Satira e sadomaso in “Bonding”

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Bonding è una serie tv Netflix che parla di sadomaso, uscita il 24 aprile e che ha subito conquistato il pubblico. Dimenticatevi Cinquanta sfumature di grigio: il romanticismo melenso stile harmony è bandito e le dinamiche del sadomaso sono trattate con realismo e rispetto, presentando dei personaggi che affrontano il sesso in modo sano e pulito anziché gli atteggiamenti possessivi e maschilisti di Christian Grey.
L’autore Rightor Doyle ha pensato di avvicinare il sadomaso ad un pubblico che non lo pratica o che prova ribrezzo per tali attività mediante un linguaggio semplice e immediato, che ha la straordinaria capacità di avvicinare tutti gli uomini e creare il dialogo: il riso, una satira spietata e irriverente che non risparmia nessuno. La comicità è dietro l’angolo, smussa anche i momenti più tragici e ci ricorda che siamo tutti esseri umani, indipendentemente da ciò che facciamo sotto le lenzuola. In rete si vocifera che Rightor Doyle si è ispirato alla propria esperienza personale, ma fortunatamente non si specifica in quale ramo del sadomaso sia specializzato. Bonding rappresenta per l’autore anche il debutto come regista e la scrittura della prima opera importante, dopo aver collaborato a tre episodi di The Walker, di cui è stato anche l’attore protagonista.
I personaggi principali sono due amici di vecchia data e ex fidanzati che si incontrano nella Grande Mela dopo il college. Zoe Levin è Tiff, la dominatrice sadomaso più apprezzata di New York, si tratta di una mora dal carattere deciso e alcuni problemi con l’affettività e le proprie emozioni. Brendan Scannell è invece Pete, uno squattrinato omosessuale dai capelli rossi che accetta di diventare l’assistente della ragazza per pagarsi l’affitto. Grazie al sadomaso, il giovane acquisterà consapevolezza della propria forza e accrescerà la propria autostima. Lei studia psicologia, affronta senza timore un professore che molesta una studentessa e inizia a frequentare un ragazzo apparentemente superficiale e grezzo, che tuttavia si dimostra empatico e sensibile. Lui è invece è un comico con il terrore del pubblico ed è l’unico omosessuale di Manatthan a ricercare una storia d’amore stabile e romantica, in un mondo in cui i gay newyorkesi prediligono le avventure occasionali e il sesso disimpegnato.
A fare da contorno, tanti personaggi con i gusti sessuali più svariati: un uomo ama essere umiliato e farsi orinare addosso, un altro è attratto dai pinguini, una coppia è costituita da un uomo che ama il solletico e una donna che adora picchiare, il fidanzato di Tiff adora essere guardato mentre defeca. Nonostante la spregiudicatezza dei temi trattati il telefilm è molto pudico, infatti non sono visibili scene erotiche in quanto si privilegia il riso e la dissacrazione di tutto. Anche i completini in lattice della protagonista sono molto coprenti, ne consegue che l’opera non sfocia mai nella volgarità e non offende la sensibilità di nessuno.
Nonostante il tema innovativo e l’intelligenza con cui affronta argomenti delicati, il telefilm è un fallimento perché i tratti psicologici dei personaggi sono appena abbozzati: i personaggi secondari sono Caricature di se stesse, sono l’emblema di un determinato gusto sessuale anziché personalità a tutto tondo che non si esauriscono in ciò che fanno a letto; i personaggi principali invece sono delineati con superficialità, senza scavare a fondo nella loro psiche. L’autore ha cercato di mantenere un tono leggero, senza sfociare nel tragico, ma forse ha esagerato, poiché la comicità trionfa solo se sapientemente dosata con la serietà. I momenti gravi abbondano, per esempio quando la protagonista chiede scusa al suo fido compagno, eppure il tono resta sempre leggero, come se l’autore avesse paura ad inserire un elemento tragico. Il bondage diventa una pratica con cui i protagonisti “combattono” mentre bisticciano, l’effetto è a prima vista piacevole ma impedisce di trasmettere la dovuta gravità alle varie situazioni.
Sono molto importanti i valori basi che il telefilm trasmette. Innanzi tutto, l’amore e il sesso non devono mai essere vissuti con vergogna, purchè ci sia benessere e rispetto, inoltre gli stereotipi su ciò che significa essere uomo e donna sono costrutti sociali che impediscono alle persone di esprime se stessi. Una maglietta indossata dal fidanzato di Tiff ci rivela che anche gli uomini possono essere femministi e il fatto che i protagonisti scelgano come partner dei personaggi sessualmente e affettivamente ordinari dimostra che l’autore non vuole celebrare il sadomaso a scapito della sessualità “classica”: entrambe sono soluzioni valide e importanti, che non necessariamente si escludono a vicenda.

