“Il sogno di un uomo ridicolo”, l’amore salverà il mondo secondo Dostoevskij

Articolo pubblicato su Modulazioni Temporali.

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Il teatro Out Off ha presentato Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij, un monologo che induce alla riflessione trattando tematiche profonde e importanti come il suicidio, l’amore per la vita e la solitudine. La traduzione e la drammaturgia sono di Fausto Malcovati e Mario Sala, la regia di Lorenzo Loris, che in questi ultimi anni sta trattando il rapporto tra letteratura e teatro e non è la prima volta che affronta uno scritto di Dostoevskij.

Il sogno di un uomo ridicolo venne inizialmente concepito da Dostoevskij come un racconto fantastico: fu iniziato nel 1876 e fu inserito nel Diario di uno scrittore, che spicca per le riflessioni severe e conservatrici che rovesciano completamente il pensiero progressista dei primi anni dell’autore .

Il protagonista è un uomo ridicolo che, stanco di essere deriso dai propri simili, decide un giorno di suicidarsi ammirando una stella che brilla nel cielo. Viene però distratto da una bambina che chiede aiuto e a cui rifiuta assistenza in quanto troppo preso dalle proprie aspirazioni di morte. Quando torna a casa si addormenta ed inizia a sognare; le oniriche fantasie di quella notte saranno cruciali nel determinare le sue scelte.

Il messaggio può essere riassunto in alcune citazioni tratte dallo spettacolo: “Bisogna soffrire per amare”, “Bisogna soffrire per scoprire la verità”, ma soprattutto “Amare salverà il mondo”, la frase conclusiva con cui l’attore protagonista saluta la platea. Solo amando il prossimo è infatti possibile dare un senso alla propria vita e perseguire la felicità, una rivelazione che dissuaderà il protagonista dal suicidio.

La scenografia di Daniela Gardinazzi è alquanto singolare: poche panche riservate al pubblico sono disposte intorno alla zona centrale del palcoscenico; in scena si trovano semplicemente una poltrona e un tavolo ai lati opposti dello spazio del palco destinato alla recitazione, mentre al fianco di ciascuno di essi si trova un lumino. La platea è nascosta da un tendone e verrà rivelata al pubblico quando l’attore protagonista inizierà a recitare tra le poltroncine vuote nel monologo conclusivo, quando platea e palcoscenico invertiranno le proprie funzioni. Si tratta di una soluzione estremamente suggestiva ed efficace da un punto di vista artistico, ma piuttosto scomoda per gli spettatori, che sono costretti a restare seduti su dure panche di legno e il cui sguardo fatica a farsi largo tra le schiene di chi è seduto davanti. Le luci e la fonica di Luigi Chiaormonte hanno accompagnato la rappresentazione silenziosamente ma con efficacia.

I costumi di Nicoletta Ceccolini hanno trasformato l’Uomo Ridicolo in un pagliaccio con scarpe tricolore consumate, un vestito a righe bianco e blu, un cappellaccio beige, un cappotto blu e un naso dipinto di rosso. Mario Sala si è trasformato in un personaggio dall’andatura e dalla voce buffa, eppure ciò che diceva era serio, malinconico e tragico, così il vestiario variopinto rendeva ancora più struggenti le sue parole. A tratti la voce diventava cupa o persino rabbiosa, rendendo estremamente profondo il personaggio e per nulla simile ad una macchietta comica. Mario Sala ha interpretato egregiamente il personaggio, trasformandosi in un Uomo Ridicolo che, anziché divertire, induce a riflettere e commuove, nonostante il naso rosso da clown. L’unico personaggio in scena racconta in prima persona, ripercorrendo un sogno avvenuto nel passato e adoperandosi per svolgere quella che nel finale rivelerà essere la sua missione, vale a dire testimoniare come ha superato la volontà di suicidarsi e ha iniziato ad amare la vita.

Nonostante la gravità delle tematiche trattate, lo spettacolo è leggero perché il linguaggio è semplice e scorrevole. Il messaggio di speranza finale rallegra l’animo dello spettatore, strappando un sorriso e inducendo alla riflessione.

 

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‘Un fantasma, le tenebre’ poesia di Baudelaire

Les ténèbres

Dans les caveaux d’insondable tristesse
Où le Destin m’a déjà relégué ;
Où jamais n’entre un rayon rose et gai ;
Où, seul avec la Nuit, maussade hôtesse,

Je suis comme un peintre qu’un Dieu moqueur
Condamne à peindre, hélas ! sur les ténèbres ;
Où, cuisinier aux appétits funèbres,
Je fais bouillir et je mange mon coeur,

Par instants brille, et s’allonge, et s’étale
Un spectre fait de grâce et de splendeur.
A sa rêveuse allure orientale,

Quand il atteint sa totale grandeur,
Je reconnais ma belle visiteuse :
C’est Elle ! noire et pourtant lumineuse.

