Un omaggio a Dario Fo: il “Mistero buffo”di Pirovano al Piccolo Teatro di Milano

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Dall’8 al 20 ottobre il Teatro Grassi di Milano ospita “Mistero Buffo”, un grande classico italiano grazie al quale Dario Fo nel 1997 vinse il Nobel per la Letteratura. L’opera ritorna sempre grazie alla Compagnia Teatrale Fo-Rame, con il solo Mario Pirovano sul palco. La messa in scena, realizzata in occasione dei cinquant’anni dal debutto di Dario Fo, ha il difficile compito di confrontarsi con le testimonianze e i documentari teatrali del Premio Nobel ma, nonostante questo, Pirovano riesce a emozionare e a trasmettere un messaggio universale in difesa degli umili, proprio come accadeva quando le scene erano calcate dall’autore dell’opera. Pirovano ebbe l’occasione di assistere alle esibizioni di Dario Fo, ne ha seguito le lezioni e gli incontri con i giovani attori e il suo omaggio al maestro risulta, in questo modo, brillante. Sebbene reciti con un proprio stile personale, per questa messa in scena Mario Pirovano ha scelto di allinearsi il più fedelmente possibile a Dario Fo, con l’atteggiamento di chi rispetta un maestro.

In occasione di questa particolare messa in scena, lo spettacolo viene presentato da esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo vicini a Dario Fo e Franca Rame. Martedì 8 ottobre tale compito è spettato al loro figlio, Jacopo Fo, scrittore, attore, regista, fumettista, blogger e attivista italiano. Il figlio d’arte ha interpretato magistralmente il ruolo di se stesso che rivolge al pubblico una breve introduzione, esponendo i concetti con carisma e professionalità. Non è stato necessario che si presentasse per nome in quanto il suo volto era noto al pubblico, inoltre il suo rapporto di parentela con Dario Fo è stato chiarito anche per i profani riferendosi a lui come al proprio padre.

Lo spettacolo non ha una trama, ma si fonda su un canovaccio che prevede la messa in scena dei capitoli più importanti del Mistero Buffo: la Resurrezione di Lazzaro, in cui il celebre miracolo viene trasformato in uno show a cui tutti vogliono assistere; la Fame degli Zanni, in cui un villano si identifica con il bisogno stesso di mangiare e desidera abbuffarsi di tutto ciò che lo circonda, compreso il proprio corpo;  uno sfarzoso Bonifacio VIII che incontra Cristo in processione; la nascita del Giullare, il quale prima di intraprendere tale stravagante professione era un contadino che è stato privato dai potenti di tutto ciò che possedeva; il miracolo di Gesù Bambino, che trasforma uccellini di terra in esseri viventi per farsi accettare dai compagni di giochi. La chiusura di ogni scena viene evidenziata dallo spegnimento delle luci e dall’atto, da parte dell’attore, di bere un bicchiere d’acqua. Ogni sequenza è preceduta da una breve introduzione in italiano, mentre l’interpretazione vera è propria è in grammelot, la lingua onomatopeica che prevede una fusione di italiano e di diversi dialetti italiani. Lo spettacolo viene poi interrotto per consentire un cambio d’abiti, e Pirovano sceglie di indossare indumenti simili a quelli che Dario Fo vestiva negli anni d’oro, quando interpretava il Mistero Buffo negli anni Settanta.

Il messaggio di Pirovano non è diverso da quello di Dario Fo: i potenti tiranneggiano sul popolo, oggi come nel Medioevo, la novella di Cristo è preziosa ma la Chiesa è corrotta. Sono presenti alcuni elementi di attualità, come il riferimento alla figlia di Aldo Moro, agli artigiani che si sono suicidati in seguito al fallimento lavorativo, al divieto di appendere striscioni sul balcone per manifestare. Si tratta di un evidente tentativo di attualizzare il messaggio di Fo che, unito ad un dinamico ed energico dialogo con il pubblico, ha personalizzato il messaggio di Pirovano. L’attore ha inoltre fatto alcuni riferimenti alle proprie origini milanesi e il suo grammelot privilegiava tale dialetto.