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Di sette, di Morti e di Magia, “The Order” arriva su Netflix

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The Order è una nuova serie Netflix uscita il 7 marzo che coniuga egregiamente l’atmosfera dei college americani con il fantasy. Oltre a intrattenere piacevolmente con incantesimi, omicidi ed esilaranti colpi di scena, il telefilm induce lo spettatore a riflettere sull’importanza di non seguire fedelmente un capo, ma di essere indipendenti e usare la ragione.
L’Ordine Ermetico della Rosa Blu è la più prestigiosa setta studentesca di Belgrave, con una piccola peculiarità: è influente su scala nazionale e insegna la magia nera ai suoi discepoli. Segretezza, gerarchia, sottomissione assoluta e sacrificio sono la filosofia dell’Ordine, il solo modo per apprendere la magia e acquisire potere. La ritualità, la simbologia e l’uso del latino sono fondamentali per conferire sacralità ad ogni aspetto dell’ordine ed hanno un forte impatto psicologico. I soldati semplici sono chiamati a sgobbare, sacrificando lo studio e compiendo gli incarichi più umili, dai loro sforzi traggono invece giovamento i superiori, che hanno potere anche di vita e di morte sui sottoposti. La setta ricorda per molti tratti il gruppo studentesco del film L’onda (recensito da Giulia Bossi), in cui un professore liceale organizza i suoi studenti secondo criteri fascisti e nazisti.
Un gruppo di licantropi, i Cavalieri di San Cristoforo, cercano di sconfiggere l’ordine per contrastare la magia nera, tuttavia il protagonista non aderisce pienamente nemmeno a tale gruppo studentesco. Anche i licantropi devono prestare giuramento, inoltre decretano la vita o la morte delle proprie vittime con estrema superficialità, giocando a Beer Pong, e provano un particolare gusto al limite del sadismo per l’aggressività e l’assassinio. Licantropi con buoni propositi, dunque, ma rozzi nell’agire e nell’approcciarsi alla battaglia, una marmaglia di sanguinari.
Maghi e licantropi ammiccano alle sette studentesche dei college americani che, proprio come nel telefilm, amano la gerarchia e la ritualità. Alcune sette sono privilegiate rispetto ad altre e consentono di stringere legami che si riveleranno utili al termine degli studi, proprio come l’Ordine. Il telefilm dunque analizza con occhio critico ciò che accade negli Stati Uniti e intrattiene proponendo degli intelligenti riferimenti alla realtà.
Jack Morton (Jake Manley), il protagonista, si troverà a destreggiarsi tra due sette segrete, cercando di restare fedele a se stesso. In un’epoca differente dalla nostra, come il Medioevo (ma anche nell’Ottocento o nei regimi totalitari del Novecento), Jack sarebbe considerato un inaffidabile, un doppiogiochista e un traditore, nessuno lo proporrebbe come protagonista positivo di un’opera. Nel Ventunesimo secolo invece riflettere con la propria testa ed essere fedeli solo alla ragione è un valore. L’ideologia e la ritualità delle sette appare viene presentata come affascinante in quanto è protagonista di una serie tv, nonostante ciò viene aspramente condannata in favore dell’individualità, un valore rappresentato proprio dal personaggio principale. Lupi mannari e magia nera non sono condannati a prescindere, è la mentalità gerarchica e claustrofobica con cui ci si approccia alle due sette ad essere criticata.
La filosofia assume un ruolo principale anche nel personaggio del Golem che, come un moderno mostro di Frankenstein scombussolato dalla sua peculiare nascita, si interroga sull’esistenza, ponendo domande curiose a Jack sulla vita e sulla morte. Il Golem è una creatura mitologica della tradizione ebraica, un fantoccio di argilla cui si può donare la vita mediante una parola magica che servirà il proprio padrone. Anche Adamo, prima che Dio gli conferisse un’anima, era un Golem, un ammasso di argilla privo di sentimenti e volontà propria, pertanto la leggenda riprende la credenza secondo cui l’uomo è fatto di terra.
La leggenda dei licantropi è stata invece ampiamente manipolata per adattarla alle esigenze della sceneggiatura: niente proiettili d’argento o luna piena, inoltre un fischio preannuncia il momento in cui la bestia “vuole uscire” e la contaminazione non avviene tramite morso, ma quando una pelle di lupo avvolge e stritola la vittima. Nel momento in cui lo spettatore accetta il patto narrativo, si ritrova catapultato in un universo in cui le caratteristiche dei licantropi sono ben orchestrate e non proverà confusione.
Jack è entrato nell’ordine per uccidere il suo padre biologico, che ha provocato il suicidio della madre. Il padre è niente meno che il capo supremo dell’Ordine, un mago oscuro accecato dalla brama di potere. Nelle puntate conclusive, anche costui desidera uccidere il proprio primogenito per conquistare il potere assoluto che deriva dal Vademecum, un libro di magia nera. Il complesso edipico è stato trasformato in narrativa, il dramma di Luke Skywalker e Darth Vader ha assunto le tinte del fantasy ma di fatto i concetti principali sono rimasti invariati.
Una serie ben orchestrata, dunque, con una trama avvincente, colpi di scena ben orchestrati e morti continue che ribaltano costantemente la situazione. Ancora una volta, Netflix offre ai suoi abbonati un piacevole diversivo per trascorrere una serata alternativa.

