“Una bestia sulla luna” al Teatro Elfo Puccini

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Il genocidio armeno è una delle pagine più buie del Novecento e la storia dei sopravvissuti merita di essere raccontata tanto quanto quella delle vittime. Si occupa di un argomento così delicato Una bestia sulla luna, proposto dal Teatro Elfo Puccini di Milano, ove è in scena dal 16 al 21 ottobre 2018. Lo Spettacolo è di Richard Kalinoski, la traduzione di Beppe Chierici, la regia di Andrea Chiodi.
Aram Tomasian è l’unico sopravvissuto della sua famiglia al genocidio armeno, si trasferisce in America per ricostruirsi una nuova vita con la quindicenne Seta, orfana a causa dell’orrore commesso dai turchi e da lui sposata per procura. Lo spettacolo racconta il difficile fardello di essere scampati ad uno sterminio e l’impossibilità di determinare le proprie esistenze in seguito ai casi che il destino sceglie per ciascuno. Nell’ordinaria esistenza della coppia comparirà Vincenzo, un esuberante orfanello italiano bisognoso di cure e di affetto. La storia d’amore e gli scontri tra Aram e Seta sono narrati da un anziano signore, che svolge l’apparente funzione di narratore extradiegetico, ma successivamente lo spettatore lo identificherà come un personaggio della vicenda.
La scelta del cast è alquanto singolare: se gli attori che interpretano Aram (Fulvio Pepe) e il narratore (Alberto Mancioppi) hanno un aspetto simile a quello dei propri personaggi, i ruoli di Seta e Vincenzo sono stati invece affidati ad artisti molto diversi dal profilo che lo spettatore si immagina ascoltando le battute. Seta dovrebbe essere una ragazzina di quindici anni all’inizio dello spettacolo e poco più vecchia al termine della rappresentazione, ma viene interpretata da Elisabetta Pozzi, una cinquantenne, creando un effetto straniante. Considerando che Seta è prima una bambina costretta a vivere la vita di una signora sposata e successivamente una giovane adulta con la consapevolezza di una donna vissuta, tale effetto di spaesamento conferisce spessore allo spettacolo ed è decisamente appropriato. L’attrice è inoltre la star dello spettacolo sia per la magistrale interpretazione sia per la propria fama presso il pubblico. Il piccolo Vincenzo (Luigi Bignone) infine è interpretato da un ragazzo molto basso e dalla fisionomia pulita da bambino, ma i segni della barba sulle sue guance erano evidenti. Il ruolo dell’orfanello è molto complesso e probabilmente è stato scelto un artista adulto perché un bambino non avrebbe mai avuto l’esperienza necessaria per affrontare una simile sfida.
La scenografia (Matteo Patrucco) è essenziale ma efficace, semplice come sarebbe apparsa la casa dei due armeni: un tavolo, alcune sedie, pannelli scorrevoli per consentire di entrare ed uscire di scena. Svolgono una funzione molto importante i numerosi oggetti di scena che caratterizzano lo spazio molto più delle scenografie, ricordiamo per esempio un ferro da stiro, una carrozzina per neonati, torte realmente commestibili, una macchina fotografica, pacchi regalo, cappotti, uno specchio, una bambola e una foto che raffigura soggetti privi di teste. I costumi (Ilaria Ariemme) sono realistici, umili, non dissimili da quelli che avrebbero potuto indossare degli immigrati americani nel primo Novecento; i personaggi si cambiano d’abito spesso nel corso della rappresentazione, in alcuni casi gli indumenti sono diventati veri e propri oggetti di scena funzionali alla trama. Le luci sono di Cesare Agoni e le musiche di Daniele D’Angelo.


Le fotografie rivestono un ruolo primario nella rappresentazione perché sono l’emblema del ricordo sia della tragedia degli armeni, sia del futuro che Aram e Seta vogliono costruire insieme. Sullo sfondo vengono proiettate fotografie del genocidio, fornite dall’Archivio Wegner, e finte immagini d’epoca che ritraggono gli attori. Questa seconda categoria di fotografie vengono scattate, nella finzione teatrale, da Aram per documentare gli eventi più importanti della sua nuova vita in America durante lo svolgimento della storia, il suo gesto simboleggia la volontà e la necessità di ricostruire una storia famigliare stravolta dal massacro. Le vicende dello sterminio non compaiono mai sulla scena, ma vengono evocate dalle parole dei personaggi; persino le fotografie autentiche non ritraggono mai l’orrore dello sterminio.
Il ritmo della narrazione è molto lento perché la struttura del racconto è fondata sui dialoghi, che devono essere seguiti con attenzione per gustare appieno la rappresentazione. La recitazione è realistica e mira ad emozionare lo spettatore. Non abbiamo compreso la scelta del titolo, pertanto ci chiediamo a cosa si riferisca o chi sia la bestia sulla luna.