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Il teatro dell’assurdo e il cabaret in“Opera panica” al Teatro Franco Parenti

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“Opera panica” di Alejandro Jodorowsky, regia di Fabio Cherstich, è una straordinaria opera in scena al Teatro Franco Parenti di Milano dal 24 settembre al 13 ottobre 2019. In primavera il teatro ospiterà il secondo capitolo dello spettacolo, una nuova produzione da cui ci aspettiamo un altro straordinario successo.

Si tratta di 26 mini-pièce che fondono il teatro dell’assurdo e il cabaret comico e tragico, scene surreali e violente, che per certi tratti si potrebbero definire persino politiche. Dialoghi, canti, balletti e pantomime sembrano provenire dritti dall’inconscio e che forse proprio dell’io più nascosto vogliono parlarci, facendo affiorare ciò che di malato e contorto si cela nell’essere umano. L’universo di Jodorowsky è inoltre claustrofobico, poiché propone delle situazioni senza soluzione, che rivelano quanto sia grottesco e inetto il genere umano, ma  a tratti anche dissacratorio, in quanto sembra trattare temi esistenziali con un’ironia disarmante. Non esiste una trama portante, ma tante situazioni paradossali che inducono a riflettere sull’insensatezza della condizione umana, sulla ricerca della felicità e sulla fatica di vivere.

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In scena recitano quattro attori (Valentina Picello, Francesco Brandi, Loris Fabiani e Francesco Sferrazza Papa), rigorosamente vestiti in All Star nere, pantaloni neri, camicia bianca e bretelle, ma anche indumenti kitsch e coloratissimi come nella penultima pièce, quando viene portata in scena una parodia della televisione. I vari episodi sono intervallati da piacevoli e altrettanto tragicomici intermezzi musicali eseguiti dai DUPERDU (Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf), che hanno scritto e interpretato le canzoni originali, cantandole su un piacevole sottofondo di carillon, con tono buffo ma anche straniante.

Le situazioni portate in scena sono tra le più svariate: tre nuotatori che non si decidono a tuffarsi per discutere su argomenti assurdi e paradossali e che, persi nel loro argomentare, non salveranno una persona che sta affogando in piscina; due persone che, pur volendo disperatamente litigare, non riescono a trovarsi in disaccordo e che decideranno poi di essere amici; un aristocratico oppresso dai propri servitori e dal fardello di comandare al punto da richiedere di essere percosso; persone che, grazie all’ipnosi, riescono a concepire profondi pensieri filosofici; una coppia in cui regna il maschilismo più brutale, che cena mentre un soldato sfila davanti a loro per condurre dei cadaveri al forno crematorio. Lo spettacolo parla anche della difficile condizione delle donne, come una fanciulla disposta a tutto pur di compiacere l’uomo, oppure una donna che vuole disperatamente rinunciare al proprio corpo. La scenografia è minimalista e costituita solo dagli oggetti essenziali per la realizzazione delle varie scene, come una sorta di carretto su cui Fabio Wolf suona una piccola tastiera, tavoli, sedie e un fucile con una canna talmente lunga da impedire che venga usato per suicidarsi, poiché è impossibile puntarlo alla propria tempia e contemporaneamente premere il grilletto. L’oggetto che colpisce maggiormente lo spettatore è un prisma deformante attraverso cui, in alcune scene, gli attori si rivolgono alla platea, assumendo una dimensione sacrale, onirica e spaventosa. Altri oggetti fondamentali sono la telecamera e la televisione, che sono trasformati in una sorta di personaggio inquietante, la cui opprimente presenza nel nostro quotidiano viene messa in discussione. Il momento cruciale dello spettacolo consiste nella richiesta di un personaggio in mutande e pattini in linea, che boicotta un programma televisivo per invitare gli spettatori a salire sul palco e a lanciare un urlo, forse per indurli a sentirsi vivi e prendere in mano la propria vita. Nessuno ha osato accogliere la richiesta, ma chissà cosa sarebbe accaduto se uno spettatore temerario avesse accettato di mettersi in gioco.

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“Il misantropo” di Molière al Carcano

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Dal 13 al 23 dicembre il teatro Carcano di Milano ospita il Misantropo di Molière, una rilettura del capolavoro del genio francese in chiave moderna e irriverente.

