Giacomo Lilliù ci racconta i dolori della classe disagiata

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Teoria della classe disagiata - crowdfunding(foto di Giacomo Alessandrini)

Teoria della classe disagiata è uno spettacolo tratto dall’omonimo saggio di Raffaele Alberto Ventura, che racconta le difficoltà dell’attuale borghesia. Il cast è formato da giovanissimi: Giacomo Lilliù, attore e regista, calca il palcoscenico con Matteo Principi. La drammaturgia invece è opera di un’artista con maggiore esperienza, Sonia Antinori; l’opera è stata realizzata dal Collettivo Ønar, produzione MALTE. E’ in corso un crowd founding per aiutare la compagnia nei costi di produzione, i più generosi potranno offrire una piccola donazione entro il 18 febbraio.

Abbiamo intervistato il regista e attore Giacomo Lilliù, il quale ha voluto raccontarci i retroscena di questo promettente spettacolo che uscirà prossimamente nei teatri italiani ed è ancora in fase di realizzazione. Giacomo è giovane, ma argomenta con la professionalità di un attore più anziano.

Ciao Giacomo, vuoi raccontarci brevemente qualcosa di te?

Certamente. Ho 26 anni, sono nato nel 1992. Nel 2010 ho terminato la Scuola Biennale del Teatro Stabile delle Marche, mentre nel 2013 mi sono diplomato al LAMDA di Londra. Nel 2014 sono entrato nella compagnia MALTE, diretta da Sonia Antinori e nel 2015 ho fondato il Collettivo Ønar, per cui curo la progettualità e le regie teatrali.

Com’è nata l’idea dello spettacolo?

Il progetto è nato più di un anno fa, per partecipare ad un bando della Corte Ospitale, uscito nell’autunno 2017, che si chiamava Forever Young, rivolto a nove drammaturgie originali. Io e Sonia Antinori abbiamo deciso di fare qualcosa che coinvolgesse entrambi, perché sino ad allora io avevo diretto opere scritte da Sonia, ma non avevamo mai collaborato testa a testa in un progetto. Sonia è più grande ed è un artista a tutto tondo, infatti è una regista, autrice, attrice e drammaturga che ha vinto diversi premi prestigiosi.

Raccontaci il percorso di questo progetto teatrale: premi, riconoscimenti, scadenze …

Nell’autunno 2017 siamo arrivati ottavi su più di cento al bando della Corte Ospitale Forever Young, purtroppo però vincevano i primi sei classificati. Nonostante ciò, l’ottimo risultato ci ha incoraggiato. Abbiamo partecipato alla Borsa Teatrale Anna Pancirolli e siamo arrivati in finale, ottenendo così la possibilità di allestire due studi. Dal 1 dicembre al 18 febbraio è in corso un crowd founding per contribuire ai fondi di produzione. Un obiettivo molto importante per noi è il 13 aprile, saremo infatti in residenza artistica presso la Chiesa dell’Annunziata di Pesaro nell’ambito della rassegna TeatrOltre di AMAT. L’evento si concluderà con un primo studio della versione integrale dello spettacolo, dopo i due studi parziali di venti minuti presentati rispettivamente alla semifinale e alla finale della Borsa Pancirolli.

L’opera teatrale è stata tratta di un saggio. Vorresti parlarcene e approfondire il rapporto tra lo scritto di Raffaele Alberto Ventura e il vostro spettacolo?

Il libro è molto interessante, analizza a fondo le varie tematiche che affronta ed ha stimolato tra noi un certo botta e risposta. Non sempre sono d’accordo con quanto ha scritto l’autore, ma mi sono sempre sentito chiamato in causa, perciò ho pensato che forse anche altri potrebbero appassionarsi ai vari argomenti del saggio. Abbiamo deciso di realizzare uno spettacolo per interrogare la collettività su quelle che riteniamo essere domande molto urgenti da porsi e per chiedere al nostro pubblico quali sono le problematiche da risolvere.

