E’ importante l’opinione di un blogger?

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Alcune compagne di università mi hanno confidato di non apprezzare i miei post perché “sembrano copiati da Wikipedia”, sarebbe infatti totalmente assente il mio punto di vista e il mio lavoro consisterebbe in una mera copiatura di nozioni da altri siti web.

Confesso di aver volutamente evitato di esprimere la mia opinione nei post poiché ho sempre ritenuto che il web si disinteressasse del parere personale di una ragazzina come me, priva delle qualifiche necessarie per giudicare gli argomenti culturali di cui scrivo.
Ho inoltre omesso qualunque altro genere di informazione relativa alle mie esperienze personali (per esempio resoconti di visite in un museo, aneddoti sui miei interessi, descrizioni dei luoghi che frequento abitualmente) per questioni di privacy: è già abbastanza fastidioso rivelare certe verità su Facebook, raccontarle in un blog è di cattivo gusto oltre che pericoloso.
Nonostante ciò, non è affatto vero che non esprimo opinioni personali, infatti un attento lettore del mio blog ricorderà senza difficoltà degli articoli in cui esprimo pareri soggettiviLee Krasner, un’artista incompresa” e “Analisi di ’Agora’, un film di Alejandro Amenàbar”. Se così non fosse, l’atto stesso di scegliere di scrivere di un opera d’arte è un apprezzamento nei suoi confronti  ed è dunque l’espressione di un’opinione personale.

Mi spiace molto sapere che il mio lavoro viene paragonato al copia e incolla di certi siti, perché i miei post sono il prodotto di una selettiva ricerca di informazioni, riorganizzate meticolosamente in saggi brevi inediti e originali rispetto a quelli già presenti in rete. Il tono nozionistico e distaccato non è infine l’eco di Wikipedia o di altri siti, ma vorrebbe essere lo stile di una giornalista che enuncia dei fatti a scopo divulgativo. Tutto ciò che scrivo è farina del mio sacco al cento per cento, senza copiature di alcun genere.

Quando ho espresso queste argomentazioni in università, le mie amiche hanno risposto che lo scopo di un blog è proprio quello di esprimere un’opinione. Ho dovuto così riesaminare la mia attività di blogger… E’ vero che il blog consente a tutti di pubblicare democraticamente la propria opinione in rete, ma in giro circola tanta spazzatura che io mi chiedo quale sia il valore delle mie opinioni. Se io esprimessi quello che penso scriverei un blog spazzatura?
Non sono inoltre di secondaria importanza le esigenze del pubblico. Cosa vuole il popolo di Internet, seguire le avventure di una giovane studentessa di lettere nel mondo dell’arte o apprendere qualcosa di nuovo leggendo dei saggi brevi, confrontarsi con le opinioni di una ragazzina o apprendere informazioni di qualità?
E ancora, è meglio porsi tutte queste domande per assecondare il pubblico, o seguire l’istinto e scrivere come viene, “senza prendersi troppo sul serio”?

Si accettano commenti, cosa ne pensate?

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Gli amanti fiamminghi, Paolo Maurensig

Gli Amanti fiamminghi di Paolo Maurensig sembra essere un romanzo scritto forzatamente, quasi per dovere.

Il protagonista e voce narrante è un scrittore di mezza età che ha esaurito l’ispirazione (come l’autore?) e viene coinvolto dal suo migliore amico Jacopo, la di lui consorte Emma e dalla propria moglie Manola in un viaggio verso la Catalogna in automobile, proprio nel periodo in cui Jacopo ha ripreso a scrivere un romanzo d’amore, argomento di cui il narratore non è mai riuscito a scrivere nulla. Dietro una superficiale serenità di chi ha tutto quello che si può assaporare nel corso della mezza età, è evidente che l’affetto che lega i quattro amici è incrinato. Perché il protagonista si trova più volte a fantasticare di uccidere l’amico? Sua moglie Manola è in realtà innamorata di Jacopo?

I quattro amici non arriveranno mai in Catalogna perché decidono di fermarsi in Costa Azzurra e nel corso di un escursione, mentre il narratore è intento a leggere la storia d’amore dell’amico, Jacopo scompare e verrà ritrovato morto dopo qualche giorno. Nessuno riesce a ricostruire ciò che è successo, ma l’episodio distrugge la vita del protagonista: la moglie Manola chiede il divorzio, Emma lo assilla per ricevere consolazione e il quaderno con la storia d’amore rovinato dalla pioggia viene lentamente decifrato per riportare alla luce la storia degli Amanti Fiamminghi, una racconto non suo che merita tuttavia di essere pubblicato.

