“Vita di Antonio Gramsci”: vita, morte e miracoli sul politico sardo

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In alcune biblioteche locali è ancora possibile trovare la prima edizione di Vita di Antonio Gramsci del 1966 di Giuseppe Fiori, nato in Sardegna come il protagonista della biografia e senatore di Sinistra Indipendente. Si tratta di un’edizione economica, sulla copertina spicca una fotografia rossa di Gramsci e il volume presenta alcuni affascinanti segni del tempo: leggendo la presentazione dell’autore, si scopre per esempio che Fiori era ancora in vita quando è stato stampato il libro.

La biografia è stata definita un ritratto di Gramsci “a figura intera, con i tuffi del sangue e della carne”. Quando venne pubblicata nel 1966 sconvolse il pensiero comunista, che non aveva mai scavato a fondo nel personaggio di Gramsci. La biografia riporta molti aspetti che rendono Gramsci un personaggio umano, sottraendolo al piedestallo su cui è stato posto dai comunisti, e sono presenti numerosi riferimenti alla sua vita quotidiana. Nel corso dei decenni, l’opera è rimasta attuale ed è stata rinnovata dai materiali inediti che sono stati ritrovati successivamente. L’opera è stata tradotta in quasi tutte le lingue europee, in giapponese e in coreano.

Gramsci è celebre per aver fondato il Partito Comunista d’Italia e per essere stato richiuso nel carcere di Turi sotto il fascismo. Ottenne la libertà in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ma purtroppo era troppo tardi per sperare nella guarigione, perciò si spense tra terribili sofferenze. La biografia è il frutto di una minuziosa ricerca sulla sua persona, i suoi famigliari e il periodo storico in cui ha vissuto.

La fisionomia del biografo è impersonale, infatti nel corso della lettura nulla apprendiamo sulla personalità di Fiori, sul suo rapporto con la figura di Gramsci o su come ha svolto la ricerca che precede la stesura della biografia. Lo stile rende la biografia molto simile ad un saggio che espone delle informazioni oggettive, senza dilungarsi in commenti personali. Lo scopo dell’opera è informare, non intrattenere, infatti lo stile è molto distante dalla narrazione, non  è un caso dunque se l’opera appartiene alla collana Universale Laterza, insieme a opere di saggistica. Molto spesso il narratore, ammesso che si possa chiamare tale l’io narrante di un saggio, si annulla per trascrivere delle fonti: lettere, verbali dei processi, scritti di Gramsci, di personaggi a lui vicini o di personalità di spicco nel periodo storico in cui ha vissuto. Il narratore è dunque esterno e eterodiegetico, ma spesso diventa interno e omodiegetico quando vengono trascritte fonti in cui i personaggi diventano voce narrante, come nel caso delle lettere. Frequentemente le fonti vengono trascritte per fornire un esempio di ciò che il narratore esprime prima sinteticamente, ma il testo ha raramente una struttura argomentativa.

Sono numerose le anticipazioni, come quando si racconta che Giulia, la moglie di Gramsci, avrebbe avuto dei problemi psicologici, oppure quando la voce narrante rivela che, dopo un determinato incontro, Gramsci non avrebbe più rivisto suo figlio Delio. Nonostante ciò, i fatti sono esposti in ordine cronologico, dalla nascita di Gramsci e da un breve excursus sulle origini dei genitori, fino alla morte. Tutte le fasi della vita di Gramsci sono analizzate con la dovuta attenzione, nessuna di esse viene trattata in maniera privilegiata. Sono presenti numerose digressioni sul periodo storico e le vicende politiche della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa, per illustrare in quale contesto agiva il personaggio; quando si tratta la scrittura dei Quaderni, un breve excursus illustra i contenuti degli scritti cui Gramsci si dedicava in prigione.

Il ritmo è molto lento perché le informazioni sono minuziose, in quanto sono il frutto di una ricerca accurata: si menzionano per esempio i voti della pagella di Gramsci bambino o i nomi dei padroni di casa durante il periodo in cui frequentava l’università.

Lo stile non è complesso perché il linguaggio è molto semplice, tuttavia l’abbondanza di informazioni e la precisione con cui sono state effettuate le ricerche rendono la lettura molto impegnativa, fatta eccezione per le sequenze più descrittive o la trascrizione delle lettere. E’ consigliabile la lettura per coloro che hanno un’infarinatura generale sulla storia del Novecento, perché i capitoli relativi alla contestualizzazione storica possono risultare troppo dettagliati per coloro che non hanno esperienze pregresse. Il destinatario è dunque una persona con una cultura universitaria e una solida conoscenza della figura di Gramsci, che desidera approfondire l’argomento leggendo informazioni minuziose.

Sembra assente una componente critica, nonostante la presenza di alcune sottili opinioni dell’autore, come quando Fiori dichiara che Gramsci è stato “santificato”, soprattutto per quanto riguarda l’assenza di tentativi di sottrarsi alla prigionia; Fiori esprime il proprio punto di vista anche quando dichiara che Gramsci è stato lasciato morire senza cure da Mussolini, pur non essendo stato condannato a morte. La componente critica è sapientemente mimetizzata nell’esposizione oggettiva dei fatti e nella selezione delle fonti, pertanto è implicita.

