Il francese fai-da-te

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Scoprire di voler studiare il francese a 22 anni è un po’ problematico: le energie cerebrali principali vanno necessariamente destinate all’università e al lavoro, il poco tempo libero a disposizione è riservato agli amici e le lezioni private sono un po’ troppo costose. Eppure studiare il francese si può!

Ecco alcuni consigli da seguire per studiare il francese spendendo poco e senza perdere troppo tempo:

  1. Comprare un libro delle superiori. Se non ne possedete già uno, potete chiederlo in prestito ad amici e fratelli, oppure acquistarlo usato in una libreria specializzata. Scegliete un libro che:
    – Contenga tutta la grammatica francese in un solo volume, senza suddividerla in tanti tomi quanti sono gli anni di studi per contenere i costi;
    – Non sia soltanto un eserciziario, ma contenga anche delle schede di grammatica di immediata comprensione;
    – Contenga le tavole della coniugazione dei verbi, i numeri ordinali e cardinali, ecc… Insomma, tutti i casi particolari e le stranezze francese devono essere schematizzate per bene.
  2. Ascoltare tanta musica francese e imparare a memoria i testi delle canzoni.  Ecco alcune delle mie preferite:


  3. Cercare un amico francese o francofono con cui conversare e intrattenere una corrispondenza. 
    Grazie ad Internet oggi è facilissimo trovare un amico di penna, esistono infatti un sacco di siti appositi come www.interpals.net;
  4. Frequentare abitualmente siti internet dedicati all’universo francofono, come i seguenti:
    http://www.linguafrancese.it/ ;
    http://francais.altervista.org/ ;
    http://www.lefrancaispourtous.com/
  5. Leggere libricini in francese. Sono assolutamente sconsigliati i libri per bambini perché sono di una noia mortale, sono invece più utili e divertenti le riduzioni dei grandi classici, soprattutto quelle che contengono degli esercizi, oppure le raccolte di novelle e racconti. In ogni caso, vi consiglio alcuni titoli interessanti:
    – I romanzi di Pennac;
    Le petit Prince, Antoine de Saint-Exupéry;
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    – Vivre fatigue et autres nouvelles, Jean-Claude Izzo;
    Le mouron Rouge Un chevalier insaissable, Baronne Orczy, CIDEB (edizione scolastica);
    Le fantome de l’opera, Gaston Leroux, CIDEB (edizione scolastica)
    Le tour du monde en 80 jours, Jules Verne, CIDEB (edizione scolastica).
  6. Leggere siti web in francese, dedicati agli argomenti che più preferite.

Non mi resta che augurarvi buono studio!

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Les hiboux, una filastrocca in francese

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Ce sont les mères des hiboux
Qui désiraient chercher les poux
De leurs enfants, leurs petits choux,
En les tenant sur les genoux.

Leurs yeux d’or valent des bijoux
Leur bec est dur comme cailloux,
Ils sont doux comme des joujoux,
Mais aux hiboux point de genoux!

Votre histoire se passait où?
Chez les Zoulous? Les Andalous?
Ou dans la cabane bambou?
A Moscou? Ou à Tombouctou?

En Anjou ou dans le Poitou?
Au Pérou ou chez les Mandchous?
Hou! Hou!
Pas du tout, c’était chez les fous.

Robert Desnos, Domaine public, Gallimard

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Questa simpatica filastrocca di Robert Desnos in quattro quartine di ottonari viene imparata a memoria dai bambini francofoni che devono studiare i plurali dei nomi francesi, ma anche dalle ragazze un po’ più grandi come me, che sono in procinto di sostenere l’esame di seconda lingua francese.

La singolarità della canzone è che nelle prime due strofe le ultime parole di ogni verso, quelle che costituiscono la rima baciata, sono dei mots irregolari: il loro plurale infatti non si costruisce aggiungendo una -s come accade per tutte le parole che terminano in -ou, ma sostituendo a quest’ultimo il suffisso (o desinenza? Dovrei fare un ripasso di grammatica italiana) -yeux. Nelle ultime due strofe invece troviamo diversi nomi e aggettivi regolari che terminano in -ou.
Il verso finale (Pas du tout, c’était chez les fous. No, era ambientata tra i pazzi) avverte i bambini che la strana desinenza del plurale dei primi due versi non è un’usanza di qualche paese lontano, ma un’irregolarità “da pazzi”, di quelle che soltanto i francesi sanno inventare per complicarsi la vita.

Vi propongo ora una mia personale traduzione della filastrocca, ma prima devo avvertirvi di non prendere per oro colato quello che scriverò perché studio francese soltanto da qualche mese.

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Ci sono le madri dei gufi
che desideravano cercare i pidocchi
dei loro cuccioli (lett. bambini), i loro pupilli (lett. cocchi di mamma)
e li tengono sulle ginocchia

I loro occhi d’oro valgono come gioielli
il loro becco è duro come sassi,
sono morbidi come giocattoli,
ma ai gufi spuntano le ginocchia.

Dove si svolgeva la vostra storia?
Tra gli zulù? Tra gli andalusi?
O nella capanna di bambù?
A Mosca o a Timbuctu?