Fantascienza e psicologia in “Maniac”

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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Avete presente i vecchi film di fantascienza anni Ottanta che ci fanno esclamare, ridendo sotto i baffi: “Ma allora è così che i nostri genitori si immaginavano il futuro?” Dal 21 settembre 2018 Netflix propone una nuova serie tv, Maniac, che racconta la complicata relazione di amicizia e forse d’amore di due malati psichici, che si sottopongono ad un esperimento per risolvere i propri problemi. La regia di Cary Fukunaga e la scrittura di Patrick Somerville hanno sfornato un piccolo capolavoro.

L’ambientazione è un non tempo in cui le macchine e i costumi sono creati secondo la moda di quarant’anni fa e la tecnologia prevede hardware mastodontici e cavi al posto del wi-fi, ma la scienza offre miracoli che nemmeno ai nostri giorni possiamo immaginare: computer che provano emozioni e droghe in fase di sperimentazione che consentono di rielaborare i traumi. Il futuro immaginato dagli sceneggiatori prevede amicizie in affitto e una diffusa difficoltà nello stringere rapporti personali, rendendo il mondo di Maniac più simile ad una distopia. Le scenografie del laboratorio in cui si svolgono i test, con luci al neon, ambienti claustrofobici privi di finestre e effetti speciali anni Ottanta, sembrano un omaggio a Kubrick e sono determinanti nella creazione di un’atmosfera fantascientifica della vecchia scuola.

Ma Maniac è anche la storia di una relazione. I due protagonisti, Owen Milgrim (Jonah Hill) ed Annie Landsberg (Emma Stone), sono rispettivamente uno schizofrenico paranoico e una borderline, che si incontrano ad un esperimento per testare un nuovo farmaco sugli esseri umani. Lui vorrebbe guarire dalla sua difficoltà a scindere realtà e allucinazioni e salvarsi da una vita mediocre, lei cerca solo la droga da cui è dipendente, la prima delle tre pastiglie dell’esperimento, che le consente di rivivere il trauma in cui è morta sua sorella. Le pastiglie somministrate durante i test consentono di vivere dei sogni terapeutici per rielaborare i traumi, ma i sogni dei due giovani sono collegati perché i due si amano, anche se nel corso della prima stagione non lo hanno ancora capito e pensano di essere solo amici.

