“Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, il trionfo del metateatro

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello è uno dei testi teatrali più importanti dello scenario internazionale ed è il primo capitolo della triologia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Ciascuno a suo modo e Stasera si recita a soggetto. Le tre opere sono state pubblicate da Garzanti in una piccola edizione tascabile. E’ stato interpretato per la prima volta al Teatro Valle nel 1921 e fu un fiasco come accade ad ogni opera rivoluzionaria che si rispetti, successivamente andò in scena nel 1925 e il pubblico lo amò, grazie anche ad una nuova prefazione dell’autore.

In un teatro un capocomico con i suoi attori e collaboratori sta provando Il giuoco delle parti di Pirandello. Le prove vengono interrotte da sei personaggi che, dopo essere stati creati dal proprio autore e abbandonati, stanno cercando qualcuno che metta in scena la loro storia. Si tratta de il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Inizialmente il capocomico non vuole accogliere i nuovi venuti e la compagnia di attori li deride, successivamente viene concessa loro la possibilità di raccontare la propria storia. I personaggi, che dovrebbero venire rappresentati in modo tale che si differenzino radicalmente dagli attori della compagnia, iniziano a riferire il proprio dramma in modo piuttosto confusionario.

Dopo alcuni anni di matrimonio e la nascita de Figlio, la Madre lascia il Padre e il primogenito per il segretario di quest’ultimo, con il quale ha tre figli: la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Alla morte del segretario, la Madre è costretta a crescere i propri figli illegittimi in povertà, effettuando lavori di sartoria per Madama Pace, una donna grassa e appariscente che comparirà come settimo personaggio solo successivamente. Madama Pace in realtà gestisce una casa di appuntamenti e obbliga la Figliastra a lavorarvi. Un giorno il Padre si reca in loco in qualità di cliente e soltanto l’intervento della Madre riuscirà ad impedire che abbia un rapporto incestuoso con la Figlia. Le versioni dei vari personaggi sono inconciliabili tra loro e spesso nascono dei battibecchi.

Il Padre decide di accogliere in casa propria la famiglia ma il Figlio non sopporta la Madre e la Figliastra, sicchè nel nucleo famigliare si creano delle forte tensioni. Un giorno la Bambina, mentre gioca in giardino, affoga in una vasca e il Giovinetto, che ha assistito impotente alla scena dietro ad un albero, si suicida con una rivoltella. La madre urla di terrore.

Gli attori restano ammutoliti di fronte alla tragicità della storia e non capiscono se si tratti di finzione o di realtà. Il capocomico decide di licenziare i personaggi, invitandoli a ritornare. Dietro lo sfondo tuttavia restano quattro grandi ombre: il Padre, la Madre, la Figliastra e il Figlio. La Figliastra si dilegua con un’enigmatica risata stridula.

Ciò che colpisce è l’impronta meta teatrale dell’intera opera, infatti il testo è una riflessione sul teatro e propone la rappresentazione da parte di una compagnia teatrale di due opere, Il giuoco delle parti e il dramma dei personaggi. L’intera azione si svolge inoltre in un teatro. Molte battute riguardano inoltre il teatro, ecco qualche esempio:
-“Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!”

-“Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere.”

-“Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più… Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché -vivi germi- ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l’eternità.”

L’opera rompe la tradizione del teatro aristotelico, infatti non è suddivisa in scene o atti ma è interrotta da due pause apparentemente casuali, che suddividono l’opera in tre parti. Il tema principale della commedia è l’impossibilità di far coincidere i soggetti immaginati dall’autore con quelli interpretati dagli attori, infatti i personaggi si mostrano delusi dalle rappresentazioni del loro dramma effettuate dai membri della compagnia teatrale. Non viene inoltre rappresentato il dramma in sé dei personaggi, ma il loro tentativo di trovare qualcuno che lo porti in scena.

Altri temi dell’opera sono la mescolanza di tragico e comico (come nell’Enrico IV), l’adozione di un punto di vista umoristico, la molteplicità infinita del reale e la sua intima relatività, l’opposizione tra la “forma” e la “vita” come radice dei drammi umani, la sovrapposizione tra realtà e finzione che, con le continue divagazioni metanarrative, provoca straniamento.

Fonti:

Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Ciascuno a suo modo / Questa sera si recita a soggetto, Garzanti, 2015

http://www.frasicelebri.it/s-libro/sei-personaggi-in-cerca-dautore/

http://www.oilproject.org/lezione/luigi-pirandello-metateatro-sei-personaggi-cerca-d-autore-7354.html

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Margaret Ann Bulkley, la prima donna medico britannica che ha fatto credere di essere un uomo per 46 anni

daniela e dintorni

margaret ann bulkley

L’identità della prima donna medico britannica è stata finalmente rivelata 150 anni dopo la sua morte.

Margaret Ann Bulkley si è vestita da uomo per più di 50 anni per diventare il suo alter ego, il dottor James Barry.

E’ stato solo quando è morta nel 1865 che il suo segreto è stato reso pubblico dopo che ha esercitato come ufficiale medico dell’esercito per 46 anni.

Nei primi anni del 1800 la sua sola speranza di entrare alla scuola di medicina era di travestirsi da uomo.

Fu ammessa all’università di Edimburgo ed è entrata nella storia come la prima donna in Gran Bretagna a laurearsi in medicina nel 1812.

Tra i suoi tanti primati c’è anche quello di essere stata la prima chirurga a eseguire un parto cesareo di successo salvando le vite di madre e figlio.

Fino a oggi la sua identità era sempre rimasta un mistero sebbene si…

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Di ladri gentiluomini e di Anarchia: tutto quello che non sapete su Arsenio Lupin

Salout, mes amis!

In occasione di un esame di seconda lingua, ho acquistato alcuni libricini in francese per ragazzini dedicati ad Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo protagonista delle novelle di Maurice Leblanc. Siccome si tratta di un soggetto veramente affascinante ho deciso di dedicare una ricerca al ladro gentiluomo e al personaggio storico cui si ispira, il ladro e politicante anarchico Alexandre Marius Jacob, uno per il quale “rubare ai ricchi per dare ai poveri” non è soltanto un tema avvincente per un romanzo storico come il Robin Hood di Dumas padre.

Prima di proseguire nella lettura vi prego di tenere presente che questo articolo non consiste in alcun modo in una dichiarazione di opinioni o ideologie politiche da parte della sottoscritta, che preferisce non esporre pubblicamente su internet la propria vita privata. Sono semplicemente una ragazza cui piace porsi degli interrogativi ed esplorare il mondo, il fatto che le mie letture mi abbiano portato ad incontrare l’affascinante personaggio di Alexandre Marius Jacob non significa che senta la necessità di condividere con voi le mie opinioni politiche.

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Vi presento Arsenio Lupin, il principe dei ladri

Se in Inghilterra vanno tutti pazzi per Sherlock Holmes, il detective in pipa e berretto scozzese, i francesi invece preferiscono un personaggio altrettanto astuto, ma che nella sfida tra guardie e ladri gioca dall’altra parte della barricata. Arsenio Lupin è un raffinato furfante in frac, tuba, monolente, mantello e sofisticatissimo sense of humour alla francese che ruba i ricchi per dare ai poveri, trasformandosi in un vera e propria icona della belle époque.

Wikipedia (l’autorevolissima fonte cui mi sono appoggiata per scrivere questo articolo) descrive Lupin come un uomo di mondo moderatamente amante del vizio infatti il denaro e il lusso, l’arte e il gioco, il rischio e le belle donne sono pane per i suoi denti. Per quanto riguarda il furto Lupin riesce sempre ad essere un passo avanti agli investigatori grazie ad astuzia, cultura e ad un’intelligenza fuori dalla norma, che gli consentono di essere il numero uno senza ricorrere alla violenza.

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La vita di Maurice Leblanc in due righe (per non annoiarvi troppo)

Mamma e papà Leblanc avrebbero preferito che il figlio diventasse avvocato ma il giovane Maurice era di tutt’altra scorza, così questi abbandonò la natia Rouen e la facoltà di giurisprudenza per trasferirsi a Parigi e diventare uno scrittore di racconti gialli. Leblanc scrisse novelle e storie brevi per svariati periodici spirandosi a grandi scrittori francesi come Gustave Flaubert e Guy de Maupassant, ma inizialmente non ebbe successo; le sorti della sua carriera mutarono proprio grazie ad Arsenio Lupin, che comparve per la prima volta nel 1905 in una novella pubblicata dalla rivista Je sais tout e riscosse immediatamente il favore del pubblico.

Il ladro gentiluomo divenne così popolare che Leblanc impostò la propria carriera esclusivamente su di lui e, nel 1921, Lupin gli permise persino di ottenere la Legion d’Onore. Leblanc scrisse opere dedicate al genio del crimine di sua invenzione sino agli anni Trenta per un totale di 57 volumi; morì nel 1941 a Perpignan ma, nel 1947, le sue spoglie furono trasferite nel cimitero di Montparnasse.

