I giovani allievi della Scala al Piccolo con “Lo Schiaccianoci”

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Dal 14 al 22 dicembre era in scena presso il teatro Strehler del Piccolo Teatro di Milano Lo schiaccianoci, interpretato dal giovani allievi dell’Accademia Teatro alla Scala. Siamo in pieno periodo natalizio e la scelta di proporre tale spettacolo è stata effettuata da molti teatri di danza, il Piccolo Teatro ha preferito addirittura inserirlo come unica opera di balletto in un cartellone composto da spettacoli di teatro di prosa.

La favola è molto semplice, la trama è posta in secondo piano per valorizzare le coreografie dei ballerini. Lo spettacolo si apre in un esterno innevato, in cui dei ragazzi costruiscono un pupazzo di neve. L’azione si trasferisce, poi, in un accogliente salotto addobbato per Natale, in cui adulti e bambini si scambiano gli auguri. Giunge uno strano individuo in frak rosso con un baule colmo di regali: alcuni pacchi sono ancora incartati, e vengono estratti cappelli, bambole meccaniche e, in particolare, un piccolo schiaccianoci a forma di soldatino per la piccola protagonista. Suo fratello, ingelosito pur avendo ricevuto un bellissimo fucile, rompe il giocattolo, che la bimba culla affettuosamente prima di  addormentarsi su una poltrona. Giungono dei topi che assaltano il salotto, lo Schiaccianoci prende vita e guida dei soldatini contro gli invasori. Solitamente il Re dei Topi viene sconfitto dalla protagonista, che gli scaglia contro una ciabatta, ma il coreografo dell’Accademia ha scelto di omettere questo particolare. Scacciati i topi, lo Schiaccianoci invita la fanciulla a seguirlo nel suo castello magico. La stanza si trasforma in un bosco in cui dei fiocchi di neve danzano… sotto della vera e propria neve che cade sul palco.

Nel secondo atto la trama è praticamente inesistente e si alternano le danze dei magici personaggi incontrati dalla protagonista e il suo Schiaccianoci. La Fata Confetto accoglie la coppia protagonista, che racconta la battaglia contro i topi attraverso un arguto espediente narrativo: i ballerini protagonisti e la Fata Confetto, interpretati da adolescenti, si voltano e osservano dei bambini portare in scena i punti salienti della lotta contro i topi. Lo Schiaccianoci  e la sua giovane dama si siedono su due troni e assistono ad una grande festa, in cui ballano a turno delle spagnole, dei cinesini, una coppia di arabi, un trio di russi, un gruppo di fiori rosa e altri magici personaggi. Le danze si chiudono infine con i leggiadri passi del principe e della Fata Confetto. È mattino e il sogno svanisce: la bambina si sveglia e abbraccia forte lo Schiaccianoci, che è ritornato ad essere un semplice giocattolo.

I giovani allievi dell’Accademia sono stati molto abili, dimostrando di essere all’altezza della Scuola che frequentano. Si trattava infatti di uno spettacolo degno, per la sua complessità, delle rappresentazioni di interpreti professionisti e i ragazzi hanno saputo gestire al meglio la situazione. Sono stati divisi per età: i più piccoli hanno interpretato i bambini alla festa di Natale, i cinesini e i topi, gli adolescenti tutti gli altri ruoli. I bimbi più piccoli suscitavano tenerezza per l’incertezza nei movimenti ma a dei talenti del loro livello si perdona tutto, soprattutto considerando la giovane età. Rovinavano, tuttavia, l’effetto complessivo tanti piccoli errori come una ballerina fuori tempo rispetto alle compagne, un cerchio non perfetto disegnato dai fiocchi di neve, dei danzatori che non sapevano celare la fatica…

Le scenografie erano particolarmente elaborate, sono state sfruttate al meglio le tecnologie offerte dal teatro Strehler, tra cui: una nave mobile, neve che cade dal cielo, scenografie che spariscono librandosi verso l’alto. I costumi erano curati e sontuosi, all’altezza di uno spettacolo di ballerini professionisti.

Unica pecca la musica, infatti le note di Čajkovskij sono state trasmesse da un impianto audio anziché essere suonate dal vivo. Lo Strehler non è attrezzato per ospitare un’orchestra, tuttavia non è rispettoso nei confronti del pubblico pagante proporre uno spettacolo privandolo della magia della musica suonata da professionisti.

Nel complesso il giudizio è positivo, lo spettacolo offre un approccio semplice, disimpegnato e divertente alla musica classica, sebbene i leggiadri passi sulle punte di ballerini adulti e professionisti siano di tutt’altro livello.

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Sold out per “Il giardino dei ciliegi” al Piccolo Teatro di Milano

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Sold out per Il giardino dei ciliegi, in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 23 al 26 novembre. La regia è opera di un artista straniero, Lev Dodin, la produzione del Maly Drama Teatr di San Pietroburgo e il fatto che i biglietti siano stati esauriti settimane prima dell’evento lascia presagire un grande successo per questo tour mondiale.