In Angiò o nel Poitou? (due province francesi)
In Perù o nella Manciuria?
(lett. tra i manciuriani)
Yoo-hoo!
No, si svolgeva
[era] tra i matti.

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Immagini tratte da weheartit.com

Di ladri gentiluomini e di Anarchia: tutto quello che non sapete su Arsenio Lupin

Salout, mes amis!

In occasione di un esame di seconda lingua, ho acquistato alcuni libricini in francese per ragazzini dedicati ad Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo protagonista delle novelle di Maurice Leblanc. Siccome si tratta di un soggetto veramente affascinante ho deciso di dedicare una ricerca al ladro gentiluomo e al personaggio storico cui si ispira, il ladro e politicante anarchico Alexandre Marius Jacob, uno per il quale “rubare ai ricchi per dare ai poveri” non è soltanto un tema avvincente per un romanzo storico come il Robin Hood di Dumas padre.

Prima di proseguire nella lettura vi prego di tenere presente che questo articolo non consiste in alcun modo in una dichiarazione di opinioni o ideologie politiche da parte della sottoscritta, che preferisce non esporre pubblicamente su internet la propria vita privata. Sono semplicemente una ragazza cui piace porsi degli interrogativi ed esplorare il mondo, il fatto che le mie letture mi abbiano portato ad incontrare l’affascinante personaggio di Alexandre Marius Jacob non significa che senta la necessità di condividere con voi le mie opinioni politiche.

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Vi presento Arsenio Lupin, il principe dei ladri

Se in Inghilterra vanno tutti pazzi per Sherlock Holmes, il detective in pipa e berretto scozzese, i francesi invece preferiscono un personaggio altrettanto astuto, ma che nella sfida tra guardie e ladri gioca dall’altra parte della barricata. Arsenio Lupin è un raffinato furfante in frac, tuba, monolente, mantello e sofisticatissimo sense of humour alla francese che ruba i ricchi per dare ai poveri, trasformandosi in un vera e propria icona della belle époque.

Wikipedia (l’autorevolissima fonte cui mi sono appoggiata per scrivere questo articolo) descrive Lupin come un uomo di mondo moderatamente amante del vizio infatti il denaro e il lusso, l’arte e il gioco, il rischio e le belle donne sono pane per i suoi denti. Per quanto riguarda il furto Lupin riesce sempre ad essere un passo avanti agli investigatori grazie ad astuzia, cultura e ad un’intelligenza fuori dalla norma, che gli consentono di essere il numero uno senza ricorrere alla violenza.

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La vita di Maurice Leblanc in due righe (per non annoiarvi troppo)

Mamma e papà Leblanc avrebbero preferito che il figlio diventasse avvocato ma il giovane Maurice era di tutt’altra scorza, così questi abbandonò la natia Rouen e la facoltà di giurisprudenza per trasferirsi a Parigi e diventare uno scrittore di racconti gialli. Leblanc scrisse novelle e storie brevi per svariati periodici spirandosi a grandi scrittori francesi come Gustave Flaubert e Guy de Maupassant, ma inizialmente non ebbe successo; le sorti della sua carriera mutarono proprio grazie ad Arsenio Lupin, che comparve per la prima volta nel 1905 in una novella pubblicata dalla rivista Je sais tout e riscosse immediatamente il favore del pubblico.

Il ladro gentiluomo divenne così popolare che Leblanc impostò la propria carriera esclusivamente su di lui e, nel 1921, Lupin gli permise persino di ottenere la Legion d’Onore. Leblanc scrisse opere dedicate al genio del crimine di sua invenzione sino agli anni Trenta per un totale di 57 volumi; morì nel 1941 a Perpignan ma, nel 1947, le sue spoglie furono trasferite nel cimitero di Montparnasse.

Per quanto riguarda la vita privata, sappiamo che Leblanc si sposò due volte ed ebbe due figli. Si interessò alla politica e fu uno dei primi a possedere una bicicletta.

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Lupin in un’immagine tratta da cafleurebon.com

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Le fonti d’ispirazione

E’ probabile che Leblanc trasse l’ispirazione per Lupin proprio da Sherlock Holmes ma, a differenza da Sir Arthur Conan Doyle, non tentò mai di realizzare opere letterarie più impegnative delle novelle di intrattenimento con cui aveva intrapreso la sua carriera di scrittore.

All’epoca in cui venne scritta la prima novella dedicata a Lupin, Alexandre Marius Jacob era uno dei soggetti più popolari della cronaca francese e Leblanc aveva sentito parlare delle sue incredibili peripezie criminali, al punto da decidere di affrontare per la prima volta la stesura di racconti brevi a tematica criminale dalla parte degli antagonisti.

Leblanc tuttavia modificò profondamente il personaggio per adattarlo ai gusti del pubblico letterario dell’epoca e eliminò ogni elemento riconducibile all’anarchia; Lupin inoltre era certamente un filantropo, ma aveva evidenti tendenze patriottiche e non mise mai in discussione l’ordine sociale.

