Eccoci qui, dieci racconti di Dorothy Parker

Eccoci qui è una raccolta dei racconti dell’autrice americana Dorothy Parker, selezionati tra i più graffianti dei suoi scritti, che rivelano spietatamente le contraddizioni della borghesia americana degli anni ’20 e ’30.

Il primo racconto è Composizione in bianco e nero e riguarda l’incontro di una donna con un artista afroamericano. Pur non ritenendosi razzista, la protagonista dimostrerà di avere molto pregiudizi e di essere vittima di luoghi comuni.
Il secondo, Consigli alla piccola Peyton, racconta l’approccio alla vita sentimentale di una donna che non lesina critiche e consigli ad un’adolescente.
Il terzo, intitolato Il meraviglioso vecchio signore, illustra invece la conversazione che avviene tra i parenti di un moribondo in un salotto borghese mentre si attende che, nella sua camera al piano superiore, l’anziano signore esali l’ultimo respiro.
Mr Durant è il racconto di un aborto clandestino di una coppia di amanti costituita da un padre di famiglia e uomo in carriera e una segretaria ventenne.
Una bella bionda è considerato il capolavoro della Parker ed è il riassunto della vita di una bella signora bionda che, terminati gli anni delle sfilate di moda ed abbandonata dal marito alcolizzato, si ritrova a vivere facendosi mantenere da ricchi signori e bevendo nei locali clandestini per il proibizionismo. La protagonista, disperata, tenterà il suicidio proprio come l’autrice.
Che bel quadretto è la storia di una famiglia borghese composta da madre, padre e bambina. Il quadretto famigliare è apparentemente perfetto se non fosse che il padre ha altre idee per la testa.
Il piccolo Curtis racconta i disagi di una ricca famiglia snob che, non riuscendo ad avere degli eredi, ha adottato un bambino che non riesce ad adeguarsi al loro stile di vita.
Che peccato è la storia di un divorzio di una coppia che ha deciso di separarsi perché non ha niente da dirsi.
Cavallina racconta la permanenza di un infermiera mal sopportata dai suoi datori di lavoro a causa della sua faccia da cavalla.
Eccoci qui racconta invece il bisticcio tra due sposini in luna di miele, dovuto al caratteraccio della sposa.

Il narratore dei racconti è onnisciente e si astiene da ogni sorta di giudizio sugli eventi narrati ma il punto di vista dell’autrice, critico nei confronti dell’alta borghesia di cui ella stessa fa parte, trapela dalla scelta degli avvenimenti di cui parlano i racconti. Dorothy Parker è chiaramente contraria all’ipocrita perbenismo della sua società, alla condizione della donna confinata entro le mura domestiche e ai matrimoni tra persone che non si amano più. Alla penna di Dorothy Parker non sfugge nulla e colpisce a fondo con dei racconti che non si dimenticano.

Ho scoperto Dorothy Parker grazie ad un articolo di un giornale femminista che mi ha indotto a correre in biblioteca a prenotare uno dei suoi libri. Come rivela la giornalista all’inizio dell’articolo è molto difficile scrivere una biografia di Dorothy Parker, perciò mi affiderò a chi è riuscito in tale impresa ed eviterò di affrontare l’argomento. Oltre all’articolo di cui vi ho parlato, potete trovare informazioni sul libro e sulla vita di Dorothy Parker qui.

Il prossimo libro che leggerò dell’autrice americana è Uomini che non ho sposato, perciò tenetevi pronti ad una nuova recensione.

 

 

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La commedia dell’arte

Anziché recensire uno spettacolo teatrale, in questo numero parleremo della Commedia dell’Arte, il teatro delle maschere. Il periodo d’oro degli Zanni furono i decenni compresi tra il 1580 e il 1620, ma la Commedia dell’Arte fu una delle principali forme di spettacolo teatrale sino alle innovazioni apportate da Goldoni nel Settecento.