Il ritratto di Gramsci è oggettivo poiché sono assenti i commenti ideologici o i ritratti apologetici, pertanto la lettura dell’opera può essere un’occasione per scoprire la verità su un importante personaggio storico e ampliare la propria cultura generale.

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“Suffragette”, la lotta per i diritti civili delle donne.

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Suffragette

Suffragette è un film del 2015 della regista Sarah Gavron e della sceneggiatrice Abi Morgan, che racconta la lotta delle donne per il diritto di voto nei primi anni del Novecento. Il tema principale sono naturalmente i diritti civili delle donne, ma vengono trattati anche argomenti altrettanto importanti come il lavoro minorile, i diritti dei carcerati, dei lavoratori e quelli dei manifestanti. Alcune scene del film sono state girate nel Palazzo di Westminster, sede del Parlamento del Regno Unito.

La vicenda è ambientata a Londra nel 1912, la protagonista è Maud Watts (Carey Mulligan) che lavora in una lavanderia da quando aveva sette anni in condizioni di sfruttamento, abuso e rischio per la salute. Dipingendo un ritratto della situazione dei lavoratori nelle lavanderie londinesi e la giovanissima età di alcune dipendenti, il film parla dei diritti dei lavoratori e dei bambini. Nonostante la povertà e la difficile condizione sociale, la protagonista si è guadagnata un ruolo di tutto rispetto nella lavanderia e si è sposata con Sonny, con il quale ha avuto il piccolo George.

Maud entra in contatto con le suffragette sul luogo di lavoro e gradualmente si appassiona alla lotta delle femministe, soprattutto grazie alla collega Violet. Maud si avvicina al femminismo al fianco di Edith Ellyn (interpretata dalla bellissima e celebre Helena Bonham Carter), una farmacista locale che gestisce con il marito una base segreta delle suffragette, e Alice, un’attivista dell’alta borghesia. La lotta per i diritti delle donne si è svolta attraverso azioni aggressive da parte di entrambe le fazioni: le femministe hanno dovuto intraprendere azioni radicali e violente di disobbedienza civile perché era l’unico modo per ottenere l’attenzione dello stato, le autorità hanno attuato una politica di repressione che violava i diritti fondamentali dell’uomo. La polizia ha per esempio attaccato le manifestanti indifese, le detenute in prigione vengono sottoposte a torture. La società inoltre isola e diffama le suffragette, infatti Maud perderà il figlio e il lavoro per i propri ideali.

Ciò che colpisce non sono solo le leggi incivili che limitavano la libertà delle donne, ma anche la mentalità con cui i mariti si approcciavano alle consorti: un uomo si sente in dovere non solo di difendere la moglie, ma anche di decidere circa tutto ciò che riguarda la sua vita, perciò il marito di Edith si sente legittimato a rinchiudere la farmacista in un armadio per impedirle di partecipare ad un’azione politica, come se la donna fosse una sua proprietà. Un marito ha inoltre il diritto di cacciare la moglie di casa se lo desidera e di privarla del figlio, su cui una madre non può esercitare alcun diritto.

Le suffragette al cinema sono state rappresentate soprattutto nel film di Mary Poppins, perciò i più le associano all’immagine che tale film diffonde di loro, dipingendole come delle simpatiche borghesi che si riuniscono per bere il tè e sfilano sorridenti per le strade di Londra. In verità le suffragette erano misere operaie sfruttate e abusate, che non avevano nulla da perdere e pertanto erano disposte a tutto per affermare i propri diritti; il film racconta egregiamente la reale condizione di queste eroine della storia. Abi Morgan scava nei diari e negli archivi alla ricerca di donne e ragazze che hanno rinunciato alla propria posizione sociale per la lotta, oppure di persone come Emily Davison, che ha sacrificato la propria vita sotto il cavallo di re Giorgio V per attirare l’attenzione dei media (alcuni tuttavia sospettano che, differentemente da quanto racconta il film, la morte della donna sia stato un incidente, perchè nella tasca del suo cappotto era presente un biglietto per tornare a casa). Emily Davison è un personaggio del film, al termine del quale compaiono alcune scene del suo funerale. La sceneggiatrice si racconta, rivelando alcune preziose informazioni sulla ricerca che ha preceduto la scrittura dell’opera: “Non c’erano molti documenti scritti dalle suffragette perché la maggior parte di loro erano analfabete e non avevano nemmeno il tempo per imparare a scrivere”.

Nella storia di Maud compaiono dei personaggi storici: la professionista di arti marziali Edith Garrud, che nel 1913 organizzò dei corsi simpaticamente chiamati suffrajitsu per insegnare alle suffragette a difendersi con il jujitsu dai poliziotti, fusa con il personaggio di un’altra femminista realmente esistita, Edith New, una delle prime a compiere atti di disobbedienza civile. Compare inoltre Emmeline Pankhurst, interpretata dalla divina Meryl Streep anche se si tratta di un ruolo secondario, fondatrice nel 1903 e leader del WSPU e una delle più note e importanti figure del movimento suffragista. Le due donne sono state interpretate da due star del cinema pur non essendo le protagoniste e compaiono sulla locandina del film; probabilmente le autrici hanno voluto mettere in risalto tali personaggi proprio attraverso la scelta di attrici illustri.