La trama del Misantropo è la stessa che debuttò nel 1666 con Molière in scena: Alceste, un uomo che non sopporta le ipocrisie sociali della corte del re di Francia, si innamora perdutamente di una donna che ha fatto di tali falsità la sua ragione di vita. La versione italiana di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti è stata invece reinterpretata in chiave moderna, infatti i personaggi indossano abiti attuali coloratissimi e tendenti al kitch e la traduzione si è concessa qualche libertà, come espressioni moderne (per esempio, togliere dalla rubrica il nome di qualcuno) e parolacce che trasformano i dialoghi in turpiloqui, che abbassano il registro rispetto al testo scritto da Molière. La traduzione dal francese ha inoltre perso le rime, che conferivano al testo una certa poeticità. Unici riferimenti alla società del Re Sole, una canzone cantata in francese, un breve intermezzo al clavicembalo e l’immagine in negativo di un quadro che troneggia sullo sfondo, raffigurante una scena classica: nonostante tali omaggi al passato, la vicenda non è ambientata nella reggia francese, ma ai giorni nostri. Si nomina persino il Presidente della Repubblica, istituzione che chiaramente Molière non avrebbe mai potuto menzionare nelle proprie opere.

Così come Molière recitava le proprie commedie e in particolare il ruolo di Alceste, anche il traduttore e regista Valter Malosti ha indossato i panni del Misantropo. La recitazione degli attori è molto fisica, la gestualità è stata importante soprattutto in alcune scene, come quella che vede come protagonisti i marchesi o quella del flash back in cui Malosti è stato “utilizzato” sul palco dagli altri attori come una marionetta. L’età degli attori era molto eterogenea: Oronte, Alceste e Filinte, che in questa versione non è amico del protagonista ma solo un suo dipendente, sono i più anziani, mentre le ragazze e i due marchesi, trasformati dagli autori in due bellimbusti superficiali, sono molto più giovani; sono del tutto assenti i personaggi minori, come i servitori e la guardia. E’ doveroso ricordare che sono state molto significative anche alcune scene cantate.

Lo scenografo Gregorio Zurla ha realizzato un palco sul palcoscenico per gli attori, ai lati delle sedie sulle quali gli attori attendevano di entrare in scena; tale elemento metateatrale sottolinea l’importanza del tema del teatro nella commedia in quanto la società descritta da Molière può essere paragonata ad una recita, inoltre il personaggio del misantropo si occupa proprio di teatro. Le quinte sono state sostituite da una tenda a frange e sullo sfondo spicca il quadro in negativo già citato: l’immagine classica evoca il passato mentre i colori in negativo la modernità.

L’ambientazione moderna, come dichiarato dagli autori, voleva ricordare l’attualità dei temi trattati in quanto anche oggi in società siamo chiamati ad essere falsi e ruffiani, inoltre la complessità del personaggio del misantropo è tipica del teatro novecentesco. Il povero Alceste è infatti sincero al punto da cacciarsi in situazioni scomode non per stupidità, ma perché persegue i propri ideali, inoltre è un artista molto apprezzato. Gli autori dello spettacolo hanno voluto aggiungere un’interpretazione ulteriore al personaggio, trasformandolo in un amante possessivo, geloso e a tratti violento, che commette tali torti nei confronti della propria amata pur essendo consapevole di avere un atteggiamento sbagliato.

Il testo originale è stato stravolto anche per l’aggiunta della tematica della sessualità: Celimene non solo è ambita dai cortigiani, ma si concede a tutti, inoltre lei e Alceste sono in scena molto intimi, anche se non sono previste scene di nudo come è ultimamente in voga nel teatro sperimentale. Gli autori hanno voluto inoltre introdurre una citazione iniziale del Don Giovanni, infatti l’opera si apre con il misantropo che prova una scena di quest’altra grande opera di Molière. Il donnaiolo spagnolo, con la sua superficiale sete di fanciulle e l’amore per la vita di mondo, si contrappone alla figura del misantropo, anche se entrambi sono dotati di grande vitalità e forza di volontà. La censura che il Don Giovanni ha subito è stata una delle cause del disagio che ha spinto Molière a scrivere il Misantropo, oltre alla censura del Tartuffo, la depressione e l’abbandono della moglie. E’ interessante notare come una situazione di difficoltà possa indurre un uomo a scrivere il proprio capolavoro, un’opera dotata di meno comicità rispetto alle commedie dell’autore ma estremamente profonda.

