Intervista con Francesco Guccini, Intervista al Maestrone all’Arcimboldi di Milano

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

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Venerdì 24 febbraio il teatro Arcimboldi di Milano ha ospitato Incontro con Francesco Guccini con la partecipazione dei Musici, il gruppo che accompagnava la voce del Maestrone durante i suoi concerti. Guccini ha ormai cessato di cantare del 2013 ma, fortunatamente per i suoi fan, non ha ancora perso la voglia di scrivere libri e di rilasciare interviste, come quella che si è tenuta a Milano. L’intervista è stata condotta da Bertoncelli, critico musicale e giornalista aspramente contestato nella storica canzone Avvelenata.

Dall’ultima tournée, Guccini si presenta più invecchiato soprattutto nei movimenti, ma non ha abbandonato il pullover rosso che spesso indossa in pubblico. La platea ha accolto il Maestrone con un’ovazione e Guccini ha risposto con l’umiltà che lo caratterizza e un’arguta battuta di spirito. Ha saputo raccontare il proprio passato con una grande abilità oratoria e una straordinaria simpatia, infatti ha divertito il pubblico con non poche esilaranti battute. La qualità dei contenuti non è però stata all’altezza dell’abilità del narratore, infatti gli appassionati di Guccini e coloro che avevano dimestichezza con le sue interviste e biografie non hanno scoperto nulla di nuovo sul cantautore. Altra pecca dell’incontro è stato l’impianto stereo del teatro, infatti coloro che sedevano sui palchi facevano fatica a sentire la voce del Maestrone.

Bertoncelli è rimasto nell’ombra per la maggior parte dell’intervista, restando in silenzio dopo aver posto le proprie sintetiche domande al maestrone. Al termine dell’intervista, il giornalista e il cantautore hanno assicurato di hanno essere amici nonostante l’aspro riferimento a Bertoncelli nell’Avvelenata. Quest’ultimo ha persino ottenuto una certa popolarità grazie a tale episodio.

 

L’intervista è durata un’ora, dopo la quale Guccini si è congedato per lasciare spazio alla musica. I Musici sono composti da cinque componenti: chitarra, basso, batteria, sassofono, tastiera. Tra tutti ricordiamo alla chitarra Juan Carlos Biondini, noto a tutti come Flaco, grande amico del Maestrone. I Musici hanno accompagnato Guccini per gran parte della sua carriera, il loro supporto è stato fondamentale per lui. Ancora oggi, sebbene Guccini abbia smesso di cantare, il complesso porta la musica del cantautore in giro per l’Italia affinché sia ancora possibile gustare le sue note in un live.

Ascoltare i brani di Guccini cantati da un’altra voce trasmette una certa malinconia, eppure il concerto è stato interessante e coinvolgente, soprattutto per gli a soli di sassofono. Il Maestrone era solito aprire i propri concerti con Canzone per un’amica e concluderli con La locomotiva, ma i Musici hanno preferito infrangere la tradizione e seguire un altro ordine. La locomotiva ha ricevuto uno strepitoso applauso dopo il verso “la fiaccola dell’anarchia” per l’evidente riferimento politico, inoltre il pubblico ha manifestato più volte la propria approvazione nel corso dell’intero concerto, ma l’esibizione non ha riscosso l’entusiasmo dei concerti di Guccini di un tempo: dopotutto mancava lui, il grande protagonista. Chissà se Guccini ha seguito il concerto dietro le quinte o se, considerata l’età, se n’era andato a dormire.

L’incontro di Milano, che è riuscito a riempire la platea come molte altre interviste di Guccini, non è stato il primo e non sarà l’ultimo evento di questo genere, infatti Guccini vi aspetta a Sanremo, presso il Teatro Ariston, venerdì 28 aprile e a Cesena, presso il Carisport, sabato 13 maggio. Si spera che il pubblico continui ad essere numeroso, si tratta delle ultime opportunità di incontrare il Maestrone dal vivo prima che il peso degli anni si faccia troppo pesante. Una cosa è certa: Guccini non è più giovane e arzillo, pertanto le sue uscite in pubblico trasmettono solo tanta malinconia.

 

Fonti:

http://www.ticketone.it/

http://teatroarcimboldi.it/event.php?id=592

http://www.francescoguccini.net/i-musici-di-francesco

 

 

Recensione di “La pioggia fa sul serio” di Guccini e Macchiavelli

La pioggia fa sul serio è l’ultimo giallo scritto a quattro mani di Guccini e Macchiavelli, un avvincente romanzo ambientato sugli Appennini.

In rete circolano una discreta quantità di interviste e articoli che consentono di apprendere qualche succosa curiosità sugli autori e la scrittura del libro. Noi di Acqua e limone ci siamo serviti di questi articoli per accertarci della veridicità delle informazioni in nostro possesso e per rendere più interessante questa recensione, che nonostante ciò non deve essere considerata una mera opera di copiatura perché abbiamo cercato di scrivere un testo autonomo e originale.

Ecco gli articoli:

L’opera è l’ultima avventura di Poiana, un agente della forestale di un paesino degli Appennini Emiliani che deve scoprire l’assassino di un geologo che si occupa di losche ricerche nei boschi della zona. Ben presto il numero dei morti aumenta con l’omicidio di un “selvatico” abitante dei boschi che vive di attività rurali gestite con tecniche pre industriali, inoltre vengono compiuti due tentati omicidi. Con l’aiuto di un maresciallo poco abituato agli spostamenti in montagna e alla mentalità locale, Poiana riuscirà a scoprire la verità e riportare l’armonia tra i suoi monti.