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Il racconto de Gli amanti fiamminghi è la storia d’amore scritta da Jacopo e ci viene raccontata come una storia nella storia. Il protagonista, che noi sappiamo essere Jacopo, decide in gioventù di fare lo scrittore e per guadagnarsi da vivere lavora presso una ditta che riproduce opere d’arte. Inaspettatamente il ragazzo si vede consegnare le redini dell’azienda e viene inviato in Francia per ritirare alcuni disegni. Qui conosce Armande, una ragazza con problemi psicologici ma incredibilmente affascinante. I due ragazzi si innamorano, ma quando il protagonista ritorna a casa non può più scriverle in quanto viene arrestato: l’azienda per cui lavorava stampava in realtà banconote false. Il ragazzo in seguito alla propria innocenza viene scagionato, ma nel frattempo Armande si è uccisa.

Premesso che so per esperienza che difficilmente i matti, per quanto affascinanti, difficilmente riescono a rimorchiare perché la gente ha paura della follia. Inoltre la storia d’amore è stata raccontata troppo sbrigativamente, con elementi magici buttati a casaccio nel racconto che andrebbero invece approfonditi . Armande è inoltre figlia del proprietario dei disegni, ma tale parentela risulta quasi ridondante nel racconto perché non viene approfondita nel dettaglio.

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Uno degli argomenti principali del romanzo è la metascrittura, infatti due personaggi del libro sono scrittori che conversano tra loro di letteratura, in particolare del blocco dello scrittore che non trova l’ispirazione per il prossimo romanzo. Il protagonista in particolare descrive egregiamente la situazione in cui si trova uno scrittore di successo che non riesce a inventare nuove storie, nonostante la venerazione dei fan; racconta inoltre l’invidia che prova per Jacopo, dotato di un talento più grande del suo.

Il testo abbonda di riferimenti dotti che spaziano dalla pittura alla musica, dalla letteratura alla filosofia poiché i quattro protagonisti sono uomini estremamente colti e si godono la mezza età dedicandosi alle rispettive passioni. Si tratta di piacevoli “chicche” che possono indurre il lettore a fare delle ricerche su internet per saperne di più.

Il voto che do a questo romanzo tuttavia è 4, perché il ritmo è troppo lento, la scrittura è forzata e molti aspetti psicologici e esistenziali di Armande sono appena abbozzati.

‘My mad fat diary’ Recensione

‘My mad fat diary’ avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere un telefilm interessante.

Rae, la protagonista, ha 16 anni e pesa 105 kg, ciò significa che questo telefilm affronta con estremo realismo tematiche come l’obesità, la bulimia, l’autolesionismo, gli attacchi di panico, il ricovero in ospedale psichiatrico e molto altro ancora. Rae però sta cercando di costruirsi una nuova vita tra scuola, amici e ragazzi, mostrando ai giovani telespettatori che è possibile uscire anche dalle situazioni più difficili.
L’intera vicenda è ambientata nel lontano 1996 perciò la musica è rigorosamente di quel periodo, i cellulari sono una rarità e l’abbigliamento è molto grunge. Come si deduce dal titolo, Rae ha un diario segreto, la stesura del quale funge da collante tra le puntate. Il diario e la colonna sonora iniziale sono decorati con schizzi e collage in stile Riot Grrrls. Quando la voce narrante di Rae commenta la scena spesso vengono introdotti degli simpatici schizzi nello stesso stile.
Ciò che più vi colpirà è il sarcasmo e la simpatia di Rae, che affronterà ogni difficoltà sempre con uno stoico sense of humour.

Terminato l’elenco delle caratteristiche positive, è giunto il momento di bacchettare i creatori perché non hanno prestato abbastanza attenzione a certi particolari tutt’altro che trascurabili.
Innanzi tutto manca l’elemento comico. In ogni telefilm che si rispetti c’è un pazzo che fa sganasciare dalle risate che sia Barney di ‘How I met your mother’, Steve di ‘Otto sotto un tetto’, l’inrviente di ‘Scrubs’ o Joy di ‘Friends’… soltanto in Inghilterra potevano fare telefilm senza personaggi comici!
Il ritmo del racconto inoltre è troppo lento non solo perché Rae rimugina troppo,  ma anche perché la lentezza è proprio un difetto del regista.

Il mio parere personale è che questi telefilm da sedicenni non sono degni di una 22enne come me, ma vi pubblico ugualmente il link qui sotto:

http://www.filmpertutti.eu/my-mad-fat-diary/

Il mio nuovo blog su L’Indro

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Cari lettori,

è una grande emozione per me annunciarvi che ho recentemente aperto un nuovo blog presso L’Indro, una testata giornalistica indipendente. La mia pagina si chiama ‘Anche l’arte vuole la sua parte’ e si tratta essenzialmente di un blog di cultura in cui tratto più o meno gli stessi argomenti che tratto qui, la differenza è che ottengo maggiore visibilità grazie al buon nome del giornale.

