“Il bugiardo” di Goldoni in scena al Teatro Carcano di Milano

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

Martedì 4 aprile presso il Teatro Carcano di Milano è andato in scena Il bugiardo di Carlo Goldoni, rappresentato per la prima volta a Mantova nel 1750 e stampato poi a Firenze qualche anno dopo, nel 1753. L’opera in tre atti è ispirata alla Verdad sospechosa dello spagnolo Juan Ruiz de Alarcòn. La commedia è diretta da Alfredo Arias, uno dei più importanti registi internazionali, argentino naturalizzato francese.

A Venezia vivono Rosaura (Marianella Bargilli) e Beatricia, le due splendide figlie di un dottore in età da marito. Lelio (Geppy Gleijeses) è un donnaiolo napoletano intenzionato a conquistare il cuore di Rosaura avvalendosi del proprio talento nell’inventare bugie, da lui chiamate “meravigliose invenzioni”. Inizialmente il piano sembra funzionare, soprattutto perché l’uomo racconta di aver cantato una serenata effettuata invece da un’altra persona, Florindo, troppo timido per dichiararsi a Rosaura. In seguito invece le menzogne diventano troppo strampalate per essere credute, come quella secondo cui Napoli si troverebbe in Lombardia, e il Bugiardo perderà tutto, compresa la stima del proprio padre e la mano di Rosaura.

Carlo Goldoni ha effettuato una straordinaria riforma del teatro. Prima del suo intervento in Italia era in voga la Commedia dell’Arte, il teatro delle maschere italiane che recitavano senza un copione predefinito, improvvisando seguendo come traccia un canovaccio. Ne conseguiva che le maschere erano piatte, stereotipate e prive di spessore psicologico inoltre, in seguito all’eccessivo spazio lasciato all’improvvisazione, spesso la trama si intricava creando situazioni senza soluzione e doveva intervenire un deus ex machina per offrire una lieta conclusione della vicenda. Goldoni introduce una sceneggiatura teatrale completa e definita, in cui i personaggi hanno caratteristiche realistiche e una psicologia articolata, in modo tale da ricreare scene più vicine al quotidiano. Ne Il bugiardo le maschere (Pantalone, Brighella, Arlecchino e la maschera che introduce i personaggi nel prologo e canta in alcune scene) non hanno perso la propria energica comicità antica ma hanno tratti più umani. E’ invece assente rispetto alla sceneggiatura originale il personaggio di Colombina.

La morale della commedia potrebbe essere riassunta con il celebre detto “Le bugie hanno le gambe corte”, infatti le menzogne si ritocono contro Lelio, facendo fallire i suoi piani. L’opera sarebbe un romanzo di formazione in quanto il Bugiardo è costretto a pagare per le proprie malefatte ed evolve nel corso della vicenda, ma tale aspetto è in secondo piano rispetto alla comicità generale. Le bugie di Lelio tuttavia sono estremamente creative (il personaggio stesso afferma che le sue poesie hanno successo in quanto ha la fortuna di essere un creativo) e favolistiche, pertanto la commedia celebra la gioia di avere una visione romanzesca della vita per opporsi all’insopportabile monotonia del quotidiano, anche quando ciò comporta dire qualche menzogna e venire inevitabilmente smascherati. Lelio può dunque essere paragonato ad uno scrittore di una commedia umana.

Alla commedia originale sono state apportate alcune modifiche. Innanzi tutto l’opera non è stata recitata in dialetto veneziano ma in italiano. I vari personaggi avevano l’accento della provincia di provenienza: Lelio parlava con un accento napoletano, Pantalone, il padre di Lelio, aveva invece una cadenza veneziana, l’amante di Lelio parlava con una forte pronuncia romanesca, Arlecchino aveva un accento bergamasco.

Nella commedia si finge inoltre che una compagnia d’attori stia effettuando le prove dello spettacolo. I vari attori compaiono dunque in scena vestiti con abiti comuni  e gradualmente si cambiano, travestendosi con i costumi di scena. Anziché inserire un intervallo al termine del primo atto, gli attori interrompono la recita della commedia e fingono di conversare sul palcoscenico, facendo battute e proponendo di realizzare un’opera dal sapore contemporaneo, che tratti per esempio di tematiche moderne. E’ interessante notare come gli attori cambino movenze e impostazione della voce nell’interpretare delle persone comuni, che si discostano profondamente dai personaggi della commedia goldoniana. Nel prologo la maschera presenta gli attori come i membri della famiglia Cannavacciuolo, una compagnia famigliare, e gli spettatori che non hanno letto la locandina sono portati a credere che gli artisti in  scena appartengano realmente a tale compagnia.