Il giardino dei ciliegi” racconta Lev Dodin “è l’opera più movimentata che Cechov abbia mai scritto. Il pubblico ha realizzato che si tratta di una delle più grandi commedie teatrali in assoluto. Malgrado non ci faccia ridere, ci sorprende e affascina perché è una grande messa in scena  come quelle che la vita ci infligge ogni giorno: la Commedia della Storia della quale noi siamo i personaggi. E nella quale la vita diventa parte della storia stessa”. “Questa vicenda è diventata” continua il regista “una sorta di mito sull’imprevedibilità della storia e sulla sua prevedibilità, sulla perdita di controllo da parte delle persone sulla propria vita e il proprio destino. Ma anche sulla loro sorprendente forza e responsabilità a proposito di quella vita e quel destino e sulla capacità di proteggere se stesse e rimanere veramente se stesse malgrado tutto”..

Coloro che non sono riusciti ad acquistare i biglietti possono accontentarsi di una straordinaria messa in scena del 1978 caricata su YouTube, oppure possono leggere il testo in uno dei tanti pdf disponibili online.

L’opera è stata terminata da Cechov nel 1903 ed è andata in scena per la prima volta nel 1904, pochi anni prima della morte del drammaturgo; si tratta del capolavoro dell’artista. Il dramma è stato inizialmente concepito come una commedia, ma è stata presentata essenzialmente come una tragedia dai primi registi che ne hanno diretto la rappresentazione (Stanislavskij e Nemirovic-Dancenko).

La vicenda si svolge in una bellissima tenuta aristocratica in cui si trova un “giardino dei ciliegi”, molto amato dai proprietari. Dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja diciassettenne, la padrona di casa Ljubov’ Andreevna Ranevskaja ritorna alla tenuta. Purtroppo la famiglia non riesce a pagare degli interessi e la proprietà sta per essere venduta all’asta. Ciascuno cerca di trovare una soluzione, ma nessuno agisce concretamente: si festeggia, si disquisisce d’amore e alcuni personaggi, in particolare la capofamiglia, continuano a dissipare il denaro. Un contadino arricchito amico di famiglia, Lopachin, consiglia di costruire e affittare dei villini sul giardino dei ciliegi, ma il suo consiglio non viene preso in considerazione. Cogliendo tutti di sorpresa, tale personaggio acquista la tenuta e decide di abbattere i ciliegi per costruire i villini. La famiglia è costretta a trasferirsi altrove, ma non sembra particolarmente dispiaciuta e i vari personaggi sperano in una vita migliore. Viene dimenticato dai vari personaggi il vecchio e malato servitore Firs, che chiude il dramma con frasi sconsolate.

L’opera è costituita da quattro atti e racchiude degli elementi appartenenti alla biografia dell’autore, come i problemi economici di sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La trama raffigura egregiamente la situazione in cui si trovava la nobiltà terriera russa poco prima della Rivoluzione, in particolare quando venne abolito il sistema feudale e vennero riscattati i servi della gleba nel 1861 ad opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Si trattò di un periodo di decadenza per l’aristocrazia, che coincise con lo sviluppo della borghesia e la rivincita della classe popolare.
Sarà infatti il borghese Lopachin ad acquistare e distruggere il giardino dei ciliegi. L’ex contadino è figlio di servitori che hanno lavorato nella tenuta e il suo gesto rappresenta una sorta di affronto nei confronti della padrona di casa, che ama profondamente il giardino pur non essendo in grado né di risparmiare né di trovare una soluzione per non perdere la proprietà; la donna rappresenta l’aristocrazia morente. Il giardino dei ciliegi diventa dunque un non-luogo che rappresenta la Russia intera ed è teatro di un’irreversibile mutamento sociale.

L’aristocrazia, non potendo più avvalersi della servitù, viene indebolita e impoverita. Il vecchio servitore FIrs, quasi novantenne, malato e portato all’ospedale al termine dell’opera, rappresenta la morte della servitù della gleba. Al termine dell’opera l’anziano servitore viene dimenticato a casa dagli altri personaggi e la tragedia si conclude proprio con le sue sconsolate parole, simbolo del tramonto di un’era.

Il giardino dei ciliegi non compare in scena in quanto l’azione si svolge al chiuso, nella villa di famiglia. Conosciamo però la sua descrizione attraverso le parole dei personaggi: si tratta di un giardino grande, l’unica cosa notevole del governatorato ed è persino citato nel Dizionario Enciclopedico. Il giardino rappresenta la Russia e la sua aristocrazia, il luogo di un’infanzia felice e agiata ma trascorsa, lo spazio dei ricordi del passato, degli affetti. L’opera può rappresentare la nostalgia per il tempo che passa, ma anche una speranza per il futuro, in quanto i personaggi lasciano la villa speranzosi, verso una nuova vita.