Siccome il mio nuovo blog è stato aperto recentemente, finora ho pubblicato solamente due articoli. Il primo è ‘Lee Krasner, un’artista incompresa’, un post che ha fatto la sua prima apparizione in rete proprio su ‘Acque e limone’. Ebbene sì, ho deciso di inaugurare la nuova pagina con uno dei post più belli che abbia mai scritto non solo per essere certa di non sfigurare, ma anche per presentarmi al pubblico con un articolo che trattasse alcuni degli argomenti che mi stanno più a cuore, come la figura della donna e l’arte. Il secondo articolo è stato invece scritto appositamente per L’Indro ed è la recensione di ‘RIII – Riccardo III’, lo straordinario spettacolo di Alessandro Gassman che proprio in questi giorni sta incantando il pubblico al Teatro Strehler di Milano.

Nonostante la mia nuova attività renderà meno costante la mia presenza qui non ho nessuna intenzione di abbandonare ‘Acqua e limone’, che verrà semplicemente trasformato in uno spazio in cui pubblicare tutto quello che, per varie ragioni, non potrà essere pubblicato sul mio blog ufficiale. Continuate dunque a seguire ‘Acqua e limone’, il blog da cui tutto è cominciato, perché presto arriveranno golose novità anche qui. Aggiungerò inoltre una nuova pagina in cui elencare (con relativo link) ogni mia collaborazione su siti esterni.

Per aggiornare la mia immagine pubblica mi sono iscritta a vari social network:

  • Pinterest ospita le immagini più belle utilizzate su ‘Acqua e limone’ e gli altri siti con cui collaboro;
  • Twitter, perché ormai ogni auctoritas della rete deve aver un profilo su Twitter per essere qualcuno;
  • La pagina su Facebook di ‘Acqua e limone’ è attiva da qualche mese, ma è sempre bene rinfrescarvi la memoria;
  • Un nuovo profilo Facebook per gli amici e i collaboratori della rete, che eviterò di linkare in questo spazio per non diventare troppo popolare.

Vi ricordo inoltre che sono entrata da poco a far parte della redazione di ‘Eclettica – La voce dei blogger’, una sorta di rivista online gestita interamente da blogger in cui recensisco spettacoli teatrali nella mia rubrica ‘Avventure da palcoscenico’. La rivista esce all’incirca ogni mese, perciò tenete d’occhio la pagina di Facebook, in modo tale da non perdere i nuovi numeri.

In bocca al lupo a tutti i bloggers e ai miei followers, la rete è nostra e non ci sono limiti alla nostra libertà.

Valivi

Ognuno è l’ebreo di qualcuno: il fenomeno del capro espiatorio

“In ogni gruppo umano esiste una vittima predestinata: uno che porta pena, che tutti deridono, su cui nascono dicerie insulse e malevole, su cui, con misteriosa concordia, tutti scaricano i loro mali umori e il loro desiderio di nuocere.”

Primo Levi, La tregua

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In questi giorni Internet è stata inondata di video, poesie, post, racconti e testimonianze in occasione della Giornata della Memoria, ma si tratta per lo più della condivisione di opere realizzate da altri piuttosto che di produzioni personali. Tutto ciò naturalmente è comprensibile, infatti una persona qualsiasi può sentirsi spiazzata dall’ineffabilità di un evento storico terribile, che persino i testimoni diretti faticano a raccontare.

Anche io purtroppo non saprei cosa scrivere su un simile orrore, però ho deciso di realizzare ugualmente un commento personale raccontandovi quale meccanismo della mente umana può generare tanta sofferenza: si tratta del capro espiatorio, un fenomeno di psicologia collettiva alla base di ogni emarginazione, maltrattamento o persecuzione delle minoranze o semplicemente di una persona diversa. Un genocidio non è altro che la degenerazione estrema di un tale comportamento collettivo bestiale (che naturalmente differisce dai meccanismi psicologici che possono generarsi in un singolo individuo) che può verificarsi in ogni comunità ed è lo stesso che innesca fenomeni di bullismo, emarginazione e alcuni casi di mobbing.

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Una barbara usanza ebraica

Per ironia della sorte il termine capro espiatorio deriva proprio da una tradizione religiosa ebraica piuttosto barbara, che consiste nel sacrificio di due capri. Ogni popolo, insomma, ha i suoi scheletri nell’armadio, anche gli ebrei! E’ doveroso tuttavia ricordare che i sacrifici di animali erano diffusi presso tutti i popoli antichi, perciò non si tratta di una prerogativa ebraica ma di una macabra usanza che riguarda l’umanità intera, anche i nostri antenati italici.

