La civetta ha fatto il bis (e mi offre un pretesto per ironizzare sulla lingua latina)

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E’ la seconda volta che Athenae Noctua mi investe dell’Owl price, un riconoscimento assegnato mensilmente ai post di carattere culturale più interessante. L’articolo che mi ha permesso di fare il bis del premio della Civetta è I filtri d’amore nell’antica Roma, una ricerca sulle testimonianze che ci sono pervenute sui filtri d’amore.

Sinceramente non mi aspettavo che il mio post meritasse un premio perché non sono abituata a ricevere complimenti relativi alla mia conoscenza del latino, è infatti ancora vivido il ricordo dei brutti voti, dei corsi di recupero, delle ripetizioni, delle poesie imparate a memoria. Latino però significa anche delle pellicine delle unghie dei piedi di Trimalchione e delle corse degli aurighi, della saggezza di Seneca e delle perle degli Epicurei, della dolcezza di Orazio e del passerotto di Catullo, degli astuti suggerimenti di Ovidio e delle cronache di Livio, delle Vite parallere di Plutarco e delle eroiche imprese narrate da Virgilio. Naturalmente sono troppo pigra per averli letti tutti, ma citarli opportunamente è già un inizio e fa molto figo…

Il mio rapporto con le lingue antiche è sempre stato un po’ particolare: mi è sempre piaciuto leggere i classici così, quando la prof proponeva una versione che avevo già letto, riuscivo a strappare un 6,5 o un sei, ma nella maggior parte dei casi i miei voti non superavano il 5. Ragazzi, credete a me, il latino può anche essere carino da leggere quando non avete solo due ore per tradurre una versione complicatissima o quando non siete sottoposti allo stress delle interrogazioni. Io sono fiera di indugiare ogni tanto sulla letteratura latina e di stupire i profani con le sentenze dei dotti nonostante non ci abbia mai capito un tubo! Ma perché il latino è come il peperoncino: se si esagera diventa insopportabile, ma una spolveratina ogni tanto, senza fatica e senza impegno, è più che salutare: FAC SAPIAS ET LIBER ERIS, apprendi e sarai libero.

Grazie al premio conferitomi dall’amica e follower Cristina mi sono sentita una secchiona in latino per la prima volta in vita mia e mi sento un po’ a disagio, come se non lo meritassi veramente. Eppure sono sicura che gli antichi non ci hanno lasciato le loro parole solo per torturare gli studenti, ma preferirebbero che noi leggessimo comodamente in poltrona e ascoltassimo il loro messaggio. Male che vada, potremo esibire orgogliosamente qualche latinorum sgrammaticato per farci fighi con gli amici.

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PS: Un consiglio per i maschietti del ginnasio: guardate la vostra tipa intensamente negli occhi e recitate i pochi versi di Catullo che ricordate con voce sexy e cavernosa. Lei non capirà un tubo ma, se siete meno pustolosi e rachitici dei rospi che solitamente si iscrivono al classico, il suono esotico della lingua di Romolo e Remo la faranno crogiolare di desiderio per voi.

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I filtri d’amore nell’Antica Roma

Abbiamo appurato che l’arte della seduzione sta a me come la pedicure agli zoccoli di un cavallo, perciò ho deciso di mandare a quel paese lenti a contatto, scollature e tacchi alti in favore dei ben più efficaci filtri d’amore. Naturalmente sto scherzando, però ho comunque deciso di dedicare un post a questo genere di stregoneria del passato.

Internet abbonda di deleterie cialtronerie riguardanti disgustose ricette Wikka,  rimedi della nonna e altri assurdi intrugli in cui molti sembrano credere veramente, Acqua e limone tuttavia diffida dai ciarlatani e seleziona soltanto fonti storiche accertate per descrivere non tanto l’incantesimo in sé, ma piuttosto per parlare dell’importanza che tali credenze hanno avuto nella nostra cultura. Anche a causa delle varie stupidaggini diffuse in rete dagli amanti dell’esoterismo che impediscono di distinguere il vero dal falso, tralascerò la storia dei filtri d’amore nel Medioevo e mi soffermerò sull’Antica Roma.

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Vasellame in vetro rinvenuto nella laguna di Venezia (notizie.antika.it)

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Amatoria pocula, incantesimi illegali

Il nome latino dei filtri d’amore è amatoria pocula. Se il primo termine non necessita di spiegazioni, è forse il caso di specificare che il secondo significa bicchiere, tazza o si riferisce comunque ad un generico recipiente utilizzato per bere. Si tratta dunque di una bevanda d’amore, l’ideale per soggiogare un bel ragazzo che non ci degna di uno sguardo o per sedurre la fanciulla dei vostri sogni.

L’utilizzo dei filtri d’amore era malvisto sin dagli antichi: essendo venduti da ciarlatani dalla dubbia reputazione, che li preparavano con ogni sorta di schifezza solubile in acqua, tali preparati erano considerati dei potenti veleni ed erano vietati persino nelle XII tavole del V secolo a.C., il primo codice di leggi scritte romano. Il concetto verrà poi ripreso dalla Lex Cornelia de sicariis et veneficiis, emanata da Silla nell’81 a.C., che prevedeva la pena di morte per i colpevoli. Nonostante ciò, gli amatoria pocula erano molto diffusi in ogni ceto sociale ed erano un elemento ricorrente nell’immaginario collettivo romano, tant’è che compaiono in vari aneddoti relativi a celebri personaggi romani.

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Le follie dell’imperatore Caligola

De vita caesarum è un’opera di Svetonio composta dalle biografie degli imperatori romani sino a Domiziano. Le biografie di Svetonio non si basano soltanto sulle fonti ufficiali come testimonianze oculari, decreti, senatus consulta, verbali del Senato o le opere di Gaio Asinio Pollione, Cremuzio Cordo o le Res Geastae Divi Augusti, ma ricorrono spesso anche a scritti propagandistici e diffamatori, testimonianze orali e tutto ciò che può alimentare il gusto per l’aneddoto, il curioso e il pettegolezzo. Sarà forse per questo motivo che, quando nel IV libro si accinge a scrivere la biografia di Caligola, l’imperatore più pazzo della storia di Roma, non esita a riportare una bizzarra informazione sulla sua vita amorosa:

“Creditur potionatus a Caesonia uxore amatorio quidem medicamento, sed quod in furorem verterit.”
“Si crede che sua moglie Cesonia gli fece bere un filtro d’amore, ma che ciò lo rese pazzo.”

Svetonio non dedica altre righe a tale diceria né abbiamo altre prove contro la buona fede della matrona Cesonia, tuttavia è interessante notare le singolari condizioni in cui i due sposi si sono innamorati (copio qui sotto il testo originale, tenete tuttavia presente che non siamo a scuola perciò sentitevi liberi di bruciare il dizionario di latino e prendere in considerazione soltanto il testo tradotto):

“Lolliam Paulinam, C. Memmio consulari exercitus regenti nuptam, facta mentione aviae eius ut quondam pulcherrimae, subito ex provincia evocavit ac perductam a marito coniunxit sibi brevique missam fecit interdicto cuiusquam in perpetuum coitu. Caesoniam neque facie insigni neque aetate integra matremque iam ex alio viro trium filiarum, sed luxuriae ac lasciviae perditae, et ardentius et constantius amavit, ut saepe chlamyde peltaque et galea ornatam ac iuxta adequitantem militibus ostenderit, amicis vero etiam nudam. Uxorio nomine [non prius] dignatus est quam enixam, uno atque eodem die professus et maritum se eius et patrem infantis ex ea natae. Infantem autem, Iuliam Drusillam appellatam, per omnium dearum templa circumferens Minervae gremio imposuit alendamque et instituendam commendavit.
“Lollia Paolina era sposata con l’ex console C. Memmio, comandante di armate. Caligola, avendo sentito parlare di sua nonna come di una delle più belle donne del passato, la fece subito ritornare dalla provincia, se la fece cedere da suo marito per sposarla lui stesso [ma che schifo!] e ben presto la rimandò indietro, vietandole per sempre di aver rapporti carnali con chicchessia. Cesonia non era di particolare bellezza e nemmeno nel fiore degli anni, per di più aveva già avuto tre figli da un altro marito, ma era corrotta e viziosa. Provò per lei una passione ardente e duratura a tal punto che spesso la mostrò ai suoi soldati mentre cavalcava al suo fianco con mantello, scudo ed elmo; agli amici la fece vedere anche nuda. La onorò con il titolo di sposa; quando ebbe partorito, in un solo e medesimo giorno si proclamò suo marito e padre della bambina che aveva messo al mondo. Chiamata la bambina Giulia Drusilla la portò nei templi di tutte le dee e la posò nel grembo di Minerva che pregò di nutrirla e allevarla.”