Il film termina con l’elenco delle date in cui tutti gli stati del mondo hanno adottato il suffragio universale maschile e femminile.

La poesia nell’attivismo

Articolo proposto alla casa editrice Tlon in collaborazione con il giornale online Lo Sbuffo.

Quando l’uomo concepisce un pensiero politico, sente la necessità di comunicarlo alla propria comunità per confrontarsi, persuadere i propri simili e tentare di migliorare la società in cui vive. La poesia, come ogni forma d’arte, può essere una forma di attivismo; non è un atto politico che provoca direttamente un cambiamento, ha però il potere di scuotere gli animi e diffondere le opinioni. Ma quando scrivere una poesia diventa attivismo politico? E’ sufficiente scrivere la propria opinione politica in un’opera d’arte in versi, con l’intento di diffondere un’idea.

Si avvalgono continuamente delle norme della poesia negli slogan politici i partiti (ma anche i manifestanti che inventano frasi ad effetto per i propri striscioni o gli anonimi writers di strada), si tratta però di una forma di comunicazione analoga alla pubblicità e alla comunicazione di massa, che non merita certo di essere considerata letteratura. Questo articolo propone una panoramica dei principali poeti italiani e stranieri che hanno scritto poesie su tematiche politiche, realizzando delle vere e proprie opere letterarie.

E’ singolare notare come in questi testi poetici compaiano termini propri del linguaggio settoriale della politica (rivoluzione, partito, comunismo, borghesia…), che raramente in altre circostanze avrebbero a che fare con la poesia. I poeti tendono a privilegiare i versi liberi e le rime sono rare, ma forse ciò è dovuto al fatto che l’articolo propone solo autori del Novecento.

Vladimir Majakovskil (1983-1930) è il principale poeta della Rivoluzione d’Ottobre. Nato in Georgia, si trasferì a Mosca alla morte del padre, dove studiò al ginnasio sino a quando si dedicò all’attività rivoluzionaria, venendo più volte arrestato dalla polizia zarista. Si iscrisse all’Accademia di pittura, scultura e architettura, ma il suo destino erano la poesia e la drammaturgia. Aderì al cubofuturismo russo, firmando insieme ad altri il relativo manifesto; siglò inoltre il manifesto “Schiaffo al gusto corrente”.  Allo scoppio della rivoluzione bolscevica si impegnò per “consegnare tutta la letteratura a tutto il popolo”, creando un’arte nuova, priva delle convenzioni borghesi e fruibile da parte dei proletari, per capovolgere i valori e l’ideologia del passato e propagandare la rivoluzione. Anziché di guerra e fascismo come in Italia, il futurismo russo parlava di pace e libertà. L’adesione alla Rivoluzione d’Ottobre rese il poeta ancor più popolare e amato. Si uccise con un colpo di pistola al cuore per motivi non del tutto chiariti, probabilmente una delusione amorosa o il disappunto per le l’esito politico della rivoluzione. Tra le principali poesie di argomento politico, citiamo “Ottobre” (Aderire o non aderire? / La questione non si pone per me / E’ la mia rivoluzione) e Il Partito, in cui viene propagandata una fede nel Partito estrema, in quando solo in gruppo si riuscirebbe ad essere forti e sconfiggere il male.

Bertolt Brecht (1898-1956) è il principale drammaturgo tedesco e proprio per questo motivo è più conosciuto per il teatro, su cui non ci soffermeremo, che per le poesie. Noto per aver aderito all’ideologia marxista, dovette lasciare la Germania quando Hitler salì al potere, ma nel 1948 fondò un teatro a Berlino Est. Nonostante le sue idee politiche, fu spesso in contrasto con le autorità della Germania dell’Est. Le sue opere sono state raccolte in Poesie politiche, a cura di Enrico Ganni, Einaudi. La lingua di Brecht non indulge mai a vuoti artifici retorici, ma è asservita al fine pratico della conoscenza, inoltre con i suoi versi lotta e persuade in nome della libertà e della democrazia. L’opera è una lezione morale in cui si effettua uno slancio polemico contro l’arroganza e la violenza del potere.

Non sarebbe sufficiente un articolo per trattare tutti i poeti attivisti politici del mondo, pertanto ci soffermeremo sugli autori italiani.

 

