I giovani allievi della Scala al Piccolo con “Lo Schiaccianoci”

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Dal 14 al 22 dicembre era in scena presso il teatro Strehler del Piccolo Teatro di Milano Lo schiaccianoci, interpretato dal giovani allievi dell’Accademia Teatro alla Scala. Siamo in pieno periodo natalizio e la scelta di proporre tale spettacolo è stata effettuata da molti teatri di danza, il Piccolo Teatro ha preferito addirittura inserirlo come unica opera di balletto in un cartellone composto da spettacoli di teatro di prosa.

La favola è molto semplice, la trama è posta in secondo piano per valorizzare le coreografie dei ballerini. Lo spettacolo si apre in un esterno innevato, in cui dei ragazzi costruiscono un pupazzo di neve. L’azione si trasferisce, poi, in un accogliente salotto addobbato per Natale, in cui adulti e bambini si scambiano gli auguri. Giunge uno strano individuo in frak rosso con un baule colmo di regali: alcuni pacchi sono ancora incartati, e vengono estratti cappelli, bambole meccaniche e, in particolare, un piccolo schiaccianoci a forma di soldatino per la piccola protagonista. Suo fratello, ingelosito pur avendo ricevuto un bellissimo fucile, rompe il giocattolo, che la bimba culla affettuosamente prima di  addormentarsi su una poltrona. Giungono dei topi che assaltano il salotto, lo Schiaccianoci prende vita e guida dei soldatini contro gli invasori. Solitamente il Re dei Topi viene sconfitto dalla protagonista, che gli scaglia contro una ciabatta, ma il coreografo dell’Accademia ha scelto di omettere questo particolare. Scacciati i topi, lo Schiaccianoci invita la fanciulla a seguirlo nel suo castello magico. La stanza si trasforma in un bosco in cui dei fiocchi di neve danzano… sotto della vera e propria neve che cade sul palco.

Nel secondo atto la trama è praticamente inesistente e si alternano le danze dei magici personaggi incontrati dalla protagonista e il suo Schiaccianoci. La Fata Confetto accoglie la coppia protagonista, che racconta la battaglia contro i topi attraverso un arguto espediente narrativo: i ballerini protagonisti e la Fata Confetto, interpretati da adolescenti, si voltano e osservano dei bambini portare in scena i punti salienti della lotta contro i topi. Lo Schiaccianoci  e la sua giovane dama si siedono su due troni e assistono ad una grande festa, in cui ballano a turno delle spagnole, dei cinesini, una coppia di arabi, un trio di russi, un gruppo di fiori rosa e altri magici personaggi. Le danze si chiudono infine con i leggiadri passi del principe e della Fata Confetto. È mattino e il sogno svanisce: la bambina si sveglia e abbraccia forte lo Schiaccianoci, che è ritornato ad essere un semplice giocattolo.

I giovani allievi dell’Accademia sono stati molto abili, dimostrando di essere all’altezza della Scuola che frequentano. Si trattava infatti di uno spettacolo degno, per la sua complessità, delle rappresentazioni di interpreti professionisti e i ragazzi hanno saputo gestire al meglio la situazione. Sono stati divisi per età: i più piccoli hanno interpretato i bambini alla festa di Natale, i cinesini e i topi, gli adolescenti tutti gli altri ruoli. I bimbi più piccoli suscitavano tenerezza per l’incertezza nei movimenti ma a dei talenti del loro livello si perdona tutto, soprattutto considerando la giovane età. Rovinavano, tuttavia, l’effetto complessivo tanti piccoli errori come una ballerina fuori tempo rispetto alle compagne, un cerchio non perfetto disegnato dai fiocchi di neve, dei danzatori che non sapevano celare la fatica…

Le scenografie erano particolarmente elaborate, sono state sfruttate al meglio le tecnologie offerte dal teatro Strehler, tra cui: una nave mobile, neve che cade dal cielo, scenografie che spariscono librandosi verso l’alto. I costumi erano curati e sontuosi, all’altezza di uno spettacolo di ballerini professionisti.

Unica pecca la musica, infatti le note di Čajkovskij sono state trasmesse da un impianto audio anziché essere suonate dal vivo. Lo Strehler non è attrezzato per ospitare un’orchestra, tuttavia non è rispettoso nei confronti del pubblico pagante proporre uno spettacolo privandolo della magia della musica suonata da professionisti.