In un’epoca in cui la cultura dominante prevedeva che il teatro si svolgesse all’interno delle corti e fosse riservato ai signori, alcuni attori professionisti itineranti diedero vita ad uno spettacolo basato sull’improvvisazione e che prevedeva come personaggi le maschere che tutti noi conosciamo: gli Zanni, ossia il servo sciocco Arlecchino e il servo furbo Brighella, il vecchio, avaro e scorbutico Pantalone, il dottor Balanzone, Colombina la bella servetta e il Capitano …

La prima traccia accertata di una compagnia della Commedia dell’arte ( detta anche commedia “degli Zanni”, “a soggetto” o “all’improvviso”) è un contratto del 1545, con cui gli artisti della compagnia di ser Maffio Zanini si impegnavano a lavorare insieme per un “anno comico”, vale a dire da fine quaresima al Carnevale dell’anno successivo. La compagnia teatrale era strutturata come una sorta di cooperativa, infatti il profitto veniva ripartito equamente tra i suoi membri.

Gli attori non avevano un Copione, infatti seguivano un Canovaccio, vale a dire una traccia su cui erano abbozzati i tratti generali della storia, e improvvisavano tutto il resto dello spettacolo. Gli artisti recitavano con una maschera di cuoio che lasciava scoperta solamente la mascella e il mento, perciò la recitazione era impostata sulla postura e la mimica anziché sull’espressione del volto. Ogni membro della compagnia si specializzava in una maschera per tutta la vita, imparando e perfezionando nel tempo le battute tipiche, le acrobazie e le gags del personaggio che il pubblico imparava a riconoscere quando un attore diventava famoso.

L’interpretazione a vita di un solo personaggio era possibile per un attore perché le maschere avevano caratteristiche fisse e stereotipate e le trame variavano sempre intorno a pochi temi come la storia d’amore ad intrigo multiplo, l’equivoco, il travestimento e lo scioglimento miracolistico. Nel corso dello spettacolo venivano improvvisati comiche, sberleffi sfacciati e talvolta volgari, gags, mimiche e giochi di parole secondo il repertorio delle maschere in scena.

Essendo eredi di giullari e ciarlatani, i comici erano attori itineranti che si esibivano nelle piazze e nelle fiere su palchi improvvisati. Molti di loro erano letterati e cortigiani transfughi dalla propria corte di origine, pertanto non di rado apparivano in scena artisti acculturati. Siccome vendevano l’arte ad un pubblico anche di bassa estrazione sociale, venivano soprannominati con disprezzo dai dotti teatranti di corte “Commedia degli istrioni mercenari” oppure “Commedia della gazzetta”, che sarebbe il costo del biglietto dello spettacolo.

La Commedia degli Zanni divenne così un teatro irriverente nei confronti della cultura ufficiale e della Chiesa, sebbene si ispirasse sotto molti aspetti alla commedia greca. Un altro fattore di successo fu la presenza delle donne sul palcoscenico, che nonostante gli apprezzamenti del pubblico accrebbe il disappunto della cultura ufficiale e della Chiesa controriformista.

Le maschere sono diventate un’icona culturale del nostro paese e vengono proposti in Italia molti spettacoli al riguardo. Il più famoso di questi è sicuramente “Arlecchino servitore di due padroni”, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano e apprezzato in tutto il mondo soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Arlecchino di Ferruccio Soleri.

Scritto da me per il V numero della rivista Eclettica, la voce dei blogger, nella rubrica Avventure da palcoscenico

Porta Torre di Como

 

Porta torrePorta torre è un’imponente fortezza medioevale che sovrasta Piazza Vittoria a Como, le cui mura cingono la città vecchia. Alta 40 metri, la torre è stata edificata nel 1192 su iniziativa del podestà Uberto de’Olevano per proteggere l’ingresso più importante della città di como.

Anticamente la città era cinta da mura romane, che furono abbattute dai milanesi nella guerra dei dieci anni (1118-1127). Nel 1154 Federico Barbarossa giunse in Italia per combatere contro i milanesi e i comaschi, divenuti suoi alleati, ricostruiscono le mura della città. Più tardi verranno costruite anche la torre di Porta Nuova a ovest e la torre di San Vitale ad est. Verso la fine del ‘700 la città non ebbe più bisogno della protezione delle mura, che vennero parzialmente demolite o fagocitate da giardini signorili.

Porta Torre è uno straordinario esempio di architettura militare di tradizione romanica. Il lato rivolto verso piazza Vittoria ha un aspetto massiccio e impenetrabile, quello rivolto verso la città vecchia invece presenta quattro ordini di arcate che corrispondono ai piani interni, le cui pavimentazioni sono andate distrutte. Sulla sommità delle arcate si trova una piccola finestrella a forma di arco a tutto sesto, oltre la quale si trovava la campana che veniva suonata in caso di pericolo per allertare i cittadini.