Per il nome del ladro gentiluomo Leblanc potrebbe essersi ispirato a Monsieur Lopin, un consigliere municipale di Parigi che ebbe dei problemi con la giustizia. Il disonesto funzionario pubblico si lamentò della presunta coincidenza, così Leblanc modificò il nome del suo personaggio in Lupin.

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Ed eccoci finalmente a parlare di Anarchia

Alexandre Marius Jacob nacque a Marsiglia nel 1879 e la sua vita fu molto più avventurosa e incredibile di quella di Arsenio Lupin proprio perché non stiamo parlando di un personaggio di fantasia.

Il giovane Jacob scopre di essere maledettamente portato per una vita dedita al rischio quando, a soli 11 anni, lascia Marsiglia per imbarcarsi come mozzo sulla nave Thibet seguendo le orme del padre marinaio (secondo altre fonti, era invece un panettiere alcolizzato). A 13 anni si imbarca su una nave differente che lo porterà a Sidney, dove soggiornerà per un breve periodo e imparerà l’arte del furto. Avendo deciso di riprendere la via del mare, si reimbarca su una baleniera che presto si rivelò un vascello pirata ricercato dalle autorità militari; il giovane Jacob riesce a fuggire e a ritornare a Marsiglia, dove viene arrestato per diserzione; la sua tenera età gli permise di ottenere la scarcerazione.

I suoi viaggi in mare gli permisero di esplorare le coste dell’Africa e dell’Asia fino al Pacifico e di conoscere i piaceri del sesso grazie ad alcune gentili passeggere; Jacob subì purtroppo anche le sgradite attenzioni di alcuni colleghi marinai. Affetto dalle febbri contratte nel suo lungo pellegrinare, decise di lasciare per sempre il mestiere del marinaio. In seguito avrebbe commentato la sua rocambolesca esperienza in mare tra pirati, furfanti e criminalità con queste parole: – Ho visto il mondo e non era bello -.

Jacob aveva sedici anni e aveva vissuto molte più esperienze di qualunque altro suo coetaneo marsigliese quando fece ritorno alla città natale in compagnia di un giovane amico anarchico che lo iniziò alla bandiera nera. Fu proprio in questo periodo che iniziò a scoprire Proudhon, Bakunin, Kropotkin e il giornale anarchico marsigliese L’Agitateur e a frequentare alcuni circoli anarchici e operai francesi. Accusato forse ingiustamente di detenzione di materiale esplosivo, Jacob venne incarcerato nuovamente e condannato a sei mesi di prigionia.

A 20 anni Jacob era un anarchico convinto e un pregiudicato, decise dunque di combattere l’ordine sociale istituito dalle classi più abbienti attraverso l’arte imparata anni prima a Sidney, il furto, per restituire ai poveri ciò di cui i ricchi li avevano derubati mediante la proprietà privata ed il capitalismo (ma naturalmente Jaco utilizzò la refurtiva anche per il proprio interesse personale), preferendo “essere un ladro piuttosto che un derubato”. Con alcuni compagni fonda il gruppo anarchico illegalista Les travailleurs de la nuit, I lavoratori della notte.

I lavoratori della notte avevano uno scopo ben preciso: derubare i ricchi “parassiti sociali” (come i preti, i magistrati e i militari, ma anche nobili, capitalisti e sfruttatori delle classi lavoratrici) per finanziare le associazioni anarchiche e operaie, fare beneficenza e per il sostentamento dei membri dell’organizzazione che, pur guadagnando grandi quantità di denaro grazie alle attività criminali, mantenevano un tenore di vita volutamente proletario. Nonostante ciò, l’associazione adottò criteri di efficienza tipici di un’impresa capitalistica e Jacob offrì persino la propria consulenza ai famosi assicuratori Lloyd’s di Londra in qualità di esperto di furti con scasso. Tra il 1900 e il 1903 la famigerata banda commise più di 150 reati e divenne molto popolare, riscuotendo la simpatia dei ceti meno abbienti e della stampa.

Jacob fu uno dei ladri più carismatici ed originali d’Europa e dimostrò di essere un genio dello scasso poiché ideò nuove tecniche nel mestiere del furto che ebbero poi molti seguaci. Fu un esperto nell’arte della recitazione e del travestimento (era solito travestirsi da preti, inscenare attacchi di epilessia o messe in scena di qualsiasi altra sorta per distrarre la folla), lo studio scientifico nella pianificazione dei furti, le esercitazioni pratiche su ogni genere di cassaforte, l’utilizzo di attrezzature estremamente sofisticate, l’impiego di un rospo come palo in quanto aveva notato che questi anfibi smettevano di gracidare in presenza di estranei.

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Jigen, il fidato amico di lupin

Come il personaggio letterario, Jacob era solito lasciare messaggi sarcastici sulla scena del crimine firmandoli con lo pseudonimo Attila; nel 1902 per esempio, dopo aver rubato in una chiesa, lasciò nel tabernacolo vuoto un biglietto con scritto -Oh Dio onnipotente, cerca il tuo calice-. Jacob nutriva profondo rispetto per i ricchi che svolgevano un’attività utile per la società come i medici e gli inttelletuali; accortosi di stare derubando l’abitazione di Pierre Loti nel corso di un’incursione in un’abitazione di Rochefort, Jacob decise di abbandonare l’impresa senza rubare nulla per amore della letteratura.

