Piero fornasetti, 100 anni di follia pratica in mostra alla Triennale di Milano

“Immaginazione, fantasia e creatività sono cibi insopprimibili per l’anima e per lo spirito: è un dovere per chi ne ha il darne agli altri, ed è così, che la fantasia chiama la fantasia e che la poesia invita alla poesia per tutti, a tempo pieno”

La Triennale di Milano ha ospitato fino al 9 febbraio una retrospettiva dedicata a Piero Fornasetti, uno dei più importanti designer italiani del XX secolo. I circa mille pezzi esposti offrono una vasta e coloratissima panoramica della produzione dell’artista e, in occasione del centenario della sua nascita, ci invitano ad immergerci in un universo surreale, onirico, ironico e metafisico, seguendo l’evoluzione della poetica di Fornasetti dagli esordi sino agli ultimi anni.

La straordinaria vitalità dell’arte di Fornasetti vale pienamente il prezzo del biglietto, che in questi duri tempi di crisi si è fatto un po’ troppo costoso: il prezzo della visita è infatti di 8,00 € e si riduce a 6,50 € per gli studenti universitari; inoltre è venuta meno la possibilità di rinnovare la tessera della Triennale. Nonostante un pizzico di disappunto, abbiamo pagato il pegno richiesto e ci siamo immersi nel design di Fornasetti.

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Tutto ebbe inizio nella bottega di uno stampatore che collezionava immagini

Piero Fornasetti fu un pittore, scultore, decoratore d’interni, stampatore di libri d’arte, designer, scenografo, costumista, organizzatore d’esposizioni e iniziative e molto altro ancora.

Fornasetti nasce il 10 novembre 1913 in una ricca famiglia borghese di milano e nel 1939 entra nell’Accademia di Belle Arti di Brera, ma due anni dopo viene espulso per insubordinazione. Rivela infatti l’artista in un’intervista: – Sono stato espulso dalla scuola. Da Brera. Non mi insegnavano quello che volevo imparare. Non insegnavano il disegno dal vero, disegnare il nudo. – Fornasetti riteneva infatti che “per imparare a essere un buon designer una persona deve andare a scuola di nudo. Quando uno sa disegnare il nudo sa anche disegnare un palazzo, o il motore di un’automobile. Qualsiasi cosa. Ma se non sa disegnare il nudo è un vero problema.”

Si iscrive dunque alla Scuola Superiore d’Arti Applicate all’Industria del Castello Sforzesco e divenne uno stampatore, ma Fornasetti ha sempre sostenuto di essere più che altro un autodidatta e di non dovere molto alle scuole che ha frequentato: – Sono nato pittore. Ho cominciato all’età di dieci anni. Nessuno nei laboratori dove mi sono presentato, mi ha potuto insegnare. Ho imparato dai libri. Ho imparato la litografia, l’incisione. Ho imparato tutto questo prima che nascessero le scuole per le varie tecniche. […] Guardavo le riviste che non sapevo leggere. Così ho imparato. Però disegnavo, sempre, dalla mattina alla sera, il corpo umano: lo schizzo, l’abbozzo, poi l’opera. Da un po’ di tempo ho la fortuna di avere mio figlio che si è messo a lavorare con me, facendosi le ossa nel restauro di vecchi edifici contadini toscani. Farsi le ossa è quello che ho sempre sostenuto: il laboratorio. Cioè lavorare in cantiere. Capire i problemi nel fare una casa è la più bella delle scuole, perché si imparano tutti i mestieri, dal carpentiere al muratore, dal marmista all’elettricista, al falegname. –

Fornasetti sin dagli esordi non ebbe timore di manifestare la propria eccentricità di artista: era infatti solito ritagliare e collezionare immagini e archiviarle nei possenti cataloghi di cartone marrone esposti alla mostra. Tali ritagli potevano provenire da qualsiasi fonte, anche la più insolita: libri economici, volumi pregiati, riviste d’epoca, quotidiani, manifesti, cataloghi, archivi storici, enciclopedie…  La triennale ha scelto di esporre tali cataloghi nella retrospettiva, affiancandoli ad un paio di vecchie forbici arruginite per ricordare il metodo grezzo e irriverente con cui Fornasetti componeva le sue collezioni di immagini.

Iniziò la sua carriera artistica come stampatore di litografie, ragion per cui il disegno, con il marcato contorno nero tipico delle stampe, sarà il fondamento della sua cultura artistica in ogni periodo della sua vita.

Ben presto Fornasetti ebbe modo di farsi conoscere, infatti molti grandi intellettuali dell’epoca si recarono nella sua bottega per chiedergli di stampare libri d’arte e litografie. Tra i suoi clienti più illustri ricordiamo De Chirico, Lucio Fontana, Manzù e Sassu. La Triennale si è premurata di esporre anche alcune di queste opere per raccontare al visitatore questa fase iniziale della carriera di Fornasetti.

Fornasetti eccelleva anche nella pittura, così si è deciso di esporre nella retrospettiva della Triennale una preziosa quadreria d’autore. che consente di ritrovare sulla tela alcuni dei soggetti che siamo soliti osservare stampati sugli oggetti di design. Piero Fornasetti era infatti destinato a diventare un designer ma nella sua vita non amò mai definirsi tale, infatti storpiava scherzosamente tale termine nel lombardo desinger. Fornasetti si considerava più che altro un artista, di stampo rinascimentale.

Immagine tratta da artslife.com

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Il rifiuto della Triennale e l’amicizia con Gio Ponti

Nel ’33 Fornasetti fece domanda per partecipare alla prima Triennale con alcuni foulard di sua realizzazione, ma gli fu negato il permesso in quanto le sue produzioni erano troppo diverse dal razionalismo imperante all’epoca, che bandiva come deviante ogni sorta di decorativismo in favore della celebrazione della pura forma. Come molti altri precursori dell’arte e del design, la carriera di Fornasetti iniziò così con un rifiuto, dettato semplicemente dal fatto che la sua epoca era ancora troppo immatura per comprenderlo.

Quella stessa sconfitta riservò per l’artista una piacevole ed inaspettata sorpresa: l’amicizia e la collaborazione artistica con Gio Ponti. Nacque così un duo inseparabile, che soltanto la morte riuscì a separare. Purtroppo anche negli anni successivi, più precisamente dal ’53 al ’73, mentre Piero Fornasetti e Gio Ponti progettavano alcuni degli oggetti più belli della storia del design italiano, la Triennale si ostinò a respingere ed emarginare Fornasetti dallo scenario artistico milanese (e la retrospettiva di questo inverno è stata un’ottima occasione per la Triennale di rimediare all’antico rifiuto).

Nonostante le delusioni e le difficoltà economiche, Fornasetti non aveva alcuna intenzione di adeguarsi ai gusti dell’epoca, infatti racconta in un’intervista: – Un artista che vuole avere successo non è più un artista. E’ una persona che vuole avere successo. Se si adegua alle mode arriva in ritardo perché ormai si sono adeguati tutti. Quindi forse l’idea è quella di non adeguarsi, di essere originale. Per esempio sto proponendo l’idea di creare delle cose per la moda che non passino di moda. –

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Design tra artigianato, industria e arte

Inizialmente Fornasetti chiedeva di realizzare i propri prototipi agli artigiani brianzoli, che realizzavano le singolari ordinazioni del maestro con una certa perplessità. E’ tuttavia normale reagire con un una certa diffidenza ai progetti di un precursore, ma gli artigliani dovettero ricredersi quando Fornasetti si ripresentò in bottega con centinaia, e in seguito migliaia, di ordinazioni.

Le produzioni di Fornasetti erano di alta qualità e rigorosamente realizzate a mano, ma nell’organizzazione dell’attività di lavorazione era già evidente il concetto di industrializzazione (che si stava tra l’altro sviluppando proprio in quegli anni), proprio perché Fornasetti voleva realizzare oggetti che, pur essendo di elevata qualità, fossero economicamente alla portata di tutti e si basassero sulla variazione di un tema. Lo scopo? Diffondere l’arte e portarla nelle case, attraverso oggetti di uso quotidiano. Nonostante il pensiero proiettato verso il mondo dell’industria, la produzione di Fornasetti avveniva comunque con tecniche artigianali nel tradizionale ambiente della bottega, ogni oggetto di sua creazione era un pezzo unico. Proprio per questo motivo Ponti lo definì “un vero italiano“, anche se l’artista preferiva rifiutare ogni sorda di nazionalismo e considerarsi quantomeno europeo, poiché amava approcciarsi a tematiche provenienti da ogni parte del mondo.

Naturalmente il marchio Fornasetti è estremamente costoso poiché solo agli oggetti di lusso viene riconosciuto il fattore qualità, ma l’intento originario di Fornasetti era produrre oggetti a basso prezzo. Disse infatti Piero Fornasetti in un’intervista: – Il design dovrebbe essere la produzione di oggetti di alta qualità a basso prezzo. La situazione si è invertita, è diventato sì il buon disegno, il più delle volte, ma ad alto prezzo. Per un élite. Allora è sbagliato. La sedia su cui Lei è seduta è un piccolo gioiello di esecuzione. Ma non è stata inventata da nessuno. Non l’ha disegnata nessun designer. Si è perfezionata attraverso il tempo. Le posso dire che all’origine costa meno di 10 dollari. Tutto nasce dal bisogno, dalle necessità. – Geniale, non trovate? Eppure la Triennale bocciò per decenni i suoi prototipi.

L’artista applicò i suoi disegni agli oggetti più svariati, anch’essi di sua progettazione: portaombrelli, posacenere, vasi, cravatte, gilet, soprammobili, teiere, piatti, armadietti, scrivanie, lampade, separé, tavolini, vassoi, vasche da bagno, lampade… Portare l’arte nelle case di tutti sotto forma di oggetto potrebbe dare l’impressione di dissacrarla così come spegnere una sigaretta sopra un dipinto è un sacrilegio, ma non è affatto così: l’arte, facendosi oggetto, diventava alla portata di tutti e ciascuno impara ad amare e collezionare il bello.

“Non c’è confine tra l’artigianato e l’opera d’arte. E’ tutto opera d’arte. Ma la creazione in molti casi la si fa per necessità.”

Nonostante il disegno e la decorazione siano i caratteri fondamentali della produzione di Fornasetti, il designer milanese era intenzionato a produrre soprattutto oggetti che fossero utili: una sedia non doveva essere soltanto bella, ma anche comoda, altrimenti perdeva la sua funzione primaria! Per questo motivo, nonostante il disprezzo riscontrato nei primi anni, Fornasetti era un designer fortemente razionalista, che riservava una cura maniacale alla forma e alla funzionalità degli oggetti. Raccontò infatti: – Non credo nelle epoche né nelle date. Non ci credo. Mi rifiuto di stabilire un valore di una cosa in base alla data. Non pongo limiti e niente è troppo esoterico per essere usato come ispirazione. Io voglio liberare la mia ispirazione dai confini del solito. Ma sono un razionalista. Contro la Scapigliatura. –

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Immagine tratta da prundercover.com

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La decorazione e le immagini

“Il pubblico mi ha spiegato che quello che facevo era qualcosa di più di una decorazione. Era un invito alla fantasia, a pensare, a evadere dalle cose che ci circondano, troppo meccanizzate ed inumane. Erano dei biglietti di viaggio per il regno dell’immaginazione”

“La decorazione nasce dalla necessità di illustrare ed abbellire le cose di tutti i giorni oltre che di esaltare le forme. Se si ama una donna si desidera che sia ben vestita, adorna di gioielli; è noto che la bellezza risalta se è incorniciata. Ciò vale anche per gli oggetti”

L’elemento caratterizzante della poetica di Fornsetti è la decorazione, infatti ogni opera è a tal punto ricoperta da disegni e motivi ornamentali da poter parlare di horror vacui, la tendenza artistica a non lasciare spazi vuoti. La decorazione, realizzata soprattutto mediante la tecnica della stampa e del disegno, per Fornasetti è tutto: essa infatti trasmette gioia di vivere e offre una marcia in più ad oggetti che altrimenti sarebbero anonimi. Barnaba Fornasetti, il figlio ed erede artistico di Piero, afferma in un’intervista a siamodonne.it che “La decorazione è come la musica: non è essenziale, ma rende tutto più bello“.