Pierpaolo Pasolini (1922-1975) esordisce molto giovane come poeta, componendo versi in friulano. Il dialetto rappresenta un espediente per privare la Chiesa dell’egemonia culturale sulle masse e vuole essere anche un approfondimento culturale anche per la sinistra. Si iscrive al PCI, ma è in contrasto con gli intellettuali del partito per ragioni linguistiche: i suoi colleghi scrivono servendosi della lingua del novecento, Pasolini invece adotta la lingua del popolo, senza trattare argomenti politici; le sue scelte vengono interpretate come disinteresse per il realismo socialista, cosmopolitismo e eccessiva focalizzazione sulla cultura borghese. Viene accusato di corruzione di minore, diventando così un bersaglio ideale per la sinistra tanto quanto per la DC; viene espulso dal PCI e perde l’impiego da insegnante. Trasferitosi a Roma, scrive poesie in dialetto romano e nasce in lui il mito del sottoproletariato romano. Per quanto riguarda la contestazione studentesca, assume una posizione originale: appoggia le idee degli studenti ma, siccome questi sono dei borghesi, sono destinati secondo lui a fallire nella rivoluzione. Viene ucciso in circostanze misteriose. Tra le poesie politiche ricordiamo Alla bandiera rossa, Alla mia nazione, Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano. E’ celebre Il PCI ai giovani!!, in cui afferma che gli studenti negli scontri contro i poliziotti avevano torto perché, pur avendo delle idee positive, erano economicamente agiati, mentre i poliziotti erano figli di contadini. Pasolini fonda con i compagni di scuola Leonetti e Roversi la rivista Officina; anche questi ultimi scrivono poesie di attivismo politico.

 

Franco Fortini (1917-1994) si laurea in giurisprudenza e storia dell’arte, durante il periodo universitario collabora con numerose riviste, comprese alcune testate fasciste, ma col tempo assume posizioni antifasciste, al punto che viene espulso dal Gruppo Universitari Fascisti; viene inoltre battezzato presso la chiesa valdese. Nel 1941 si arruola, ma diserta per rifugiarsi in Svizzera. In questo periodo si iscrive al Partito Socialista. Nel 1944 partecipa alla resistenza in Val d’Ossola e scrive Canto degli ultimi partigiani, quattro strofe che raccontano gli orrori dei resti dei partigiani impiccati e fucilati. Questo articolo non considera le poesie di guerra attivismo politico perché rientrerebbero in una sottocategoria particolare del genere, tuttavia abbiamo voluto nominare questa poesia perché si tratta di una denuncia nei confronti dei crimini subiti dai partigiani. Ha un forte connotato politico soprattutto il verso conclusivo: Ma noi s’è letta negli occhi dei morti /e sulla terra faremo libertà/Ma l’hanno stretta i pugni dei morti/La giustizia che si farà.

 

Nanni Balestrini (1935-…) è uno degli esponenti della neoavanguardia e degli scrittori intorno all’antologia I Nuovissimi, fondatori del Gruppo 63. E’ autore di poesie sperimentali e romanzi politicamente impegnati circa le lotte degli anni Sessanta e gli anni di Piombo. Quando dal 7 aprile del 79 molti vengono arrestati con l’accusa di essere a capo di organizzazioni sovversive, è costretto a rifugiarsi in Francia.

 

L’elenco di autori potrebbe essere molto più lungo e probabilmente non tutti avrebbero privilegiato i poeti presentati in questo articolo. Concludiamo con quanto ha affermato il filosofo Adorno: “La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”; secondo Adorno, dopo Auschwitz “tutta la cultura (…) compresa l’urgente critica a essa, è spazzatura”;  “Dopo Auschwitz, nessuna poesia,  nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di no man’s land filosofica”. Ciò significa che la storia e la politica possono influenzare l’arte e determinare la sorte della poesia, infatti Auschwitz è la realizzazione dell’inferno in terra, perciò dopo i campi di concentramento non ha più senso comporre opere in versi.

“Ciascuno a suo modo” di Pirandello, una miscela di realtà e finzione

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo

Ciascuno a suo modo è la seconda commedia della Triologia del teatro di Pirandello insieme a Sei personaggi in cerca d’autore e Questa sera si recita a soggetto, di cui Lo Sbuffo si è già occupato in altre recensioni. L’opera è stata composta nel 1923 ed è andata in scena per la prima volta nel 1924.

Il dramma è stato pubblicato in Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Ciascuno a suo modo/ / Questa sera si recita soggetto, Garzanti i grandi libri.

L’azione inizia davanti all’ingresso del teatro, ove alcuni strilloni distribuiscono un fasullo Giornale della sera in cui è raccontata un altrettanto falsa notizia: il dramma di Pirandello in scena quella stessa sera sarebbe ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, il suicidio dello scultore La Vela avvenuto dopo che questi ha sorpreso la propria fidanzata Amelia Moreno in intimità con il barone Nuti, il quale doveva sposare la sorella dell’artista. Davanti al botteghino, gli spettatori possono osservare Amelia Moreno piuttosto affannata che insiste per assistere alla rappresentazione contro tre signori in smoking che tentano invano di condurla via. La donna vuole vedere fin dove si è spinta l’audacia dell’autore nell’ispirarsi ad un fatto di cronaca con irriverenza nei confronti dei reali protagonisti. Anche il barone Nuti compare tra gli spettatori, si è recato a teatro per rivedere Amelia Moreno, per la quale prova ancora dei sentimenti.

Lo spettacolo ha inizio. In un elegante palazzo Donna Livia si dispera per il figlio Doro che la sera prima, durante una discussione con l’amico Francesco Savio, ha difeso animatamente l’attrice Delia Morello, rivelando così di essere attratto da una donna dalla condotta dissoluta. Doro ha sostenuto che l’attrice (che rappresenterebbe Amelia Moreno nella vita reale), poco prima del matrimonio con il pittore Giorgio Salvi (lo scultore), si era intrattenuta con Michele Rocca (il barone Nuti) per dissuadere il fidanzato da nozze infelici; la donna non avrebbe dunque previsto il suicidio dell’artista. Secondo Savio, l’attrice avrebbe invece agito con crudeltà.

