Il “Don Giovanni” di Molière

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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In collaborazione con Ilaria Zibetti, che si occuperà dell’omonimo melodramma di Mozart, verrà analizzato il Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière. Si tratta di una commedia tragica in cinque atti, presentata per la prima volta a Palais-Royal, il 15 febbraio 1665 dalla compagnia del suddetto drammaturgo.

Tra le numerose sceneggiature disponibili in libreria e online, abbiamo scelto per voi: Don Giovanni, Molière, Letteratura universale Marsilio, a cura di Delia Gambelli, traduzione di Delia Gambelli e Dario Fo (con testo a fronte). La traduzione è moderna e scorrevole per garantire al lettore delle fragorose risate, le stesse che hanno animato l’antico pubblico di Molière. Le traduzioni dal francese, rese in dialetto possono risultare di difficile comprensione, ma si tratta comunque di una soluzione originale e apprezzabile.

La tragicommedia inizia in medias res: si sono già svolti alcuni dei fatti principali. Don Giovanni, dopo aver sedotto e sposato innumerevoli fanciulle, ha conquistato il cuore di Donna Elvira, convincendola a lasciare il convento per lui. Subito dopo (ed è qui che inizia la nostra storia) il libertino abbandona la città per conquistare una nuova giovane, promessa ad un altro. In città non potrebbe nemmeno recarsi perché in tale luogo ha ucciso un uomo in duello e potrebbe imbattersi nella vendetta dei familiari; ma Don Giovanni non teme nulla. Come egli stesso dichiara in un monologo – in cui mostra di essere maestro di retorica – vuole assaporare tutte le bellezze esistenti anziché amarne una, in quanto apprezza più il “sapore della conquista” che la donna in sé. Sin dall’inizio i vari personaggi che incontra lo esortano a non sfidare il Cielo, ma Don Giovanni, pur essendo cattolico, bestemmia e affronta l’ira divina. Donna Elvira nel frattempo insegue il protagonista per chiedergli spiegazioni in merito alla sua partenza, ed egli le rivela di non amarla più.

Don Giovanni e il servitore Sganarello organizzano una gita in mare per conquistare una fanciulla, ma vengono sorpresi da una tempesta. I due vengono soccorsi dalla contadina Carlotta, promessa a Pierotto, e Don Giovanni inizia a farle la corte chiedendole la mano; Carlotta accetta. Entra in scena Maturina, altra donna circuita dal nobile libertino e scoppia un comico battibecco. Giunge dunque La Frasca, che mette al corrente Don Giovanni del fatto che alcuni uomini in armi lo stiano cercando.

Don Giovanni e Sganarello fuggono: il primo in abiti da viaggio, il secondo travestito da medico. I due disquisiscono sulla fede e successivamente Don Giovanni promette un Luigi d’oro ad un povero in cambio di una bestemmia.

Don Giovanni salva un uomo dall’attacco di alcuni ladri, per poi scoprire che si tratta di Don Carlo, fratello di Donna Elvira, che lo stava cercando per vendicare la sorella. Nonostante venga riconosciuto da Don Alonso, sopraggiunto in seguito, il protagonista viene lasciato andare come ricompensa per il salvataggio. In seguito Don Giovanni e Sganarello si imbattono nel mausoleo e nella statua del Commendatore, ucciso a duello da Don Giovanni. Il libertino invita a cena la statua, che risponde con un cenno.

Il libertino riceve poi la visita del padre Don Luigi, che cerca di redimere il figlio, ma invano. L’ultima visita ricevuta da Don Giovanni è di Donna Elvira che, velata e in lacrime, gli chiede di pentirsi. Il padrone di casa è stato in qualche modo colpito dal discorso della donna e promette che, tra venti o trent’anni, si pentirà.

Don Giovanni mente al padre, raccontando di essersi pentito delle proprie malefatte. Giunge poi Don Carlo, che chiede a Don Giovanni di sposare Donna Elvira, ma l’astuto peccatore rifiuta, dicendo di essersi convertito e che il matrimonio non è contemplato nella vita di Grazia che lo attende. Compare uno spettro che intima a Don Giovanni di pentirsi, ma l’uomo rifiuta nuovamente, il fantasma si tramuta dunque nel Tempo con la Falce in mano, senza sortire, però, alcun effetto. La Statua infine invita a cena Don Giovanni e, prendendolo per mano, lo trascina negli Inferi, mentre Sganarello si lamenta di non essere stato pagato.

