“Madre”, dove la danza diventa recitazione

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Tutto ha inizio con una donna incinta assorta nella lettura al centro del palco, presente sulla scena sin da quando lo spettatore si accomoda in sala, poi lo spettacolo ha inizio. Madre, regia, coreografia e ideazione di Michela Lucenti, è un’opera senza trama che propone diverse riflessioni sul tema della maternità attraverso la danza e la recitazione, in un miscuglio di linguaggi all’insegna della sinestesia.

L’opera vuole essere un omaggio al drammaturgo e poeta tedesco Heiner Müller e in particolare ai suoi drammi Medea e Descrizione di un quadro. Il riferimento a Medea è evidente in una scena in cui una donna lascia cadere a terra i suoi due figli neonati, due fantocci di argilla, e li trasforma in una maschera che pone sul proprio viso.

I temi principali sono il sesso, portato in scena attraverso danze che evocano un rapporto sessuale, la storia di Adamo ed Eva, le contraddizioni del ruolo di madre e la sua concezione nel passato, quando ad una regina spettava il compito di concepire un figlio maschio. Non sarebbe corretto collocare l’opera nel genere del teatro di prosa in quanto si tratta per lo più di balletti, danze simboliche e metaforiche, che non si limitano ad incantare con elaborate scenografie, poiché caratterizzano i personaggi e raccontano storie. I vari racconti portati in scena vengono narrati dall’inquietante figura di un pagliaccio, una sorta di Jocker minaccioso. La donna incinta che compare all’inizio dello spettacolo è una presenza costante per tutta la rappresentazione, una figura silenziosa e rassicurante in contrasto con il clown. Solo al termine dello spettacolo il pubblico potrà sentire la sua voce in un monologo in cui si rivolge al figlio che porta in grembo, poi il colpo di scena: la pancia è finta, si trattava di una bandiera della lotta femminista.

La danza è per lo più senza musica, fatta eccezione per un brano in francese, che ha accompagnato un sorta di festicciola di compleanno claustrofobica, e La follia di Vivaldi, su cui tre coppie hanno intrecciato i propri corpi in infiniti abbracci, in un piacevole contrasto tra antica musica barocca e danza contemporanea. Si tratta di una danza moderna, in cui le membra si contorcono in uno stile apparentemente convulso, eppure perfetto e curato in ogni dettaglio. Ogni attore è anche un danzatore e il significato dello spettacolo viene espresso per lo più attraverso il corpo, solo in secondo luogo mediante la parola.

La recitazione prevede l’utilizzo di più lingue: italiano, francese e inglese, in un piacevole eppure difficilmente comprensibile miscuglio di idiomi. Alcune scene risultano incomprensibili per gli spettatori che non comprendono le tre lingue straniere, un vero peccato considerando che i dialoghi sono pochi ma significativi. Dei microfoni sparsi per il palco amplificano inoltre le voci degli attori, trasformando le urla in echi e il respiro in sospiri.

La scenografia è minimalista, consiste un ampio fondale del colore di un cielo un po’ spento e il palco libero per consentire ai danzatori di muoversi liberamente. Talvolta vengono portati in scena alcuni oggetti necessari alle coreografie, come un tavolo e delle sedie. Si tratta di una soluzione estremamente suggestiva perché il corpo umano è il protagonista di questo spettacolo, la scenografia non è necessaria.

I costumi sono comodi per consentire agli attori di ballare, si tratta per lo più di indumenti semplici ma colorati, in cui in alcuni casi è evidente dell’ironia come nel caso delle foglie di fico di Adamo ed Eva, oppure sontuosi come nel caso della scena della madre regina. Troviamo inoltre un chiaro riferimento alle statue steatopigie, per quanto riguarda una sorta di madre natura un po’ in carne, con un’ampia gonna da gitana e il seno nudo.

Al termine dello spettacolo gli attori trasmettono un messaggio molto importante, scritto sulle magliette che indossano: “i morti sono fantasmi, noi siamo la storia”. SI tratta di un augurio di speranza e di vita, che commuove lo spettatore.

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“Una classica storia d’amore eterosessuale” al Teatro Fontana

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Una classica storia d’amore eterosessuale, andato in scena al Teatro Fontana di Milano ad opera della compagnia teatrale under 35 Domesticalchimia è la storia di una famiglia infelice. La direzione dello spettacolo è opera di due donne: Francesca Merli alla regia e Camilla Mattiuzzo alla drammaturgia.

Lo spettacolo racconta la triste vicenda di una famiglia i cui membri non hanno nome, ma sono identificati con il loro ruolo -la Madre, il Padre, il Figlio- perché rappresentano l’emblema della famigliola problematica italiana e forse europea. Una casa claustrofobica, priva di comunicazione tra i membri, che dialogano con frasi fatte –hai mangiato? Dov’è tua madre?- , in cui ciascuno è insoddisfatto e non riesce a realizzarsi. I membri della famiglia sono inoltre vittime dei luoghi comuni: una madre non può bere una birra, un padre non può piangere e un figlio è destinato ad assomigliare ai genitori.