Le sue molteplici evasioni dal carcere furono mirabolanti e ingegnose tanto quanto i suoi furti e si protrassero ben oltre i primi del secolo, quando venne alla luce il personaggio di Lupin. Nel 1900 Jacob finì in prigione per la seconda volta condannato a 5 anni e, riuscito a farsi rinchiudere in un manicomio fingendosi uno squilibrato, evase con l’aiuto di un infermiere anarchico. Riprese le proprie attività criminali e intraprese la carriera di attore in una compagnia teatrale.

Nel 1903 viene nuovamente incarcerato nel corso di un furto: dopo aver avuto la meglio in una sparatoria contro due poliziotti (uno dei quali restò ucciso) insieme ad un paio di scagnozzi, venne riconosciuto e segnalato alla giustizia proprio per uno degli operai per cui lottava. Sconsolato dichiarò in seguito: -E’ la mia Waterloo-. Venne arrestato insieme ad un complice che portava con sé un foglietto con l’indirizzo parigino della banda, permettendo così di incarcerare l’intero gruppo e di processarlo in blocco nel 1905.

I 23 imputati vennero processati ad Amiens con il presidio in forze della polizia e dell’esercito, dopo che la stamba finanziata dalle loro attività illegali li ebbe esaltati ed ebbe minacciato i giurati. Il clima del processo non fu dissimile da quello con cui si svolsero i processi alle Brigate Rosse, venne persino ritrovato il corpo di una pentita al termine dell’istruttoria. Jacob affrontò la giustizia con ironia e tenacia, recitando un discorso che rispecchia perfettamente la natura di questo singolare personaggio.

Vi consiglio di leggerlo su Anarcopedia.

La pena inizialmente fu l’ergastolo ma, dopo svariati tentativi di evasione, Jacob venne condannato a scontare vent’anni di lavori forzati nella Guyana Francese con l’anarchico Felix Bour (se siete dei francofoni più esperti di me, potete leggere la sua biografia qui), ove visse anni di stenti per le estenuanti attività svolte all’interno della prigione e per il clima insalubre; fu l’unico sopravvissuto tra i membri dei Travailleurs de la Nuit. In questo periodo mantenne una fitta corrispondenza con la madre Marie e la compagna Rose e tentò ben 17 volte di evadere; nel 1925 riuscì a tornare in Francia grazie ad una campagna di stampa in suo favore.

Non capisco una parola di quello che dicono in questo video, ma sembra una cosa molto intellettualoide e fichissima…

Pur non rinunciando all’ideologia anarchica (continuerà infatti a partecipare attivamente alle attività svolte presto la sede del giornale Le Libertaire e intraprendendo persino un viaggio a Barcellona per partecipare alla difficile situazione politica dell’epoca), Jacob rinuncerà al furto per dedicarsi all’attività di venditore ambulante a Reuilly. Nel 1939 sposa la nuova compagna Paulete e trasforma la sua casa in un luogo di incontro per libertari. Alla morte della madre e della moglie, Jacob pubblicherà un libro di memorie e i compagni diventeranno per lui un saldo punto di riferimento e non smetterà mai di credere nelle proprie idee e di affrontare la vita con il suo caratteristico sense of humour. La sua lotta contro il sistema non cessò nonostante la tarda età, come dimostrò questa interessante lettera da lui indirizzata ad un dipendente statale

Jacob aveva 75 anni quando, nel 1954, decise di togliersi la vita prima di perdere le forze per la vecchiaia, così si iniettò una dose letale di morfina nel corso di una festa da lui organizzata e morì serenamente con l’adorato cane Negro, cui inflisse il medesimo trattamento. Si congedò dal mondo con questo scritto:

«Ho vissuto un’esperienza piena di avventure e sventure, mi considero soddisfatto del mio destino. Dunque, voglio andarmene senza disperazione, il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore. Voi siete troppo giovani per apprezzare il piacere di andarsene in buona salute, facendo un ultimo sberleffo a tutti gli acciacchi e le malattie che arrivano con la vecchiaia. Ho vissuto. Adesso posso morire.

p.s Vi lascio qui due litri di vino rosato. Brindate alla vostra salute.»

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Finalmente mi degno di citare le fonti

Non sono particolarmente soddisfatta di questo post perché il materiale raccolto non è stato rielaborato in chiave personale. Per farmi perdonare, cari lettori, mi degnerò di citare per la prima volta in vita mia le fonti che mi hanno permesso di apprendere tutte le interessanti informazioni che avete appena letto.

– Mamma  Wikipedia per le biografie di Leblanc e Jacob, oltre che per raccogliere tutte le informazioni relative al personaggio letterario;

– Nel sito del Corriere della Sera ho trovato un breve ma esaustivo articolo sulla vita di Jacob;

Anarcopedia, per la biografia di Jacob che vi ho linkato sopra;

Toasa.net, che offre una summa dei punti salienti della vita di Jacob;

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Un piccolo test per concludere in bellezza

Per i nostalgici del caro vecchio cartone animato di Lupin, coniglio invece di visitare questo sito che, pur non centrando assolutamente nulla con gli argomenti trattati in questo post, offre la possibilità di scoprire alcune curiosità sui personaggi della serie e di partecipare ad un divertentissimo test. Nonostante avessi sempre simpatizzato per Jigen, sono risultata essere la bella Fujiko… e voi che personaggio siete?