Le scenografie sono semplici ma efficaci: uno fondale dipinto di un paesaggio veneziano e degli edifici abbozzati da palafitte di legno verticali. Scenografie e costumi sono firmati da Chloe Obolensky, artista di fama internazionale, che ha lavorato a lungo con Peter Brook.

Lo spettacolo è eccellente, verrà apprezzato dallo spettatore soprattutto per la frizzante comicità. Sarà in scena fino al 9 aprile.

Malore durante lo spettacolo “Non ti pago” di Eduardo de Filippo

NON TI PAGO di Eduardo per la regia di Luca De Filippo

Articolo pubblicato nel giornale online Lo Sbuffo.

Giovedì 23 maro 2017 al Teatro Strehler è andato in scena Non ti pago di Eduardo De Filippo, l’ultimo spettacolo diretto dal regista suo figlio Luca De Filippo. L’opera è stata interpretata da La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo. Nonostante lo spettacolo sia stato interrotto da un malore di una delle attrici principali, è stato un vero successo.

Eduardo De Filippo è stato uno dei maggiori artisti teatrali italiani del Novecento, fu autore di svariate commedie che diresse e interpretò personalmente, molte delle quali furono tradotte all’estero o rappresentate al cinema da lui stesso. Fu anche candidato al Nobel per la Letteratura.

Nella prima metà del Novecento a Napoli vive Ferdinando Quagliuolo – Gianfelice Imparato, scelto personalmente da Luca De Filippo come suo sostituto in tale ruolo -,  proprietario di un botteghino del lotto e fanatico del gioco. L’uomo purtroppo non vince mai ed è estremamente geloso dell’invece fortunatissimo Mario Bertolini (Massimo De Matteo), suo dipendente e fidanzato con sua figlia Stella (Carmen Annibale). Un giorno Bertolini vince quattro milioni grazie ai numeri ricevuti in sogno dal padre di Ferdinando il quale, accecato dall’invidia, si impossessa del biglietto e si rifiuta di restituirlo al proprietario, sostenendo che la buonanima del proprio padre avrebbe voluto riferire a lui i numeri vincitori ma che avrebbe semplicemente sbagliato indirizzo. Si rivelano inutili i tentativi di farlo rinsavire della moglie Concetta (Carolina Rosi), dell’avvocato (Lorenzo Strummillo) e di Don Raffaele Console (Gianni Cannavacciuolo). In scena compaiono anche il simpatico uomo di fatica Aglietiello (Nicola Di Pinto), la cameriera Margherita (Viola Forestiero) e Paola Fulciniti che interpreta i ruoli della popolana Carmela e della zia di Bertolini.

Si tratta di una commedia tutta da ridere, con monologhi avvincenti ed esilaranti colpi di scena. Purtroppo è poco delineata la psicologia di Ferdinando, infatti non si comprendono le ragioni della sua meschinità e le motivazioni che lo inducono a formulare le liete decisioni che portano all’inevitabile happy end. Ne risulta un personaggio grottesco, quasi caricaturale, ma che proprio per tale motivo offre la possibilità di effettuare una svariata serie di gag comiche. Forse proprio per questo Non ti pago è una delle migliori commedie di Eduardo De Filippo.

L’opera è in italiano ma è infarcita di parole e frasi in dialetto napoletano, inoltre tutti gli attori recitano con un marcato accento partenopeo; il testo tuttavia è comprensibile per il pubblico, sebbene sia composto prevalentemente da milanesi.  Il napoletano viene utilizzato per i personaggi di estrazione sociale più bassa, in alcune delle scene più comiche e per le battute in cui i personaggi provavano un maggiore trasporto emotivo, ma la maggior parte dei dialoghi era in italiano. I due monologhi finali di Stella e di Concetta, fondamentali per la conversione di Ferdinando nell’ultima scena, sono interamente in napoletano, perciò coloro che non parlano tale dialetto non hanno potuto comprendere nulla di quanto è stato detto in uno dei momenti fondamentali della commedia.

Durante il suo ultimo monologo Carolina Rosi si è accasciata su una sedia affermando di non riuscire a proseguire. Tra lo sgomento generale, il sipario è stato calato e le luci si sono riaccese per qualche minuto, ma subito lo spettacolo è ripreso dal momento in cui era stato interrotto. L’attrice ha dato prova di eccellente professionalità recitando la sua parte con trasporto, guadagnandosi gli applausi finali. Non sono state specificate le cause del malore, tuttavia ci auguriamo che Carolina Rosi si riprenda presto e possa continuare a recitare senza problemi di salute.

