interessati a conferire al culetto del vostro riccio una forma definita, quest’altro video-tutorial fa al caso vostro:

Se infine siete dei tipi originali e volete creare un riccio unico nel suo genere, vi consiglio di dare un’occhiata a questo video dalla gradevole musichetta zen, che vi mostrerà quasi tutto ciò che è possibile fare con un libro:

  • Gli occhi e la bocca

Due bottoni più piccoli serviranno per gli occhietti, uno più grande ed eventualmente di forma e colore diversi sarà invece la boccuccia del vostro riccio. Vi consiglio di utilizzare Attack o Vinavil e di tenere premuti i bottoncini contro la carta finché la colla non sarà seccata. E’ assolutamente bandito lo scotch perché si stacca facilmente.

Se i bottoni vi sembrano troppo banali per il vostro riccio, potete utilizzare gli occhietti adesivi del Brico, tappi di bottiglia… fate quello che volete, ragazzi, poi mi racconterete cosa avete combinato.

  • Le decorazioni

Potete appiccicare sulla testolina del riccio un fiocco colorato per trasformarlo in una femminuccia, aggiungere dei capelli con un po’ di lana (effetto afro assicurato!) o dei baffi a manubrio di cartone per un riccio alla moda. I fiocchi per i pacchi regalo possono conferire al vostro riccio un tocco natalizio, una barchetta di carta può trasformarsi in un originale cappellino e due cerchietti di carta, magari la stessa del libro che state utilizzando, si potrebbero trasformare nelle orecchie dell’animaletto che avete appena creato.

Resta valido naturalmente il consiglio di utilizzare la colla liquida anziché lo scotch!

  • Il riccio è terminato!

Il mio riccio è stato molto banalmente decorato con un enorme fiocco di seta a righe bianche e verdi. Gli occhi e la bocca sono dei bottoni neri circolari e le pagine di cartoncino del libro che ho utilizzato rendono il mio riccio particolarmente resistente.

Volete vederlo? Eccolo qui:

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Promuovendo il proprio blog alle due del mattino

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Sono le 1.49 di notte e, non avendo niente da fare (dormire è per le persone normali!), ho deciso di dedicarmi alla promozione del mio blog, invadendo i Social Network, i siti web e tutto ciò che può rendere popolare il mio misero blog “fatto in casa”. Come potete notare dal logo in basso a destra, faccio già parte delle community di Paperblog, in cui ho un profilo tutto mio:

http://it.paperblog.com/users/valivi/

« Convalido l’iscrizione di questo blog al servizio Paperblog sotto lo pseudonimo valivi »

Non posso purtroppo dire altrettanto di Liquida.it: inizialmente il mio blog era stato accettato dal sito e i miei articoli comparivano regolarmente nei motori di ricerca, ma soltanto stasera mi sono accorta della sparizione di Acqua e Limone da Liquida.it e da Blogbabel.it. Incrociate le dita per il limone, ragazzi, perché mi piacerebbe molto comparire tra i più autorevoli blogger italiani; sto cercando di contattare il sito per chiedere chiarimenti ma (vi sembra possibile???) non funziona il pulsante “Invia” che dovrebbe permettermi di contattare gli amministratori.  Nel caso in cui non dovessi essere ritenuta idonea per qualche cialtroneria scritta in un vecchio post (i primi articoli sono piuttosto incerti e potrei aver commesso qualche erroruccio) sono disposta a rimediare cancellando o modificando il post in questione, ma spero di non dovere arrivare a tanto perché sono molto fiera del mio blog e non vorrei cambiare null.