Il Figlio è un ragazzino di undici anni in psicanalisi a causa dei problemi che, a suo dire, gli hanno provocato sua madre e in secondo luogo suo padre. Assistendo allo spettacolo è evidente tuttavia che le vere figure problematiche sono i genitori, delle cui difficoltà risente il bambino soltanto di riflesso. Massimo Scola non ha undici anni, anche se il suo volto da ragazzo pulito ben si presta ad interpretare il ruolo di un bambino. L’ingenuità e la spensieratezza del personaggio sono enfatizzate dal tono di voce e dalla mimica, nonché da un casco da ciclista che l’attore indossa per tutto il corso della rappresentazione. Tale personaggio svolge la triplice funzione di attore, narratore e spettatore della storia d’amore dei propri genitori.

Davide Pachera è il Padre, uno scrittore senza talento vittima del proprio narcisismo e pertanto mai realmente presente in famiglia. Occhialetti e giacca beige da intellettuale, si esprime con citazioni letterarie e appare solenne e distaccato. La Madre è Laura Serena, un’attrice carismatica che attira su di sé l’attenzione in quanto unica donna presente sul palcoscenico; la donna è molto giovane per il ruolo che interpreta, tuttavia ciò non intacca la buona riuscita dello spettacolo. La Madre è una casalinga insoddisfatta che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo, cerca di realizzarsi provando gli hobby più vari e strani ma abbandonandoli dopo poco tempo. Se il Padre e il Figlio indossano sempre i soliti sobri vestiti, la Madre cambia continuamente costumi di scena indossando abiti anche molto eccentrici, presenti sul palco appesi su un appendino sin dall’inizio della rappresentazione.

La scenografia è molto sempice: visibile allo spettatore sin dal suo accesso in sala per assenza di sipario, è costituita da un tavolo, delle sedie, l’appendino con i vestiti della madre già menzionato e un microfono, attraverso il quale i personaggi enfatizzano le frasi più importanti tra quelle pronunciate. Sullo sfondo vengono proiettati dei video e le indicazioni cronologiche degli eventi narrati, che non seguono un ordine temporale lineare. La musica e la rumoristica di Federica Furlani svolgono una funzione portante; è presente una breve sequenza cantata e comicamente ballata dai tre personaggi dell’habanera della Carmen di Bizet, in cui gli attori dimostrano di essere molto abili anche nel canto. I movimenti scenici sono opera di Elena Boillat.

Nonostante i temi trattati siano molto seri, l’atmosfera dello spettacolo è leggera, rilassata e spesso comica. Lo spettatore sa che ai momenti più tragici possono seguire da un momento all’altro le battute più spensierate ed esilaranti. Gli attori, soprattutto il Padre e il Figlio, interagiscono attivamente con il pubblico annullando la separazione tra palcoscenico e platea: lo spettacolo inizia quando il figlio si alza in piedi da una poltrona tra il pubblico e porge ad uno spettatore un foglio chiedendo “Dottore, mi psicanalizzi”; il Padre propone al pubblico di prendere una busta fissata sul sedile davanti a loro e di compilare il questionario con una matita dell’Ikea, che verrà restituita in seguito su invito dell’attore. Tutto ciò non sminuisce la gravità delle questioni sollevate dai Domesticalchimia: nell’impossibilità di trovare una soluzione ai dilemmi della società moderna, è possibile solamente affrontare i problemi con il riso.

Lo spettacolo offre una leggera serata di evasione in nome del riso e della riflessione. Non abbiamo tuttavia compreso la scelta del titolo: perché specificare che la famiglia è composta da genitori eterosessuali se l’omosessualità non viene mai menzionata nel corso dell’opera?

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La pistola della cassiera. Ordinarie storie di una cassiera.

Questo articolo ha partecipato al concorso Coop for words ed è arrivato in finale.

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Il mestiere della cassiera è molto faticoso e quel bambino rendeva il mio lavoro impossibile: urlava a squarciagola indicando l’ovetto Kinder, mentre la madre appoggiava stressata la spesa sul rullo, tenendo in braccio la sorellina. Mi pulsava la testa e i dieci minuti di pausa erano un miraggio lontano, ma il mio piccolo cliente non aveva intenzione di lasciarmi lavorare tranquilla. Dovevo trovare una soluzione. “Ciao, tesoro, vuoi vedere la mia pistola?” Il piccolo abbandonò gli ovetti e mi guardò con sguardo interrogativo. “Eccola qua!” esclamai orgogliosa, esibendo la pistola con cui battevo i codici a barre. Il bambino allungò la manina per afferrarla, facendomi rabbrividire: non potevo certo offrire uno strumento elettronico a quel piccoletto. “Mi spiace, non posso dartela, mi serve per sconfiggere i cattivi” gli strizzai l’occhio “Però, se vuoi, ti faccio vedere come spara.” La piccola peste annuì impaziente, mentre continuavo a battere i prodotti perché il lavoro non poteva essere interrotto per giocare con un bambino. La madre osservava la scena divertita, scaricando esausta la spesa, mentre io chiedevo al piccolo di mostrarmi il braccio cicciottello. Azionai la pistola sul suo palmo, indicandogli la linea rossa del raggio infrarossi. Il bambino rise, il mio mal di testa ebbe tregua, la madre finì di scaricare la spesa senza rallentare la fila e il centro commerciale incassò il denaro. Tutti vissero felici e contenti e io passai al cliente successivo.