Doro cambia opinione e decide di concordare con Francesco, quando questi si reca a casa sua dopo aver cambiato il proprio punto di vista e pronto a scusarsi. Durante una discussione, Doro afferma che Francesco è un pagliaccio e viene sfidato a duello. Delia Morello si presenta da Doro per ringraziarlo per aver preso le sue difese, ma quest’ultimo le espone il suo mutato punto di vista, lasciandola perplessa. Delia tuttavia è intenzionata ad evitare il duello. Al termine del secondo atto Doro non riesce più a comprendere per quale motivo dovrebbe duellare.

Inizia un primo intermezzo corale, nel quale alcuni finti spettatori discutono sullo spettacolo appena andato in scena: alcuni approvano, ma molti sono i pareri negativi. Interviene il barone Nuti, il quale sostiene che lo spettacolo infamia i morti e “calunnia i vivi”. Amelia Moreno afferma infine che le piacerebbe salire sul palcoscenico per punire l’affronto subito.

Il secondo atto si svolge a casa di Francesco, che si sta allenando per il duello con un maestro di scherma e i padrini. Interviene un amico di Francesco e di Doro, Diego Cinci, il quale espone l’opinione di Pirandello sostenendo che la vita è “una tale rapina continua, che se non han forza di resistervi neppure gli affetti più saldi, figuratevi le opinioni, le finzioni che riusciamo a formarci, tutte le idee che appena appena, in questa fuga senza requie, riusciamo a intravedere!”.

Giunge Delia, che vorrebbe evitare il duello, e Michele Rocca, che rivela una diversa versione dell’accaduto: sarebbe stato lui stesso a sedurre Delia per dimostrare a Giorgio la follia che avrebbe commesso sposandola, Salvi lo avrebbe sfidato a farlo per dimostrargli la leggerezza della donna, promettendogli di lasciarla se avesse avuto prova del tradimento. Purtroppo l’artista si uccise. Francesco decide di ritirarsi dal duello. Ricompare in scena Delia ma, tra lo stupore dei presenti, Michele e la donna si abbracciano, svelando l’amore che li unisce.

Nel secondo intermezzo corale scoppia un putiferio in teatro: dei falsi spettatori spargono la voce che Amelia Moreno ha schiaffeggiato la prima attrice perché si è riconosciuta nel suo personaggio e si dice persino che abbia compiuto lo stesso gesto nei confronti dell’autore. Gli attori vorrebbero lasciare il teatro per protesta, mentre il Direttore del Teatro e l’Amministratore della Compagnia tentano invano di trattenerli. Nuti urla frasi contro lo spettacolo e scongiura la Moreno di tornare con lui; la donna cede alle sue richieste, facendo ciò che lo spettacolo aveva predetto sulla scena. Il capocomico è costretto ad annullare la rappresentazione prima dell’esecuzione del terzo atto.

Pirandello ci racconta ciò che accadrebbe se venisse messa in scena una commedia “a chiave”, vale a dire ispirata a una vicenda reale. Ciò fornisce il pretesto per portare in scena non solo attori che recitano i ruoli dei personaggi, ma anche finti spettatori, finti specialisti del teatro come il Capocomico, l’Amministratore della Compagnia e gli attori che impersonano se stessi ma, soprattutto, i fantastici personaggi reali che avrebbero ispirato la storia. L’intero teatro, con il foyer, il botteghino, le gallerie e l’atrio, diventa inoltre lo spazio della rappresentazione, proprio perché l’azione si svolge in un vero e proprio teatro.

L’opera offre uno spunto per riflettere sul rapporto tra arte e realtà, che si influenzano a vicenda: la coppia reale, al termine della rappresentazione, si ricongiunge proprio come i personaggi li impersonano e lo spettacolo stesso, un’opera d’arte, è stato ispirato da un evento realmente accaduto. Questo tema verrà trattato nei decenni successivi dai mezzi di comunicazione di massa.

La commedia ha riscosso un discreto successo, sebbene non sia tra le più celebri di Pirandello. Leggerla sulla carta è risultato piuttosto difficoltoso perché i dialoghi sono lenti ed eccessivamente elaborati, si spera che un regista e degli attori sapienti sappiano renderla più dinamica sulla scena.

 

Fonti:

http://spazioinwind.libero.it/letteraturait/opere/pirandello.htm

https://it.wikipedia.org/wiki/Ciascuno_a_suo_modo

“Questa sera si recita a soggetto” di Pirandello

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

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Questa sera si recita a soggetto è un dramma di Luigi Pirandello, terminato nel 1929.

Si tratta della terza opera della trilogia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Sei personaggi in cerca d’autore e Ciascuno a modo suo.

Portata per la prima volta sul palco del Teatro di Torino il 14 aprile del 1930, con una Compagnia appositamente costituita diretta da Guido Salvini, Questa sera si recita a soggetto indaga sull’autoritarismo del regista, figura allora innovativa nel panorama teatrale, e sulla Mise-en-scène, analizzando i rapporti che intercorrono tra il regista e gli attori, oltre alla connessione tra questi ultimi e il pubblico.

