“Vita di Antonio Gramsci”: vita, morte e miracoli sul politico sardo

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In alcune biblioteche locali è ancora possibile trovare la prima edizione di Vita di Antonio Gramsci del 1966 di Giuseppe Fiori, nato in Sardegna come il protagonista della biografia e senatore di Sinistra Indipendente. Si tratta di un’edizione economica, sulla copertina spicca una fotografia rossa di Gramsci e il volume presenta alcuni affascinanti segni del tempo: leggendo la presentazione dell’autore, si scopre per esempio che Fiori era ancora in vita quando è stato stampato il libro.

La biografia è stata definita un ritratto di Gramsci “a figura intera, con i tuffi del sangue e della carne”. Quando venne pubblicata nel 1966 sconvolse il pensiero comunista, che non aveva mai scavato a fondo nel personaggio di Gramsci. La biografia riporta molti aspetti che rendono Gramsci un personaggio umano, sottraendolo al piedestallo su cui è stato posto dai comunisti, e sono presenti numerosi riferimenti alla sua vita quotidiana. Nel corso dei decenni, l’opera è rimasta attuale ed è stata rinnovata dai materiali inediti che sono stati ritrovati successivamente. L’opera è stata tradotta in quasi tutte le lingue europee, in giapponese e in coreano.

Gramsci è celebre per aver fondato il Partito Comunista d’Italia e per essere stato richiuso nel carcere di Turi sotto il fascismo. Ottenne la libertà in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ma purtroppo era troppo tardi per sperare nella guarigione, perciò si spense tra terribili sofferenze. La biografia è il frutto di una minuziosa ricerca sulla sua persona, i suoi famigliari e il periodo storico in cui ha vissuto.

La fisionomia del biografo è impersonale, infatti nel corso della lettura nulla apprendiamo sulla personalità di Fiori, sul suo rapporto con la figura di Gramsci o su come ha svolto la ricerca che precede la stesura della biografia. Lo stile rende la biografia molto simile ad un saggio che espone delle informazioni oggettive, senza dilungarsi in commenti personali. Lo scopo dell’opera è informare, non intrattenere, infatti lo stile è molto distante dalla narrazione, non  è un caso dunque se l’opera appartiene alla collana Universale Laterza, insieme a opere di saggistica. Molto spesso il narratore, ammesso che si possa chiamare tale l’io narrante di un saggio, si annulla per trascrivere delle fonti: lettere, verbali dei processi, scritti di Gramsci, di personaggi a lui vicini o di personalità di spicco nel periodo storico in cui ha vissuto. Il narratore è dunque esterno e eterodiegetico, ma spesso diventa interno e omodiegetico quando vengono trascritte fonti in cui i personaggi diventano voce narrante, come nel caso delle lettere. Frequentemente le fonti vengono trascritte per fornire un esempio di ciò che il narratore esprime prima sinteticamente, ma il testo ha raramente una struttura argomentativa.

Sono numerose le anticipazioni, come quando si racconta che Giulia, la moglie di Gramsci, avrebbe avuto dei problemi psicologici, oppure quando la voce narrante rivela che, dopo un determinato incontro, Gramsci non avrebbe più rivisto suo figlio Delio. Nonostante ciò, i fatti sono esposti in ordine cronologico, dalla nascita di Gramsci e da un breve excursus sulle origini dei genitori, fino alla morte. Tutte le fasi della vita di Gramsci sono analizzate con la dovuta attenzione, nessuna di esse viene trattata in maniera privilegiata. Sono presenti numerose digressioni sul periodo storico e le vicende politiche della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa, per illustrare in quale contesto agiva il personaggio; quando si tratta la scrittura dei Quaderni, un breve excursus illustra i contenuti degli scritti cui Gramsci si dedicava in prigione.

Il ritmo è molto lento perché le informazioni sono minuziose, in quanto sono il frutto di una ricerca accurata: si menzionano per esempio i voti della pagella di Gramsci bambino o i nomi dei padroni di casa durante il periodo in cui frequentava l’università.

Lo stile non è complesso perché il linguaggio è molto semplice, tuttavia l’abbondanza di informazioni e la precisione con cui sono state effettuate le ricerche rendono la lettura molto impegnativa, fatta eccezione per le sequenze più descrittive o la trascrizione delle lettere. E’ consigliabile la lettura per coloro che hanno un’infarinatura generale sulla storia del Novecento, perché i capitoli relativi alla contestualizzazione storica possono risultare troppo dettagliati per coloro che non hanno esperienze pregresse. Il destinatario è dunque una persona con una cultura universitaria e una solida conoscenza della figura di Gramsci, che desidera approfondire l’argomento leggendo informazioni minuziose.