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“Una classica storia d’amore eterosessuale” al Teatro Fontana

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Una classica storia d’amore eterosessuale, andato in scena al Teatro Fontana di Milano ad opera della compagnia teatrale under 35 Domesticalchimia è la storia di una famiglia infelice. La direzione dello spettacolo è opera di due donne: Francesca Merli alla regia e Camilla Mattiuzzo alla drammaturgia.

Lo spettacolo racconta la triste vicenda di una famiglia i cui membri non hanno nome, ma sono identificati con il loro ruolo -la Madre, il Padre, il Figlio- perché rappresentano l’emblema della famigliola problematica italiana e forse europea. Una casa claustrofobica, priva di comunicazione tra i membri, che dialogano con frasi fatte –hai mangiato? Dov’è tua madre?- , in cui ciascuno è insoddisfatto e non riesce a realizzarsi. I membri della famiglia sono inoltre vittime dei luoghi comuni: una madre non può bere una birra, un padre non può piangere e un figlio è destinato ad assomigliare ai genitori.

Il Figlio è un ragazzino di undici anni in psicanalisi a causa dei problemi che, a suo dire, gli hanno provocato sua madre e in secondo luogo suo padre. Assistendo allo spettacolo è evidente tuttavia che le vere figure problematiche sono i genitori, delle cui difficoltà risente il bambino soltanto di riflesso. Massimo Scola non ha undici anni, anche se il suo volto da ragazzo pulito ben si presta ad interpretare il ruolo di un bambino. L’ingenuità e la spensieratezza del personaggio sono enfatizzate dal tono di voce e dalla mimica, nonché da un casco da ciclista che l’attore indossa per tutto il corso della rappresentazione. Tale personaggio svolge la triplice funzione di attore, narratore e spettatore della storia d’amore dei propri genitori.

Davide Pachera è il Padre, uno scrittore senza talento vittima del proprio narcisismo e pertanto mai realmente presente in famiglia. Occhialetti e giacca beige da intellettuale, si esprime con citazioni letterarie e appare solenne e distaccato. La Madre è Laura Serena, un’attrice carismatica che attira su di sé l’attenzione in quanto unica donna presente sul palcoscenico; la donna è molto giovane per il ruolo che interpreta, tuttavia ciò non intacca la buona riuscita dello spettacolo. La Madre è una casalinga insoddisfatta che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo, cerca di realizzarsi provando gli hobby più vari e strani ma abbandonandoli dopo poco tempo. Se il Padre e il Figlio indossano sempre i soliti sobri vestiti, la Madre cambia continuamente costumi di scena indossando abiti anche molto eccentrici, presenti sul palco appesi su un appendino sin dall’inizio della rappresentazione.

La scenografia è molto sempice: visibile allo spettatore sin dal suo accesso in sala per assenza di sipario, è costituita da un tavolo, delle sedie, l’appendino con i vestiti della madre già menzionato e un microfono, attraverso il quale i personaggi enfatizzano le frasi più importanti tra quelle pronunciate. Sullo sfondo vengono proiettati dei video e le indicazioni cronologiche degli eventi narrati, che non seguono un ordine temporale lineare. La musica e la rumoristica di Federica Furlani svolgono una funzione portante; è presente una breve sequenza cantata e comicamente ballata dai tre personaggi dell’habanera della Carmen di Bizet, in cui gli attori dimostrano di essere molto abili anche nel canto. I movimenti scenici sono opera di Elena Boillat.

Nonostante i temi trattati siano molto seri, l’atmosfera dello spettacolo è leggera, rilassata e spesso comica. Lo spettatore sa che ai momenti più tragici possono seguire da un momento all’altro le battute più spensierate ed esilaranti. Gli attori, soprattutto il Padre e il Figlio, interagiscono attivamente con il pubblico annullando la separazione tra palcoscenico e platea: lo spettacolo inizia quando il figlio si alza in piedi da una poltrona tra il pubblico e porge ad uno spettatore un foglio chiedendo “Dottore, mi psicanalizzi”; il Padre propone al pubblico di prendere una busta fissata sul sedile davanti a loro e di compilare il questionario con una matita dell’Ikea, che verrà restituita in seguito su invito dell’attore. Tutto ciò non sminuisce la gravità delle questioni sollevate dai Domesticalchimia: nell’impossibilità di trovare una soluzione ai dilemmi della società moderna, è possibile solamente affrontare i problemi con il riso.