Per quanto riguarda la vita privata, sappiamo che Leblanc si sposò due volte ed ebbe due figli. Si interessò alla politica e fu uno dei primi a possedere una bicicletta.

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Lupin in un’immagine tratta da cafleurebon.com

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Le fonti d’ispirazione

E’ probabile che Leblanc trasse l’ispirazione per Lupin proprio da Sherlock Holmes ma, a differenza da Sir Arthur Conan Doyle, non tentò mai di realizzare opere letterarie più impegnative delle novelle di intrattenimento con cui aveva intrapreso la sua carriera di scrittore.

All’epoca in cui venne scritta la prima novella dedicata a Lupin, Alexandre Marius Jacob era uno dei soggetti più popolari della cronaca francese e Leblanc aveva sentito parlare delle sue incredibili peripezie criminali, al punto da decidere di affrontare per la prima volta la stesura di racconti brevi a tematica criminale dalla parte degli antagonisti.

Leblanc tuttavia modificò profondamente il personaggio per adattarlo ai gusti del pubblico letterario dell’epoca e eliminò ogni elemento riconducibile all’anarchia; Lupin inoltre era certamente un filantropo, ma aveva evidenti tendenze patriottiche e non mise mai in discussione l’ordine sociale.

Per il nome del ladro gentiluomo Leblanc potrebbe essersi ispirato a Monsieur Lopin, un consigliere municipale di Parigi che ebbe dei problemi con la giustizia. Il disonesto funzionario pubblico si lamentò della presunta coincidenza, così Leblanc modificò il nome del suo personaggio in Lupin.

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Ed eccoci finalmente a parlare di Anarchia

Alexandre Marius Jacob nacque a Marsiglia nel 1879 e la sua vita fu molto più avventurosa e incredibile di quella di Arsenio Lupin proprio perché non stiamo parlando di un personaggio di fantasia.

Il giovane Jacob scopre di essere maledettamente portato per una vita dedita al rischio quando, a soli 11 anni, lascia Marsiglia per imbarcarsi come mozzo sulla nave Thibet seguendo le orme del padre marinaio (secondo altre fonti, era invece un panettiere alcolizzato). A 13 anni si imbarca su una nave differente che lo porterà a Sidney, dove soggiornerà per un breve periodo e imparerà l’arte del furto. Avendo deciso di riprendere la via del mare, si reimbarca su una baleniera che presto si rivelò un vascello pirata ricercato dalle autorità militari; il giovane Jacob riesce a fuggire e a ritornare a Marsiglia, dove viene arrestato per diserzione; la sua tenera età gli permise di ottenere la scarcerazione.

I suoi viaggi in mare gli permisero di esplorare le coste dell’Africa e dell’Asia fino al Pacifico e di conoscere i piaceri del sesso grazie ad alcune gentili passeggere; Jacob subì purtroppo anche le sgradite attenzioni di alcuni colleghi marinai. Affetto dalle febbri contratte nel suo lungo pellegrinare, decise di lasciare per sempre il mestiere del marinaio. In seguito avrebbe commentato la sua rocambolesca esperienza in mare tra pirati, furfanti e criminalità con queste parole: – Ho visto il mondo e non era bello -.

Jacob aveva sedici anni e aveva vissuto molte più esperienze di qualunque altro suo coetaneo marsigliese quando fece ritorno alla città natale in compagnia di un giovane amico anarchico che lo iniziò alla bandiera nera. Fu proprio in questo periodo che iniziò a scoprire Proudhon, Bakunin, Kropotkin e il giornale anarchico marsigliese L’Agitateur e a frequentare alcuni circoli anarchici e operai francesi. Accusato forse ingiustamente di detenzione di materiale esplosivo, Jacob venne incarcerato nuovamente e condannato a sei mesi di prigionia.

A 20 anni Jacob era un anarchico convinto e un pregiudicato, decise dunque di combattere l’ordine sociale istituito dalle classi più abbienti attraverso l’arte imparata anni prima a Sidney, il furto, per restituire ai poveri ciò di cui i ricchi li avevano derubati mediante la proprietà privata ed il capitalismo (ma naturalmente Jaco utilizzò la refurtiva anche per il proprio interesse personale), preferendo “essere un ladro piuttosto che un derubato”. Con alcuni compagni fonda il gruppo anarchico illegalista Les travailleurs de la nuit, I lavoratori della notte.

I lavoratori della notte avevano uno scopo ben preciso: derubare i ricchi “parassiti sociali” (come i preti, i magistrati e i militari, ma anche nobili, capitalisti e sfruttatori delle classi lavoratrici) per finanziare le associazioni anarchiche e operaie, fare beneficenza e per il sostentamento dei membri dell’organizzazione che, pur guadagnando grandi quantità di denaro grazie alle attività criminali, mantenevano un tenore di vita volutamente proletario. Nonostante ciò, l’associazione adottò criteri di efficienza tipici di un’impresa capitalistica e Jacob offrì persino la propria consulenza ai famosi assicuratori Lloyd’s di Londra in qualità di esperto di furti con scasso. Tra il 1900 e il 1903 la famigerata banda commise più di 150 reati e divenne molto popolare, riscuotendo la simpatia dei ceti meno abbienti e della stampa.

Jacob fu uno dei ladri più carismatici ed originali d’Europa e dimostrò di essere un genio dello scasso poiché ideò nuove tecniche nel mestiere del furto che ebbero poi molti seguaci. Fu un esperto nell’arte della recitazione e del travestimento (era solito travestirsi da preti, inscenare attacchi di epilessia o messe in scena di qualsiasi altra sorta per distrarre la folla), lo studio scientifico nella pianificazione dei furti, le esercitazioni pratiche su ogni genere di cassaforte, l’utilizzo di attrezzature estremamente sofisticate, l’impiego di un rospo come palo in quanto aveva notato che questi anfibi smettevano di gracidare in presenza di estranei.

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Jigen, il fidato amico di lupin

Come il personaggio letterario, Jacob era solito lasciare messaggi sarcastici sulla scena del crimine firmandoli con lo pseudonimo Attila; nel 1902 per esempio, dopo aver rubato in una chiesa, lasciò nel tabernacolo vuoto un biglietto con scritto -Oh Dio onnipotente, cerca il tuo calice-. Jacob nutriva profondo rispetto per i ricchi che svolgevano un’attività utile per la società come i medici e gli inttelletuali; accortosi di stare derubando l’abitazione di Pierre Loti nel corso di un’incursione in un’abitazione di Rochefort, Jacob decise di abbandonare l’impresa senza rubare nulla per amore della letteratura.

Le sue molteplici evasioni dal carcere furono mirabolanti e ingegnose tanto quanto i suoi furti e si protrassero ben oltre i primi del secolo, quando venne alla luce il personaggio di Lupin. Nel 1900 Jacob finì in prigione per la seconda volta condannato a 5 anni e, riuscito a farsi rinchiudere in un manicomio fingendosi uno squilibrato, evase con l’aiuto di un infermiere anarchico. Riprese le proprie attività criminali e intraprese la carriera di attore in una compagnia teatrale.

Nel 1903 viene nuovamente incarcerato nel corso di un furto: dopo aver avuto la meglio in una sparatoria contro due poliziotti (uno dei quali restò ucciso) insieme ad un paio di scagnozzi, venne riconosciuto e segnalato alla giustizia proprio per uno degli operai per cui lottava. Sconsolato dichiarò in seguito: -E’ la mia Waterloo-. Venne arrestato insieme ad un complice che portava con sé un foglietto con l’indirizzo parigino della banda, permettendo così di incarcerare l’intero gruppo e di processarlo in blocco nel 1905.

I 23 imputati vennero processati ad Amiens con il presidio in forze della polizia e dell’esercito, dopo che la stamba finanziata dalle loro attività illegali li ebbe esaltati ed ebbe minacciato i giurati. Il clima del processo non fu dissimile da quello con cui si svolsero i processi alle Brigate Rosse, venne persino ritrovato il corpo di una pentita al termine dell’istruttoria. Jacob affrontò la giustizia con ironia e tenacia, recitando un discorso che rispecchia perfettamente la natura di questo singolare personaggio.

Vi consiglio di leggerlo su Anarcopedia.

La pena inizialmente fu l’ergastolo ma, dopo svariati tentativi di evasione, Jacob venne condannato a scontare vent’anni di lavori forzati nella Guyana Francese con l’anarchico Felix Bour (se siete dei francofoni più esperti di me, potete leggere la sua biografia qui), ove visse anni di stenti per le estenuanti attività svolte all’interno della prigione e per il clima insalubre; fu l’unico sopravvissuto tra i membri dei Travailleurs de la Nuit. In questo periodo mantenne una fitta corrispondenza con la madre Marie e la compagna Rose e tentò ben 17 volte di evadere; nel 1925 riuscì a tornare in Francia grazie ad una campagna di stampa in suo favore.