L’iconografia delle sue decorazioni è inconfondibile per il carattere ironico, surrealista, onirico e allegro, sebbene sia stata spudoratamente “copiata” dalle immagini rubate e archiviate nei suoi cataloghi. I soggetti più ricorrenti nelle decorazioni derivano dalla cultura classica, che Fornasetti rielabora con humour e ironia. Ricordiamo per esempio il piede romano, alcuni ritratti ispirati ad Arcimboldicostruzioni di architettura classica per armadietti, scrittoi e cassettoni e reperti archeologici come motivi ornamentali. Non mancano inoltre riferimenti a temi medioevali come spade e armature, e rinascimentali come gli strumenti musicali o le decorazioni dei mobili in perfetto stile “Studiolo di Federico da Montefeltro di Urbino“. Fornasetti rielabora anche fiori fiamminghi, volti in stile Arcimboldi e tematiche tipicamente postmoderne come città e castelli di carte che sembrerebbero usciti da un racconto di Calvino.

L’arte di Fornasetti è sempre portatrice di allegria attraverso un inesauribile sense of humour. Talvolta la sua ironia era implicita, come nel caso delle pareti della dimora del proibizionista americano contrario alle scene di nudo, che furono decorate da Fornasetti con delle fanciulle dal corpo completamente nascosto da armature medioevali;  altre volte invece la sua vulcanica allegria esplodeva con vivacità, come nel caso di divertentissimi disegni dai toni satirici su piccoli oggetti di uso quotidiano. Le sue decorazioni poi erano spesso insolite come l’enorme occhio azzurro al centro di un posacenere, proprio nel punto in cui si spengono le sigarette.

Fornasetti non esita a provocare la propria generazione creando degli oggetti decorati disinibitamente con attributi sessuali primari e secondari, maschili e femminili: Fornasetti realizzò infatti dei graziosissimi falli all’uncinetto, salvadanai-vagine, soprammobili e chitarre a forma di deretani maschili, piatti decorati con pubi femminili e molto altro ancora.

Non mancano inoltre motivi astrologici  e stagionali (soprattutto per i famosissimi calendari), mongolfiere, pesci, astri, fiori, frutti, gatti soprammobili, farfalle… Cercare di enumerare tutti i soggetti trattati da Fornasetti nelle sue opere risulterebbe soporifero per voi lettori, perciò affideremo tale compito ai simpatici video di Toni Meneguzzo, realizzati proprio in occasione della retrospettiva della triennale.

“Mi piace per esempio, in questi ultimi tempi, dipingere all’acquerello dei fiori delicati. E che sulla carta ci sia il meno possibile, avendo cercato di capire la lezione di Morandi. La teoria dello Zen. Guarda il bambù per dieci anni, poi dimenticalo, poi dipingi il bambù. Interiorizzare, creare, produrre. Non faccio i ritratti dal vero, li estraggo dalla memoria. Magari faccio degli schizzi ma poi produco tutto a memoria altrimenti che ritratti sono! Sarebbero una copia. Io mangio mele perché mi piacciono, poi faccio disegni di mele: l’essenza della mela.”

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Temi & variazioni

Fornasetti ebbe l’idea geniale di scegliere un tema e riproporlo in una vasta serie di variazioni, ciascuna differente dall’altra. A differenza di Warhol, che realizzava le sue variazioni di un tema con una rapidissima tecnica che potremmo definire industriale, le opere di Fornasetti sono rigorosamente lavorate a mano e non ne esistono due uguali. Per il designer milanese ogni idea era un’ispirazione sufficiente per creare una miriade di variazioni e forse proprio per questo motivo gran parte del suo lavoro si fonda sull’evoluzione di temi specifici, tra l’altro facilmente identificabili e memorizzabili dagli acquirenti. Tra i soggetti più utilizzati nella realizzazione di variazioni troviamo gli astri, le carte da gioco, gli arlecchini e le mani.

La più celebre delle variazioni di Fornasetti, per il quale coniò proprio il titolo Tema e Variazioni,  riguarda i 350 piatti dedicati a Lina Cavaleri, un soprano ed attrice cinematografica che Fornasetti considerava “la donna più bella del mondo“. Il designer recuperò un’antica immagine d’epoca della fanciulla in una rivista francese del XIX secolo e ripropose il suo dolce volto in un’infinità di modi diversi, molti dei quali anche ironici, irriverenti e surreali.

L’inconfondibile viso acqua e sapone, con le gote morbide, i boccoli scuri e gli incantevoli occhioni da cerbiatto, è diventato così famoso da poter essere considerato una sorta di logo per Fornasetti che, terminata la serie di piatti, decise di riutilizzare il volto della musa per decorare altri oggetti. Dopo i piatti arrivarono così le teiere, i vasi, i vassoi, i soprammobili, i posacenere, i barattoli, i cofanetti, i portaombrelli e ogni sorta di articolo per la casa concepibile da un uomo del Novecento. Lina Cavalieri divenne per Piero un archetipo, la quintessenza di una bellezza classica come una statua greca, ma unica ed enigmatica come la Gioconda. L’artista rimase affascinato dalla Cavaleri più per la fisionomia del volto che per la carriera artistica e la trasformò nel suo motivo ultimo e duraturo.

Anche gli autoritratti furono per Fornasetti un tema su cui realizzare delle variazioni, così sono state esposte alla Triennale in sequenza, in un lungo corridoio, una serie di tele raffiguranti il volto dell’artista. Tali dipinti hanno un effetto surreale e ipnotico, soprattutto perché la testa dell’artista, trasformata in un contenitore, viene letteralmente scoperchiata e sezionata sotto gli occhi dell’osservatore. L’ossessione per i volti di Fornasetti è evidente anche nella notevole quantità di variazioni del tema del sole antropomorfo, i cui raggi sembrano quasi la criniera di un leone, e della mezza luna sorridente.

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Tema & Variazioni, immagine tratta da camacom.it

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L’oggettistica più richiesta

«Mi reputo anche l’inventore del vassoio, perché ad un certo momento della nostra civiltà non si sapeva più come porgere un bicchiere, un messaggio, una poesia. Sono nato in una famiglia di pessimo buon gusto e faccio del pessimo buon gusto la chiave di liberazione della fantasia». Il vassoio si trasforma per Fornasetti in una tela su cui stampare o dipingere ogni sua fantasia. La Triennale ha dedicato un’intera sala alla vastissima varietà di forme, immagini e colori dei vassoi dell’artista.

I paraventi, i cui due lati erano decorati con motivi differenti tra loro, sono invece dei meravigliosi palcoscenici di storie surreali, attraverso i quali tutto poteva accadere.

Celebre è anche il Trumeau vintage, decorato con disegni di architettura antica. La sobrietà razionalista della forma è in evidente contrasto con la fitta decorazione bianco e nero, che realizza delle vere e proprie costruzioni architettoniche in prospettiva, che creano l’illusione di nuove spazi laddove non si trova altro che una superficie di legno dipinta di bianco.

La Triennale ha realizzato due stanze interamente arredate con mobili e oggettistica di Fornasetti, che si presentano al visitatore come una scenografia surreale di vita quotidiana. Il singolare allestimento trasmette l’atmosfera vivace, eccentrica e raffinata dell’abitazione privata di Piero e Barnaba Fornasetti.

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La casa di Piero Fornasetti, ereditata dal figlio Barnaba

Piero Fornasetti aveva organizzato la propria attività professionale secondo l’antica tradizione della bottega: ogni opera era rigorosamente realizzata a mano e il laboratorio e il marchio Fornasetti venne ereditato dal figlio Barnaba, che seguì fedelmente le orme del padre.

Barnaba era veramente piccolo quanto si occupò della sua prima collaborazione con il padre: il bimbo raccolse un piccolo fiore appoggiato su una foglia d’ortensia e li donò al padre, che ne trasse l’ispirazione per un vassoio. Essere il figlio di Piero Fornasetti è stata per Barnaba un’esperienza meravigliosa, nonostante le difficili condizioni economiche in cui si trovò inizialmente la famiglia, ed è stata fondamentale nella sua formazione artistica.

Oggi Barnaba è infatti un talentuoso artista di mezza età che riedita i disegni del padre occupandosi del laboratorio di famiglia e delle esposizioni dedicate al padre; Barnaba stesso per esempio si è occupato della retrospettiva in Triennale. Barnaba ha anche ereditato la favolosa casa del padre, interamente arredata con i mobili creati da entrambi.

La loro abitazione è un palazzo di fine Ottocento situato nella Città Studi di Milano; negli anni l’edificio si è ampliato seguendo la logica dell’immediata funzionalità, proprio come se si trattasse di un’antica casa contadina. All’ultimo piano si trovano le stanze private di Barnaba (tra cui lo studio in cui progetta le nuove preziosissime opere del marchio Fornasetti), mentre nei piani inferiori è stata realizzata l’affascinante guest house, arredata con uno stile unico al mondo. Si riconosce ovunque l’impronta dei Fornasetti attraverso gli oggetti di loro creazione, ricordi di ogni sorta e gli antichi libri e cataloghi di Piero, che all’epoca aveva allestito all’interno dell’abitazione il proprio laboratorio.

Nonostante siano presenti nell’edificio opere dal valore incalcolabile, l’abitazione è realmente utilizzata e vissuta dal proprietario il cui padre, pur non essendo affatto contrario al collezionismo, voleva che i propri oggetti venissero adoperati per ciò che erano stati progettati in modo tale da essere apprezzati sino in fondo. Un simpatico gattone è il principe della casa e sono numerosissimi i soprammobili e le statuette a forma di gatto.

Tra le stanze più importanti ricordiamo la sala da pranzo gialla con la collezione di specchi, la camera degli ospiti matrimoniale verde, la cameretta rossa con una piccola libreria di libri rilegati di rosso e contenenti nel titolo proprio la parola “rosso”, il bagno nero con il volto di Lina Cavalieri su alcune piastrelle. Nell’ingresso il visitatore è accolto da una vetrina straripante di oggetti realizzati dai Fornasetti, fra cui il celebre vassoio con la foglia di ortensia e il piccolo fiore. Il disordine che regna in alcuni punti della casa è solo apparente, si tratta infatti dello stile un po’ sovrabbondante ma raffinatissimo ed inimitabile dei padroni di casa.

Alla casa appartiene anche un rigoglioso giardino con un piccolo orto (non dimentichiamoci che, non molti decenni fa, al posto della periferia di Milano di trovava la campagna), la sola ragione per cui Barnaba Fornasetti non ha lasciato la trafficatissima Milano dei nostri giorni.

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Non soltanto design

Pochi sanno che Fornasetti si occupava anche di teatro e di esposizioni.

“Io organizzo esposizioni. Ne ho fatte tante. Ho organizzato una mostra di automobili viste sotto il profilo della scultura, non come automobili. Ho scelto le più belle automobili di tutti i tempi. Era negli anni settanta. Si chiamava «Bolide Design». Ho fatto progetti di promozione all’estero. Ho avuto stupendi incontri, come quando feci una promozione italiana a Zurigo e Basilea. Il presidente di un grande magazzino è venuto da me e ha detto: «Fornasetti, Lei è l’Italia, ci dia delle idee, ci dica cosa possiamo fare». E’ stato uno sposalizio fra me e i loro vetrinisti, i loro designers, i loro interior decorators. Partì dall’idea che le persone, entrando, subito dovevano capire che c’era qualcosa di diverso. Feci una tavolozza di colori, otto o dieci colori, e tutto quello che hanno comprato, da quel giorno in poi, è stato tutto solo in quei colori. E le persone entravano in un bouquet di colori fatto di camicie, di stoffe, di mobili, di lampade, di oggetti. Ed è risultata una mostra meravigliosa, si chiamava «Globissimo» perché il negozio si chiamava Globus. E’ sempre una questione di immaginazione. E’ fondamentale in tutto. Adesso ci sarà il cambio della lira in Italia e io vorrei che si disegnassero delle belle banconote fatte dagli artisti.”

