“Ciascuno a suo modo” di Pirandello, una miscela di realtà e finzione

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo

Ciascuno a suo modo è la seconda commedia della Triologia del teatro di Pirandello insieme a Sei personaggi in cerca d’autore e Questa sera si recita a soggetto, di cui Lo Sbuffo si è già occupato in altre recensioni. L’opera è stata composta nel 1923 ed è andata in scena per la prima volta nel 1924.

Il dramma è stato pubblicato in Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Ciascuno a suo modo/ / Questa sera si recita soggetto, Garzanti i grandi libri.

L’azione inizia davanti all’ingresso del teatro, ove alcuni strilloni distribuiscono un fasullo Giornale della sera in cui è raccontata un altrettanto falsa notizia: il dramma di Pirandello in scena quella stessa sera sarebbe ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, il suicidio dello scultore La Vela avvenuto dopo che questi ha sorpreso la propria fidanzata Amelia Moreno in intimità con il barone Nuti, il quale doveva sposare la sorella dell’artista. Davanti al botteghino, gli spettatori possono osservare Amelia Moreno piuttosto affannata che insiste per assistere alla rappresentazione contro tre signori in smoking che tentano invano di condurla via. La donna vuole vedere fin dove si è spinta l’audacia dell’autore nell’ispirarsi ad un fatto di cronaca con irriverenza nei confronti dei reali protagonisti. Anche il barone Nuti compare tra gli spettatori, si è recato a teatro per rivedere Amelia Moreno, per la quale prova ancora dei sentimenti.

Lo spettacolo ha inizio. In un elegante palazzo Donna Livia si dispera per il figlio Doro che la sera prima, durante una discussione con l’amico Francesco Savio, ha difeso animatamente l’attrice Delia Morello, rivelando così di essere attratto da una donna dalla condotta dissoluta. Doro ha sostenuto che l’attrice (che rappresenterebbe Amelia Moreno nella vita reale), poco prima del matrimonio con il pittore Giorgio Salvi (lo scultore), si era intrattenuta con Michele Rocca (il barone Nuti) per dissuadere il fidanzato da nozze infelici; la donna non avrebbe dunque previsto il suicidio dell’artista. Secondo Savio, l’attrice avrebbe invece agito con crudeltà.

Doro cambia opinione e decide di concordare con Francesco, quando questi si reca a casa sua dopo aver cambiato il proprio punto di vista e pronto a scusarsi. Durante una discussione, Doro afferma che Francesco è un pagliaccio e viene sfidato a duello. Delia Morello si presenta da Doro per ringraziarlo per aver preso le sue difese, ma quest’ultimo le espone il suo mutato punto di vista, lasciandola perplessa. Delia tuttavia è intenzionata ad evitare il duello. Al termine del secondo atto Doro non riesce più a comprendere per quale motivo dovrebbe duellare.

Inizia un primo intermezzo corale, nel quale alcuni finti spettatori discutono sullo spettacolo appena andato in scena: alcuni approvano, ma molti sono i pareri negativi. Interviene il barone Nuti, il quale sostiene che lo spettacolo infamia i morti e “calunnia i vivi”. Amelia Moreno afferma infine che le piacerebbe salire sul palcoscenico per punire l’affronto subito.

Il secondo atto si svolge a casa di Francesco, che si sta allenando per il duello con un maestro di scherma e i padrini. Interviene un amico di Francesco e di Doro, Diego Cinci, il quale espone l’opinione di Pirandello sostenendo che la vita è “una tale rapina continua, che se non han forza di resistervi neppure gli affetti più saldi, figuratevi le opinioni, le finzioni che riusciamo a formarci, tutte le idee che appena appena, in questa fuga senza requie, riusciamo a intravedere!”.

Giunge Delia, che vorrebbe evitare il duello, e Michele Rocca, che rivela una diversa versione dell’accaduto: sarebbe stato lui stesso a sedurre Delia per dimostrare a Giorgio la follia che avrebbe commesso sposandola, Salvi lo avrebbe sfidato a farlo per dimostrargli la leggerezza della donna, promettendogli di lasciarla se avesse avuto prova del tradimento. Purtroppo l’artista si uccise. Francesco decide di ritirarsi dal duello. Ricompare in scena Delia ma, tra lo stupore dei presenti, Michele e la donna si abbracciano, svelando l’amore che li unisce.