La strana passione dell’imperatore per una donna anziana deve certamente aver suscitato scalpore nella metropoli e non c’è da stupirsi che la donna sia stata accusata di chissà quale maleficio. La povera Cesonia tuttavia non centra nulla con le celebri follie che hanno reso Caligola uno dei pazzi più celebri della storia, infatti Svetonio racconta:

“Valitudo ei neque corporis neque animi constitit. Puer comitiali morbo vexatus, in adulescentia ita patiens laborum erat, ut tamen nonnumquam subita defectione ingredi, stare, colligere semet ac sufferre vix posset. Mentis valitudinem et ipse senserat ac subinde de secessu deque purgando cerebro cogitavit.”
“La sua salute non fu ben equilibrata né fisicamente né psichicamente. Soggetto ad attacchi di epilessia durante la sua infanzia, divenuto adolescente, era abbastanza resistente alle fatiche, ma qualche volta, colto da un’improvvisa debolezza, poteva a mala pena camminare, stare in piedi, riprendersi e sostenersi. Lui stesso si era accorto del suo disordine mentale e più di una volta progettò di ritirarsi per snebbiarsi il cervello.”

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Lucrezio … un demente suicida?

Lucrezio è uno dei poeti e dei filosofi epicureismi più famosi di Roma, ll De rerum naturae, la sua opera più famosa, è un capolavoro della saggezza umana. Tra le poche informazioni biografiche sul suo conto troviamo però le sconcertanti affermazioni che San Girolamo ci rivela nel suo Chronicon:

“Titus Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et per intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, sua manu se interfecit anno 44”.
“Nasce il poeta T. Lucrezio, che dopo essere impazzito per un filtro d’amore e aver scritto alcuni libri [del poema?] negli intervalli della follia, che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all’età di quarantaquattro anni”.

Secondo alcuni commentatori moderni, esisterebbe un nesso tra la leggendaria assunzione di un filtro d’amore e la concezione di Lucrezio dell’innamoramento come Insania (follia), un sentimento che destabilizza l’animo e annienta l’equilibrio razionale. Altri invece ritengono che si tratti soltanto di una calunnia diffusa da San Girolamo per screditare la dottrina pagana di Lucrezio e il suo poema materialista ed epicureo, che sosteneva la mortalità dell’anima, spacciandolo per il delirio di un folle e di un suicida con la sportività che contraddistingue i primi cristiani. Non è certo che il poeta si sia suicidato, sebbene il De rerum naturae sia rimasto incompiuto, né si ritiene corretto tentare di individuare nel celebre poema le tracce di un’eventuale psicosi clinica, nonostante i continui paragoni tra amore e follia effettuati da Lucrezio.

San Girolamo ha tratto le informazioni su Lucrezio dal De Poetis, un’opera di Svetonio degli inizi del II sec. D.C. oggi andata perduta di cui il santo si serviva abitualmente. Ci troviamo di fronte dunque ad un secondo riferimento ai filtri d’amore nelle opere di Svetonio e potrebbe non trattarsi di una coincidenza: può darsi infatti che lo storico fosse particolarmente interessato ad aneddoti di questo genere.

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Il crimen magiae di Apuleio

Un altro importante episodio della storia romana sui filtri d’amore riguarda Apuleio, il celebre autore de Le metamorfosi che, oltre ad essere un brillante scrittore, era anche un filosofo platonico, seguace di vari culti iniziatici ed esperto di magia bianca.

Nel corso di uno dei suoi numerosi viaggi, mentre si dirigeva ad Alessandria lo scrittore sosta ad Oea, attualmente conosciuta come Tripoli, ove viene ospitato dal vecchio compagno di studi Ponziano. La madre dell’amico, la ricca vedova ormai sfiorita Emilia Pudentilla, decide di sposarsi con Apuleio e, nonostante le iniziali ritrosie dell’amato, riesce a convolare a nozze.

Poco tempo dopo Ponziano muore e i parenti di Pudentilla, per non perdere l’eredità, accusano Apuleio di aver sedotto la donna con un filtro d’amore a base di strani pesci marini per impossessarsi dei suoi beni. Viene dunque avviato un processo a carico dell’accusato nella città di Sabartha, al cospetto del proconsole romano Claudio Massimo, tra il 158 e il 159 d.C. Secondo la Lex Cornelia, le accuse di Crimen magiae avrebbero potuto costare ad Apuleio la pena di morte, il quale tuttavia riesce ad ottenere l’assoluzione grazie alla mancanza di prove incriminanti e ad una brillante orazione difensiva, pubblicata con il titolo di Apologia o Pro se de magia.

Il testo pervenuto sino ai nostri giorni, che rispecchia lo stile spettacolare della seconda sofistica, è un rifacimento a posteriori del discorso realmente pronunciato in tribunale, infatti è privo delle espressioni tipicamente adottate in contesti giudiziari ed è troppo lungo per essere recitato in una orazione pubblica. Apuleio ha adottato uno stile dinamico, con un lessico e un registro molto vario, con cui smentisce brillantemente delle accuse infondate e ne approfitta per sfoggiare la propria cultura.

Il riassunto in italiano dell’Apologia è disponibile cliccando su questo link: http://www.sunelweb.net/modules/freecontent/index.php?id=546

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Le ricette di Ovidio

Nell’antichità venivano commercializzate ogni sorta di porcherie per stregare l’oggetto del nostro amore o per rinvigorire il furore amoroso dei maschietti, molte delle quali erano nocive per l’organismo. Nell’Ars amatoria, la sua opera più famosa, Ovidio condanna i pericolosi filtri d’amore propinati da fattucchiere e ciarlatani, spesso prodotti con ingredienti pericolosi per l’uomo: sarebbero infatti di gran lunga più utile ed efficace l’assunzione di erbe e piante officinali. A questo proposito, Ovidio consiglia alcune ricette naturali a base di cipolla bianca proveniente dalla Grecia, pinoli, erica e miele. Anche le mandorle comporterebbero degli effetti positivi in amore e molti altri alimenti che oggi abbiamo smesso di considerare medicamentosi o magici. Spero che vi divertirete a scoprire, nel corso della lettura del poema, con quanta semplicità gli antichi cercavano di ottenere effetti medici, se non addirittura magici, con le sostanze più semplici.

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Vasellame in vetro rinvenuto nella laguna di Venezia (notizie.antika.it)

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Conclusioni

I filtrica d’amore, come molte altre schifezze, erano molto diffuse tra i superstiziosi dell’antichità sebbene la società avesse ormai compreso la differenza tra credenza religiosa e magia da ciarlatani. Siccome molto spesso le fattucchiere che producevano tali rimedi utilizzavano sostanze pericolose (mi piace immaginare i poveri amanti non ricambiati colpiti da coliche, nausee e cagarelle varie), la legge era molto severa nei confronti dei produttori come dei consumatori, infatti era prevista la pena di morte sin dai tempi più antichi. I filtri d’amore tuttavia erano un elemento ricorrente nell’immaginario collettivo romano e venivano menzionati nei pettegolezzi e nelle malelingue o sfruttati come strumento di diffamazione a tal punto da comparire nelle biografie di alcuni “vips” della storia romana come Caligola, Lucrezio e Apuleio.

Resta comunque valida la sentenza riportata da Seneca nelle Epistulae Morales ad Lucilium:

Hecaton ait, – ego tibi monstrabo amatorium sine medicamento, sine herba, sine ullius veneficae carmine: si vis amari, ama -.
Dice Ecatone: “Ti indicherò un filtro amoroso, senza pozioni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama.”

Questo post a vinto il premio Owl Prize, conferito dal blog Athenae Noctua

 

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Analisi di “Agora”, un film di Alejandro Amenàbar

Agora è un film di Alejandro Amenàbar del 2009 che racconta il sacrificio di Ipazia, unica brillante studiosa donna della biblioteca di Alessandria, uccisa da alcuni monaci fondamentalisti protocristiani.

Si tratta di un lungo che ha saputo sin dall’inizio conquistarsi un occhio di riguardo dai parte dei media per non poche ragioni: oltre al fascino che circonda il personaggio di Ipazia e alla costruzione di una TRAMA avvincente e apprezzabile nonostante le numerose forzature storiche, si tratta di una delle poche pellicole della storia del grande schermo ad aver sfidato il dissenso del Vaticano per aver osato raccontare i massacri e le ingiustizie commesse dai proto cristiani in epoca tardo antica.