Sembra assente una componente critica, nonostante la presenza di alcune sottili opinioni dell’autore, come quando Fiori dichiara che Gramsci è stato “santificato”, soprattutto per quanto riguarda l’assenza di tentativi di sottrarsi alla prigionia; Fiori esprime il proprio punto di vista anche quando dichiara che Gramsci è stato lasciato morire senza cure da Mussolini, pur non essendo stato condannato a morte. La componente critica è sapientemente mimetizzata nell’esposizione oggettiva dei fatti e nella selezione delle fonti, pertanto è implicita.

Il ritratto di Gramsci è oggettivo poiché sono assenti i commenti ideologici o i ritratti apologetici, pertanto la lettura dell’opera può essere un’occasione per scoprire la verità su un importante personaggio storico e ampliare la propria cultura generale.

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La poesia nell’attivismo

Articolo proposto alla casa editrice Tlon in collaborazione con il giornale online Lo Sbuffo.

Quando l’uomo concepisce un pensiero politico, sente la necessità di comunicarlo alla propria comunità per confrontarsi, persuadere i propri simili e tentare di migliorare la società in cui vive. La poesia, come ogni forma d’arte, può essere una forma di attivismo; non è un atto politico che provoca direttamente un cambiamento, ha però il potere di scuotere gli animi e diffondere le opinioni. Ma quando scrivere una poesia diventa attivismo politico? E’ sufficiente scrivere la propria opinione politica in un’opera d’arte in versi, con l’intento di diffondere un’idea.

Si avvalgono continuamente delle norme della poesia negli slogan politici i partiti (ma anche i manifestanti che inventano frasi ad effetto per i propri striscioni o gli anonimi writers di strada), si tratta però di una forma di comunicazione analoga alla pubblicità e alla comunicazione di massa, che non merita certo di essere considerata letteratura. Questo articolo propone una panoramica dei principali poeti italiani e stranieri che hanno scritto poesie su tematiche politiche, realizzando delle vere e proprie opere letterarie.

E’ singolare notare come in questi testi poetici compaiano termini propri del linguaggio settoriale della politica (rivoluzione, partito, comunismo, borghesia…), che raramente in altre circostanze avrebbero a che fare con la poesia. I poeti tendono a privilegiare i versi liberi e le rime sono rare, ma forse ciò è dovuto al fatto che l’articolo propone solo autori del Novecento.

Vladimir Majakovskil (1983-1930) è il principale poeta della Rivoluzione d’Ottobre. Nato in Georgia, si trasferì a Mosca alla morte del padre, dove studiò al ginnasio sino a quando si dedicò all’attività rivoluzionaria, venendo più volte arrestato dalla polizia zarista. Si iscrisse all’Accademia di pittura, scultura e architettura, ma il suo destino erano la poesia e la drammaturgia. Aderì al cubofuturismo russo, firmando insieme ad altri il relativo manifesto; siglò inoltre il manifesto “Schiaffo al gusto corrente”.  Allo scoppio della rivoluzione bolscevica si impegnò per “consegnare tutta la letteratura a tutto il popolo”, creando un’arte nuova, priva delle convenzioni borghesi e fruibile da parte dei proletari, per capovolgere i valori e l’ideologia del passato e propagandare la rivoluzione. Anziché di guerra e fascismo come in Italia, il futurismo russo parlava di pace e libertà. L’adesione alla Rivoluzione d’Ottobre rese il poeta ancor più popolare e amato. Si uccise con un colpo di pistola al cuore per motivi non del tutto chiariti, probabilmente una delusione amorosa o il disappunto per le l’esito politico della rivoluzione. Tra le principali poesie di argomento politico, citiamo “Ottobre” (Aderire o non aderire? / La questione non si pone per me / E’ la mia rivoluzione) e Il Partito, in cui viene propagandata una fede nel Partito estrema, in quando solo in gruppo si riuscirebbe ad essere forti e sconfiggere il male.

Bertolt Brecht (1898-1956) è il principale drammaturgo tedesco e proprio per questo motivo è più conosciuto per il teatro, su cui non ci soffermeremo, che per le poesie. Noto per aver aderito all’ideologia marxista, dovette lasciare la Germania quando Hitler salì al potere, ma nel 1948 fondò un teatro a Berlino Est. Nonostante le sue idee politiche, fu spesso in contrasto con le autorità della Germania dell’Est. Le sue opere sono state raccolte in Poesie politiche, a cura di Enrico Ganni, Einaudi. La lingua di Brecht non indulge mai a vuoti artifici retorici, ma è asservita al fine pratico della conoscenza, inoltre con i suoi versi lotta e persuade in nome della libertà e della democrazia. L’opera è una lezione morale in cui si effettua uno slancio polemico contro l’arroganza e la violenza del potere.