Non capisco una parola di quello che dicono in questo video, ma sembra una cosa molto intellettualoide e fichissima…

Pur non rinunciando all’ideologia anarchica (continuerà infatti a partecipare attivamente alle attività svolte presto la sede del giornale Le Libertaire e intraprendendo persino un viaggio a Barcellona per partecipare alla difficile situazione politica dell’epoca), Jacob rinuncerà al furto per dedicarsi all’attività di venditore ambulante a Reuilly. Nel 1939 sposa la nuova compagna Paulete e trasforma la sua casa in un luogo di incontro per libertari. Alla morte della madre e della moglie, Jacob pubblicherà un libro di memorie e i compagni diventeranno per lui un saldo punto di riferimento e non smetterà mai di credere nelle proprie idee e di affrontare la vita con il suo caratteristico sense of humour. La sua lotta contro il sistema non cessò nonostante la tarda età, come dimostrò questa interessante lettera da lui indirizzata ad un dipendente statale

Jacob aveva 75 anni quando, nel 1954, decise di togliersi la vita prima di perdere le forze per la vecchiaia, così si iniettò una dose letale di morfina nel corso di una festa da lui organizzata e morì serenamente con l’adorato cane Negro, cui inflisse il medesimo trattamento. Si congedò dal mondo con questo scritto:

«Ho vissuto un’esperienza piena di avventure e sventure, mi considero soddisfatto del mio destino. Dunque, voglio andarmene senza disperazione, il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore. Voi siete troppo giovani per apprezzare il piacere di andarsene in buona salute, facendo un ultimo sberleffo a tutti gli acciacchi e le malattie che arrivano con la vecchiaia. Ho vissuto. Adesso posso morire.

p.s Vi lascio qui due litri di vino rosato. Brindate alla vostra salute.»

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Finalmente mi degno di citare le fonti

Non sono particolarmente soddisfatta di questo post perché il materiale raccolto non è stato rielaborato in chiave personale. Per farmi perdonare, cari lettori, mi degnerò di citare per la prima volta in vita mia le fonti che mi hanno permesso di apprendere tutte le interessanti informazioni che avete appena letto.

– Mamma  Wikipedia per le biografie di Leblanc e Jacob, oltre che per raccogliere tutte le informazioni relative al personaggio letterario;

– Nel sito del Corriere della Sera ho trovato un breve ma esaustivo articolo sulla vita di Jacob;

Anarcopedia, per la biografia di Jacob che vi ho linkato sopra;

Toasa.net, che offre una summa dei punti salienti della vita di Jacob;

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Un piccolo test per concludere in bellezza

Per i nostalgici del caro vecchio cartone animato di Lupin, coniglio invece di visitare questo sito che, pur non centrando assolutamente nulla con gli argomenti trattati in questo post, offre la possibilità di scoprire alcune curiosità sui personaggi della serie e di partecipare ad un divertentissimo test. Nonostante avessi sempre simpatizzato per Jigen, sono risultata essere la bella Fujiko… e voi che personaggio siete?

“L’amore è un cane blu” di Paolo Rossi, qualche barzellettosa anticipazione

Venerdì 4 Ottobre ho assistito allo spettacolo L’amore è un cane blu, l’ultimo show di Paolo Rossi, presso il Teatro Streheler di Milano. La recensione dello spettacolo è già in cantiere, nel frattempo potete gustarvi alcune delle barzellette che più mi hanno fatto sbellicare nel corso della serata.

Le tre barzellette sono state estrapolate dal contesto narrativo dello spettacolo e trasformate da un monologo in stile giullarata (vi ricordate Dario Fo? La giullarata è un monologo in cui l’attore interpreta due o più personaggi differenziandoli l’uno dall’altro mediante il tono della voce, la postura e la direzione in cui volge il suo sguardo) in un dialogo per due. Se non ho riportato fedelmente ogni parola di Paolo Rossi non fate i bacchettoni e gustatevi la barzelletta così come me la ricordo io.

Attenzione: questo post è spoiler allo stato puro perciò, se avete già comprato i biglietti per lo spettacolo e non volete rovinarvi le battute, vi consiglio di Iscrivervi al mio blog e ripassare…

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La nonnina

Nipote: Ciao nonna, ti accompagno a fare una passeggiata?

Nonna: No, caro, non riesco ad alzarmi.

Nipote: Oh cielo, cos’hai?

Nonna: Mi sento le gambe molli così, quando cammino, mi sembra di galleggiare e mi sento svenire.

Nipote: Chiamo un’ambulanza?

Nonna: Perché? Sto una favola!

Nipote: Nonna, ma cosa stai dicendo? Hai appena detto che ti senti male …

Nonna: Ma va! Mi sono fatta di eroina.

Nipote: Ma sei impazzita??? Ti sembra il caso di drogarti a 87 anni? E’ una follia!

Nonna: A 16 anni è follia, a 87 è geniale. Pirla!

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Quando papà sposa una giovane rumena

Papà: Figliolo, ho intenzione di sposare Inga, una ragazza rumena di 25 anni.

Figlio: Papà, ma sei fuori?

Papà: E che problema c’è?

Figlio:  Beh, insomma… è giovanissima, ti tradirà!

Papà: Meglio una torta buonissima da dividere con tante persone, che una fetta di pane secco da solo!

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I due tassisti

Alla stazione centrale di Milano due tassisti si stanno concedendo una breve pausa.

1: Sono distrutto, mi scoppia la testa. Mi sembra che ci sia un martello pneumatico che mi sta fracassando il cranio.

2: Ti capisco, succede anche a me, ma conosco un rimedio infallibile …

1: Ah sì? E quale?

2: Torno a casa e mi faccio fare un pompino da mia moglie. Spettacolare!

1: Oh, sì! Mi ci vorrebbe proprio…. Mi dai il suo numero?

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L’economia italiana spiegata ad un allevamento di mucche

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Su internet esistono diverse versioni di questo testo e, non essendo in grado di memorizzare un racconto così lungo dopo averlo ascoltato una volta sola, ho preferito crearne uno personale, attingendo alcune frasi dalle numerosi versioni disponibili online e altri da ciò che ricordo sullo spettacolo, creando qualcosa che sia assolutamente soggettivo anche da un punto di vista ideologico. Non so se i blogger che ho scovato sul web hanno copiato il racconto delle due mucche di Paolo Rossi o se è stato invece il comico a rubacchiare da internet alcuni spunti per realizzare il suo show; in ogni caso si tratta di un geniale racconto di satira

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Lezione di Politica Economica: Hai 2 mucche..

mucca

FEUDALESIMO: Hai 2 mucche.
Il feudatario prende metà del latte e si tromba tua moglie.

SOCIALISMO: Hai 2 mucche.
Il tuo vicino ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui.

COMUNISMO RUSSO: Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti fornisce il latte secondo quelli che reputa i tuoi bisogni.

COMUNISMO CINESE: Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti fa lavorare giorno e notte per mungerle. Fai sciopero e cerchi di comunicarlo via blog alle fabbriche vicine, ma il governo oscura il tuo sito web.

FASCISMO: Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti vende il latte.

NAZISMO: Hai 2 mucche.
Il governo prende la vacca bianca ed uccide quella nera.

DITTATURA MILITARE: Hai 2 mucche.
La polizia te le confisca e ti propone una scelta: o ti arruoli nell’esercito o vieni fucilato.

DEMOCRAZIA: Hai 2 mucche.
Si vota per decidere a chi spetta il latte.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA: Hai 2 mucche.
Si vota per chi eleggerà la persona che gestirà le mucche (e regalerà il latte a suo cognato).

DEMOCRAZIA AMERICANA
Lo stato promette di darti due mucche se voti per lui. Dopo le elezioni, il presidente viene messo in stato d’accusa (impeachment) per aver speculato in Borsa con le mucche. La stampa crea l’affare “vaccagate”.

ANARCHIA: Hai 2 mucche.
Lasci che le mucche si organizzino in autogestione. Sorprese dalla DIGOS a mungersi a vicenda nel praticello di un centro sociale, vengono arrestate per atti osceni in luogo pubblico.

BUROCRAZIA
Hai due mucche. All’inizio il governo decide come nutrirle e quando mungerle. Quindi ti paga per NON mungerle. Quindi le prende entrambe, ne uccide una, munge l’altra e scarica il latte nelle fogne. Quindi ti chiede di riempire dei moduli per le due mucche perdute.

CAPITALISMO: Hai 2 mucche.
Fai macellare la prima mucca ed obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 mucche.
Alla fine licenzi l’operaio che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca di sfinimento e, con i soldi risparmiati, comperi un toro e avvii un allevamento di vitelli.

CAPITALISMO DELLE ISOLE CAYMAN: Hai 2 mucche.
Vendi 3 mucche alla tua Società quotata in borsa, utilizzando lettere di credito aperte da tuo fratello sulla tua banca. Poi fai uno scambio delle lettere di credito, con una partecipazione in una Società soggetta ad offerta pubblica e nell’operazione guadagni 4 mucche beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 mucche. I diritti sulla produzione del latte di 6 mucche vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una Società con sede alle Isole Cayman, posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla tua Società i diritti sulla produzione del latte di 7 mucche.
Nei libri contabili di questa Società figurano 8 ruminanti con l’opzione d’acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo hai abbattuto le 2 mucche perchè sporcano e puzzano. Quando stanno per beccarti, diventi Presidente del Consiglio.