Nel complesso il giudizio è positivo, lo spettacolo offre un approccio semplice, disimpegnato e divertente alla musica classica, sebbene i leggiadri passi sulle punte di ballerini adulti e professionisti siano di tutt’altro livello.

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Sold out per “Il giardino dei ciliegi” al Piccolo Teatro di Milano

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Sold out per Il giardino dei ciliegi, in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 23 al 26 novembre. La regia è opera di un artista straniero, Lev Dodin, la produzione del Maly Drama Teatr di San Pietroburgo e il fatto che i biglietti siano stati esauriti settimane prima dell’evento lascia presagire un grande successo per questo tour mondiale.

Il giardino dei ciliegi” racconta Lev Dodin “è l’opera più movimentata che Cechov abbia mai scritto. Il pubblico ha realizzato che si tratta di una delle più grandi commedie teatrali in assoluto. Malgrado non ci faccia ridere, ci sorprende e affascina perché è una grande messa in scena  come quelle che la vita ci infligge ogni giorno: la Commedia della Storia della quale noi siamo i personaggi. E nella quale la vita diventa parte della storia stessa”. “Questa vicenda è diventata” continua il regista “una sorta di mito sull’imprevedibilità della storia e sulla sua prevedibilità, sulla perdita di controllo da parte delle persone sulla propria vita e il proprio destino. Ma anche sulla loro sorprendente forza e responsabilità a proposito di quella vita e quel destino e sulla capacità di proteggere se stesse e rimanere veramente se stesse malgrado tutto”..

Coloro che non sono riusciti ad acquistare i biglietti possono accontentarsi di una straordinaria messa in scena del 1978 caricata su YouTube, oppure possono leggere il testo in uno dei tanti pdf disponibili online.

L’opera è stata terminata da Cechov nel 1903 ed è andata in scena per la prima volta nel 1904, pochi anni prima della morte del drammaturgo; si tratta del capolavoro dell’artista. Il dramma è stato inizialmente concepito come una commedia, ma è stata presentata essenzialmente come una tragedia dai primi registi che ne hanno diretto la rappresentazione (Stanislavskij e Nemirovic-Dancenko).

La vicenda si svolge in una bellissima tenuta aristocratica in cui si trova un “giardino dei ciliegi”, molto amato dai proprietari. Dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja diciassettenne, la padrona di casa Ljubov’ Andreevna Ranevskaja ritorna alla tenuta. Purtroppo la famiglia non riesce a pagare degli interessi e la proprietà sta per essere venduta all’asta. Ciascuno cerca di trovare una soluzione, ma nessuno agisce concretamente: si festeggia, si disquisisce d’amore e alcuni personaggi, in particolare la capofamiglia, continuano a dissipare il denaro. Un contadino arricchito amico di famiglia, Lopachin, consiglia di costruire e affittare dei villini sul giardino dei ciliegi, ma il suo consiglio non viene preso in considerazione. Cogliendo tutti di sorpresa, tale personaggio acquista la tenuta e decide di abbattere i ciliegi per costruire i villini. La famiglia è costretta a trasferirsi altrove, ma non sembra particolarmente dispiaciuta e i vari personaggi sperano in una vita migliore. Viene dimenticato dai vari personaggi il vecchio e malato servitore Firs, che chiude il dramma con frasi sconsolate.

L’opera è costituita da quattro atti e racchiude degli elementi appartenenti alla biografia dell’autore, come i problemi economici di sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La trama raffigura egregiamente la situazione in cui si trovava la nobiltà terriera russa poco prima della Rivoluzione, in particolare quando venne abolito il sistema feudale e vennero riscattati i servi della gleba nel 1861 ad opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Si trattò di un periodo di decadenza per l’aristocrazia, che coincise con lo sviluppo della borghesia e la rivincita della classe popolare.
Sarà infatti il borghese Lopachin ad acquistare e distruggere il giardino dei ciliegi. L’ex contadino è figlio di servitori che hanno lavorato nella tenuta e il suo gesto rappresenta una sorta di affronto nei confronti della padrona di casa, che ama profondamente il giardino pur non essendo in grado né di risparmiare né di trovare una soluzione per non perdere la proprietà; la donna rappresenta l’aristocrazia morente. Il giardino dei ciliegi diventa dunque un non-luogo che rappresenta la Russia intera ed è teatro di un’irreversibile mutamento sociale.