Nel giorno dello Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, il popolo israelita sacrificava due capri identici tra loro nel Tempio di Gerusalemme per espiare i propri peccati. Il sommo sacerdote estraeva a sorte il capro da immolare sull’altare dei sacrifici, situato all’ingresso dell’edificio del Tempio, per purificare il luogo sacro dai peccati del popolo, dopodiché poneva le mani sulla testa del secondo animale e confessava i peccati del popolo di Israele. L’animale veniva poi gettato da una rupe in un’area desertica situata a circa 12 km dalla città. Il primo capro era chiamato espiatorio, il secondo emissario o, nel linguaggio comune, espiatorio.

Il secondo capro svolgeva un ruolo cruciale nel processo di espiazione perché si faceva carico dei peccati dell’intero popolo d’Israele, diventando impuro al suo posto, e li estingueva con la sua stessa morte.

. L’approccio psicoanalitico

(non sono una psicologa, ciò che state per leggere è la fedele trascrizione di alcune informazioni provenienti da questo articolo, che analizza il fenomeno del capro espiatorio in un gruppo ristretto di individui)

La psicoanalisi si è interessata alla figura del capro espiatorio per analizzare i meccanismi nascosti e inconsci che entrano in gioco quando in un gruppo si identifica una “vittima designata”. Secondo Jung nel capro espiatorio viene proiettata, psicanaliticamente, l’”ombra” di un gruppo: cioè quegli aspetti, quelle caratteristiche comportamentali che i componenti del gruppo non accettano di sé, vogliono cancellare e negare e da cui si sentono minacciati.

Così le proiettano, attraverso la modalità detta del “transfert”, su uno dei componenti, quello che più degli altri rappresenta e porta in sé queste caratteristiche. In un Transfert gruppale, tutto il gruppo trasferisce appunto il senso del negativo sul capro espiatorio e se ne libera. Attraverso questa tipica modalità di “Pensiero Magico”, ovvero irrazionale e priva di basi ragionevoli, la crescita gruppale è quindi garantita dall’allontanamento, spesso dall’eliminazione effettiva, di quella che è percepita quale fonte di energia negativa e “disturbante”. Tutto ciò al fine di una riduzione del senso di ansia causato dal perseguimento della sopravvivenza del gruppo in situazioni di avversità e difficoltà. In Totem e Tabù Freud parla di “pasto totemico” in cui l’elemento considerato “impuro” di una comunità viene divorato dai suoi membri, che ne assimilano l’energia e lo “spirito”, salvo poi pentirsi del gesto compiuto, e essere colpiti dal “ressentiment” (risentimento, senso di colpa).

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Come creare la vittima perfetta secondo un approccio antropologico

Cristiano-Maria Bellei, docente di Antropologia della Mediazione Culturale, parla degli stereotipi vittimari nella teoria sacrificale di René Girard.

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Un atto di barbarie collettiva

  • La selezione di una minoranza portatrice di caratteristiche devianti rispetto alla norma.
Tra i più quotati nel corso della storia troviamo le minoranze etniche come i neri e gli zingari, gli immigrati come i “terroni”, i poveri e/o gli schiavi, persone aderenti a ideologie politiche di minoranza (come il comunismo o l’anarchia), le donne, gli omosessuali, minoranze religiose come i catari, persone con problemi psicologici, malati gravi e contagiosi come i lebbrosi e i sieropositivi. Si tratta di categorie di individui accomunate da un unico fattore: vivere all’interno di una comunità ma in modo diverso rispetto alla maggioranza.

E’ singolare notare come gli oppressi di ieri siano diventanti gli oppressori di oggi e gli attuali aguzzini potrebbero essere i martiri di domani: è una ruota che gira e, come disse Primo Levi, ognuno è l’ebreo di qualcuno. Il capro espiatorio può essere anche un singolo individuo nel caso di una personalità illustre (un esempio molto comune è Gesù Cristo, che ha salvato l’umanità offrendosi in sacrificio) o di un gruppo ristretto di persone che si accanisce contro lo “scemo del villaggio”, secondo una truce legge del branco che conosciamo tutti molto bene sin dai tempi delle elementari. .

  • La demonizzazione della vittima.