Nell’opera la donna è trattata alla stregua di un oggetto, considerata una preda da conquistare. Tuttavia i temi principali sono l’ateismo e la fede, infatti Don Giovanni, pur dimostrando di credere in Dio, sfida le leggi del Cielo sino all’estremo gesto finale, la discesa negli Inferi.  Mostra un minimo segno di pentimento soltanto dopo l’ultimo incontro con Donna Elvira, ma subito procrastina la sua conversione alla vecchiaia. Secondo l’opinione dell’autore, le sue colpe da libertino sono ben poca cosa rispetto alle sue malefatte nei confronti della fede cristiana, verso le quali non c’è possibilità di assoluzione.

L’opera è ispirata ad una tragicommedia spagnola (barocca), El burlador de Sevilla y Convidado de piedra, attribuita ad un monaco spagnolo, Luis Tellez, noto in letteratura con lo pseudonimo di Tirso de Molina (1571-1648). Le date di composizione e di prima rappresentazione sono ignote, ma la prima edizione è del 1630. Non conosciamo traduzioni contemporanee che possano aver ispirato l’opera di Molière, ma sappiamo che l’influenza spagnola in Francia all’epoca era fortissima.

Nell’opera troviamo elementi antichissimi come la vendetta dei morti, proveniente dal mondo classico e il tema delle statue parlanti, presente in tutta la cultura mediterranea. Non sappiamo se Don Giovanni sia ispirato ad un personaggio storico, ad un libertino noto, cui Tirso abbia successivamente aggiunto caratteristiche suggestive.

Si tratta, come si è accennato prima, di una tragicommedia essendo presenti elementi tragici come la morte del protagonista, ma anche numerose scene comiche. La commedia di Tirso presenta molti difetti: non rispetta le unità di spazio e tempo, mostra vari sbalzi di tono e procede con un ritmo velocissimo, che la fa risultare sconnessa.

Tirso è estremamente misogino, non è un caso, infatti, che lo strumento del peccato sia la donna. Si noti che non viene mai condannata dall’autore la carenza di tenerezza nei confronti delle conquiste di don Giovanni, in quanto le donne non sembrano meritare affetto. Tuttavia nemmeno i personaggi maschili si salvano: il male è condiviso da tutte le figure presenti in scena.

Don Giovanni nell’opera di Tirso è un “burlador”, un uomo che ride di tutti, che non rispetta nulla e che sposa l’ anarchia, atteggiamento che anticipa inconsapevolmente l’homme revolté dei secoli successivi.

Molière scrive il Don Juan in fretta dopo lo scandalo suscitato dal Tartuffe e il conseguente divieto di portarlo in scena. A tale velocità viene attribuita la caratteristica del testo di essere in prosa anziché in versi, inoltre – come l’opera di Tirso – il testo non rispetta le unità di tempo e di luogo; per queste ragioni e per le peccaminose sregolatezze di Don Giovanni anche il nuovo testo viene attaccato dalla critica. Secondo un contratto stipulato tra la compagnia di Molière e due pittori incaricati di realizzare le scenografie, l’opera tuttavia non sarebbe stata composta così rapidamente. Non conosciamo però il testo che Molière portò in scena quando era ancora in vita, ma solo alcune testimonianze postume.

Il testo del 1682 è stato censurato e modificato, solo all’inizi del XIX secolo vennero scoperti tre esemplari non revisionati, che hanno consentito la ricostruzione del testo originale. Tra gli altri, uno degli episodi reintegrati è rappresentato dal povero cui era stato promesso un Luigi d’oro in cambio di una bestemmia.

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“Il misantropo” di Molière

 

Il misantropo è uno dei capolavori di Molière, si tratta di una commedia in cinque atti messa in scena per la prima volta a Parigi nel 1666.  E’ possibile affrontare un testo teatrale semplicemente leggendolo sulla carta, senza assistere ad una rappresentazione in scena. Può essere un po’ faticoso perché l’opera è composta prevalentemente dalle battute dei personaggi e affida alla nostra immaginazione le descrizioni, le scenografie e, soprattutto, i volti degli attori e la loro gestualità. La comicità del testo purtroppo è meno evidente quando non esplode con tutta la sua energia sul palcoscenico, soprattutto in un’opera come Il misantropo, in cui malinconia e pessimismo compaiono tra gli ingredienti principali. Sicuramente si tratta tuttavia di una commedia geniale, che sul palcoscenico è in grado di intrattenere lo spettatore inducendolo a riflettere sulla condizione umana.

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E’ consigliabile la lettura dell’edizione della Giunti a cura di Patrizia Valduga, un cofanetto sottile rivolto ai professionisti della letteratura, ma online è disponibile il copione gratuitamente. Fortunatamente la traduzione di cui mi sono servita rende giustizia agli esilaranti versi in rima di Molière, le cui agilità e immediatezza, caratteristiche necessarie per rendere efficace una scena teatrale, sono sopravvissute attraverso i secoli e sono facilmente leggibili anche per coloro che non hanno dimestichezza con la lingua francese.