Svolge un ruolo portante il tema della psicologia, non soltanto perché i due protagonisti sono affetti da due patologie, dipinte egregiamente dalla recitazione dei due artisti. La serie tv parla anche di rapporti interpersonali, della rielaborazione del lutto da parte di un computer che prova sentimenti e di un disturbo sessuale dovuto ad un malsano rapporto con i genitori, che si potrebbe ricollegare al complesso edipico freudiano. Unica pecca, la facoltà di un farmaco che consente di rielaborare i traumi di guarire anche disturbi, come la schizofrenia paranoica e il disturbo borderline. Un disturbo può affliggere anche una persona che ha avuto una vita serena e non ha esperienze negative da rielaborare e può essere controllato con le terapie ma non superato, per questo motivo la serie è inesatta e trasmette un messaggio errato sulle malattie mentali. Anche la protagonista di Ragazze interrotte era borderline e, come in quel caso, l’opera non analizza a fondo le caratteristiche della malattia: tale disturbo non consiste semplicemente in maleducazione e rispondere male alle persone, è una realtà molto più complessa. La schizofrenia del personaggio principale maschile ricorda invece Beautiful mind: anche Owen combatte per distinguere realtà e finzione e la serie trasmette il sottointeso messaggio che la mente umana è bella perchè varia e articolata, inoltre ciascuno di noi è pazzo a modo suo. Owen si comporta come se fosse rintontito dai farmaci, invece afferma più volte di non assumere sostanze; si tratta di una grave pecca, perchè ancora una volta si raffigurano in modo errato le malattie psichiche.

La continua alternanza tra vita reale e dimensione onirica ricorda molto Inception. Come nel celebre film, il finale è aperto: non sarà una trottola a stabilire se i protagonisti si trovano in un sogno, ma la presenza di due animali che solitamente appaiono durante il sonno indotto dai farmaci. Sarà un caso o una citazione voluta?

Siccome nei sogni i disturbi psichici svaniscono e le personalità dei personaggi diventano più carismatiche e vincenti, la recitazione degli attori muta radicalmente a seconda del contesto, consentendoci di osservare come può cambiare il volto di un attore in base del ruolo. I dialoghi svolgono una funzione predominante nella struttura della serie, lasciando ampio margine di azione agli attori per mostrare le loro capacità.

E’ interessante soffermarsi anche sulla struttura del telefilm. La prima puntata è dedicata interamente a Owen, la seconda ad Annie, dalla terza invece i protagonisti assumono lo stesso rilievo. Il complicato rapporto tra i due scienziati che conducono l’esperimento è una storia parallela: il genio problematico e la sua saggia e matura compagna nonché braccio destro sono un duo perfetto

“Chiamatemi Anna”, in attesa della terza stagione

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Chiamatemi Anna è una serie tv firmata Netflix che si ispira al celeberrimo romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery, dato alle stampe nel 1908. La prima stagione di sette episodi è uscita nel 2017, la seconda di dieci puntate risale al 2018 e i fan sono attualmente in attesa della terza, per la quale è confermata la realizzazione di dieci episodi. L’adattamento è un’opera di Moira Walley-Beckett.