(ATTENZIONE: traduzione maccheronica di una che non studia francese da anni. Se doveste scoprire degli errori vi prego di avvertirmi. Non ho competenze nemmeno nell’ambito delle traduzioni)

Nelle cripte di abissale tristezza
Dove il Destino mi ha già sepolto (letteralmente: relegato);
Dove mai è entrato un raggio rosa (?) e allegro;
Dove, solo con la notte, scontrosa megera  (letteralmente: padrona);

Sono come un pittore che un Dio beffardo
condanna a dipingere, ahimè! sulle tenebre;
Dove, cuoco dai funebri appetiti,
Faccio bollire e mangio il mio cuore,

A tratti luccica, e si accresce (letteralmente: allunga), e si espande
Uno spettro fatto di grazia e di splendore.
Dal suo sognante fascino orientale,

Quando raggiunge la sua totale grandezza,
Io riconosco la mia bella visitatrice:
E’ lei! Nera eppure luminosa

Eccoci qui, dieci racconti di Dorothy Parker

Eccoci qui è una raccolta dei racconti dell’autrice americana Dorothy Parker, selezionati tra i più graffianti dei suoi scritti, che rivelano spietatamente le contraddizioni della borghesia americana degli anni ’20 e ’30.

Il primo racconto è Composizione in bianco e nero e riguarda l’incontro di una donna con un artista afroamericano. Pur non ritenendosi razzista, la protagonista dimostrerà di avere molto pregiudizi e di essere vittima di luoghi comuni.
Il secondo, Consigli alla piccola Peyton, racconta l’approccio alla vita sentimentale di una donna che non lesina critiche e consigli ad un’adolescente.
Il terzo, intitolato Il meraviglioso vecchio signore, illustra invece la conversazione che avviene tra i parenti di un moribondo in un salotto borghese mentre si attende che, nella sua camera al piano superiore, l’anziano signore esali l’ultimo respiro.
Mr Durant è il racconto di un aborto clandestino di una coppia di amanti costituita da un padre di famiglia e uomo in carriera e una segretaria ventenne.
Una bella bionda è considerato il capolavoro della Parker ed è il riassunto della vita di una bella signora bionda che, terminati gli anni delle sfilate di moda ed abbandonata dal marito alcolizzato, si ritrova a vivere facendosi mantenere da ricchi signori e bevendo nei locali clandestini per il proibizionismo. La protagonista, disperata, tenterà il suicidio proprio come l’autrice.
Che bel quadretto è la storia di una famiglia borghese composta da madre, padre e bambina. Il quadretto famigliare è apparentemente perfetto se non fosse che il padre ha altre idee per la testa.
Il piccolo Curtis racconta i disagi di una ricca famiglia snob che, non riuscendo ad avere degli eredi, ha adottato un bambino che non riesce ad adeguarsi al loro stile di vita.
Che peccato è la storia di un divorzio di una coppia che ha deciso di separarsi perché non ha niente da dirsi.
Cavallina racconta la permanenza di un infermiera mal sopportata dai suoi datori di lavoro a causa della sua faccia da cavalla.
Eccoci qui racconta invece il bisticcio tra due sposini in luna di miele, dovuto al caratteraccio della sposa.

Il narratore dei racconti è onnisciente e si astiene da ogni sorta di giudizio sugli eventi narrati ma il punto di vista dell’autrice, critico nei confronti dell’alta borghesia di cui ella stessa fa parte, trapela dalla scelta degli avvenimenti di cui parlano i racconti. Dorothy Parker è chiaramente contraria all’ipocrita perbenismo della sua società, alla condizione della donna confinata entro le mura domestiche e ai matrimoni tra persone che non si amano più. Alla penna di Dorothy Parker non sfugge nulla e colpisce a fondo con dei racconti che non si dimenticano.

Ho scoperto Dorothy Parker grazie ad un articolo di un giornale femminista che mi ha indotto a correre in biblioteca a prenotare uno dei suoi libri. Come rivela la giornalista all’inizio dell’articolo è molto difficile scrivere una biografia di Dorothy Parker, perciò mi affiderò a chi è riuscito in tale impresa ed eviterò di affrontare l’argomento. Oltre all’articolo di cui vi ho parlato, potete trovare informazioni sul libro e sulla vita di Dorothy Parker qui.

Il prossimo libro che leggerò dell’autrice americana è Uomini che non ho sposato, perciò tenetevi pronti ad una nuova recensione.

 

 

Canone inverso, un romanzo di musica

Canone inverso è il secondo romanzo di Paolo Maurensig ed è stato pubblicato nel 1996 da Arnoldo Mondatori Editore. Io ho letto un’edizione economica della Oscar mondatori, sulla cui copertina è riportata una bellissima foto di Paolo Gallo, raffigurante un violino appoggiato ad una parete.

Un musicofilo che ha appena vinto ad un’asta un antico violino Stainer del ‘600 riceve la visita di un individuo disposto a sborsare qualsiasi cifra per lo strumento. Essendogli richieste spiegazioni, il visitatore , un romanziere e musicista, racconta di aver incontrato casualmente un violinista di strada dallo straordinario talento musicale, un artista che avrebbe meritato di essere un concertista di alto livello anziché suonare per pochi spiccioli. Il violinista accetta di raccontare la sua storia e… non dico altro per non spoilerarvi il romanzo e rovinarvi la lettura!