Le scenografie di Gianmaurizio Fercioni erano molto curate. L’azione si è svolta in un unico ambiente interno, il salotto di Ferdinando, in cui si trovavano un tavolo, dei divanetti, una credenza e la foto del defunto padre che ha riferito i numeri alla persona sbagliata. Uno sfondo di nuvole alle spalle della scena conferiva all’intera scenografia una sfumatura rosata.

Per la scena finale sono stati apportati alcuni ritocchi funzionali  allo svolgimento della trama: un altarino di fiori intorno alla foto del padre, delle ghirlande appese al soffitto e la tavola è stata apparecchiata. Era molto simpatico il sipario: un telo su cui erano raffigurate le schedine del lotto, incorniciato dai numeri da giocare.

 

Fonti:

https://www.piccoloteatro.org/it/2016-2017/non-ti-pago

 

Credits :

https://www.piccoloteatro.org/it/2016-2017/non-ti-pago

“Con tanto amore, Mario” di e con Paola Tintinelli

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Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

Sabato 25 marzo La dual band qui-, un piccolo teatro situato nel passante di Porta Vittoria, ha presentato Con tanto amore, Mario di Paola Tintinelli, della compagnia Astorri/Tintinelli qui.

La coppia Astorrintintinelli è composta da Alberto Astorri e Paola Tintinelli, ma durante lo spettacolo il palcoscenico è stato calcato solamente da quest’ultima. La compagnia è stata fondata nel 2002, quando i due attori si sono incontrati al Festival di Santarcangelo di Romagna.

Mario è un uomo comune, di professione postino e l’opera ne presenta la malinconica esistenza: il personaggio timbra e consegna la posta, festeggia Natale e Capodanno, gioca con gli oggetti trovati in alcuni pacchi postali, fa l’amore, mangia e infine, come tutti gli esseri umani, muore. Il senso di solitudine che trasmette l’esistenza di Mario si alterna a momenti di esilarante comicità grazie alla mimica di Paola Tintinelli, unica attrice in scena nel ruolo del fantozziano postino.

Lo spettacolo è muto, la sua comicità si fonda essenzialmente sulla gestualità di Paola. A differenza dei film parlati tuttavia troviamo alcuni elementi sonori: i rumori di scena, in primis il rumore dell’armadietto del postino che sbatte, il suono di un campanello, le scarpe pulite sullo zerbino, la sega che incide il corpo di un piccolo Big Jim; troviamo inoltre un’incredibile varietà di colonne sonore, come Con tanto amore di Mario Abbate, Mario di Enzo Jannacci, Sul bel Danubio blu di Johann Strauss e la colonna sonora di Arancia Meccanica nella versione strumentale. I vari capitoli della vita di Mario sono scanditi da una radio che trasmette le previsioni del tempo, nelle cui parole è racchiuso il senso dei gesti compiuti da Mario.

Paola Tintinelli è una simpatica signora bionda che per l’occasione si è trasformata in un uomo sino a rendersi irriconoscibile: indossava parrucca corta scura, aveva un filo di barba realizzata con il trucco e un completo nero. Tuttavia ciò che più dei vestiti ha contribuito alla metamorfosi è stata la mimica, infatti l’attrice ha curato con estrema precisione la gestualità sino a trasformarsi completamente in un uomo. Anche quando è rimasta in biancheria intima in una scena dell’opera, nonostante la parziale nudità rivelasse la natura femminile del suo corpo, era facile dimenticarsi di Paola e credere di osservare semplicemente Mario, il postino. Ciò che più colpiva erano lo sguardo duro e penetrante del giovanotto, la rigidità della mascella e la camminata virile. L’opera offre una buona occasione per riflettere sul ruolo del corpo nel teatro e sull’importanza della gestualità.

La scenografia era piuttosto semplice: un tavolino su cui timbrare la posta o mangiare; un armadietto in cui contenere gli attrezzi del mestiere da postino, ma che con la fantasia può trasformarsi nel corpo di una donna con cui avere un amplesso o in una bara; una cassetta della posta completa di campanello, zerbino e nano da giardino, un giradischi e un lampione. Sono invece molto numerosi gli oggetti  di scena, necessari per le gag comiche, che  comprendono anche costumi per il cambio d’abito in scena e cibo vero e proprio, consumato dall’artista durante lo spettacolo e talvolta offerto agli spettatori.

Lo spettacolo si conclude con la morte di Mario, trasmettendo un senso di malinconia che contrasta piacevolmente con l’ilarità dovuta alle gag comiche. Tale tema è trattato tuttavia con leggerezza e ironia, lasciando presagire che la fine di Mario non è un vero e proprio addio. Dopo aver riposto tutti gli oggetti di scena nell’armadietto sdraiato a terra come se fosse un sarcofago, Mario estrae un altarino con scritto il titolo dello spettacolo e su cui pone un cero e un fiorellino. Il personaggio infine saluta il pubblico e entra lui stesso nella bara.