Per trasformare un saggio in uno spettacolo ci siamo affidati alla saggezza di Sonia, che ha affrontato esperienze teatrali disparate. Siccome abbiamo scelto di adattare un saggio anziché un romanzo, i problemi sono molteplici. Ci siamo domandati spesso quale potesse essere la chiave per traslare il testo scritto sul palcoscenico. Avremmo potuto affidare alcuni brani ai vari personaggi, creando dei monologhi, oppure creare una trama seguendo l’andamento del saggio, tuttavia nessuna di queste soluzioni ci soddisfava appieno perché il saggista ha inserito nell’opera diversi collegamenti con la letteratura. Raffaele Alberto Ventura infatti legge l’economia come se fosse letteratura e la letteratura come se fosse economia creando un’originale ibridazione dei linguaggi. La soluzione che abbiamo preferito è la creazione di improvvisazioni sui temi trattati nel saggio. Il disagio della classe sociale di cui parliamo riguarda anche me e il mio collega Matteo Principi, un brillante regista e attore mio coetaneo. Il messaggio dell’opera ci tocca nel profondo perché anche noi facciamo parte della classe disagiata.

Raccontaci delle vostre improvvisazioni …

Il nostro metodo è molto semplice. Ci troviamo in sala prove con Sonia e improvvisiamo, oppure registriamo delle scene per lei. Tali improvvisazioni sono realizzate sulla base di immagini tratte dal saggio e consentono di creare altre immagini o dialoghi. In una fase successiva Sonia esamina e organizza il materiale per tessere la drammaturgia. Nel corso dello spettacolo esaminiamo la classe disagiata e la superficialità nei rapporti e la dissimulazione che la caratterizzano, successivamente affrontiamo la Belle Epoque, quanto i sogni della classe disagiata sembravano realizzabili. I riferimenti letterari sono molto importanti.

Ma qual è la classe disagiata protagonista del saggio e dello spettacolo?

Il saggio di Raffaele Alberto Ventura si ricollega ad un’altra opera importante, pubblicata alla fine del XIX secolo: Teoria della classe agiata di Thorstein Veblen. In questo saggio si teorizzano le caratteristiche di una classe media benestante, ossessionata dal dimostrare di essere privilegiata rispetto al resto della popolazione. Per affermare la propria superiorità, la borghesia si circonda di beni condizionali, che sarebbero per esempio oggetti o abitudini di lusso come le pellicce, lo studio del latino o andare a teatro. Questa classe agiata ha tentato di mantenere nel corso del tempo le proprie abitudini culturali, radicate ed essenziali per definire la propria identità e mostrarsi al di sopra degli altri. Nel frattempo, con l’affermazione del capitalismo e l’evolversi della situazione economica, la borghesia si è impoverita e, secondo Raffaele Alberto Ventura, è diventata una classe disagiata: per esibire uno status che non le appartiene più, erode il proprio patrimonio. Io e Matteo Principi siamo attori della classe disagiata: il teatro è in crisi perciò noi artisti viviamo una situazione di forte disagio. . Le compagnie spuntano come funghi per accaparrarsi premi risibili, promessi da innumerevoli bandi. Noi vogliamo comprendere come agisce dentro di noi questo disagio.

Affermate di citare Shakespeare, Goldoni, Cechov, Molière… In che modo tali autori vi hanno influenzato?

Inserire citazioni così numerose e varie avrebbe potuto essere pericoloso, in quanto si rischiava di creare un “patchwork”, una greatest hits delle pagine della letteratura. La giustapposizione di citazioni crea tuttavia dei corto circuiti interessanti che sono un vantaggio per la creazione e la tonalità della scena, senza banalizzare citazioni illustri. Abbiamo creato collegamenti sorprendenti tra questi autori.

Da chi è composto il vostro pubblici ideale?

Si corre il rischio di rivolgerci solo a coloro che hanno letto il libro, ne abbiamo parlato molto anche con Sonia. Emerge inoltre un discorso generazionale sui Millenial anziché sulla generazione precedente. La discussione continua su Internet e sul nostro Blog, in quanto sono temi ancora caldi e in evoluzione. Gli universitari e i giovani troveranno molto interessante il nostro spettacolo, ma vorremmo fare un passo ulteriore, poiché la classe disagiata riguarda tutti. Sonia per fortuna porta il punto di vista di un’altra generazione, quindi il nostro discorso si amplia.

Mi racconti un aneddoto legato alla realizzazione dello spettacolo?

Ci sarebbero molti aneddoti relativi a ciò che accade in sala prove che potrei raccontarti. Noi lavoriamo anche sugli episodi che riguardano amici e parenti, per esempio Matteo ci ha parlato di una persona che conosceva che ha provato a lavorare in Australia, ma poi è ritornato in Italia. Le situazioni che raccontiamo sono macabre e grottesche, l’intero spettacolo si può definire infatti con tali aggettivi. Ma si tratta di una ricchezza, in quanto l’arte nasce dalla crisi.