Si attendono invece le conferme di BloggerItalia.it e da iltrovablog.it, cui ho fatto domanda soltanto stasera. Ed è proprio per entrare a far parte dell’indice di iltrovablog.it che incollo qui sotto in bella vista il loro logo…

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Ho svolto tutti i compiti del caso? Sono stata brava? Ragazzi, spero che queste iniziative mi aiutino a promuovere il mio blog. Nel frattempo, vi invito a visitare la mia pagina di Facebook e il neonato account di Google+. Ecco i link:

https://www.facebook.com/acquaelimoneblog

https://plus.google.com/u/0/

 

Ragazzi, la burocrazia necessaria per promuovere il proprio blog è più soporifera di una camomilla. Se non avete niente di meglio da fare alle due del mattino vi consiglio di promuovere il vostro blog, vi addormenterete come bambini.

Un bacione a tutti i nottambuli come me, che cliccheranno “mi piace” prima di tutti gli altri.

Ancora dalla parte delle bambine: lasciatemi sfogare la valanga di riflessioni provocata da questo capolavoro

Siamo nel 1973, anno di rivolte e rivoluzioni per l’Italia, quando Elena Gianini Belotti pubblica Dalla parte delle bambine, un saggio relativo al condizionamento della donna e delle bambine a partire dalla gestazione al fine di trasformarle in soggetti mansueti, sottomessi al maschio, dediti alla rinuncia e finalizzati alla cura di altre persone. Il libro ottenne uno straordinario successo e fu a lungo analizzato e dibattuto in ambiti femministi. Ancora oggi, nonostante le mamme non sottraggano il proprio seno alla boccuccia di neonate troppo avide e poco aggraziate nel succhiare o non maltrattino le bimbe troppo vivaci e “maschiacce”, si tratta di un valido esempio di quello che le nostre nonne hanno dovuto subire e contro cui dobbiamo confrontarci ancora oggi, in seguito a millenni di condizionamento sociale che non possono essere cancellati in un paio di decenni.

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Spostiamoci ora nel 2006 quando un’altra autrice, Loredana Lipperini (clicca qui per conoscere il suo blog), decide di rispolverare le tematiche affrontate nella generazione precedente per vedere cosa è cambiato: il panorama descritto è angosciante. Vediamo insieme i temi principali dell’analisi della Lipperini.

Le figlie di quelle donne che si ribellarono negli anni Settanta vengono considerate troppo emancipate per ricordarsi come fare le madri, perciò vengono costantemente angosciate, negli annunci pubblicitari come nei più moderni manuali su come allevare i propri pargoli, da indicazioni e suggerimenti su come fare le madri. E’ stata inoltre riscontrata la tendenza ad invogliarle a privilegiare il naturale e il tradizionale nell’allevare i loro figli, anche a costo di trasformarli in genitrici più bigotte delle proprie nonne.

Alle donne di oggi viene inoltre richiesta un’esasperata celebrazione del corpo al fine di apparire delle creature super erotiche non soltanto per sedurre, ma anche per ottenere vantaggi in ogni altro aspetto della loro vita. Ogni manifestazione di eccessiva sexylizzazione viene considerata un gioco poiché, nonostante la donna si stia palesemente proponendo come un mero oggetto di desiderio del maschio, si tratterebbe di una finzione scherzosa e, dietro l’ostentazione della carne, si nasconderebbero un cervello, un cuore e un’aggressività pari se non maggiore a quella dei maschietti. L’esasperazione dell’erotismo coinvolgerebbe anche i maschietti, ma senza prevedere per loro alcuna rinuncia mentre le donne, nel coltivare la propria avvenenza, sarebbero chiamate a sacrificare la propria libertà.

Le mamme di oggi vogliono mediamente un solo figlio (altri bimbi implicherebbero l’accettazione della vita da casalinga e il sacrificio della propria autonomia), da trasformare in un capolavoro di bambino. Se il maschietto viene semplicemente chiamato ad essere il primo tra gli ometti, alle bimbe viene richiesto uno sforzo supplementare: oltre alle più intelligenti devono essere anche le più belle, è richiesta loro un’elevata sensualità ma anche una notevole aggressività. In poche parole le bambine devono perseguire la perfezione, cui le adolescenti si ribellano con l’anoressia, una malattia che consiste nel rifiuto del proprio corpo.