A parte Lopachin, nessuno dei personaggi sembra realmente intenzionato a salvare il giardino dei ciliegi: nel corso della tragedia compaiono infatti trame secondarie in cui si amoreggia e si festeggia e, al termine dell’opera, ciascun personaggio sembra soddisfatto della distruzione del giardino e parte per la sua strada, verso un futuro di speranza. Il giardino dei ciliegi è la tragedia del tempo che scorre: morta l’aristocrazia, nasce una nuova società borghese.

 

Fonti:

http://www.klpteatro.it/il-giardino-dei-ciliegi-cechov-e-text

http://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/il-giardino-dei-ciliegi

Decadenza dell’aristocrazia russa: ‘Il giardino dei ciliegi’ di Anton Cechov – Saggio di Lorenzo Spurio

“Uomini e no” di Vittorini, una storia di partigiani milanesi

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Dal 24 ottobre al 19 novembre è in scena al Teatro Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano Uomini e no, tratto dall’omonimo libro di Vittorini, scritto nel 1944 e pubblicato dalla Bompiani nel 1945. Gli attori, giovanissimi come i partigiani che portano in scena, sono guidati dal regista Carmelo Rifici; la drammaturgia invece è di Michele Santeramo. L’opera è una testimonianza di grande valore della Resistenza in quanto Vittorini vi partecipò in prima persona.

Gli attori recitano su due pedane che scorrono su binari come i tram di Milano, la città in cui è ambientata la vicenda. Al suolo sono fissate delle biciclette, altro mezzo di trasporto spesso utilizzato dai protagonisti. Lo spettacolo inizia quando ancora gli spettatori stanno prendendo posto: i vari personaggi infatti salgono e si siedono a turno sulla pedana, come se fosse in scena un vero e proprio tram.

Enne 2, capo dei partigiani di Milano, è innamorato di Berta, una donna sposata da dieci anni e restia a lasciare il marito. Stringe dunque una relazione, solamente carnale, con una donna che tuttavia lo ama e vorrebbe diventare la sua compagna. I partigiani effettuano un attacco contro alcuni militari tedeschi e il capo del tribunale; il loro gesto sarà punito con una terribile rappresaglia: l’uccisione di dieci persone per ogni tedesco colpito. Il giorno successivo i cadaveri dei civili giustiziati sono abbandonati per le vie di Milano, tra loro figurano una bambina, un vecchio, due quindicenni e delle donne. Giulaj, che indossa delle pantofole perché non può permettersi le scarpe, tenta di impedire che i segugi dei tedeschi giochino tra i corpi, ma così facendo uccide il cane del Capitano. Catturato dai tedeschi, il poveretto verrà fatto sbranare dai cani davanti agli occhi della moglie. Un partigiano infiltrato tra i tedeschi a cui sono stati affidati i cani uccide poi gli animali e il Capitano, segnando così la propria fine.

A questo punto la trama dello spettacolo teatrale diventa confusionaria, apparendo chiara solamente a coloro che hanno letto il romanzo di Vittorini. Su Enne 2 pongono una taglia, ma il partigiano decide di rimanere a Milano nonostante le insistenze dei compagni. Le truppe fasciste stanno per arrivare, ma Enne 2 si trattiene per uccidere Cane nero, il capo dei fascisti. I due avversari dialogano sull’eventualità che il male commesso dai nazisti sia insito nella natura umana, dopodiché Cane Nero uccide Enne 2 con un colpo di pistola.

L’opera si chiude con un partigiano alla prima operazione di combattimento che tenta di uccidere un soldato tedesco, e non riesce nel suo intento perché l’uomo ha uno sguardo triste. Il militante si allontana quindi felice, a braccetto con un proprio compagno.

La recitazione di molti attori è stata magistrale, soprattutto quella del Capitano tedesco, un sadico dalla risata da psicopatico. Spesso i partigiani recitavano “in coro”, completando gli uni le frasi degli altri. Non sono mancate scene particolarmente cruente, come quella in cui la ragazza “con le più belle gambe di Milano” viene stuprata da un nazista e quella in cui Giulaj viene spogliato completamente, mutande comprese, per essere dato in pasto ai cani.

Gli uomini che combattono sono sicuramente al centro della vicenda, ma l’opera racconta anche la sofferenza delle donne, che attendono i loro compagni di vita nel rifugio dei partigiani e che vengono molestate verbalmente e fisicamente dai soldati nazisti.

Una ragazza che distribuisce il rancio ai nazisti viene invitata a “fare l’amore” con allusioni volgari e arroganti dai soldati, inoltre alcune tra le più belle ragazze di Milano sono costrette a partecipare alle serate dei tedeschi, dove vengono trattate come dei meri pezzi di carne. È  il caso della ragazza “dalle più belle gambe di Milano”, che suo malgrado è finita tra le grazie del capitano. Ella viene costretta a vestirsi con ambiti sgargianti, a mostrare le gambe, a farsi toccare in pubblico e a concedersi, come alludono i gesti degli attori. In un agghiacciante monologo la donna racconta le emozioni che la affliggono durante le torture che è costretta a subire; il suo discorso avviene mentre il Capitano la tocca freneticamente.