L’opera si fonda su un conflitto che intercorre tra gli attori e il capocomico Hinkfuss che, nella finzione scenica, ha rielaborato la novella Leonora, addio! – scritta da Pirandello nel 1910 nella raccolta Novelle per un anno. Gli attori sono chiamati a recitare a soggetto, vale a dire improvvisando sulla traccia di un canovaccio, ma spesso si ribellano al regista sbagliando volontariamente e inventando scene non previste e finendo per cacciare il regista.

Rappresentazione teatrale filmata dalla RAI nel 1968 per la regia di Paolo Giuranna, protagonista dell’opera è una famiglia non originaria dell’arretrato paesino siciliano in cui vive, composta da una litigiosa coppia di sposi e quattro figlie in età da marito, che sono solite trascorrere il tempo in compagnia di alcuni ufficiali e per questo motivo la famiglia non gode delle simpatie dei paesani. Una sera il padre subisce presso un cabaret un pesante scherzo da parte di uno degli avventori e così la moglie, chiamata La Generala, ordina al marito di tornare a casa. Rincasate dopo essere state a teatro, le ragazze vengono esortate dalla madre a cantare e recitare quando si rendono conto che il marito non c’è, ma questi fa il suo ingresso poco dopo ferito a morte e sorretto da una cantante di jazz e da lì a poco muore tra lo sgomento di tutti. La famiglia cade in miseria e la primogenita Mommina sposa l’ufficiale Verri anche se, da buon siciliano, è terribilmente geloso e, ritenendola una persona dai costumi poco seri per la vita che conduceva con la madre e le sorelle, la segrega in casa con le figlie. La madre e le sorelle si trasferiscono e riescono a risollevare la propria sorte grazie alla figlia Totina, che diventa una cantante lirica. Quando Mommina apprende che la famiglia sta ritornando al paese perché Totina deve cantare nella parte di Leonora nel Trovatore, decide di cantare per le proprie figlie, che mai andranno a teatro per la gelosia del padre. Mommina dopotutto aveva la voce più bella delle quattro figlie della Generala, che durante l’esibizione, per l’emozione, muore. A questo punto il dramma è interrotto dal dottor Hinkfuss, complimentandosi con gli attori perché, anche in sua assenza, hanno saputo recitare a soggetto secondo le istruzioni che egli aveva impartito e dato che il malore mimato dall’attrice di Mommina è reale la compagnia decide che, da quel momento, avrebbero recitato solamente seguendo un copione.

Nonostante il sapiente occhio della telecamera guidi lo sguardo dello spettatore come in una vera e propria opera cinematografica, lo spettacolo è realizzato in un teatro provvisto di palcoscenico, platea e spettatori. L’opera venne rappresentata per la prima volta Könisberg il 25 gennaio 1930, nella versione tedesca tradotta dall’italiano da Harry Kahn col titolo Heute Abend wird aus dem Stegreif gespielt fu un successo. Il dramma venne riproposto a Berlino il 31 maggio 1930 al Lessing Theater, con Gustav Hartung come regista, ma fu un fiasco.

Uno degli aspetti più particolari dell’opera è che gli attori devono interpretare sia il ruolo di personaggio sia quello di un attore sul palcoscenico e alle volte alcuni attori si mescolano agli spettatori in platea, dialogando con i colleghi sul palco come se fossero un pubblico un po’ impertinente e spesso guidando le reazioni del pubblico facendo partire gli applausi.

La scenografia è minimalista: per il magistrale monologo del regista è stata scelta una scena composta da alcune statue antropomorfe, successivamente troviamo qualche panca per rappresentare gli ambienti interni. La scena in cui le figlie si intrattengono la sera con gli ufficiali è stata girata in un vero e proprio caffè, probabilmente il foyer del teatro, secondo i canoni di una ripresa cinematografica. I costumi sono in perfetto stile anni Sessanta ed è divertente osservare tra il pubblico le pettinature dell’epoca.

E’ notevole la trasformazione della bella Mommina in una donna sciupata e morente, una metamorfosi di trucco che Pirandello ha voluto portare sulla scena rappresentando il momento in cui l’attrice si traveste da casalinga addolorata. Grandi assenti sono le sorelle che, per non distogliere l’attenzione dalla morte di Mommina, sono state interpretate da due bambole.

“Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, il trionfo del metateatro

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello è uno dei testi teatrali più importanti dello scenario internazionale ed è il primo capitolo della triologia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Ciascuno a suo modo e Stasera si recita a soggetto. Le tre opere sono state pubblicate da Garzanti in una piccola edizione tascabile. E’ stato interpretato per la prima volta al Teatro Valle nel 1921 e fu un fiasco come accade ad ogni opera rivoluzionaria che si rispetti, successivamente andò in scena nel 1925 e il pubblico lo amò, grazie anche ad una nuova prefazione dell’autore.