“La bella addormentata” al Carcano

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Il Teatro Carcano di Milano a Capodanno ha ospitato La bella addormentata, ispirata al racconto di Gian Battista Basile e musicata da Cajkovskij. Il regista e coreografo è Fredy Franzutti del Balletto del Sud, che ha voluto raccontare la fiaba preferita della sua infanzia ambientandola nelle sue terre, al Sud, all’epoca di sua madre e dei suoi nonni.

Questa favola infatti non è ambientata in un fiabesco periodo senza tempo come tutti i racconti per bambini, ma ha una collocazione spazio temporale ben precisa: Salento, Seconda guerra mondiale. La favola originale è stata stravolta e modernizzata, ma le innovazioni rispettano la musica originale di Cajkovskij e i punti cruciali del racconto.
Volendo essere precisi, non ci sono riferimenti alla guerra nel primo atto, tuttavia la famiglia in cui nasce la piccola Aurora non ha sangue nobile, suo padre è semplicemente un uomo molto potente vestito alla moda degli anni Quaranta. La casa è affollata di donne per la nascita della piccola, tutte rigorosamente vestite di nero secondo le usanze del Sud. Si tratta di una scelta un po’ forzata e non particolarmente apprezzata dal pubblico perché gli spettatori del balletto classico sono abituati ad abiti colorati e sfarzosi, non stracci miseri e scuri. La protesi che avrebbe dovuto simulare la gravidanza della madre era inoltre troppo morbida e poco realistica, ma probabilmente è stata realizzata in questo modo per assecondare i movimenti della ballerina.

In occasione del battesimo, compare un simpatico pretino e due chierichetti che evocano la religiosità del Salento. Le tre fatine presenti nel lungometraggio della Disney sono state sostituite da una zingara vestita in rosa e lilla, i cui movimenti hanno incantato il pubblico. I riti meridionali relativi al battesimo prevedono infatti delle tradizioni pagane per augurare gioia e prosperità al neonato e la zingara sarebbe la sacerdotessa di tale profano rito. Purtroppo la famiglia di Aurora si è dimenticata di invitare la maga ufficiale del paese, che si reca a palazzo infuriata per lanciare il celebre maleficio. La strega, una vecchia ingobbita, viene scacciata dalla zingara.

Nel primo atto, Aurora compie sedici anni durante gli anni Cinquanta e gioca allegramente con i suoi amici a ruba bandiera in giardino, alla presenza dei genitori. Gli sguardi dei giovanotti sono tutti per lei e, su iniziativa del padre, compare una sfera stroboscopica e iniziano le danze tipiche di una discoteca, anche se i ballerini non rinunciano ai passi sulle punte. Si tratta di una soluzione originale e inaspettata, che consente al coreografo di abbattere i limiti della danza classica e di evocare l’atmosfera degli anni Cinquanta. Ad un certo punto, giunge una figura travestita che porge ad Aurora un pacco dono; la fanciulla lo apre ed estrae, anziché un fuso, una tarantola, animale che tesse e può pungere, inoltre appartiene alla fauna del sud. La misteriosa venuta è in verità la strega, che ora indossa tacchi, un lungo vestito lilla e una parrucca biondo platino. Il ballerino che la interpreta è in verità un uomo, che si muove come una donna goffa che vorrebbe essere aggraziata, ma invano. Il personaggio non risulta spaventoso ma simpatico e, a tratti, persino comico. La giovane cade preda di un sonno profondo simile alla morte, ma fortunatamente giunge la zingara lilla che pronuncia la famosa profezia per salvarla.