L’aristocrazia, non potendo più avvalersi della servitù, viene indebolita e impoverita. Il vecchio servitore FIrs, quasi novantenne, malato e portato all’ospedale al termine dell’opera, rappresenta la morte della servitù della gleba. Al termine dell’opera l’anziano servitore viene dimenticato a casa dagli altri personaggi e la tragedia si conclude proprio con le sue sconsolate parole, simbolo del tramonto di un’era.

Il giardino dei ciliegi non compare in scena in quanto l’azione si svolge al chiuso, nella villa di famiglia. Conosciamo però la sua descrizione attraverso le parole dei personaggi: si tratta di un giardino grande, l’unica cosa notevole del governatorato ed è persino citato nel Dizionario Enciclopedico. Il giardino rappresenta la Russia e la sua aristocrazia, il luogo di un’infanzia felice e agiata ma trascorsa, lo spazio dei ricordi del passato, degli affetti. L’opera può rappresentare la nostalgia per il tempo che passa, ma anche una speranza per il futuro, in quanto i personaggi lasciano la villa speranzosi, verso una nuova vita.

A parte Lopachin, nessuno dei personaggi sembra realmente intenzionato a salvare il giardino dei ciliegi: nel corso della tragedia compaiono infatti trame secondarie in cui si amoreggia e si festeggia e, al termine dell’opera, ciascun personaggio sembra soddisfatto della distruzione del giardino e parte per la sua strada, verso un futuro di speranza. Il giardino dei ciliegi è la tragedia del tempo che scorre: morta l’aristocrazia, nasce una nuova società borghese.

 

Fonti:

http://www.klpteatro.it/il-giardino-dei-ciliegi-cechov-e-text

http://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/il-giardino-dei-ciliegi

Decadenza dell’aristocrazia russa: ‘Il giardino dei ciliegi’ di Anton Cechov – Saggio di Lorenzo Spurio

“Uomini e no” di Vittorini, una storia di partigiani milanesi

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Dal 24 ottobre al 19 novembre è in scena al Teatro Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano Uomini e no, tratto dall’omonimo libro di Vittorini, scritto nel 1944 e pubblicato dalla Bompiani nel 1945. Gli attori, giovanissimi come i partigiani che portano in scena, sono guidati dal regista Carmelo Rifici; la drammaturgia invece è di Michele Santeramo. L’opera è una testimonianza di grande valore della Resistenza in quanto Vittorini vi partecipò in prima persona.

Gli attori recitano su due pedane che scorrono su binari come i tram di Milano, la città in cui è ambientata la vicenda. Al suolo sono fissate delle biciclette, altro mezzo di trasporto spesso utilizzato dai protagonisti. Lo spettacolo inizia quando ancora gli spettatori stanno prendendo posto: i vari personaggi infatti salgono e si siedono a turno sulla pedana, come se fosse in scena un vero e proprio tram.

Enne 2, capo dei partigiani di Milano, è innamorato di Berta, una donna sposata da dieci anni e restia a lasciare il marito. Stringe dunque una relazione, solamente carnale, con una donna che tuttavia lo ama e vorrebbe diventare la sua compagna. I partigiani effettuano un attacco contro alcuni militari tedeschi e il capo del tribunale; il loro gesto sarà punito con una terribile rappresaglia: l’uccisione di dieci persone per ogni tedesco colpito. Il giorno successivo i cadaveri dei civili giustiziati sono abbandonati per le vie di Milano, tra loro figurano una bambina, un vecchio, due quindicenni e delle donne. Giulaj, che indossa delle pantofole perché non può permettersi le scarpe, tenta di impedire che i segugi dei tedeschi giochino tra i corpi, ma così facendo uccide il cane del Capitano. Catturato dai tedeschi, il poveretto verrà fatto sbranare dai cani davanti agli occhi della moglie. Un partigiano infiltrato tra i tedeschi a cui sono stati affidati i cani uccide poi gli animali e il Capitano, segnando così la propria fine.