La protagonista è Anna, una ragazzina dai capelli rossi non particolarmente carina ma carismatica, intelligente, logorroica, accanita lettrice, romantica e con una fervida immaginazione. La piccola è orfana ed ha vissuto una serie di esperienze traumatiche sia in orfanotrofio sia presso le famiglie che l’anno adottata o l’hanno ingaggiata per badare ai figli naturali. Anna verrà adottata da una coppia di fratelli non sposati in età avanzata, Marilla e Matthew Cuthbert; inizialmente la coppia avrebbe voluto un maschio e non accettano la ragazzina giunta per un errore dell’orfanotrofio, ma presto impareranno ad amare Anna. In seguito ad una serie di fraintendimenti e al suo carattere esuberante, Anna faticherà non poco a farsi accettare dai compaesani e dalla famiglia. La prima stagione è particolarmente tragica e si sofferma sul faticoso inserimento di Anna nella nuova famiglia tra traumi, abbandoni e incomprensioni, la seconda invece assume tinte più spensierate in quanto racconta la vita della protagonista ad integrazione già avvenuta nel villaggio.

L’attrice che interpreta Anna non è una ragazzina graziosa, conformemente al personaggio, ma ha un volto molto caratteristico, difficile da dimenticare e straordinariamente espressivo. Le doti recitative di Amybeth McNulty, questo è il nome della giovane artista, sono precoci e sapientemente coltivate, perciò ci auguriamo per lei una straordinaria carriera.

La protagonista e molti dei personaggi principali sono bambini alla soglia della pubertà, tuttavia la serie tv non è rivolta solo agli adolescenti in quanto affronta tematiche molto serie come la condizione femminile nei primi del Novecento, il lavoro minorile, la povertà, l’analfabetismo dilagante, la discriminazione degli afroamericani, l’omosessualità, il corretto modo in cui un insegnante deve approcciarsi ai ragazzi, l’educazione dei figli, il bullismo, l’obsoleta mentalità dei primi del Novecento e molto altro ancora. Solitamente i personaggi si approcciano a tali tematiche secondo il seguente schema narrativo: in un primo momento si mantengono ancorati alla mentalità ottocentesca, che allo spettatore appare antiquata e controproducente, ma grazie alla riflessione e all’empatia maturano il proprio personale ed evoluto punto di vista adottando un approccio moderno, novecentesco se non addirittura del terzo millennio. Nel villaggio si diffonde pace e armonia grazie alla maturazione culturale, ne consegue che si crea una situazione quasi anacronistica, perchè la mentalità moderna sconfigge quella dell’epoca in cui è ambientato il racconto.

Talvolta trionfa il regresso, come quando i due truffatori fanno cadere il villaggio in preda alla febbre dell’oro. Il villaggio era accecato dalla sete di ricchezza e dall’ottusità, salvo pochi personaggi con cui lo spettatore si schierava, provando un senso di sdegno e ingiustizia. Anche quando il villaggio non mostra di avere un atteggiamento moderno, il telefilm trasmette un messaggio in favore del progresso e della mentalità del pubblico.

Conformemente a quanto crediamo noi spettatori del terzo millennio, ciascuno dei personaggi del telefilm appare simpatico e intrigante nella sua unicità, perchè essere diversi è un valore a scapito del conformismo. Ne consegue che Anna si differenzia dal gruppo dei suoi amichetti per la passione per la letteratura, la sua dolce amica Diana risalta per il suo talento come pianista, Gilbert è un brillante studente, Cole è uno straordinario artista e Ruby è molto romantica.

E’ doveroso menzionare i costumi di scena, finalizzati ad identificare immediatamente la classe sociale del personaggio per rappresentare la disparità sociale che piagava l’epoca di Anna. Ma i costumi rappresentano anche la mentalità e la personalità dei personaggi: Marilla ha un atteggiamento molto puritano e non sopporta le donne e le ragazze troppo eleganti, di conseguenza gli abiti della figlia adottiva Anna sono molto più sobri di quelli delle compagne; Diana è di famiglia benestante, pertanto i suoi vestitini saranno raffinatissimi; gli indumenti del bracciante Jerry sono umili e anonimi; la maestra tanto amata da Anna è invece una ribelle senza corsetto e, talvolta, indossa i pantaloni.