Canone inverso, un romanzo di musica

Canone inverso è il secondo romanzo di Paolo Maurensig ed è stato pubblicato nel 1996 da Arnoldo Mondatori Editore. Io ho letto un’edizione economica della Oscar mondatori, sulla cui copertina è riportata una bellissima foto di Paolo Gallo, raffigurante un violino appoggiato ad una parete.

Un musicofilo che ha appena vinto ad un’asta un antico violino Stainer del ‘600 riceve la visita di un individuo disposto a sborsare qualsiasi cifra per lo strumento. Essendogli richieste spiegazioni, il visitatore , un romanziere e musicista, racconta di aver incontrato casualmente un violinista di strada dallo straordinario talento musicale, un artista che avrebbe meritato di essere un concertista di alto livello anziché suonare per pochi spiccioli. Il violinista accetta di raccontare la sua storia e… non dico altro per non spoilerarvi il romanzo e rovinarvi la lettura!

Regina del romanzo è chiaramente la musica e, nel corso della lettura, è possibile scoprire delle citazioni di brani indimenticabili, come per esempio:

  • i Concerti branderburghesi di Bach;
  • la Suite in si minore di Bach;
  • il Concerto per violino e orchestra in mi maggiore di Bach;
  • la Ciaccona di Bach;
  • Scherzo di Paganini;
  • Capriccio di Paganini.

Il titolo del romanzo deriva da un passo del romanzo: “Senza che me ne avvedessi, ciò che aveva trovato il suo supremo compimento nella folgorazione niziale, aveva già cominciato da tempo la sua corsa retrograda, il suo conto alla rovescia, o, se vogliamo usare un termine musicale: il suo canone inverso.”
La struttura dell’opera è molto complessa, infatti sono presenti tre narratori: il musicofilo che acquista il violino racconta di aver incontrato il romanziere e dilettante musicista, il quale a sua volta narra il dialogo con il violinista di strada, durante il quale quest’ultimo racconta la propria storia.

I temi del romanzo sono molteplici, tra i quali citiamo la necessità di conoscere le proprie origini, il nazismo, l’universo degli strumenti a corda, l’amore per una donna, l’adolescenza e la giovinezza.

Il finale a sorpresa sbalordisce il lettore con un esito inaspettato. Maurensig a disseminato nel romanzo numerosi indizi al riguardo, che il lettore può divertirsi a ricercare nel corso di un’eventuale rilettura.

Bisanzio di Francesco Guccini, il significato di questa bellissima canzone

Bisanzio è la prima traccia del Concept-album di Francesco Guccini Metropolis del 1981,che affronta diversi temi seguendo il filo conduttore della “Citta”.

Segue un’analisi del testo della canzone, realizzata dalla sottoscritta (assumo dunque ogni responsabilità per eventuali cialtronerie).

Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vago,
Vespero* non si vede, si è offuscata,
la punta dello stilo si è spezzata.
Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago**?

*Vespero: il pianeta Venere appare due volte nel cielo, dopo il tramonto e nel primo mattino. Gli antichi tuttavia ritenevano che si trattasse di due stelle distinte: Vespero era la stella del tramonto e Lucifero quella del mattino. Pitagora identificò per primo in Vespero e Lucifero il pianeta Venere.

**Mago: i sapienti, soprattutto se in grado di occuparsi di oroscopi, venivano talvolta considerati nell’antichità dei maghi.

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Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio,
ridotto come un cieco a brancicare attorno,
non ho la conoscenza od il coraggio
per fare quest’oroscopo, per divinar responso,
e resto qui a aspettare che ritorni giorno

e devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio.
O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio*.
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando…

*Ho sottovalutato questo nuovo dio: si riferisce al Cristianesimo.

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Me ne andavo l’altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto a Bosphoreion* là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?**

*Bosphoreion: il nome dello stretto…

** azzurro o verde: i tifosi dell’ippodromo di Costantinopoli erano suddivisi in Verdi e Azzurri. Tale verso si riferisce inoltre al fatto che il mare è infinito e insondabile.