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Un’eroina bellissima

Kαλὸς καὶ ἀγαθός, bello e buono: con questa espressione si indicava nell’antica Grecia l’ideale di perfezione umana da un punto di vista etico ed estetico, vale a dire un individuo in cui fossero riscontrabili sia la bellezza fisica sia il valore morale.

Come ogni eroina che si rispetti, Ipazia è sempre stata rappresentata nel corso dei secoli con una massiccia dose di bellezza e bontà e Amenàbar, ben consapevole di quanto il carisma e il sex appeal degli attori sia determinante nella riuscita di un progetto cinematografico, non ha nessuna intenzione di opporsi alla tradizione: la scienziata alessandrina viene infatti interpretata da Rachel Weisz, che la triologia de La mummia ci ha abituati a riconoscere nei panni di una romantica, avventurosa e un po’ maldestra bibliotecaria degli anni d’oro dell’archeologia. Come cantava Guccini, “Gli eroi son tutti giovani e belli”, e Ipazia, che per quel che ne sappiamo avrebbe anche potuto essere una topa di biblioteca racchia e bisbetica, non fa eccezione.

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Consacrata alla scienza

Corpo mozzafiato sotto la severa tunica da studiosa alessandrina, capelli raccolti in una sobria ma raffinata treccia francese per scoprire lo splendido viso, caratterino autoritario, intraprendente e dolcissimo. Sebbene non si abbandoni mai ad atteggiamenti provocatori, Ipazia ha tutte le carte in regola per sbaragliare il cuoricino e gli ormoni di ogni maschione della biblioteca della capitale d’Egitto e, essendo l’unica studiosa donna tra soli uomini, non c’è studioso, docente o discepolo che non cada ai suoi piedi. L’avvenente filosofa tuttavia è decisa ad evitare ogni coinvolgimento sessuale o affettivo. Ma come fa a resistere?

Il povero Oreste, il ricciolino più affascinante d’Egitto interpretato da Oscar Isaac (che figo!), non esita a paragonarla alla perfezione della musica pur di conquistarla, ma la giovane non solo ignora le sue avance con la piena approvazione del padre Teone (quale donna avrebbe accettato di sottomettersi ad un marito padrone, in tempi duri come quelli? Quale padre degno di tale nome vorrebbe soffocare con il matrimonio la libertà della figlia? Nemmeno io lo avrei sposato, ma sarei stata più che favorevole alla convivenza o ad una semplice avventura perrchè si tratta veramente di un bel ragazzo!), ma umilia pubblicamente il giovanotto offrendogli in dono un fazzolettino sporco del proprio sangue mestruale. Un gesto un po’ eccessivo nei confronti di un ometto innamorato e di noi donne tutte soprattutto in quanto, nel porgere il singolare omaggio, Ipazia ha insinuato che nella femmina ci sia qualcosa di impuro rispetto al maschio. Speriamo che il gesto di Ipazia si tratti di una provocazione…

Il regista racconta in un’intervista: “Le cronache dell’epoca raccontano che non si sposò e non ebbe figli e dedicò tutta la sua vita alla filosofia e alla scienza. Ho discusso del personaggio con Rachel Weisz, l’interprete di Ipazia, le ho spiegato che non volevo nessuna implicazione sessuale o amorosa con i suoi studenti perché l’ipotesi più attendibile è che sia morta vergine. Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Si tratta di una scelta che non è stata affatto apprezzata dal pubblico, perché le questioni sentimentali al cinema non possono essere solo accennate: o si omettono completamente, o si inventano di sana pianta qualora le fonti storiche non vengano in aiuto, oppure si specifica per quale motivo la protagonista è determinata a restare vergine. Il pubblico vuole sapere!

Da un punto di vista contenutistico invece Amenàbar è stato saggio a non manipolare, almeno sotto questo aspetto, la biografia di Ipazia: la scienziata è infatti una martire della scienza, una scomoda macchia di sangue sulla coscienza della Chiesa e un’icona nella storia e nella scienza femminile, non sarebbe giusto attribuirle una scelta di vita che non fosse veramente sua soltanto per intrattenere gli spettatori. Qualunque siano le ragioni della studiosa, è triste notare come un gran numero di donne elleniche abbiano dovuto rinunciare all’amore, al sesso e agli affetti famigliari per dedicarsi ad occupazioni un tempo precluse al genere femminile: non è necessario restare vergini per studiare matematica, ipotizzare un collegamento tra le due cose è estremamente offensivo nei confronti di tutte le donne ed è dunque giusto rispettare la triste scelta di Ipazia.

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La mia analisi

Non sono un’esperta di cinema, però secondo me Ipazia vorrebbe trovare il moroso. Il suo problema è che è circondata da maschietti un po’… stronzi!

Innanzi tutto la poverina viene costretta a decidere tra matrimonio e carriera, tra libertà e amore; si tratta di una scelta che nessuna donna dovrebbe mai compiere, a cui molto spesso non viene nemmeno concessa la facoltà di decidere autonomamente, così il matrimonio si trasforma in sottomissione. Oreste sembrerebbe un ottimo partito ma commette un errore essenziale: per conquistare Ipazia la paragona alla musica. Ipazia ride e gli risponde con un fazzoletto sporco di sangue per ricordare che le donne devono essere ammirate in ogni aspetto della loro femminilità, non c’è nessun bisogno di idealizzarle per negare quelle parti che a molti piace considerare impure. Anche la scena in cui non si lascia sedurre per osservare le stelle non sarebbe disinteresse verso Oreste, il ragionamento alla base del comportamento della ragazza è molto simile a quello che induce i maschietti a rifiutare il sesso il giorno della finale dei mondiali: se stai per risolvere un dilemma matematico che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità il sesso è rimandato… o no?

Infine arrivano i Cristiani, che sembrano incapaci di scindere amore e sottomissione; la libertà individuale di Ipazia si trasforma a questo punto in uno scomodo ideale politico da soffocare. La matematica riesce a salvarsi proprio grazie all’amore, seppur non ricambiato. Cari maschietti, madre natura vi ha fatto più forti di noi non per sottometterci, ma per aiutarci. E voi chi vorreste essere, degli amici o dei despoti?

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La violenza sulle donne

E’ doveroso aprire una piccola parentesi dal sapore femminista.

Ipazia non viene massacrata soltanto per essersi rifiutata di abbandonare la propria filosofia pagana e di sottomettersi al predominio cristiano, ma anche in quanto donna indipendente e influente nella comunità alessandrina. Nel marzo del 415 infatti la studiosa fu brutalmente catturata mentre faceva ritorno alla sua abitazione in lettiga, dopodiché fu spogliata e uccisa mediante dei cocci ed ogni sorta di atroce sevizia (le furono per esempio cavati gli occhi) per volere del vescovo Cirillo. Le sue spoglie furono poi smembrate e date alle fiamme.

«Secondo le cronache Ipazia fu letteralmente fatta a pezzi, volevo una fine più sopportabile per il pubblico, ho scelto la lapidazione, che fa anche parte della realtà di oggi in alcuni paesi.» (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Nel film infatti il massacro viene notevolmente addolcito: rifiutatasi di fuggire, Ipazia si consegna spontaneamente ai monaci parabolani che, dopo averla svestita, le tolgono la vita mediante la lapidazione ma poco prima del massacro l’ex schiavo Davo, innamorato follemente della padrona, l’aiuta a perdere i sensi per non provare dolore mentre la donna osserva con rimpianto l’oculus della cupola che in prospettiva assume la forma di un ellisse,  una figura geometrica che Ipazia studiò approfonditamente. Ipazia non è dunque di un normale individuo, poiché della donna chiamata Ipazia sono sopravvissute pochissime testimonianze, ma di una martire della scienza, anzi, di più, di un Cristo ateo sacrificatosi per l’umanità, come il regista stesso racconta in un’intervista.

Amenàbar ha reso la vicenda di Ipazia accessibile al grande pubblico anche grazie a interventi che addolciscono la realtà storica, tuttavia forse sarebbe stato più corretto non celare la sofferenza di Ipazia dietro esigenze narrative e raccontare tutto il male che ha dovuto subire.

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Una studiosa in anticipo sui tempi

Siccome le opere di Ipazia sono state distrutte, nessuno conosce quale sia stato il suo contributo alla scienza; le fonti dell’epoca sono tuttavia concordi nell’affermare che ha rivestito un ruolo primario tra gli intellettuali dell’epoca.