Il titolo dell’opera teatrale allude al dialogo tra Enne 2 e Cane Nero, che mostra l’opposizione tra chi si comporta da essere umano e chi no, in quanto nell’uomo, in quanto tale, è insita una compresenza di componenti umane e bestiali.

I partigiani infatti non sono eroi, ma uomini con i propri problemi e debolezze, che cercano felicità nell’amore delle proprie donne. La scena finale in cui il ragazzo non uccide il soldato tedesco lascia una speranza: forse c’è ancora posto nel mondo per la pace e la fratellanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal 24 ottobre al 19 novembre è in scena al Teatro Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano Uomini e no, tratto dall’omonimo libro di Vittorini, scritto nel 1944 e pubblicato dalla Bompiani nel 1945. Gli attori, giovanissimi come i partigiani che portano in scena, sono guidati dal regista Carmelo Rifici; la drammaturgia invece è di Michele Santeramo. L’opera è una testimonianza di grande valore della Resistenza in quanto Vittorini vi partecipò in prima persona.

Gli attori recitano su due pedane che scorrono su binari come i tram di Milano, la città in cui è ambientata la vicenda. Al suolo sono fissate delle biciclette, altro mezzo di trasporto spesso utilizzato dai protagonisti. Lo spettacolo inizia quando ancora gli spettatori stanno prendendo posto: i vari personaggi infatti salgono e si siedono a turno sulla pedana, come se fosse in scena un vero e proprio tram.

Enne 2, capo dei partigiani di Milano, è innamorato di Berta, una donna sposata da dieci anni e restia a lasciare il marito. Stringe dunque una relazione, solamente carnale, con una donna che tuttavia lo ama e vorrebbe diventare la sua compagna. I partigiani effettuano un attacco contro alcuni militari tedeschi e il capo del tribunale; il loro gesto sarà punito con una terribile rappresaglia: l’uccisione di dieci persone per ogni tedesco colpito. Il giorno successivo i cadaveri dei civili giustiziati sono abbandonati per le vie di Milano, tra loro figurano una bambina, un vecchio, due quindicenni e delle donne. Giulaj, che indossa delle pantofole perché non può permettersi le scarpe, tenta di impedire che i segugi dei tedeschi giochino tra i corpi, ma così facendo uccide il cane del Capitano. Catturato dai tedeschi, il poveretto verrà fatto sbranare dai cani davanti agli occhi della moglie. Un partigiano infiltrato tra i tedeschi a cui sono stati affidati i cani uccide poi gli animali e il Capitano, segnando così la propria fine.

A questo punto la trama dello spettacolo teatrale diventa confusionaria, apparendo chiara solamente a coloro che hanno letto il romanzo di Vittorini. Su Enne 2 pongono una taglia, ma il partigiano decide di rimanere a Milano nonostante le insistenze dei compagni. Le truppe fasciste stanno per arrivare, ma Enne 2 si trattiene per uccidere Cane nero, il capo dei fascisti. I due avversari dialogano sull’eventualità che il male commesso dai nazisti sia insito nella natura umana, dopodiché Cane Nero uccide Enne 2 con un colpo di pistola.

L’opera si chiude con un partigiano alla prima operazione di combattimento che tenta di uccidere un soldato tedesco, e non riesce nel suo intento perché l’uomo ha uno sguardo triste. Il militante si allontana quindi felice, a braccetto con un proprio compagno.

La recitazione di molti attori è stata magistrale, soprattutto quella del Capitano tedesco, un sadico dalla risata da psicopatico. Spesso i partigiani recitavano “in coro”, completando gli uni le frasi degli altri. Non sono mancate scene particolarmente cruente, come quella in cui la ragazza “con le più belle gambe di Milano” viene stuprata da un nazista e quella in cui Giulaj viene spogliato completamente, mutande comprese, per essere dato in pasto ai cani.

Gli uomini che combattono sono sicuramente al centro della vicenda, ma l’opera racconta anche la sofferenza delle donne, che attendono i loro compagni di vita nel rifugio dei partigiani e che vengono molestate verbalmente e fisicamente dai soldati nazisti.

Una ragazza che distribuisce il rancio ai nazisti viene invitata a “fare l’amore” con allusioni volgari e arroganti dai soldati, inoltre alcune tra le più belle ragazze di Milano sono costrette a partecipare alle serate dei tedeschi, dove vengono trattate come dei meri pezzi di carne. È  il caso della ragazza “dalle più belle gambe di Milano”, che suo malgrado è finita tra le grazie del capitano. Ella viene costretta a vestirsi con abiti sgargianti, a mostrare le gambe, a farsi toccare in pubblico e a concedersi, come alludono i gesti degli attori. In un agghiacciante monologo la donna racconta le emozioni che la affliggono durante le torture che è costretta a subire; il suo discorso avviene mentre il Capitano la tocca freneticamente.