I sospiri della cortigiana: Violetta Valéry in chiave pop

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Che cos’hanno in comune Frankenstein Junior, una delle più famose Drag Queen del cinema e la pubblicità della Nissan Qashqai?

Per rispondere bisogna tornare indietro nel tempo, all’epoca in cui Dumas Figlio aveva sbaragliato i lettori d’Occidente con La signora delle Camelie e in cui Verdi difendeva con ostinata passione la propria relazione extraconiugale con l’ex cantante d’opera Giuseppina Strepponi. Era il 6 marzo 1853 e, presso La Fenice di Venezia, andava in scena per la prima volta La Traviata, la tragica storia di Violetta Valéry (una mia omonima!), una cortigiana parigina che tenta di ritornare sulla via della rispettabilità per amore del giovane Alfredo nonostante la disapprovazione della famiglia di lui.

Una delle mie arie preferite è senza dubbio Sempre Libera (Atto I, scena V), il canto dei sospiri di Violetta che, ritrovatasi sola dopo il veglione di Capodanno in cui ha conosciuto Alfredo, mette in discussione la propria vita di agiata cortigiana; non aveva mai previsto l’eventualità di innamorarsi. Mentre canta il piacere di essere “Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia” per convincersi a lasciar perdere il giovanotto, le ritornano in mente, in uno dei primi flash back dell’opera lirica, le parole d’amore che poche ore prima Alfredo le aveva dedicato: “Amore è palpito dell’universo intero. Misterioso, altero, croce e delizia al cor“.

Croce e delizia, eros e thanatos, amore e morte. Nonostante l’allegria dei gorgheggi, la frivolezza del motivetto e la semplicità dei contenuti, la povera Violetta sta compiendo una scelta cruciale per la sua esistenza, una scelta che la porterà ad un’inevitabile e terribile sofferenza.

Nel video qui sotto potete ascoltare l’aria cantata da Anna Netrebko, in uno spezzone dell’opera realizzata dalla Filarmonica di Vienna sotto la direzione di Carlo Rizzi nel 2005. Violetta è qui rappresentata come una seduttrice contemporanea, anziché come una mantenuta borghese ottocentesca come vorrebbe la tradizione; la giovane donna soffre e ama sotto gli sguardi severi di un orologio che conta le ore che la separano dalla morte e di un inquietante orologiaio canuto. Per volere del regista, l’incantevole protagonista rosso-vestita è ubriaca e intravede tra i vapori del vino Alfredo, che interagisce con lei sul palco.

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Centosessant’anni sono trascorsi da quella lontana prima volta in cui il pubblico udì i soavi gorgheggi del Sempre Libera a Venezia (fischiandoli, tra l’altro, per lo scandaloso soggetto di meretricio del libretto e per l’età avanzata e il fisico grassoccio di un soprano molto poco credibile nei panni della bella Violetta) e il mondo da allora è cambiato: la lirica non è più la forma d’arte popolare per eccellenza, quella che tutti, dall’imperatore di Prussia al contadino che non poteva pagarsi il biglietto in piccionaia, fischiettavano per le strade. La Traviata e ogni altro capolavoro di questo straordinario genere musicale tuttavia non sono morti, si sono semplicemente adattati alle esigenze della cultura pop. Non ne siete convinti? Eccovi qualche esempio.

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1)      Frankenstein Junior: un gorgheggio per lo Svanktuka

Uno dei film più amati degli anni ’70 è Frankenstein Junior, divertentissima la parodia degli innumerevoli film dell’orrore in bianco e nero dedicati nel corso del Novecento al mostro di Mary Shelley.

Elisabeth, la fidanzata del Dottor Frederik, è una ragazza che ha avuto tutto dalla vita: è giovane, bella, ricca e terribilmente viziata. Forse è proprio a causa del suo caratterino e dei mille pacchi che si fanno certe pignolissime ragazze perbene che Elisabeth non ha mai … ci siamo capiti, no? (In caso contrario, correte subito a guardare il film!)

Il caso vuole che la Creatura si innamori di lei decida di rapirla per fare l’amore con lei in una grotta. Inizialmente la giovane è restia a concedersi al proprio rapitore ma, siccome gli energumeni di due metri con grandi manone e grandi piedoni come il Mostro sono dotati di un enorme “Svanktuka”, Elisabeth cambia rapidamente opinione e si abbandona ai piaceri della carne cantando il Sempre Libera.

In questo caso ci troviamo in una situazione completamente opposta rispetto a quella di Violetta,  poiché Elisabeth non è una cortigiana che rimpiange la retta via, ma una snervante signorinella un po’ snob che scopre le delizie della passione. Clicca sul link per visualizzare il video del rapimento di Elisabeth e farti quattro risate con uno dei film più spassosi della storia del cinema.