Se nei primi anni di vita non esistono distinzioni nell’educazione tra maschietti e femminucce (dunque le problematiche denunciate dalla Belotti sarebbero state in parte superate), come i bimbi varcano la soglia dell’asilo iniziano le prime distinzioni: bambine calme, belle, ordinate, studiose, eccellenti e complici dell’autorità ma pettegole, civette e bisognose di protezione da maschiacci chiassosi e disordinati ma forti, avventurosi, liberi.

Le pubblicità non anticipa nulla, semplicemente ripropone in chiave grottesca e semplificata degli aspetti già presenti nella società, al fine di vendere un prodotto al maggior numero di persone. Le cause primarie dei problemi della nostra società andrebbero dunque ricercati al di fuori della televisione, la principale incriminata nella nostra epoca.

Per educare le giovani menti al consumismo, le pubblicità ed i mass media in generale hanno tuttavia la colpa di abbassare l’entry target, l’età minima cui viene destinato un prodotto. La conseguenza è dunque la consuetudine ad invogliare bambine dell’asilo a truccarsi e a prendersi cura del proprio corpo come una bimba delle medie, a proporre a ragazzine delle medie un atteggiamento un po’ tropo maturo nei confronti dei ragazzini e via discorrendo. Tale fenomeno è visibile soprattutto in prodotti come Bratz, Winx e altre bamboline di ultima generazione. Per ragioni molto simili, sono sempre più numerosi i ragazzini che seguono con interesse trasmissioni televisive indicate per un pubblico adulto.

Stiamo ritornando al binomio donna-magia. La donna, per essere forte quanto l’uomo, deve appellarsi ad un potere magico, universale, che deriva dalla sua stessa femminilità e dal suo potere di creae. Winx e maghette affini (sì, il saggio parla anche di loro!) possono sconfiggere il male solo grazie alla magia, perché in tutto il resto devono essere delle smorfiosette vezzose, vestite di rosa e sottomesse ai maghetti di turno.

I giocattoli per bambine stanno diventando sempre più frivoli e privi di incentivi allo sviluppo dell’intelligenza e dell’intraprendenza. I giocattoli neutri stanno perdendo sempre più connotati che potrebbero farli apparire come femminili: nelle pubblicità dei giochi dei Pokemon, per esempio, compare soltanto una bambina in un gruppo di due, tre o quattro maschietti.

Gli adulti puntano il dito contro social network, manga, televisione, romanzi per ragazzi ecc… ma non hanno colpe, sono semplicemente dei mezzi di comunicazione più evoluti, che permettono ai giovani di non fruire il prodotto passivamente ma di collaborare al suo sviluppo e condividerlo con altri. Se i loro contenuti sono di natura discutibile, l’origine del problema deve essere ricercata nella società, poiché i burattinai della comunicazione non fanno altro che proporre dei modelli già esistenti.

E una volta cresciute? Le donne sono chiamate si ad essere colte e indipendenti, ma mai quanto l’uomo. Il matrimonio, l’amore e la realizzazione affettiva viene inoltre considerata la loro massima aspirazione, mentre per il maschio la donna non è essenziale nell’affermazione di sé quanto altri fattori, come il successo professionale.

E’ molto complicato riassumere dei saggi argomentativi, spero di non avere tralasciato nulla. Per sicurezza, vi consiglio di leggere il post di una collega, l’autrice de La leggivendola, oppure la meno soggettiva recensione di Zam.

http://laleggivendola.blogspot.it/2012/03/ancora-dalla-parte-delle-bambine.html

http://www.zam.it/1.php?articolo_id=2262&id_autore=0

Proprio come l’autrice del primo articolo, non posso trattenermi dall’esprimere il fiume di pareri personali che mi sgorga dal petto. L’analisi della Lipperini mi sembra ottima sia per la lucidità dell’analisi, sia per la scelta dei fenomeni sociali e mediatici analizzati. Tuttavia sarei curiosa di sapere cosa ne pensa riguardo alcune questioni, che non ha preso in considerazione …

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1)      La contaminazione dei generi: il terrore dei ragazzi.