Non sarebbe sufficiente un articolo per trattare tutti i poeti attivisti politici del mondo, pertanto ci soffermeremo sugli autori italiani.

 

Pierpaolo Pasolini (1922-1975) esordisce molto giovane come poeta, componendo versi in friulano. Il dialetto rappresenta un espediente per privare la Chiesa dell’egemonia culturale sulle masse e vuole essere anche un approfondimento culturale anche per la sinistra. Si iscrive al PCI, ma è in contrasto con gli intellettuali del partito per ragioni linguistiche: i suoi colleghi scrivono servendosi della lingua del novecento, Pasolini invece adotta la lingua del popolo, senza trattare argomenti politici; le sue scelte vengono interpretate come disinteresse per il realismo socialista, cosmopolitismo e eccessiva focalizzazione sulla cultura borghese. Viene accusato di corruzione di minore, diventando così un bersaglio ideale per la sinistra tanto quanto per la DC; viene espulso dal PCI e perde l’impiego da insegnante. Trasferitosi a Roma, scrive poesie in dialetto romano e nasce in lui il mito del sottoproletariato romano. Per quanto riguarda la contestazione studentesca, assume una posizione originale: appoggia le idee degli studenti ma, siccome questi sono dei borghesi, sono destinati secondo lui a fallire nella rivoluzione. Viene ucciso in circostanze misteriose. Tra le poesie politiche ricordiamo Alla bandiera rossa, Alla mia nazione, Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano. E’ celebre Il PCI ai giovani!!, in cui afferma che gli studenti negli scontri contro i poliziotti avevano torto perché, pur avendo delle idee positive, erano economicamente agiati, mentre i poliziotti erano figli di contadini. Pasolini fonda con i compagni di scuola Leonetti e Roversi la rivista Officina; anche questi ultimi scrivono poesie di attivismo politico.

 

Franco Fortini (1917-1994) si laurea in giurisprudenza e storia dell’arte, durante il periodo universitario collabora con numerose riviste, comprese alcune testate fasciste, ma col tempo assume posizioni antifasciste, al punto che viene espulso dal Gruppo Universitari Fascisti; viene inoltre battezzato presso la chiesa valdese. Nel 1941 si arruola, ma diserta per rifugiarsi in Svizzera. In questo periodo si iscrive al Partito Socialista. Nel 1944 partecipa alla resistenza in Val d’Ossola e scrive Canto degli ultimi partigiani, quattro strofe che raccontano gli orrori dei resti dei partigiani impiccati e fucilati. Questo articolo non considera le poesie di guerra attivismo politico perché rientrerebbero in una sottocategoria particolare del genere, tuttavia abbiamo voluto nominare questa poesia perché si tratta di una denuncia nei confronti dei crimini subiti dai partigiani. Ha un forte connotato politico soprattutto il verso conclusivo: Ma noi s’è letta negli occhi dei morti /e sulla terra faremo libertà/Ma l’hanno stretta i pugni dei morti/La giustizia che si farà.

 

Nanni Balestrini (1935-…) è uno degli esponenti della neoavanguardia e degli scrittori intorno all’antologia I Nuovissimi, fondatori del Gruppo 63. E’ autore di poesie sperimentali e romanzi politicamente impegnati circa le lotte degli anni Sessanta e gli anni di Piombo. Quando dal 7 aprile del 79 molti vengono arrestati con l’accusa di essere a capo di organizzazioni sovversive, è costretto a rifugiarsi in Francia.

 

L’elenco di autori potrebbe essere molto più lungo e probabilmente non tutti avrebbero privilegiato i poeti presentati in questo articolo. Concludiamo con quanto ha affermato il filosofo Adorno: “La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”; secondo Adorno, dopo Auschwitz “tutta la cultura (…) compresa l’urgente critica a essa, è spazzatura”;  “Dopo Auschwitz, nessuna poesia,  nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di no man’s land filosofica”. Ciò significa che la storia e la politica possono influenzare l’arte e determinare la sorte della poesia, infatti Auschwitz è la realizzazione dell’inferno in terra, perciò dopo i campi di concentramento non ha più senso comporre opere in versi.