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Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto…
ippodromo, bordello e nordici soldati,
Romani e Greci urlate dove siete andati…
Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto*

*Alamanno e in Goto: la popolazione sta diventando sempre più eterogenea con la venuta di barbari. In questo verso, in particolare, si riferisce ai popoli barbari degli Alamanni e degli Ostrogoti.

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Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana*,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà,
di barbari che forse sanno già la verità**,
di filosofi e di etère***, sospesa tra due mondi, e tra due ere…
Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma…

*Imperatore sposo di puttana: si riferisce a Giustiniano, che sposò Teodora. La donna originariamente era un’attrice ed era consuetudine considerare tale professione alla stregua della prostituzione.

**Verità: cioè che l’Impero Romano è destinato a crollare e dunque il mondo cambierà.

***Etere: (in greco antico ἑταίραι) nella società greca antica erano cortigiane e prostitute sofisticate, che oltre a prestazioni sessuali offrivano compagnia e intrattenimento.

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Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto,
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto,
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un’altra notte è andata,
Lucifero* è già sorto, e si alza un po’ di vento,
c’è freddo sulla torre o è l’età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata…
mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento…

*Lucifero: (vedi prima nota in alto)

Il giullare

Oggi torneremo indietro nel tempo sino al Medioevo per raccontare chi era il giullare. Il termine deriva dal provenzale occitano  (vale a dire dalla lingua d’Oc) joglar, a sua volta derivante dal latino iocularis che significa scherzo, gioco, burla.

In un epoca in cui la cultura e il teatro ruotavano intorno alla Chiesa, si sviluppò con una diffusione altrettanto capillare il teatro profano soprattutto ad opera dei giullari, dei professionisti dello spettacolo eredi degli artisti ambulanti dell’Alto Medioevo. Il giullare era infatti un intrattenitore girovago esperto di recitazione, mimica, racconto delle storie, musica, canto di episodi classici o biblici, danza, acrobazie, le arti del saltimbanco, la retorica dei ciarlatani e molto altro ancora.

Il giullare non si esibiva in teatro ma metteva in scena il proprio spettacolo nei luoghi in cui si radunava una gran folla come le piazze, le fiere e le corti dei re durante i banchetti. Non adottava alcuna scenografia salvo, in casi eccezionali, una pedana come palcoscenico e una tenda dotata di aperture come sipario.

Nel Medioevo esistevano codificazioni molto rigide per quanto riguarda l’abbigliamento; si pensi infatti che le prostitute, per essere distinte dalle signore perbene, non potevano coprirsi il capo con un velo e talvolta erano costrette a vestirsi solo di giallo. Il giullare era visto dalla società come un elemento sovversivo e controcorrente da associare al pazzo, all’anormale, al diabolico che rovescia l’ordine comune della società imposto dalla Chiesa. Il suo vestito era dunque altrettanto ghettizzante per essere ben riconoscibile dalla folla: un indumento a strisce verticali bicolore, con campanacci (o l’utilizzo di strumenti a fiato) per preannunciare acusticamente il proprio arrivo come i sonagli dei lebbrosi, anche se in questo caso lo scopo è attirare l’attenzione della folla anziché allontanarla. Spesso indossava un cappello con dei campanelli e portava degli oggetti strani alla cintura; i capelli erano rasati e non portava la barba. Spess effettuava delle manifestazioni di nudità nel corso degli spettacoli.

Gli spettacoli del giullare costituivano il sovvertimento delle leggi sacre dell’ordine sociale, perciò era ritenuto una minaccia dalla Chiesa. Il giullare infatti offriva al suo pubblico un “canale di sfogo” del pensiero, un’opportunità di evasione dalle regole della gerarchia dei re e del potere ecclesiastico. Spesso venivano messe in scena improvvisazioni o pantomime intorno alla vita quotidiana, all’amore, al sesso, al cibo, alla beffa contro la cultura dominante, oppure un carnevalesco “mondo alla rovescia” per sfogare e esorcizzare le fatiche del vivere quotidiano mediante la risata liberatoria.