Il titolo dell’opera teatrale allude al dialogo tra Enne 2 e Cane Nero, che mostra l’opposizione tra chi si comporta da essere umano e chi no, in quanto nell’uomo, in quanto tale, è insita una compresenza di componenti umane e bestiali.

I partigiani infatti non sono eroi, ma uomini con i propri problemi e debolezze, che cercano felicità nell’amore delle proprie donne. La scena finale in cui il ragazzo non uccide il soldato tedesco lascia una speranza: forse c’è ancora posto nel mondo per la pace e la fratellanza.

“Il bugiardo” di Goldoni in scena al Teatro Carcano di Milano

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

Martedì 4 aprile presso il Teatro Carcano di Milano è andato in scena Il bugiardo di Carlo Goldoni, rappresentato per la prima volta a Mantova nel 1750 e stampato poi a Firenze qualche anno dopo, nel 1753. L’opera in tre atti è ispirata alla Verdad sospechosa dello spagnolo Juan Ruiz de Alarcòn. La commedia è diretta da Alfredo Arias, uno dei più importanti registi internazionali, argentino naturalizzato francese.

A Venezia vivono Rosaura (Marianella Bargilli) e Beatricia, le due splendide figlie di un dottore in età da marito. Lelio (Geppy Gleijeses) è un donnaiolo napoletano intenzionato a conquistare il cuore di Rosaura avvalendosi del proprio talento nell’inventare bugie, da lui chiamate “meravigliose invenzioni”. Inizialmente il piano sembra funzionare, soprattutto perché l’uomo racconta di aver cantato una serenata effettuata invece da un’altra persona, Florindo, troppo timido per dichiararsi a Rosaura. In seguito invece le menzogne diventano troppo strampalate per essere credute, come quella secondo cui Napoli si troverebbe in Lombardia, e il Bugiardo perderà tutto, compresa la stima del proprio padre e la mano di Rosaura.

Carlo Goldoni ha effettuato una straordinaria riforma del teatro. Prima del suo intervento in Italia era in voga la Commedia dell’Arte, il teatro delle maschere italiane che recitavano senza un copione predefinito, improvvisando seguendo come traccia un canovaccio. Ne conseguiva che le maschere erano piatte, stereotipate e prive di spessore psicologico inoltre, in seguito all’eccessivo spazio lasciato all’improvvisazione, spesso la trama si intricava creando situazioni senza soluzione e doveva intervenire un deus ex machina per offrire una lieta conclusione della vicenda. Goldoni introduce una sceneggiatura teatrale completa e definita, in cui i personaggi hanno caratteristiche realistiche e una psicologia articolata, in modo tale da ricreare scene più vicine al quotidiano. Ne Il bugiardo le maschere (Pantalone, Brighella, Arlecchino e la maschera che introduce i personaggi nel prologo e canta in alcune scene) non hanno perso la propria energica comicità antica ma hanno tratti più umani. E’ invece assente rispetto alla sceneggiatura originale il personaggio di Colombina.

La morale della commedia potrebbe essere riassunta con il celebre detto “Le bugie hanno le gambe corte”, infatti le menzogne si ritocono contro Lelio, facendo fallire i suoi piani. L’opera sarebbe un romanzo di formazione in quanto il Bugiardo è costretto a pagare per le proprie malefatte ed evolve nel corso della vicenda, ma tale aspetto è in secondo piano rispetto alla comicità generale. Le bugie di Lelio tuttavia sono estremamente creative (il personaggio stesso afferma che le sue poesie hanno successo in quanto ha la fortuna di essere un creativo) e favolistiche, pertanto la commedia celebra la gioia di avere una visione romanzesca della vita per opporsi all’insopportabile monotonia del quotidiano, anche quando ciò comporta dire qualche menzogna e venire inevitabilmente smascherati. Lelio può dunque essere paragonato ad uno scrittore di una commedia umana.

Alla commedia originale sono state apportate alcune modifiche. Innanzi tutto l’opera non è stata recitata in dialetto veneziano ma in italiano. I vari personaggi avevano l’accento della provincia di provenienza: Lelio parlava con un accento napoletano, Pantalone, il padre di Lelio, aveva invece una cadenza veneziana, l’amante di Lelio parlava con una forte pronuncia romanesca, Arlecchino aveva un accento bergamasco.