Nel secondo atto la villa e i suoi abitanti vengono immobilizzati da un sonno senza sogni per cinquant’anni. Studiosi e antropologi di tutto il mondo si recano nel Salento per studiarne le tradizioni e cercare la villa in cui giace la Bella Addormentata. Anziché un principe, giunge l’antropologo Ernesto, vestito di beige come un esploratore. Lo studioso si perde nel bosco alla ricerca della villa, ma fortunatamente incontra la zingara, che gli consiglia di inseguire degli uccellini blu come il mare. I due animali sono interpretati da un maschio e una femmina, vestiti con tutù tradizionali blu elettrico, forse i costumi più belli dell’intera rappresentazione. I loro passi pimpanti ed energici sono vivaci proprio come lo zampettio di due uccellini. Ernesto incontra la strega ma la sconfigge senza difficoltà, poi finalmente bacia la sua amata, risvegliandola.

Il terzo ed ultimo atto è dedicato al matrimonio; la trama è praticamente inesistente e compaiono semplicemente i festeggiamenti, in cui i personaggi, strega con boa rosso compresa, si abbandonano a balli di gruppo con movenze tipiche delle grandi feste o dei villaggi turistici, ma senza rinunciare alla grazia del balletto classico.

Purtroppo la musica è registrata e i costumi si potrebbero definire troppo poco elaborati, ma le coreografie sono incantevoli e inusuali in quanto fondono la tradizione della musica classica con la vitalità dei passi di danza moderni, pur senza rinunciare alle punte. Le coreografie sono spartane: un fondale e delle quinte in bianco e nero, forse per evocare le antiche fotografie del primo Novecento, decorate con immagini che ricordano i cartoni animati, ricollegandosi al tema delle fiabe per bambini.

“Le cognate”, una commedia con Anna Valle

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Il teatro Martinitt di Milano, dal 29 novembre al 16 dicembre, propone una commedia leggera e frizzante, Cognate – cena in famiglia, che si rivolge ad un pubblico desideroso di divertirsi affrontando temi di evasione. Il testo è di Éric Assous e la regia di Piergiorgio Piccoli, mentre nel cast compare una star del calibro di Anna Valle, che fortunatamente interpreta un ruolo volto ad esaltare le sue doti recitative oltre che la sua straordinaria bellezza, in quanto il suo personaggio è una donna ordinaria e il costume di scena che indossa non sottolinea certo il bel fisico della reginetta di bellezza, Miss Italia 1995.

Il tempo dell’azione è la nostra contemporaneità: non si menziona l’anno preciso in cui si svolgono i fatti, però si nomina il femminicidio e compaiono dei cellulari con una suoneria moderna come elementi appartenenti al nostro presente. Il luogo è un paese di campagna nella periferia di Milano.

La trama è semplice e per nulla intricata. Tre fratelli e le rispettive consorti si ritrovano per una cena nella casa di campagna di uno dei tre. Si preannuncia una serata in nome di relazioni formali e di apparenza, ma una delle mogli ha invitato una giovane, avvenente, civettuola e sessualmente disinibita e libertina ragazza, Talia, che ha rapporti ambigui con ciascuno dei tre uomini: i fratelli sono rispettivamente l’avvocato, il dentista e il datore di lavoro di Talia e non amano parlare di ciò alle mogli. Le tre cognate, Matilde, Cristina e Nicole, diventano immediatamente gelose e iniziano ad indagare un eventuale rapporto amoroso tra i loro mariti e la giovane, mentre gli uomini cadono nel panico e cercano in ogni modo di negare l’evidenza. Scoppiano rancori e bisticci, ma anche alleanze inaspettate che vorrebbero far ridere, ma non riescono a coinvolgere particolarmente lo spettatore. Complici dialoghi troppo lunghi, lenti e difficili da seguire per uno spettacolo che vorrebbe essere comico, le risate tardano ad arrivare, anche se un paio di volte il pubblico si è concesso qualche sorriso tiepido e composto.

Argomento principe della comicità è il sesso, con la seduzione esuberante di Talia e le indagini gelose delle cognate, ma si tratta sempre di battute fini, mai volgari anche quando si racconta che uno dei tre fratelli ha salutato Talia chiamandola “bella gnoccolona”, oppure quando si parla di tradimenti e gravidanze indesiderate. La morale non apertamente specificata della vicenda è che, dietro una cordiale formalità, anche nelle migliori famiglie regna il tradimento, la menzogna e la sessualità promiscua. Tutto ciò fa sorridere e rende lo spettacolo adatto alle famiglie e a quelle persone che non amano il teatro sperimentale, in favore di uno stile più tradizionale.