Talvolta i giullari erano dei dotti, infatti erano in grado di utilizzare forme metriche come l’ottava, lo strabotto e le ballate, si destreggiavano in generi letterari e temi differenti. Tra i temi più diffusi troviamo il contrasto, l’alba (l’addio degli innamorati al sorgere del sole), la serenata alla donna amata, il lamento della malmaritata. La loro arte è quasi sempre anonima sia sul piano anagrafico, vale a dire che non si consce la paternità di molti poemi, sia sul piano culturale. Spesso adottavano delle forme convenzionali e ripetitive poiché lo spettacolo si basava essenzialmente sull’invenzione, la battuta ad effetto o la trovata brillante e improvvisa.

Sin dal Basso Medioevo si era soliti distinguere i giullare che lavoravano stabilmente presso una corte di un re, talvolta accompagnando le poesie dei trovatori, e quelli girovaghi, che si esibivano nelle taverne e nelle piazze. Venivano inoltre distinti i giullari che raccontavano in qualità di cantastorie le storie dei santi e dei cristiani virtuosi da quelli adusi alla nudità, al contorsionismo (considerato un peccato in quanto violava le leggi di Dio) e alla volgarità.

Dal XII secolo la figura del giullare assunse anche connotazioni diverse: alcuni di questi artisti si posero stabilmente al servizio di un signore e divennero intrattenitori e musici di corte.

 

I bomabardamenti della Seconda Guerra Mondiale: saggio e testimonianze

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 Galleria Vittorio Emanuele bombardata a Milano

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Le ultime generazioni non conoscono l’orrore della guerra e possono solamente appellarsi alle cronache del passato e ai ricordi dei testimoni diretti per apprendere cosa è accaduto dal 1939 al 1945. E’ necessario precisare che, per quanto riguarda le testimonianze dirette, i combattenti in vita sono ormai sempre e meno, mentre sopravvivono ancora e si lasciano intervistare coloro che hanno vissuto la guerra da bambini. E’ anche attraverso i ricordi di tali ragazzi diventati ormai nonni che riscopriremo come la grande storia abbia influenzato la piccola storia, come la guerra abbia devastato la vita quotidiana pur senza privarli dell’incessante voglia di giocare tipica di quell’età. I bambini non conoscevano la guerriglia poiché erano chiaramente troppo piccoli per imbracciare un fucile ed unirsi alla resistenza, però hanno conosciuto la devastazione dei bombardamenti.

 

Bombardamenti strategici e bombardamenti a tappeto.

Esistono due tipologie di bombardamenti, quelli strategici e quelli a tappeto. Un bombardamento aereo viene considerato strategico quando non è direttamente collegato ai combattimenti a terra e mira essenzialmente a a colpire la potenza militare avversaria, distruggendo un obiettivo preciso che può essere per esempio il magazzino dei mezzi materiali necessari ai militari, un centro di comando o altri obiettivi militari

Il bombardamento a tappeto, detto anche d’area o di saturazione, è una tecnica di bombardamento aereo che non mira ad obiettivi precisi, ma colpice in modo indiscriminato vaste aree urbane nemiche, in modo tale da abbattere il morale della popolazione, fiaccarne la resistenza e distruggere le loro risorse (impianti industriali, linee di comunicazione, infrastrutture, centri logistici …). Tale tecnica di combattimento è stata adottata soprattutto dai tedeschi, ma anche da inglesi e americani. Durante i bombardamenti a tappetto grosse squadre di bombardieri riveravano bombe a caduta libera sul territorio nemico, spesso con un elevato rapporto di ordigni incendiari come termite, napalm o fosforo bianco. Spesso venivano lanciate bombe ritardate o a tempo, con lo scopo di uccidere i pompieri impegnati nei soccorsi o che spegnevano gli incendi. Un tempo il bombardamento a tappeto richiedeva l’impiego di centinaia di bombardieri, oggi invece un solo missile può produrre il medesimo effetto distruttivo, lo stesso vale per un bombardiere pesante, che pul rilasciare numerose bombe piccole e leggere.

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Il bombardamento di Milano

Nel 1940 Milano era ritenuta dagli Inglesi un importante obiettivo militare poiché era una delle più importanti città industriali a livello europeo e uno dei vertici del triangolo industriale con Torino e Genova. Prima ancora dello scoppio del conflitto, il servizio di informazioni industriali inglese aveva cercato notizie dettagliate e segnato i punti strategici più importanti sulle mappe di Milano e della Brianza. Gli obiettivi degli inglesi erano per lo più di tipo industriale: la Alfa Romeo, la Edoardo Bianchi, le Officine Galileo, la Magneti Marelli, le officine Borletti, la Tecnomasio Italiana Brown Boveri, la Pirelli, la Isotta Fraschini, la Breda, la Caproni, l’Ansaldo e, ma non ultima, la Falk acciaierie. La città era inoltre un importante nodo ferroviario con numerosi scali merci.