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2)      La Traviata sul grande schermo

Se le note di verdi possono essere cantate su un palcoscenico, perché non celebrarle anche in un set cinematografico? Stessa musica e stessi cantanti, ma ambientazioni realistiche anziché scenografie di cartone, autentici abiti d’epoca anziché i soliti costumi di scena e una fruizione dell’azione filtrata dall’obiettivo della telecamera anziché un vasto palcoscenico su l’occhio può vagare liberamente.

Nel video qui sotto troverete una romantica interpretazione di Teresa Stratas; si noti come il quadro di Violetta che compare ad un certo punto del filmato evochi il ritratto di Marie Duplessis, il personaggio storico cui si ispirò Dumas per scrivere La signora delle camelie. Notevole l’espediente con cui il fantasma di Alfredo compare e scompare dalla scena, apparendo fisicamente nell’inquadratura senza tuttavia perdere l’aura di irrealtà tipica dei ricordi.

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3) Priscilla la regina del deserto: le gioie e i dolori di una Drag Queen

Priscilla la regina del deserto è la storia di tre Drag Queen che compiono un lungo viaggio in pullman attraverso l’Australia. Cambiano le gioie, i dolori, i dubbi e le passioni, ma pur sempre di mal d’amore e di problematiche di convivenza sociale si tratta. La singolare interprete di Violetta si veste di un sciccosissimo e scintillante color argento e canta per un pubblico immaginario, dall’alto di una gigantesca scarpa col tacco fissata sul tettuccio di un pullman. Detto così sembra buffo, ma l’effetto complessivo è spettacolare.


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4)      La pubblicità della Nissan Qashqai

La città all’alba è popolata da casette dispettose che ostacolano con vari dispetti la corsa della Nissan Qashqai. L’automobilina però è più agile e scaltra così le schiva con noncuranza, creando uno scherzoso balletto su asfalto accompagnato dai leggiadri acuti del Sempre Libera. A voi il video!

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VIOLETTA: Follie! Follie! Delirio vano è questo!
Povera donna, sola, abbandonata
In questo popoloso deserto
Che appellano Parigi,
Che spero or più?
Che far degg’io?
Gioire!
Di voluttà ne’ vortici perir!
Gioir!.

Sempre libera degg’io
Folleggiare di gioia in gioia,
Vo’ che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne’ ritrovi,
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.

ALFREDO: Amor è palpito …

VIOLETTA: Oh!

ALFREDO: … dell’universo intero,…

VIOLETTA: Oh! Amore!

ALFREDO: Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.

VIOLETTA: Follie! Follie!
Gioir!
Sempre libera degg’io
Folleggiare di gioia in gioia,
Vo’ che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne’ ritrovi,
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.

Maria Lani, una ladra tra i bohémien parigini

Gli anni venti stavano giungendo al termine quando una giovane attrice polacca iniziò a frequentare gli ambienti intellettuali di Parigi, il suo nome era Maria Lani e nessuno avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe diventata una delle imbroglione più celebri della storia dell’arte.

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Immagine tratta da: kelsangdongsar.blogspot.com

Maria Lani non era una donna propriamente bella, ma aveva una personalità estremamente carismatica e i suoi occhi furbi e misteriosi sapevano essere ipnotici, così non le fu difficile varcare la soglia degli atelier dei più importanti artisti dell’epoca e posare per loro come modella.

I bohemien parigini accettavano con entusiasmo perché non si trattava solo di ritrarre una donna affascinante, ma anche di sostenerla nella sua carriera artistica di attrice: Maria Lani si presentava infatti come una promessa del grande schermo e sosteneva di essere in cerca di ispirazione per un film dell’orrore in cui un dipinto prendeva vita. Il risultato fu strepitoso, in due anni Maria Lani riuscì a convincere più di cinquanta artisti a ritrarla e, nel 1930, le opere furono esposte in una mostra a lei dedicata.

La storia di Maria Lani non sembrava essere diversa da quelle di altre modelle della capitale francese; peccato che la donna non fosse un’attrice polacca ma una disonesta stenografa. Poco prima della conclusione della mostra, Maria Lani rubò le opere invendute e le rivendette  in America.

Come può una donnina del genere (pardon, Miss Lani, ma dopotutto non sei una strafiga) abbindolare più di cinquanta artisti di fama internazionale? Mistero… Ma il mistero è sempre affascinante, perciò ho deciso di dedicare questo post allo charme della ladruncola.

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Immagine tratta da: sandyschopbach.blogspot.com

Il ritratto che vedete qui sopra è stato realizzato da Suzanne Valadon, una grande artista di cui vi parlerò nel prossimo articolo. La pittrice fu un po’ cattivella con Maria Lani, il dipinto infatti non tenta nemmeno di nascondere le braccia cicciotte e le gambe tozze, ma non fu solo il fascino della ladruncola dalla posa impeccabile ciò che la Valadon desiderò rappresentare: il ritratto, attraverso tonalità pastello e pennellate morbide e pastose, vuole trasmettere l’atmosfera serena e il benessere di un sobrio ma grazioso salottino borghese.

Avrei voluto mostrarvi altri dipinti ma purtroppo il web sembra disinteressarsi a Maria Lani, così sono riuscita a scovare soltanto una alcune immagini misura francobollo, per di più quasi tutte protette da copy right.