Non è sufficiente che i malcapitati siano diversi dalla massa, devono essere considerati malvagi o comunque portatori di caratteristiche negative. Essendo una minoranza, questi inoltre faticheranno a difendersi dalle accuse o a trovare degli alleati che possano difenderli. Le tattiche per trasformare una persona in un nemico perfetto le conosciamo tutti, le più comuni sono la caratterizzazione di un intero gruppo di individui per la condotta scorretta di pochi membri di tale cerchia (es. se alcuni zingari rubano, tutti gli zingari sono ladri), l’enfatizzazione degli aspetti negativi (es. tutti i padri di famiglia mussulmani maltrattano e talvolta uccidono le figlie anticonformiste) e la calunnia (es. gli ebrei sono brutti e hanno il naso adunco). Nel caso di singoli individui, le caratteristiche psicologiche del soggetto sono determinanti nella scelta di una vittima. Tale agnello sacrificale non è mai casuale: nelle scienze criminologiche e forensi esiste persino una scienza a tale riguardo, denominata “vittimologia”, per individuare chi tra noi sono più facilmente perseguitabili. .

  • La propaganda.

Ogni membro della comunità non solo deve riconoscere il capro espiatorio come un elemento negativo del gruppo, ma deve anche desiderare la sua persecuzione o eliminazione al fine di rendere l’intera comunità migliore. Quando il fenomeno si manifesta su larga scala può essere attuata anche una vera e propria operazione di propaganda politica, come nel caso dell’aggressiva campagna mediatica con cui i Nazisti e i Fascisti hanno diffamato e calunniato gli Ebrei; nelle comunità più piccole o nei gruppi circoscritti di individui possono essere sufficienti invece i pettegolezzi e la malignità su piccola scala. .

  • La percezione di benessere (dopo l’eliminazione o l’espulsione della vittima).

Anche se la persecuzione o l’eliminazione della vittima sono assolutamente prive di fondamento e costituiscono per la comunità solamente un’inutile perdita di energie e di membri su cui contare, comportano per gli aguzzini una sensazione di benessere. I restanti membri si sentiranno infatti: –  più forti, credendo di essersi liberati di una palla al piede (es. Se il ragazzino disabile cambiasse scuola i bambini seguirebbero meglio e sarebbero in pari con il programma); – migliori, avendo soppresso un portatore di caratteristiche negative (es. Se non ci fossero neri saremmo tutti belli bianchi); – più uniti, in quanto è risaputo che combattere un nemico comune aiuta ad alleviare le tensioni interne (es. Ora che quella troia adultera di una strega è bruciata sul rogo, le donne del villaggio smetteranno di invidiarla e i loro mariti non faranno a gara per averla); – più sicuri, qualora il capro espiatorio fosse ritenuto una minaccia per il gruppo stesso (es. Incarcerati tutti gli anarchici, l’ordine e la pace sociale sarebbero al sicuro). Può inoltre capitare che la comunità attribuisca ad un unico soggetto le colpe dell’intera comunità e lo punisca per sentirsi innocente e alleviare la sensazione di disagio che ne consegue. Un soggetto debole può infatti essere accusato, soprattutto in comunità arcaiche in cui la superstizione e la magia erano socialmente accettate, del cattivo andamento del raccolto o di un’epidemia. . Il bestiale piacere della vendetta Avete presente quella sensazione di sollievo che si prova quando l’antagonista di un film viene punito e l’oltraggio subito dalla comunità viene riscattato, quando vi viene spontaneo pensare frasi come “Ben gli sta!”, oppure “Finalmente quel bastardone ha quello che si merita!”? Ebbene, la vostra sensazione non è nient’altro che la normale reazione psicologica di piacere che l’essere umano prova quando assiste alla punizione (anche violenta) di qualcuno considerato “cattivo”. Si tratta di una reazione più evidente nei maschietti (che, come sapete, sono sensibili al testosterone e hai film d’azione), ma di cui le donne non sono affatto immuni. La ragione di tale meccanismo psicologico è presto spiegata: l’uomo è un animale sociale e prova benessere quando le ingiustizie vengono vendicate attraverso la punizione del cattivo. Si tratta chiaramente di una reazione animalesca e priva di fondamenti razionali che nel fenomeno del capro espiatorio assume tratti ancor più meschini, poiché consente alla popolazione tutta di godere a scapito di un innocente. Siccome non siamo animali ma esseri raziocinanti, è bene ricordarsi di saziare il piacere psicologico della vendetta soltanto quando guardiamo i film d’azione (o la nostra squadra del cuore vince un derby) e di giudicare con occhio critico gli irrazionali tumulti della folla, senza lasciarsi trascinare in atti di malvagia e insensata crudeltà. Gli orrori del lager sono ancora più odiosi perché non sono la degenerazione degli atti di qualche bruto o un momentaneo momento di follia collettiva: essi consistono nella progettazione e nella creazione di una vera e propria macchina di sterminio, l’intelletto e la razionalità umana sono stati sfruttati per il più odioso degli intenti. Nessuno riesce a spiegarsi come l’essere umano possa essere riuscito a concepire e concretizzare uno sterminio di tale entità, possiamo soltanto continuare a ricordare per evitare che atti simili possano ripetersi e opporci ad ogni forma di negazionismo.