“Il nostro mestiere è senza limite, a tempo pieno Non c’è orario. Giorno, anche notte. I miei sogni li traduco in realtà, qualunque cosa faccia”

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Fonti:

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Lee Krasner, un’artista incompresa

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per vedere alcune opere di Lee Krasner

Non è raro che un grande uomo voglia avere come compagna di vita una grande donna, purtroppo può accadere che il genio maschile oscuri quello della consorte, trasformandola in una misera first lady al proprio servizio. E’ il caso di Lee Krasner, uno dei principali esponenti dell’Espressionismo Astratto, che purtroppo viene ricordata nelle cronache della storia dell’arte per il matrimonio con il grande Pollock anziché per il proprio straordinario contributo come artista.

Non sapremo mai che cosa sarebbe riuscita a fare Lee Krasner se non fosse stata oppressa dalla misoginia dell’epoca e se non si fosse consacrata alla promozione della carriera di Pollock; le sue opere sono comunque straordinarie e merita di essere ricordata per il suo incredibile contributo al mondo dell’arte e per la forza d’animo con cui ha saputo farsi strada in un mondo di soli uomini.

Una rapida ricerca su Google è il metodo più rapido per osservare come viene indegnamente rappresentata Lee Krasner, nonostante i recenti riconoscimenti ricevuti dai principali musei occidentali: nelle pagine dedicate al marito si ricorda semplicemente che fu anche lei una pittrice , come se non fosse stata lei stessa un genio dell’Espressionismo Astratto, mentre negli articoli a lei dedicati si presta sempre maggiore attenzione alla sua vita coniugale piuttosto che alla sua brillante carriera artistica.
Il caso più vergognoso è la pagina italiana di Wikipedia dedicata a Lee Krasner, in cui troviamo soltanto una scarna biografia priva di informazioni consistenti e, anziché il suo ritratto, una fotografia della piccola tomba dell’artista, poco lontana da quella ben più appariscente del marito.

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Noon, 1947, Immagine tratta da spainermanmodern.com
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 Lenore Krassner nacque a Brooklyn il 27 ottobre 1908 da Joseph e Anna Krasner, penultima di sette fratelli in una famiglia di ebrei ortodossi immigrati dalla Bessarabia. Cresciuta in un ambiente colto e benestante (in famiglia si parlavano quattro lingue) Lenore, soprannominata Lena dai famigliari, manifestò sin da giovanissima la propria passione per la pittura.

Il suo incredibile talento si formò in eccellenti scuole d’arte come la Women’s Art School della The Cooper Union, l’Art Students League, dove seguì le lezioni del celebre professore di anatonomia George Bridgman, e la National Academy of Design. Dopo un breve periodo al City College e al Greenwich House, trovò lavoro prima presso il Public Works of Art Project e in seguitò alla Temporary Emergency Relief Administration. Questo periodo, che coincise con la Crisi del ’29, fu particolarmente duro per l’artista da un punto di vista economico, ma la Krasner riuscì a non abbandonare la propria carriera artistica grazie ad un piccolo impiego come cameriera e posando come modella per altri artisti. In questo periodo le sue opere sono influenzate dalle prime avanguardie: i colori forti e vibranti ricordano le tele di Matisse, il Fauvismo, il Costruttivismo e il Cubismo.

Successivamente la Krasner entrò a far parte del Federal Art Project, un’agenzia del New Deal che sosteneva gli artisti nel corso della Grande Depressione, dove, nel 1937, frequentò la classe di Hans Hoffmann, che le insegnò i principi del cubismo e la indirizzò verso il neo-cubismo astratto. Hoffmann era molto fiero dei progressi della Krasner ma era restio a riconoscere il talento di una donna, infatti in un’occasione lodò un’opera dell’allieva con queste sconfortanti parole: “This is so good you would not know it was painted by a woman.

Nonostante le nuove avanguardie americane stessero infrangendo molti dogmi del mondo dell’arte, le donne non erano considerate degne di dipingere al fianco degli uomini. Fu dunque in un ambiente misogino che nacque l’Espressionismo Astratto e la Krasner, per potersi confrontare equamente con i colleghi uomini, scelse di firmare le proprie opere con il nome maschile Lee.

Nel 1940 la Krasner entrò a far parte del gruppo American Abstract Artist ma, pur essendo perfettamente inserita nell’ambiente intellettuale dell’epoca, non riuscì mai a farsi un nome. Clement Greenberg e Harold Rosenberg, due grandi critici d’arte che aiutò personalmente ad emergere, non scrissero mai una parola sulle sue opere e, forse timorosi di scontrarsi con i pregiudizi dell’epoca che condannavano le donne forti e indipendenti, ignorarono il suo talento.

Lee Krasner incontrò per la prima volta Jacson Pollock nel 1936, ad una festa organizzata dal sindacato degli artisti. Lee era una ballerina eccellente e fece sfigurare sulla pista l’assai più timido e goffo Pollock, che le calpestava continuamente i piedi. L’amore sbocciò molto più tardi, nel 1942, nel periodo in cui il bielorusso John Graham stava organizzando una mostra collettiva a New York cui avrebbero dovuto partecipare entrambi: Lee fu invitata ad entrare nello studio di Pollock e venne conquistata dalla rivoluzionaria vitalità delle opere del pittore.

Lee e Jackson avevano un sacco di cose in comune: oltre ad essere due eccellenti pittori d’avanguardia, entrambi erano politicamente attivi a sinistra ma la Krasner, a differenza del marito, disapprovava la politica di Stalin e gli rimproverò sempre di aver nascosto nel suo studio il pittore messicano stalinista integralista Alfaro Siqueiros quando la polizia di New York lo ricercava per il suo coinvolgimento nell’omicidio di Trotsky a Mexico City.

Lee era maggiormente inserita nei gruppi e nelle comunità artistiche più importanti del momento rispetto al marito, che all’epoca era ancora un pittore sconosciuto, inoltre appariva più serena e decisa nella sua trasgressiva vita di artista. Lee infatti non aveva mai paura di dire  quello che pensava e posava nuda, beveva e fumava molto ma senza oltrepassare i limiti del benessere proprio e altrui; Pollock invece appariva sempre a disagio ed era molto introverso (raccontò persino di sentirsi “come un mollusco in una conchiglia”) e, quando era all’apice del proprio malessere, cercava conforto nell’alcool e nel misticismo che scatenavano in lui violenti attacchi di rabbia, seguiti da periodi di mutismo.

I due artisti traevano l’ispirazione da correnti artistiche profondamente differenti. Quando Pollock venne ricoverato in reparto psichiatria nel 1937 per i propri problemi di alcolismo e depressione, affrontò i propri demoni attraverso la pittura ispirandosi all’arte dei nativi americani e alla cultura sciamanica che ammirava sin da bambino. Lee invece aveva sempre preferito modelli assai più raffinati, infatti leggeva Rimbaud e Baudelaire e amava l’arte di Mondrian.

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Untitled (from Little Image series), 1949, immagine tratta da wikipaintings.org
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I due artisti si sposarono il 25 ottobre 1945, dopodichè Lee consacrò la sua esistenza alla carriera del marito diventando la sua principale critica d’arte, discutendo con lui e sostenendolo in ogni modo possibile, consentendogli così di coltivare il suo genio e diventare il più importante artista della seconda metà del Novecento. Fu Lee Krasner a sostenere Pollock sulla strada del successo così come lo aiutò ad uscire, almeno in un primo momento, dal baratro dell’alcolismo e della depressione. Si trattò non soltanto di un atto d’amore di una moglie sinceramente innamorata, ma purtroppo anche di un gesto di “auto-sabotaggio artistico”, perché la Krasner mortificò la propria brillante carriera per Pollock.

E’ giusto che un pittore accantoni il proprio talento per amore di genio molto più in gamba? Fino a che punto l’amore coniugale può giustificare il sacrificio della propria affermazione personale? Chi sarebbe oggi Lee Krasner se non avesse subito la discriminazione di genere? E Pollock sarebbe riuscito a rivoluzionare il mondo dell’arte senza il suo supporto?

L’indissolubile rapporto instauratosi tra i coniugi fece ingelosire Peggy Guggenheim, una famosa mecenate dell’epoca che ammirava immensamente le opere di Pollock. La donna, una ricca ereditiera ebrea, organizzò la  prima mostra personale di Pollock nel 1943 e, nel 1947, stipulò un contratto in cui gli garantiva uno stipendio mensile per quattro anni. Peggy Guggenheim detestava Lee Krasner, non ritenendola all’altezza della cultura, dei modi raffinati e dei viaggi in Europa che la ricca mecenate, a differenza dell’artista squattrinata, si era potuta permettere, inoltre le due donne avevano lo stesso carattere indomabile e tenace, che permise loro di farsi strada nel mondo dell’arte. Il denaro della Guggenheim tuttavia non poteva competere con l’amore e la devozione della Krasner, che riuscì a salvare per un certo periodo il marito dall’alcolismo sostenerlo sulla strada del successo.

Con la borsa di studio di Peggy Guggenheim i Pollock acquistarono un’incantevole villetta colonica nella lussureggiante zona Springs di East Hampton, a Long Island. L’antica casa era priva di acqua e riscaldamento, ma nonostante ciò molti altri artisti raggiunsero la coppia e insieme diedero vita ad una piccola comunità di intellettuali. Nel 1946 Pollock trasformò il fienile in uno studio privato; l’ampio spazio del pian terreno venne riservato naturalmente al maestro, che proprio in questo luogo perfezionò il Dripping, mentre alla consorte venne rifilato il primo piano, che era costituito da una stanzetta molto più piccola. I coniugi Pollock poterono così lavorare individualmente e in due ambienti separati, ma spesso si ritrovavano su invito in uno dei due studi per scambiarsi sostegno morale, opinioni e consigli, che naturalmente non sempre venivano seguiti. Il rispetto e la stima reciproca non vennero mai incrinati dall’invidia, sebbene la povera Lee Krasner era solita anteporre l’attività del marito alla propria.

Lee Krasner era ormai conosciuta dal pubblico e dai critici come la moglie di Pollock e le sue opere venivano costantemente ignorate. Stufa di essere considerata semplicemente una “first lady” priva di talento, Lee decise di firmare le sue opere con la sola sigla L.K. Nel 1951, Barnett Newman telefona alla casetta di Springs per chiedere a Pollock di posare per la celebre foto degli Irascibili pubblicata su Life; risponde Lee, ma Newmann non le rivela i suoi progetti e le chiede semplicemente di passarle il marito, escludendola da quello che verrà poi considerato uno degli eventi più importanti nella storia del movimento artistico. Nella fotografia effettivamente posano soltanto pittori maschi fatta eccezione per Hedda Sterne, il cui ampio cappotto nero femminile spicca tra i completi “da bancari” dei colleghi.

In quello stesso anno Pollock ricominciò a bere; Lee gli consigliò di riprendere l’analisi junghiana che anni prima, all’epoca della pittura ispirata all’arte dei nativi americani, lo aveva salvato, ma Pollock preferì il trattamento più radicale che gli consigliò Greenberg. Non ci furono miglioramenti e l’artista, perso nell’alcool e nella depressione, assunse l’abitudine di rappresentare la moglie in pubblico come una vecchia strega e la tradì con una giovane studentessa d’arte.

Lee Krasner decise di porre fine ai maltrattamenti, così abbandonò il marito a se stesso per compiere un lungo viaggio in Europa, dal quale fece ritorno soltanto nel 1956 per firmare il certificato di morte del marito. Jackson Pollock morì infatti schiantandosi ad elevatissima velocità contro un albero, dopo aver trascorso la notte a bere; nell’impatto perse la vita anche una delle due donne che si trovavano nel veicolo insieme all’artista maledetto. Dopo l’incidente la pittura della Krasner divenne buia e cupa, i soggetti delle sue opere si popolarono di creature mostruose.