Ribellione e anarchia ne “La locomotiva” di Guccini

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Per affrontare il tema della ribellione rispolvereremo il significato di una canzone simbolo della lotta anarchica, La Locomotiva di Francesco Guccini, pubblicata nell’album Radici del 1972. Timbro basso e inconfondibile erre moscia, fisico imponente e immancabile barbone, Guccini è uno dei massimi esponenti italiani di quel genere musicale in cui il testo ricco e elaborato quanto una poesia è la colonna portante dell’opera, la musica dei cantautori. Tredici strofe da cantare con il pugno alzato al termine di ogni concerto prima che Guccini si ritirasse dalle scene, anche se tale usanza si interruppe per un breve periodo durante il terrorismo delle Brigate Rosse.

La canzone narra un fatto realmente accaduto, anche se Guccini si è concesso qualche licenza poetica sin dalla prima strofa: “Non so che viso avesse / e neppure come si chiamava”. I dati anagrafici del protagonista sono invece ben noti, si trattava infatti del fuochista Pietro Rigosi, 28 anni, sposato e padre di due bambine di tre anni e dieci mesi. Il testo sostiene che i fatti si svolsero nei “primi anni del secolo” ma, considerando che la canzone è stata scritta nel Novecento, ciò non è possibile, perché i fatti si verificarono poco prima delle cinque del pomeriggio del 20 luglio 1893. Guccini tuttavia descrive un’epoca storica che sembra essere la fine dell’Ottocento, infatti i suoi versi accennano al positivismo e alla locomotiva “simbolo di progresso” che “l’uomo domina con il pensiero e con la mano“. Si tratta di un secolo di profonda ingiustizia sociale nel settore ferroviario, perchè i ricchi viaggiavano in carrozze lussuose in prima classe e i poveri in ambienti scomodi e fatiscenti, inoltre le condizioni in cui lavoravano gli operai ferroviari erano molto dure. Il protagonista si ribellò a tutto ciò grazie all’anarchia, si impossessò di una locomotiva sganciata da un treno merci presso la stazione di Poggio Renatico a si diresse all’allora incredibile velocità di 50 km/h verso la stazione di Bologna. Guccini non cita nomi di luoghi e velocità per creare un’atmosfera mitica e fiabesca, fatta eccezione per una delle città in cui ha vissuto, Bologna. La locomotiva fu deviata su un binario morto, dove si schiantò contro sei carri merci in corsa non nominati nella canzone. La frase “lo raccolsero che ancora respirava” è l’unica informazione che abbiamo sulla sorte dell’anarchico Rigosi nel testo del cantautore, in verità sappiamo che gli venne amputata una gamba e che rimase sfigurato in viso. Dopo due mesi venne dimesso dall’ospedale e esonerato dal lavoro per ovvi motivi di salute.
L’eroe di Guccini sembra semplicemente infuocato da ideali di giustizia sociale e lotta proletaria, nella realtà i fatti sono più complessi. Non conosciamo il movente del gesto del fuochista romagnolo, sappiamo solo che era profondamente anarchico e che dopo il ricovero in ospedale affermò: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!” e ciò bastò a convincere l’opinione pubblica che si trattò di un atto politico. I quotidiani dell’epoca invece dichiararono che l’uomo era un semplice pazzo e ciò condannò l’episodio di cronaca all’oblio, sino a quando Guccini resuscitò dalla damnatio memoriae l’evento mentre consultava dei documenti relativi a degli operai dell’Ottocento; colpito dalla testimonianza, il cantautore modenese decise di trasformare Rigosi in un simbolo della lotta di classe.
E’ notevole pensare che un testo così complesso è stato scritto in una ventina di minuti; nel 2017 è stata inserita al 71° posto nella classifica delle più belle 250 canzoni del nostro paese.
Indipendentemente dalle opinioni politiche di ciascuno, la canzone ci induce a riflettere sulla grave disparità sociale del passato e alla disperazione che può provocare ma, soprattutto, su fino a che punto siamo disposti a spingerci e sia giusto spingersi nella lotta politica.

Riflessioni di una femminista in incognito

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Mi sono resa conto che leggo libri femministi e che seguo siti web e Youtuber sul tema da almeno un anno, ma nessuno conosce questo mio interesse eccetto il mio fidanzato. Forse mi vergogno di essere femminista, come un tredicenne che nasconde Play Boy sotto il letto sperando che la mamma non lo scopra facendo le pulizie.