BERLUSCONISMO: Hai 2 vacche.
Il presidente se le scopa.

LEGA: Hai 2 mucche.
La mucca bianca, dopo essersi laureata in Albania, si fa fotografare mentre finge di lavorare come contadina, perché lei sì che ce l’ha duro! La mucca nera viene rispedita nel suo paese.

GOVERNO TECNICO: Hai due mucche.
Con il latte della prima mucca pachi l’Imu, con quello prodotto dalla seconda paghi l’Irpef, con quello della terza paghi l’Iva. Se non possiedi una terza mucca, sono cazzi tuoi.

CATTOLICI: Hai due mucche.
E’ contro natura che due mucche convivano nella stessa stalla e allevino vitellini insieme. Se vuoi continuare a produrre latte, una delle due deve assolutamente travestirsi da toro.

PD: Hai 2 mucche.
Le mucche brucano l’erba, promettendoti che presto si faranno mungere.

GRILLO: Hai due mucche.
Con le loro strabilianti abilità oratorie e un blog avvincente, i grillini tentano di convincere il latte a fuoriuscire spontaneamente dalla mammella, senza effettuare alcuna mungitura.

I sospiri della cortigiana: Violetta Valéry in chiave pop

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Che cos’hanno in comune Frankenstein Junior, una delle più famose Drag Queen del cinema e la pubblicità della Nissan Qashqai?

Per rispondere bisogna tornare indietro nel tempo, all’epoca in cui Dumas Figlio aveva sbaragliato i lettori d’Occidente con La signora delle Camelie e in cui Verdi difendeva con ostinata passione la propria relazione extraconiugale con l’ex cantante d’opera Giuseppina Strepponi. Era il 6 marzo 1853 e, presso La Fenice di Venezia, andava in scena per la prima volta La Traviata, la tragica storia di Violetta Valéry (una mia omonima!), una cortigiana parigina che tenta di ritornare sulla via della rispettabilità per amore del giovane Alfredo nonostante la disapprovazione della famiglia di lui.

Una delle mie arie preferite è senza dubbio Sempre Libera (Atto I, scena V), il canto dei sospiri di Violetta che, ritrovatasi sola dopo il veglione di Capodanno in cui ha conosciuto Alfredo, mette in discussione la propria vita di agiata cortigiana; non aveva mai previsto l’eventualità di innamorarsi. Mentre canta il piacere di essere “Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia” per convincersi a lasciar perdere il giovanotto, le ritornano in mente, in uno dei primi flash back dell’opera lirica, le parole d’amore che poche ore prima Alfredo le aveva dedicato: “Amore è palpito dell’universo intero. Misterioso, altero, croce e delizia al cor“.

Croce e delizia, eros e thanatos, amore e morte. Nonostante l’allegria dei gorgheggi, la frivolezza del motivetto e la semplicità dei contenuti, la povera Violetta sta compiendo una scelta cruciale per la sua esistenza, una scelta che la porterà ad un’inevitabile e terribile sofferenza.

Nel video qui sotto potete ascoltare l’aria cantata da Anna Netrebko, in uno spezzone dell’opera realizzata dalla Filarmonica di Vienna sotto la direzione di Carlo Rizzi nel 2005. Violetta è qui rappresentata come una seduttrice contemporanea, anziché come una mantenuta borghese ottocentesca come vorrebbe la tradizione; la giovane donna soffre e ama sotto gli sguardi severi di un orologio che conta le ore che la separano dalla morte e di un inquietante orologiaio canuto. Per volere del regista, l’incantevole protagonista rosso-vestita è ubriaca e intravede tra i vapori del vino Alfredo, che interagisce con lei sul palco.

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Centosessant’anni sono trascorsi da quella lontana prima volta in cui il pubblico udì i soavi gorgheggi del Sempre Libera a Venezia (fischiandoli, tra l’altro, per lo scandaloso soggetto di meretricio del libretto e per l’età avanzata e il fisico grassoccio di un soprano molto poco credibile nei panni della bella Violetta) e il mondo da allora è cambiato: la lirica non è più la forma d’arte popolare per eccellenza, quella che tutti, dall’imperatore di Prussia al contadino che non poteva pagarsi il biglietto in piccionaia, fischiettavano per le strade. La Traviata e ogni altro capolavoro di questo straordinario genere musicale tuttavia non sono morti, si sono semplicemente adattati alle esigenze della cultura pop. Non ne siete convinti? Eccovi qualche esempio.

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1)      Frankenstein Junior: un gorgheggio per lo Svanktuka

Uno dei film più amati degli anni ’70 è Frankenstein Junior, divertentissima la parodia degli innumerevoli film dell’orrore in bianco e nero dedicati nel corso del Novecento al mostro di Mary Shelley.

Elisabeth, la fidanzata del Dottor Frederik, è una ragazza che ha avuto tutto dalla vita: è giovane, bella, ricca e terribilmente viziata. Forse è proprio a causa del suo caratterino e dei mille pacchi che si fanno certe pignolissime ragazze perbene che Elisabeth non ha mai … ci siamo capiti, no? (In caso contrario, correte subito a guardare il film!)

Il caso vuole che la Creatura si innamori di lei decida di rapirla per fare l’amore con lei in una grotta. Inizialmente la giovane è restia a concedersi al proprio rapitore ma, siccome gli energumeni di due metri con grandi manone e grandi piedoni come il Mostro sono dotati di un enorme “Svanktuka”, Elisabeth cambia rapidamente opinione e si abbandona ai piaceri della carne cantando il Sempre Libera.

In questo caso ci troviamo in una situazione completamente opposta rispetto a quella di Violetta,  poiché Elisabeth non è una cortigiana che rimpiange la retta via, ma una snervante signorinella un po’ snob che scopre le delizie della passione. Clicca sul link per visualizzare il video del rapimento di Elisabeth e farti quattro risate con uno dei film più spassosi della storia del cinema.

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2)      La Traviata sul grande schermo

Se le note di verdi possono essere cantate su un palcoscenico, perché non celebrarle anche in un set cinematografico? Stessa musica e stessi cantanti, ma ambientazioni realistiche anziché scenografie di cartone, autentici abiti d’epoca anziché i soliti costumi di scena e una fruizione dell’azione filtrata dall’obiettivo della telecamera anziché un vasto palcoscenico su l’occhio può vagare liberamente.

Nel video qui sotto troverete una romantica interpretazione di Teresa Stratas; si noti come il quadro di Violetta che compare ad un certo punto del filmato evochi il ritratto di Marie Duplessis, il personaggio storico cui si ispirò Dumas per scrivere La signora delle camelie. Notevole l’espediente con cui il fantasma di Alfredo compare e scompare dalla scena, apparendo fisicamente nell’inquadratura senza tuttavia perdere l’aura di irrealtà tipica dei ricordi.

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3) Priscilla la regina del deserto: le gioie e i dolori di una Drag Queen

Priscilla la regina del deserto è la storia di tre Drag Queen che compiono un lungo viaggio in pullman attraverso l’Australia. Cambiano le gioie, i dolori, i dubbi e le passioni, ma pur sempre di mal d’amore e di problematiche di convivenza sociale si tratta. La singolare interprete di Violetta si veste di un sciccosissimo e scintillante color argento e canta per un pubblico immaginario, dall’alto di una gigantesca scarpa col tacco fissata sul tettuccio di un pullman. Detto così sembra buffo, ma l’effetto complessivo è spettacolare.


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4)      La pubblicità della Nissan Qashqai

La città all’alba è popolata da casette dispettose che ostacolano con vari dispetti la corsa della Nissan Qashqai. L’automobilina però è più agile e scaltra così le schiva con noncuranza, creando uno scherzoso balletto su asfalto accompagnato dai leggiadri acuti del Sempre Libera. A voi il video!

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VIOLETTA: Follie! Follie! Delirio vano è questo!
Povera donna, sola, abbandonata
In questo popoloso deserto
Che appellano Parigi,
Che spero or più?
Che far degg’io?
Gioire!
Di voluttà ne’ vortici perir!
Gioir!.

Sempre libera degg’io
Folleggiare di gioia in gioia,
Vo’ che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne’ ritrovi,
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.

ALFREDO: Amor è palpito …

VIOLETTA: Oh!

ALFREDO: … dell’universo intero,…

VIOLETTA: Oh! Amore!

ALFREDO: Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.

VIOLETTA: Follie! Follie!
Gioir!
Sempre libera degg’io
Folleggiare di gioia in gioia,
Vo’ che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne’ ritrovi,
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.

Analisi di “Agora”, un film di Alejandro Amenàbar

Agora è un film di Alejandro Amenàbar del 2009 che racconta il sacrificio di Ipazia, unica brillante studiosa donna della biblioteca di Alessandria, uccisa da alcuni monaci fondamentalisti protocristiani.