Un’opera di questo periodo è “Il guardiano” del 1960, che ricorda molto il Dripping di Pollock. Distinguendosi dallo stile spontaneo e immediato di Pollock, la Krasner costruì l’immagine mediante una composizione premeditata delle figure, il risultato è un’opera dalle linee estremamente raffinate.

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Il guardiano, 1960, immagine tratta da katarte.it
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Nel 1957 l’artista decise di dare una svolta alla sua vita e di trasferire il proprio studio al pian terreno del fienile, naturalmente dopo aver coperto con delle tavole di compensato le tracce del Dripping del marito. I suoi dipinti riacquisirono gradualmente la vivacità di un tempo, aumentarono di dimensione e persero ogni traccia dell’astrazione tipica dell’arte del marito: la trasformazione dei suoi dipinti rivelò al mondo che Lee Krasner aveva ritrovato lentamente la propria voce e si era liberata del fantasma di Pollock.

La donna continuò a dipingere sino a quando le forze glielo permisero, dopodiché liberò il fienile dalle proprie cose e asportò le tavole di compensato per riportare alla luce le tracce del Dripping di Pollock. Fortunatamente era visibile non soltanto la testimonianza di Pollock, ma anche i resti del passaggio della moglie: la donna infatti dipingeva scagliando la vernice contro le tele appese alle pareti ed è naturale che il pavimento non ne sia rimasto immune.

Prima di morire (19 giugno 1984), Lee Krasner diede il suo ultimo contributo al mondo dell’arte fondando l’associazione Pollock-Krasner, che ancora oggi offre borse di studio agli artisti di tutto il mondo.

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Lee e Jackson sono sepolti al Green River Cemetery. La lapide di Pollock è un enorme masso sul quale si trovano innumerevoli tubetti di vernice, quella della Krasner è invece più piccola e meno appariscente, confermando purtroppo anche dopo la loro morte il ruolo marginale della pittrice nel mondo dell’arte e nella loro vita di coppia.

Inizialmente Lee Krasner fu segregata dietro le quinte dell’Espressionismo Astratto e la critica si ostinò ad ignorarla sino al 1965, quando la Whitechapel Gallery di Londra espose alcune delle sue opere. Nel 1973 il Museo Whithey di New York le renderà omaggio con una retrospettiva e, da quel momento, il nome dell’artista inizierà a comparire nei saggi e nei libri di storia. Oggi è stata resa giustizia a Lee Krasner e, sebbene siano conservate soltanto 599 opere dell’artista, il mondo dell’arte è finalmente consapevole dei suoi meriti: Lee Krasner è indubbiamente uno dei maggiori esponenti dell’Espressionismo Astratto e una delle più grandi artiste donne della storia.

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Gaea, 1966, immagine tratta da moma.org

Articolo prossimamente pubblicato su L’Indro

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Fonti:

Islands. l’arte si decompone all’Hangar Bicocca

Siamo abituati a percepire l’arte come qualcosa di eterno e immutabile, invece non è così: la pulsione creativa dell’artista si concretizza nella struttura fisica dell’opera, costituita da materiali destinati inevitabilmente a decomporsi e dunque a subire una continua ed inarrestabile trasformazione nel corso del tempo sino a tramutarsi in polvere. In questi giorni l’Hangar Bicocca ospita le strordinarie opere di Dieter Roth (1930-1998), il figlio Bjorn ed altri membri della famiglia, un artista e poeta artistico che ha rivoluzionato il mondo dell’arte aprendo le porte dei musei ai materiali decomponibili come spezie, alimenti, scarti destinati alla spazzatura e formaggio ammuffito.

State tranquilli, le 37 valigie di vermi, muffa e formaggio realizzate nel 1970 furono ritirate dagli spazi espositivi di Los Angeles per volere delle autorità sanitarie e, essendo rimaste invendute, furono abbandonate nel deserto dal marito della gallerista.

Che cos’hanno in comune i materiali privilegiati dall’artista? La decomponibilità, la capacità di cambiare forma e aspetto più rapidamente (e più disgustosamente) di altri materiali e di farlo in modo molto più spettacolare. L’arte, costituita da materiali che mutano nel tempo, viene dunque presentata come una creatura in lento e inesorabile mutamento: da uno stadio iniziale, in cui assume l’aspetto conferitogli dalla mano sapiente dell’artista, l’opera è destinata a trasformarsi in qualcosa d’altro per mano degli agenti naturali o di altri esseri umani poiché l’arte è vita e, naturalmente, la vita è arte. Per Dieter Roth si tratta inoltre di creare delle opere d’arte con oggetti mai inutilizzati prima e di sperimentare l’impiego in abito artistico di materiali … improbabili!

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Il riciclaggio

La prima opera, intitolata Economy Bar, è un vero e proprio pub  realizzato con materiali di scarto, in cui è possibile sedersi al bancone, interagire con un barman e ordinare della birra alla spina. E’ un’opera singolare poiché ai tipici elementi che costituiscono un bar come lavandini, frigo, liquori in bella vista, zucchero e via dicendo sono accostati i materiali di scarto con cui è composta l’opera, tra cui citiamo una fioriera realizzata con scarti di utensili meccanici, un telefono che trasmette le voci dei barman ad un amplificatore cui è collegato un violino, mensole stracolme di libri e lampade come elementi decorativi, plantari anzichè quadretti alle pareti, un pianoforte scassato e dei monitor in cui è possibile vedere alcune scene della costruzione del bar stesso. L’azione involontaria dei barman e dei clienti e la sostituzione degli utensili da scartare consentono all’opera di evolversi anche dopo la morte dell’artista, l’effetto complessivo è quello di trascorrere una piacevole serata in un intrigante covo abusivo di pirati, carbonari o banditi…

Economy bar in un video

The relatively new Sculpture è stata realizzata da Bjorn e figli appositamente per Hangar Bicocca ed è un’enorme piattaforma realizzata con materiali di recupero e alcuni degli utensili da lavoro dell’artista. La prima impressione è quella di trovarsi in una casetta costruita da Tom Sawyer e Huckleberry Finn in cui si trovano tutte le diavolerie necessarie per vivere una favolosa avventura d’infanzia: dei lettini in cui riposare durante le fughe da casa, un magazzino di vasetti di vetro ricolmi di ogni sorta di melma schifosa, studioli con scrivanie e mensole ricche di interessanti libricini, una macchina mezza scassata in cui è stato installato un maxi schermo, angolini studio in cui sono stati riposti tutti gli utensili necessari per realizzare l’opera stessa, una cassa di cocci di vetro, degli angolini in cui fare musica con strumenti scassati e non… ho dimenticato qualcosa? Probabilmente sì, perciò vi linko un interessante sito in cui potrete ammirare delle fotografie spettacolari di questa insolita costruzione. L’oggetto più affascinante di tutti è una sorta di batteria automatica che suona dei tamburi ad intervalli più o meno regolari.

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Un autobiografia di oggetti personali

Solo Szenen è una sorta di reality in cui Dieter Roth riprende a telecamera fissa alcune scene di vita privata vissuta all’interno della sua abitazione ed espone ininterrottamente le sequenze video in 131 monitor. L’artista ci offre uno squarcio della sua esistenza “senza veli”, infatti è possibile spiarlo mentre dorme, cucina, mangia, evaqua al gabinetto, si lava, lavora nel proprio studio, si scaccola seduto sul letto, fa la lavatrice, ciondola in catalessi per casa … sono inoltre presenti delle sequenze video in cui le stanze riprese da Dieter Roth sono assolutamente vuote e non accade nulla. I video non sono affascinanti quanto le luccicanti Case del Grande Fratello che siamo abituati ad osservare in tv poiché non c’è nulla di interessante in ciò che vediamo (un uomo obeso e canuto nella propria disordinatissima abitazione) e la prima sensazione che ho provato è stata un forte imbarazzo, come se stessi violando l’intimità di una persona. L’artista era ossessionato dalla propria biografia e che, come vedremo nelle opere successive, ha voluto trasformare in arte tutto ciò che riguardava la propria persona per documentare la propria attività artistica.

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Solo Szenen, immagine tratta da http://www.hauserwirth.com

L’opera successiva è un archivio costituito da un alcune librerie e degli espositori su cui sono riposti dei raccoglitori da ufficio. All’interno dei raccoglitori, catalogato in ordine cronologico in buste di plastica trasparente, troviamo ogni sorta di materiale di scarto: strofinacci, scontrini, etichette, cartacce, schifezze di plastica raccolte da terra e.. sì, anche un fazzoletto sporco di feci umane (potete immaginare lo schifo provato quando le mie manine si sono appoggiate sulla busta contenente l’insolita reliquia!). L’opera s’intitola Flacher Abfall e non è stata ideata soltanto per inorridire i visitatori, l’artista vuole infatti invitarci a riflettere sulla temporaneità degli esseri umani e degli oggetti che questi utilizzano, realizzando una sorta di autobiografia con i prodotti di scarto con cui è venuto a contatto. Dieter Roth inoltre vuole rifletter sul consumismo della nostra epoca: <Ogni pezzo di carta di tocca…, qualsiasi cosa – una stupida busta di plastica per il pane di segale: qualcuno l’ha disegnata… qualcuno si è seduto e ne ha fatto un disegno>. In seguito al decomporsi dei materiali organici conservati nell’archivio, l’opera è in continuo divenire e testimonia il trascorrere del tempo.

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Clothes Pictures, immagine tratta da dennecultura.eu

Sono inoltre numerosi i collage realizzati da Dieter Roth per sperimentare l’impiego di oggetti di uso comune nella creazione artistica. Si tratta per lo più di oggetti appartenenti al quotidiano come giocattoli, materiali di recupero, vestiti, barattoli di tempera, pennelli e attrezzi da lavoro, cui si associa una forte componente pittorica. I Clothes Pictures, per esempio, sono dei grandi dipinti realizzati con colla, pigmenti, abiti e scarpe appartenenti all’artista stesso, i quali perdono la propria funzione originaria trasformandosi in componenti dell’opera d’arte. E’ singolare notare come gli indumenti evochino la presenza umana, trasformando l’opera in una sorta di autoritratto giocato sull’assenza dell’artista.

55 Shits for Rosanna è invece la documentazione fotografica degli escrmenti prodotto quotidianamente nel corso di un soggiorno presso la casa dell’amica Rosanna Chiessi in Italia.

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Exhibitions, immagine tratta da http://www.hauserwirth.it

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L’Islanda

L’Islanda è una terra in cui, in seguito a violenti fenomeni geologici, l’ambiente muta il proprio aspetto con la stessa rapidità e impetuosità con cui l’artista percepisce lo scorrere del tempo, perciò è stata scelta dall’artista come patria d’adozione. Il risultato è Surtsey, in cui l’omonima isola islandese nata nel non molto lontano 1963 è stata raffigurata in 18 stampe, che rappresentano in sequenza la sua graduale trasformazione in un piatto di cibo fumante.

Reykjavík Slides è un altro omaggio all’Islanda. Si tratta di 16 proiettori posizionati su alcuni piedistalli che riproducono più di 30.ooo diapositive, raffiguranti ogni edificio di Reykjavík in ogni stagione per immortalare l’essenza della città. Le fotografie, realizzate insieme ai figli e ad alcuni amici, sono state realizzate in due periodi differenti: uno compreso tra il 1973 e il 1975, il secondo invece tra il 1990 e il 1998. Si tratta di un imponente opera di archiviazione che documenta l’evoluzione di una città nel corso del tempo, avente lo scopo chiaramente fallimentare di fermare il tempo per bloccare il lento procedimento che conduce ogni cosa esistente all’oblio.