L’ambiente circostante non aiuta: sono la sola femminista di mia conoscenza, non frequento nessuno con cui parlare e confrontarmi, inoltre il mio piccolo universo di provincia è ostile a tutto ciò che riguarda il femminismo, anzi, non sa nemmeno cosa sia tale movimento. In Brianza questa parola che sembra una parolaccia implica bruciare reggiseni, non depilarsi, odiare gli uomini e sostenere i diritti LGBT. Ebbene, cari brianzoli, avete ragione solo su quest’ultimo aspetto, perché femminismo significa semplicemente sostenere la parità tra uomo e donna e lottare per abbattere ogni forma di disuguaglianza e gli stereotipi che ci impongono determinati comportamenti. Prendiamo il più classico degli esempi, una donna non è costretta a depilarsi come impone la società ma ha il diritto di essere libera di farsi crescere i peli se lo desidera, oppure di votarsi ad una radicale ceretta integrale, oppure di alternare queste due opzioni in base a ciò che più le conviene nei vari periodi della sua vita. Insomma, femminismo è semplicemente libertà di essere ciò che si desidera, mandando letteralmente al diavolo le imposizioni della nostra società su questo come su molti altri aspetti. Il femminismo si suddivide in varie branchie e io non ho ancora deciso con chi schierarmi (non prendo mai simili decisioni in modo affrettato, preferisco documentarmi accuratamente prima di scegliere) però ormai è evidente che, nel mio piccolo, faccio parte di questo movimento in quanto ne abbraccio l’ideologia.

A parole sembro una sincera sostenitrice del femminismo, ma la realtà è molto diversa: io sono una vigliacca, mi mimetizzo tra la massa evitando di esprimere la mia opinione quando si toccano simili argomenti durante una conversazione o addirittura adotto comportamenti in contraddizione con quello in cui credo, soprattutto per quanto riguarda la scelta delle parole e delle espressioni mentre parlo. Non ho intenzione di trattare in questo articolo il fatto che l’italiano sia una lingua maschilista e che sarebbe doveroso modificarla per renderla più rispettosa del genere femminile e non solo (modificare artificialmente una lingua non è assurdo, lo fece per esempio Pietro Bembo con la Prosa della volgar lingua nel 1525 per quanto riguarda l’italiano), sappiate semplicemente che io purtroppo adotto moltissime espressioni e vocaboli che giudico sessisti.

Confesso inoltre di essere una pigrona perché è faticoso uscire dalla caverna di Platone e assumere un comportamento controcorrente, sembrerebbe che io non abbia nessuna intenzione di prendermi la briga di appoggiare il movimento e dare il mio contributo. Ma cosa significa combattere? Che cosa dovrei fare esattamente? Forse sarebbe meglio continuare a nascondere i libri sotto il letto come s fossero dei giornaletti porno e pensare a laurearmi.

Di ladri gentiluomini e di Anarchia: tutto quello che non sapete su Arsenio Lupin

Salout, mes amis!

In occasione di un esame di seconda lingua, ho acquistato alcuni libricini in francese per ragazzini dedicati ad Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo protagonista delle novelle di Maurice Leblanc. Siccome si tratta di un soggetto veramente affascinante ho deciso di dedicare una ricerca al ladro gentiluomo e al personaggio storico cui si ispira, il ladro e politicante anarchico Alexandre Marius Jacob, uno per il quale “rubare ai ricchi per dare ai poveri” non è soltanto un tema avvincente per un romanzo storico come il Robin Hood di Dumas padre.

Prima di proseguire nella lettura vi prego di tenere presente che questo articolo non consiste in alcun modo in una dichiarazione di opinioni o ideologie politiche da parte della sottoscritta, che preferisce non esporre pubblicamente su internet la propria vita privata. Sono semplicemente una ragazza cui piace porsi degli interrogativi ed esplorare il mondo, il fatto che le mie letture mi abbiano portato ad incontrare l’affascinante personaggio di Alexandre Marius Jacob non significa che senta la necessità di condividere con voi le mie opinioni politiche.

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Vi presento Arsenio Lupin, il principe dei ladri

Se in Inghilterra vanno tutti pazzi per Sherlock Holmes, il detective in pipa e berretto scozzese, i francesi invece preferiscono un personaggio altrettanto astuto, ma che nella sfida tra guardie e ladri gioca dall’altra parte della barricata. Arsenio Lupin è un raffinato furfante in frac, tuba, monolente, mantello e sofisticatissimo sense of humour alla francese che ruba i ricchi per dare ai poveri, trasformandosi in un vera e propria icona della belle époque.