Dobbiamo continuare a ricordare!

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Il senatore americano Alben W. Barkley, membro del comitato d’indagine del congresso sulle atrocità naziste, in ricognizione nel lager di Buchenwald il 24 aprile 1945 (Fonte Wikipedia).

. Fonti

La Traviata sul divano (7 dicembre 2013, La Scala di Milano)

Quest’anno la Prima della Scala me la sono goduta sul divano e nemmeno in diretta (a vent’anni il sabato sera è consacrato alle uscite in compagnia), confondendomi in quel milione di spettatori di tutto il mondo che si sono sintonizzati sui canali televisivi, satellitari, radiofonici o cibernetici che hanno trasmesso La Traviata, la prima opera della stagione scaligera 2013-2014.

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Follie… Follie…, Immagine tratta da unionesarda.it

Per quanto riguarda la comodità la mia scelta non ha prezzo, infatti non ho perso tempo e fatica  per accaparrarmi i biglietti dell’anteprima riservata agli Under30. Ogni anno infatti la biglietteria della Scala nella metropolitana di Piazza Duomo viene affollata sin dalle prime ore del mattino da una fiumana di giovani desiderosi di vivere l’ineguagliabile magia di uno spettaccolo allestito nello storico teatro milanese, le linee telefoniche vengono intasate da telefonate provenienti da tutta Italia e il sito Internet diventa inagibile per l’incredibile quantità di visualizzazioni. Quest’anno mi sono alzata senza fretta e mi sono recata in università in tutta tranquillità, lasciando ad altri questo incredibile stress.

Niente Scala significa però rinunciare al vestito da sera nuovo ed ai tacchi coordinati, alle colonne marmree del foyer, ai scintillanti lampadari di cristallo e allo sfarzo dell’antica sala scarlatta, elementi frivoli ma non secondari quando si parla di una vera e propria istituzione in ambito di gossip e sciccheria made in Italy. Quando però incroci gli sguardi sprezzanti delle signorinelle con colletti di pelliccia (vera!) e i gioielli della nonna, ti rendi conto che forse c’è qualcosa di falso e discriminatorio in tutta questa ostentazione, che lo scintillio della ricchezza non è altro che una barriera invisibile istituita per tagliare fuori gli “altri” che, pur non potendo sfoggiare “brillocchi”, non hanno problemi economici nè si fanno mancare gli agi e i divertimenti dei primi del secolo XXII.

Vorresti gridare qualche slogan come “fanculo il sistema!”, ma scopri che qualcosa ti trattiene. Come dimenticare infatti che, un paio di secoli fa, l’opera lirica non era soltanto la musica dei sciuri (come si scriverà in dialetto milanese???), la gente canticchiava le arie per le strade e i “teatri dei poveri” erano affolati di intenditori, che spesso se ne intendevano di musica quanto se non più dei signori. La Scala era tutt’altro che l’opera dei pezzenti, ma non si tratta di un teatro qualsiasi: come testimonia il Museo della Scala, il suo palco è stato calcato dai migliori della storia dell’opera italiana perciò le sue pietre sono intrise della migliore tradizione e cultura italiana.

Ma è preferibile l’opera lirica in loggione o sul divano? Beh, il loggione è un’esperienza unica, infatti il suono limpido e puro di una nota sprigionata direttamente dalla cassa armonica dello strumento che l’ha messa al mondo è indiscutibilmente più emozionante di quella mediata dalle casse del vostro televisore, per non parlare del piacere della condivisione dello spettacolo con gli altri spettatori: è bello sbirciare le espressioni assorte degli omini in frac che si affacciano dai palchi, oppure il conversare elegante e pacato delle signore, così come può essere interessante commentare lo spettacolo con i vostri vicini.

La trasmissione dello spettacolo in televisione presenta tuttavia un sacco di vantaggi. Per quanto riguarda la messa in scena, citerò quanto è stato detto nel corso di una delle interviste proposte  durante la diretta di Rai5: il video è privo della tridimensionalità dello spettacolo dal vivo, ma permette di gustare al meglio i particolari della mimica facciale dei cantanti e delle scenografie. In teatro inoltre l’unico modo per apprendere informazioni di carattere tecnico sullo spettacolo è isolarsi nella lettura di libretto, opuscoli e voltantini vari, in televisione invece vengono trasmessi in diretta le interviste degli artisti principali, i commenti degli esperti e degli spettatori più illustri, i video delle prove e di tutto ciò che accade dietro le quinte e dei brevi cortometraggi-documentari di carattere storico e artistico. Insomma, l’occhio della telecamera indirizza i meno esperti verso tutto ciò che di più importante c’è da sapere sull’opera, la messa in scena e l’evento mondano, il pubblico pagante deve invece arrangiarsi da solo, documentandosi con il materiale disponibile nel foyer, le conferenze organizzate in teatro, i vari articoli di giornale e i video disponibili online.