Per quanto riguarda i bombardamenti a tappeto, avevano tracciato dei centri concentrici su una mappa, al centro dei quali si trovavano i navigli, la zona di Milano più vulnerabile in caso di intenso attacco aereo non solo poiché era il più intensamente abitato, ma anche perché le costruzioni erano molto vicine l’una all’altra e le strade erano molto strette: le condizioni erano propizie per lo scoppio e il propagarsi di un incendio. I rapporti spionistici però avvertivano che il materiale impiegato per la costruzione degli edifici, mattone e cemento, ostacolavano lo scopiio di un incendio; non si videro mai infatti in Italia i grandi incendi che distrussero le case tedesche costruite con materiali in legno.

La difesa di Milano era inizialmente nelle mani della quinta legione della “La Viscontea), della Milizia Di.ca.t (Difesa contraerea territoriale, composta in totale da 9000 uomini dislocati ia in città ia nelle campagne circostanti. Il loro compito era quello di mitragliare gli aerei nemici da postazioni strategiche, come per esempio sul tetto di una fabbrica di grandi dimensioni, sul quale erano state montate delle batterie antiaeree. Il loro ruolo fu un disastro, così vennero impiegati nel 1942 i Flakartillerie, dipendenti della Luftwaffe

Dopo l’ottobre 1942 affluirono in Italia alcuni reparti della Flakartillerie tedesca, dipendenti dalla Luftwaffe, per dar man forte alla Dicat, la cui abilità nel difendere i cieli si era rivelata assai scarsa, tanto da non essere quasi temuta dai bombardieri. Le batterie tedesche furono situate nei pressi di quelle italiane, al fine di sfruttarne i già stabiliti collegamenti per le comunicazioni. Dopo l’armistizio, essendo stata sciolta la Dicat, la difesa dei cieli spettò esclusivamente alla Flak tedesca, che venne potenziata per l’occasione sfruttando il personale italiano della Repubblica Sociale Italiana. Oltre alla difesa organizzata da terra, erano sempre pronti a staccarsi in volo i caccia della Regia Aeronautica.
Gli uomini della UNPA (unione nazionale protezione antiaerea) e i Capifabbricato erano l’ultimo anello dell’organizzazione difensiva: avendo attribuito un’unità per ogni palazzo, garantivano l’efficacia dei rifugi antiaerei, delle uscite di sicurezza, degli idranti, dell’oscuramento dei palazzi e dei mezzi di trasporto. Ai cittadini era infatti richiesto ricoprire i vetri delle finestre con carta azzurra per impedire che gli aerei potessero vedere le luci utilizzate all’interno. Anche i mezzi di trasporto pubblici e privati avevano i parafanghi tinti di bianco fatta eccezione per una piccola fessura per la proiezione della luce.

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ALcuni ciclisti osservano un palazzo milanese distrutto.

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L’organizzazione dell’attacco

Degli aerei detti “pathfinder”, segnatrada in inglese, lanciavano dei luminosissimi bengala (dispositivi d’illuminazione d’acciaio con il paracadute) per mostrare la rotta e gli obiettivi ai bombardieri, che colpivano di solito a mezzanotte. I bombardieri inglesi che hanno colpito Milano infatti decollavano dalle loro basi nel sud dell’Inghilterra verso l’ora di cena, attraversavano la Francia occupata dai Nazisti e le Alpi per raggiungere i loro obiettivi.

Dal 1993 gli aerei dell’USAAF attaccavano invece durante le ore di luce per colpire più facilmente gli obiettivi e nonostante corressero maggiori rischi di venire abbattuti. Tali aerei decollavano dalla Puglia, dal mar Adriarico e dalla Romagna. Sganciate le bombe, durante il ritorno potevano sfruttare l’agilità per colpire liberamente tutto ciò che poteva essere un bersaglio utile da distruggere, come un treno in corsa.