  • Ecco un ritratto di Derain.
  • Il pallido volto dai tratti marcati realizzato da Bosshard.
  • Rouault la ritrae invece dall’alto in basso.
  • Ecco invece una fotografia di Man Ray.
  • Cliccate qui per visualizzare il dipinto di  Delaunai;
  • Soutine la ritrae con uno sguardo enigmatico:

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  • Qui sotto abbiamo invece Pascin:

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  • In questo articolo di giornale, purtroppo illeggibile, troverete numerosi dipinti e sculture:

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Immagine tratta da: bainhadefitacrepe.wordpress.com

  • Alcune immagini sono visibili anche su questo sito di moda. Maria Lani ha incantato anche lo stilista Galliano, che le ha dedicato una collezione.

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“Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti”: i capolavori di Montparnasse a Palazzo Reale

Dopo lo strepitoso successo di Picasso, Milano ci riprova con Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti, una mostra che riunisce le opere dei pittori più importanti di Montparnasse. Oltre a Modigliani e Soutine, i protagonisti dell’esposizione, Palazzo Reale ospita Netter, Utrillo, Valadon, Kisling, Krémègne, Kikoïne, Hayden, Ébiche, Antcher e Fournier, dei geniali bohémien in precario equilibrio tra arte e dissoluta follia.

Il filo conduttore della mostra è Jonas Netter, il collezionista che per primo promosse e sostenne questi grandi maestri quando erano ancora sconosciuti al pubblico. Si tratta di una mostra un po’ “ballerina”, poichè salta di artista in artista offrendo una panoramica generale di ciò che accadeva a Montparnasse senza soffermarsi su nessun autore in particolare; non per questo la visita è meno interessante di altre più specifiche: mi piace considerarla un invito ad approfondire ciò che più interessa ciascuno di noi.

Un consiglio? Richiedete l’audioguida (gratuita!!!) alla reception, per apprendere qualche curiosità in più nel corso della visita e alcuni scandalosi scoop sulle strampalate esistenze degli artisti maledetti dei primi decenni del XIX secolo. Conoscerete il povero Utrillo che, dopo essere stato arrestato per eccessi dovuti all’alcol, pagava la cauzione cedendo i propri quadri alla polizia; sussulterete per le dissolute avventure di Kiki, la modella che permise ad una madre di pagare il funerale del defunto figlioletto esibendo la chat in un ristorante; vi commuoverete per la triste fine di Jeanne Hébuterne, che si gettò dalla finestra della casa paterna al nono mese di attesa della secondogenita il giorno dopo la morte del marito Modigliani, sarete inorriditi dal sudicio Soutine, la cui igiene personale era così precaria che si ritrovò con un nido di cimice nell’orecchio. Insomma, se li hanno soprannominati “maledetti”, un motivo deve pur esserci!

Noi preferiamo apprezzarli per i loro meriti artistici… Scoprirete infatti quanto il colore giallo possa essere seducente ammirando le splendide fanciulle di Kisling, ridacchierete per la litigiosa relazione tra Modigliani e la poetessa Hastings, vi lascerete incantare dalle sinuose fronde degli alberi di Antcher e ammirerete Le bagnanti di Derain, rimasto per decenni nascosto tra le mura di uno sperduto castello della Normandia.

Siccome il web abbonda di recensioni sulla mostra, non mi soffermo oltre sull’argomento e vi suggerisco un link che offre una breve descrizione dell’esposizione e una panoramica delle opere principali.

http://www.style.it/viaggi/agenda/2013/03/04/a-milano-in-mostra-modigliani-soutine-e-gli-artisti-maledetti-di-montparnasse.aspx#?refresh_ce

Tra le mille curiosità in cui mi sono imbattuta, sono riuscita a scegliere tre tematiche, cui dedicherò i prossimi articoli:

  • Suzanne Valadon e quell’imbrogliona di Maria Lani
  • Il macabro fascino di una carcassa
  • Le tormentate pennellate di Soutin.

Continuate dunque a curiosare tra le pagine di Acqua e limone, presto vi porterò ad esplorare i segreti degli artisti maledetti di Francia!

Dieci buoni motivi per leggere Madame Bovary

Attenzione, spoiler!!!

Qualche giorno fa ho terminato la lettura di Madame Bovary, un romanzo che ha saputo risvegliare una fragilità che raramente un libro qualunque è in grado di suscitare in me.

Si tratta di un giudizio che è chiaramente influenzato dai miei gusti e dalle mie inclinazioni personali, ma ci sono almeno dieci buoni motivi per divorare il più celebre romanzo di Gustave Flaubert. Vai con la lista!

1.       Emma, la paladina dei sogni infranti

In ciascuno di noi si annida un/a piccolo/a bovarista in erba. Ma chi sono i bovaristi? Dicesi bovarista colui che sogna di essere ciò che non potrà mai diventare, ragion per cui sarà sempre destinato ad un perenne sentimento di infelicità, frustrazione e impotenza.