Si tratta di un lungo che ha saputo sin dall’inizio conquistarsi un occhio di riguardo dai parte dei media per non poche ragioni: oltre al fascino che circonda il personaggio di Ipazia e alla costruzione di una TRAMA avvincente e apprezzabile nonostante le numerose forzature storiche, si tratta di una delle poche pellicole della storia del grande schermo ad aver sfidato il dissenso del Vaticano per aver osato raccontare i massacri e le ingiustizie commesse dai proto cristiani in epoca tardo antica.

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Un’eroina bellissima

Kαλὸς καὶ ἀγαθός, bello e buono: con questa espressione si indicava nell’antica Grecia l’ideale di perfezione umana da un punto di vista etico ed estetico, vale a dire un individuo in cui fossero riscontrabili sia la bellezza fisica sia il valore morale.

Come ogni eroina che si rispetti, Ipazia è sempre stata rappresentata nel corso dei secoli con una massiccia dose di bellezza e bontà e Amenàbar, ben consapevole di quanto il carisma e il sex appeal degli attori sia determinante nella riuscita di un progetto cinematografico, non ha nessuna intenzione di opporsi alla tradizione: la scienziata alessandrina viene infatti interpretata da Rachel Weisz, che la triologia de La mummia ci ha abituati a riconoscere nei panni di una romantica, avventurosa e un po’ maldestra bibliotecaria degli anni d’oro dell’archeologia. Come cantava Guccini, “Gli eroi son tutti giovani e belli”, e Ipazia, che per quel che ne sappiamo avrebbe anche potuto essere una topa di biblioteca racchia e bisbetica, non fa eccezione.

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Consacrata alla scienza

Corpo mozzafiato sotto la severa tunica da studiosa alessandrina, capelli raccolti in una sobria ma raffinata treccia francese per scoprire lo splendido viso, caratterino autoritario, intraprendente e dolcissimo. Sebbene non si abbandoni mai ad atteggiamenti provocatori, Ipazia ha tutte le carte in regola per sbaragliare il cuoricino e gli ormoni di ogni maschione della biblioteca della capitale d’Egitto e, essendo l’unica studiosa donna tra soli uomini, non c’è studioso, docente o discepolo che non cada ai suoi piedi. L’avvenente filosofa tuttavia è decisa ad evitare ogni coinvolgimento sessuale o affettivo. Ma come fa a resistere?

Il povero Oreste, il ricciolino più affascinante d’Egitto interpretato da Oscar Isaac (che figo!), non esita a paragonarla alla perfezione della musica pur di conquistarla, ma la giovane non solo ignora le sue avance con la piena approvazione del padre Teone (quale donna avrebbe accettato di sottomettersi ad un marito padrone, in tempi duri come quelli? Quale padre degno di tale nome vorrebbe soffocare con il matrimonio la libertà della figlia? Nemmeno io lo avrei sposato, ma sarei stata più che favorevole alla convivenza o ad una semplice avventura perrchè si tratta veramente di un bel ragazzo!), ma umilia pubblicamente il giovanotto offrendogli in dono un fazzolettino sporco del proprio sangue mestruale. Un gesto un po’ eccessivo nei confronti di un ometto innamorato e di noi donne tutte soprattutto in quanto, nel porgere il singolare omaggio, Ipazia ha insinuato che nella femmina ci sia qualcosa di impuro rispetto al maschio. Speriamo che il gesto di Ipazia si tratti di una provocazione…

Il regista racconta in un’intervista: “Le cronache dell’epoca raccontano che non si sposò e non ebbe figli e dedicò tutta la sua vita alla filosofia e alla scienza. Ho discusso del personaggio con Rachel Weisz, l’interprete di Ipazia, le ho spiegato che non volevo nessuna implicazione sessuale o amorosa con i suoi studenti perché l’ipotesi più attendibile è che sia morta vergine. Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Si tratta di una scelta che non è stata affatto apprezzata dal pubblico, perché le questioni sentimentali al cinema non possono essere solo accennate: o si omettono completamente, o si inventano di sana pianta qualora le fonti storiche non vengano in aiuto, oppure si specifica per quale motivo la protagonista è determinata a restare vergine. Il pubblico vuole sapere!

Da un punto di vista contenutistico invece Amenàbar è stato saggio a non manipolare, almeno sotto questo aspetto, la biografia di Ipazia: la scienziata è infatti una martire della scienza, una scomoda macchia di sangue sulla coscienza della Chiesa e un’icona nella storia e nella scienza femminile, non sarebbe giusto attribuirle una scelta di vita che non fosse veramente sua soltanto per intrattenere gli spettatori. Qualunque siano le ragioni della studiosa, è triste notare come un gran numero di donne elleniche abbiano dovuto rinunciare all’amore, al sesso e agli affetti famigliari per dedicarsi ad occupazioni un tempo precluse al genere femminile: non è necessario restare vergini per studiare matematica, ipotizzare un collegamento tra le due cose è estremamente offensivo nei confronti di tutte le donne ed è dunque giusto rispettare la triste scelta di Ipazia.

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La mia analisi

Non sono un’esperta di cinema, però secondo me Ipazia vorrebbe trovare il moroso. Il suo problema è che è circondata da maschietti un po’… stronzi!

Innanzi tutto la poverina viene costretta a decidere tra matrimonio e carriera, tra libertà e amore; si tratta di una scelta che nessuna donna dovrebbe mai compiere, a cui molto spesso non viene nemmeno concessa la facoltà di decidere autonomamente, così il matrimonio si trasforma in sottomissione. Oreste sembrerebbe un ottimo partito ma commette un errore essenziale: per conquistare Ipazia la paragona alla musica. Ipazia ride e gli risponde con un fazzoletto sporco di sangue per ricordare che le donne devono essere ammirate in ogni aspetto della loro femminilità, non c’è nessun bisogno di idealizzarle per negare quelle parti che a molti piace considerare impure. Anche la scena in cui non si lascia sedurre per osservare le stelle non sarebbe disinteresse verso Oreste, il ragionamento alla base del comportamento della ragazza è molto simile a quello che induce i maschietti a rifiutare il sesso il giorno della finale dei mondiali: se stai per risolvere un dilemma matematico che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità il sesso è rimandato… o no?

Infine arrivano i Cristiani, che sembrano incapaci di scindere amore e sottomissione; la libertà individuale di Ipazia si trasforma a questo punto in uno scomodo ideale politico da soffocare. La matematica riesce a salvarsi proprio grazie all’amore, seppur non ricambiato. Cari maschietti, madre natura vi ha fatto più forti di noi non per sottometterci, ma per aiutarci. E voi chi vorreste essere, degli amici o dei despoti?

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La violenza sulle donne

E’ doveroso aprire una piccola parentesi dal sapore femminista.

Ipazia non viene massacrata soltanto per essersi rifiutata di abbandonare la propria filosofia pagana e di sottomettersi al predominio cristiano, ma anche in quanto donna indipendente e influente nella comunità alessandrina. Nel marzo del 415 infatti la studiosa fu brutalmente catturata mentre faceva ritorno alla sua abitazione in lettiga, dopodiché fu spogliata e uccisa mediante dei cocci ed ogni sorta di atroce sevizia (le furono per esempio cavati gli occhi) per volere del vescovo Cirillo. Le sue spoglie furono poi smembrate e date alle fiamme.

«Secondo le cronache Ipazia fu letteralmente fatta a pezzi, volevo una fine più sopportabile per il pubblico, ho scelto la lapidazione, che fa anche parte della realtà di oggi in alcuni paesi.» (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Nel film infatti il massacro viene notevolmente addolcito: rifiutatasi di fuggire, Ipazia si consegna spontaneamente ai monaci parabolani che, dopo averla svestita, le tolgono la vita mediante la lapidazione ma poco prima del massacro l’ex schiavo Davo, innamorato follemente della padrona, l’aiuta a perdere i sensi per non provare dolore mentre la donna osserva con rimpianto l’oculus della cupola che in prospettiva assume la forma di un ellisse,  una figura geometrica che Ipazia studiò approfonditamente. Ipazia non è dunque di un normale individuo, poiché della donna chiamata Ipazia sono sopravvissute pochissime testimonianze, ma di una martire della scienza, anzi, di più, di un Cristo ateo sacrificatosi per l’umanità, come il regista stesso racconta in un’intervista.

Amenàbar ha reso la vicenda di Ipazia accessibile al grande pubblico anche grazie a interventi che addolciscono la realtà storica, tuttavia forse sarebbe stato più corretto non celare la sofferenza di Ipazia dietro esigenze narrative e raccontare tutto il male che ha dovuto subire.

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Una studiosa in anticipo sui tempi

Siccome le opere di Ipazia sono state distrutte, nessuno conosce quale sia stato il suo contributo alla scienza; le fonti dell’epoca sono tuttavia concordi nell’affermare che ha rivestito un ruolo primario tra gli intellettuali dell’epoca.