Lo spettacolo offre una leggera serata di evasione in nome del riso e della riflessione. Non abbiamo tuttavia compreso la scelta del titolo: perché specificare che la famiglia è composta da genitori eterosessuali se l’omosessualità non viene mai menzionata nel corso dell’opera?

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Giulia Bossi e Maria Giovanna Piano raccontano Grazia Deledda

Questo articolo è stato pubblicato da Lo Sbuffo

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Sabato 8 settembre la Libreria delle Donne, storico luogo di ritrovo femminista milanese, ha organizzato come evento di apertura della stagione una serata dedicata a Grazia Deledda, scrittrice sarda celebre per essere stata la prima donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1926, estromessa per decenni dal canone ma piacevolmente riscoperta negli ultimi anni.

La conferenza è stata aperta dalla dott.ssa Giulia Bossi, giovane docente di Lettere laureata con una tesi  su Elsa Morante e una profonda passione per le autrici del Novecento, nonchè redattrice de Lo Sbuffo. L’insegnante si è accorta che le autrici donne della letteratura italiana erano presenti nel manuale dei suoi ragazzi segregate in un capitoletto intitolato La sensibilità femminile, inoltre lo spazio a loro dedicato era notevolmente inferiore rispetto a quello riservato ai colleghi uomini. Sembrerebbe dunque che nel Novecento italiano non siano esistite scrittrici donne. Giulia Bossi ha scelto di spiegare alla classe Grazia Deledda, fornendo lei stessa il materiale ai suoi studenti. La giovane donna ha raccontato la propria esperienza alla platea con toni appassionati, trasmettendo il proprio trasporto per la professione di insegnante e le materie umanistiche.

La docente prosegue con la biografia di Grazia Deledda. L’autrice, osteggiata persino dai lettori sardi, studiò sino alla quarta elementare, poi proseguì gli studi come autodidatta anche grazie al padre, giurista amante della poesia. A quindici anni scrisse i primi romanzi d’appendice e subì l’influenza di autori russi come Dostoevskij e Tolstoj. I primi romanzi riguardarono la denuncia sociale, poi lo stile della Deledda assunse le caratteristiche che l’hanno resa popolare. L’autrice raccontò di una forza degli avi radicata nelle coscienze, di un tabù religioso nelle terre di Sardegna, di un forte senso di colpa dovuto al peccato. La Deledda non si abbandonò mai all’introspezione psicoanalitica, preferì invece affidare alla descrizione del paesaggio il compito di raccontare la psiche dei personaggi; infine troviamo una commistione tra riti mitici e Cristianesimo. Il Meriodione atemporale e ancestrale di Elsa Morante è stato indubbiamente influenzato dal premio Nobel sardo.

Pirandello, che la Deledda privò del Nobel, era fortemente geloso dell’autrice, infatti sosteneva che avesse una mente da uomo e nel 1905 descrisse nel romanzo Suo marito il rapporto d’amore catastrofico tra due personaggi che rappresenterebbero la Deledda e il suo consorte e agente letterario Palmiro. In verità la coppia si amava profondamente, mentre Pirandello e la moglie affetta da problemi mentali avevano un rapporto fondato sulla gelosia.

Giulia Bossi dialoga con Maria Giovanna Piano, una filosofa e insegnante sarda curatrice dell’Ifold (Istituto Formazione Lavoro Donne) di Cagliari, nel settore studi e ricerche. La filosofa presenta il proprio libro Onora la madre, relativo all’autorità femminile nei romanzi della Deledda, in vendita presso la Libreria delle donne. Nonostante Giulia Bossi abbia notato l’assenza della Deledda tra gli autori studiati a scuola, la Piano afferma che il canone sia stato fatto dalla Deledda. L’autrice avrebbe inoltre “sardinizzato” l’Italia mentre i connazionali di altre regioni italianizzavano la Sardegna. La trama dei romanzi farebbe scontare ai personaggi la sola colpa di essere vivi. Grande tema dell’opera è il matriarcato mistico: agli uomini spetta l’agire pratico, mentre le donne, anche se apparentemente si “agitano” di meno, sono il vero fulcro dell’azione narrativa.

La strage del teatro Diana

Articolo proposto per conto de Lo Sbuffo alla casa editrice Tlon.