Amenàbar attribuisce alla studiosa teorie che poco hanno a che vedere con le conoscenze scientifiche dell’Ellenismo, ma che appartengono invece alla Rivoluzione Scientifica. “Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista. Ma è un peccato che non sia rimasto niente.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Attribuendole delle verità che mai la studiosa avrebbe potuto affermare, il regista rende immediatamente evidente il falso, trasformando così un brillante contributo alla scienza in qualcosa di straordinario, conferendo all’intera vicenda un sapore più gustoso per gli amanti del grande schermo. Scegliendo nello specifico le scoperte di Galileo e Keplero, Amenàbar decide di trattare degli argomenti conosciuti anche dai meno acculturati, rendendo l’opera accessibile ad un pubblico molto ampio.

Nel film Ipazia è un’insigne maestra del Sistema Tolemaico, che all’epoca si stava consolidando a scapito di tutte le altre teorie formulate, e riflette con i propri discepoli su quesiti che sarebbero poi stati risolti solo durante la Rivoluzione Scientifica. Rielaborando le teorie di Aristarco  e intuendo l’esistenza del principio d’inerzia, il primo a teorizzare un sistema eliocentrico, l’Ipazia del film ipotizza che la Terra gira intorno al Sole e, mediante il cono di Apollonio, intuisce la forma ellittica delle orbite dei corpi celesti.  Il regista lascia inoltre intendere che, se la studiosa non fosse stata uccisa, il modello astronomico di Keplero sarebbe stato anticipato di 12 secoli.

La filosofa riflette inoltre sulla possibile esistenza di altri mondi oltre a quello terrestre. Dimostrando di possedere una visione dell’universo e dell’esistenza umana molto simile a quella contemporanea, caratterizzata da una sensazione di smarrimento nei confronti del caos dell’esistenza. Un tale approccio può anche essere dovuto ai considerevoli mutamenti politici in atto in quel periodo.

Il regista a mio parere avrebbe dovuto elaborare più accuratamente l’aspetto scientifico-filosofico del film. Come avrebbe potuto infatti Ipazia anticipare Galileo senza effettuare alcuna osservazione empirica dell’universo? E una volta giunta alle sue stesse conclusioni, perché non considera il suo modello una speculazione su cui discutere con gli altri filosofi? Dopotutto non possedeva un cannocchiale per scrutare la volta celeste e l’astrolabio di sua invenzione non era sufficiente per dribblare i maestri del Seicento.

Mi rendo conto che ipotizzare che la bella Ipazia avesse anche inventato il pensiero scientifico sarebbe risultato eccessivo, ma mi stupisco che il regista non abbia percepito la necessità di ipotizzare con quale approccio filosofico la scienziata del film si sia relazionata con le sue stesse teorie.

Mi sorprende inoltre che il regista non abbia affrontato le implicazioni filosofiche della teorizzazione di un sistema eliocentrico con orbite ellittiche sulla percezione dell’universo. Prima delle straordinarie intuizioni di Keplero, l’umanità era abituata ad immaginare l’essere come una meccanismo perfetto costituito da forme perfette: stiamo parlando di sfere e circonferenze, figure dotate di un solo fuoco. Considerando le orbite dei corpi celesti come degli imperfetti ellissi, i fuochi da prendere in considerazione diventano due, di cui uno solo è occupato da una stella; l’universo geometrico e finito di Tolomeo si trasforma così in un enorme entità informe e priva di centro, dove la Terra occupa solo una posizione marginale.

Mi si spezza il cuore senza un centro” afferma un’emozionatissima Ipazia nel corso dell’elaborazione della rivoluzionaria teoria, descrivendo lo smarrimento che devono aver provato gli scienziati del ‘600 scoprendo di non essere altro che degli insignificanti puntini dispersi nell’universo. Ci sarebbe piaciuto molto fantasticare su quali avrebbero potuto essere le teorie filosofiche formulate da uno studioso alessandrino sulle basi di scoperte scientifiche dell’età moderna, purtroppo il regista non era affatto interessato ad approfondire tale argomento.

Il regista si è inoltre dimenticato di menzionare il fatto che Ipazia non era soltanto un’eccellente astronoma, ma era anche a capo della scuola neoplatonica presso la biblioteca della città. Si tratta di un’omissione tutt’altro che trascurabile, considerando che avrebbe permesso di giustificare l’importanza di Ipazia nella biblioteca senza appellarsi a scoperte scientifiche effettuate 12 secoli dopo la sua nascita.

Mi rendo conto, caro Amenàbar, che preferisci l’astronomia alla filosofia, ma avresti dovuto cercare di accontentare un po’ tutti, affrontando entrambi gli argomenti!

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Il sistema eliocentrico di Copernico, da Wikipedia

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La biblioteca di Alessandria

Secondo me se non avessero distrutto la Biblioteca alessandrina oggi l’uomo sarebbe arrivato su Marte” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

La scene cruciali della vicenda sono ambientate nella biblioteca di Alessandria, ove Ipazia è uno degli insegnanti e degli studiosi più apprezzati. La biblioteca di Alessandria è rappresentata nel film come un enorme palazzo in pietra cui si accede attraverso un’imponente scalinata e ornato con elementi decorativi egizi; al centro della cupola dell’edificio principale è situato un oculus non dissimile da quello del Pantheon di Roma. Innumerevoli papiri sono conservati su scaffali di legno, sebbene è più probabile che nella realtà fossero inseriti in loculi scavati all’interno delle pareti.

Nel film i tesori della biblioteca vengono distrutti in una scena memorabile, enfatizzata dapprima dall’inquadratura dei papiri lanciati in aria che “svolazzano” in prossimità dell’oculus e dal capovolgimento della telecamera che riprende i parabolani intenti nella loro spaventosa opera di distruzione, successivamente da un’inquadratura aerea che riprende, accellerandoli, i caotici movimenti dei monaci che si aggirano come tante minacciose formichine nere per i cortili della biblioteca. In seguito gli edifici della biblioteca verrano utilizzati dai cristiani per attività pubbliche di vario genere.

In verità la distruzione della biblioteca iniziò molti anni prima della nascita di Ipazia, a causa di un incendio inavvertitamente provocato dalle truppe di Giulio Cesare; un’intera sezione dell’edificio chiamata Serapeum fu invece distrutta dal fuoco nel corso del III secolo. Altri tumulti, capitanati dal patriarca della città (cristianizzata) Teofilo, avvennero nel 415 e culminarono proprio con la morte di Ipazia, come ci viene raccontato dal film, tuttavia la biblioteca venne definitivamente distrutta solo dopo la conquista islamica dell’Egitto.

Nel 642 o 646 (la datazione è controversa), il secondo califfo dell’Islam Omar ibn al-Khattāb pronunciò la famosa frase: “Se il contenuto dei libri si accorda con il Corano, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c’è alcun bisogno di conservarli.” E i rotoli della biblioteca iniziarono ad essere impiegati come combustibile per i bagni termali di Alessandria. Secondo Eutichio erano circa quattromila, perciò ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.

I volumi conservati nella biblioteca erano circa 700 000 e la loro distruzione fu una terribile perdita per l’umanità. Il regista trasmette magistralmente la drammaticità dell’evento con un memorabile scambio di battute avvenuto poco prima dell’ingresso dei parabolani nella biblioteca. Ipazia ordina angosciata al proprio schiavo Davo: “Salva solo le opere importanti! Lascia stare quelle minori!” e l’allievo risponde smarrito: “Quali sono le opere minori?”.

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I cristiani come antagonisti

Agora è il primo film in cui i protocristiani rivestono un ruolo da antagonista: i monaci vengono infatti rappresentati come dei rozzi, barbuti e ignoranti fanatici nerovestiti che impongono con la violenza e l’inganno la propria fede, interpretando letteralmente le Scritture e utilizzando la religione per giustificare i crimini più ignobili nei confronti delle altre dottrine religiose e correnti di pensiero. La telecamera si trasforma nel critico occhio del giornalista per riprendere le scene di barbarie, raccontando i fatti come se si trattassero di eventi di cronaca; dei dialoghi estremamente incisivi portano invece in scena le riflessioni alla base dei folli gesti dei fanatici.

Agora critica inoltre l’incapacità dei credenti di qualsiasi religioni di accantonare le differenze e le ostilità per convivere in amicizia, apprezzando le somiglianze che li accomunano e stimandosi reciprocamente. Secondo il regista infatti il film “Ma non vuole offendere la Chiesa, è contro l’intolleranza e il fanatismo, da qualunque parte provenga.”