Al termine dello spettacolo la compagnia La dual band ha calorosamente accolto il pubblico offrendo un piccolo rinfresco in omaggio a base di zuppa. L’ambiente allegro e informale stato essenziale per rendere indimenticabile la serata.

 

 

Intervista con Francesco Guccini, Intervista al Maestrone all’Arcimboldi di Milano

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

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Venerdì 24 febbraio il teatro Arcimboldi di Milano ha ospitato Incontro con Francesco Guccini con la partecipazione dei Musici, il gruppo che accompagnava la voce del Maestrone durante i suoi concerti. Guccini ha ormai cessato di cantare del 2013 ma, fortunatamente per i suoi fan, non ha ancora perso la voglia di scrivere libri e di rilasciare interviste, come quella che si è tenuta a Milano. L’intervista è stata condotta da Bertoncelli, critico musicale e giornalista aspramente contestato nella storica canzone Avvelenata.

Dall’ultima tournée, Guccini si presenta più invecchiato soprattutto nei movimenti, ma non ha abbandonato il pullover rosso che spesso indossa in pubblico. La platea ha accolto il Maestrone con un’ovazione e Guccini ha risposto con l’umiltà che lo caratterizza e un’arguta battuta di spirito. Ha saputo raccontare il proprio passato con una grande abilità oratoria e una straordinaria simpatia, infatti ha divertito il pubblico con non poche esilaranti battute. La qualità dei contenuti non è però stata all’altezza dell’abilità del narratore, infatti gli appassionati di Guccini e coloro che avevano dimestichezza con le sue interviste e biografie non hanno scoperto nulla di nuovo sul cantautore. Altra pecca dell’incontro è stato l’impianto stereo del teatro, infatti coloro che sedevano sui palchi facevano fatica a sentire la voce del Maestrone.

Bertoncelli è rimasto nell’ombra per la maggior parte dell’intervista, restando in silenzio dopo aver posto le proprie sintetiche domande al maestrone. Al termine dell’intervista, il giornalista e il cantautore hanno assicurato di hanno essere amici nonostante l’aspro riferimento a Bertoncelli nell’Avvelenata. Quest’ultimo ha persino ottenuto una certa popolarità grazie a tale episodio.

 

L’intervista è durata un’ora, dopo la quale Guccini si è congedato per lasciare spazio alla musica. I Musici sono composti da cinque componenti: chitarra, basso, batteria, sassofono, tastiera. Tra tutti ricordiamo alla chitarra Juan Carlos Biondini, noto a tutti come Flaco, grande amico del Maestrone. I Musici hanno accompagnato Guccini per gran parte della sua carriera, il loro supporto è stato fondamentale per lui. Ancora oggi, sebbene Guccini abbia smesso di cantare, il complesso porta la musica del cantautore in giro per l’Italia affinché sia ancora possibile gustare le sue note in un live.

Ascoltare i brani di Guccini cantati da un’altra voce trasmette una certa malinconia, eppure il concerto è stato interessante e coinvolgente, soprattutto per gli a soli di sassofono. Il Maestrone era solito aprire i propri concerti con Canzone per un’amica e concluderli con La locomotiva, ma i Musici hanno preferito infrangere la tradizione e seguire un altro ordine. La locomotiva ha ricevuto uno strepitoso applauso dopo il verso “la fiaccola dell’anarchia” per l’evidente riferimento politico, inoltre il pubblico ha manifestato più volte la propria approvazione nel corso dell’intero concerto, ma l’esibizione non ha riscosso l’entusiasmo dei concerti di Guccini di un tempo: dopotutto mancava lui, il grande protagonista. Chissà se Guccini ha seguito il concerto dietro le quinte o se, considerata l’età, se n’era andato a dormire.

L’incontro di Milano, che è riuscito a riempire la platea come molte altre interviste di Guccini, non è stato il primo e non sarà l’ultimo evento di questo genere, infatti Guccini vi aspetta a Sanremo, presso il Teatro Ariston, venerdì 28 aprile e a Cesena, presso il Carisport, sabato 13 maggio. Si spera che il pubblico continui ad essere numeroso, si tratta delle ultime opportunità di incontrare il Maestrone dal vivo prima che il peso degli anni si faccia troppo pesante. Una cosa è certa: Guccini non è più giovane e arzillo, pertanto le sue uscite in pubblico trasmettono solo tanta malinconia.