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Il Cimitero Monumentale di Milano ospita antiche tombe ottocentesche e settecentesche, che celebrano la ricchezza delle più illustri famiglie milanesi. Il ricordo dei defunti è possibile grazie a delle fotografie sbiadite, ma anche da brevi frasi che ricordano alcune loro caratteristiche. Noi dello Sbuffo siamo rimasti colpiti da un ragazzo di circa vent’anni sepolto in un’imponente quanto antica tomba monumentale, poche lettere riportavano: “morto nell’eccidio del Teatro Diana”. Abbiamo deciso di scoprire di più sulla sua sorte.

Erano gli anni del Biennio rosso (1919-1920), l’Italia era teatro non solo di occupazioni di fabbriche e di terreni agricoli da parte di contadini e operai e dei conseguenti atti di repressione da parte della borghesia e dello stato, ma anche di veri e propri scontri violenti e attentati, soprattutto nel centro-nord. In questi anni nacquero a Milano i Fasci di Combattimento di Benito Mussolini e il Partito Comunista a Livorno, si crearono due fazioni che diedero vita ad una lotta fratricida. In tale allarmante scenario agivano anche numerosi movimenti anarchici, determinati a frenare lo squadrismo nato a Piazza San Sepolcro e a lottare per realizzare le proprie idee politiche. Dodici anarchici, tra cui Malatesta, Borghi e Quaglino, erano detenuti in carcerazione preventiva senza che si istituisse un processo o un capo d’accusa, pertanto Borghi, Quaglino e Malatesta iniziarono uno sciopero della fame. Malatesta, ultrasettantenne, si ritrovò in punto di morte e ciò provocò manifestazioni e atti di protesta tra gli anarchici, compreso un atto terroristico.

Per la notte del 23 marzo 1921 furono organizzati tre diversi attentati che, secondo i mandanti e gli organizzatori, non avrebbero dovuto causare vittime. Il primo attentato prevedeva l’esplosione di una bomba presso la centrale elettrica di Via Gadio e il secondo nella sede del quotidiano Avanti!; entrambe le esplosioni si sarebbero svolte di notte, in assenza di personale all’interno, pertanto non ci sarebbero state vittime; entrambe tali iniziative fallirono. Il terzo attentato si sarebbe svolto presso l’Hotel Diana, adiacente all’omonimo teatro, dimora abituale del Questore Giovanni Gasti, fondatore della Polizia Scientifica Italiana, bersaglio degli organizzatori in quanto rappresentante, e dunque complice secondo gli anarchici, di quello Stato che deteneva in carcere senza prove Errico Malatesta ed altri anarchici. Nessuno aveva intenzione di colpire il teatro, ma l’edificio era diviso dall’hotel da una semplice parete. Inizialmente il bersaglio era la Questura centrale di Piazza San Fedele, ma l’obiettivo venne sostituito con l’hotel Diana per sopraggiunte difficoltà. Mariani, uno dei colpevoli, racconterà nella propria autobiografia: “[…] si è accreditata la “solita” storia dello anarchico che, spalancata la porta di un teatro, dissemina la morte ed il terrore, coscientemente e volontariamente. Quella sera il carico di esplosivo fu depositato al di fuori del teatro, con l’intenzione di colpire non il teatro quanto il soprastante albergo – che, secondo informazioni allora in possesso degli attentatori, serviva regolarmente da luogo di incontro tra Benito Mussolini ed il questore di Milano Gasti, entrambi acerrimi nemici degli anarchici e da questi ultimi odiati, in particolare, si credeva che proprio quella sera Gasti si dovesse trovare in quell’albergo.”

Furono nascosti al primo piano dello stabile 160 candelotti di gelatina di dinamite in una cesta coperta di paglia, che esplosero alle 22.40, poco dopo che a teatro ebbero preso posto gli spettatori della quindicesima e ultima replica de La mazurca blu di Franz Lehar. Quel giorno lo spettacolo iniziò con un forte ritardo in seguito ad uno sciopero per il licenziamento di un membro dell’orchestra. In sala erano presenti un centinaio di esponenti della migliore borghesia milanese, che erano soliti riunirsi presso il teatro. Il gruppo di anarchici voleva lasciare la dinamite all’interno dell’hotel ma, al sopraggiungere di altre persone, Mariani la lasciò dietro una porta che immetteva nella platea del teatro e, poco dopo aver innescato la miccia, scappò insieme al complice Aguggini verso Boldrini, che stava poco distante e negherà sempre la partecipazione all’attentato. La detonazione sventrò il muro esterno, investì le prime file e l’orchestra diretta dal Maestro Giuseppe Berrettoni, cui la compagnia Darclèe intendeva dedicare gli applausi finali. La Stampa descrisse l’episodio con toni agghiaccianti: “miseri brandelli di resti umani, teste staccate, tronchi, braccia e gambe. C’è nei pressi del teatro una folla di persone sanguinanti che non decide di farsi curare, instupidita”. Inizialmente i morti furono diciassette, ma salirono a ventuno nei giorni seguenti, mentre i feriti furono circa ottanta secondo alcune fonti, per altre cinquanta o sessanta. Le vittime erano per la maggior parte membri dell’orchestra e giovani ragazzi sui vent’anni che volevano semplicemente divertirsi la sera a teatro, luogo abituale di ritrovo e di svago in quegli anni.