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Surtsey

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La collaborazione con amici e parenti

Dieter Roth si è rifiutato di aderire ai vari movimenti artistici a lui contemporanei e ha preferito collaborare con amici e famigliari nella realizzazione delle proprie opere, così ha chiesto la collaborazione della famiglia al completo nella realizzazione di Carpet, un tappeto allegramente “pasticciato” dai Roth, in cui è ben visibile anche la pista tracciata dal nipotino Oddur per giocare con le macchinine. Si noti come le opere siano state parzialmente create anche durante il naturale svolgimento delle vite dell’artista e dei suoi cari: l’opera è nata da un processo vitale di cui è essa stessa testimonianza.

Ausicht/Ansicht, prodotta nel corso di una ristrutturazione di una scuola in Svizzera, è stata realizzata mediante una tecnica grafico-pittorica giocata su forme e colori vivaci e in certi punti ricorda molto l’arte dei graffiti. Qualsiasi studente avrebbe potuto partecipare alla creazione dell’opera grazie ai pennarelli lasciati a disposizione per alcuni mesi, tuttavia furono effettuati pochissimi interventi.

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The floor I , da www.hauserwirth.com

Diether Roth ha trasformato in opera d’arte intere sezioni del proprio lavoratorio. Anche The floor I e The floor II testimoniano il grande attaccamento dell’artista per l’Islanda. Si tratta delle pavimentazioni di uno studio in cui Dieter Roth ha lavorato per circa vent’anni che, decontestualizzate ed esposte in una galleria, appaiono come due imponenti tavole di legno dipinte con vernice, colla, polveri e schizzi di pittura. I Tischmatten non sono nient’altro che i rivestimenti in cartone dei tavoli del suo studio, che proteggevano i ripiani da eventuali macchie. Oltre agli schizzi accidentali di tempera, colla, polveri e residui domestici di vario tipo, su tali superfici troviamo anche scarabocchi, appunti e schizzi di vario genere.

Avvicinandosi all’installazione Grosse Tischruine si entra invece nello studio dell’artista stesso, poiché l’artista non ha fatto altro che esporre i mobili del proprio laboratorio e l’incredibile disordine che si è accumulato nel corso degli anni al suo interno. L’opera “può essere considerata un sistema di riciclaggio autosufficiente” poiché ad ogni nuova installazione si aggiungono gli attrezzi utilizzati dagli operai addetti ai lavori, nonché gli schizzi e i video di ogni ricostruzione. L’opera dunque è in continua trasformazione nonostante l’artista sia morto da ormai quindici anni e si evolve indipendentemente dalla volontà del suo creatore.

The studio of Dieter and Bjorn Roth è stato realizzato nel medesimo modo, esponendo tutto ciò che si trovava nello studio dei due artisti, compresi avanzi di cibo. E’ possibile intuire che lo studio non era soltanto un luogo di lavoro, ma anche un ambiente di socialità e vita quotidiana. La collaborazione tra padre e figlio ha le sue fondamenta nella pratica dello studio nella sua accezione medioevale-rinascimentale, infatti Bjorn ha imparato il “mestiere” dal padre-maestro, di cui porta avanti l’opera come una vera e propria ereditarietà. Negli ultimi vent’anni di vita di Dieter, il rapporto tra padre e figlio era diventato particolarmente intenso da un punto di vista sia artistico sia affettivo.

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 Grosse Tischruine, immagine tratta da artnews.org

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Sculture di … cibo!

Dieter Roth ha inoltre realizzato delle imponenti torri di busti umani realizzati con… tonnellate di cioccolato fondente Novi di pregiata qualità. Non si tratta solamente di sperimentare l’impiego di un’insolito materiale scultoreo, l’opera infatti subisce una perpetua trasformazione anche grazie alle muffe che si accumulano sulla superficie di cioccolato. L’opera garantisce inoltre al visitatore una piacevole esperienza olfattiva poichè diffonde nell’aria una piacevole fragranza di cacao. Mediante l’impiego di zucchero colorato, Dieter roth ha inoltre realizzato una torre di cagnolini colorati e dei simpatici nani da giardino. I forni, i pentoloni ancora sporchi e le casse di cioccolato avanzato sono stati accuratamente conservati ed esposti per documentare la creazione dell’opera.

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L’artista mentre realizza la torre di statuette di cioccolato, immagine tratta da theartworlddaily.com

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Un’ineguagliabile stampatore

The Piccadilly Project ricorda molto alcune opere di Andy Warhol, infatti si tratta di svariate rielaborazioni dell’immagine di una cartolina ricevuta in regalo dalla moglie dell’artista pop inglese Richard Hamilton. Dieter Roth ha ingrandito stampato e laminato l’immagine su più facce, dopodiché ha “fotoshoppato” le varie copie con metodi serigrafici nuovi, ideati dall’artista stesso. Dalle serigrafie di Piccadilly possiamo notare l’interesse dell’artista per l’iconografia popolare e la negazione, attraverso la sua riproduzione, dell’unicità dell’opera d’arte stessa.

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The Piccadilly Project, immagine tratta da http://www.tate.org.uk

Richard Hamilton racconta che “Come stampatore [Dieter Roth] ha avuto pochi rivali: dalla serigrafia, all’incisione, alla litografia, all’offset, alla fotografia, o alla fotocopia. Se un metodo di stampa non fosse esistito lui lo avrebbe scoperto.” Dieter Roth inoltre rivaluta come opere d’arte anche le piastre sbagliate, destinate a diventare scarti, conferendo così dignità artistica a soggetti comunementi disprezzati. Die Die DIE VERDAMMTE SCHEISSE (the The THE DAMNED SHIT) non è nient’altro che la raccolta di 52 piastre “sbagliate” inserite in una scatola di legno, che, esposte in serie, costituiscono un’insolita opera d’arte.

Nonostante tutto Roth sosteneva di sentirsi più poeta che artista figurativo, infatti realizzò più di duecento libri tra notebook, testi, libri per bambini, versi e poesie visive, racconti, diari e libri d’artista. Essendo un esperto stampatore e tipografo, si occupò in prima persona della realizzazione delle copie del suo libro Scheisse, con l’aiuto degli studenti della Rhode Island School of Design.

Andy Warhol a Milano

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Dopo il successone riscosso la scorsa stagione dalla mostra del Museo del Novecento, Andy Warhol è ritornato a Milano e ha conquistato ancora una volta il pubblico Lombardo in un nuovo allestimento presso Palazzo Reale fino al 9 marzo 2014. Soltanto il genio della Pop Art avrebbe potuto attirare un pubblico così vasto per due anni consecutivi grazie al suo inconfondibile stile immediato e accattivante, frivolo ma indimenticabile, ripetitivo senza essere mai banale, mondano eppure capace di resistere all’oblio del tempo.

Le opere esposte appartengono alla collezione di Peter Brandt, un ricco uomo d’affari e intimo amico di Warhol che condivise insieme all’artista l’irripetibile clima di libertà e ricerca artistica degli anni ’60 e ’70. Peter Brandt, che è anche uno dei curatori della mostra, aveva a malapena vent’anno quando acquistò la sua prima opera di Warhol e lo aiutò nella realizzazione della rivista Interview, acquistata dopo la morte dell’artista. Ricordatevi di lui quando andrete al cinema a vedere The homesman, perché è uno dei produttori del film.

La mostra offre una panoramica completa della poetica e del complesso personaggio di Andy Warhol, che cercheremo di presentarvi attraverso dieci tra le opere più significative esposte.

“Una volta diventato Pop non vedrai più un segnale stradale ed una strada allo stesso modo di prima. E quando avrai imparato a pensare pop non sarai più in grado di vedere l’America allo stesso modo di prima.”

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1)      Gli esordi nel mondo della pubblicità

Elvis Presley(Gold Boot), 1956

Credo che sia un artista chiunque sappia fare bene una cosa; cucinare, per esempio.”

Andy Warhol non iniziò la sua carriera nella bottega di un pittore come molti altri suoi colleghi, ma si fece le ossa nel mondo della pubblicità e delle illustrazioni per riviste e solo successivamente decise di dedicarsi all’arte a tempo pieno. A Palazzo Reale troverete alcune delle sue prime creazioni, con le eleganti scritte in corsivo realizzate dalla sua mamma, Julia Warhola, con cui instaurò un legame molto forte che non si sfaldò nel corso dell’età adulta.

2)      Superficialità

DIAMONDS DUST SHOES, 1980

Sono una persona profondamente superficiale.”

Cosa c’è di più frivolo di una scarpa col tacco? Le calzature nell’illustrazione sono belle, colorate, semplici e luccicanti nella loro polvere di diamante (i brillantini che spesso Warhol applicava alle sue opere). Si tratta di un prodotto di ampio consumo che il tratto accattivante di Warhol invoglia ad acquistare. Questo è l’effimero e frivolissimo messaggio di Warhol, non serve aggiungere altro né l’artista sente la necessità di esprimere un significato più profondo. Il pop è consumo, il pop è divertimenti, il pop è superficialità.

Coerentemente con la cultura pop nata con il boom del dopoguerra e affermatasi proprio in questo periodo storico, l’arte di Warhol tratta argomenti estremamente superciali e popolari. Il messaggio espresso dall’artista, che sia il fascino di una scarpa o il marchio impresso su uno scatolone di sapone Billo, non soltanto è immediatamente percepibile dal pubblico e non necessita di alcuna spiegazione, ma viene presentato in modo accattivante e scherzoso, in modo da conquistarsi il favore di un pubblico costituito dalla massa contemporanea americana.

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3)      Ripetizione

Thirty are better than one, 1963

Non è forse la vita una serie d’immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi?”

Siamo nell’epoca della produzione in larga scala mediante catena di montaggio: migliaia di oggetti identici gli uni agli altri vengono diffusi nei supermercati di ogni angolo dell’occidente e sono diventati popolari grazie ad un marchio che li rende immediatamente riconoscibili. E un marchio industriale diventa famoso solamente quando viene ripetuto ovunque nei negozi e nelle case degli occidentali.

Warhol si appropria della ripetizione nella propria produzione artistica sia realizzando opere “in serie”, mediante le tecniche che approfondiremo nel punto successivo, sia proponendo la ripetizione di un immagine prelevata dal repertorio popolare all’interno della stessa opera. La ripetizione non è solo un richiamo alla realtà pop, Warhol infatti sfrutta tale espediente per stupire il proprio pubblico e rendere più divertenti e trasgressive le proprie opere.

Nel caso delle trenta “fotocopie” della Monna Lisa, ci troviamo di fronte alla ripetizione della stessa immagine (che Warhol trasforma da soggetto artistico in una mera icona popolare) in bianco e nero, come se fosse la foto di un giornale. E’ singolare notare come le trenta piccole stampe, pur essendo identiche, presentano tante piccole imperfezioni che le rendono diverse le une dalle altre.

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4)      L’America

SILVER COKE BOTTLES, 1967

La cosa più bella di Tokio è McDonald’s. La cosa più bella di Stoccolma è McDonald’s. La cosa più bella di Firenze è McDonald’s. Pechino e Mosca non hanno ancora nulla di bello.”

Lattine di Coca-Cola, personaggi famosi, fotografie di eventi di cronaca, sedie elettriche, opere d’arte famose, fiori, banconote, scene tratte da un film, barattoli di zuppa… Le immagini selezionate da Warhol sono vere e proprie icone dell’America occidentale dell’epoca; a Palazzo Reale sono presenti anche alcuni dei celebri ritratti di Mao, che tuttavia Warhol riconosce semplicemente come un simbolo di un paese lontano e sconosciuto, ignorando cosa sia il comunismo. L’artista si è dunque trasformato da un “creatore” di soggetti artistici a “selezionatore” di immagini degne di essere modificate, riprodotte in serie e trasformate in emblemi della società. Oltre ad essersi dimostrato abile nella scelta dei soggetti più noti al suo pubblico, Warhol è stato anche in grado di trasformare in vere e proprie “Celebrities” dei soggetti sconosciuti come i barattoli di zuppa Campbell’s e, in primis… sé stesso!