Nel secondo intermezzo corale scoppia un putiferio in teatro: dei falsi spettatori spargono la voce che Amelia Moreno ha schiaffeggiato la prima attrice perché si è riconosciuta nel suo personaggio e si dice persino che abbia compiuto lo stesso gesto nei confronti dell’autore. Gli attori vorrebbero lasciare il teatro per protesta, mentre il Direttore del Teatro e l’Amministratore della Compagnia tentano invano di trattenerli. Nuti urla frasi contro lo spettacolo e scongiura la Moreno di tornare con lui; la donna cede alle sue richieste, facendo ciò che lo spettacolo aveva predetto sulla scena. Il capocomico è costretto ad annullare la rappresentazione prima dell’esecuzione del terzo atto.

Pirandello ci racconta ciò che accadrebbe se venisse messa in scena una commedia “a chiave”, vale a dire ispirata a una vicenda reale. Ciò fornisce il pretesto per portare in scena non solo attori che recitano i ruoli dei personaggi, ma anche finti spettatori, finti specialisti del teatro come il Capocomico, l’Amministratore della Compagnia e gli attori che impersonano se stessi ma, soprattutto, i fantastici personaggi reali che avrebbero ispirato la storia. L’intero teatro, con il foyer, il botteghino, le gallerie e l’atrio, diventa inoltre lo spazio della rappresentazione, proprio perché l’azione si svolge in un vero e proprio teatro.

L’opera offre uno spunto per riflettere sul rapporto tra arte e realtà, che si influenzano a vicenda: la coppia reale, al termine della rappresentazione, si ricongiunge proprio come i personaggi li impersonano e lo spettacolo stesso, un’opera d’arte, è stato ispirato da un evento realmente accaduto. Questo tema verrà trattato nei decenni successivi dai mezzi di comunicazione di massa.

La commedia ha riscosso un discreto successo, sebbene non sia tra le più celebri di Pirandello. Leggerla sulla carta è risultato piuttosto difficoltoso perché i dialoghi sono lenti ed eccessivamente elaborati, si spera che un regista e degli attori sapienti sappiano renderla più dinamica sulla scena.

 

Fonti:

http://spazioinwind.libero.it/letteraturait/opere/pirandello.htm

https://it.wikipedia.org/wiki/Ciascuno_a_suo_modo

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“Questa sera si recita a soggetto” di Pirandello

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

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Questa sera si recita a soggetto è un dramma di Luigi Pirandello, terminato nel 1929.

Si tratta della terza opera della trilogia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Sei personaggi in cerca d’autore e Ciascuno a modo suo.

Portata per la prima volta sul palco del Teatro di Torino il 14 aprile del 1930, con una Compagnia appositamente costituita diretta da Guido Salvini, Questa sera si recita a soggetto indaga sull’autoritarismo del regista, figura allora innovativa nel panorama teatrale, e sulla Mise-en-scène, analizzando i rapporti che intercorrono tra il regista e gli attori, oltre alla connessione tra questi ultimi e il pubblico.

L’opera si fonda su un conflitto che intercorre tra gli attori e il capocomico Hinkfuss che, nella finzione scenica, ha rielaborato la novella Leonora, addio! – scritta da Pirandello nel 1910 nella raccolta Novelle per un anno. Gli attori sono chiamati a recitare a soggetto, vale a dire improvvisando sulla traccia di un canovaccio, ma spesso si ribellano al regista sbagliando volontariamente e inventando scene non previste e finendo per cacciare il regista.