 

Il Questore Gasti, nonostante fosse presente allo spettacolo, prese in mano le indagini e diresse i soccorsi, riuscendo a catturare, poco distante, l’anarchico Antonio Petropaolo, sorpreso mentre stava tentando di fuggire su una carrozza contenente delle pistole e delle bombe a mano. Il 9 maggio 1922 si aprì il processo e vennero condannati all’ergastolo gli anarchici Ettore Aguggini (meccanico) di Bergamo, i mantovani Giuseppe Mariani (frenatore delle ferrovie) e Giuseppe Boldrini (operaio). Del gruppo faceva parte anche Elena Melli, che nella vicenda ebbe però un ruolo marginale, inoltre a molti altri, anche innocenti, vennero invece inflitti dai quattro ai vent’anni di carcere; alcuni anarchici riuscirono a scampare all’arresto fuggendo all’estero.

Subito dopo l’esplosione, una squadra fascista, che si trovava nei pressi del teatro, accorse sul posto e decise di compiere un’azione di rappresaglia contro il giornale socialista Avanti! e il quotidiano anarchico Umanità Nova. Ancora oggi siti internet come mussolinibenito.it sostengono che l’attentato “contribuì a creare l’idea, largamente diffusa, secondo la quale era indispensabile in Italia trovare un uomo ed un partito forte in grado di rimettere ordine ad uno stato in completo sfacelo. L’unico partito in grado di assicurare quest’azione di forza e d’ordine sembrò essere il partito fascista, che continuò a diffondersi ed a diventare partito di massa.” Mussolini sul “Popolo d’Italia” Del 24 marzo scriveva : “è un gesto che riabilita le più selvagge tribù del deserto… L’eccidio di ieri sera solleverà una formidabile ondata di sdegno e di odio. L’attentato è stato non solo barbarico e crudelissimo, ma inutile e stupido” E’ evidente che i fascisti considerano tuttora l’attentato una prova della crisi in corso e l’ascesa del Fascismo l’unico rimedio possibile. E’ un dato di fatto che l’eccidio favorì l’ascesa del Fascismo e che i fascisti stessi ne approfittarono per reprimere i movimenti popolari e assumere il ruolo di protagonisti nelle manifestazioni di cordoglio (alle esequie partecipò tutta Milano, ma Mussolini e i fascisti marciarono in testa al corteo inquadrati militarmente), inoltre gli anarchici vennero isolati dal governo e dai mezzi di informazione borghesi e il difficile rapporto tra anarchici e socialismo si inasprì notevolmente. Tra le tante ipotesi, si suppose che il mandante fosse la polizia per appoggiare i fascisti, ma non ci furono mai prove a sostegno di tale tesi.

Secondo anarcopedia.org, l’attentato fu strumentalizzato dalle istituzioni, per giustificare la repressione e la criminalizzazione di tutto ciò che era anche solo vagamente di sinistra. L’attentato non provocò nessun atto di solidarietà per i tre anarchici incarcerati, ma scatenò solo orrore e disapprovazione. L’evento venne condannato anche dagli stessi anarchici milanesi, infatti Enrico Malatesta, interruppe lo sciopero della fame ed espresse “il suo sdegno per il delitto esecrando che giova solo a chi opprime i lavoratori e perseguita il nostro movimento”. L’8 settembre 1921 su Umanità Nova Malatesta scrisse un articolo intitolato Guerra civile: “Qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per assicurare la vittoria della causa nostra, che è la causa del bene di tutti”.

Malatesta, che il 25 marzo 1921 era stato processato insieme a Borghi, Quaglino ed altre decine di anarchici, sempre condannò il gesto ma non gli artefici, che definì “compagni nostri, buoni compagni nostri, pronti sempre al sacrificio per il bene degli altri”; gente che “nel compiere il loro tragico ed infausto gesto intendevano fare opera di sacrificio e di devozione.” “Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana”� furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano (…)”.