A questo punto la trama dello spettacolo teatrale diventa confusionaria, apparendo chiara solamente a coloro che hanno letto il romanzo di Vittorini. Su Enne 2 pongono una taglia, ma il partigiano decide di rimanere a Milano nonostante le insistenze dei compagni. Le truppe fasciste stanno per arrivare, ma Enne 2 si trattiene per uccidere Cane nero, il capo dei fascisti. I due avversari dialogano sull’eventualità che il male commesso dai nazisti sia insito nella natura umana, dopodiché Cane Nero uccide Enne 2 con un colpo di pistola.

L’opera si chiude con un partigiano alla prima operazione di combattimento che tenta di uccidere un soldato tedesco, e non riesce nel suo intento perché l’uomo ha uno sguardo triste. Il militante si allontana quindi felice, a braccetto con un proprio compagno.

La recitazione di molti attori è stata magistrale, soprattutto quella del Capitano tedesco, un sadico dalla risata da psicopatico. Spesso i partigiani recitavano “in coro”, completando gli uni le frasi degli altri. Non sono mancate scene particolarmente cruente, come quella in cui la ragazza “con le più belle gambe di Milano” viene stuprata da un nazista e quella in cui Giulaj viene spogliato completamente, mutande comprese, per essere dato in pasto ai cani.

Gli uomini che combattono sono sicuramente al centro della vicenda, ma l’opera racconta anche la sofferenza delle donne, che attendono i loro compagni di vita nel rifugio dei partigiani e che vengono molestate verbalmente e fisicamente dai soldati nazisti.

Una ragazza che distribuisce il rancio ai nazisti viene invitata a “fare l’amore” con allusioni volgari e arroganti dai soldati, inoltre alcune tra le più belle ragazze di Milano sono costrette a partecipare alle serate dei tedeschi, dove vengono trattate come dei meri pezzi di carne. È  il caso della ragazza “dalle più belle gambe di Milano”, che suo malgrado è finita tra le grazie del capitano. Ella viene costretta a vestirsi con ambiti sgargianti, a mostrare le gambe, a farsi toccare in pubblico e a concedersi, come alludono i gesti degli attori. In un agghiacciante monologo la donna racconta le emozioni che la affliggono durante le torture che è costretta a subire; il suo discorso avviene mentre il Capitano la tocca freneticamente.

Il titolo dell’opera teatrale allude al dialogo tra Enne 2 e Cane Nero, che mostra l’opposizione tra chi si comporta da essere umano e chi no, in quanto nell’uomo, in quanto tale, è insita una compresenza di componenti umane e bestiali.

I partigiani infatti non sono eroi, ma uomini con i propri problemi e debolezze, che cercano felicità nell’amore delle proprie donne. La scena finale in cui il ragazzo non uccide il soldato tedesco lascia una speranza: forse c’è ancora posto nel mondo per la pace e la fratellanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal 24 ottobre al 19 novembre è in scena al Teatro Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano Uomini e no, tratto dall’omonimo libro di Vittorini, scritto nel 1944 e pubblicato dalla Bompiani nel 1945. Gli attori, giovanissimi come i partigiani che portano in scena, sono guidati dal regista Carmelo Rifici; la drammaturgia invece è di Michele Santeramo. L’opera è una testimonianza di grande valore della Resistenza in quanto Vittorini vi partecipò in prima persona.

Gli attori recitano su due pedane che scorrono su binari come i tram di Milano, la città in cui è ambientata la vicenda. Al suolo sono fissate delle biciclette, altro mezzo di trasporto spesso utilizzato dai protagonisti. Lo spettacolo inizia quando ancora gli spettatori stanno prendendo posto: i vari personaggi infatti salgono e si siedono a turno sulla pedana, come se fosse in scena un vero e proprio tram.