Amenàbar attribuisce alla studiosa teorie che poco hanno a che vedere con le conoscenze scientifiche dell’Ellenismo, ma che appartengono invece alla Rivoluzione Scientifica. “Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista. Ma è un peccato che non sia rimasto niente.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Attribuendole delle verità che mai la studiosa avrebbe potuto affermare, il regista rende immediatamente evidente il falso, trasformando così un brillante contributo alla scienza in qualcosa di straordinario, conferendo all’intera vicenda un sapore più gustoso per gli amanti del grande schermo. Scegliendo nello specifico le scoperte di Galileo e Keplero, Amenàbar decide di trattare degli argomenti conosciuti anche dai meno acculturati, rendendo l’opera accessibile ad un pubblico molto ampio.

Nel film Ipazia è un’insigne maestra del Sistema Tolemaico, che all’epoca si stava consolidando a scapito di tutte le altre teorie formulate, e riflette con i propri discepoli su quesiti che sarebbero poi stati risolti solo durante la Rivoluzione Scientifica. Rielaborando le teorie di Aristarco  e intuendo l’esistenza del principio d’inerzia, il primo a teorizzare un sistema eliocentrico, l’Ipazia del film ipotizza che la Terra gira intorno al Sole e, mediante il cono di Apollonio, intuisce la forma ellittica delle orbite dei corpi celesti.  Il regista lascia inoltre intendere che, se la studiosa non fosse stata uccisa, il modello astronomico di Keplero sarebbe stato anticipato di 12 secoli.

La filosofa riflette inoltre sulla possibile esistenza di altri mondi oltre a quello terrestre. Dimostrando di possedere una visione dell’universo e dell’esistenza umana molto simile a quella contemporanea, caratterizzata da una sensazione di smarrimento nei confronti del caos dell’esistenza. Un tale approccio può anche essere dovuto ai considerevoli mutamenti politici in atto in quel periodo.

Il regista a mio parere avrebbe dovuto elaborare più accuratamente l’aspetto scientifico-filosofico del film. Come avrebbe potuto infatti Ipazia anticipare Galileo senza effettuare alcuna osservazione empirica dell’universo? E una volta giunta alle sue stesse conclusioni, perché non considera il suo modello una speculazione su cui discutere con gli altri filosofi? Dopotutto non possedeva un cannocchiale per scrutare la volta celeste e l’astrolabio di sua invenzione non era sufficiente per dribblare i maestri del Seicento.

Mi rendo conto che ipotizzare che la bella Ipazia avesse anche inventato il pensiero scientifico sarebbe risultato eccessivo, ma mi stupisco che il regista non abbia percepito la necessità di ipotizzare con quale approccio filosofico la scienziata del film si sia relazionata con le sue stesse teorie.

Mi sorprende inoltre che il regista non abbia affrontato le implicazioni filosofiche della teorizzazione di un sistema eliocentrico con orbite ellittiche sulla percezione dell’universo. Prima delle straordinarie intuizioni di Keplero, l’umanità era abituata ad immaginare l’essere come una meccanismo perfetto costituito da forme perfette: stiamo parlando di sfere e circonferenze, figure dotate di un solo fuoco. Considerando le orbite dei corpi celesti come degli imperfetti ellissi, i fuochi da prendere in considerazione diventano due, di cui uno solo è occupato da una stella; l’universo geometrico e finito di Tolomeo si trasforma così in un enorme entità informe e priva di centro, dove la Terra occupa solo una posizione marginale.

Mi si spezza il cuore senza un centro” afferma un’emozionatissima Ipazia nel corso dell’elaborazione della rivoluzionaria teoria, descrivendo lo smarrimento che devono aver provato gli scienziati del ‘600 scoprendo di non essere altro che degli insignificanti puntini dispersi nell’universo. Ci sarebbe piaciuto molto fantasticare su quali avrebbero potuto essere le teorie filosofiche formulate da uno studioso alessandrino sulle basi di scoperte scientifiche dell’età moderna, purtroppo il regista non era affatto interessato ad approfondire tale argomento.

Il regista si è inoltre dimenticato di menzionare il fatto che Ipazia non era soltanto un’eccellente astronoma, ma era anche a capo della scuola neoplatonica presso la biblioteca della città. Si tratta di un’omissione tutt’altro che trascurabile, considerando che avrebbe permesso di giustificare l’importanza di Ipazia nella biblioteca senza appellarsi a scoperte scientifiche effettuate 12 secoli dopo la sua nascita.

Mi rendo conto, caro Amenàbar, che preferisci l’astronomia alla filosofia, ma avresti dovuto cercare di accontentare un po’ tutti, affrontando entrambi gli argomenti!

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Il sistema eliocentrico di Copernico, da Wikipedia

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La biblioteca di Alessandria

Secondo me se non avessero distrutto la Biblioteca alessandrina oggi l’uomo sarebbe arrivato su Marte” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

La scene cruciali della vicenda sono ambientate nella biblioteca di Alessandria, ove Ipazia è uno degli insegnanti e degli studiosi più apprezzati. La biblioteca di Alessandria è rappresentata nel film come un enorme palazzo in pietra cui si accede attraverso un’imponente scalinata e ornato con elementi decorativi egizi; al centro della cupola dell’edificio principale è situato un oculus non dissimile da quello del Pantheon di Roma. Innumerevoli papiri sono conservati su scaffali di legno, sebbene è più probabile che nella realtà fossero inseriti in loculi scavati all’interno delle pareti.

Nel film i tesori della biblioteca vengono distrutti in una scena memorabile, enfatizzata dapprima dall’inquadratura dei papiri lanciati in aria che “svolazzano” in prossimità dell’oculus e dal capovolgimento della telecamera che riprende i parabolani intenti nella loro spaventosa opera di distruzione, successivamente da un’inquadratura aerea che riprende, accellerandoli, i caotici movimenti dei monaci che si aggirano come tante minacciose formichine nere per i cortili della biblioteca. In seguito gli edifici della biblioteca verrano utilizzati dai cristiani per attività pubbliche di vario genere.

In verità la distruzione della biblioteca iniziò molti anni prima della nascita di Ipazia, a causa di un incendio inavvertitamente provocato dalle truppe di Giulio Cesare; un’intera sezione dell’edificio chiamata Serapeum fu invece distrutta dal fuoco nel corso del III secolo. Altri tumulti, capitanati dal patriarca della città (cristianizzata) Teofilo, avvennero nel 415 e culminarono proprio con la morte di Ipazia, come ci viene raccontato dal film, tuttavia la biblioteca venne definitivamente distrutta solo dopo la conquista islamica dell’Egitto.

Nel 642 o 646 (la datazione è controversa), il secondo califfo dell’Islam Omar ibn al-Khattāb pronunciò la famosa frase: “Se il contenuto dei libri si accorda con il Corano, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c’è alcun bisogno di conservarli.” E i rotoli della biblioteca iniziarono ad essere impiegati come combustibile per i bagni termali di Alessandria. Secondo Eutichio erano circa quattromila, perciò ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.

I volumi conservati nella biblioteca erano circa 700 000 e la loro distruzione fu una terribile perdita per l’umanità. Il regista trasmette magistralmente la drammaticità dell’evento con un memorabile scambio di battute avvenuto poco prima dell’ingresso dei parabolani nella biblioteca. Ipazia ordina angosciata al proprio schiavo Davo: “Salva solo le opere importanti! Lascia stare quelle minori!” e l’allievo risponde smarrito: “Quali sono le opere minori?”.

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I cristiani come antagonisti

Agora è il primo film in cui i protocristiani rivestono un ruolo da antagonista: i monaci vengono infatti rappresentati come dei rozzi, barbuti e ignoranti fanatici nerovestiti che impongono con la violenza e l’inganno la propria fede, interpretando letteralmente le Scritture e utilizzando la religione per giustificare i crimini più ignobili nei confronti delle altre dottrine religiose e correnti di pensiero. La telecamera si trasforma nel critico occhio del giornalista per riprendere le scene di barbarie, raccontando i fatti come se si trattassero di eventi di cronaca; dei dialoghi estremamente incisivi portano invece in scena le riflessioni alla base dei folli gesti dei fanatici.

Agora critica inoltre l’incapacità dei credenti di qualsiasi religioni di accantonare le differenze e le ostilità per convivere in amicizia, apprezzando le somiglianze che li accomunano e stimandosi reciprocamente. Secondo il regista infatti il film “Ma non vuole offendere la Chiesa, è contro l’intolleranza e il fanatismo, da qualunque parte provenga.”

La filosofia pagana non permette all’umanità soltanto di interrogarsi sui grandi misteri della natura senza fidarsi ottusamente di un libro per progredire scientificamente, ma anche di continuare a dubitare per migliorare se stessi e evitare di commettere errori. Proprio per questo motivo Ipazia si rifiuta di convertirsi alla religione dominante: non può esserci libertà, ricerca e pace nella sottomissione, inoltre l’uomo ha bisogno di potersi mettere costantemente in discussione. “Voi non potete dubitare delle cose in cui credete” afferma Ipazia in una memorabile scena del film “Io devo”.