Non troppi anni fa la mamma comprava uno stock di quadernoni per entrambi i suoi due pargoletti, senza soffermarsi troppo sul soggetto raffigurato in copertina. Io mi divertivo molto a scegliere quadernoni che avessero copertine coerenti con i miei gusti da fanciulla, tuttavia non mi facevo troppi problemi ad utilizzare oggetti di cancelleria decorati con motivi neutri o addirittura “da maschio”. Per mio fratello l’aspetto ornamentale era indifferente, persino per quanto riguardava i diari, ma aveva una sola richiesta: non dovevano essere “da femmina”, nemmeno quando i quadernoni dovevano essere ricoperti da un rivestimento di plastica, oppure quando la penna o la matitina rosa dovevano essere utilizzati a casa, in privato, mentre faceva i compiti insieme a me.

Una ragazza solitamente non ha problemi a manifestare preferenze per elementi maschili come un quadernone da maschio, per un ragazzo invece la femminilità è tabù. I ragazzi devono smettere di considerare il rosa e tutto ciò che può rimandare alla la femminilità come un oltraggio alla loro virilità: non c’è nulla di male ad utilizzare un quaderno rosa se la cancelleria “da maschio” è terminata. Lo stesso si può dire per la schizzinosa perplessità con cui i maschi si approcciano a rossetti, fiocchetti, fiorellini e tutto ciò che la nostra società considera un simbolo di femminilità.

La Lipperini si è a mio parere dimenticata di affrontare questo aspetto: perché i maschi temono la femminilità? Può un maschio approcciarsi alla femminilità senza sentirsi castrato?

Non sto dicendo che dobbiamo vestirli tutti di rosa, però certe reazioni di disgusto e terrore con cui reagiscono alla sola vicinanza di un oggetto femminile è assurdo.

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2)      Un innocente (?) pizzico di femminilità in più

http://www.softrevolutionzine.org/2013/scuola-infanzia-diari-bambine/

L’articolo linkato qui in alto, che racconta l’esperienza di una bambina cui viene negato dalla madre il permesso di comprare un diario unisex di Spongebob in favore di prodotti più femmini, mi ha fatto riflettere su un fattore molto importante.

Da quando maschi e femmine hanno accesso alle stesse attività non c’è nulla di male se una ragazza assume atteggiamenti neutri, si è sentita tuttavia la necessità di trattare gli oggetti feminili “a parte”, perché se una ragazza vuole comportarsi in modo vezzoso deve farlo lontano dalla sfera maschile. Vengono dunque creati oggetti unisex, funzionali proprio nella loro specifica natura spartana, e oggetti specificatamente vezzosi, per quelle ragazze che cercano oggetti stilosi oltre che funzionali.

“Stiloso” è un termine moderno che ho spesso sentito pronunciare anche da ragazze della mia età. Lo stile è qualcosa di assolutamente frivolo, simpatico, giocoso, innocuo: una ragazza se ne occupa per gioco, per dare un pizzico di vezzosità in più alla sua esistenza. Quante volte non abbiamo sentito dire “affronta la quotidianità con stile”? Le donne vengono costantemente spronate, anche oltre le proprie inclinazioni personali, ad aggiungere ad un’esistenza considerata pari a quella dei ragazzi questo piccolo sforzo di femminilità aggiuntiva, inutile quanto speciale, magica, insostituibile e incredibilmente divertente.

Il rischio però è che una ragazza sia obbligata ad essere vezzosa a scapito dell’effettivo valore della prestazione, come per esempio quando viene acquistato uno zainetto bello ma poco capiente, delle scarpe col tacco eleganti ma scomode in situazioni che richiederebbero comodità e agilità. Mi piacerebbe chiedere alla Lipperini se esiste una femminilità funzionale, potente e avventurosa, oppure questi concetti andrebbero scinti dai generi maschile e femminile?