Regina del romanzo è chiaramente la musica e, nel corso della lettura, è possibile scoprire delle citazioni di brani indimenticabili, come per esempio:

  • i Concerti branderburghesi di Bach;
  • la Suite in si minore di Bach;
  • il Concerto per violino e orchestra in mi maggiore di Bach;
  • la Ciaccona di Bach;
  • Scherzo di Paganini;
  • Capriccio di Paganini.

Il titolo del romanzo deriva da un passo del romanzo: “Senza che me ne avvedessi, ciò che aveva trovato il suo supremo compimento nella folgorazione niziale, aveva già cominciato da tempo la sua corsa retrograda, il suo conto alla rovescia, o, se vogliamo usare un termine musicale: il suo canone inverso.”
La struttura dell’opera è molto complessa, infatti sono presenti tre narratori: il musicofilo che acquista il violino racconta di aver incontrato il romanziere e dilettante musicista, il quale a sua volta narra il dialogo con il violinista di strada, durante il quale quest’ultimo racconta la propria storia.

I temi del romanzo sono molteplici, tra i quali citiamo la necessità di conoscere le proprie origini, il nazismo, l’universo degli strumenti a corda, l’amore per una donna, l’adolescenza e la giovinezza.

Il finale a sorpresa sbalordisce il lettore con un esito inaspettato. Maurensig a disseminato nel romanzo numerosi indizi al riguardo, che il lettore può divertirsi a ricercare nel corso di un’eventuale rilettura.

Gli amanti fiamminghi, Paolo Maurensig

Gli Amanti fiamminghi di Paolo Maurensig sembra essere un romanzo scritto forzatamente, quasi per dovere.

Il protagonista e voce narrante è un scrittore di mezza età che ha esaurito l’ispirazione (come l’autore?) e viene coinvolto dal suo migliore amico Jacopo, la di lui consorte Emma e dalla propria moglie Manola in un viaggio verso la Catalogna in automobile, proprio nel periodo in cui Jacopo ha ripreso a scrivere un romanzo d’amore, argomento di cui il narratore non è mai riuscito a scrivere nulla. Dietro una superficiale serenità di chi ha tutto quello che si può assaporare nel corso della mezza età, è evidente che l’affetto che lega i quattro amici è incrinato. Perché il protagonista si trova più volte a fantasticare di uccidere l’amico? Sua moglie Manola è in realtà innamorata di Jacopo?

I quattro amici non arriveranno mai in Catalogna perché decidono di fermarsi in Costa Azzurra e nel corso di un escursione, mentre il narratore è intento a leggere la storia d’amore dell’amico, Jacopo scompare e verrà ritrovato morto dopo qualche giorno. Nessuno riesce a ricostruire ciò che è successo, ma l’episodio distrugge la vita del protagonista: la moglie Manola chiede il divorzio, Emma lo assilla per ricevere consolazione e il quaderno con la storia d’amore rovinato dalla pioggia viene lentamente decifrato per riportare alla luce la storia degli Amanti Fiamminghi, una racconto non suo che merita tuttavia di essere pubblicato.

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Il racconto de Gli amanti fiamminghi è la storia d’amore scritta da Jacopo e ci viene raccontata come una storia nella storia. Il protagonista, che noi sappiamo essere Jacopo, decide in gioventù di fare lo scrittore e per guadagnarsi da vivere lavora presso una ditta che riproduce opere d’arte. Inaspettatamente il ragazzo si vede consegnare le redini dell’azienda e viene inviato in Francia per ritirare alcuni disegni. Qui conosce Armande, una ragazza con problemi psicologici ma incredibilmente affascinante. I due ragazzi si innamorano, ma quando il protagonista ritorna a casa non può più scriverle in quanto viene arrestato: l’azienda per cui lavorava stampava in realtà banconote false. Il ragazzo in seguito alla propria innocenza viene scagionato, ma nel frattempo Armande si è uccisa.

Premesso che so per esperienza che difficilmente i matti, per quanto affascinanti, difficilmente riescono a rimorchiare perché la gente ha paura della follia. Inoltre la storia d’amore è stata raccontata troppo sbrigativamente, con elementi magici buttati a casaccio nel racconto che andrebbero invece approfonditi . Armande è inoltre figlia del proprietario dei disegni, ma tale parentela risulta quasi ridondante nel racconto perché non viene approfondita nel dettaglio.

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Uno degli argomenti principali del romanzo è la metascrittura, infatti due personaggi del libro sono scrittori che conversano tra loro di letteratura, in particolare del blocco dello scrittore che non trova l’ispirazione per il prossimo romanzo. Il protagonista in particolare descrive egregiamente la situazione in cui si trova uno scrittore di successo che non riesce a inventare nuove storie, nonostante la venerazione dei fan; racconta inoltre l’invidia che prova per Jacopo, dotato di un talento più grande del suo.

Il testo abbonda di riferimenti dotti che spaziano dalla pittura alla musica, dalla letteratura alla filosofia poiché i quattro protagonisti sono uomini estremamente colti e si godono la mezza età dedicandosi alle rispettive passioni. Si tratta di piacevoli “chicche” che possono indurre il lettore a fare delle ricerche su internet per saperne di più.

Il voto che do a questo romanzo tuttavia è 4, perché il ritmo è troppo lento, la scrittura è forzata e molti aspetti psicologici e esistenziali di Armande sono appena abbozzati.