 

Fonti:

http://www.ticketone.it/

http://teatroarcimboldi.it/event.php?id=592

http://www.francescoguccini.net/i-musici-di-francesco

 

 

Qualche critica a Expo

Durante la stagione estiva 2015 Milano ospita Expo, un’attrazione che sta attirando un considerevole numero di turisti soprattutto grande all’opera di pubblicizzazione messa in atto dai media. Noi di Acqua e limone ci siamo recati sul posto per esprimere un giudizio al riguardo: molto è stato detto sulla vergognosa corruzione e l’illegalità dietro le quinte di Expo, noi invece vogliamo valutare il prodotto finale e il messaggio che la manifestazione sta trasmettendo ai suoi visitatori.

Le installazioni, costituite in prevalenza da video e altri prodotti altamente tecnologici, sono spesso grandiose e altamente scenografiche, ma il loro messaggio è spesso debole e di difficile identificazione. L’argentina, per esempio, ha realizzato delle sbalorditive macchine in legno che colpiscono lo spettatore e significano… che cosa? Il messaggio sembra essere più chiaro leggendo il profilo dell’Argentina sul sito di Expo, ma non è così immediato durante la visita del padiglione.
Quando il messaggio trasmesso dal padiglione è più comprensibile, esso è caratterizzato da una retorica elementare, basata sulle sensazioni, volta a persuadere il visitatore della grandezza del paese anziché fornire informazioni utili. Forse per trasmettere un messaggio di amore e rispetto per la natura, l’Azerbaigian ha installato dei fiori artificiali dotati di una lampadina che si accende tendendo una mano sopra di essi. Lo spettatore in questo modo non è indotto a riflettere sulle caratteristiche del paese, ma viene persuaso con uno sciocco messaggio di carattere quasi pubblicitario che l’Azerbaigian ama la natura. In che modo l’Azerbaigian tutela il patrimonio naturale? Quali sono le bellezze naturali dell’Azerbaigian? A queste e molte altre domande rispondono dei pannelli digitali con troppe immagini e poche informazioni complete, adatte alla preparazione di un bambino delle elementari anziché di un cittadino di cultura media.
Uno dei padiglioni più ricchi di informazioni è quello dell’Irlanda, ma proprio per questo è risultato noioso per molti visitatori. Il messaggio relativo alla straordinaria bellezza dei paesaggi irlandesi, al loro clima e alla produzione agricola è stato ben strutturato, ma l’assenza di installazioni tecnologiche monumentali lo ha reso poco interessante per coloro che cercavano più intrattenimento che informazioni oggettive. Ciò dimostra che l’Expo ha fallito, perché promuove più il divertimento che la riflessione su una tematica importante come l’alimentazione.

Molti padiglioni sono dedicati ad aziende che hanno pagato per esporre il proprio marchio all’interno di Expo; tali strutture non contribuiscono al dialogo sull’alimentazione in modo costruttivo, ma sono semplicemente delle trovate pubblicitarie. Tra i principali padiglioni pubblicitari citiamo Enel (che relazione esiste tra l’energia e il cibo resterà per noi un mistero), Telecom (altra “intrusa” in un’esposizione dedicata all’alimentazione), Coca Cola, Lindt, McDonald’s. Come si può riflettere sull’alimentazione se i prodotti esposti sono stati scelti per ragioni pubblicitarie, oscurando la concorrenza e senza mostrare l’intera varietà di prodotti disponibili sul mercato? Mi rendo conto che qualche marchio deve pur sponsorizzare la baracca, ma ciò non dovrebbe compromettere la trasmissione di un messaggio etico e rispettoso della varietà del mercato in quanto Expo è un’esposizione universale, non un grande magazzino. Alcuni marchi, come Coca Cola e McDonald’s, meriterebbero di essere criticati, invece vengono rappresentati come dei rispettabili sponsor.

Anche ad Expo le società più forti oscurano le più deboli, ciò avviene non solo circa i prodotti alimentari, ma coinvolge anche gli stati: anziché trattare in modo equo gli stati  partecipanti, expo offre visibilità ai padiglioni più ricchi a scapito di quelli più poveri. Ciò non riguarda soltanto le dimensioni (il padiglione del Brasile, per esempio, è più del doppio del padiglione del Vietnam), ma anche la natura degli elementi esposti. I padiglioni dei paesi ricchi stupiscono infatti i visitatori con tecnologie all’avanguardia e marketing avvincente, i paesi poveri possono solo esporre alcuni prodotti artigianali.
Molti paesi africani subsahariani, tra cui l’Uganda e il Burundi, condividono un unico grande padiglione e devono accontentarsi di uno stanzino ciascuno. Al posto dei video proiettati dai televisori al plasma come gli altri padiglioni, esibiscono dei miseri poster e qualche cimelio artigianale. Unico argomento dei loro padiglioni è il caffè, che viene venduto in piccoli bar, ma non viene affatto affrontato il tema della fame del mondo e i problemi economici della regione. Siamo consapevoli del fatto che tali argomenti avrebbero potuto annoiare un visitatore alla ricerca di svago, ma evitando di affrontarli del tutto è venuto meno lo scopo di expo, che avrebbe dovuto spronare a ragionare sulla situazione mondiale attuale per migliorarla anziché divertire i visitatori come se fosse di un parco dei divertimenti.