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Due copertine di tutto rispetto

Ritengo sia doveroso soffermarsi sulle scelte grafiche della Universale Economica Feltrinelli effettuate per la pubblicazione delle due opere.

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Io ho letto il saggio della Belotti in una vecchia edizione datata 1992, sulla cui copertina spicca una celebre illustrazione di Sir John Tenniel, realizzata nel 1865 per Alice nel paese delle meraviglie, in cui la celebre protagonista del racconto coccola un porcellino. Sulle copertine di altre edizioni compaiono altre immagini dello stesso autore, come quella relativa al dialogo tra la bimba e il brucaliffo. E’ noto che le molteplici tarsformazioni (accrescimenti, rimpicciolimenti e allungamenti vari) cui Alice viene sottoposta nel racconto sono una metafora dei condizionamenti sociali cui i bambini venivano sottoposti nell’Ottocento per mortificare una spontaneità e una fantasia infantile considerata in contrasto con l’età adulta.

Per la copertina della Lipperini è stato invece scelta Saint Barbie, un’opera di Mark Ryden del 1994. Il soggetto dell’opera è una bambina dalla bella chioma che, anziché fare da mammina ad un animaletto, prega a mani giunte una scintillante Barbie apparsa dinnanzi a lei su una scintillante nuvoletta rosa. Vi consiglio di scoprire le surreali ed attualissime opere di Ryden digitando il suo nome su Google Immagini o leggendo questa interessante intervista:

http://maniphestovecchiato.blogspot.it/2012/12/un-magico-mistico-carnivoro-intervista.html

L’altrove, una poesia di Fernando Pessoa

Acqua e limone nasce come un blog dedicato a tutto ciò che incontro nel corso del mio cammino, ma questa volta io non centro assolutamente niente, la poesia che vado a cantarvi appartiene alla vita di qualcun altro. Nasce dalla penna di Fernando Pessoa chissà quanti anni fa e, sussurrata di bocca in bocca, ha fatto il giro del mondo finché una ragazza che conosco non l’ha pubblicata su Facebook.

Questa poesia non è la mia poesia ma appartiene ad altre persone, perciò posso solo ascoltarla in silenzio. Leggo le sue parole ad alta voce: ha il sapore del sole di una risata allegra, di una corsa sull’erba, di un abbraccio, di una canzonetta che raggiunge la strada attraverso una finestra nel corso di una passeggiata, di una ragazzina di undici anni che si trucca davanti allo specchio sognando il primo bacio.

Non dico nulla, non voglio rovinare le poesie degli altri con il frastuono dei miei pensieri, così aprirò questa boccaccia soltanto per regalarti un sorriso forse un po’ infantile ma sincero.

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L’altrove

Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.
La luna splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.
Lì si cominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.
Il tempo lì è un momento d’allegria,
la vita una sete soddisfatta,
l’amore come quello di un bacio
quando quel bacio è il primo.
Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
non di rematori, ma di sfrenate fantasie.
Oh, andiamo a cercar l’Altrove!

                                                                        Fernando Pessoa

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Fotografie di weheartit.com

Chi non risika non rosika: la febbre del Risiko

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Siete pacifici? Amate la cooperazione e l’armonia? Dimenticatevi tutto e sfogate i vostri bellicosi istinti primordiali con Risiko!: l’unico gioco da tavolo in cui la guerra non uccide nessuno, anzi, aiuta a fare amicizia.

Il piano di gioco è un planisfero suddiviso in regioni, lo scopo è raggiungere l’obiettivo segreto scritto sulla carta pescata del mazzo prima di iniziare a giocare. Per vincere dovrete sottrarre con i vostri carrarmatini i territori della mappa ai vostri avversari, ottenendo un punteggio più alto al lancio dei dadi. Le regole sono piuttosto complesse, ma gli appassionati di strategia impareranno alla svelta e si ritroveranno ben presto coinvolti in un’avventurosa guerra globale.