Recensione di ‘Chisciotte e gli invincibili’

“Il cavaliere dell’eterna giovinezza
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.”

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‘Chisciotte e gli invincibili’ è uno spettacolo teatrale del 2006 che è stato trasformato in un cofanetto costituito da libricino e dvd. Gli autori sono Polmone, il cui vero nome è Gabriele Mirabassi, uno dei massimi virtuosi odierni al clarinetto a livello internazionale, Trinità, Gianmaria Testa, colui che “le canzoni le canta, le suona e le fa“, e Erri de luca, la mente e la voce narrante di tutto lo spettacolo.

Qui non si mette in scena Chisciotte, si prende Chisciotte come titolo di una figura perfetta di eroe non raggiungibile, ma sotto questo nome solenne andiamo a individuare un po’ di storie affini, di perone che potrebbero iscriversi alla sua discendenza.” Afferma Erri de Luca per descrivere la trama del suo spettacolo e in effetti, più che raccontare le avventure di Don Chisciotte (senza il don, perché per i napoletani risulterebbe equivoco), si tratta di una summa dei suoi personaggi letterari, storici o di attualità preferiti.

La scenografia è un tavolo attorno al quale sono seduti i tre amici, una sedia vuota invece da le spalle alla platea ed è per tutti coloro, uomo o donna, che meritano di essere i Don Chisciotte di oggi. Ogni volta che il pubblico applaude gli artisti si versano un bicchiere di vino, come se fossero in osteria. Erri De Luca al proposito racconta: “ […] questo tavolo di osteria. Uscire sulla scena senza questa certezza… insomma io vengo qua, da tante serate passate all’osteria a cantare e raccontare, e a sentir cantare. Dunque senza questa solida base sulla quale mi appoggio mi sarebbe difficile affacciarmi su una platea così solenne, davanti alle persone che si spostano da casa per venirmi a sentire. Mi avvalgo della facoltà di essere cliente di questo tavolo da molto tempo, e di avere amato questo modo di passare insieme le serate.

Altri oggetti di scena sono il fantoccio di Don Chisciotte rappresentato da un attaccapanni che brandisce un ombrello e indossa uno scolapasta (che poi diventerà in alcuni punti dello spettacolo anche il copricapo degli artisti); sullo sfondo sono proiettate delle immagini molto suggestive e la luce in scena viene accesa da Erri De Luca azionando simbolicamente una lampada che pende dal soffitto.

Lo spettacolo inizia considerando i primi Don Chisciotte i migranti, sia gli italiani nel passato sia gli africani di oggi, poi gli scalatori e gli amanti. Anche una radice come la patata può essere un Don Chisciotte perché ha salvato molti dalla fame, oppure un personaggio biblico e balbuziente come Mosè o l’intellettuale Izet Sarajlic, che non fuggì da Sarajevo per la convinzione che ogni intellettuale debba restare vicino al suo popolo. I tre artisti aprono poi un paragrafo dedicato alla guerra e in particolare alla poesia di Ungaretti (“Un’intera nottata buttato vicino ad un compagno massacrato” a versi alterni), all’olocausto, agli aviatori italiani morti per nulla e al cantautore francese Boris Vian, reinterpretando in italiano la canzone Il Disertore. Ne proponiamo una versione in italiano di Ivano Fossati.

De Luca parla poi dell’indifferenza, di cui sono affetti gli ipocriti che non sanno distinguere la realtà dalla finzione e si comportano come se fossero gli spettatori di uno spettacolo di fantasia, cui sono chiamati ad applaudire anziché intervenire. Lo stesso Don Chisciotte, in un passo del libro, interverrà in uno spettacolo di marionette. Viene poi cantata la canzone di De Andrè dedicata ai suicidi. Lo spettacolo continua con “Canzone per una prigioniera” e infine un “Elogio ai piedi“, recitata da Testa dopo essersi tolto le scarpe.

Oltre al racconto di storie vere o fantastiche, nel corso dell’opera si ascoltano emozionanti a oli al clarinetto, canzoni e poesie musicate.

 

Analisi del romanzo “Cent’anni di solitudine”

Cent’anni di solitudine, il cui titolo originale in spagnolo è Cien años de soledad, è uno dei capolavori letterari più significativi del Novecento; essendo stato tradotto in più di venti milioni di copie, dal 2007 viene considerato l’opera in lingua spagnola più importante dopo Don Chisciotte della Mancia. e può essere considerato un simbolo del boom latino americano degli anni ’60 e ’70. Il romanzo è stato scritto nel 1967 dal Premio Nobel Gabriel Garcia Màrquez, l’autore sudamericano più letto al mondo.

ATTENZIONE, SPOILER!

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Large flowering sensitive plant, l’immagine di copertina del romanzo

L’Edizione tascabile

In tutte le librerie è disponibile l’edizione tascabile dell’opera dei Classici Moderni Di Oscar Mondatori, inconfondibile grazie alla bellissima opera utilizzata per l’immagine di copertina: Large flowering sensitive plant, un’illustrazione tratta da The temple of flora di Robert Thornton. L’opera rappresenta un albero esotico (probabilmente una palma, un albero del cocco o del cacao) verso la quale si dirigono in volo due uccellini in un paesaggio collinare.