La recitazione era molto realistica e spontanea, è stata lodevole la scena in cui Cristina e Matilde si picchiano, o quella in cui compiono un gesto quasi analogo i tre fratelli. I dialoghi sono la colonna portante dello spettacolo e, con qualche rara eccezione, la prossemica e i movimenti degli attori sul palcoscenico sono piuttosto statici perché l’intera azione si svolge in un interno: la recitazione diventa così una piccola danza in cui ci si avvicina o ci allontana di poco, ci si alza e ci si siede in uno spazio ristretto. Uno spettatore distratto non se ne accorge nemmeno, ma ogni piccolo spostamento conferisce dinamismo all’azione.

Merita una nota negativa la scenografia, una sala da pranzo di un’ordinaria casa di campagna. Gli arredi erano troppo finti e non caratterizzavano la situazione, perciò risultavano insipidi. In particolare, non avevano alcuna coerenza con il resto dell’arredamento dei cuscini rosa confetto appoggiati su due sedie e la statua di un fenicottero rosa: nessuno arrederebbe in quel modo casa propria e avevano poco a che vedere con la personalità dei padroni dell’abitazione. I costumi maschili erano ordinari e sembravano degli indumenti utilizzati da persone realmente esistenti, ma i personaggi femminili erano vestiti con vestaglie buffe, esteticamente brutte e fuori moda, inoltre non caratterizzavano la loro personalità e non facevano risaltare le forme delle tre attrici, che erano delle belle donne e la cui bellezza avrebbe meritato maggior risalto, anche se il ruolo della femme fatale spettava a Talia. Due di loro indossavano delle sottospecie di vestaglie sformate dai colori spenti, Anna Valle portava invece un vestito marrone. Le foto pubblicate sul sito web del teatro ritraggono gli attori in abiti da sera neri molto eleganti, promettendo una realtà molto diversa. Erano invece molto graziosi il vestitino da sera di Talia e i suoi tacchi.

Consigliamo questo spettacolo a chi desidera trascorrere una serata spensierata, senza riflettere, ma non cerca spettacoli dalla comicità raffinata.

“Attila”, la prima del teatro La Scala di Milano

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Il 7 dicembre è un giorno importante per Milano: si tratta del santo patrono Sant’Ambrogio, è la sera in cui La Scala inaugura la nuova stagione con uno spettacolo di grande spessore proiettato in mondovisione, accogliendo tra i suoi stucchi dorati e i velluti scarlatti le più alte personalità del panorama italiano. Lo spettacolo è stato trasmesso su diversi maxischermi sparsi per il capoluogo lombardo, inoltre, l’assessore alla cultura ha assistito al secondo atto presso il carcere di San Vittore, dove è stata effettuata una proiezione.

Smocking per gli uomini e raffinati abiti da sera per le signore, l’evento di gala è per molti un’occasione per intrecciare prestigiose relazioni sociali e sfoggiare la propria ricchezza, ma è significativo che tale scopo sia perseguito in uno dei templi della cultura italiana, promuovendo l’arte nostrana in tutto il mondo. La prima è anche un’occasione per omaggiare l’Italia, salutando con un lungo applauso Mattarella e consorte, che sorridono al pubblico dal palco reale, e suonando l’Inno di Mameli prima dell’overture. Noi de Lo Sbuffo non abbiamo ricevuto l’ambito invito per partecipare alla prima, né abbiamo la possibilità di pagare l’esorbitante prezzo del biglietto (2500 euro in platea), perciò abbiamo assistito all’evento davanti alla televisione come la maggior parte degli italiani interessati all’opera lirica, sintonizzandoci su Rai1 alle 17.45.