Un altro episodio riguarda il crowd founding poiché è sempre interessante osservare la reazione del pubblico sui social. Un commento in particolare ci ha fatto riflettere: una donna ha affermato che un’analisi come la nostra non dovrebbe essere effettuata sulla borghesia, per quanto questa classe sia disagiata, poichè tale classe sociale vuole sentirsi protagonista. Secondo la signora, questi sono temi da proletari. Il movimento nato intorno al crowd founding è molto stimolante.

In che modo secondo te il teatro stimola il dibattito sulla società attuale?

Il pubblico di uno spettacolo teatrale è un’assemblea poiché il teatro consiste in una chiamata ad un evento. Possiamo paragonare il teatro alle elezioni: si può partecipare o restarsene a casa, ma si è stati comunque chiamati in causa perché sul palco recitano persone che vorrebbero che ciascuno partecipasse ed esprimesse una propria opinione. Si ha sempre a che fare con un pubblico da non dare per scontato, una platea composta da storie singolari da mettere a nudo. Nell’era di Netflix non è più necessario darsi appuntamento per assistere ad uno spettacolo e ciascuno può scegliere ciò che gli interessa, ma il teatro esiste ancora perché il pubblico scommette su ciò che reputa interessante, prima ancora di conoscere l’opera. Lo spettatore si affida a persone fisiche che recitano davanti a lui, il cuore dell’attore batte sul palco. Fortunatamente esiste ancora un pubblico disposto ad ascoltarci.

Qual é in breve il messaggio dello spettacolo?

Una citazione tratta dal saggio, il nostro breviario, riassume il vero messaggio dello spettacolo. “La classe disagiata verrà interamente consumata. Un solo compito le resta: testimoniare.

Se lo spettacolo non fosse un’opera teatrale, in quale forma d’arte lo trasformeresti?

Molte persone che lavorano a questo progetto affermano scherzosamente di voler trasformare lo spettacolo in una serie web. Sicuramente per il nostro progetto sarebbe un salto mortale… Ma quando si scherza a volte si parla anche di un’esigenza reale.

Annunci

Il teatro in Africa

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

teatro-africa04

Anche in Africa esiste il teatro, le tradizioni al riguardo nel continente nero sono ricche e preziose. Per approfondire tali tematiche, ci soffermeremo su quanto racconta Ryszard Kapuscinski nel romanzo In viaggio con Erodoto, nel quale sono descritti i viaggi dell’autore intorno al mondo, alternati con un’analisi romanzata delle Storie di Erodoto. L’autore bielorusso rivela alcune interessanti informazioni sul teatro africano in due pagine in prossimità della conclusione dell’opera, in cui racconta le sue avventure in tale terra. Leggendo il romanzo è difficile distinguere l’autore implicito dal narratore omodiegetico e dalla reale persona di Kapucinski, tuttavia le informazioni fornite sembrano essere piuttosto affidabili, perché le vicende trattate sembrano coincidere con la biografia dell’autore e in quanto lo scrittore si presenta come un reporter, una persona che descrive realisticamente i paesi che visita e dunque degna di fiducia.

Secondo Kapucinski, il teatro africano non è costituito da regole rigide come quello Europeo. Nel corso di un festival sulla cultura africana cui partecipa il narratore, gruppi casuali di persone si riuniscono in luoghi qualsiasi della città per creare rappresentazioni dal nulla, senza basarsi su un testo ma improvvisando. Gli argomenti trattati sono umili e l’autore ne menziona alcuni come esempio: una banda di ladri arrestata dalla polizia, i mercanti che protestano contro la decisione di estrometterli dalla piazza del mercato, due mogli che si contendono un marito innamorato di una terza donna. E’ essenziale che la trama sia semplice e il linguaggio accessibile a tutti. Per diventare regista è sufficiente avere un’idea, dopodiché si distribuiscono le parti tra gli attori e si da inizio allo spettacolo.

Il luogo della rappresentazione può essere una strada, una piazza o un cortile, presso cui si raduna il pubblico improvvisato dei passanti, che possono restare se trovano lo spettacolo interessante o andarsene qualora subentrasse la noia. Talvolta l’opera di improvvisazione si interrompe se la meccanica dello spettacolo non funziona, ne consegue che i teatranti si disperdono, lasciando il posto ad altri artisti che partecipano al festival.