L’albero è una figura ricorrente nella storia della famiglia Buendìa: il capostipite e fondatore di Macondo Josè Arcadio uendìa, per esempio, venne legato ad un castagno quando venne creduto pazzo e il suo fantasma resistette in quella posizione anche dopo la sua morte, la pianta richiama inoltre l’albero genealogico e la famiglia, i banani piantati dalla compagnia bananiera o semplicemente un elemento del paesaggio della Colombia. Persino nella profezia di Melquidades viene menzionato un albero, sempre in relazione alla triste storia del fondatore di Macondo: –Il primo della stirpe è legato a un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche.-

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La trama

“Il migliore amico è quello che è appena morto”

Il romanzo racconta le solitarie vite dei membri della famiglia Buendìa, dal capostipite all’ultimo ramo dell’albero genealogico; nel corso dello svolgimento dei fatti, i protagonisti vivono, muoiono, si riproducono e compiono imprese memorabili. L’opera tratta inoltre la storia di Macondo, fondato da Josè Arcadio Buendìa e sua moglie Ursula, i capostipiti della famiglia, che si è modificato nel corso degli anni varie bonificazioni, l’avvento degli zingari, la guerra e ogni sorta di piccolo ma inesorabile cambiamento provocato dallo scorrere del tempo sino alla fine, quando una catastrofe naturale distruggerà Macondo e tutti i Buendìa delle ultime generazioni. La conclusione della storia di Macondo arriverà sotto forma di punizione divina proprio quando le pergamene di Melquiades, uno zingaro conosciuto da Jose Arcadio Buendia, verranno tradotte dall’ultimo discendente della famiglia.

Seguire la vicenda della famiglia può essere un po’ complicato poiché molti personaggi hanno gli stessi nomi, dunque può essere utile consultare nel corso della lettura un albero genealogico come questo, proveniente da Wikipedia:

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La morale del romanzo

“Un atmosfera di destino imperscrutabile e di fatalità, storie di desolazione e di solitudine in cui la mancanza di amore alimenta i deliri del potere.” (Prefazione)

La morale del romanzo viene svelata solamente verso la fine dell’opera: inizialmente attraverso gli indizi individuabili nelle parole del narratore onnisciente, in seguito da ciò che Aureliano scopre nelle pergamene di Melquiades. Cent’anni di solitudine racconta come ciascun essere umano sia condannato a vivere, lottare e soffrire in solitudine, senza mai essere pienamente compreso dalle persone che lo circondano. La solitudine viene presentata come un ingrediente indispensabile seppur doloroso nella vita umana, è il sentimento principale provato da tutti i personaggi della storia ed è provocata dall’incapacità di amare e di offrire solidarietà al prossimo. Anche i morti patiscono questa condizione di solitudine quando ritornano sulla terra e, paradossalmente finiscono per stringere amicizia con coloro che furono nemici in vita.

“Il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine”

Nell’opera viene inoltre presentata una concezione della storia circolare, comparabile quasi ad un eterno presente, infatti di generazione in generazione gli eventi sono destinati a ripetersi, senza che si verifichi alcun progresso per i cittadini di Macondo. E’ il caso della ribellione dei liberali contro i conservatori, durante la quale il colonnello Aureliano divenne eroe di guerra. Non molto tempo dopo la conquista dei conservatori gli operai della compagnia bananiera attuano una lunga serie di scioperi, in cui viene coinvolto come sindacalista Josè Arcadio Secondo, che vengono brutalmente repressi dall’esercito provocando la morte di tremila scioperanti. José Arcadio sarà il solo sopravvissuto oltre a un bambino d’identità ignota: fuggirà dal treno diretto al mare per eliminare i cadaveri della strage e ritornerà a Macondo. Solo la decifrazione della profezia di Melquiades potrà spezzarel’eterno presente in cui vive cristallizzata la città di Macondo e permettere al tempo di seguire un corso lineare.

Un romanzo totale che, in uno scenario biblico di decadimento, riesce a dare spessore e solidità mistica alla realtà.

“Un romanzo totale che, in uno scenario biblico di decadimento, riesce a dare spessore e solidità mistica alla realtà.” (Prefazione)

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Uno scrittore rivoluzionario

Gabriel Garcìa Marquez, Gabo, per gli amici ha inserito nel romanzo molti elementi della propria vita vissuta. Nato ad Aracataca nella Colombia atlantica, il suo anno di nascita è avvolto nel mistero: secondo alcuni venne alla luce nel 1928, ma la versione più credibile festeggia il suo compleanno il 6 marzo 1927. Primogenito di sedici figli, nacque dal telegrafista Gabriel Eligio Garcìa e dalla chiaroveggente Luisa Màrquez Iguaràn. In Cent’anni di solitudine figurano delle zingare chiaroveggenti e che Pilar Ternera, l’amante dei fratelli Aureliano e Josè Arcadio era in grado di predire il futuro con le carte proprio come la madre dello scrittore.