Rappresentazione teatrale filmata dalla RAI nel 1968 per la regia di Paolo Giuranna, protagonista dell’opera è una famiglia non originaria dell’arretrato paesino siciliano in cui vive, composta da una litigiosa coppia di sposi e quattro figlie in età da marito, che sono solite trascorrere il tempo in compagnia di alcuni ufficiali e per questo motivo la famiglia non gode delle simpatie dei paesani. Una sera il padre subisce presso un cabaret un pesante scherzo da parte di uno degli avventori e così la moglie, chiamata La Generala, ordina al marito di tornare a casa. Rincasate dopo essere state a teatro, le ragazze vengono esortate dalla madre a cantare e recitare quando si rendono conto che il marito non c’è, ma questi fa il suo ingresso poco dopo ferito a morte e sorretto da una cantante di jazz e da lì a poco muore tra lo sgomento di tutti. La famiglia cade in miseria e la primogenita Mommina sposa l’ufficiale Verri anche se, da buon siciliano, è terribilmente geloso e, ritenendola una persona dai costumi poco seri per la vita che conduceva con la madre e le sorelle, la segrega in casa con le figlie. La madre e le sorelle si trasferiscono e riescono a risollevare la propria sorte grazie alla figlia Totina, che diventa una cantante lirica. Quando Mommina apprende che la famiglia sta ritornando al paese perché Totina deve cantare nella parte di Leonora nel Trovatore, decide di cantare per le proprie figlie, che mai andranno a teatro per la gelosia del padre. Mommina dopotutto aveva la voce più bella delle quattro figlie della Generala, che durante l’esibizione, per l’emozione, muore. A questo punto il dramma è interrotto dal dottor Hinkfuss, complimentandosi con gli attori perché, anche in sua assenza, hanno saputo recitare a soggetto secondo le istruzioni che egli aveva impartito e dato che il malore mimato dall’attrice di Mommina è reale la compagnia decide che, da quel momento, avrebbero recitato solamente seguendo un copione.

Nonostante il sapiente occhio della telecamera guidi lo sguardo dello spettatore come in una vera e propria opera cinematografica, lo spettacolo è realizzato in un teatro provvisto di palcoscenico, platea e spettatori. L’opera venne rappresentata per la prima volta Könisberg il 25 gennaio 1930, nella versione tedesca tradotta dall’italiano da Harry Kahn col titolo Heute Abend wird aus dem Stegreif gespielt fu un successo. Il dramma venne riproposto a Berlino il 31 maggio 1930 al Lessing Theater, con Gustav Hartung come regista, ma fu un fiasco.

Uno degli aspetti più particolari dell’opera è che gli attori devono interpretare sia il ruolo di personaggio sia quello di un attore sul palcoscenico e alle volte alcuni attori si mescolano agli spettatori in platea, dialogando con i colleghi sul palco come se fossero un pubblico un po’ impertinente e spesso guidando le reazioni del pubblico facendo partire gli applausi.

La scenografia è minimalista: per il magistrale monologo del regista è stata scelta una scena composta da alcune statue antropomorfe, successivamente troviamo qualche panca per rappresentare gli ambienti interni. La scena in cui le figlie si intrattengono la sera con gli ufficiali è stata girata in un vero e proprio caffè, probabilmente il foyer del teatro, secondo i canoni di una ripresa cinematografica. I costumi sono in perfetto stile anni Sessanta ed è divertente osservare tra il pubblico le pettinature dell’epoca.

E’ notevole la trasformazione della bella Mommina in una donna sciupata e morente, una metamorfosi di trucco che Pirandello ha voluto portare sulla scena rappresentando il momento in cui l’attrice si traveste da casalinga addolorata. Grandi assenti sono le sorelle che, per non distogliere l’attenzione dalla morte di Mommina, sono state interpretate da due bambole.

“Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, il trionfo del metateatro

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello è uno dei testi teatrali più importanti dello scenario internazionale ed è il primo capitolo della triologia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Ciascuno a suo modo e Stasera si recita a soggetto. Le tre opere sono state pubblicate da Garzanti in una piccola edizione tascabile. E’ stato interpretato per la prima volta al Teatro Valle nel 1921 e fu un fiasco come accade ad ogni opera rivoluzionaria che si rispetti, successivamente andò in scena nel 1925 e il pubblico lo amò, grazie anche ad una nuova prefazione dell’autore.

In un teatro un capocomico con i suoi attori e collaboratori sta provando Il giuoco delle parti di Pirandello. Le prove vengono interrotte da sei personaggi che, dopo essere stati creati dal proprio autore e abbandonati, stanno cercando qualcuno che metta in scena la loro storia. Si tratta de il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Inizialmente il capocomico non vuole accogliere i nuovi venuti e la compagnia di attori li deride, successivamente viene concessa loro la possibilità di raccontare la propria storia. I personaggi, che dovrebbero venire rappresentati in modo tale che si differenzino radicalmente dagli attori della compagnia, iniziano a riferire il proprio dramma in modo piuttosto confusionario.