Nella commedia si finge inoltre che una compagnia d’attori stia effettuando le prove dello spettacolo. I vari attori compaiono dunque in scena vestiti con abiti comuni  e gradualmente si cambiano, travestendosi con i costumi di scena. Anziché inserire un intervallo al termine del primo atto, gli attori interrompono la recita della commedia e fingono di conversare sul palcoscenico, facendo battute e proponendo di realizzare un’opera dal sapore contemporaneo, che tratti per esempio di tematiche moderne. E’ interessante notare come gli attori cambino movenze e impostazione della voce nell’interpretare delle persone comuni, che si discostano profondamente dai personaggi della commedia goldoniana. Nel prologo la maschera presenta gli attori come i membri della famiglia Cannavacciuolo, una compagnia famigliare, e gli spettatori che non hanno letto la locandina sono portati a credere che gli artisti in  scena appartengano realmente a tale compagnia.

Le scenografie sono semplici ma efficaci: uno fondale dipinto di un paesaggio veneziano e degli edifici abbozzati da palafitte di legno verticali. Scenografie e costumi sono firmati da Chloe Obolensky, artista di fama internazionale, che ha lavorato a lungo con Peter Brook.

Lo spettacolo è eccellente, verrà apprezzato dallo spettatore soprattutto per la frizzante comicità. Sarà in scena fino al 9 aprile.

Malore durante lo spettacolo “Non ti pago” di Eduardo de Filippo

NON TI PAGO di Eduardo per la regia di Luca De Filippo

Articolo pubblicato nel giornale online Lo Sbuffo.

Giovedì 23 maro 2017 al Teatro Strehler è andato in scena Non ti pago di Eduardo De Filippo, l’ultimo spettacolo diretto dal regista suo figlio Luca De Filippo. L’opera è stata interpretata da La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo. Nonostante lo spettacolo sia stato interrotto da un malore di una delle attrici principali, è stato un vero successo.

Eduardo De Filippo è stato uno dei maggiori artisti teatrali italiani del Novecento, fu autore di svariate commedie che diresse e interpretò personalmente, molte delle quali furono tradotte all’estero o rappresentate al cinema da lui stesso. Fu anche candidato al Nobel per la Letteratura.

Nella prima metà del Novecento a Napoli vive Ferdinando Quagliuolo – Gianfelice Imparato, scelto personalmente da Luca De Filippo come suo sostituto in tale ruolo -,  proprietario di un botteghino del lotto e fanatico del gioco. L’uomo purtroppo non vince mai ed è estremamente geloso dell’invece fortunatissimo Mario Bertolini (Massimo De Matteo), suo dipendente e fidanzato con sua figlia Stella (Carmen Annibale). Un giorno Bertolini vince quattro milioni grazie ai numeri ricevuti in sogno dal padre di Ferdinando il quale, accecato dall’invidia, si impossessa del biglietto e si rifiuta di restituirlo al proprietario, sostenendo che la buonanima del proprio padre avrebbe voluto riferire a lui i numeri vincitori ma che avrebbe semplicemente sbagliato indirizzo. Si rivelano inutili i tentativi di farlo rinsavire della moglie Concetta (Carolina Rosi), dell’avvocato (Lorenzo Strummillo) e di Don Raffaele Console (Gianni Cannavacciuolo). In scena compaiono anche il simpatico uomo di fatica Aglietiello (Nicola Di Pinto), la cameriera Margherita (Viola Forestiero) e Paola Fulciniti che interpreta i ruoli della popolana Carmela e della zia di Bertolini.

Si tratta di una commedia tutta da ridere, con monologhi avvincenti ed esilaranti colpi di scena. Purtroppo è poco delineata la psicologia di Ferdinando, infatti non si comprendono le ragioni della sua meschinità e le motivazioni che lo inducono a formulare le liete decisioni che portano all’inevitabile happy end. Ne risulta un personaggio grottesco, quasi caricaturale, ma che proprio per tale motivo offre la possibilità di effettuare una svariata serie di gag comiche. Forse proprio per questo Non ti pago è una delle migliori commedie di Eduardo De Filippo.

L’opera è in italiano ma è infarcita di parole e frasi in dialetto napoletano, inoltre tutti gli attori recitano con un marcato accento partenopeo; il testo tuttavia è comprensibile per il pubblico, sebbene sia composto prevalentemente da milanesi.  Il napoletano viene utilizzato per i personaggi di estrazione sociale più bassa, in alcune delle scene più comiche e per le battute in cui i personaggi provavano un maggiore trasporto emotivo, ma la maggior parte dei dialoghi era in italiano. I due monologhi finali di Stella e di Concetta, fondamentali per la conversione di Ferdinando nell’ultima scena, sono interamente in napoletano, perciò coloro che non parlano tale dialetto non hanno potuto comprendere nulla di quanto è stato detto in uno dei momenti fondamentali della commedia.