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Ecco le regole per organizzare una seratona di Risiko:

1)      Casa libera!

Vi serve uno spazio libero in cui invitare dai quattro ai sei amici. Cacciate i genitori fuori di casa, acquistate una cassa di birra e spargete la voce su Facebook.

2)      Qualcuno che sappia giocare a Risiko

Il libretto di istruzioni sembra sottile ma è un mattone straripo di nozioni, divertente quanto un breviario e meno comprensibile di un manuale di macroeconomia. Invitate un amico nerd appassionato di giochi di strategia e chiedetegli di insegnare a tutti quanti le regole. Per convincerlo a farvi da professore, fate leva sul suo orgoglio di supergiocatore invincibile… funziona!

3)      Una dolce fanciulla disposta a giocare con i carrarmatini rosa

Una leggenda metropolitana narra che i carri armati rosa siano destinati a perdere in seguito alla scarsa bellicosità di questo colore. In compagnia non manca mai tuttavia un’appassionata di Hello Kitty disposta a sacrificarsi.

4)      Tanto culo

Non importa quanti carrarmatini possedete e quanto siano inferiori le abilità strategiche del vostro avversario, perché l’esito finale di ogni combattimento è determinato dai dadi.  Ci sarà sempre un bastardissimo carretto che, grazie al solo ausilio della dea bendata, riuscirà a decimare le vostre armate. La fortuna è un’alleata importante!

5)       Emozioni malvagie… per finta!

Dentro ogni essere umano si nasconde un piccolo imperialista sadico con deliri di onnipotenza, Risiko serve proprio per sfogare pacificamente il lato oscuro del nostro carattere senza farsi male. Preparatevi dunque a competere, ad accanirvi contro il vostro migliore amico o a lasciarvi sedurre dal fascino del potere: Risiko è un po’ come la playstation perchè ci si immedesima, si pregusta la catarsi e alla fine del gioco… amici come prima!

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Non possedete una scatola di risiko? Siete troppo associali per riunire tre o quattro amici intorno ad un tavolo? Niente paura, potete accontentarvi della versione tarocca online, un divertentissimo ripiego gratuito ideale per i pomeriggi di pioggia o le ore buche in università. Il suo nome è Wolrd Wars ed è uno dei tanti giochini disponibili online. Ecco il link:

http://www.flashgames.it/world.wars.html

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Cari amici, in questi giorni ho davvero poco tempo da dedicare al blog. Sono in guerra (o spaparanzata in riva al lago).

Nuovo blog in arrivo, per non andare fuori tema

Un nuovo blog per non andare fuori tema

Acqua e limone è venuto al mondo qualche mese fa per condividere i miei interessi, ma ultimamente sono andata terribilmente fuori tema: i post a tematica culturale che vi avevo promesso all’inizio si alternano ad altri che trattano gli argomenti più svariati. Il risultato è un blog “annacquato” da soggetti che poco hanno a che fare con la cultura, così ho deciso di rimediare.

Siccome non voglio rinunciare a spiattellare tutti i fatti miei e condividere argomenti meno impegnativi, ho deciso di aprire un secondo blog, il cui titolo sarà:

IL RANOCCHIO HA PARLATO

E ha un sacco di grilli per la testa

Il ranocchio ha parlato

Cari lettori, mi sono già messa all’opera per voi! Non appena avrò terminato la personalizzazione del blog, trasferirò gli articoli fuori tema di Acqua e limone sulla nuova piattaforma, che sarà molto più colorata e scanzonata del primo. Vi preannuncio soltanto che su questo blog ci ritroveremo tra secchioni, sull’altro invece ci abbandoneremo ad una folle e sfrenata spensieratezza.

Nella vita non si può essere sempre seri così come sarebbe impossibile fare i mattacchioni tutti i giorni, ma è giusto mantenere ben separate i due mondi in blog differenti, quanto basta per evitare di fare confusione.

Tenetevi pronti, ho molte novità in serbo per voi …