Francesco De Gregori al Carroponte

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Sabato 21 luglio si è esibito al Carroponte di Sesto San Giovanni Francesco De Gregori, che quest’estate porterà in tutta Italia il Tour 2018.

Sul palcoscenico il cantautore era accompagnato dai musicisti che lo scorso autunno lo hanno accompagnato nel suo tour in Europa e negli Stati Uniti: Guido Guglielminetti al basso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte; inoltre la penultima canzone, una cover di Anema e core di Roberto Murolo, è stata cantata da Francesco De Gregori e da sua moglie Chicca. I musicisti cambiavano spesso strumento musicale, infatti sono stati suonati anche una fisarmonica, una tastiera e un mandolino. De Gregori ha inoltre cantato una canzone da solista, accompagnato semplicemente dalla propria chitarra.
Fatta eccezione per due legnetti durante Buonanotte fiorellino, grandi assenti le percussioni, per conferire al concerto un’atmosfera più rilassata e adatta all’ascolto delle parole che allo scatenarsi a ritmo di musica. In passato tuttavia De Gregori ha proposto dei live più movimentati, in una parola rock. Per conferire al concerto un clima pacato anche le luci erano particolarmente sobrie e la macchina del fumo è stata utilizzata con moderazione. Le dolci note del pianoforte hanno fatto sognare il pubblico, ricreando il giusto pathos per l’ascolto del testo.
De Gregori porta eccellentemente i suoi 67 anni: i semplici indumenti neri che indossava lasciavano intravedere un fisico alto e asciutto mentre un cappello grigio gli conferiva un aspetto simpatico. Ha scherzato con il pubblico chiedendo un “applauso al pubblico pagante” durante La donna cannone e ha presentato la propria moglie Chicca agli spettatori con parole affettuose e ironiche, dimostrando di saper ancora intrattenere i propri fan nonostante i numerosi anni di carriera.
La scaletta presenta brani variegati. All’inizio sono stati eseguiti pezzi poco trasmessi alla radio o mai eseguiti nei live come la canzone di apertura, Numeri da scaricare, che il pubblico non ha saputo cantare ma ha comunque ascoltato con curiosità e attenzione. «Mi fa piacere quando il pubblico riconosce un pezzo dalle prime note – ha affermato De Gregori – ma mi piace anche quel silenzio un po’ stupito che accoglie le canzoni meno conosciute. La bellezza del live è anche questa, la scaletta non deve essere scontata, bisogna mischiare le carte». Sono state eseguite anche canzoni più conosciute ma che stranamente il pubblico non ha cantato, forse perché sono state proposte con un ritmo lento e senza un arrangiamento che invogliasse a cantare a squarciagola per privilegiare la riflessione sul testo; è il caso di Vai in Africa, Celestino. Non sono mancati verso la fine i cavalli di battaglia e i tormentoni come La leva calcistica del ’68, Generale, Santa Lucia, Buonanotte Fiorellino, La donna cannone, Titanic e, per concludere, l’indimenticabile Rimmel, così il pubblico ha potuto dare sfogo alle proprie doti canore sulle note delle proprie canzoni preferite. De Gregori ha anche voluto omaggiare il suo grande amico Lucio Dalla, cantando Santa Lucia e 4 marzo 1943.

Il Gay Pride di Milano

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

Ecco la seconda versione dell’articolo Una eterosessuale al Gay Pride, in cui ho cercato di essere più impersonale e puntuale nel riferire i fatti.

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Sabato 30 giugno, 250.000 persone si sono radunate in piazza Duca D’Aosta per partecipare al Gay Pride di Milano. Il corteo ha sfilato e ballato per le strade sino a Porta Venezia e, per l’occasione, Google Maps ha segnato sulle sue mappe il tragitto percorso dai carri con i colori dell’arcobaleno. I momenti di ilarità come il flash mob si sono alternati ad attimi più seri di protesta in favore dei diritti LGBT+, come il toccante discorso del sindaco Sala, che ha affermato di essere d’accordo su alcune cose con il ministro Fontana, ma non certo sui diritti. Salito sul palco, il sindaco ha salutato i manifestanti affermando che: «Milano è casa vostra». Ha poi invitato a pensare con la propria testa e ad accompagnare Milano verso il cambiamento. Al termine della sfilata i manifestanti hanno mostrato i due lati di una bandiera, alternandoli: uno raffigurava la bandiera italiana, l’altro i colori dell’arcobaleno. La parola d’ordine era #civilimanonabbastanza.