Enne 2, capo dei partigiani di Milano, è innamorato di Berta, una donna sposata da dieci anni e restia a lasciare il marito. Stringe dunque una relazione, solamente carnale, con una donna che tuttavia lo ama e vorrebbe diventare la sua compagna. I partigiani effettuano un attacco contro alcuni militari tedeschi e il capo del tribunale; il loro gesto sarà punito con una terribile rappresaglia: l’uccisione di dieci persone per ogni tedesco colpito. Il giorno successivo i cadaveri dei civili giustiziati sono abbandonati per le vie di Milano, tra loro figurano una bambina, un vecchio, due quindicenni e delle donne. Giulaj, che indossa delle pantofole perché non può permettersi le scarpe, tenta di impedire che i segugi dei tedeschi giochino tra i corpi, ma così facendo uccide il cane del Capitano. Catturato dai tedeschi, il poveretto verrà fatto sbranare dai cani davanti agli occhi della moglie. Un partigiano infiltrato tra i tedeschi a cui sono stati affidati i cani uccide poi gli animali e il Capitano, segnando così la propria fine.

A questo punto la trama dello spettacolo teatrale diventa confusionaria, apparendo chiara solamente a coloro che hanno letto il romanzo di Vittorini. Su Enne 2 pongono una taglia, ma il partigiano decide di rimanere a Milano nonostante le insistenze dei compagni. Le truppe fasciste stanno per arrivare, ma Enne 2 si trattiene per uccidere Cane nero, il capo dei fascisti. I due avversari dialogano sull’eventualità che il male commesso dai nazisti sia insito nella natura umana, dopodiché Cane Nero uccide Enne 2 con un colpo di pistola.

L’opera si chiude con un partigiano alla prima operazione di combattimento che tenta di uccidere un soldato tedesco, e non riesce nel suo intento perché l’uomo ha uno sguardo triste. Il militante si allontana quindi felice, a braccetto con un proprio compagno.

La recitazione di molti attori è stata magistrale, soprattutto quella del Capitano tedesco, un sadico dalla risata da psicopatico. Spesso i partigiani recitavano “in coro”, completando gli uni le frasi degli altri. Non sono mancate scene particolarmente cruente, come quella in cui la ragazza “con le più belle gambe di Milano” viene stuprata da un nazista e quella in cui Giulaj viene spogliato completamente, mutande comprese, per essere dato in pasto ai cani.

Gli uomini che combattono sono sicuramente al centro della vicenda, ma l’opera racconta anche la sofferenza delle donne, che attendono i loro compagni di vita nel rifugio dei partigiani e che vengono molestate verbalmente e fisicamente dai soldati nazisti.

Una ragazza che distribuisce il rancio ai nazisti viene invitata a “fare l’amore” con allusioni volgari e arroganti dai soldati, inoltre alcune tra le più belle ragazze di Milano sono costrette a partecipare alle serate dei tedeschi, dove vengono trattate come dei meri pezzi di carne. È  il caso della ragazza “dalle più belle gambe di Milano”, che suo malgrado è finita tra le grazie del capitano. Ella viene costretta a vestirsi con abiti sgargianti, a mostrare le gambe, a farsi toccare in pubblico e a concedersi, come alludono i gesti degli attori. In un agghiacciante monologo la donna racconta le emozioni che la affliggono durante le torture che è costretta a subire; il suo discorso avviene mentre il Capitano la tocca freneticamente.

Il titolo dell’opera teatrale allude al dialogo tra Enne 2 e Cane Nero, che mostra l’opposizione tra chi si comporta da essere umano e chi no, in quanto nell’uomo, in quanto tale, è insita una compresenza di componenti umane e bestiali.

I partigiani infatti non sono eroi, ma uomini con i propri problemi e debolezze, che cercano felicità nell’amore delle proprie donne. La scena finale in cui il ragazzo non uccide il soldato tedesco lascia una speranza: forse c’è ancora posto nel mondo per la pace e la fratellanza.

Malore durante lo spettacolo “Non ti pago” di Eduardo de Filippo

NON TI PAGO di Eduardo per la regia di Luca De Filippo

Articolo pubblicato nel giornale online Lo Sbuffo.

Giovedì 23 maro 2017 al Teatro Strehler è andato in scena Non ti pago di Eduardo De Filippo, l’ultimo spettacolo diretto dal regista suo figlio Luca De Filippo. L’opera è stata interpretata da La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo. Nonostante lo spettacolo sia stato interrotto da un malore di una delle attrici principali, è stato un vero successo.

Eduardo De Filippo è stato uno dei maggiori artisti teatrali italiani del Novecento, fu autore di svariate commedie che diresse e interpretò personalmente, molte delle quali furono tradotte all’estero o rappresentate al cinema da lui stesso. Fu anche candidato al Nobel per la Letteratura.