Attila è un’opera giovanile di Giuseppe Verdi, il libretto è stato scritto da Temistocle Solera ispirandosi alla tragedia Attila, Koig der Hunnen di Zacharias Werner. Negli ultimi anni la prima de La Scala ha ospitato opere italiane, segno che Piermarini vuole focalizzare l’attenzione sulla produzione del bel paese. Verdi è uno dei più celebri compositori della nostra nazione e l’orgoglio della città di Milano, perciò la scelta di tale opera ha uno straordinario significato. Attila debuttò alla Fenice di Venezia il 17 marzo 1846, la vicenda intrigò Verdi per i tre protagonisti: Attila, Ezio e Odabella. Siccome il compositore non era soddisfatto del libretto, chiese a Francesco Maria Piave di effettuare alcuni cambiamenti, purtroppo Solera si offese e non collaborò più con il musicista. La prima fu un fiasco, ma oggi l’opera è piuttosto rappresentata ed apprezzata nei teatri, pur non essendo tra le più famose opere di Verdi.

La Scala è uno dei più prestigiosi teatri al mondo, perciò i maestri coinvolti sono i migliori sul panorama internezionale: il direttore musicale è il celebre Riccardo Chailly, uno dei più grandi e conosciuti maestri italiani, mentre il regista è Davide Livermore. Il protagonista, Attila, è il basso Ildar Abdrazakov, la cui voce cavernosa ha caratterizzato magistralmente l’antagonista della storia; il generale romano Ezio è il baritono George Petea e Foresto, un cavaliere di Aquileia, è il tenore Fabio Sartori, entrambi hanno interpretato con efficacia il ruolo dei cupi paladini del popolo italiano. I ruoli brevi, ma non secondari di Uldino e Papa Leone sono interpretati rispettivamente dal tenore Francesco PIttari e dal basso Gianluca Buratto. La prima donna è il soprano Saioa Hernàndez, unica cantante tra i protagonisti maschili, che incanta il pubblico interpretando Odabella un’eroina del popolo forte e coraggiosa, ma anche sensibile e segnata da un triste passato.

La tragedia a cui si ispira la vicenda trasuda nazionalismo germanico, ma l’opera verdiana è un inno alla resistenza italiana contro l’invasore che infiamma le platee risorgimentali. Per questo, anche se i protagonisti sono romani e barbari, i personaggi nominano continuamente l’Italia e lo spettatore ottocentesco italiano, udendo le loro parole, non immagina l’impero romano, ma la propria patria invasa e divisa. Forse per questo motivo la regia non ha scelto un’ambientazione classica: i personaggi indossano panni novecenteschi, lo scenario è quello tipico di una guerra mondiale. Non compaiono centurioni e barbari ma militari, parroci, cortigiani travestiti, fiamme, camioncini militari e motociclette, in un’ambientazione cupa, nebbiosa, realizzata tra le macerie di una moderna città. Unico elemento anacronistico i cavalli, degli animali reali, cavalcati dai cantanti in scena: in groppa agli animali, il leader militare Attila e il leader religioso Papa Leone. Il destriero dell’unno è nero, quello del papa bianco, pertanto le due figure si contrappongono. Lo sfondo è un maxischermo che proietta nubi di nebbia o filmati in bianco e nero in cui si raccontano flash back o si rivela lo stato d’animo dei personaggi. Quando è entrato in scena papa Leone, il fondale è diventato un quadro di arte religiosa, in contrasto con l’ambientazione moderna ma portatrice dei valori antichi e cristiani della chiesa cattolica.

Durante i numerosi intervalli, la Rai ha proposto diverse interviste a spettatori famosi e ad alcuni dei realizzatori dello spettacolo, inoltre sono state proposte alcuni filmati del back stage e dei cambi di scena. In questo modo, chi ha assistito all’opera da casa ha potuto apprezzare dei particolari che la visione dal vivo non svela. Il prodotto televisivo, anche se non potrà mai competere con la visione dal vivo, diventa dunque uno spettacolo curioso, interessante e prezioso. Molti hanno offerto la propria interpretazione dell’opera e hanno analizzato i personaggi, offrendo degli spunti di riflessione e delle chiavi di lettura allo spettatore, altri hanno invece parlato della propria esperienza personale. Elio de Le storie tese, in particolare, ha mostrato come anche gli autori di musica leggera e addirittura comica possano appassionarsi di opera lirica e trarre dalla musica classica spunto per la propria arte.