 

Molière scriveva le proprie commedie per la corte francese e i suoi personaggi appartengono proprio a tale classe sociale, perciò il commediografo metteva in scena le contraddizioni della corte, consentendo al proprio pubblico di ridere circa questioni che lo riguardavano. Anche il protagonista Alceste è un cortigiano, come tutti i personaggi della commedia, ed è un misantropo in quanto, volendo vivere senza le ipocrisie, le convenzioni e i compromessi tipici dell’aristocrazia parigina, è incapace di adattarsi alla vita di corte ed alle sue consuetudini sociali. La sorte ha voluto che si innamorasse di Célimène, una giovane civettuola e amante della vita mondana che Alceste vorrebbe sottrarre alla corte e condurre nella propria vita solitaria. Riuscirà Alceste a conquistare una donna così diversa da lui? Unico amico di Alceste è Filinte, il quale non condivide le sue opinioni e sostiene che per sopravvivere nel mondo è necessario adattarsi; costui tenterà di convincere Alceste a mutare il proprio comportamento. La commedia vuole essere una critica rivolta non solo alla corte parigina, ma all’intera società umana e pone in risalto alcuni limiti e difetti dell’animo umano.

 

Per Il misantropo Molière ha tratto ispirazione dalla propria vita privata, dall’abbandono della moglie e dall’iniziale crisi di Don Giovanni e Il Tartuffo, due opere dell’artista che furono censurate. Proprio per questo motivo il misantropo è privo della comicità dirompente che contraddistingue la poetica dell’artista. Non è la prima opera a portare il titolo di misantropo, infatti anche il greco Menandro ha composto un’omonima opera che è stata messa in scena per la prima volta nel 317 a.C. La commedia si contraddistingue dalle comuni farse dell’epoca in quanto presenta personaggi dinamici e a tutto tondo, infatti Alceste e Célimène hanno una psicologia complessa e articolata, non certo come le personalità piatte create dai satiri per criticare la propria società. Si tratta inoltre di un’opera atipica rispetto alle altre composte da Molière perché non si sofferma sull’evoluzione e le sfumature dei personaggi ma sulla trama. Il misantropo è considerato uno dei capolavori di Molière sebbene non riscosse un immediato successo quando venne presentato al pubblico per la prima volta.

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Chi non volesse affrontare una lettura troppo impegnativa può attendere che l’opera sia portata in scena in uno dei teatri della propria città oppure gustarsi Molière in bicicletta, un simpatico film del 2013 di Le Guay che narra il tentavo di Serge e del suo amico Gauthier Valence di mettere in scena proprio Il misantropo.

 

Serge è un anziano attore cinematografico che, dopo un’amara delusione, ha deciso di abbandonare le scene e ritirarsi a vita privata in una spartana casetta sull’isola di La Ré ereditata da un parente. Anche l’ex attore è un misantropo, infatti ha ridotto al minimo i contatti umani per dedicarsi alle proprie passioni, pittura e lettura, in particolare delle opere di Molière. La sua solitudine viene interrotta dall’amio e collega Gauthier Valence, diventato famoso per aver interpretato un personaggio di una telenovela, che lo invita a recitare ne Il misantropo. I due attori recitano a turno il ruolo di Alceste, interrompendo le prove per dedicarsi a piacevoli pedalate in bicicletta sull’isola o intrattenendosi con la bella Francesca, di cui Serge ben presto si innamora.

 

Il misantropo del film è molto diverso da quello dell’opera teatrale in quanto viene considerato tale per il suo desiderio di ritirarsi dal mondo dopo essere stato deluso dalla vita anziché per la sua incapacità di adeguarsi ad essa. Durante la visione è però possibile assistere ad alcuni dialoghi tratti dalla commedia di Molière.

 

‘Questa sera si recita Molière’ di Paolo Rossi

Questa sera si recita Molière” è uno spettacolo di Paolo Rossi e la sua compagnia Teatro di rianimazione. Sebbene lo spettacolo sia di qualche anno fa, è ancora possibile vederne il filmato su Youtube cliccando su questo link (https://www.youtube.com/watch?v=lscSzmjgxmo); la messa in scena in questione è del 7 dicembre 2002 ed è stata realizzata al Teatro Smeraldo di Milano ma, nonostante sia un po’ vecchiotta, la sua capacità di coinvolgere il pubblico non è stata scalfita dal tempo.

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Si tratta di un dramma da ridere in due atti, un happening nato dalla fusione de “Il malato immaginario” e “Il medico per forza” di Molière in cui non mancano interventi personali dell’artista, critiche alla società contemporanea e il coinvolgimento del pubblico nella rappresentazione. Gli elementi tipici del teatro di Molière vengono dunque stravolti nel moderno canovaccio di Paolo Rossi: così come Molière in Francia attinse numerosi elementi dalla commedia dell’arte italiana, Paolo Rossi a sua volta dichiara di aver “rubato” qualche idea a Molière per realizzare il suo spettacolo.