Wikipedia (l’autorevolissima fonte cui mi sono appoggiata per scrivere questo articolo) descrive Lupin come un uomo di mondo moderatamente amante del vizio infatti il denaro e il lusso, l’arte e il gioco, il rischio e le belle donne sono pane per i suoi denti. Per quanto riguarda il furto Lupin riesce sempre ad essere un passo avanti agli investigatori grazie ad astuzia, cultura e ad un’intelligenza fuori dalla norma, che gli consentono di essere il numero uno senza ricorrere alla violenza.

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La vita di Maurice Leblanc in due righe (per non annoiarvi troppo)

Mamma e papà Leblanc avrebbero preferito che il figlio diventasse avvocato ma il giovane Maurice era di tutt’altra scorza, così questi abbandonò la natia Rouen e la facoltà di giurisprudenza per trasferirsi a Parigi e diventare uno scrittore di racconti gialli. Leblanc scrisse novelle e storie brevi per svariati periodici spirandosi a grandi scrittori francesi come Gustave Flaubert e Guy de Maupassant, ma inizialmente non ebbe successo; le sorti della sua carriera mutarono proprio grazie ad Arsenio Lupin, che comparve per la prima volta nel 1905 in una novella pubblicata dalla rivista Je sais tout e riscosse immediatamente il favore del pubblico.

Il ladro gentiluomo divenne così popolare che Leblanc impostò la propria carriera esclusivamente su di lui e, nel 1921, Lupin gli permise persino di ottenere la Legion d’Onore. Leblanc scrisse opere dedicate al genio del crimine di sua invenzione sino agli anni Trenta per un totale di 57 volumi; morì nel 1941 a Perpignan ma, nel 1947, le sue spoglie furono trasferite nel cimitero di Montparnasse.

Per quanto riguarda la vita privata, sappiamo che Leblanc si sposò due volte ed ebbe due figli. Si interessò alla politica e fu uno dei primi a possedere una bicicletta.

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Lupin in un’immagine tratta da cafleurebon.com

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Le fonti d’ispirazione

E’ probabile che Leblanc trasse l’ispirazione per Lupin proprio da Sherlock Holmes ma, a differenza da Sir Arthur Conan Doyle, non tentò mai di realizzare opere letterarie più impegnative delle novelle di intrattenimento con cui aveva intrapreso la sua carriera di scrittore.

All’epoca in cui venne scritta la prima novella dedicata a Lupin, Alexandre Marius Jacob era uno dei soggetti più popolari della cronaca francese e Leblanc aveva sentito parlare delle sue incredibili peripezie criminali, al punto da decidere di affrontare per la prima volta la stesura di racconti brevi a tematica criminale dalla parte degli antagonisti.

Leblanc tuttavia modificò profondamente il personaggio per adattarlo ai gusti del pubblico letterario dell’epoca e eliminò ogni elemento riconducibile all’anarchia; Lupin inoltre era certamente un filantropo, ma aveva evidenti tendenze patriottiche e non mise mai in discussione l’ordine sociale.

Per il nome del ladro gentiluomo Leblanc potrebbe essersi ispirato a Monsieur Lopin, un consigliere municipale di Parigi che ebbe dei problemi con la giustizia. Il disonesto funzionario pubblico si lamentò della presunta coincidenza, così Leblanc modificò il nome del suo personaggio in Lupin.

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Ed eccoci finalmente a parlare di Anarchia

Alexandre Marius Jacob nacque a Marsiglia nel 1879 e la sua vita fu molto più avventurosa e incredibile di quella di Arsenio Lupin proprio perché non stiamo parlando di un personaggio di fantasia.

Il giovane Jacob scopre di essere maledettamente portato per una vita dedita al rischio quando, a soli 11 anni, lascia Marsiglia per imbarcarsi come mozzo sulla nave Thibet seguendo le orme del padre marinaio (secondo altre fonti, era invece un panettiere alcolizzato). A 13 anni si imbarca su una nave differente che lo porterà a Sidney, dove soggiornerà per un breve periodo e imparerà l’arte del furto. Avendo deciso di riprendere la via del mare, si reimbarca su una baleniera che presto si rivelò un vascello pirata ricercato dalle autorità militari; il giovane Jacob riesce a fuggire e a ritornare a Marsiglia, dove viene arrestato per diserzione; la sua tenera età gli permise di ottenere la scarcerazione.

I suoi viaggi in mare gli permisero di esplorare le coste dell’Africa e dell’Asia fino al Pacifico e di conoscere i piaceri del sesso grazie ad alcune gentili passeggere; Jacob subì purtroppo anche le sgradite attenzioni di alcuni colleghi marinai. Affetto dalle febbri contratte nel suo lungo pellegrinare, decise di lasciare per sempre il mestiere del marinaio. In seguito avrebbe commentato la sua rocambolesca esperienza in mare tra pirati, furfanti e criminalità con queste parole: – Ho visto il mondo e non era bello -.