L’azione si svolge in Canada – il telefilm è dopotutto una produzione Canadese- nei primi del Novecento, ciò è evidente dal clima freddo, dalla fauna boscosa e dai continui riferimenti spazio-temporali. Le scene sono state girate in Ontario, anche se parte delle riprese si svolsero sull’Isola del Principe Edoardo, in cui è ambientato il romanzo.  Gilbert nei suoi viaggi approda ai tropici, ravvivando l’atmosfera introducendo un paesaggio completamente differente da quello in cui si svolge la vicenda di Anna.

Nonostante il telefilm abbia ottenuto successo e sia un prodotto di qualità, merita una nota negativa la sigla, che ritrae Anna ed alcuni animaletti in una folta vegetazione; le immagini ricordano un’illustrazione d’epoca, la colonna sonora assomiglia ad un brano country. Il breve video è stato realizzato al computer in modo molto poco realistico e lo zampino di qualche programma di videomaking risulta troppo evidente, pertanto si è guadagnato una bocciatura.

 

Atypical, una serie tv sull’autismo

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Atypical è una serie tv firmata Netflix, giunta alla seconda stagione, che racconta la storia di formazione di Sam, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, e le vicende che coinvolgono i suoi cari, le cui vite sono fortemente influenzate dalla malattia del protagonista. La serie è nata da un’idea di Robia Rashid ed è diretta da Seth Gordon.

Sam vorrebbe emanciparsi e avere una vita normale e una ragazza, ma incontra svariate difficoltà dovute alla sua malattia: la sua ossessiva passione per i pinguini e l’Antartide lo rendono un personaggio bizzarro, si agita negli spazi affollati e rumorosi al punto da dover indossare una cuffia antirumore nei corridoi a scuola, non riesce a leggere i significati impliciti nelle conversazioni ed è troppo sincero, ha problemi di ansia, pratica dei rituali e gesti ossessivi e, quando si agita, è affetto da tic nervosi. Nonostante ciò il ragazzo riuscirà ad avere successo nella vita, intenerendo il pubblico. Il teenager infatti ha ottimi voti a scuola, soprattutto in biologia, ha successo al lavoro, troverà una ragazza e manterrà degli ottimi rapporti con i suoi parenti e amici, emancipandosi dalla famiglia.

Casey è la sorella minore di Sam, ma siccome suo fratello è autistico è come se fosse la maggiore, infatti è molto protettiva e aiuta l’eroe della serie in molte situazioni. Non è facile avere un fratello con la sindrome di Asperger, ma Casey riuscirà a distinguersi nelle gare di atletica delle high school americane. La mamma dei due ragazzi, Elsa,  è una donna iperprotettiva e talvolta soffocante nei confronti di Sam. Elsa ha investito tutte le proprie energie nella famiglia di cui è la colonna portante, ma tale scelta di vita l’ha resa fortemente insoddisfatta; ne conseguirà che tradirà il marito con un barista. Il padre è la figura genitoriale che ha avuto maggiori difficoltà ad accettare la malattia di Sam perciò in passato ha commesso degli errori, ma si è riscattato. Zahid è il migliore amico e consigliere di Sam, i due ragazzi lavorano insieme presso un negozio di elettronica. Il giovane ha una personalità carismatica, sa persuadere Sam a seguire i propri consigli che spesso si rivelano molto utili, naturalmente quando Sam non li fraintende a causa della sua tendenza a seguire solo il significato letterale delle frasi e all’incapacità di adeguare i suggerimenti alle circostanze. Paige è la prima fidanzata di Sam, una biondina intelligente e sensibile ma spesso logorroica che affronterà una serie di difficoltà per entrare nel complicato mondo del suo ragazzo.

Il telefilm permette di conoscere alcune caratteristiche dell’autismo come i sintomi del disturbo, ma è stato fortemente criticato perché non rappresenta le reali condizioni di vita degli affetti da sindrome di Asperger, come i loro pensieri e le loro difficoltà quotidiane. Il web abbonda di pareri vaghi e discordanti, spesso provenienti da fonti non autorevoli. Sarebbe interessante leggere l’analisi di un esperto di disturbi dello spettro autistico per stabilire quanto Atypical sia realistico, purtroppo in rete non è disponibile nulla di tal genere.