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La popolazione bombardata

La popolazione veniva avvertita del bombardamento incombente mediante il suono di una sirena con circa trenta minuti di anticipo sull’attacco, cui seguiva un secondo allarme pochi minuti prima dello sgancio delle prime bombe. Solitamente i cittadini avevano dunque il tempo per raggiungere le cantine rifugio o i rifugi collettivi più vicini. I portinai degli stabili avevano inoltre il compito, durante gli attacchi, di spalancare i portoni, per permettere ai passati sorpresi dall’incursione di ripararsi dentro gli androni.

 

Le testimonianze

Il nostro passato non è costituito soltanto dai fatti della Grande Storia, ma anche dalle esperienze quotidiane delle singole persone. Per descrivere quegli anni di sofferenza ho deciso di intervistare i miei nonni materni e paterni, che all’epoca dei combattimenti erano poco più che bambini.

Mia nonna materna non ha nulla da raccontare: è cresciuta in un paesino della Brianza troppo piccolo per rientrare tra gli obiettivi dei bombardieri, può soltanto descrivere il terrore che prova quando lei e la sua famiglia avvistavano gli aerei diretti su Milano e le preghiere recitate per chiedere al Signore di far procedere gli aerei verso un’altra direzione. Gli anni della guerra sono stati un periodo di povertà e di fame (vi era una grande carenza di generi alimentari), ma la sofferenza più dura è stata patita dai miei nonni paterni, che vivevano ad Alessandria.

I miei nonni paterni vivevano ad Alessandria, capoluogo di provincia piemontese, che era un obiettivo sensibile e pertanto più volte colpito dai bombardamenti, hanno invece rilasciato una breve intervista.

Valivi: Nonno, potresti parlarmi di ciò che ti ricordi della Seconda Guerra Mondiale?

Nonno: Certamente.

Valivi: Sono stati anni duri, vero?

Nonno: Nel periodo dal 1944 all’aprile del 1945 la popolazione civile era atterrita da grandi pericoli e penose privazioni, generi alimentari in particolare.

Valivi: Hai vissuto anche tu l’oscuramento?

Nonno: Sì. Nessuna luce illuminava i vicoli, le vie, le piazze. Durante l’inverno alle tenebre spesso si aggiungeva pure una fitta nebbia. […] Buio totale, assoluto, ovunque.

Valivi: Cosa accadeva quando suonava l’allarme?

Nonno: Le sirene suonavano di notte e di giorno anche più volte durante l’intera giornata, era un suono lugubre e prolungato. […] Tutti correvano nei rifugi, purtroppo insicuri perchè si trattava, di solito, delle cantine delle stesse case.

Valivi: Come si svolgeva la vostra fuga?

Nonno: Di notte, soprattutto d’inverno, era molto penoso essere brutalmente svegliati, in fretta e furia infagottati nelle coperte e di corsa, affannosamente, condotti nei gelidi sotterranei. […] Ma non sempre arrivavano gli aereoplani, oppure i veicoli si limitavano a transitare.

Valivi: E tu, nonna, dov’eri in quel periodo?

Nonna: io e i miei famigliari vivevamo in una cascina situata su un’alta collina, in un villaggio denominato San Salvatore Monferrato.

Valivi: come mai?

Nonna: Eravamo stati sfollati per sfuggire ai bombardamenti aerei che colpivano Alessandria.

Valivi: anche voi fuggivate al suono della sirena?

Nonna: Nel paese non risuonavano le sirene d’allarme, spesso però sentivo, di giorno e di notte, i cupi e grevi rombi degli aerei, sempre numerosi, che passavano. […] Dopo i bombardamenti di Alessandria scorgevo, invece, con terrore, le molte colonne di fumo, ora nero, ora biancastro, alzarsi dalla città: provenivano dagli edifici distrutti dalle bombe.

Valivi: Ma prendevate comunque qualche precauzione?

Nonna: Sì, ci riparavamo nei rifugi, per lo più delle cantine, o nella stanza che appariva più oscurata.

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Abitazioni milanesi distrutte dai bombardamenti

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Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_strategici_durante_la_seconda_guerra_mondiale

http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamento_a_tappeto#Bombardamento_di_Coventry

http://www.storiadimilano.it/Repertori/bombardamenti.htm