Durante il suo ultimo monologo Carolina Rosi si è accasciata su una sedia affermando di non riuscire a proseguire. Tra lo sgomento generale, il sipario è stato calato e le luci si sono riaccese per qualche minuto, ma subito lo spettacolo è ripreso dal momento in cui era stato interrotto. L’attrice ha dato prova di eccellente professionalità recitando la sua parte con trasporto, guadagnandosi gli applausi finali. Non sono state specificate le cause del malore, tuttavia ci auguriamo che Carolina Rosi si riprenda presto e possa continuare a recitare senza problemi di salute.

Le scenografie di Gianmaurizio Fercioni erano molto curate. L’azione si è svolta in un unico ambiente interno, il salotto di Ferdinando, in cui si trovavano un tavolo, dei divanetti, una credenza e la foto del defunto padre che ha riferito i numeri alla persona sbagliata. Uno sfondo di nuvole alle spalle della scena conferiva all’intera scenografia una sfumatura rosata.

Per la scena finale sono stati apportati alcuni ritocchi funzionali  allo svolgimento della trama: un altarino di fiori intorno alla foto del padre, delle ghirlande appese al soffitto e la tavola è stata apparecchiata. Era molto simpatico il sipario: un telo su cui erano raffigurate le schedine del lotto, incorniciato dai numeri da giocare.

 

Fonti:

https://www.piccoloteatro.org/it/2016-2017/non-ti-pago

 

Credits :

https://www.piccoloteatro.org/it/2016-2017/non-ti-pago

“Con tanto amore, Mario” di e con Paola Tintinelli

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Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

Sabato 25 marzo La dual band qui-, un piccolo teatro situato nel passante di Porta Vittoria, ha presentato Con tanto amore, Mario di Paola Tintinelli, della compagnia Astorri/Tintinelli qui.

La coppia Astorrintintinelli è composta da Alberto Astorri e Paola Tintinelli, ma durante lo spettacolo il palcoscenico è stato calcato solamente da quest’ultima. La compagnia è stata fondata nel 2002, quando i due attori si sono incontrati al Festival di Santarcangelo di Romagna.

Mario è un uomo comune, di professione postino e l’opera ne presenta la malinconica esistenza: il personaggio timbra e consegna la posta, festeggia Natale e Capodanno, gioca con gli oggetti trovati in alcuni pacchi postali, fa l’amore, mangia e infine, come tutti gli esseri umani, muore. Il senso di solitudine che trasmette l’esistenza di Mario si alterna a momenti di esilarante comicità grazie alla mimica di Paola Tintinelli, unica attrice in scena nel ruolo del fantozziano postino.

Lo spettacolo è muto, la sua comicità si fonda essenzialmente sulla gestualità di Paola. A differenza dei film parlati tuttavia troviamo alcuni elementi sonori: i rumori di scena, in primis il rumore dell’armadietto del postino che sbatte, il suono di un campanello, le scarpe pulite sullo zerbino, la sega che incide il corpo di un piccolo Big Jim; troviamo inoltre un’incredibile varietà di colonne sonore, come Con tanto amore di Mario Abbate, Mario di Enzo Jannacci, Sul bel Danubio blu di Johann Strauss e la colonna sonora di Arancia Meccanica nella versione strumentale. I vari capitoli della vita di Mario sono scanditi da una radio che trasmette le previsioni del tempo, nelle cui parole è racchiuso il senso dei gesti compiuti da Mario.

Paola Tintinelli è una simpatica signora bionda che per l’occasione si è trasformata in un uomo sino a rendersi irriconoscibile: indossava parrucca corta scura, aveva un filo di barba realizzata con il trucco e un completo nero. Tuttavia ciò che più dei vestiti ha contribuito alla metamorfosi è stata la mimica, infatti l’attrice ha curato con estrema precisione la gestualità sino a trasformarsi completamente in un uomo. Anche quando è rimasta in biancheria intima in una scena dell’opera, nonostante la parziale nudità rivelasse la natura femminile del suo corpo, era facile dimenticarsi di Paola e credere di osservare semplicemente Mario, il postino. Ciò che più colpiva erano lo sguardo duro e penetrante del giovanotto, la rigidità della mascella e la camminata virile. L’opera offre una buona occasione per riflettere sul ruolo del corpo nel teatro e sull’importanza della gestualità.

La scenografia era piuttosto semplice: un tavolino su cui timbrare la posta o mangiare; un armadietto in cui contenere gli attrezzi del mestiere da postino, ma che con la fantasia può trasformarsi nel corpo di una donna con cui avere un amplesso o in una bara; una cassetta della posta completa di campanello, zerbino e nano da giardino, un giradischi e un lampione. Sono invece molto numerosi gli oggetti  di scena, necessari per le gag comiche, che  comprendono anche costumi per il cambio d’abito in scena e cibo vero e proprio, consumato dall’artista durante lo spettacolo e talvolta offerto agli spettatori.