Può capitare che la rappresentazione in prosa si interrompa per lasciare spazio ad una danza rituale, cui partecipano anche gli spettatori. L’autore definisce tali balli “gai e spensierati”, ma racconta che può capitare che i danzatori si muovano con serietà e concentrazione, rendendo il rito collettivo grave e importante. Terminata la danza e la trance iniziatica, il dialogo recitativo viene ripreso.

Svolge un ruolo essenziale nella rappresentazione la maschera, che gli attori portano sempre sul volto o, se il caldo non lo consente, sottobraccio. La maschera è un simbolo, un’allusione ad un altro mondo di cui essa è segno, marchio e messaggio. Essa cerca di evocare emozioni, suscitare sentimenti e “sottomettere lo spettatore a sé”. La maschera svolge una funzione molto importante nella religione e nella cultura africana, il suo utilizzo nel teatro è solo una delle molteplici funzioni che assume.

Chiaramente la descrizione del reporter bielorusso è filtrata dalla sua appartenenza al mondo Occidentale, ma sarebbe interessante esaminare anche il punto di vista di un nativo africano. Le informazioni a nostra disposizione sul teatro africano sono state scritte prevalentemente da occidentali, ne consegue che è difficile guardare l’Africa con gli occhi di un suo abitante e lo stesso si può dire del teatro.

Altre fonti ci raccontano dati molto più precisi e puntuali del testo del romanzo, anche se certamente il loro stile è meno piacevole, in quanto non sono caratterizzate dalla leggerezza di un romanzo. In Africa il teatro è molto diverso da quello Occidentale, infatti può essere paragonato ad una festa, una cerimonia o un rituale con richiami evocativi. Lo spazio in cui si muove l’attore non è un palcoscenico ma la piazza di un villaggio, oppure l’ambiente in cui si riuniscono gli anziani della comunità, dunque l’arte drammatica non viene praticata solo in festival come quelli descritti dal reporter bielorusso. Attori e pubblico inoltre non sono completamente distinti, infatti può capitare che gli spettatori, conquistati dal dramma, partecipino attivamente alla rappresentazione, spesso fungendo da coro. La danza e la musica citate dal narratore del romanzo si associano alla coralità del teatro africano, inoltre l’autore del romanzo racconta che il teatro si fonda sull’improvvisazione, ma studiando altre fonti si scopre che sono molto importanti anche le tradizioni tramandate oralmente. Il reporter menziona soltanto i temi ispirati al quotidiano, mentre le opere africane trattano anche di religione, tradizioni, la vita del villaggio, le iniziazioni, il rapporto con la natura e il ciclo delle stagioni. Gli africani non hanno scuole di teatro, la loro abilità è genetica o, al più, viene appresa dai più anziani. Presso alcuni popoli è molto importante anche il mimo, in particolare si imitano i versi degli animali, la curvatura delle piante o la caccia dell’elefante.

Nel Cinquecento compaiono le prime testimonianze di compagnie teatrali africane: presso gli Yoruba, in Nigeria, era per esempio popolare un gruppo di artisti esperti, gli Alarinjo. I drammi religiosi a fondo mitologico erano la loro specialità. Quando aumentarono i contatti con gli occidentali, il teatro africano venne contaminato da nuovi elementi: argomenti biblici vennero trattati negli spettacoli locali e i dialoghi assunsero maggior rilievo rispetto alla danza.

Possiamo concludere che le arti non hanno necessariamente le caratteristiche che assumono in Occidente, infatti ogni popolo ha trovato il proprio modo originalissimo di esprimere la propria creatività. Ciò che accomuna tutti gli uomini è la voglia di condividere esperienze, di fare cultura insieme e di dare libero sfogo alla fantasia.

“Questa sera si recita a soggetto” di Pirandello

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

26dba-luigi-pirandello

Questa sera si recita a soggetto è un dramma di Luigi Pirandello, terminato nel 1929.

Si tratta della terza opera della trilogia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Sei personaggi in cerca d’autore e Ciascuno a modo suo.

Portata per la prima volta sul palco del Teatro di Torino il 14 aprile del 1930, con una Compagnia appositamente costituita diretta da Guido Salvini, Questa sera si recita a soggetto indaga sull’autoritarismo del regista, figura allora innovativa nel panorama teatrale, e sulla Mise-en-scène, analizzando i rapporti che intercorrono tra il regista e gli attori, oltre alla connessione tra questi ultimi e il pubblico.