Per intrattenere il suo pubblico l’expo ha mostrato solo gli aspetti positivi dell’alimentazione e ha evitato di approfondire i problemi: non solo ha evitato di trattare la questione dell’Africa, ma ha omesso anche le questioni degli ogm e delle piantagioni (noi abbiamo avuto solo un giorno per visitare Expo, pertanto abbiamo dovuto rinunciare a molte attrazioni. Ci auguriamo che Expo abbia affrontato tali problemi nei padiglioni che non abbiamo visitato, ma ne dubitiamo); bisogna invece riconoscere che Expo ha affrontato con efficacia la questione dello spreco nel Padiglione Zero. E’ inoltre meritevole il padiglione della Francia, che ha trattato alcune tematiche urgenti dell’alimentazione in alcuni video.

L’Expo offre a ciascuno stato partecipante l’occasione di effettuare pubblicità, esibendo gli aspetti positivi del proprio paese e occultando quelli negativi: la percezione del mondo trasmessa da Expo è quella di vivere in un pianeta bellissimo in cui sono veramente pochi i problemi, ma sappiamo che non è affatto così. Si tratta di un messaggio fasullo e pericoloso, perché inganna le persone e non le sprona a domandarsi come rendere questo pianeta un posto migliore in cui vivere. Alcuni padiglioni hanno persino effettuato propaganda politica esplicita, il cortometraggio proiettato dalla Cina, per esempio, inizia con un discorso del presidente della nazione e il terzo video del padiglione della Thailandia è un vero e proprio omaggio al re del paese, che viene rappresentato come un magnifico filantropo adorato dai bambini. Gli Stati Uniti proiettano un discorso di MIchelle e Obama all’ingresso del loro padiglione, ma non credo che in questo caso si tratti di propaganda politica perché i coniugi Obama offrono un interessante riflessione sul cibo.

L’oggetto dell’esposizione è il cibo, ma i ristoranti e i bar disseminati per Expo non sono a buon mercato; ne consegue che il visitatore è costretto a selezionare pochi bar e, siccome in pochi desiderano abbuffarsi, la maggior parte predilige pietanze straniere che ha già assaggiato in passato, senza sperimentare la cucina di paesi che non conosce. Tra i padiglioni che abbiamo visitato solo la Polonia offriva degli assaggi (niente di dignitoso però: solo un bicchiere di succo di mela e delle mele essiccate), mentre per sfamarsi a basso prezzo il pubblico è costretto a ripiegare su McDonald’s, la cui presenza ad Expo è vergognosa dato che promuove un regime alimentare dannoso per la salute, o sul supermercato del futuro di Coop (ma è purtroppo un po’ deludente sfamarsi in un supermarket ad una manifestazione dedicata al cibo, nonostante Coop abbia realizzato un padiglione ben strutturato).

Molti dei padiglioni più piccoli si sono rivelati molto più interessanti dei concorrenti di grandi dimensioni perché hanno permesso di scoprire qualcosa di interessante sui paesi che rappresentano esponendo dei prodotti artigianali locali. E’ il caso dell’Ungheria, che ha ospitato nel proprio padiglione degli artigiani al lavoro, e del Vietnam, che ha allestito un piccolo mercatino di souvenir. Sono inoltre molto interessanti gli spettacoli di danze locali che molti padiglioni hanno offerto ai visitatori e le parate delle bande.

Il risultato complessivo di Expo è la creazione di un immenso luna park che non vuole proporre alcuna discussione razionale sul cibo né ambisce a proporre soluzioni su come migliorare il mondo i cui viviamo, ma intrattiene i visitatori con attrazioni futili e la pubblicità di stati e marchi commerciali, che talvolta sfocia in propaganda politica.