La bella e raffinatissima Emma vorrebbe vivere un’esistenza non dissimile da quella delle eroine dei romanzi tardo-romantici che leggeva durante l’adolescenza, così è profondamente insoddisfatta di essere la moglie di un mediocre, noioso e ordinario medico di un paesello di provincia. L’esistenza è dunque l’esatto contrario di tutto ciò che aveva desiderato e la giovane ne soffre profondamente.

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da Wikipedia

2.       Passione e tradimenti

La bella e malinconica Emma cerca di realizzare le proprie aspettative di vita nell’adulterio e nello sperpero dei risparmi di famiglia, finchè l’incapacità di giudicare la realtà con obiettività non la porterà alla bancarotta e al suicidio.

Prima di giungere alla tragica conclusione della vicenda, potrete gustarvi ben due storie di amore e di passione.  Vi è mai capitato di innamorarvi dell’idea che vi siete fatti di una persona anziché della sua reale personalità? Ebbene, la povera Emma e il suo amato Léon ci cascano in pieno e fondano il loro rapporto su illusioni reciproche.

Sono certa che anche ai signori lettori sia capitato, almeno una volta nella vita, di prendere una terribile sbandata per la soggezione che una persona esercitava su di voi anziché sulla sua reale personalità, non è così?

3.       La condizione della donna nel XIX secolo

Emma è una ragazzetta ingenua e facilmente suggestionabile: il romanticismo avrà anche devastato l’immaginario di un’intera generazione, ma non tutte le appassionate di romanzi rosa si sono suicidate come la protagonista del romanzo. E’ tuttavia evidente che Emma è dotata di notevoli qualità che le avrebbero premesso, in un’epoca meno maschilista, di perseguire con discreto successo la propria realizzazione personale: la giovane è infatti un’eccellente pianista, ha un pregevole gusto estetico ed è una persona estremamente tenace.

Le donne nell’800 non avevano la possibilità di realizzarsi come individui autonomi al di fuori delle mura domestiche, così non c’è da stupirsi se Emma affida tutte le sue speranze di affermazione al matrimonio e, in seguito, all’adulterio; la giovane compie infatti tutta una serie di scelte che la porteranno a fallire miseramente in ogni aspetto della sua esistenza.

L’aspetto singolare del romanzo è che la vittima principale della frustrante condizione femminile dell’epoca non è Emma, ma la figlioletta Bertha: la piccola viene continuamente trascurata dalla madre e, al termine della storia, si ritroverà orfana e squattrinata.

4.       Una pietra miliare della letteratura occidentale

Madame Bovary è il primo romanzo realista della letteratura moderna, perciò è una pietra miliare della nostra biblioteca personale e non può mancare nel bagaglio culturale di ciascuno di noi.

5.       Una fedele ricostruzione della Normandia ottocentesca

Ho già detto che si tratta di un romanzo realista, vero? Ciò significa che l’autore ha ricostruito fedelmente l’ambientazione del romanzo, vale a dire la provincia di Rouen (Normandia) tra il 1827 e il 1846.

Lo stile realista non ostacola l’espressione del punto di vista dell’autore. Il romanzo realista sacrificherà pure il narratore onnisciente in favore di un’oggettiva descrizione dei fatti, ma Madame Bovary non si risparmia di esprimere il punto di vista anti-boghese e antiromantico dell’autore.

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da Wikipedia

6.       Un capolavoro di stile

Flaubert era un maniaco dello stile: impiegava ore per scegliere una parola e spesso riscriveva interamente un paragrafo o un capitolo più volte. Avete presente la scena della fiera dell’agricoltura in cui Rodolphe seduce Emma? Ebbene, il povero Gustave ha impiegato due mesi per scriverla. E la realizzazione dell’intera opera è durata ben sei anni! Il risultato di un simile sforzo è un capolavoro di stile che vi lascerà estasiati per la sua scorrevolezza.

7.       Lo scandalo

Sin dalla prima pubblicazione a puntate, il romanzo ha fatto scandalo: Flaubert è stato infatti accusato di oltraggio alla morale e alla religione per non aver espresso nell’opera alcun giudizio negativo sull’adulterio di Emma. Lo scrittore è stato scagionato poichè ha dimostrato di non aver espresso alcuna opinione in seguito alla scelta stilistica, tipicamente realista, di rinunciare alla narrazione onnisciente “di parte” in farore di un’imparziale descrizione dei fatti.

8.       Antiromanticismo per romanticoni

Se siete dei romantici incalliti, niente paura: il romanzo è intriso di romanticismo dalla prima all’ultima pagina, così come ne sono affetti la protagonista dell’opera e il suo autore. Pur disprezzando fortemente tale corrente, Gusty era consapevole di essere un romantico e di portarne “il marchio sul collo”.

9.       Un simpatico sarcasmo soft

Nel corso della lettura incontrerete un mucchio di scenette di vita quotidiana piuttosto comiche e sarcastiche, che vi strapperanno un sorriso inaspettato.

10.   Il buffissimo signor Homais

Monsieur Homais e il prete sono simpaticissimi: il primo è un farmacista illuminista positivista che fa la figura del sinistroide un po’ ingenuo e il secondo un classico reverendo ipocrita di provincia. Ne vedrete delle belle …