La filosofia pagana non permette all’umanità soltanto di interrogarsi sui grandi misteri della natura senza fidarsi ottusamente di un libro per progredire scientificamente, ma anche di continuare a dubitare per migliorare se stessi e evitare di commettere errori. Proprio per questo motivo Ipazia si rifiuta di convertirsi alla religione dominante: non può esserci libertà, ricerca e pace nella sottomissione, inoltre l’uomo ha bisogno di potersi mettere costantemente in discussione. “Voi non potete dubitare delle cose in cui credete” afferma Ipazia in una memorabile scena del film “Io devo”.

La salvezza dunque risiede nel dubbio, nella ricerca e nel confronto con gli altri; la fede non è errata in sé, ma può portare all’incapacità di ragionare con la propria testa e di accettare la diversità altrui, inoltre può essere sfruttata per la manipolazione delle masse, com’è evidente nella sua strumentalizzazione da parte delle prime autorità cristiane per prendere il potere.

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Il Cristianesimo secondo Amenàbar

Il Cristianesimo è stata la prima dottrina schierata contro la schiavitù: essendo tutti uguali in quanto figli di Dio, abbiamo il diritto all’uguaglianza sociale e il dovere di amarci reciprocamente. Il risultato di tale affermazione è stata la diffusione a macchia d’olio della nuova religione soprattutto tra gli schiavi e i ceti meno abbienti, che per la prima volta si sentivano considerati e rispettati dalla società; nel film lo schiavo Davo abbandonerà per lo stesso motivo la propria padrona Ipazia, nonostante la stima e l’amore che prova per lei, per vivere in libertà.

Nel conflitto ideologico che costituisce uno dei temi centrali del film Amenàbar evoca la polemica nietzschiana nei confronti del Cristianesimo: sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita (per essere poi trasformata in servitù della gleba nel Medioevo, ma questo è un altro discorso), siamo diventati tutti schiavi nei confronti di una nuova autorità oppressiva, Dio stesso. L’uguaglianza quindi non è un presupposto per perseguire la massima felicità, ma un minimo comune denominatore che annienta la liberta e la diversità di ciascuno e la vita stessa è una forma di schiavitù nei confronti dei Cieli: uno solo Dio sostituisce tutte le divinità, una sola dottrina schiaccia ogni possibile pensiero.

In Agora la contrapposizione tra fede e filosofia si concretizza anche in due differenti scuole di retorica: da una parte troviamo infatti la scuola attica dei filosofi, che privilegia un’esposizione chiara e razionale dei contenuti per condividere con razionalità e chiarezza le proprie opinioni con gli interlocutori, dall’altra la retorica asiana, con cui i cristiani tentano di impressionare emotivamente i fedeli con uno stile “stupefacente”, che nel film è accompagnato anche da falsi miracoli e da insulsi gesti rituali.

La scuola ateniese può essere anche sfruttata per persuadere del falso (i sofisti ne erano maestri), ma nel caso specifico del film gli studiosi se ne avvalgono per condividere le proprie conoscenze e ricercare il vero insieme ai propri colleghi, perseguendo il bene comune; i cristiani invece mirano al predominio e non esitano ad ingannare e offendere pur di riuscire nei propri scopi, ciò è evidente per esempio nella scena in cui camminano sulle braci pur di impressionare le masse e gettano un filosofo tra le fiamme, oppure quando celebrano i funerali di un vescovo tra enfatiche cerimoniosità per commuovere i fedeli raccolti in preghiera. [NB: si tratta di un mio parere personale, mi assumo le responsabilità di quanto ho scritto in questi due paragrafi]

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Un film scomodo per il Vaticano

Agora è stato distribuito nelle sale dei cinema occidentali nel 2009, ma è giunto in Italia con un anno di ritardo, più precisamente il 23 aprile 2010, in seguito alle polemiche scatenate dalla Chiesa.

Dopo che le barbarie dei parabolani, la crudeltà di un vescovo venerato come un santo e le responsabilità della chiesa nella distruzione della meravigliosa cultura pagana furono accolte dalla Cei con un ostile silenzio stampa e qualche commento stizzito tra i membri della commissione, iniziò una lunga serie di polemiche circa la proiezione del filmnella nostra penisola. Sono ancora visibili oline i commenti del popolo di Internet al riguardo, è stata persino indetta una petizione per richiedere la distribuzione in Italia di Agora.

Consapevole delle polemiche che avrebbe suscitato il film si dice lo stesso regista: «Quello che abbiamo raccontato spiega l’autore di Mare dentro è un periodo del cristianesimo mai portato al cinema. Ma il film non vuol essere offensivo nei confronti dei cristiani, piuttosto un forte atto di denuncia contro l’intolleranza. Volevo far vedere che la storia di allora non è così diversa dal nostro presente: certo, il cristiano di oggi non uccide, ma altre forme di estremismo sì». Pensate a proposito, prosegue Amenábar, «che Agora è stato vietato ad Alessandria d’Egitto per timore che potesse scatenare violenze da parte dei musulmani nei confronti della minoranza cristiana. Come vedete la storia si ripete»” (Gabriella Gallozzi, 20.04.2010, “Alejandro Amenábar: Il Vaticano ha nascosto la mia «Ipazia» con una coltre di silenzio”, l’Unità).

E’ inoltre significativo notare come il trailer italiano abbia subito delle modifiche per non affrontare direttamente le tematiche bollenti del film. A questo proposito, vi consigliamo di leggere l’interessante articolo di donnapratica.com:

http://www.donnapratica.com/articoli/2010/04/06/esce-in-italia-il-film-agor%C3%A0-ipazia-ma-il-trailer-italiano-%C3%A8-diverso-dallestero

E’ infine molto triste apprendere che il film è stato censurato nella città di Alessandria perché avrebbe potuto provocare delle aggressioni nei confronti delle minoranze cristiane in cità da parte delle maggioranze islamiche. Mutano le dottrine in conflitto, dunque, ma non le ragioni che inducono gli uomini a massacrarsi a vicenda.

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Un film contro i crimini protocristiani, ma non contro il Cristianesimo

Contrariamente da quanto hanno pensato in molti, Agora non è affatto ostile al messaggio di libertario ed egualitario di Cristo. I veri cristiani credono infatti che gli uomini debbano essere tutti uguali e si aiutano l’un l’altro, poiché ritengono che il miracolo di Cristo sia visibile nello sguardo di chi chiede aiuto.

Il regista dunque non ha nulla contro la dottrina cristiana in sé, ma condanna aspramente ogni situazione in cui il credo di una religione viene elevato a modello unico (immagine) di ciò che dovrebbe pensare e pronunciare l’essere umano, precludendo così il pensiero umano, oppure quando la religione viene strumentalizzata dalle autorità.

Secondo Amenàbar inoltre anche alla cultura pagana spetta una massiccia dose di critiche per non aver mai riconosciuto alcun diritto agli schiavi. La stessa Ipazia non è un esempio di perfezione proprio per l’atteggiamento autoritario e schiavista con cui si rivolge ai suoi servi, pur trattandoli con una considerazione maggiore rispetto a molti altri aristocratici pagani. Il film non è dunque una cieca critica contro i cristiani, ma una costruttiva proposta di riflessioni su tematiche sociali riguardanti avvenimenti che, pur essendosi verificati più di un millennio fa, ci riguardano ancora da vicino.

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Anacronismi

Il regista ha manipolato, forse un po’ brutalmente, le fonti storiche per rendere più accattivante la trama del film. Oltre alle modifiche descritte in precedenza, è singolare notare come Sinesio, ispirato ad un religioso realmente esistito sia stato trasformato in una persona completamente differente dal personaggio storico.

Come si viene a sapere da Encomio alla calvizie, uno scritto di Sinesio di Cirene, il discepolo di Ipazia  era calvo, non dotato della folta criniera dell’attore del film; lo studioso inoltre non era celibe e nemmeno casto, ma era sposato ed era padre di tre figli e non avrebbe potuto trovarsi ad Alessandria nel 415, quando morì Ipazia, poiché morì due anni prima, nel 413. In vita fu un intellettuale tollerante e animato da un convinto spirito filosofico ma non fu mai dogmatico, infatti scrisse in una lettera indirizzata al fratello nel 410: «Non mi stancherò mai di ripetere che il saggio non deve forzare le opinioni degli altri, né lasciarsi forzare nelle proprie».

Altra grave imprecisazione, l’accusa di stregoneria rivolta ad Ipazia: i protocristiani ne combinarono parecchie, ma la caccia alle streghe non aveva ancora avuto inizio, o semplicemente aveva un altro nome.