In un teatro un capocomico con i suoi attori e collaboratori sta provando Il giuoco delle parti di Pirandello. Le prove vengono interrotte da sei personaggi che, dopo essere stati creati dal proprio autore e abbandonati, stanno cercando qualcuno che metta in scena la loro storia. Si tratta de il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Inizialmente il capocomico non vuole accogliere i nuovi venuti e la compagnia di attori li deride, successivamente viene concessa loro la possibilità di raccontare la propria storia. I personaggi, che dovrebbero venire rappresentati in modo tale che si differenzino radicalmente dagli attori della compagnia, iniziano a riferire il proprio dramma in modo piuttosto confusionario.

Dopo alcuni anni di matrimonio e la nascita de Figlio, la Madre lascia il Padre e il primogenito per il segretario di quest’ultimo, con il quale ha tre figli: la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Alla morte del segretario, la Madre è costretta a crescere i propri figli illegittimi in povertà, effettuando lavori di sartoria per Madama Pace, una donna grassa e appariscente che comparirà come settimo personaggio solo successivamente. Madama Pace in realtà gestisce una casa di appuntamenti e obbliga la Figliastra a lavorarvi. Un giorno il Padre si reca in loco in qualità di cliente e soltanto l’intervento della Madre riuscirà ad impedire che abbia un rapporto incestuoso con la Figlia. Le versioni dei vari personaggi sono inconciliabili tra loro e spesso nascono dei battibecchi.

Il Padre decide di accogliere in casa propria la famiglia ma il Figlio non sopporta la Madre e la Figliastra, sicchè nel nucleo famigliare si creano delle forte tensioni. Un giorno la Bambina, mentre gioca in giardino, affoga in una vasca e il Giovinetto, che ha assistito impotente alla scena dietro ad un albero, si suicida con una rivoltella. La madre urla di terrore.

Gli attori restano ammutoliti di fronte alla tragicità della storia e non capiscono se si tratti di finzione o di realtà. Il capocomico decide di licenziare i personaggi, invitandoli a ritornare. Dietro lo sfondo tuttavia restano quattro grandi ombre: il Padre, la Madre, la Figliastra e il Figlio. La Figliastra si dilegua con un’enigmatica risata stridula.

Ciò che colpisce è l’impronta meta teatrale dell’intera opera, infatti il testo è una riflessione sul teatro e propone la rappresentazione da parte di una compagnia teatrale di due opere, Il giuoco delle parti e il dramma dei personaggi. L’intera azione si svolge inoltre in un teatro. Molte battute riguardano inoltre il teatro, ecco qualche esempio:
-“Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!”

-“Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere.”

-“Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più… Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché -vivi germi- ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l’eternità.”

L’opera rompe la tradizione del teatro aristotelico, infatti non è suddivisa in scene o atti ma è interrotta da due pause apparentemente casuali, che suddividono l’opera in tre parti. Il tema principale della commedia è l’impossibilità di far coincidere i soggetti immaginati dall’autore con quelli interpretati dagli attori, infatti i personaggi si mostrano delusi dalle rappresentazioni del loro dramma effettuate dai membri della compagnia teatrale. Non viene inoltre rappresentato il dramma in sé dei personaggi, ma il loro tentativo di trovare qualcuno che lo porti in scena.

Altri temi dell’opera sono la mescolanza di tragico e comico (come nell’Enrico IV), l’adozione di un punto di vista umoristico, la molteplicità infinita del reale e la sua intima relatività, l’opposizione tra la “forma” e la “vita” come radice dei drammi umani, la sovrapposizione tra realtà e finzione che, con le continue divagazioni metanarrative, provoca straniamento.

Fonti:

Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Ciascuno a suo modo / Questa sera si recita a soggetto, Garzanti, 2015

http://www.frasicelebri.it/s-libro/sei-personaggi-in-cerca-dautore/

http://www.oilproject.org/lezione/luigi-pirandello-metateatro-sei-personaggi-cerca-d-autore-7354.html

Recensione di “La luna e i falò” di Cesare Pavese

La luna e i falò viene scritto da Cesare Pavese nel 1949 e pubblicato nel 1950, pochi mesi prima del suicidio dell’autore (di cui il 27 agosto 2015 sarà il sessantacinquesimo anniversario). Ho scoperto online una prima edizione venduta su ebay a 190,00 €, di cui condivido con voi la fotografia.

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Il romanzo racconta la storia di un trovatello vissuto nelle Langhe che, dopo aver fatto fortuna in America, ritorna nella sua terra. Anguilla, così era soprannominato il protagonista durante l’adolescenza, lasciò gli Stati Uniti perché non riuscì a trovarvi ciò che apprezzava delle Langhe, ma al suo ritorno ritrovò la sua terra d’origine completamente cambiata: nessun paesano che conosceva era sopravvissuto o era in grado di riconoscerlo e il paesaggio era mutato completamente.

L’unico personaggio che si ricordava di Anguilla era Nuto, un amico d’infanzia più grande che da bambino Anguilla aveva scelto come esempio da seguire. Anguilla scoprì che, con il trascorrere degli anni, il suo rapporto con Nuto era cambiato: i due amici potevano ora confrontarsi alla pari. Anche se non ha viaggiato come Anguilla e ha solamente suonato il clarino nelle feste dei villaggi della zona, Nuto ha maturato un’analoga esperienza di vita.