“Africa, la terra degli spiriti” al Mudec di Milano

870x520xAFRICA-exhibition-MUDEC-Milan-Inexhibit-08_jpg_pagespeed_ic_U7r8CYYr15Dal 27 marzo al 30 agosto il Mudec di Milano ospita una straordinaria mostra dedicata all’Africa subsahariana. Dopo aver dedicato un post agli straordinari proverbi locali e ad una poesia di Francis Bebey (https://centauraumanista.wordpress.com/2015/07/16/frasi-dalla-mostra-africa-al-mudec/), vogliamo proporvi gli aspetti più interessanti della mostra.

La prima delle sei sale è dedicata alla statuaria, che la voce dell’audioguida gratuita paragona alle avanguardie europee del Novecento, fortemente influenzate dall’arte degli africani. Si tratta prevalentemente di statue non più alte di un metro in legno (materiale assai raro in Africa, pertanto le statue non sono di grandi dimensioni) o metallo, raffiguranti figure umane maschili o femminili, figure intere o maschere, soggetti singoli come le statue degli antenati e dei re o in coppia come le statue dei gemelli e le maternità, Le opere spesso sono decorate con stoffe, pellicce, perline, chiodi o specchietti; i soggetti possono essere  in piedi, seduti o a cavallo (i cavalli sono poco diffusi sul territorio perciò erano posseduti solamente dai re); alcuni sono delle cariatidi. Le sculture africane non sono realistiche: i genitali sono enormi, i lineamenti stilizzati e le membra sproporzionate, proprio per questo tuttavia si tratta di opere estremamente espressive. Molte statue sono antiche, alcune risalgono persino al XV secolo, e provengono soprattutto dal Congo, dal Mali e dalla Costa d’Avorio. E’ inoltre esposto un singolare strumento musicale antropomorfo costituito da stanghettine da pizzicare; alcune statue sono ricoperte da secoli di incrostazioni di offerte agli spiriti di natura non identificata (che si tratti di cibo? sangue? olii profumati?).

L’audioguida fornisce per lo più inutili descrizioni delle opere, ma ha anche proposto delle informazioni interessanti, come il fatto che molte statue, per esempio, sono dei reliquiari che venivano posti sopra le ceste contenenti le ossa degli antenati, oppure la storia di Cibinda Lunga (spero di averlo scritto correttamente), un cacciatore straniero che sposò Luei, dando inizio ad una nuova dinastia. Scopriamo inoltre che la danza secondo gli africani consentiva di mettersi in contatto con i feticci e che i balafon sono degli strumenti musicali simili a xilofoni che venivano suonati solo in occasione dei funerali degli Ogon, eremiti che vivevano in grotte isolate, raggiungibili solo mediante delle corde.

 

Il cucchiaio era simbolo di accudimento per le comunità, ne è esposto uno enorme in legno, dal manico antropomorfo, e molti altri in avorio dalle elaboratissime incisioni, rivenduti nelle corti europee. Il comune di Torino ha gentilmente offerto alla mostra un pregiato olifante d’avorio realizzato in Africa, un antico dono di nozze presso la corte del capoluogo piemontese. Secoli orsono gli europei compresero immediatamente le potenzialità dell’arte africana, anche se nutrirono dei crudeli pregiudizi nei confronti dei nativi, come è visibile nelle illustrazioni di alcuni libri antichi della seconda sala.

La terza sala è dedicata alla religione, che invade ogni aspetto della vita quotidiana e sociale. Gli africani pregano gli spiriti della natura e degli antenati affinché questi intercedano per loro nei confronti di un dio supremo. Tutte le cose esistenti, compresi gli uomini, sono permeati di un’energia vitale regolata dagli antenati. I personaggi più importanti di una comunità sono il sacerdote sacrificante e il membro più anziano. Gli anziani sono molto stimati dalla comunità perché, essendo in età avanzata e prossimi alla morte, sono più vicini agli antenati. Oltre alle statue rituali e ai proverbi appartenenti alla cultura orale, ci hanno colpito delle scatole di legno in cui vengono inseriti dei topi prima di farli cadere su alcune conchiglie sparse a terra; a seconda di come cadono e fuggono i topi, viene predetto il futuro.

Molti si domandano come mai la cultura scritta sia giunta tardi in Africa. La risposta è che, siccome tutto è in divenire (noi europei diremmo “Panta rei”), ogni cosa cambia continuamente forma, pertanto non avrebbe senso trascrivere la propria cultura orale.

La sala successiva è dedicata al sovrano, legittimato dagli spiriti che conferiscono l’ordine che desiderano alla terra. Non sempre la sovranità è ereditaria, in Camerun per esempio il re viene eletto tra gli aristocratici radunati in consiglio. Tra gli oggetti raccolti in questa sala troviamo armi cerimoniali (il metallo è molto raro in Africa, pertanto viene utilizzato per realizzare delle armi molto elaborate da indossare solo durante le cerimonie), sgabelli decorati con piccolissime perline dai colori sgargianti, due pilastri di legno intagliato del palazzo reale e una fotografia raffigurante un re in abiti tradizionali.