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5)      Andy Warhol superstar

SELF PORTRAIT (RED ON BLACK), 1986

Warhol riuscì ad affermarsi nel pantheon dei vips dell’epoca come una vera e propria Star. Naso ritoccato, parrucchino argenteo, abbigliamento rigorosamente controcorrente, una personalità unica e la straordinaria capacità di riuscire sempre a mettersi in mostra hanno trasformato Andy Warhol nel protagonista degli eventi mondani dell’epoca e in uno dei personaggi più popolari d’America.

Come testimoniano gli innumerevoli autoritratti, Warhol era ossessionato dal proprio aspetto pur ritraendosi sempre in pose assurde, infatti era solito affermare: “Mi piace essere la cosa giusta nel posto sbagliato e la cosa sbagliata nel posto giusto.”

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6)                 Celebrities

LITZ TAYLOR a Palazzo Reale

“Sarebbe molto bello reincarnarsi in un grande anello sul dito di Liz Taylor.”

Liz Taylor, Mao, Marilyn Monroe, le fotografie di uno degli uomini più ricercati d’America, Elvis … Tra i soggetti più frequenti e conosciuti dal pubblico troviamo diversi personaggi famosi. Sin da bambino Warhol era ossessionato dai vip e dalla loro capacità di essere speciali pur essendo esseri umani come chiunque altro, infatti ritagliava dalle riviste e collezionava le loro figurine trascurando i giochi all’aria aperta con i suoi coetanei.

Come simbolo della mostra è stata scelta proprio Blue Shot Marilyn, un’opera dalla storia singolare, come testimonia un piccolo ovale bianco al centro della fronte della fotografia serigrafata di Marilyn. L’opera era esposta nella Factory insieme ad altre gemelle di colori differenti quando Dorothy Podber, una giovane donna in visita allo studio, chiese a Warhol di poter “Shot”, un verbo che in inglese significa sia fotografare sia sparare. Warhol acconsentì, credendo che la donna volesse semplicemente scattare alcune foto, peccato che la ragazza estrasse dalla borsetta una pistola e sparò in fronte ai volti sorridenti di Marilyn. Warhol si rifiutò di restaurare l’opera: «No, mi piace così, come se avesse una macchia o un brufolo».

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7)      La factory e la fotografia

Un’immagine della factory dal web

“Uno è compagnia, due è folla e tre è un party.”

“Mi piacerebbe non andare agli happening solo se fossi sicuro di sapere esattamente cosa succede nei posti dove non vado. E mi piacerebbe starmene seduto a casa e guardare ogni party a cui sono stato invitato su di un monitor nella mia camera da letto.”

La factory è il quartier generale di Andy Warhol, uno studio dalle pareti tappezzate di carta stagnola argentata in cui l’artista e i suoi collaboratori davano vita alle loro creazioni, organizzavano party e altri esclusivi eventi mondani, intrattenevano pubbliche relazioni e si davano all’allegra dissolutezza tipica dell’epoca. Attraverso la fotografia e, in particolare, i piccoli ritratti esposti in semicerchio in una sala della mostra, possiamo intuire il rapporto che Warhol aveva instaurato con il mondo delle celebrità e la sua movimentata vita sociale.

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8)      Money

Scorcio della mostra a palazzo reale

Con Andy Warhol l’arte diventa un bene di consumo per le masse ed il fine ultimo dell’artista non è differente da quello di ogni altro essere umano: fare soldi. Warhol dedicherà svariate opere all’argomento e diversi celebri aforismi come i seguenti:
“Fare denaro è un’arte. Lavorare è un’arte. Un buon affare è il massimo di tutte le arti.”
“Non mi piacciono gli assegni. Ho più l’impressione di comprare se pago con i soldi.”
“Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business.”
“Ho chiesto suggerimenti creativi a 10 o 15 persone. Alla fine una mia amica mi ha detto: “Cosa ti piace di più?” ecco perchè ho iniziato a dipingere i soldi.”

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9)      La morte

SEDIA ELETTRICA

Sotto la scorza superficiale di un vip ossessionato dalla popolarità si nasconde un uomo che attraverso l’arte esprime e rielabora il proprio personale rapporto con la morte. Warhol moltiplica e tinge di provocatori colori sgargianti alcune raccapriccianti immagini di morte come incidenti di automobili mortali o di una sedia elettrica, raffigurata come un moderno crocifisso. L’immagine della morte si mimetizza anche in simboli apparentemente più allegri come i Flowers: i fiori infatti sin dall’antichità sono considerati sia delle straordinarie bellezze naturali sia delle vanitas, vale a dire dei simboli della caducità della vita. Un altro riferimento alla morte è Skull (Ayn/Grey) del 1976, uno dei tanti teschi realizzati da Warhol che, come nell’antichità, ricordano all’essere umano qual è l’aspetto finale che alla fine ci accomunerà tutti.

La morte è infine un tema molto triste per quanto riguarda Andy Warhol che, oltre alla bravata relativa alle quattro opere di Marilyn, subì ben due attentati nel corso della sua vita, il secondo dei quali gli fu fatale. Ecco cosa affermò Warhol dopo essere sopravvissuto al primo attentato: “Mentre mi sparavano era come se stessi guardando la TV e questa sensazione perdura. I canali cambiano, ma è sempre televisione…Quando mi sono svegliato in quel posto sconosciuto – non sapevo di essere all’ospedale né che avevano sparato a Bobby Kennedy il giorno prima – ho sentito vociferare su migliaia di persone riu nite a pregare nella cattedrale di St. Patrick, poi ho sentito la parola ‘Kennedy’ e questo mi ha riportato al mondo della televisione e in quel momento ho realizzato che ero vivo, e che soffrivo.”

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10)   Il rapporto con l’arte

OXIDATIONS PAINTING, 1978

Warhol è un esponente della Pop Art che più volte, nel corso delle interviste e della sua movimentata vita sociale, afferò di essere troppo superficiale e commerciale per confrontarsi con l’arte tradizionale e ciò che altri artisti suoi contemporanei stavano realizzando nello stesso periodo. Eppure Warhol non si limita a rielaborare le opere d’arte altrui come delle mere icone popolari, ma realizza anche delle opere raffiguranti delle tradizionali nature morte composte da fiori, teschi e, anche se non sono presenti in questa mostra, composizioni di frutta.

Per quanto riguarda l’arte moderna, Warhol commenta l’operato altrui in modo scherzoso e dissacrante. E’ il caso di Ombre, un’opera bicromatica in rosso e nero su cui sono visibili delle pennellate spesse e cremose; a prima vista sembrerebbe un dipinto realizzato con i metodi tradizionali ma, osservando l’opera più attentamente, ci si accorge che i contorni delle pennellate non seguono le sfumature dei colori. Si tratta di un inganno, infatti la serigrafia in rosso e nero è stata realizzata su una tela ricoperta di pennellate di colore neutro. Oxidations Painting è invece un omaggio a Pollock, realizzato su un’enorme lastra di metallo ossidata dalle urine fornite da un gruppo di collaboratori della Factory.  L’ultima mostra di Pollock poi previde una serie di opere realizzate rielaborando il celebre affresco dell’ultima cena di Leonardo da Vinci.

Nonostante Warhol si sia sforzato di rinnegare l’arte del passato con il suo stile ribelle e dissacrante, non è dunque riuscito ad evitare il confronto con i suoi predecessori.

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Un simpatico consiglio…

Terminata la mostra, dovreste assolutamente dare un’occhiata ai libri cartonati esposti nell negozietto di Souvenir. Non si tratta di banali libretti per bambini, ma di vere e proprie opere Pop Art. Sono davvero meravigliosi, provare per credere!

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Questo articolo ha vinto l’Owl Prize del blog Athenae Noctua!

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/07/owl-prize-2.html https://centauraumanista.wordpress.com/2013/07/07/owl-prize-quando-un-articolo-merita-un-premio/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/06/27/il-racconto-un-po-pagano-di-una-visita-al-duomo-di-pisa/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/25/la-civetta-ha-fatto-il-bis-e-mi-offre-un-pretesto-per-ironizzare-sulla-lingua-latina/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/09/i-filtri-damore-nellantica-roma/ http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/09/owl-prize-5.html

Andy Warhol’s Sturdust, la Pop Art approda a Milano

2013-06-12 19.03.20 (2)Dal 4 aprile all’8 settembre il Museo del Novecento di Milano ha dedicato una mostra ad una star: Andy Warhol’s Sturdust, dedicata al celebre artista americano che è diventato un simbolo degli anni ’60, ’70 e ’80 del secolo scorso.

Il titolo della mostra è attraentemente kitsch, proprio come l’inconfondibile stile dell’artista: sturdust, che significa polvere di diamanti, è un riferimento non soltanto ai brillantini che conferiscono un’aura patinata ad alcune delle opere esposte, ma anche alla sua capacità di trasformare una celebrità in un’icona e di confermare la popolarità dei vip già affermati.

Un particolare curioso ed estremamente pop sula realizzazione dell’esposizione è la scelta di appiccicare sulle pareti del museo dei fumetti gialli e rosa (vedi per esempio l’immagine sottostante), riguardanti alcune citazioni dell’artista o curiosità sulle opere esposte. Per i visitatori più intellettuali sono invece disponibili presso il Bookshop dei simpatici libricini, ricchi di illustrazioni a colori e di articoli che riassumono la vita, l’arte e la filosofia di Warhol in poche pagine.

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Un esempio dei fumetti realizzati appositamente per l’esposizione.

UNA CARRELLATA DELLE OPERE IN MOSTRA

[Clicca sul titolo delle opere per visualizzare le immagini!]

La mostra si apre con Flowers del 1970. Avete visto quei quattro fiorellini raffigurati ovunque ed ora sono finalmente davanti ai vostri occhi, in tutte le varianti cromatiche possibili; il risultato è un’orgia di colori che acceca e riempie di allegria. Warhol trasforma uno dei temi più comuni nella storia dell’arte, i fiori, nella meccanica riproduzione di un’immagine a scolo decorativo.. Si noti inoltre come il variare della specie dei fiori sia suggerito dalla scelta cromatica, mentre la fotografia di base del disegno è la stessa per tutte le varianti dell’opera: per l’autore la natura non è diversa dal mondo artificiale dell’essere umano e non esita a rielaborarla in chiave industriale.

Esattamente di fronte si trova invece un assortimento di zuppa Campbell’s del 1969, Andy Warhol ha ritratto un barattolo per ogni gusto in vendita sul mercato. L’artista sceglie come soggetto emblema della società industrializzata un prodotto delle sue fabbriche, un alimento comunemente presente sulle tavole degli americani degli anni Settanta. Per Warhol ogni oggetto può trasformarsi in un capolavoro grazie al magico intervento di un’artista.

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E’ poi il turno di Sunset del 1972, una citazione d’autore: un’enorme sfera colorata su sfondo neutro è infatti un richiamo a Impressioni al tramonto di Monet. Così come il pittore francese dipinse la cattedrale di Rouen in tutte le combinazioni di luce concesse dalla natura, Warhol evoca le diverse ore della giornata modificando i colori dell’opera in ogni variante cromatica possibile. Monet ha faticato dal 1892 al 1894 per realizzare i trentun dipinti della serie della cattedrale, Wharol e i suoi collaboratori della Factory hanno “sfornato” invece i tramonti in catena di montaggio, realizzando una vera e propria industria dell’arte.

La realizzazione di Grapes  del 1979, un evidente reinterpretazione del genere della natura morta, è invece un po’ più sofisticata: le immagini di base dei grappoli d’uva sono infatti differenti tra loro, le sezioni di colori e le scelte cromatiche sono state realizzate con ricercatezza. Le opere sono state inoltre costellate di polvere di diamante per assumere l’aura di un capolavoro prezioso e luccicante.