Il telefilm è un’opera su una malattia, certo, ma gli spettatori possono immedesimarsi in Sam perché si tratta di un liceale con tutti i problemi tipici della sua età e non è poi così diverso dagli altri ragazzi. Il disturbo di Sam genera situazioni divertenti, ma la sua peculiarità non viene mai ridicolizzata, perché il pubblico è indotto a provare empatia per lui. La trama è attraversata da una comicità velata, che rende leggeri anche i momenti di maggiore tensione drammatica.

La voce narrante appartiene a Sam, che descrive il comportamento dei vari personaggi paragonandolo a quello degli animali antartici. Si tratta di una scelta particolarmente poetica, che rappresenta la difficoltà con cui l’eroe tenta di interpretare il mondo, nonostante la malattia gli imponga di considerare i suoi simili come degli animali strani e incomprensibili.

Disincanto incanta Netflix

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Matt Groening ha fatto il tris: dopo aver criticato la società americana disegnando una città popolata da uomini gialli ne I Simoson e averci trasportato nel futuro con Futurama, ha ideato un mondo ambientato nel Medioevo delle fiabe in Disincanto. La prima stagione è uscita il 17 agosto su Netflix ed è stata un successo.

La protagonista è Bean, una principessa bruttina, con i dentoni da coniglio e un rozzo carattere da ubriacona che cerca disperatamente di non sposarsi per interesse, ribellandosi ad un padre burbero e autoritario. Suoi compagni inseparabili sono un elfo chiamato Elfo, scappato dal regno dei suoi simili per provare emozioni che non siano una perenne insensata felicità, e Lucy, un demone che dovrebbe condurre la fanciulla sulla via del male per ordine di oscuri quanto ignoti antagonisti, ma che sarà invece il suo braccio destro.

I vari elementi del fiabesco e della società feudale sono presentati con ironia e sarcasmo, inoltre i topoi del genere fantasy sono capovolti: il malefico Lucy si rivela il miglior consigliere mentre la bontà degli elfi rende sempliciotti, il consigliere del re organizza orge massoniche e le fate sono delle squillo. Disincanto non è un cartone animato per bambini, infatti sono presenti sesso, alcool, gioco d’azzardo, violenza gratuita, droga, ingiustizia sociale, lavoro minorile, prostituzione e molto altro ancora. Si abbattono i luoghi comuni col sorriso e la battuta rende più leggeri anche i momenti più tragici. Groening infatti “vuole raccontare vita e morte, amore e sesso, e di come continuare a ridere in un mondo pieno di sofferenza e idioti”.

Le dieci puntate di Groening non sono episodi indipendenti tra loro come Futurama e I SImpson, ma seguono un filo conduttore, sebbene ogni avventura sia costituita da una propria storia. La matita dell’artista è ben riconoscibile soprattutto nello stile con cui disegna le creature antropomorfe, tuttavia le linee di Disincanto sono molto diverse da Futurama e I Simpson: il fiabesco regna incontrastato attraverso colori brillanti e linee morbide. Gli effetti delle pozioni magiche e degli incantesimi sono stati creati con dei particolari effetti speciali differenti dal colore pieno del cartone animato, inoltre i liquidi sono semitrasparenti.

Le animazioni sono state ideate dai Rough Draft Studios, che hanno già partecipato alla realizzazione di Futurama, con la produzione esecutiva di Matt Groening e Josh Weinstein. Disincanto (Disenchantment in inglese) è la prima opera di Matt Groening per Netflix dopo la lunga collaborazione con 20th Century Fox Television, dalla quale sono nati I Simpson e Futurama.

La prima puntata svolge una funzione introduttiva in quanto vengono presentati tutti i personaggi principali. Le avventure della principessa Bean sono irriverenti e incalzanti, ma a il finale della serie lascia alquanto a desiderare poiché compare un antagonista inaspettato e la vicenda si complica eccessivamente. Ma lasciamo al pubblico il compito di stabilire se la serie è ben riuscita; nel complesso, Groening ha fatto centro per la terza volta.