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Giudizio finale: 8

Ho apprezzato moltissimo questo film poiché ha trattato delle tematiche che mi stanno molto a cuore, tuttavia non gli ho attribuito un voto troppo alto perché avrei preferito che il regista si attenesse maggiormente alle fonti storiche, anche a costo di realizzare un film di nicchia, accessibile soltanto a pochi intellettualoidi. Il film inoltre presenta alcune imperfezioni per quanto riguarda il montaggio e il ritmo della narrazione, troppo lento e non sufficiente armonico per garantire il giusto coinvolgimento emotivo; il regista inoltre non è stato capace di amalgamare correttamente le tre tematiche del film (il filone politico, scientifico e sentimentale), facendo così risultare la narrazione sbrigativa e poco esaustiva in diverse scene del film.

Ciò non significa che non vi sto consigliando di correre in biblioteca a prenotare il dvd di Agora, si tratta di un film che tutti dovrebbero conoscere, soprattutto noi donne.

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Un inno ad Iside da un papiro del III-IV secolo (Nag-Hammadi, Egitto)

Una dea magnifica, un fuoco di onnipotente femminilità. Ave o Iside!!!

Studia Humanitatis - παιδεία

Perché io sono la prima e l’ ultima
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la madre e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità,
Io sono la Madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica.

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San Valentino pagano

Vi siete divertiti il giorno di San Valentino? Ebbene, signori miei, telefonate alle vostre fidanzate perché la festa non è ancora finita!

Il giorno degli innamorati non è nient’altro che la cristianizzazione delle Lupercalia, una festività latina che iniziava il 13 febbraio e terminava il 15 febbraio. Non uno, ma ben tre giorni di coccole con il/la vostro/a lui/lei, non siete contenti? Vediamo nel dettaglio in che cosa consisteva questa festività latina …

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UNA FESTA DI LUPI E CAPRONI SACRI

Il calendario romano era leggermente in anticipo rispetto al nostro, così il 15 febbraio coincideva con l’inizio della primavera, che veniva considerato dai romani un periodo di rinascita e fertilità in cui si purificavano le abitazioni cospargendo di sale e farina i pavimenti. Si trattava anche di giorni di timore e angoscia per i romani, poichè i lupi affamati si spingevano sino agli insediamenti umani per cibarsi dei greggi così, per difendersi, i latini chiedevano aiuto al dio Lupercus, il protettore degli ovini e del bestiame, organizzando feste in suo onore.

Niente puttini e cuoricini, dunque, ma lupi affamati e pecorelle impaurite dovrebbero popolare la celebrazione della festa più romantica dell’anno!

Il lupo ricorre anche in altre tradizioni legate al 14 febbraio, poichè tale data era anche la ricorrenza dell’allattamento di Romolo e Remo da parte della lupa più famosa della storia. I sacerdoti del dio Lupercus, i Luperci, celebravano in una grotta sul colle Palatino dei rituali in onore dei gemellini.

Dionisio di Alicarnasso e Plutarco ci raccontano che le Lupercalia celebravano la fertilità, infatti veniva organizzata una corsa a piedi i cui partecipanti, residenti sul Palatino, dovevano gareggiare nudi, con le pudenda ricoperte dalle pelli degli animali sacrificati in onore del dio Pan Liceo (“dei lupi”). Per garantire l’abbondanza del nuovo anno, le strade della città erano inoltre cosparse del sangue degli animali sacrificati a Lupercus.

http://lkmag.blogspot.it/2011/02/quand-remonte-la-saint-valentin.html

La curiosa tradizione deriva, secondo una leggenda narrata da Ovidio, da un particolare rimedio che permise la conclusione di un periodo di sterilità delle donne che si verificò durante il regno di Romolo. Preoccupati per le sorti della città, i latini si recarono in processione sino al bosco consacrato a Giunone e supplicarono la dea di accorrere in loro aiuto. Attraverso lo stormire delle fronde, la dea madre accorse in loro aiuto proponendo una soluzione un po’… estrema! Le fanciulle romane avrebbero dovuto accoppiarsi con un caprone sacro.

Un saggio augure etrusco risolse la questione proponendo un’interpretazione soft del comandamento divino: le matrone di Roma furono così fustigate (ma poverette!!!) con le pelli di un capro sacrificato. Il triste rituale fu celebrato e, nove mesi lunari dopo, la città fu allietata dalla nascita di tanti giovani latini.

La curiosa leggenda e la singolare corsa campestre non sono i soli aspetti piccanti dell’antica festività pagana. I giovani seguaci del dio Lupercus inserivano il proprio nome in un’urna, dopodichè si sorteggiavano le coppie che avrebbero vissuto in intimità sino alle Lupercalia dell’anno successivo. I partecipati potevano pescare un partner gradito come ritrovarsi accoppiati ad un infelice consorte, ma una cosa è certa: nessuno correva il rischio di festeggiare San Valentino in soliudine!

E LA CHIESA SI OPPONE …

Un secolo dopo la proibizione della celebrazione dei culti romani da parte di Teodosio I, i Lupercalia erano ancora una delle festività più apprezzate dai cittadini di Roma. Di pagani ne erano rimasti pochi poichè il cristianesimo si era affermato come religione di stato da tempo, ma l’antica tradizione era sopravvissuta alle riforme e godeva di grande successo, seppure a titolo puramente folkloristico.

Papa Gelasio I non poteva tollerare che la tradizione sopravvivesse alla censura cristiana, così nel 495 d.C. scrisse ad Andromaco, il princeps Senatus dell’epoca, un vero e proprio trattato confutatorio in cui rimproverava ai cristiani di Roma la celebrazione della festa.

Non si sa di preciso sino a quando sopravvisse la festa del del dio Lupercus, ma in pochi anni il papa riuscì a sopprimere le Lupercalia sostituendole con il casto e politicamente corretto culto di San Valentino.

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IL SANTO PROTETTORE DELL’AMORE

Per sostituire Lupercus lo sporcaccione, il papa sfruttò il culto di San Valentino, trasformandolo nel santo più romantico del caledario. San Valentino, nato a Terni nel 175 d.C., era il candidato perfetto per diventare il patrono degli innamorati poiché celebrò il matrimonio tra un legionario romano e una fanciulla cristiana ed era celebrato come portatore di un profondo messaggio d’amore.

Il culto del santo fu condito con zuccherose e devote leggende sul suo conto che permisero a colombe, rose rosse e ad altri celebri simboli d’amore di entrare a far parte dell’immaginario della festa di San Valentino. Si tratta di tradizioni tra loro contrastanti, che suggeriscono una profonda manipolazione del culto originario del santo (ammesso che sia veramente esistito! Alcuni studiosi infatti dubitano della sua reale esistenza).

Ecco alcune delle leggende più celebri.

  • Il matrimonio tra Sabino e Serapia: il santo battezzò Sabino, un centurione romano, per permettergli di sposare Serapia, la devota fanciulla di cui era innamorato che si trovava ad un passo dalla morte. Mentre San Valentino benediceva la coppia, un sonno beatificante avvolse gli sposi per l’eternità (salvare la ragazza sarebbe stato un miracolo assai più gradito, ma le leggende cristiane hanno sempre avuto una macabra propensione per i finali tragici).
  • Il giardino dei bambini: San Valentino possedeva un bellissimo giardino in cui invitava a giocare tutti i bambini della città. Prima che i bambini tornassero a casa, consegnava loro un fiore da donare alle madri.
  • Le colombe: quando san Valentino fu rinchiuso in carcere, i bambini persero l’opportunità di giocare nel suo giardino. Fortunatamente per loro, due piccioni viaggiatori fuggirono dal palazzo del santo e si recarono nei carceri della città. Gli uccelli fecero ritorno qualche giorno dopo con le chiavi del giardino e una dedica da parte del santo: “A tutti i bambini che amo, dal vostro Valentino”.
  • Una rosa per fare la pace: il santo regalò a due fidanzati che stavano litigando una rosa, consigliando loro di pregare affinché Dio mantenesse vivo il loro amore stringendo il fiore tra le mani.
  • Anche i Santi si innamorano: mentre Valentino era in prigione in attesa dell’esecuzione si innamorò della figlia cieca del guaridano Asterius. Il santo regalò alla fanciulla la vista e, prima di morire, le consegnò un messaggio d’addio che si concludeva con “dal vostor Valentino”, una frase che nel tempo è diventata sinonimo di vero amore.