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La Scala di Milano, immagine tratta da Wikipedia 

Non mi azzardo ad esprimere un parere sull’esecuzione musicale dell’opera, ma ho la presunzione di commentare la criticatissima regia di Tcherniakov, che il loggione ha bocciato con un coro di fischi. Interpretare un opera in chiave moderna non è un affronto nei confronti dell’autore come è stato affermato da molti loggionisti e critici, poichè è impensabile che un pubblico moderno fruisca uno spettacolo con lo stesso spirito dell’epoca in cui l’opera è stata scritta. Purtroppo l’opera lirica è un genere ancora ancorato al passato, in quanto non si è ancora verificato un considerevole ricambio generazionale degli appassionati (il loggione viene riepito per lo più da vecchietti), inoltre i biglietti sono molti costosi e vengono acquistati per lo più a ceti conservatori, che si aspettano di vedere il lusso dei propri vestiti e delle poltroncine di velluto riflesso in costumi d’epoca, interpretazione tradizionale e scenografie raffinate. Personalmente i fighetti non mi sono mai piaciuti e l’arte deve essere al servizio delle emozioni e della ragione anzichè del portafoglio.

A teatro la rivoluzione è stata metabolizzata anche dai più tradiionalisti, infatti oggi giorno nessuno si stupisce se Sogno di una notte di mezza estate è interpretata da fatine punkettone o se Antonio e Bassanio de Il mercante di Venezia flirtano sul palcoscenico, se Edipo indossa una giacca dai colori psichedelici o se le maschere di Goldoni hanno abbandonato improvvisazione, maschere e costumi variopinti per uno stile più realistico e contemporaneo. La stessa sorte tocca da decenni alla sceneggiatura, alla scenografia (l’odierna tecnologia ha permesso ad artisti come Ronconi di portare in scena macchine mobili ultrasilenziose, fuoco, pioggia, ruscelli e ogni altra sorta di effetti speciali) e ad ogni altro elemento di dello spettacolo teatrale. E’ naturale che l’arte rispecchi la sua epoca e il suo pubblico ma, se l’opera lirica continuerà ad essere percepita dai più come un’arte elitaria riservata i più ricchi, lo stile degli artisti tenderà  mantenere uno spirito conservatore. In questo modo però stiamo soffocando sul nascere il naturale rinnovamento generazionale dell’arte, con il rischio di condannare a morte l’opera lirica stessa.

Cari melomani, non fischiate i giovani registi rivoluzionari e concedete loro di portare in scena la propria personale percezione dell’opera. Dieci e lode dunque alla povertà, alle tagliatelle, ai costumi trash e ai mollettoni nei capelli, alle bambole e agli ecessi di alcool e droghe che hanno ucciso Violetta nella personale interpretazione di Tcherniakov, oltre che a tutte le piccole rivoluzioni dei registi che verranno.

Faccia di Limone Award

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Non fraintendetemi quando vi dico che non mi piacciono i premi, perché mi brillano gli occhi di contentezza quando ne ricevo uno. Adoro leggere tra i commenti che qualcuno di voi ha pensato a me e me ne ha conferito uno, così come mi piace scrivere i soliti post di ringraziamento ch non legge mai nessuno. So che gli Award costituiscono il tipico rituale con cui un blogger italiano dimostra affetto e stima ad un altro blogger italiano e, per dimostrarvi quanto mi rende felice comparire nella lista dei premiati, ho persino creato una pagina intitolata La bacheca dei trofei. Non offendetevi dunque per quanto sto per dirvi…

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Carissimi amici blogger, gli Awards sono una grandissima stronzata: innanzi tutto comportano uno sbattimento immane e la perdita di un intero pomeriggio per linkare tutti i blog cui si desidera conferire un premio, inoltre è imbarazzante rispondere a domandine indegne di comparire nei quiz del Cioè che leggevo alle medie come “Racconta dieci segreti che non riveli mai a nessuno” oppure “Scrivi dieci aspetti che ti caratterizzano come blogger”. Ma fingiamo per un istante di trasformarci tutti quanti in un piccolo esercito di adolescenti brufolose alle prese con le prime mestruazioni (sì, anche voi maschietti) e di apprezzare questo genere di confidenze personali; che senso ha premiare 15 blogger chiedendo loro di premiarne altri quindici? Ma non vi ricordate le proprietà delle potenze? Vi rendete conto che, se ciascun blogger premiasse altri quindici amici blogger, si finirebbe per premiare mezza Italia?