I genitori si trasferirono a Barranquilla affidando il bambino ai nonni materni. Nicolàs Ricardo Màrquez Mejìa, il nonno dell’autore, era un vecchio colonnello di fede liberale come Aureliano ed accompagnò realmente il nipotino in uno stabilimento della multinazionale United Fruit per vedere il ghiaccio. La nonna Tranquilina Iguaràn Cotes trascorse gran parte della sua vita vestita a lutto come Ursula e Amarante, sostenne di essere una confidente dei morti (e spesso a Macondo i fantasmi interagiscono con i vivi), e fu una straordinaria narratrice di storie mirabolanti o magiche, analoghe a quelle che compaiono nel romanzo. Il villaggio in cui il futoro scrittore visse la sua infanzia fu messo in ginocchio dal boom bananiero, in quel periodo si verificarono eventi non dissimili da quelli narrati nel romanzo.

Nel 1936 il nonno morì e Màrquez raggiunge i genitori a Sucre dove, grazie ad una borsa di studio, riuscì a frequentare le scuole a Barranquilla e poi a Zipaquirà. Diplomatosi nel 1946, iniziò a studiare legge all’Universidad Nacional di Bogotà; in questi anni scrisse i primi racconti per El Espectador, per dimostrare ad un amico che la propria generazione era ancora capace di produrre scrittori. Nel 1948 però in Colombia dilagava la violenza politica perciò le università vennero chiuse e allo scrittore non restò che abbandonare gli studi, ritirarsi sulla costa a Cartagena e dedicarsi al giornalismo. L’autore lavorò per due anni come redattore di El Universal, dopodiché si trasferì a Barranquilla, dove collaborò con Hel Heraldo e si unì ad un gruppo letterario di giornalisti e scrittori che fu molto importante per la sua formazione.

In una rubrica di commenti in libertà chiamata La Jirafa, firmandosi con lo pseudonimo Septimus, lo scrittore tracciò i profili di alcuni personaggi che sarebbero comparsi in seguito nelle sue opere. Fu l’inizio di un florido periodo di produzione artistica che durò quasi quarant’anni, durante il quale Màrquez scriverà praticamente un unico grande libro sul tema della solitudine. Nel 1951 terminò Foglie morte ma non riuscì a farlo pubblicare; ebbe invece successo il racconto L’inverno, poi ribattezzato Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo, che è ambientato in un universo incantato e terribile di un villaggio caraibico molto simile a Macondo di Cent’anni di solitudine ed è intriso del medesimo senso di solitudine. Nel 1953 per mantenersi divenne rappresentante di libri, poi tornò a Bogotà per riprendersi il posto di redattore di El Espectador.

Nel 1955 riuscì finalmente a pubblicare Foglie morte (in cui compare nuovamente il personaggio di un colonnello) inoltre uscì Racconto di un naufragio, un reportage sul naufragio del marinaio Velasco. In altri racconti di questo periodo si ritrovano alcune tracce di Cent’anni di solitudine: ritroviamo infatti le pasquinate che devastano la vita di un villaggio soffocato dal caldo e le peripezie di un colonnello cui nessuno scrive mai e che alleva galli da combattimento.

Lo scrittore, che in questo periodo si era occupato anche di cinematografia, venne poi inviato in Europa, dove frequentò per alcune settimane un corso al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, quindi si stabilì a Parigi, dove affrontò una dura situazione economica in quanto la dittatura colombiana di Rojas Pinilla aveva sospeso la pubblicazione dei giornali indipendenti.

Nel 1957 raggiunse Caracas e nel 1958 si trasferì a Barranquilla, dove si sposò con Mercedes Barcha. Dopo la rivoluzione si trasferì a Cuba per lavorare a Prensa Latin, l’agenzia giornalistica fondata da Fidel Castro. Fino al 1960 ne fu il corrispondente da Bogotà, poi venne trasferito a New York ma perse il posto in seguito a manovre di potere, perciò si trasferì in Messico, dove nacquero i suoi due figli Rodrigo e Gonzalo.

Nel 1967, dopo aver riflettuto sul progetto per una quindicina d’anni, iniziò a scrivere Cent’anni di solitudine (che nel 1982 gli permetterà di vincere il Nobel) che terminò dopo soli diciotto mesi, riscuotendo un successo straordinario, che gli permise di trasferirsi a Barcellona, dove visse sino al 1975. Nel 1972 gli vinse il prestigioso premio Ròmulo Gallegos e destinò la somma ottenuta ad un gruppo rivoluzionario venezuelano. Nel 1975 cerca disperatamente un nuovo linguaggio con Autunno del patriarca, un musicale poema in prosa in cui si riconosce ancora vividamente l’impronta di Cent’anni di solitudine.

Nel 1976 dichiarò inoltre di abbandonare la letteratura per protesta contro il regime cileno di Pinochet, successivamente iniziò a girare il mondo come giornalista, impegnandosi in favore dei popoli oppressi. Un comportamento degno del colonnello Aureliano Buendia!

Nel 1981 Cronaca di una morte annunciata racconta un fatto realmente accaduto, che affronta il dramma della responsabilità collettiva nel microcosmo sociale caraibico. Nel 1982 ottenne il premio Nobel per la Letteratura e nel 1985, anno in cui morì suo padre, venne pubblicato L’amore ai tempi del colera.