TUTTE FROTTOLE: SAN VALENTINO E’ UNA FESTA MEDIOEVALE

Nessuna delle leggende sopracitate è accaduta realmente e le tradizioni collegate alla festa degli innamorati risalgono in realtà a secoli dopo la morte di Valentino. Secondo alcuni studiosi la festività principale del mese di febbraio è stata dedicata agli innamorati solo nell’Alto Medioevo, negli anni d’oro dell’Amor Cortese.

Tutto potrebbe essere iniziato per festeggiare la ricorrenza del fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra e Anna di Boemia, ma secondo alcuni studiosi tale episodio si verificò qualche settimana dopo, il tre maggio. Il 14 febbraio era considerato, soprattutto in Francia e Inghilterra, il periodo in cui si risvegliava la primavera e iniziavano gli accoppiamenti degli uccelli e potrebbe essere questo il motivo per cui è stato scelto come data della festa degli innamorati.

Ebbene, cari lettori, spero che questa piccola ricerca a tema vi sia piaciuta e, con un giorno di ritardo, vi auguro un buon San Valentino e una vita piena di amore.

Su aNobii ci sono anche io!

anobii

Valivi è da poco approdata su aNobii, l’incredibile Social Network dedicato alla lettura. In verità il mio profilo esiste da almeno due anni, ma è rimasto inattivo per molto tempo e ho deciso di rispolverarlo solo stasera, per arricchire la mia presenza sul web e organizzare le mie letture in una biblioteca virtuale.

Il portale offre ai divoratori di carta stampata come me la possibilità di creare una libreria online in cui classificare, recensire e votare le nostre letture.  E’ infatti possibile registrare i vari libri in cui vi imbattete, segnalando se li avete terminati, se li state ancora leggendo o se siete semplicemente intenzionati di procurarvene una copia.

Il sito permette inoltre la segnalazione della provenienza della copia in vostro possesso, la stesura di una breve recensione, la votazione dell’opera con un rapido click e la ricerca di un’opera o di un’autore in un vastissimo database.

La libreria di aNobii è soprattutto un Social Networck, infatti il suo scopo primario è il confronto tra gli utenti secondo le modalità previste da Facebook & Co., ma con una particolare sensibilità per il mondo della letteratura e il suo popolo di lettori.

Inizialmente ero piuttosto sospettosa: rendere pubbliche le proprie letture significa dichiarare apertamente le proprie preferenze intellettuali e l’esperienza insegna che è sempre bene tenere per sé le proprie opinioni, o quantomeno evitare di sbandierarle pubblicamente sul web. Niente paura, aNobii ha risolto anche questo inconveniente!

Se avete intenzione di realizzare la vostra libreria personale con accuratezza, ma vi vergognate di dichiarare di leggere Valérie, diario di una ninfomane (PS: io non leggo queste cose! Mi ricordo il titolo solo perché, ahimè, mi chiamo Valeria anche io), se i vostri amici vi prendono in giro perché siete degli inguaribili fan dei fumetti di Cip & Ciop o se avete riposto la bandiera rossa nell’armadio perché il vostro datore di lavoro è orgoglioso di essere padano … insomma, se temete la pubblica condanna delle vostre amate letture o semplicemente siete dei lettori riservati, potete cliccare sulla casellina della Privacy e occultare le vostre preferenze.

Perchè non venite a trovarmi su aNobii? Il mio nickname è il solito, la mia immagine profilo è una simpatica ranocchietta verde. Non concedo l’amicizia agli sconosciuti ma mi piace fare nuove conoscenze, perciò esplorate pure la mia biblioteca e inviatemi un messaggio.

Soprattutto in questi primi giorni, siate clementi: la mia biblioteca è ancora in allestimento!

http://www.anobii.com/valivi/books

book

Atena, prima in battaglia

Eccomi di nuovo qui, cari lettori, dopo una settimana di assenza. Purtroppo ho dovuto accantonare il blog per motivi di studio, ma staera sono finalmente tornata con un’altra ricerca.

Atena dallo sguardo scintillante, Atena industriosa, Atena la vergine, Atena prima in battaglia …

Sappiamo tutti chi è Atena: l’alta, mora, bellissima e invincibile dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, dell’artigianato e degli aspetti più nobili della guerra (ammesso che esistano); spesso Minerva è affiancata da Nike, l’alata dea della vittoria o della vendetta. Il semplice peplo con cui Atena viene raffigurata non è provcante come lo “scollacciato” chitone di Venere e le sue armi possono fronteggiare la furia di un esercito.

Atena

Ma quali sono le armi dea? Provate a ripensare alle antiche monetine d’argento da 100 lire che utilizzavamo dieci anni fa (io ne sto stringendo in mano una proprio in questo momento), sulla testa del nichelino la dea è riconoscibile, oltre che per il fatto che sta afferrando un ulivo, la pianta a lei consacrata, grazie all’elmo, la corazza di pelle di capra e la lancia. La Banca d’Italia si è dimenticata tuttavia di raffigurare l’elemento più importante: l’Elgide, il potentissimo scudo ricevuto in dono dal padre Zeus su cui la dea ha raffigurato la testa di Medusa, ricevuta in dono da Perseo.

Un’arma poco nota della gran donna è … Excalibur! Esatto, proprio lei, la lama in grado di tagliare ogni materiale che, qualche secolo più tardi, ricomparirà in una certa leggenda sassone. Un altro simbolo di Minerva è la civetta, guarda caso un rapace che, come il cugino gufo, è ancora oggi simbolo di saggezza.

Circolano molte storie sulla nascita di Atena, una più incredibile dell’altra. Secondo alcuni Minerva è semplicemente la figlia di prediletta di Zeus, nata già adulta ed armata dalla testa o dal polpaccio del padre degli dei. Un’antichissima leggenda tratta dai frammenti dell’autore mitologico Sanchunimathon affermano invece che la dea sia figlia di Crono, re dei titani e padre infanticida e cannibale di Zeus, Poseidone e Ade, che fu poi ucciso per mano dei figli e gettato nel Tartaro, la parte più oscura e impenetrabile degli Inferi.

La legeda più celebre sulla nascita della bella Minerva è a mio parere un po’ inquietante. Si racconta infatti che Zeus giacque con Metide, la dea della prudenza e della saggezza, ma quando la donna restò incinta temette che si avverasse una profezia piuttosto scomoda per il padre degli dei: fu predetto infatti che i figli di Metide sarebbero stati più potenti del padre. Zeus decise di attuare una drastica contromisura per evitare di essere spodestato, così trasformò la donna in una goccia d’acqua (in una mosca o in una cicala a seconda delle versioni del mito) e la inghiottì.

Fu tutto inutile, infatti la dea riuscì a sopravvivere all’interno del corpo dell’amante e iniziò a realizzare un elmo e una veste per la figlia che portava in grembo, sferrando dei tremendi colpi di martello che facevano soffrire a Zeus le pene dell’Inferno.  Il dio fu salvato da Efesto o da Prometeo, uno di loro infatti spaccò in due il cranio di Zeus con un’ascia bipenne, provocando un solco da cui fuoriuscì un’Atena già adulta vestita dei doni della madre.

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ATENA NERA, di Martin Bernal

Atena nera è il titolo del libro di Martin Bernal che ha sconvolto i dipartimenti di antichità di ogni università. Mi dovete scusare se mi sono appoggiata prevalentemente alla rozza Wikipedia (it.wikipedia.org/wiki/Atena_nera) per scrivere ciò che segue, quindi siate clementi se ho riportato qualche sciocchezza. Dopotutto scribacchio solo per divertimento, strappando tra l’altro delle ore preziose ai miei studi di economia, perciò non sempre posso permettermi di svolgere delle ricerche accurate.

Il titolo provocatorio sbaraglia il lettore proponendo l’immagine di un’Atena inedita, completamente diversa da quella che da secoli siamo abituati ad apprezzare nei capolavori di storia dell’arte. Atena aveva la pelle nera, perché non era dalle nostre parti, ma dall’Egitto e dalla Mesopotamia.

Il titolo dell’opera di Martin Bernal attribuisce origini “extracomunitarie” non solo ad Atena, ma a tutto il pantheon greco, anzi, all’intera cultura ellenica. L’opera non parla infatti di divinità esotiche, ma vuole avvertirci che la nostra cultura non europea, ma ha origine lontane, negre per l’esattezza. Alla facciazza di Hitler e dei puristi della razza!