La folla era tale da rendere impossibile la partecipazione dei singoli a tutte le attività, basti pensare che le persone erano talmente numerose che non c’era campo. La maggior parte dei manifestanti, soprattutto i più giovani, ha dunque potuto solo accodarsi a uno dei carri più festosi, ballare al ritmo di Lady Gaga e Raffaella Carrà e bere fiumi di birra, dopo aver indossato indumenti arcobaleno o essersi tinti il volto con colori accesi. Tutto ciò non ha affatto sminuito la il valore della festa, ma ha reso il Pride una delle manifestazioni politiche più divertenti e colorate di Milano.

Ma chi sono i partecipanti del Gay Pride? Gente comune, che ha sfilato con atteggiamenti civili e composti rivendicando la libertà di amare. I più erano ventenni, ma hanno aderito anche persone più avanti con gli anni. I passanti hanno accolto serenamente la parata: non solo non si sono verificate ostilità, ma molti hanno interagito con i manifestanti e scattato fotografie. Dalle finestre si affacciavano milanesi curiosi, che venivano salutati con un boato dalla folla. All’evento hanno partecipato anche bambini, non solo membri delle famiglie arcobaleno, ma anche appartenenti alle cosidette famiglie tradizionali, che si affacciavano dai balconi per osservare i carri.

Alla parata erano presenti anche molti eterosessuali, molti dei quali erano riconoscibili perché tenevano per mano il proprio partner. I manifestanti hanno mostrato di accogliere calorosamente coloro che non appartengono alla comunità LGBT+ e di accettare il loro sostegno, purché si assuma un atteggiamento aperto e tollerante nei confronti di chi è diverso dalla maggioranza. La parata è concepita come un momento di orgoglio e libertà non solo per la comunità LGBT+, ma anche per le altre minoranze, siano etniche, religiose o altro, e per i privilegiati membri della maggioranza che si sentono parte di una comunità più ampia e inclusiva.

Se non si considerano le persone vestite con abiti arcobaleno erano ben poche le maschere. Inoltre i riferimenti sessuali, più che osceni e scandalosi, erano scherzosi e autoironici, in modo tale che nessuno potesse sentirsi turbato. Lo scopo di tali travestimenti era affermare l’orgoglio per la propria personalità in un mondo che chiede alla comunità LGBT+ di nascondersi e reprimersi. Molti sostengono che il Gay Pride sarebbe più credibile se si sfilasse con indumenti quotidiani; bisogna invece notare, d’altro canto, che gli omosessuali sono chiamati tutti i giorni a mimetizzarsi tra gli eterosessuali e i travestimenti servono per affermare la propria identità e lanciare una provocazione alla morale comune. Sin dal Medioevo il Carnevale è stato un momento di sovvertimento dell’ordine naturale della società e la comunità LGBT+ ne ha rielaborato il messaggio, capovolgendo i costumi etero in favore di una realtà più inclusiva. I membri della comunità LGBT+, in ogni caso, hanno assunto durante la parata atteggiamenti composti e non si sono spinti oltre dei teneri baci o riferimenti giocosi alla sessualità. Molti ritengono che sarebbe allora doveroso istituire anche un Etero Pride, non considerando il fatto che tale festa è in atto tutti i giorni dell’anno e che la maggioranza, non sentendo la necessità di difendere dei diritti già affermati e tutelati, non avrebbe motivo di scendere in piazza.

Infine, le accuse di chi taccia il Gay Pride di essere troppo osceno, una critica rivolta anche da membri della comunità. Le principali accuse sono che le parate «sono ferme agli anni ’70, inquietano potenziali sostenitori della causa, infastidiscono l’opinione pubblica, fanno provocazione gratuita, sono ridicole, oscene, irrispettose». Ma il Pride deve rivendicare ciò che alla società risulta scomodo, ostentando le cose che destabilizzano la maggioranza. Esibendo la propria personalità attraverso una maschera si chiede all’altro di accettare la propria identità, e in questo senso il Pride si configura come l’evento che accoglie tutti. Infatti, bisogna imparare ad accettare una persona oscena, perché si tratta prima di tutto una persona.