Negli ultimi anni di occupò inoltre di discorsi, molti dei quali sono stati raccolti ne Non sono venuto a far discorsi (2010), e di reportage. Collaborò a diverse produzioni televisive e, 1992, firmò con altri intellettuali connazionali una petizione per la fine della guerra nel suo paese, cambiando dunque posizione politica. Nel 1997 abbandonò il paese a seguito di una situazione che definirà “invivibile e insicura”. Dieci anni dopo venne invitato a pronunciare un discorso davanti ai membri dell’Accademia della Lingua spagnola e ai reali di Spagna in occasione del suo ottantesimo compleanno.

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Macondo, immagine tratta da statoquotidiano.it

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Un libro che merita il Nobel

Cent’anni di solitudine ebbe un successo così strepitoso da diventare il termine di paragone delle altre opere di Gabriel Garcìa Marquez, che a loro volta vengono tutt’ora lette come un’anticipazione o un prolungamento del capolavoro; l’opera permise inoltre a Gabriel Garcìa Màrquez di diventare non solo uno scrittore di successo, ma di partecipare al boom letterario latinoamericano insieme ai romanzieri Mario Vargas Liosa, Julio Cortàzar e Carlos Fuentes. Garcia giustifica con questa frase l’incapacità dei libri precedenti di ottenere un’analoga fortuna: –Ho sempre creduto che il cinema, con il suo tremendo potere visivo, fosse il mezzo di espressione perfetto. Tutti i miei libri precedenti a Cent’anni di solitudine sono come intorpiditi da questa certezza.– Nonostante lo straordinario ed immediato successo del romanzo, il Nobel per la letteratura arrivò decenni più tardi, nel 1982.

Il libro di Màrquez riesce a scardinarsi da ogni sorta di folclore, testimonianza naturalistica di maniera e dalla denuncia politica fine a se stessa per raccogliere in un solo romanzo i valori e l’immaginario della Colombia e dell’intero continente sudamericano, in cui il suo popolo e le nazioni vicine potessero riconoscersi e con cui fosse possibile raccontare il Sudamerica al resto del mondo.

Il 1967, anno di pubblicazione del romanzo, fu un periodo particolarmente fortuito per pubblicare un opera politicamente impegnata. Il ’68 era infatti alle porte, così la nuova generazione di rivoluzionari e la società in subbuglio non aspettavano altro che trovare un’opera letteraria in cui specchiarsi. Garcìa Marquez era un attivo sostenitore del regime cubano e fu per lunghi anni sostenitore del sistema sovietico e il suo libro venne letto in chiave politica da molti. L’autore risponderà: “Credo che il dovere rivoluzionario dello scrittore sia scrivere bene […] Il romanzo ideale è un romanzo assolutamente libero, che non solo inquieta per il suo contenuto politico e sociale, ma anche per il suo potere di penetrazione nella realtà; e meglio ancora se è capace di rivoltare la realtà per mostrarne il rovescio”.

Luis Borges scriverà del romanzo: “Si tratta di un libro originale, al di sopra di ogni scuola, di ogni stile e privo di antenati”, ma è evidente che Gabriel Garcia Marquez si lasciò influenzare da Faulkner, Kafka, Juan Rulfo, Virginia Woolf, Hemingway, Greene e Sofocle. L’opera viene inquadrata nel Modernismo e nel movimento letterario legato alla rivista cubana Vanguardia.

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Un libro di storia e politica

“E’ più facile iniziare una guerra che finirla”

Parallelamente alle vite dei membri della famiglia Buendìa avviene l’evoluzione della cittadina di Macondo, che può essere considerata una metafora della storia della Colombia, anche se i fatti non sono narrati in ordine cronologico ma seguendo gli sbalzi temporali voluti dall’autore. I saccheggi dei corsari inglesi lungo la costa spagnola del XVII secolo sono rappresentate nel libro dagli assalti di Francis Dake a Riohacha, che provocarono la fuga degli antenati dei Buendia. La fondazione di Macondo e alcuni eventi successivi come l’arrivo degli zingari, la costruzione della chiesa e l’entrata in scena del “correggitore” governativo conservatore, fanno riferimento alla colonizzazione della Colimbia (1830 circa), dopo la dissoluzione della Grande Colombia di Simòn Bolivar.

La guerra dei mille giorni (1899-1901), combattute dal colonnello Aureliano, si è conclusa realmente con la resa dei liberali, che hanno firmato la pace nella compagnia bananiera di Neerlandia il 24 ottobre 1902, stipulando un accordo che venne successivamente ratificato a novembre su una nave statunitense. Nei primi del XX secolo si verificò la venuta della tecnologia, che si manifesta nel romanzo attraverso la comparsa di tanti piccoli oggetti simbolo di modernità, e della multinazionale nordamericana United Fuit Company, rappresentata dalla compagnia bananiera di Mr. Brown e nominata anche nella prolessi iniziale.