Dopo alcuni anni di matrimonio e la nascita de Figlio, la Madre lascia il Padre e il primogenito per il segretario di quest’ultimo, con il quale ha tre figli: la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Alla morte del segretario, la Madre è costretta a crescere i propri figli illegittimi in povertà, effettuando lavori di sartoria per Madama Pace, una donna grassa e appariscente che comparirà come settimo personaggio solo successivamente. Madama Pace in realtà gestisce una casa di appuntamenti e obbliga la Figliastra a lavorarvi. Un giorno il Padre si reca in loco in qualità di cliente e soltanto l’intervento della Madre riuscirà ad impedire che abbia un rapporto incestuoso con la Figlia. Le versioni dei vari personaggi sono inconciliabili tra loro e spesso nascono dei battibecchi.

Il Padre decide di accogliere in casa propria la famiglia ma il Figlio non sopporta la Madre e la Figliastra, sicchè nel nucleo famigliare si creano delle forte tensioni. Un giorno la Bambina, mentre gioca in giardino, affoga in una vasca e il Giovinetto, che ha assistito impotente alla scena dietro ad un albero, si suicida con una rivoltella. La madre urla di terrore.

Gli attori restano ammutoliti di fronte alla tragicità della storia e non capiscono se si tratti di finzione o di realtà. Il capocomico decide di licenziare i personaggi, invitandoli a ritornare. Dietro lo sfondo tuttavia restano quattro grandi ombre: il Padre, la Madre, la Figliastra e il Figlio. La Figliastra si dilegua con un’enigmatica risata stridula.

Ciò che colpisce è l’impronta meta teatrale dell’intera opera, infatti il testo è una riflessione sul teatro e propone la rappresentazione da parte di una compagnia teatrale di due opere, Il giuoco delle parti e il dramma dei personaggi. L’intera azione si svolge inoltre in un teatro. Molte battute riguardano inoltre il teatro, ecco qualche esempio:
-“Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!”

-“Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere.”

-“Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più… Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché -vivi germi- ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l’eternità.”

L’opera rompe la tradizione del teatro aristotelico, infatti non è suddivisa in scene o atti ma è interrotta da due pause apparentemente casuali, che suddividono l’opera in tre parti. Il tema principale della commedia è l’impossibilità di far coincidere i soggetti immaginati dall’autore con quelli interpretati dagli attori, infatti i personaggi si mostrano delusi dalle rappresentazioni del loro dramma effettuate dai membri della compagnia teatrale. Non viene inoltre rappresentato il dramma in sé dei personaggi, ma il loro tentativo di trovare qualcuno che lo porti in scena.

Altri temi dell’opera sono la mescolanza di tragico e comico (come nell’Enrico IV), l’adozione di un punto di vista umoristico, la molteplicità infinita del reale e la sua intima relatività, l’opposizione tra la “forma” e la “vita” come radice dei drammi umani, la sovrapposizione tra realtà e finzione che, con le continue divagazioni metanarrative, provoca straniamento.

Fonti:

Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Ciascuno a suo modo / Questa sera si recita a soggetto, Garzanti, 2015

http://www.frasicelebri.it/s-libro/sei-personaggi-in-cerca-dautore/

http://www.oilproject.org/lezione/luigi-pirandello-metateatro-sei-personaggi-cerca-d-autore-7354.html

Il berretto a sonagli, Luigi De FIlippo al Carcano di Milano

Mercoledì 4 febbraio ho assistito al teatro Carcano di Milano a Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello nella versione napoletana di Eduardo De Filippo, del regista Luigi De Filippo.

L’opera di Pirandello è stata composta nel 1916 ed è ambientata nella Sicilia dell’interno, mentre la riscrittura in dialetto napoletano di Eduardo De Filippo risale al 1936 ed è ambientata in una cittadina della provincia campana.

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LA TRAMA

Beatrice sospetta che il marito (il Cavalier Forica) abbia una relazione con Nina, la moglie di un dipendente della famiglia chiamato Ciampa. Nonostante la serva Fana le abbia consigliato di evitare lo scandalo, Beatrice, dopo aver interpellato La Saracena, “una donna insieme alla quale in questa città è meglio non farsi vedere”, denuncia il marito al commissariato. Il delegato Spanò, amico di famiglia, cerca di evitare di accettare la denuncia e di assumersi l’ingrato compito di incastrare il Cavaliere, ma invano. Ciampa, sospettando le intenzioni della donna, cerca di farla ragionare, ma senza successo.