La salvezza dunque risiede nel dubbio, nella ricerca e nel confronto con gli altri; la fede non è errata in sé, ma può portare all’incapacità di ragionare con la propria testa e di accettare la diversità altrui, inoltre può essere sfruttata per la manipolazione delle masse, com’è evidente nella sua strumentalizzazione da parte delle prime autorità cristiane per prendere il potere.

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Il Cristianesimo secondo Amenàbar

Il Cristianesimo è stata la prima dottrina schierata contro la schiavitù: essendo tutti uguali in quanto figli di Dio, abbiamo il diritto all’uguaglianza sociale e il dovere di amarci reciprocamente. Il risultato di tale affermazione è stata la diffusione a macchia d’olio della nuova religione soprattutto tra gli schiavi e i ceti meno abbienti, che per la prima volta si sentivano considerati e rispettati dalla società; nel film lo schiavo Davo abbandonerà per lo stesso motivo la propria padrona Ipazia, nonostante la stima e l’amore che prova per lei, per vivere in libertà.

Nel conflitto ideologico che costituisce uno dei temi centrali del film Amenàbar evoca la polemica nietzschiana nei confronti del Cristianesimo: sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita (per essere poi trasformata in servitù della gleba nel Medioevo, ma questo è un altro discorso), siamo diventati tutti schiavi nei confronti di una nuova autorità oppressiva, Dio stesso. L’uguaglianza quindi non è un presupposto per perseguire la massima felicità, ma un minimo comune denominatore che annienta la liberta e la diversità di ciascuno e la vita stessa è una forma di schiavitù nei confronti dei Cieli: uno solo Dio sostituisce tutte le divinità, una sola dottrina schiaccia ogni possibile pensiero.

In Agora la contrapposizione tra fede e filosofia si concretizza anche in due differenti scuole di retorica: da una parte troviamo infatti la scuola attica dei filosofi, che privilegia un’esposizione chiara e razionale dei contenuti per condividere con razionalità e chiarezza le proprie opinioni con gli interlocutori, dall’altra la retorica asiana, con cui i cristiani tentano di impressionare emotivamente i fedeli con uno stile “stupefacente”, che nel film è accompagnato anche da falsi miracoli e da insulsi gesti rituali.

La scuola ateniese può essere anche sfruttata per persuadere del falso (i sofisti ne erano maestri), ma nel caso specifico del film gli studiosi se ne avvalgono per condividere le proprie conoscenze e ricercare il vero insieme ai propri colleghi, perseguendo il bene comune; i cristiani invece mirano al predominio e non esitano ad ingannare e offendere pur di riuscire nei propri scopi, ciò è evidente per esempio nella scena in cui camminano sulle braci pur di impressionare le masse e gettano un filosofo tra le fiamme, oppure quando celebrano i funerali di un vescovo tra enfatiche cerimoniosità per commuovere i fedeli raccolti in preghiera. [NB: si tratta di un mio parere personale, mi assumo le responsabilità di quanto ho scritto in questi due paragrafi]

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Un film scomodo per il Vaticano

Agora è stato distribuito nelle sale dei cinema occidentali nel 2009, ma è giunto in Italia con un anno di ritardo, più precisamente il 23 aprile 2010, in seguito alle polemiche scatenate dalla Chiesa.

Dopo che le barbarie dei parabolani, la crudeltà di un vescovo venerato come un santo e le responsabilità della chiesa nella distruzione della meravigliosa cultura pagana furono accolte dalla Cei con un ostile silenzio stampa e qualche commento stizzito tra i membri della commissione, iniziò una lunga serie di polemiche circa la proiezione del filmnella nostra penisola. Sono ancora visibili oline i commenti del popolo di Internet al riguardo, è stata persino indetta una petizione per richiedere la distribuzione in Italia di Agora.

Consapevole delle polemiche che avrebbe suscitato il film si dice lo stesso regista: «Quello che abbiamo raccontato spiega l’autore di Mare dentro è un periodo del cristianesimo mai portato al cinema. Ma il film non vuol essere offensivo nei confronti dei cristiani, piuttosto un forte atto di denuncia contro l’intolleranza. Volevo far vedere che la storia di allora non è così diversa dal nostro presente: certo, il cristiano di oggi non uccide, ma altre forme di estremismo sì». Pensate a proposito, prosegue Amenábar, «che Agora è stato vietato ad Alessandria d’Egitto per timore che potesse scatenare violenze da parte dei musulmani nei confronti della minoranza cristiana. Come vedete la storia si ripete»” (Gabriella Gallozzi, 20.04.2010, “Alejandro Amenábar: Il Vaticano ha nascosto la mia «Ipazia» con una coltre di silenzio”, l’Unità).

E’ inoltre significativo notare come il trailer italiano abbia subito delle modifiche per non affrontare direttamente le tematiche bollenti del film. A questo proposito, vi consigliamo di leggere l’interessante articolo di donnapratica.com:

http://www.donnapratica.com/articoli/2010/04/06/esce-in-italia-il-film-agor%C3%A0-ipazia-ma-il-trailer-italiano-%C3%A8-diverso-dallestero

E’ infine molto triste apprendere che il film è stato censurato nella città di Alessandria perché avrebbe potuto provocare delle aggressioni nei confronti delle minoranze cristiane in cità da parte delle maggioranze islamiche. Mutano le dottrine in conflitto, dunque, ma non le ragioni che inducono gli uomini a massacrarsi a vicenda.

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Un film contro i crimini protocristiani, ma non contro il Cristianesimo

Contrariamente da quanto hanno pensato in molti, Agora non è affatto ostile al messaggio di libertario ed egualitario di Cristo. I veri cristiani credono infatti che gli uomini debbano essere tutti uguali e si aiutano l’un l’altro, poiché ritengono che il miracolo di Cristo sia visibile nello sguardo di chi chiede aiuto.

Il regista dunque non ha nulla contro la dottrina cristiana in sé, ma condanna aspramente ogni situazione in cui il credo di una religione viene elevato a modello unico (immagine) di ciò che dovrebbe pensare e pronunciare l’essere umano, precludendo così il pensiero umano, oppure quando la religione viene strumentalizzata dalle autorità.

Secondo Amenàbar inoltre anche alla cultura pagana spetta una massiccia dose di critiche per non aver mai riconosciuto alcun diritto agli schiavi. La stessa Ipazia non è un esempio di perfezione proprio per l’atteggiamento autoritario e schiavista con cui si rivolge ai suoi servi, pur trattandoli con una considerazione maggiore rispetto a molti altri aristocratici pagani. Il film non è dunque una cieca critica contro i cristiani, ma una costruttiva proposta di riflessioni su tematiche sociali riguardanti avvenimenti che, pur essendosi verificati più di un millennio fa, ci riguardano ancora da vicino.

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Anacronismi

Il regista ha manipolato, forse un po’ brutalmente, le fonti storiche per rendere più accattivante la trama del film. Oltre alle modifiche descritte in precedenza, è singolare notare come Sinesio, ispirato ad un religioso realmente esistito sia stato trasformato in una persona completamente differente dal personaggio storico.

Come si viene a sapere da Encomio alla calvizie, uno scritto di Sinesio di Cirene, il discepolo di Ipazia  era calvo, non dotato della folta criniera dell’attore del film; lo studioso inoltre non era celibe e nemmeno casto, ma era sposato ed era padre di tre figli e non avrebbe potuto trovarsi ad Alessandria nel 415, quando morì Ipazia, poiché morì due anni prima, nel 413. In vita fu un intellettuale tollerante e animato da un convinto spirito filosofico ma non fu mai dogmatico, infatti scrisse in una lettera indirizzata al fratello nel 410: «Non mi stancherò mai di ripetere che il saggio non deve forzare le opinioni degli altri, né lasciarsi forzare nelle proprie».

Altra grave imprecisazione, l’accusa di stregoneria rivolta ad Ipazia: i protocristiani ne combinarono parecchie, ma la caccia alle streghe non aveva ancora avuto inizio, o semplicemente aveva un altro nome.

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Giudizio finale: 8

Ho apprezzato moltissimo questo film poiché ha trattato delle tematiche che mi stanno molto a cuore, tuttavia non gli ho attribuito un voto troppo alto perché avrei preferito che il regista si attenesse maggiormente alle fonti storiche, anche a costo di realizzare un film di nicchia, accessibile soltanto a pochi intellettualoidi. Il film inoltre presenta alcune imperfezioni per quanto riguarda il montaggio e il ritmo della narrazione, troppo lento e non sufficiente armonico per garantire il giusto coinvolgimento emotivo; il regista inoltre non è stato capace di amalgamare correttamente le tre tematiche del film (il filone politico, scientifico e sentimentale), facendo così risultare la narrazione sbrigativa e poco esaustiva in diverse scene del film.

Ciò non significa che non vi sto consigliando di correre in biblioteca a prenotare il dvd di Agora, si tratta di un film che tutti dovrebbero conoscere, soprattutto noi donne.