Paolo Rossi mette in scena la storia del Dottor Sganarelli, un ciarlatano che vende un olio che dovrebbe guarire qualunque male; il protagonista diventa presto l’emblema dei politici ciarlatani di oggi, su cui l’autore fa non poche battute di satira. Il Dottor Sganarelli si trova in un bell’impiccio: Leandro, un suo dipendente extracomunitario, si è innamorato di Lucinda e minaccia il Dottor Sganarelli di vendicarsi se non lo aiuta a ricongiungersi con l’amata. Purtroppo Lucinda è figlia di Geronte, il finanziatore del dottor Sganarelli, un milanese che detesta gli extracomunitari ma anche un credulone, che si sottopone ad ogni assurda e comica cura ideata dal ciarlatano per mali inesistenti.

L’opera è uno spettacolo in costume, ma gli indumenti del ‘600 spesso vengono sostituiti da costumi contemporanei per sottolineare la fusione tra i giorni nostri e l’epoca di Molière che avviene nel corso dello spettacolo. In onore a Molière verranno recitate alcune battute in Francese ma, come introduzione allo spettacolo, verrà trasmesso Bob Marley. L’opera è anche un occasione per vedere in azione due attori diventati famosi grazie a Camera Cafè: Debora Villa, conosciuta come la Patti, e Carlo Giuseppe Gabardini, nei panni di Olmo.

Come spesso succede negli spettacoli di Paolo Rossi, il pubblico è direttamente coinvolto nella rappresentazione teatrale non solo perché l’artista si rivolge continuamente alla platea o conversa con qualche spettatore, ma anche perché invita alcuni volontari a salire sul palcoscenico e recitare insieme alla compagnia. Paolo Rossi immagina che la platea sia una sala d’attesa e che il pubblico sia composto dai pazienti del dottore ciarlatano. Tre spettatori si improvvisano attori e si trasformano nei malati accorsi alla clinica del Dottor Sganarelli in cerca di cure, diventando protagonisti di brevi gag comiche in cui viene somministrato loro l’olio miracoloso. Uno spettatore in particolare chiederà al Dottor Sganarelli di apprendere l’arte di truffare e diventerà a sua volta vittima del ciarlatano, che inventerà per lui un corso fasullo su come diventare medico.

Durante lo spettacolo la medicina diventerà metafora del potere e verrà gestita da truffatori, ipocriti, ladri e falsi medici sempre alla ricerca di un modo per derubare il prossimo. Tale opera viene messa in scena in un momento storico in cui i ciarlatani la fanno da padroni: l’Italia è un paese di furbi che si ritengono migliori degli altri e vengono ammirati e imitati, il testo di Molière smaschera questi subdoli personaggi inoltre, nella reinterpretazione di Rossi, un medico smaschera la figura dei ciarlatani per “curare” l’Italia.

Le battute riferite alla politica sono di difficile comprensione perché è trascorso troppo tempo dall’epoca della rappresentazione in teatro, ma il messaggio politico di Rossi è ancora vivido; si pensi che, nel lontano 2005, l’opera ha spaventato a tal punto i nostri politici da ottenere una censura televisiva. L’8 gennaio 2005 la trasmissione teatrale Palcoscenico di RaiDue mandò in onda la prima parte dello spettacolo e fu un successone: sebbene la trasmissione fosse in fascia notturna, vennero contati un milione di telespettatori. La seconda parte dello spettacolo avrebbe dovuto essere trasmessa il 15 gennaio 2005, ma venne soppressa con la seguente giustificazione: il programma “è risultato fuori dalle linee editoriali della rete, per problemi di linguaggio e non certo di contenuti”, curiosamente il comunicato precisa che “non si tratta di censura politica, ma di rispetto per il pubblico della rete”; il direttore di Rai2 Massimo Ferrario specificò poi che si tratta di “pulizia linguistica”, avendo nel secondo atto “contato ben dieci parolacce”.  In molti ambienti appare evidente però che si tratta di censura politica, dovuta alla scomoda metafora che mostra i potenti “ciarlatani”, specializzati nel prendere in giro il popolo raccontandogli bugie e promettendogli cose che non manterranno mai, al solo scopo di arricchirsi. Per seguire lo sviluppo della vicenda cliccate sul seguente link: http://www.difesadellinformazione.com/17/la-censura-a-paolo-rossi/ .

Scritto da me per la rubrica “Avventure da palcoscenico” della rivista “Eclettica, la voce dei blogger” N. 6