Lo spettacolo si conclude con la morte di Mario, trasmettendo un senso di malinconia che contrasta piacevolmente con l’ilarità dovuta alle gag comiche. Tale tema è trattato tuttavia con leggerezza e ironia, lasciando presagire che la fine di Mario non è un vero e proprio addio. Dopo aver riposto tutti gli oggetti di scena nell’armadietto sdraiato a terra come se fosse un sarcofago, Mario estrae un altarino con scritto il titolo dello spettacolo e su cui pone un cero e un fiorellino. Il personaggio infine saluta il pubblico e entra lui stesso nella bara.

Al termine dello spettacolo la compagnia La dual band ha calorosamente accolto il pubblico offrendo un piccolo rinfresco in omaggio a base di zuppa. L’ambiente allegro e informale stato essenziale per rendere indimenticabile la serata.

 

 

Intervista con Francesco Guccini, Intervista al Maestrone all’Arcimboldi di Milano

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

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Venerdì 24 febbraio il teatro Arcimboldi di Milano ha ospitato Incontro con Francesco Guccini con la partecipazione dei Musici, il gruppo che accompagnava la voce del Maestrone durante i suoi concerti. Guccini ha ormai cessato di cantare del 2013 ma, fortunatamente per i suoi fan, non ha ancora perso la voglia di scrivere libri e di rilasciare interviste, come quella che si è tenuta a Milano. L’intervista è stata condotta da Bertoncelli, critico musicale e giornalista aspramente contestato nella storica canzone Avvelenata.

Dall’ultima tournée, Guccini si presenta più invecchiato soprattutto nei movimenti, ma non ha abbandonato il pullover rosso che spesso indossa in pubblico. La platea ha accolto il Maestrone con un’ovazione e Guccini ha risposto con l’umiltà che lo caratterizza e un’arguta battuta di spirito. Ha saputo raccontare il proprio passato con una grande abilità oratoria e una straordinaria simpatia, infatti ha divertito il pubblico con non poche esilaranti battute. La qualità dei contenuti non è però stata all’altezza dell’abilità del narratore, infatti gli appassionati di Guccini e coloro che avevano dimestichezza con le sue interviste e biografie non hanno scoperto nulla di nuovo sul cantautore. Altra pecca dell’incontro è stato l’impianto stereo del teatro, infatti coloro che sedevano sui palchi facevano fatica a sentire la voce del Maestrone.

Bertoncelli è rimasto nell’ombra per la maggior parte dell’intervista, restando in silenzio dopo aver posto le proprie sintetiche domande al maestrone. Al termine dell’intervista, il giornalista e il cantautore hanno assicurato di hanno essere amici nonostante l’aspro riferimento a Bertoncelli nell’Avvelenata. Quest’ultimo ha persino ottenuto una certa popolarità grazie a tale episodio.

 

L’intervista è durata un’ora, dopo la quale Guccini si è congedato per lasciare spazio alla musica. I Musici sono composti da cinque componenti: chitarra, basso, batteria, sassofono, tastiera. Tra tutti ricordiamo alla chitarra Juan Carlos Biondini, noto a tutti come Flaco, grande amico del Maestrone. I Musici hanno accompagnato Guccini per gran parte della sua carriera, il loro supporto è stato fondamentale per lui. Ancora oggi, sebbene Guccini abbia smesso di cantare, il complesso porta la musica del cantautore in giro per l’Italia affinché sia ancora possibile gustare le sue note in un live.

Ascoltare i brani di Guccini cantati da un’altra voce trasmette una certa malinconia, eppure il concerto è stato interessante e coinvolgente, soprattutto per gli a soli di sassofono. Il Maestrone era solito aprire i propri concerti con Canzone per un’amica e concluderli con La locomotiva, ma i Musici hanno preferito infrangere la tradizione e seguire un altro ordine. La locomotiva ha ricevuto uno strepitoso applauso dopo il verso “la fiaccola dell’anarchia” per l’evidente riferimento politico, inoltre il pubblico ha manifestato più volte la propria approvazione nel corso dell’intero concerto, ma l’esibizione non ha riscosso l’entusiasmo dei concerti di Guccini di un tempo: dopotutto mancava lui, il grande protagonista. Chissà se Guccini ha seguito il concerto dietro le quinte o se, considerata l’età, se n’era andato a dormire.

L’incontro di Milano, che è riuscito a riempire la platea come molte altre interviste di Guccini, non è stato il primo e non sarà l’ultimo evento di questo genere, infatti Guccini vi aspetta a Sanremo, presso il Teatro Ariston, venerdì 28 aprile e a Cesena, presso il Carisport, sabato 13 maggio. Si spera che il pubblico continui ad essere numeroso, si tratta delle ultime opportunità di incontrare il Maestrone dal vivo prima che il peso degli anni si faccia troppo pesante. Una cosa è certa: Guccini non è più giovane e arzillo, pertanto le sue uscite in pubblico trasmettono solo tanta malinconia.

 

Fonti:

http://www.ticketone.it/

http://teatroarcimboldi.it/event.php?id=592

http://www.francescoguccini.net/i-musici-di-francesco