Jacob aveva sedici anni e aveva vissuto molte più esperienze di qualunque altro suo coetaneo marsigliese quando fece ritorno alla città natale in compagnia di un giovane amico anarchico che lo iniziò alla bandiera nera. Fu proprio in questo periodo che iniziò a scoprire Proudhon, Bakunin, Kropotkin e il giornale anarchico marsigliese L’Agitateur e a frequentare alcuni circoli anarchici e operai francesi. Accusato forse ingiustamente di detenzione di materiale esplosivo, Jacob venne incarcerato nuovamente e condannato a sei mesi di prigionia.

A 20 anni Jacob era un anarchico convinto e un pregiudicato, decise dunque di combattere l’ordine sociale istituito dalle classi più abbienti attraverso l’arte imparata anni prima a Sidney, il furto, per restituire ai poveri ciò di cui i ricchi li avevano derubati mediante la proprietà privata ed il capitalismo (ma naturalmente Jaco utilizzò la refurtiva anche per il proprio interesse personale), preferendo “essere un ladro piuttosto che un derubato”. Con alcuni compagni fonda il gruppo anarchico illegalista Les travailleurs de la nuit, I lavoratori della notte.

I lavoratori della notte avevano uno scopo ben preciso: derubare i ricchi “parassiti sociali” (come i preti, i magistrati e i militari, ma anche nobili, capitalisti e sfruttatori delle classi lavoratrici) per finanziare le associazioni anarchiche e operaie, fare beneficenza e per il sostentamento dei membri dell’organizzazione che, pur guadagnando grandi quantità di denaro grazie alle attività criminali, mantenevano un tenore di vita volutamente proletario. Nonostante ciò, l’associazione adottò criteri di efficienza tipici di un’impresa capitalistica e Jacob offrì persino la propria consulenza ai famosi assicuratori Lloyd’s di Londra in qualità di esperto di furti con scasso. Tra il 1900 e il 1903 la famigerata banda commise più di 150 reati e divenne molto popolare, riscuotendo la simpatia dei ceti meno abbienti e della stampa.

Jacob fu uno dei ladri più carismatici ed originali d’Europa e dimostrò di essere un genio dello scasso poiché ideò nuove tecniche nel mestiere del furto che ebbero poi molti seguaci. Fu un esperto nell’arte della recitazione e del travestimento (era solito travestirsi da preti, inscenare attacchi di epilessia o messe in scena di qualsiasi altra sorta per distrarre la folla), lo studio scientifico nella pianificazione dei furti, le esercitazioni pratiche su ogni genere di cassaforte, l’utilizzo di attrezzature estremamente sofisticate, l’impiego di un rospo come palo in quanto aveva notato che questi anfibi smettevano di gracidare in presenza di estranei.

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Jigen, il fidato amico di lupin

Come il personaggio letterario, Jacob era solito lasciare messaggi sarcastici sulla scena del crimine firmandoli con lo pseudonimo Attila; nel 1902 per esempio, dopo aver rubato in una chiesa, lasciò nel tabernacolo vuoto un biglietto con scritto -Oh Dio onnipotente, cerca il tuo calice-. Jacob nutriva profondo rispetto per i ricchi che svolgevano un’attività utile per la società come i medici e gli inttelletuali; accortosi di stare derubando l’abitazione di Pierre Loti nel corso di un’incursione in un’abitazione di Rochefort, Jacob decise di abbandonare l’impresa senza rubare nulla per amore della letteratura.

Le sue molteplici evasioni dal carcere furono mirabolanti e ingegnose tanto quanto i suoi furti e si protrassero ben oltre i primi del secolo, quando venne alla luce il personaggio di Lupin. Nel 1900 Jacob finì in prigione per la seconda volta condannato a 5 anni e, riuscito a farsi rinchiudere in un manicomio fingendosi uno squilibrato, evase con l’aiuto di un infermiere anarchico. Riprese le proprie attività criminali e intraprese la carriera di attore in una compagnia teatrale.

Nel 1903 viene nuovamente incarcerato nel corso di un furto: dopo aver avuto la meglio in una sparatoria contro due poliziotti (uno dei quali restò ucciso) insieme ad un paio di scagnozzi, venne riconosciuto e segnalato alla giustizia proprio per uno degli operai per cui lottava. Sconsolato dichiarò in seguito: -E’ la mia Waterloo-. Venne arrestato insieme ad un complice che portava con sé un foglietto con l’indirizzo parigino della banda, permettendo così di incarcerare l’intero gruppo e di processarlo in blocco nel 1905.