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Siccome questa buffonata mi ha proprio stufato, ho deciso di creare un premio firmato Acqua e limone. Il Faccia di limone Award non nasce con la presunzione di essere più sensato degli altri premi, anzi, sono perfettamente consapevole della sua assoluta inutilità; il mio premio nasce con lo scopo di farsi beffe dei vari Awards che circolano per la rete, pur conservando gli aspetti positivi che essi comportano, vale a dire il piacere che si prova condividendo qualcosa di simpatico e divertente con amici e conoscenti.

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Ecco il regolamento:

1) Faccia di Limone non significa assolutamente nulla. Abbiamo ricevuto tutti un Liebster Award, un Versatile Blogger Award e via dicendo, perciò o la rete italiana è popolata soltanto da blogger superversatili (supersimpatici, superspecialisti e via dicendo…), oppure tali premi sono stati conferiti a così tante persone da perdere il loro significato originario. Ecco perché il Faccia di Limone Award si chiama Faccia di Limone Award: il fatto che lo abbiate ricevuto non significa assolutamente nulla, a parte naturalmente il fatto che apprezzo ciò che scrivete e vi leggo con interesse.

2) Verranno selezionati quattro “limoni” ogni mese. Come ho scritto sopra, sono stufa di perdere ore a cercare i vostri blog sui motori di ricerca, linkarvi, ringraziarvi e occuparmi delle solite smancerie ogni volta che devo riassegnare i premi ricevuti. 15 blogger sono troppi, ecco perché premierò solamente 4 “limoni” ogni mese.

3) Sono banditi i quiz da adolescenti isteriche. Se volete sapere i fatti miei, potete tranquillamente intervistarmi su Facebook (trovate il link della mia pagina in alto a destra), ogni altra domanda di carattere personale è assolutamente bandita.

4) Siete liberi di fare quello che volete: potete scrivere letterine di ringraziamento, lasciare qualche commento simpatico in fondo ai miei articoli o inviarmi mail tempestate di cuoricini. Se il Faccia di Limone Award vi sembra una buona idea, potete anche inoltrarlo ai vostri amici (senza dare vita ad una catena, però, mi raccomando), purché si tratti di gesti sinceri e dettati dal semplice piacere di conferire un Awards, non da una sciocca convenzione sociale che fa solo perdere tempo.

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Ed ora la nomination dei quattro “limoni” di questo mese.

Athenae Noctua. Cristina è un’eccellente blogger veronese, che coltiva la sua passione per le lettere in un sito dedicato alla civetta della dea Atena. Oltre a realizzare post di qualità, ha dimostrato di saper promuovere il proprio blog con straordinaria abilità coltivando i rapporti con i membri della community, curando i Social Network di Athenae Noctua e stringendo amicizie e collaborazioni con i più autorevoli blogger amatoriali della rete. Grande Cri, continua così!

Studia Himanitatis. Io amo la storia e l’archeologia. Si tratta di un amore sbocciato all’asilo (quando gli ovetti Kinder distribuirono i gattini degli antichi egizi) che è sopravvissuto sino ad oggi, tra un parziale andato male di economia e l’altro. Francesco è un ragazzo giovane e appassionato che pubblica degli articoli superprofessionali e fighissimi e condivide con i suoi lettori un sacco di estratti da libri, riviste e siti web di archeologia.

Mohawk. Dal rugby ai viaggi, dalle recensioni letterarie, dalle opinioni personali sugli argomenti più eruditi ad un po’ di sano cazzeggio virtuale. Mohawk è una persona poliedrica e mai banale, con il suo inconfondibile stile sintetico ma incisivo è una di quelle persone che hanno sempre qualcosa di interessante da dire.

Daniela e dintorni. Si tratta di un blog che ho scoperto da poco ma che leggo sempre con piacere, di un salotto culturale che riesce a trattare gli argomenti più vari restando tuttavia fedele a se stesso. Complimenti, Daniela, tornerò presto a trovarti.

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Come avrete certamente notato, la prima edizione del premio è stata assegnata per lo più a vecchie conoscenze consolidate, ma il prossimo mese vi farò conoscere nuovi blog, soprattutto di tematiche culturali. Nell’attesa venite a trovarmi sulla mia pagina di Facebook, dove scoprirete un sacco di curiosità interessanti (tutto ciò che è troppo sintetico per comparire in un post verrà infatti pubblicato su faccialibro). Vi aspetto numerosi!

https://www.facebook.com/acquaelimoneblog

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