Una eterosessuale al Gay Pride

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Sabato 30 giugno 250.000 persone si sono radunate in piazza Duca D’Aosta per partecipare al Gay Pride di Milano. Il corteo ha sfilato e ballato per le strade sino a Porta Venezia, lungo il tratto che Google Maps ha segnato con i colori dell’arcobaleno. Ai momenti di ilarità come il flash mob si sono alternati attimi più seri di protesta in favore dei diritti LGBT, come il toccante discorso del sindaco Sala. Al termine della sfilata i manifestanti hanno mostrato i due lati di una bandiera alternandoli: uno raffigurava la bandiera italiana, l’altro i colori dell’arcobaleno. La parola d’ordine era #civilimanonabbastanza.
Molti pensano che il Gay Pride non sia un ambiente per eterosessuali in quanto la battaglia per i diritti civili riguarda solamente la comunità LGBT, eppure se una persona condivide gli ideali di amore e uguaglianza sociale promossi dalla manifestazione dovrebbe scendere in piazza. La comunità LGBT è discriminata per il semplice fatto di essere una minoranza, se gli etero li sostenessero i suoi membri non avrebbero più nulla da temere, perciò la presenza dei privilegiati eterosessuali al Pride è importantissima, anzi, vitale. In piazza sabato si potevano incontrare molte coppie eterosessuali tenersi per mano, oppure gruppi di amici formati da etero e gay che festeggiavano insieme.
Il Gay Pride è una festa commuovente perché si incontrano centinaia di migliaia di persone che nella vita quotidiana affrontano diverse difficoltà di integrazione a causa del proprio orientamento sessuale, ma in quella data possono ridere, scherzare, urlare, ballare e bere birra spensieratamente. Sarebbe bello che fosse così tutti i giorni, anche se la società sta cambiando e aumentano esponenzialmente gli episodi di confronto e scambio tra omosessuali e non. Per un eterosessuale partecipare al Pride non è altrettanto emozionante, non proverà la stessa gioia di chi fa parte della comunità, ma si sentirà comunque accettato e accolto perché al Gay Pride il suo orientamento sessuale non ha importanza, ciò che conta è amare e rispettare gli altri.
Sfatiamo un mito sul Gay Pride: non è una carnevalata. A Milano le persone in costume erano pochissime e le loro maschere erano molto sobrie e creative. Le drag queen erano delle elegantissime dive, non certo dei volgari fenomeni da baraccone. Portate dunque i vostri figli, perché non c’è nulla che possa turbare le loro giovani menti, infatti alcuni bambini si sono affacciati dai balconi per salutare i manifestanti. La maggior parte delle persone erano gente comune che festeggiava con allegria misurata e civile, per lo più giovani sui vent’anni. Non cera nulla di sovversivo, nulla che potesse turbare l’integrità della famiglia cosiddetta tradizionale, solo persone che volevano divertirsi e rivendicare i loro diritti.
Il Gay Pride è anche una festa di puro divertimento, potete infatti seguire un carro e ballare sulle note di Lady Gaga o Raffaella Carrà, bevendo fiumi di birra e sfoggiando indumenti arcobaleno. Sabato 30 giugno a Milano faceva molto caldo, ma l’arsura non ha fermato la voglia di ballare di ragazzi provenienti da tutta la Lombardia. Non aveva nessuna importanza se il tuo vicino al corteo era etero o gay, ciò che contava era far tremare corso Buenos Aires sotto le urla e sentirsi parte del gruppo.
Se siete eterosessuali poco avvezzi agli ambienti LGBT forse non capirete il significato di tutto ciò che vi circonda, per esempio è difficile capire come mai un uomo sui quarant’anni si fosse travestito da centurione (o da spartano, era un costume poco realistico e non era molto chiaro a quale popolo antico appartenesse), ma non aveva importanza: era un bellissimo e simpaticissimo travestimento, perciò limitatevi ad apprezzare la citazione classica e ad augurargli ogni bene.
Durante il Gay Pride si possono imparare molte cose. Innanzi tutto scoprirete che tutti hanno amici gay, perché gli omosessuali sono dappertutto: a scuola, al lavoro, nelle palestre, nelle associazioni, al supermercato, nel vostro condominio … Non ha senso dunque dire “anche io ho amici gay”, perché i gay sono talmente numerosi che è naturale conoscere almeno uno di loro. Dite invece “io non ho paura di frequentare una persona gay”. Inoltre gli ambienti LGBT sono esattamente come gli ambienti etero, in quanto si balla allo stesso modo, si beve allo stesso modo, si ride allo stesso modo e la gente … anche la gente è la stessa! L’unico modo per distinguere un etero da un omosessuale è vederli limonare in mezzo alla strada, perché non c’è alcuna differenza tra loro. E’ strano affermare delle simili verità perché dovrebbero essere concetti scontati, insegnati ai ragazzini nelle scuole, ma purtroppo non è ancora così.
Prima di concludere, è doveroso precisare che, se l’autrice di questo articolo si è sentita accolta al Gay Pride pur essendo eterosessuale, dovreste partecipare anche voi, qualunque sia il vostro orientamento.