Nel secondo atto Beatrice viene rimproverata dalla madre Assunta e dal fratello Fifì per aver dato la famiglia in pasto alle malelingue, infatti la perquisizione dell’ufficio del Cavaliere ha portato all’arresto di quest’ultimo e di Nina. Il verbale tuttavia non sostiene che la coppia sia stata trovata in delitto flagrante, così il delegato è pronto a rilasciare i due. Per Ciampa tutto ciò non basta: il verbale a suo favore non è sufficiente per evitare che sia considerato dall’intero paese un cornuto, perciò o uccide Nina e il Cavaliere o Beatrice finge di essere pazza, per assumersi la colpa dell’arresto della coppia. La pazzia della donna infatti risolverebbe ogni problema poiché, come dice Ciampa, “è facile simulare la pazzia, basta gridare in faccia a tutti la verità”. I parenti di Beatrice approvano l’idea di Ciampa e Beatrice, dopo qualche resistenza, si fa passare per pazza.

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SIGNIFICATI E TEMI DELL’OPERA

Il berretto a sonagli del titolo si riferisce al singolare cappello portato dal buffone, il copricapo della vergogna ostentato davanti a tutti che deve metaforicamente indossare colui che macchia la propria reputazione. Il berretto a sonagli viene nominato da Ciampa nel corso di un monologo

Una caratteristica tipicamente pirandelliana è che diversi personaggi si trovano ad affrontare situazioni paradossali e senza via d’uscita: Beatrice in primis non può soddisfare i propri progetti nei confronti del presunto tradimento del marito senza rovinare la reputazione della famiglia, Fana è combattuta tra la fedeltà per la padrona e il bene della famiglia (non può infatti informare il resto dei famigliari del progetto di Beatrice di denunciare il marito senza venir meno al suo dovere), il delegato Spanò non può adempiere ai propri doveri nei confronti della giustizia accettando la denuncia senza danneggiare il Cavaliere, che è praticamente il suo padrone, e Ciampa è diviso tra l’amore per la moglie e la necessità di difendere la propria reputazione. Il tema principale dell’opera è dunque la necessità di tutelare la reputazione pubblica anche a costo degli interessi personali più intimi e cari.

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LE TRACCE DI EDUARDO DE FILIPPO

Il napoletano scelto da Eduardo De Filippo per la riscrittura mantiene quelle caratteristiche che lo rendono l’opera comprensibile in tutta Italia. Di fatto gli attori parlano in napoletano solamente nel corso delle esclamazioni, soprattutto per quanto riguarda Fana e La Saracena, due personaggi caratterizzati da un registro popolaresco, e Beatrice che, essendo adirata per gran parte dell’opera, è colei che più si abbandona ad esclamazioni e commenti animati; si può affermare che si tratta di un’opera scritta prevalentemente in italiano.

Luigi De Filippo, regista ed interprete di Ciampa, è un celebre attore nipote di Eduardo de Filippo, il quale ha anch’egli  indossato i panni dello sfortunato personaggio. Il Ciampa di Eduardo De Filippo era un personaggio sottomesso, ricco di pause, sottointesi, sguardi e gesti mentre quello di Peppino, altro famoso interprete dell’opera, era passionale, incalzante e irruente. Luigi De Filippo sintetizza le letture dei due grandi maestri creando un personaggio caratterizzato dalla profonda ambiguità e drammaticità.

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SCENOGRAFIE E COSTUMI

La scenografia di Aldo Buti è un elegante salotto d’epoca in cui domina il colore verde e in cui è ambientata l’intera vicenda. Le altre ambientazioni, come lo studio del Cavaliere, vengono evocate dalle parole dei personaggi. I costumi sono stati realizzati con realismo e passione.

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IL PARERE DI ACQUA E LIMONE

Il successo dell’opera è fondato sulla vitalità dei personaggi e gli attori sono stati eccellenti nel dare vita ai rispettivi personaggi; ho apprezzato in particolare Ciampa, la star dello spettacolo, e il delegato Spanò. Si tratta di un’opera di breve durata, divertente e di facile comprensione, eppure caratterizzata da un profondo messaggio di denuncia dell’eccessiva importanza che la borghesia dell’epoca attribuiva alla reputazione pubblica, un significato attuale anche ai giorni nostri.