L’opera si fonda su un conflitto che intercorre tra gli attori e il capocomico Hinkfuss che, nella finzione scenica, ha rielaborato la novella Leonora, addio! – scritta da Pirandello nel 1910 nella raccolta Novelle per un anno. Gli attori sono chiamati a recitare a soggetto, vale a dire improvvisando sulla traccia di un canovaccio, ma spesso si ribellano al regista sbagliando volontariamente e inventando scene non previste e finendo per cacciare il regista.

Rappresentazione teatrale filmata dalla RAI nel 1968 per la regia di Paolo Giuranna, protagonista dell’opera è una famiglia non originaria dell’arretrato paesino siciliano in cui vive, composta da una litigiosa coppia di sposi e quattro figlie in età da marito, che sono solite trascorrere il tempo in compagnia di alcuni ufficiali e per questo motivo la famiglia non gode delle simpatie dei paesani. Una sera il padre subisce presso un cabaret un pesante scherzo da parte di uno degli avventori e così la moglie, chiamata La Generala, ordina al marito di tornare a casa. Rincasate dopo essere state a teatro, le ragazze vengono esortate dalla madre a cantare e recitare quando si rendono conto che il marito non c’è, ma questi fa il suo ingresso poco dopo ferito a morte e sorretto da una cantante di jazz e da lì a poco muore tra lo sgomento di tutti. La famiglia cade in miseria e la primogenita Mommina sposa l’ufficiale Verri anche se, da buon siciliano, è terribilmente geloso e, ritenendola una persona dai costumi poco seri per la vita che conduceva con la madre e le sorelle, la segrega in casa con le figlie. La madre e le sorelle si trasferiscono e riescono a risollevare la propria sorte grazie alla figlia Totina, che diventa una cantante lirica. Quando Mommina apprende che la famiglia sta ritornando al paese perché Totina deve cantare nella parte di Leonora nel Trovatore, decide di cantare per le proprie figlie, che mai andranno a teatro per la gelosia del padre. Mommina dopotutto aveva la voce più bella delle quattro figlie della Generala, che durante l’esibizione, per l’emozione, muore. A questo punto il dramma è interrotto dal dottor Hinkfuss, complimentandosi con gli attori perché, anche in sua assenza, hanno saputo recitare a soggetto secondo le istruzioni che egli aveva impartito e dato che il malore mimato dall’attrice di Mommina è reale la compagnia decide che, da quel momento, avrebbero recitato solamente seguendo un copione.

Nonostante il sapiente occhio della telecamera guidi lo sguardo dello spettatore come in una vera e propria opera cinematografica, lo spettacolo è realizzato in un teatro provvisto di palcoscenico, platea e spettatori. L’opera venne rappresentata per la prima volta Könisberg il 25 gennaio 1930, nella versione tedesca tradotta dall’italiano da Harry Kahn col titolo Heute Abend wird aus dem Stegreif gespielt fu un successo. Il dramma venne riproposto a Berlino il 31 maggio 1930 al Lessing Theater, con Gustav Hartung come regista, ma fu un fiasco.

Uno degli aspetti più particolari dell’opera è che gli attori devono interpretare sia il ruolo di personaggio sia quello di un attore sul palcoscenico e alle volte alcuni attori si mescolano agli spettatori in platea, dialogando con i colleghi sul palco come se fossero un pubblico un po’ impertinente e spesso guidando le reazioni del pubblico facendo partire gli applausi.

La scenografia è minimalista: per il magistrale monologo del regista è stata scelta una scena composta da alcune statue antropomorfe, successivamente troviamo qualche panca per rappresentare gli ambienti interni. La scena in cui le figlie si intrattengono la sera con gli ufficiali è stata girata in un vero e proprio caffè, probabilmente il foyer del teatro, secondo i canoni di una ripresa cinematografica. I costumi sono in perfetto stile anni Sessanta ed è divertente osservare tra il pubblico le pettinature dell’epoca.

E’ notevole la trasformazione della bella Mommina in una donna sciupata e morente, una metamorfosi di trucco che Pirandello ha voluto portare sulla scena rappresentando il momento in cui l’attrice si traveste da casalinga addolorata. Grandi assenti sono le sorelle che, per non distogliere l’attenzione dalla morte di Mommina, sono state interpretate da due bambole.