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Da secoli i secchioni del classico si domandano le origini della civiltà greca per capire chi siamo, come abbiamo fatto ad arrivare fin qui e per insaporire l’esistenza con lo quello speziato sapore di esotico e antico che rende tutto più affascinante. Nel corso della storia sono state formulate diverse teorie al riguardo:

  1. MODELLO ANTICO: dall’antica grecia al XVIII secolo abbiamo ritenuto di avere ereditato il sapere degli antichi egizi e della Mezzaluna Fertile, in quanto le principali città dell’età arcaica e classica (Micene, Cnosso, Tebe e Atene, per citarne qualcuna) sarebbero nate come colonie egizie e fenicie. A sostegno di questa tesi, Secondo Bernal, ci sarebbero varti miti e leggende, come queli di Danao o Cadmo.
  1. MODELLO ARIANO: con la nascita del romanticismo nel tardo XVIII gli occidentali sono diventati un po’ presuntuosetti. La cultura occidentale che sta dominando il mondo è made in Europe al 110%, perché noi (e i popoli indoeuropei da cui discendiamo e che hanno invaso la grecia alla fine nei secoli bui dell’età ellenica. ) saremmo superiori ad un Oriente asiatico e africano considerato immobile e decadente. Tale modello viene suddiviso da Bernal in due arianti: il modello ariano ampio, il quale ammette l’apporto delle civiltà afroasiatiche nel patrimonio culturale ellenico con il solo scopo di sminuirlo, e il modello ariano estremo, che nega ogni isorta di influenza subita dai popoli greci.

Purtroppo, il modello ariano ha surclassato il modello antico negli ultimi duecento anni per l’impulso esercitato dalle fenomeni culturali dell’epoca, in particolar modo il romanticismo, l’ascesa del razzismo europeo in relazione al colonialismo e l’antisemitismo. Tale teoria, che nel corso degli anni non è stata necessariamente collegata all’estrema destra (anzi, uno storico di sinistra potrebbe sostenerla senza rischiare di cadere in contraddizione), ha raggiunto l’apice del successo con il nazismo.

Il metodo ariano mi ricorda la deleteria lezione di storia tenuta da un professore nazista ai suoi ragazzi ne L’amico ritrovato di Fred Uhlman: “-Signori,- esordì all’inizio della lezione –c’è storia e storia. C’è la storia contenuta nei vostri libri e quella che lo sarà tra poco. Sapete tutto della prima, ma nulla della seconda perché alcune potenze oscure, di cui mi auguro di potervi parlare presto, hanno tutto l’interesse a tenervela nascosta. […] Verso il 1800 a.C. un gruppo di tribù ariane, i Dori, fece la sua comparsa in Grecia. Fino a quell’epoca la Grecia, paese povero e montuoso, abitato da popolazioni di razza inferiore, era rimasta immersa nel sonno dell’impotenza. Patria di barbari, senza passato e senza futuro. Ma poco dopo l’arrivo degli ariani il quadro mutò completamente finché, come tutti sappiamo, la Grecia fiorì, fino a trasformarsi nella civiltà più fulgida della storia dell’umanità.”

Bernal non propone una restaurazione del più plausibile modello antico rispetto al modello ariano, ma propone il modello antico riveduto, una sua rielaborazione personale secondo cui la civiltà greca sarebbe nata inizialmente dalle colonie fondate da egizi e fenici nella penisola Balcanica e, in seguito, avrebbe ricevuto un apporto secondario da parte degli invasori indoeuropei.

L’autore vuole in particolare contestare l’opinione secondo cui la società greca è stata la prima e la sola a realizzare una visione del mondo e che tale filosofia sia superiore a quelle formulate dalle culture asiatiche e africane, incapaci di una riflessione autonoma e oppresse dalla religione e dal dispotismo. Il pensiero greco sarebbe dunque solo una variante delle filosofie mediorientali, delle culture autonome e di valore certamente non inferiore.

Basandosi su riferimenti archeologici e filologici, Bernal propone una rivoluzione: metà del vocabolario greco, privi di una propria etimologia, derivano da radici semitiche, in particolare i nomi propri di toponimi ei divinità, che sarebbero di origine egizia. E non è tutto! I parallelismi tra età greche e egizie effettuati durante l’ellenismo non furono altro che il ripescaggio di relazioni che erano già note da secoli.

MA SARA’ VERO? LE NUMEROSE CONTESTAZIONI …

Le tesi scioccanti di Atena nera hanno scatenato un bel polverone. I metodi filologici adottati da Bernal sono stati giudicati deboli, disinvolti, privi di sufficiente rigore e alcune delle tesi dello studioso sono state confutate dagli specialisti.

Un altro errore commesso dallo scrittore riguarda la scelta delle opere consultate nel corso della ricerca: “molti dei testi ricondotti da Bernal alla cultura egizia, ad esempio il Corpus Hermeticum, sono compilazioni greche di età cristiana, ed in qualche caso (la simbologia egizia dei rituali massonici o nel Flauto Magico di Mozart) derivano addirittura da opere moderne inventate di sana pianta (il romanzo Sethos dell’abate Jean Terrason, scritto nel 1731).” (Citazione tratta dalla cara vecchia Wiki)

Errori e mancanze a parte, l’opera ha ricevuto numerosi apprezzamenti dagli studiosi africani e dagli Stati Uniti, con il solo risultato di ricondurre l’opera ad una dimensione ideologica anziché scientifica.

Innanzi tutto, Bernal è stato accusato di eurocentrismo perché, con il suo tentativo esasperatissimo di esaltare le culture africane come precursori di quelle europee, sembra non considerarle degne di interesse per se stesse.

Bernal è inoltre stato accusato di una particolare forma di razzismo, che prevede la discriminazione dei popoli che non conoscono la scrittura a vantaggio delle civiltà alfabetizzate.

Alcuni critici hanno inoltre etichettato l’autore come comunista, sostenendo che egli sia stato influenzato dalle opinioni del padre marxista. Bernal tuttavia nega fermamente: l’influenza subita dal padre non riguarda necessariamente le sue opinioni marxiste, inoltre moltissimi comunisti hanno abbracciato il modello ariano, che non è necessariamente collegato ad opinioni di destra.

Il fenomeno Atena Nera, che ha segnato in modo indelebile la vita di Bernal, non lascia indifferente nessuno di noi perché capovolge radicalmente tutte le teorie che sono state formulate sulle nostre origini. Secondo l’articolo di Maurizio Bettini Incubo Atena nera, pubblicato su La Repubblica il 1 Agosto 1995, Atena nera sarebbe l’espressione di un occidente liberale che desidera distaccarsi dai rimasugli del proprio passato eurocentrico e riscrivere la propria identità.  E’ molto significativa la conclusione dell’articolo: “Non siamo sicuri del fatto che studiosi come Bernal stiano davvero rifacendo la storia della civiltà greca e occidentale: ma di certo stanno redigendo il palinsesto dei nostri incubi passati, così come dei nostri sogni a venire.”

MA ALLORA QUALI SONO LE ORIGINI DI ATENA?

Purtroppo mi tocca ammettere di aver organizzato male i contenuti: ho esordito presentando l’affascinante figura della dea Atena e, paragrafo dopo paragrafo, mi sono ritrovata a parlare delle origini della cultura occidentale. A questo punto del discorso, dopo essermi ripromessa di tagliuzzare qua e la le sezioni dedicate ad Atena nera per armonizzare l’argomento del post, ho deciso di indagare sulle origini di Atena, indipendentemente dalle teorie di Bernal.

Esordirò con una brutta delusione per voi lettori: Minerva può anche essere egiziana, ma sicuramente non era nera. Oggi gli Egiziani hanno la pelle più scura della nostra, è vero, ma qualche millennio addietro le popolazioni del Maghreb erano considerate simili a quelle europee poiché avevano avuto pochi contatti con i popoli “Neri”, definiti genericamente Etiopi.

Niente Atena nera, quindi, cancellate dalle vostre menti la bella giovane color cioccolato dell’immagine che vedete sopra in favore di una dea dalla pelle bianca e caucasica. E’ certo tuttavia che Platone ed Erodoto ci rivelino che nella città egiziana di Sais veniva celebrato il culto della divinità egiziana Neith, che ricollegavano ad Atena.

Atena si ricollega chiaramente alle divinità femminili che erano adorate in Europa nel corso della Preistoria, ed è proprio in questa epoca che compaiono i primi riferimenti ad Atena, che nell’antichità era essa stessa rappresentata come una civetta, una Dea-uccello simile a Lilith o una dea alata. L’armatura che indossa nell’iconografia più recente potrebbe derivare proprio dalle ali di cui era dotata, che invece compaiono sulle decorazioni dei vasi più antichi.