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Andy Warhol’s Sturdust, la Pop Art approda a Milano

2013-06-12 19.03.20 (2)Dal 4 aprile all’8 settembre il Museo del Novecento di Milano ha dedicato una mostra ad una star: Andy Warhol’s Sturdust, dedicata al celebre artista americano che è diventato un simbolo degli anni ’60, ’70 e ’80 del secolo scorso.

Il titolo della mostra è attraentemente kitsch, proprio come l’inconfondibile stile dell’artista: sturdust, che significa polvere di diamanti, è un riferimento non soltanto ai brillantini che conferiscono un’aura patinata ad alcune delle opere esposte, ma anche alla sua capacità di trasformare una celebrità in un’icona e di confermare la popolarità dei vip già affermati.

Un particolare curioso ed estremamente pop sula realizzazione dell’esposizione è la scelta di appiccicare sulle pareti del museo dei fumetti gialli e rosa (vedi per esempio l’immagine sottostante), riguardanti alcune citazioni dell’artista o curiosità sulle opere esposte. Per i visitatori più intellettuali sono invece disponibili presso il Bookshop dei simpatici libricini, ricchi di illustrazioni a colori e di articoli che riassumono la vita, l’arte e la filosofia di Warhol in poche pagine.

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Un esempio dei fumetti realizzati appositamente per l’esposizione.

UNA CARRELLATA DELLE OPERE IN MOSTRA

[Clicca sul titolo delle opere per visualizzare le immagini!]

La mostra si apre con Flowers del 1970. Avete visto quei quattro fiorellini raffigurati ovunque ed ora sono finalmente davanti ai vostri occhi, in tutte le varianti cromatiche possibili; il risultato è un’orgia di colori che acceca e riempie di allegria. Warhol trasforma uno dei temi più comuni nella storia dell’arte, i fiori, nella meccanica riproduzione di un’immagine a scolo decorativo.. Si noti inoltre come il variare della specie dei fiori sia suggerito dalla scelta cromatica, mentre la fotografia di base del disegno è la stessa per tutte le varianti dell’opera: per l’autore la natura non è diversa dal mondo artificiale dell’essere umano e non esita a rielaborarla in chiave industriale.

Esattamente di fronte si trova invece un assortimento di zuppa Campbell’s del 1969, Andy Warhol ha ritratto un barattolo per ogni gusto in vendita sul mercato. L’artista sceglie come soggetto emblema della società industrializzata un prodotto delle sue fabbriche, un alimento comunemente presente sulle tavole degli americani degli anni Settanta. Per Warhol ogni oggetto può trasformarsi in un capolavoro grazie al magico intervento di un’artista.

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E’ poi il turno di Sunset del 1972, una citazione d’autore: un’enorme sfera colorata su sfondo neutro è infatti un richiamo a Impressioni al tramonto di Monet. Così come il pittore francese dipinse la cattedrale di Rouen in tutte le combinazioni di luce concesse dalla natura, Warhol evoca le diverse ore della giornata modificando i colori dell’opera in ogni variante cromatica possibile. Monet ha faticato dal 1892 al 1894 per realizzare i trentun dipinti della serie della cattedrale, Wharol e i suoi collaboratori della Factory hanno “sfornato” invece i tramonti in catena di montaggio, realizzando una vera e propria industria dell’arte.

La realizzazione di Grapes  del 1979, un evidente reinterpretazione del genere della natura morta, è invece un po’ più sofisticata: le immagini di base dei grappoli d’uva sono infatti differenti tra loro, le sezioni di colori e le scelte cromatiche sono state realizzate con ricercatezza. Le opere sono state inoltre costellate di polvere di diamante per assumere l’aura di un capolavoro prezioso e luccicante.

L’artista vanta la capacità di trasformare in opera d’arte ed in icona della società a lui contemporanea qualsiasi soggetto: nella serie Space Fruits del 1979 delle banali immagini di frutta riscuotono il successo presso il grande pubblico mediante l’intervento di Warhol e dei suoi collaboratori della Factory. Si tratta di una natura morta meno ricercata di Grapes, in cui viene ricreata un’atmosfera più aperta e sospesa.

Secondo Andy Warhol, l’artista nell’età contemporanea ha semplicemente il compito di selezionare le immagini che rappresentano gli idoli della società e confermarli nel loro ruolo di icona, senza necessariamente intervenire sull’opera di propria mano. Per questo motivo Warhol seleziona diverse fotografie di cronaca, indipendentemente dal loro significato per la società, e le ripropone ingigantite nel ruolo di opere d’arte, senza fornire alcun commento della vicenda. Si tratta di un’implicita critica ai media, che spesso trattano gli eventi di cronaca senza fornire al pubblico un commento adeguato. Il Museo del Novecento ospita una gigantografia in bianco e nero di un ignobile evento verificatosi nel corso di una marcia per i diritti degli afroamericani: i poliziotti hanno aizzato i cani contro i manifestanti.

Warhol era noto per la sua straordinaria capacità di individuare le icone della propria società. E’ il caso di Muhammad Ali, un ex pugile statunitense cui venne ritirata la licenza di combattimento per essersi rifiutato di combattere in Vietnam e di aver sostenuto i diritti dei corani con la celebre frase: “Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”. A Milano è possibile ammirare quattro serigrafie del 1978 che Warhol ha dedicato allo sportivo.

Nel 1969 Andy Warhol fonda con gli artisti John Wilcock e Gerard Malanga Interview, una rivista di genere alternativo che si occupa principalmente di celebrità. Alla mostra è possibile ammirare alcune delle copertine più note della rivista.

Andy Warhol ha inoltre realizzato almeno 60 copertine di dischi musicali dal 1949 al 1987. Alla mostra milanese avrete l’occasione di ammirare una riproduzione della leggendaria copertina di The Velvet Underground del 1967, in cui l’adesivo della banana gialla su sfondo bianco poteva essere “sbucciato” rivelando al di sotto una banana color carne; Mick Jagger che addenta una mano sul disco di Love You Live del ’77, un’immagine realizzata mediante una sessione di 24 Polaroid in cui gli Stones cercano di divorarsi a vicenda. Viene inoltre esposta una riproduzione della copertina di Sticky Fingers dei Rolling Stones, caratterizzata da un paio di blue jeans maschili con evidente rigonfiamento e cerniera apribile nella versione originale su LP; all’interno è presente il famoso Tongue & Lip di  John Pasche e la versione più spoglia della copertina col modello (non Mick Jagger, come si credeva all’inizio, ma Joe Dallesandro, un attore dei film di Warhol) vestito solo di mutande. Aprire il disco, insomma, era un po’ come svestire il modello!

Warhol ha una visione radicale del rapporto tra arte e mercato: “Voglio essere un business man dell’arte o un artista del business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante”. Fu così che l’artista americano decise di vendere degli oggetti decorati con delle immagini di sua realizzazione, come per esempio Andy Mouse. Presso il museo del Novecento è possibile ammirare le serigrafie di QUESTA e QUESTA versione dell’ibrido tra l’artista e Mickey Mouse.

Negli anni ’70 Warhol realizza migliaia di ritratti di celebrità. L’artista scattava sessanta Polaroid del soggetto prescelto, ne selezionava quattro per poi mandarne in stampa solo una e, dopo una serie di rielaborazioni grafiche che potrebbero essere paragonati ai moderni ritocchi di Fotoshop, ingrandiva l’immagine ed eseguiva la serigrafia. I soggetti prescelti dall’artista erano vips a lui contemporanei o appartenenti al passato, realmente esistiti o fittizi come lo Zio Tom e Babbo Natale (in questo caso pubblicava delle inserzioni e organizzava dei provini per cercare una persona simile ai personaggi che desiderava ritrarre). Non di rado le serigrafie venivano realizzate su disegni o scatti realizzati da altri, come nel caso di Topolino e di Dracula.

La mostra termina con un ritratto dell’artista ed una delle serigrafie dedicate a Marilyn Monroe, più precisamente quella rosa con ombretto azzurro, realizzate poco dopo la morte dell’attrice e determinanti nella creazione del mito della più nota biondina di Hollywood.

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IL PENSIERO DI ANDY WARHOL

Richard Hamilton disse che “La Pop Art è popolare, effimera, spiritosa, ingegnosa, sexy, giovane”, ma ci sarà pure un pensiero, una filosofia, alla base di tutto ciò? Dopo aver visitato la mostra del Museo del Novecento, ho deciso di approfondire il mondo di Andy Warhol ordinando in biblioteca alcuni suoi libri:

  • Andrea Mecacci, Introduzione a Andy Warhol;
  • Tommaso Cabranca, Andy Warhol era un coatto, vivere e capire il trash;
  • Andy Warhol, La cosa più bella di Firenze è McDonald’s;
  • Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa.

So già che non approverò affatto il pensiero pop, proprio per questo voglio conoscerlo. Per questo motivo tenetevi pronti, miei cari lettori, stanno per arrivare un sacco di nuovi articoli su Andy Warhol, l’artista più spregiudicato degli anni ’60 e ’70!