Nella prima metà del Novecento a Napoli vive Ferdinando Quagliuolo – Gianfelice Imparato, scelto personalmente da Luca De Filippo come suo sostituto in tale ruolo -,  proprietario di un botteghino del lotto e fanatico del gioco. L’uomo purtroppo non vince mai ed è estremamente geloso dell’invece fortunatissimo Mario Bertolini (Massimo De Matteo), suo dipendente e fidanzato con sua figlia Stella (Carmen Annibale). Un giorno Bertolini vince quattro milioni grazie ai numeri ricevuti in sogno dal padre di Ferdinando il quale, accecato dall’invidia, si impossessa del biglietto e si rifiuta di restituirlo al proprietario, sostenendo che la buonanima del proprio padre avrebbe voluto riferire a lui i numeri vincitori ma che avrebbe semplicemente sbagliato indirizzo. Si rivelano inutili i tentativi di farlo rinsavire della moglie Concetta (Carolina Rosi), dell’avvocato (Lorenzo Strummillo) e di Don Raffaele Console (Gianni Cannavacciuolo). In scena compaiono anche il simpatico uomo di fatica Aglietiello (Nicola Di Pinto), la cameriera Margherita (Viola Forestiero) e Paola Fulciniti che interpreta i ruoli della popolana Carmela e della zia di Bertolini.

Si tratta di una commedia tutta da ridere, con monologhi avvincenti ed esilaranti colpi di scena. Purtroppo è poco delineata la psicologia di Ferdinando, infatti non si comprendono le ragioni della sua meschinità e le motivazioni che lo inducono a formulare le liete decisioni che portano all’inevitabile happy end. Ne risulta un personaggio grottesco, quasi caricaturale, ma che proprio per tale motivo offre la possibilità di effettuare una svariata serie di gag comiche. Forse proprio per questo Non ti pago è una delle migliori commedie di Eduardo De Filippo.

L’opera è in italiano ma è infarcita di parole e frasi in dialetto napoletano, inoltre tutti gli attori recitano con un marcato accento partenopeo; il testo tuttavia è comprensibile per il pubblico, sebbene sia composto prevalentemente da milanesi.  Il napoletano viene utilizzato per i personaggi di estrazione sociale più bassa, in alcune delle scene più comiche e per le battute in cui i personaggi provavano un maggiore trasporto emotivo, ma la maggior parte dei dialoghi era in italiano. I due monologhi finali di Stella e di Concetta, fondamentali per la conversione di Ferdinando nell’ultima scena, sono interamente in napoletano, perciò coloro che non parlano tale dialetto non hanno potuto comprendere nulla di quanto è stato detto in uno dei momenti fondamentali della commedia.

Durante il suo ultimo monologo Carolina Rosi si è accasciata su una sedia affermando di non riuscire a proseguire. Tra lo sgomento generale, il sipario è stato calato e le luci si sono riaccese per qualche minuto, ma subito lo spettacolo è ripreso dal momento in cui era stato interrotto. L’attrice ha dato prova di eccellente professionalità recitando la sua parte con trasporto, guadagnandosi gli applausi finali. Non sono state specificate le cause del malore, tuttavia ci auguriamo che Carolina Rosi si riprenda presto e possa continuare a recitare senza problemi di salute.

Le scenografie di Gianmaurizio Fercioni erano molto curate. L’azione si è svolta in un unico ambiente interno, il salotto di Ferdinando, in cui si trovavano un tavolo, dei divanetti, una credenza e la foto del defunto padre che ha riferito i numeri alla persona sbagliata. Uno sfondo di nuvole alle spalle della scena conferiva all’intera scenografia una sfumatura rosata.

Per la scena finale sono stati apportati alcuni ritocchi funzionali  allo svolgimento della trama: un altarino di fiori intorno alla foto del padre, delle ghirlande appese al soffitto e la tavola è stata apparecchiata. Era molto simpatico il sipario: un telo su cui erano raffigurate le schedine del lotto, incorniciato dai numeri da giocare.

 

Fonti:

https://www.piccoloteatro.org/it/2016-2017/non-ti-pago

 

Credits :

https://www.piccoloteatro.org/it/2016-2017/non-ti-pago