L’artista vanta la capacità di trasformare in opera d’arte ed in icona della società a lui contemporanea qualsiasi soggetto: nella serie Space Fruits del 1979 delle banali immagini di frutta riscuotono il successo presso il grande pubblico mediante l’intervento di Warhol e dei suoi collaboratori della Factory. Si tratta di una natura morta meno ricercata di Grapes, in cui viene ricreata un’atmosfera più aperta e sospesa.

Secondo Andy Warhol, l’artista nell’età contemporanea ha semplicemente il compito di selezionare le immagini che rappresentano gli idoli della società e confermarli nel loro ruolo di icona, senza necessariamente intervenire sull’opera di propria mano. Per questo motivo Warhol seleziona diverse fotografie di cronaca, indipendentemente dal loro significato per la società, e le ripropone ingigantite nel ruolo di opere d’arte, senza fornire alcun commento della vicenda. Si tratta di un’implicita critica ai media, che spesso trattano gli eventi di cronaca senza fornire al pubblico un commento adeguato. Il Museo del Novecento ospita una gigantografia in bianco e nero di un ignobile evento verificatosi nel corso di una marcia per i diritti degli afroamericani: i poliziotti hanno aizzato i cani contro i manifestanti.

Warhol era noto per la sua straordinaria capacità di individuare le icone della propria società. E’ il caso di Muhammad Ali, un ex pugile statunitense cui venne ritirata la licenza di combattimento per essersi rifiutato di combattere in Vietnam e di aver sostenuto i diritti dei corani con la celebre frase: “Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”. A Milano è possibile ammirare quattro serigrafie del 1978 che Warhol ha dedicato allo sportivo.

Nel 1969 Andy Warhol fonda con gli artisti John Wilcock e Gerard Malanga Interview, una rivista di genere alternativo che si occupa principalmente di celebrità. Alla mostra è possibile ammirare alcune delle copertine più note della rivista.

Andy Warhol ha inoltre realizzato almeno 60 copertine di dischi musicali dal 1949 al 1987. Alla mostra milanese avrete l’occasione di ammirare una riproduzione della leggendaria copertina di The Velvet Underground del 1967, in cui l’adesivo della banana gialla su sfondo bianco poteva essere “sbucciato” rivelando al di sotto una banana color carne; Mick Jagger che addenta una mano sul disco di Love You Live del ’77, un’immagine realizzata mediante una sessione di 24 Polaroid in cui gli Stones cercano di divorarsi a vicenda. Viene inoltre esposta una riproduzione della copertina di Sticky Fingers dei Rolling Stones, caratterizzata da un paio di blue jeans maschili con evidente rigonfiamento e cerniera apribile nella versione originale su LP; all’interno è presente il famoso Tongue & Lip di  John Pasche e la versione più spoglia della copertina col modello (non Mick Jagger, come si credeva all’inizio, ma Joe Dallesandro, un attore dei film di Warhol) vestito solo di mutande. Aprire il disco, insomma, era un po’ come svestire il modello!

Warhol ha una visione radicale del rapporto tra arte e mercato: “Voglio essere un business man dell’arte o un artista del business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante”. Fu così che l’artista americano decise di vendere degli oggetti decorati con delle immagini di sua realizzazione, come per esempio Andy Mouse. Presso il museo del Novecento è possibile ammirare le serigrafie di QUESTA e QUESTA versione dell’ibrido tra l’artista e Mickey Mouse.

Negli anni ’70 Warhol realizza migliaia di ritratti di celebrità. L’artista scattava sessanta Polaroid del soggetto prescelto, ne selezionava quattro per poi mandarne in stampa solo una e, dopo una serie di rielaborazioni grafiche che potrebbero essere paragonati ai moderni ritocchi di Fotoshop, ingrandiva l’immagine ed eseguiva la serigrafia. I soggetti prescelti dall’artista erano vips a lui contemporanei o appartenenti al passato, realmente esistiti o fittizi come lo Zio Tom e Babbo Natale (in questo caso pubblicava delle inserzioni e organizzava dei provini per cercare una persona simile ai personaggi che desiderava ritrarre). Non di rado le serigrafie venivano realizzate su disegni o scatti realizzati da altri, come nel caso di Topolino e di Dracula.

La mostra termina con un ritratto dell’artista ed una delle serigrafie dedicate a Marilyn Monroe, più precisamente quella rosa con ombretto azzurro, realizzate poco dopo la morte dell’attrice e determinanti nella creazione del mito della più nota biondina di Hollywood.

scritta

IL PENSIERO DI ANDY WARHOL

Richard Hamilton disse che “La Pop Art è popolare, effimera, spiritosa, ingegnosa, sexy, giovane”, ma ci sarà pure un pensiero, una filosofia, alla base di tutto ciò? Dopo aver visitato la mostra del Museo del Novecento, ho deciso di approfondire il mondo di Andy Warhol ordinando in biblioteca alcuni suoi libri:

  • Andrea Mecacci, Introduzione a Andy Warhol;
  • Tommaso Cabranca, Andy Warhol era un coatto, vivere e capire il trash;
  • Andy Warhol, La cosa più bella di Firenze è McDonald’s;
  • Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa.

So già che non approverò affatto il pensiero pop, proprio per questo voglio conoscerlo. Per questo motivo tenetevi pronti, miei cari lettori, stanno per arrivare un sacco di nuovi articoli su Andy Warhol, l’artista più spregiudicato degli anni ’60 e ’70!

Mike Kelley in mostra all’Hangar Bicocca

Dal 24 maggio all’8 settembre l’Hangar Bicocca ospita dieci magnifiche installazioni di Mike Kelley, uno dei principali artisti americani del periodo di transizione tra la fine del Novecento ed il Nuovo Millennio.

Kelly era uno straordinario genio poliedrico, infatti ha saputo egregiamente destreggiarsi tra i più svariati linguaggi dell’arte: nelle sue opere troviamo infatti la pittura, la musica, la scultura, la fotografia, i video, la scrittura, il disegno, la performance e l’installazione.

Il suo messaggio è una forte critica ad una cultura statunitense prepotente e iconoclasta, all’immaginario ed agli stereotipi americani, inoltre Kelley propone una continua riflessione sulla propria storia personale e la sua vita privata. I temi presenti nelle sue installazioni sono tra i più svariati e spaziano fra la storia dell’arte, i principali miti americani, la cultura popolare e la controcultura giovanile, l’identità di genere e i linguaggi della comunicazione contemporanea.

La mostra è stata allestita a Milano un anno dopo la scomparsa dell’artista, che si è suicidato il 1 febbraio 2012 a 57 anni in seguito ad un lungo periodo di depressione provocato da una delusione amorosa.

POCHE NOTE BIOGRAFICHE

Mike-Kelley

Immagine tratta da Artribune.com

Come ben sapete, la fonte primaria delle mie ricerche è il mare magnum del Web perciò difficilmente riesco a realizzare delle ricerche puntuali ed approfondite, inoltre non di rado mi capita di riferire dati erronei o imprecisi. Per quanto riguarda la biografia di Kelley mi sono ritrovata di fronte ad un enorme buco nero, infatti gli svariati articoli ritrovati online non dicono una sola parola sulla vita privata dell’artista.

I più approfonditi, dopo aver menzionato la professione dei genitori e le scuole frequentate da Kelley in gioventù, iniziano a recitare un pappardellone noiosissimo sulle attività artistiche e gli ambienti culturali in cui l’artista ha vissuto, senza dire nulla su chi sia veramente questo straordinario personaggio.

Si tratta di articoli molto noiosi, probabilmente il metodo più saggio per affrontare l’arte di Kelley è la lettura di uno dei tanti libri sul personaggio. Se le informazioni offerte dal web stuzzicano ugualmente la vostra curiosità, il solo consiglio che posso darvi è di consultare le biografie in inglese, che sono più esaurienti dei siti nostrani, e di sfogliare uno dei depliant distribuiti gratuitamente all’Hangar Bicocca.

Sorge a questo punto una domanda spontanea: ma cosa mai avrà fatto Kelley nella sua vita per aver reso necessario l’omissione di ogni dettaglio approfondito su ciò che ha combinato in vita? Chissà… in ogni caso non mi piace spettegolare su uno stimato artista di fama internazionale (anzi, non mi piace fare la zabetta e basta) perciò mi conformo al silenzio della stampa, sebbene le opere non lascino dubbi: il ragazzo si sapeva divertire.

LA MOSTRA ALL’HANGAR BICOCCA

[Visita il sito della Domus per gustare delle splendide immagini dell’evento ed una recensione scritta da veri professionisti]

La mostra consiste in dieci installazioni esposte nella penombra del vecchio hangar. I Sette palazzi celesti di Anselm Kiefer , un’imponente opera situata stabilmente tra le imponenti lamiere del vecchio box per aereoplani, sono stati oscurati per l’occasione da enormi teli neri per focalizzare l’attenzione dello spettatore sul percorso che si inoltra nell’arte di Mike Kelley.

Ogni installazione è accompagnata da una pila di block notes, da cui è possibile strappare una copia della spiegazione di ognuna delle dieci opere. La piccola guida cartacea è disponibile anche online, sul sito dell’Hangar Bicocca: http://www.hangarbicocca.org/assets/Uploads/mostre/allegati/A4Mike-KelleyITA.pdf

Unica pecca è l’assenza delle opere appartenenti alla mostra Half a Man del 1987, in cui erano esposte le famosissime installazioni realizzate con bambole e animali di pezza comprati al mercatino delle pulci. Mi rendo conto che sarebbe impossibile strappare simili capolavori ai musei in cui sono esposti permanentemente, ma mi sarebbe veramente piaciuto esaminarli.

  • More Love Hours Than Can Ever Be Repaid and The Wages of Sin, 1987, Whitney Museum di New York

kelley pupazzi

Immagine tratta da http://www.whitney.org

  • Deodorized Central Mass with Satellites, 1991-1999, MoMA di New York.

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Immagine tratta da http://blogs.miaminewtimes.com

Con queste due opere meravigliose Kelley vuole criticare la società dei consumi e contrapporsi, con le pellicce sgargianti dei suoi pelusche e la varietà degli animaletti utilizzati, all’arte minimalista dominante nella cultura statunitense attuale.

Il pubblico ha tuttavia colto nelle opere un riferimento a presunti abusi subiti dall’artista nel corso della sua infanzia, Mike Kelley invece non soltanto si oppone a questa indesiderata interpretazione, ma la trasforma in un punto di partenza per una riflessione sul concetto di trauma e repressione applicato ad un contesto collettivo, relativo alla società ed alla cultura americana anziché alla propria vita privata.

DIECI OPERE, DIECI EMOZIONI.

Ecco una breve descrizione di alcune delle opere in esposizione e le relative fotografie, che potrete visualizzare cliccando sull’apposito link.

Personalmente ho apprezzato moltissimo l’arte di Kelley, ma ho preferito non affrontare direttamente la recensione di alcune delle sue opere riguardanti alcuni aspetti dell’omosessualità perché appartengono ad una realtà che non conosco, perciò vorrei evitare di scrivere qualche cialtroneria scorretta o inopportuna.

Non si tratta di censura: le tre installazioni che non ho descritto mi sono piaciute moltissimo, mi hanno permesso di comprendere Kelley da vicino e di instaurare un dialogo tra i nostri diversi modi di essere, nonostante ciò non sono la persona adatta per scrivere una recensione perchè si tratta di tematiche di cui non ho mai sentito parlare prima.

1)      Extracurricular Activity Projective Reconstruction #1 (A Domestic Scene), 2000

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2)      Bridge Visitor (Legend-Trip), 2004

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Un ponte di legno incendiato da una bomba di carta e gocce di fiamme che colano sul pavimento, il riflesso di una maschera satanica nello sciacquone di un water e oscure maledizioni in inglese pronunciate urinando nel gabinetto, il liquido maledetto che viaggia nello scarico e l’artista che corre nudo sul ponte infuocato.