L’omicidio dei 17 figli del colonnello Aureliano rappresentano i primi omicidi politici nella Colombia degli anni ’20, in un periodo chiamato La Violencia. Una strage dei lavoratori bananieri in sciopero da parte dell’esercito come quella vissuta da Josè Arcadio secondo si è veramente verificata a Santa Marta nell’ottobre del 1928. Anche i cicloni tropicali e le alluvioni sono una metafora del clima ambientale ella foresta amazzonica distrutta per seminare banani, con conseguenze disastrose per una regione sottoposta a piogge abbondanti. La depressione economica dei villaggi bananieri è un omaggio a Aracataca, il paese d’origine dell’autore. Pur trattandosi di avvenimenti accaduti in Colombia, il nome del paese non viene mai menzionato, forse perché nell’Ottocento, epoca in cui si svolgono buona parte dei fatti narrati, lo stato della Colombia non esisteva ancora.

Anche se Macondo è un luogo mitico, l’autore gli ha conferito una collocazione ben precisa: la cittadina sorge infatti nella foresta pluviale colombiana nella penisola della Guajira, non lontano dal Mar dei Caraibi. Considerando che i fondatori hanno viaggiato per due anni partendo da Riohacha prima di fondare Macondo, è probabile che la cittadina si trovi diverse centinaia a sud della stessa: nei dintorni della Sierra Nevada de Santa Marta, vicino ad Aracataca, città natia dello scrittore. Makond era il nome di uno dei villaggi bananieri abitati dai grignos vicino ad Aracataca, davanti al quale passava il piccolo Garcia Màrquez quando si recava con la madre a trovare alcuni parenti. Makond era un vilaggio cinto dal filo spinato, oltre il quale era possibile intravedere il ricco universo dei nordamericani, popolato da belle donne eleganti, case maestose, leggi e stili di vita completamente diversi per il quale il piccolo futuro scrittore iniziò a considerare Makond la città ideale.

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La stazione ferroviaria di Macondo

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Temi dell’opera

Lo stile della scrittura è semplice e favolistico, la narrazione veloce e ricca di avvenimenti. Ispirandosi alla tecnica dello scrittore argentino Jeorge Louisorges, che scrisse Il giardino dei sentieri che si biforcano, l’autore non narra i fatti in ordine cronologico ma inserisce numerose cornici temporali, analessi e prolessi, come il celebre incipit: “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.” Tale scelta stilistica rende il tempo del racconto estremamente remoto, quasi epico.

Un altro elemento che accomuna Cent’anni di solitudine al boom latinoamericano degli anni ’60 e ’70 è il realismo magico, un filone letterario in cui gli elementi magici appaiono in un contesto realistico in cui non mancano eventi storici e scene appartenenti alla sfera quotidiana, senza suscitare scandalo o scetticismo nei personaggi. Le vicende sovrannaturali accadute ai membri della famiglia Buendìa permisero all’autore di inserire nel racconto alcuni miti e leggende locali. Tra i numerosi eventi magici ricordiamo l’apparizione del fantasma del defunto Prudencio Aguilar, la levitazione di padre Nicanor Reyna, la preveggenza del colonnello Aureliano, il fantasma di Melaquiades, l’ascensione al cielo di Remedios La Bella, l’apparizione dell’Ebreo Errante, il diluvio della durata di quattro anni. E’ molto probabile che queste storie furono ispirate ai racconti fantastici della nonna dell’autore.

L’artista è un abile prestigiatore nell’alternare elementi fantastici al quotidiano, così i personaggi della storia agiscono sullo stesso palcoscenico dei fantasmi e degli incantesimi e interagiscono tra l’oro in un’atmosfera che rasenta la mitologia. Quando i personaggi entrano in contatto con il divino, anziché soprendersi o spaventarsi, interagiscono in tutta calma, sentendosi perfettamente a proprio agio.

E’ curioso notare come molti personaggi di Cent’anni di solitudine portino i nomi di amici e famigliari dell’autore, è il caso di Màrquez, Gabriel (nipote del colonnello liberale Nicolàs Màrquez Mejia, proprio come il personaggio fittizio Gabriel è nipote del colonnello Gerineldo Màrquez), Iguàran e Cotes. La madre di Marquez ispirò inoltre il personaggio di Ursula. La malattia dell’insonnia che annulla i ricordi, oltre ad essere una critica all’America Latina che ha dimenticato il proprio passato, è un riferirmento all’Alzheimer, una malattia purtroppo molto diffusa nella famiglia Màrquez.

Nell’opera sono presenti numerosi riferimenti all’alchimia e all’esoterismo, un gioco letterario strutturalista di significati e numerose tematiche psicoanalitiche, come quella dell’incesto. Quest’ultima non sarebbe soltanto un evidente riferimento al complesso d’Edipo, ma anche una causa della distruzione della stirpe inevitabile per una famiglia e un paese rinchiuso in se stesso. Sono stati inoltre rilevati degli archetipi antropologici junghiani e dei simboli di amore e di morte.

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Giudizio finale

Si tratta di un’opera veramente particolare per l’ambientazione, i fatti narrati e lo stile adottato dall’autore. Il ritmo del racconto tuttavia è estremamente lento perciò ho impiegato mesi per terminarlo, inoltre è molto difficile seguire lo svolgimento dei fatti senza confondere i personaggi, chiamati quasi tutti allo stesso modo. Ho apprezzato invece moltissimo l’ambientazione magico-realistica, infatti spero presto di leggere altri libri dell’autore.

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Scorcio di Macondo, immagine tratta da iriscroll.com