Nella sala successiva troviamo degli esemplari di design africano: coppe, statuaria di piccole dimensioni, elaborati poggiatesta utilizzati per dormire o come sgabello, pipe; si tratta per lo più di oggetti in legno di straordinaria fattura. Gli artisti africani lavoravano spesso in prossimità delle corti dei re ma il loro nome era sconosciuto, fortunatamente nella seconda metà del Novecento gli studiosi hanno ricostruito la loro storia e si sono recati in loco per studiare gli atelier e i metodi di lavorazione.

Una saletta più piccola è occupata da un gruppo di statue vudù e da un altarino su cui è possibile lasciare delle offerte per “nutrire” e intrattenere le statue. Le offerte non devono necessariamente essere oggetti di valore (ma sono presenti anche monetine, santini cristiani, elastici per capelli, …), sono sufficienti dei bigliettini da buttare, una scarpa vecchia, aggeggi inutili… Noi, per esempio, abbiamo offerto alle statue vudù i nostri biglietti della metro usati. Sarebbe possibile prelevare qualche oggetto dall’altare, ma non credo che qualcuno voglia inimicarsi gli spiriti vudù…

L’ultima sala è dedicata alle cerimonie religiose, che consistevano in allegre danze al ritmo di musica indossando delle maschere. Troviamo qui esposti alcuni strumenti musicali (tamburi, una specie di chitarra e una campana), maschere di ogni forma, dimensione e materiale, singolari copricapi di legno a forma di animali.

La cultura africana è uno straordinario patrimonio dell’umanità che andrebbe conservato e valorizzato, la mostra del Mudec di Milano offre un piccolo squarcio su questo vasto e misterioso universo.

Immagini tratte da http://www.inexhibit.com/it/case-studies/milano-africa-la-terra-degli-spiriti-per-lapertura-del-mudec/

Articolo pubblicato nella rivista online Are you art? N.6

Frasi dalla mostra “Africa” al Mudec

Ecco alcuni dei  proverbi  e delle poesie che più mi hanno colpito alla mostra Africa, la terra degli spiriti del Mudec a Milano.

 

Chi sei? 

.

E tu, chi sei?

Sono Mamadi, figlio di Diubaté.

Da dove vieni?

Dal mio villaggio.

E dove vai?

All’altro villaggio.

Quale altro villaggio?

Cosa importa?

Vado dovunque ci siano degli uomini.

.

Che fai nella vita?

.

Sono griot, capisci?

Sono griot, com’era mio padre,

Com’era il padre di mio padre,

Come lo saranno i miei figli

E i figli dei miei figli.

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Sono griot, mi capisci?

Sono griot come al tempo dei padri

Che aprivano il cuore al nascere del giorno

E la casa ospitale al viandante sconosciuto

Attardato sulla via.

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Sono progenie di Dieli,

L’uomo cui suo fratello diede

La propria carne e il sangue

Per eludere la fame terribile

Pronta sul sentiero in fiamme della foresta

Con la maschera minacciosa del teschio della morte.

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Sono figlio della Guinea,

Sono figlio del Mali,

Nasco dal Ciad o dal profondo Benin.

Sono figlio dell’Africa…

Addosso ho un gran-bubù bianco.

E i Bianchi ridono vedendomi

Trottare a piedi nudi nella polvere della strada.

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Ridono.

Ridano pure.

Quanto a me, batto le mani e il grande sole dell’Africa

Si ferma sullo Zenit per guardarmi e ascoltare.

E canto e danzo,

E canto e danzo.

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Francis Bebey, artista camerunense

 

E’ QUANDO NON SI SA DOVE SI VA CHE E’ BENE SAPERE DA DOVE SI VIENE.

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NON PARLARE DEL COCCODRILLO PRIMA DI ESSERE USCITO DAL FIUME.

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QUANDO LANCI LA FRECCIA DELLA VERITA’, PRIMA IMMERGILA NEL MIELE.

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LA PAROLA E’ COME L’ACQUA, UNA VOLTA VERSATA NON LA RACCOGLI PIU’.

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IL GRIDO DI SGOMENTO DI UN SOLO SUDDITO NON SOVRASTA IL SUONO DEL TAMBURO.

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L’ELEFANTE MUORE MA LE SUE ZANNE RIMANGONO.

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Immagini tratte da http://www.inexhibit.com/it/case-studies/milano-africa-la-terra-degli-spiriti-per-lapertura-del-mudec/