I 23 imputati vennero processati ad Amiens con il presidio in forze della polizia e dell’esercito, dopo che la stamba finanziata dalle loro attività illegali li ebbe esaltati ed ebbe minacciato i giurati. Il clima del processo non fu dissimile da quello con cui si svolsero i processi alle Brigate Rosse, venne persino ritrovato il corpo di una pentita al termine dell’istruttoria. Jacob affrontò la giustizia con ironia e tenacia, recitando un discorso che rispecchia perfettamente la natura di questo singolare personaggio.

Vi consiglio di leggerlo su Anarcopedia.

La pena inizialmente fu l’ergastolo ma, dopo svariati tentativi di evasione, Jacob venne condannato a scontare vent’anni di lavori forzati nella Guyana Francese con l’anarchico Felix Bour (se siete dei francofoni più esperti di me, potete leggere la sua biografia qui), ove visse anni di stenti per le estenuanti attività svolte all’interno della prigione e per il clima insalubre; fu l’unico sopravvissuto tra i membri dei Travailleurs de la Nuit. In questo periodo mantenne una fitta corrispondenza con la madre Marie e la compagna Rose e tentò ben 17 volte di evadere; nel 1925 riuscì a tornare in Francia grazie ad una campagna di stampa in suo favore.

Non capisco una parola di quello che dicono in questo video, ma sembra una cosa molto intellettualoide e fichissima…

Pur non rinunciando all’ideologia anarchica (continuerà infatti a partecipare attivamente alle attività svolte presto la sede del giornale Le Libertaire e intraprendendo persino un viaggio a Barcellona per partecipare alla difficile situazione politica dell’epoca), Jacob rinuncerà al furto per dedicarsi all’attività di venditore ambulante a Reuilly. Nel 1939 sposa la nuova compagna Paulete e trasforma la sua casa in un luogo di incontro per libertari. Alla morte della madre e della moglie, Jacob pubblicherà un libro di memorie e i compagni diventeranno per lui un saldo punto di riferimento e non smetterà mai di credere nelle proprie idee e di affrontare la vita con il suo caratteristico sense of humour. La sua lotta contro il sistema non cessò nonostante la tarda età, come dimostrò questa interessante lettera da lui indirizzata ad un dipendente statale

Jacob aveva 75 anni quando, nel 1954, decise di togliersi la vita prima di perdere le forze per la vecchiaia, così si iniettò una dose letale di morfina nel corso di una festa da lui organizzata e morì serenamente con l’adorato cane Negro, cui inflisse il medesimo trattamento. Si congedò dal mondo con questo scritto:

«Ho vissuto un’esperienza piena di avventure e sventure, mi considero soddisfatto del mio destino. Dunque, voglio andarmene senza disperazione, il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore. Voi siete troppo giovani per apprezzare il piacere di andarsene in buona salute, facendo un ultimo sberleffo a tutti gli acciacchi e le malattie che arrivano con la vecchiaia. Ho vissuto. Adesso posso morire.

p.s Vi lascio qui due litri di vino rosato. Brindate alla vostra salute.»

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Finalmente mi degno di citare le fonti

Non sono particolarmente soddisfatta di questo post perché il materiale raccolto non è stato rielaborato in chiave personale. Per farmi perdonare, cari lettori, mi degnerò di citare per la prima volta in vita mia le fonti che mi hanno permesso di apprendere tutte le interessanti informazioni che avete appena letto.

– Mamma  Wikipedia per le biografie di Leblanc e Jacob, oltre che per raccogliere tutte le informazioni relative al personaggio letterario;

– Nel sito del Corriere della Sera ho trovato un breve ma esaustivo articolo sulla vita di Jacob;

Anarcopedia, per la biografia di Jacob che vi ho linkato sopra;

Toasa.net, che offre una summa dei punti salienti della vita di Jacob;

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Un piccolo test per concludere in bellezza

Per i nostalgici del caro vecchio cartone animato di Lupin, coniglio invece di visitare questo sito che, pur non centrando assolutamente nulla con gli argomenti trattati in questo post, offre la possibilità di scoprire alcune curiosità sui personaggi della serie e di partecipare ad un divertentissimo test. Nonostante avessi sempre simpatizzato per Jigen, sono risultata essere la bella Fujiko… e voi che personaggio siete?