Con un video di poco meno di 18 minuti, l’artista affronta con ironia la seduzione esercitata sui teenagers dai riti satanici, ispirandosi ad alcune esperienze autobiografiche di gioventù e al Legend-Trip, un viaggio iniziatico in luoghi oscuri e solitari alla ricerca di indizi di eventi spaventosi, spesso inventati o presunti.

Il satanismo è uno dei temi principali della poetica di Kelley, che lo considera un mito culturale dominante della società americana, amato soprattutto dagli adolescenti quando l’artista era ancora un ragazzo.

3)      Runaway for Interactive DJ Event, 2000

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L’opera consiste in una passerella di legno, che termina con un ripiano su cui l’artista ha disposto diversi indumenti per bambolotti; lateralmente sono stati posizionati due manichini femminili che indossano delle seducenti maschere da strega.

Nel corso di una mostra personale di Kelley tenutasi nel 1999 in Germania, la pedana e i manichini erano stati disposti nel seminterrato del museo e, all’insaputa degli ospiti, Kelley e l’artista tedesca Kalin Lindena giravano in biancheria intima il video (Presso l’Hangar Bicocca è possibile assistere alla sua proiezione grazie ad un piccolo televisore, posto ai piedi della passerella) di una sfilata di moda satanica di alcune loro personali riflessioni sul mondo della moda. Nel frattempo un Dj nel seminterrato comunicava con il collega che gestiva il sottofondo musicale della sfilata al piano superiore, il quale sceglieva la colonna sonora della serata riservata agli ospiti in base a ciò che gli veniva riferito.

Kelley si è sottratto ad un evento mondano convenzionale come l’inaugurazione di una propria mostra personale per trattare il rapporto esistente tra gli aspetti più convenzionali dell’arte, come la realizzazione di mostre nei musei, e quelli più arcani, ribelli e inconvenzionali che caratterizzano la sua arte. L’artista critica inoltre la tendenza degli ambienti artistici di trasformare le esposizioni delle proprie opere d’arte in eventi mondani ispirati alla cultura dance e al mondo della moda.

4)      Light (Time) – Space Modulator, 2003

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Una piccola stanzetta dalle pareti bianche accoglie gli spettatori mostrando cinque urne di creta, oltre le quali una scala a chiocciola prelevata dall’abitazione dell’artista è stata appesa orizzontalmente e rotea su se stessa, proiettando sulle pareti della stanzetta tre sequenze di fotografie. Il primo gruppo contiene le immagini di una famiglia che aveva abitato la casa dell’artista negli anni ’70 e rinvenute da Kelley poco dopo essersi trasferito nella dimora; il secondo è composto dalle fotografie dell’abitazione scattate da Kelley dopo aver arredato l’abitazione secondo il proprio gusto personale; il terzo invece raffigura alcune fotografie di Kelley travestito come la figlia minore della famigliola.

L’opera rappresenta una “macchina del tempo disfunzionale” e ci racconta come negli ambienti abitati dall’uomo è impossibile cancellare le tracce del passato. “I Luoghi in cui viviamo ogni giorno divengono estranei nel momento in cui rappresentano ciò che è invisibile: il tempo passato, e le persone che non ci sono più”.

5)      John Glenn Memorial Detroit River Reclamation Project (Including the Local Culture Pictorial Guide, 1968-1972, Wayne/Westland Eagle), 2001

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Per celebrare I festeggiamenti dei trecento anni dalla fondazione di Detroit, la sua città d’origine, Kelley realizza un meraviglioso mosaico tridimensionale. L’opera rappresenta delle pedane e un’imponente statua di John Glenn, l’astronauta protagonista della prima missione spaziale statunitense originario di Ditroit, cui era dedicato il liceo frequentato da Kelley, interamente decorati con dei cocci di ceramica risalente agli anni ’20 che l’artista ha casualmente ritrovato sui fondali del fiume Detroit.

Ai lati della scultura si trovano dei pannelli su cui sono esposti una gigantografia della statua di John Glenn esposta nel liceo frequentato da Kelley, il poster di una scultura di Big Foot, e delle pagine di giornale che testimoniano cerimonie, eventi mondani, feste e celebrazioni cittadine che hanno segnato la cultura collettiva di Detroit negli anni in cui Kelley era giovane, ma anche eventi di controcultura giovanile come atti vandalici o episodi di violenza.

Kelley descrive Detroit come un luogo mitologico e racconta: “Non sono più coinvolto nella città in quanto luogo reale, per cui […] posso trattarlo solo come un tema mitico, perché ormai è passato”.

6)      Extracurricular Activity Projective Reconstructions #6,7 ((Woods Group), 2004-2005

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Una recinzione di metallo si trasforma in una soglia che conduce ad una siepe sintetica, nella quale è situate una sorta di idolo pagano format da un ceppo di legno che indossa una parrucca bionda e delle stoffe verde smeraldo. Tutt’intorno sono situati degli schermi che proiettano dei video girati in un ambiente naturale boschivo e dei cortometraggi riguardanti quattro strani personaggi mascherati che recitano dei testi scritti dall’artista: un vampiro, una sorta di strega, un travestito che indossa la stessa parrucca e i drappi dell’idolo pagano, un mostro sensibile alla bellezza degli ambienti naturali.

L’opera dovrebbe essere interpretata dallo spettatore con ironia: l’artista mostra alcuni degli aspetti più “pagani” e oscuri della cultura popolare addomesticati e manipolati per intrattenere piacevolmente il pubblico. Le quattro maschere vagano spaesate per i boschi e cercano di sottrarsi ad un motivational speech, risultando piuttosto comici e goffi.

7)      A Continuous Screening of Bob Clark’s Film ‘Porky’s’ (1981), the Soundtrack of which has been Replaced with Morton Subotnik’s Electronic Composition ‘The Wild Bull’ (1968) and Presented in the Secret Sub-Basement of the Gymnasium Locker Room (Office Cubicles), 2002

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Dei pannelli di legno sono stati assemblati ricreando l’atmosfera dei cunicoli di un ufficio e lungo le loro pareti sono state appese le piante di tutti gli edifici scolastici frequentati dall’artista nel corso della sua vita. Tali disegni sono stati realizzati da Kelley basandosi su ciò che ricorda di tali importanti luoghi del suo passato; sono naturalmente presenti delle lacune, corrispondenti ai punti degli edifici di cui Kelley non ricorda nulla.

A ciò si aggiungono gli schemi, gli schizzi e gli appunti utilizzati per la realizzazione di Educational Complex, oltre a immagini ritagliate da depliant e altro materiale prodotto dagli istituti scolastici e materiale proveniente dalla cultura popolare mediatica privilegiata da bambini e adolescenti.

8)      Rose Hobart II, 2006

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Rose Hobart II sembra una semplice scultura di legno nero da cui scaturiscono dei suoni molto inquietanti, composta dalle severe linee geometriche della scultura minimalista americana. Attraverso due differenti tunnel è invece possibile entrare all’interno della scultura e procedere sino ad uno spioncino, attraverso il quale è possibile assistere alla visione di alcune scene del popolarissimo film Porky’s del 1981.

La fruizione dell’opera mi ha particolarmente impressionato: l’Hangar Bicocca era volutamente mantenuto in penombra, così non riuscivo a vedere nulla mentre proseguivo a carponi all’interno della struttura. Avevo una paura tremenda, sembrava di ritrovarsi all’interno di un film dell’orrore. Ho assistito solamente ad alcuni secondi della proiezione del video, poiché la singolare posizione in cui mi trovavo e la deformazione delle sequenze filmiche effettuata da Kelley erano particolarmente angoscianti.

Osservare attraverso uno spioncino dei ragazzi che spiano le loro compagne mentre si fanno la doccia in uno spogliatoio ha suscitato in me un irrazionale sensazione di straniamento e di inquietudine, che mi ha indotto a sgattaiolare all’esterno della scultura il più velocemente possibile. Non posso tuttavia affermare che l’installazione non mi sia piaciuta, perchè l’ho trovata veramente elettrizzante!

9)      The Banana Man, 1983

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10)   Profondeurs Vertes, 2006

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Arte e shopping a Milano

Quante volte vi è capitato di ammirare la vetrina di un negozio di abbigliamento come se fosse un’opera d’arte?

In occasione del Fuori Salone 2013 della Milano Design Week, il negozio di Zara di Corso Vittorio Emanuele II ha deciso di accontentare gli amanti dell’arte (e dello shopping) ospitando Plastica Millenaria, un’opera dell’artista emergente israeliana Hagar Fletcher.

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Non ho potuto fotografare frontalmente i manichini a causa di alcuni pannelli, perciò accontentatevi di questa fotografia mediocre.

Presso il flagship store di Zara l’impiego di opere d’arte per l’allestimento dello spazio espositivo non è una novità: sotto lo scintillante lampadario di cristallo, tra gli sfarzosi mosaici e le scenografiche scalinate che abbracciano l’ingresso circolare, siamo abituati ad ammirare la creazione del designer spagnolo Josè Froján, un sinuoso capolavoro che funge da palcoscenico per i manichini del negozio.

Per realizzare l’allestimento stagionale del negozio, l’installazione di Josè Frojàn è stata temporaneamente sostituita da un’opera che non svolge soltanto una funzione decorativa e di promozione dei prodotti in vendita. Plastica Millenaria di Hagar Fletcher vuole infatti trasmetterci un importante significato ideologico, coerentemente con la mia personale concezione dell’arte: amo la creatività al servizio della comunicazione e del confronto, la tensione artistica proiettata verso la ricerca e il miglioramento della condizione umana. Non mi interessa l’asettica esaltazione della bellezza e dello stile, soprattutto se associata al mondo della moda.

Plastica Millenaria è la rappresentazione di un lussureggiante giardino popolato da fitti e variopinti cespugli fioriti. E’ stato realizzato con circa duemila sacchetti di plastica piegati, strappati, legati e deformati nelle modalità più svariate e con l’ingegnoso utilizzo di a guanti di lattice, bottiglie, tubi di gomma, bicchierini e ogni altra sorta di materiale inquinante ma coloratissimo e facilmente manipolabile dalle fantasiose mani di un’artista attenta alle tematiche di ecologia e ecocompatibilità.

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Sul sito web di Hagar Fletcher è possibile osservare alcune fotografie dell’opera, creata su una pavimentazione pianeggiante; nelle immagini talvolta compare una donna vestita di celofan che si rilassa nel giardino di plastica come se si trovasse in un parco vero e proprio.

In Corso Vittorio Emanuele II l’installazione è stata riprodotta con una piccola variante: gli arbusti ricoprono un piccolo rilievo circolare sul quale poggiano tre manichini bianchi, che indossano i variopinti indumenti della collezione primaverile di Zara e che sfoggiano un vistoso sopracciglio colorato.

L’opera è perfettamente inserita nel contesto commerciale del negozio e promuove con efficacia gli articoli in vendita, pur riuscendo a trasmettere efficacemente il significato originario dell’opera di Hagar Fletcher. “Se nessuno sa cosa fare con tutta quella plastica che inevitabilmente inquinerà il nostro bellissimo pianeta per migliaia di anni, allora perché non creare un’opera d’arte che durerà migliaia di anni proprio con quei sacchetti di plastica?”

Venerdì pomeriggio stavo gironzolando per il centro senza alcuno scopo in particolare, quando ho avuto la fortuna di imbattermi nella realizzazione dell’opera. Il giardino era praticamente ultimato perciò ho potuto ammirarlo in tutto il suo verdeggiante splendore, ma Hagar Fletcher stava ancora accartocciando e spiegazzando gli ultimi sacchetti di plastica. L’artista è una signora molto simpatica e disponibile, che è perfino riuscita a trovare il tempo per scambiare qualche parola in inglese con i clienti del negozio. Se siete interessati alle sue creazioni, vi consiglio di dare un’occhiata al suo sito web.

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Sperando che le fotografie amatoriali che ho scattato vi siano piaciute (povera me, sono una fotografa piuttosto scadente!), vi aspetto tutti quanti da Zara, questa volta non solo per lo shopping!