Ritornando nell’abitazione in cui aveva vissuto con i genitori adottivi, Anguilla incontrò Cinto, un ragazzo zoppo in cui si riconobbe e nel quale cercò di risvegliare gli stessi desideri che aveva da ragazzo. Quando il padre di Cinto uccise l’intera famiglia e diede fuoco all’abitazione, Anguilla e Nuto si presero cura del ragazzo.

Gli avvenimenti non vengono narrati in ordine cronologico ma sono esposti seguendo il flusso dei pensieri del narratore interno al racconto (Anguilla) con continue analessi. Ne consegue, per esempio, che numerosi episodi riguardanti Irene, Silvia e Santa, le tre bellissime figlie del datore di lavoro di Anguilla durante l’adolescenza, vengono narrati seguendo un ordine funzionale alle riflessioni implicite o esplicite del narratore.

Il narratore è Anguilla, che ripercorre la propria storia in un periodo successivo al suo trasferimento negli Stati Uniti. La narrazione degli eventi è intervallata da riflessioni sul passato di Anguilla e sull’esistenza in generale. In queste riflessioni è racchiuso il significato dell’opera, un senso misterioso e complesso che è difficile da afferrare.

Per recensire La luna e i falò di Cesare Pavese non scriverò un saggio breve come quelli a cui siete abituati, in quanto preferirò soffermarmi sulle mie impressioni personali realizzando una vera e propria recensione. Questa mia scelta è dovuta al fatto che Internet abbonda di informazioni e analisi a tal punto che non potrei aggiungere nulla di originale, inoltre non sono in grado di dimostrare la veridicità dei molti dati disponibili online, su cui si fonderebbe il mio scritto.

Siccome ciò che ho trovato in rete è molto interessante, ho deciso di condividerlo con voi realizzando un elenco delle pagine web che ho maggiormente apprezzato.

  • http://www.atuttascuola.it/SCUOLA/italiano/la_luna_e_i_falo.htm A tutta scuola offre un’analisi semplice e esaustiva del romanzo, sezionandolo con precisione chirurgica in ogni suo aspetto. Si tratta del testo ideale per i meno esperti in letteratura, ma fornisce una letteratura interessante anche per uno studente universitario. Non ho tuttavia apprezzato il paragrafo dedicato ai personaggi secondari, in quanto non focalizza le loro caratteristiche essenziali. Irene, Silvia e Santa, per esempio, sono menzionate sbrigativamente, mentre per le tre fidanzate di Anguilla sono state scritte più righe del dovuto.
  • http://www.italialibri.net/opere/lunaeifalo.html Questo articolo espone gli aspetti essenziali del romanzo e lo considero un efficace invito alla lettura. Sembrerebbe che si tratti di un testo affidabile in quanto è stato scritto dalla redazione del sito web, che è composta da membri qualificati.
  • http://www.criticaletteraria.org/2012/01/la-luna-e-i-falo-di-cesare-pavese.html Si tratta di un articolo molto interessante perché non solo presenta la trama e le tematiche principali del romanzo, ma sono stati disseminate nel testo anche tante piccole citazioni e curiosità che dilettano il lettore che desidera saperne di più.
  • http://www.luzappy.eu/ita_quintad/pavese.htm Questo articolo è un autorevole estratto proveniente da un libro cartaceo citato dal titolare del sito web, perciò è attendibile. E’ molto utile per avere una panoramica completa della produzione di Pavese e sono molto interessanti gli ultimi due paragrafi, dedicati all’ultimo romanzo dell’autore e al suo suicidio.
  • Internet mette a nostra disposizione numerose pagine di citazioni tratte dal libro. Non Sempre i responsabili dei siti web hanno pubblicato quelle che a mio parere sono le ctazioni più importante, ma il loro contributo è comunque utile per coloro che desiderano citare  il romanzo. Ecco due delle numerose pagine disponibili online: http://www.frasicelebri.it/s-libro/la-luna-e-i-falo/ http://www.liosite.com/opera/la-luna-e-i-falo/

Su Youtube ho scoperto una strepitosa lezione universitaria sul romanzo tenuta dal Prof. Bonino:

Secondo il professore il romanzo tratterebbe il “dopo” della Resistenza, così ho cercato le tracce di questo tema all’interno dell’opera. La narrazione si sofferma essenzialmente sulle vicende personali dell’autore e descrive il luogo e la società in cui vive attraverso il filtro della percezione del protagonista. L’opera non vuole dunque essere una descrizione realista della società delle Langhe nel Dopoguerra, ma probabilmente vuole trasmettere un’indefinita sensazione di radicale, assoluto e definitivo mutamento dovuto alla guerra. Così come Anguilla ha ritrovato il proprio paese completamente cambiato dopo essere tornato dall’America, gli uomini hanno ritrovato l’ambiente in cui vivono irreparabilmente differente.

Il solo episodio riguardante la Resistenza è l’esecuzione di Santa, il Dopoguerra viene descritto invece solamente attraverso la descrizione del ritrovamento dei corpi di due Repubblichini, che offrono l’opportunità di scrivere un capitolo di implicita denuncia (lo stile è realista, l’autore implicito perciò sembra astenersi da ogni giudizio) sullo sfruttamento da parte della chiesa del passato come propaganda anticomunista.