La popolarità di Guccini certamente ha aiutato questo romanzo a farsi strada tra gli scaffali delle librerie italiane, nonostante ciò si tratta di un romanzo di tutto rispetto, che merita l’attenzione ricevuta. Guccini è andato in pensione in qualità di cantautore, tuttavia non ha alcuna intenzione di abbandonare la sua attività di scrittore e in particolare di giallista: i suoi libri escono in libreria con regolarità e sono apprezzati da un vasto pubblico. Spesso il cantautore promuove i suoi libri nelle librerie e in varie manifestazione, offrendo ai suoi fan l’opportunità di incontrarlo e conoscere la sua straordinaria personalità.

Loriano Macchiavelli ha collaborato alla pari con Guccini alla scrittura del libro ed è un autore eccellente, eppure il suo nome viene spesso oscurato dalla celebrità del cantautore. Macchiavelli è uno scrittore italiano noto per aver dato vita al personaggio di Sarti Antonio, un poliziotto protagonista di gialli avvincenti; l’autore ha inoltre composto pièces teatrali e ha scritto racconti.

La collaborazione tra i due scrittori è iniziata nel 1997 e uno dei loro massini successi riguarda le avventure del maresciallo Santovito, un carabiniere campano esiliato sugli appennini per non aver chiuso un occhio sui crimini commessi da giovani protetti dal partito fascista. Nonostante non abbiamo scritto alcuna recensione delle imprese di Santovito, abbiamo letto tutte le sue indagini e ve ne consigliamo vivamente la lettura. Anche se i cinque romanzi di Santovito non sono ambientati nei giorni nostri, i romanzi hanno molto in comune con le avventure di Poiana, soprattutto per quanto riguarda l’ambientazione appenninica, la ricostruzione dello stile di vita locale e la descrizione dei mutamenti dovuti al trascorrere degli anni.

Il romanzo vuole essere un opera di denuncia della trascuratezza dei boschi appennini da parte dell’uomo. Le frane e il passaggio di quad, moto cross e altri mezzi motorizzati infatti minacciano un territorio abbandonato da una popolazione che, non ricavandone più sostentamento, se ne disinteressa. La montagna è vissuta per lo più come un’attrazione turistica: nel romanzo viene citato un agriturismo e uno dei personaggi principali è un ricco inglese trasferitosi in Emilia per studiare gli antichi edifici religiosi della zona. Gli Appennini descritti sono quelli in cui Guccini e Macchiavelli vivono attualmente, pertanto i romanzi sono una preziosa testimonianza della loro esperienza.

Gli autori non distolgono tuttavia l’attenzione dal passato della regione, dalla memoria contadina, dalle tradizioni e dalle leggende della zona: la storia ha lasciato marcate e preziose tracce nel presente di Poiana, che impreziosiscono il racconto offrendoci un affresco a tutto tondo della cultura appenninica emiliana. Leggendo le interviste di cui vi abbiamo riportato i link scoprirete che gli aspetti storico-artistici del romanzo, nonché le “chicche” sulle tradizioni locali, sono stati curati proprio da Guccini, molto più esperto in materia di Macchiavelli.

Poiana stringe una relazione sentimentale con la bella Betty, ma non vengono mai raccontate scene di sesso. Gli autori rivelano di non amare particolarmente la scrittura di desti di carattere sessuale e non è certo nostra intenzione spronarli a forzare la loro inclinazione artistica, tuttavia questa lacuna danneggia, anche se in maniera non irreparabile, la buona riuscita del libro. Speriamo che almeno uno dei due scrittori cambi idea al riguardo e decida di occuparsi di sequenze di sesso nei prossimi libri.

Bisanzio di Francesco Guccini, il significato di questa bellissima canzone

Bisanzio è la prima traccia del Concept-album di Francesco Guccini Metropolis del 1981,che affronta diversi temi seguendo il filo conduttore della “Citta”.

Segue un’analisi del testo della canzone, realizzata dalla sottoscritta (assumo dunque ogni responsabilità per eventuali cialtronerie).

Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vago,
Vespero* non si vede, si è offuscata,
la punta dello stilo si è spezzata.
Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago**?

*Vespero: il pianeta Venere appare due volte nel cielo, dopo il tramonto e nel primo mattino. Gli antichi tuttavia ritenevano che si trattasse di due stelle distinte: Vespero era la stella del tramonto e Lucifero quella del mattino. Pitagora identificò per primo in Vespero e Lucifero il pianeta Venere.

**Mago: i sapienti, soprattutto se in grado di occuparsi di oroscopi, venivano talvolta considerati nell’antichità dei maghi.

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Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio,
ridotto come un cieco a brancicare attorno,
non ho la conoscenza od il coraggio
per fare quest’oroscopo, per divinar responso,
e resto qui a aspettare che ritorni giorno

e devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio.
O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio*.
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando…

*Ho sottovalutato questo nuovo dio: si riferisce al Cristianesimo.

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Me ne andavo l’altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto a Bosphoreion* là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?**

*Bosphoreion: il nome dello stretto…

** azzurro o verde: i tifosi dell’ippodromo di Costantinopoli erano suddivisi in Verdi e Azzurri. Tale verso si riferisce inoltre al fatto che il mare è infinito e insondabile.

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Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto…
ippodromo, bordello e nordici soldati,
Romani e Greci urlate dove siete andati…
Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto*

*Alamanno e in Goto: la popolazione sta diventando sempre più eterogenea con la venuta di barbari. In questo verso, in particolare, si riferisce ai popoli barbari degli Alamanni e degli Ostrogoti.

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Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana*,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà,
di barbari che forse sanno già la verità**,
di filosofi e di etère***, sospesa tra due mondi, e tra due ere…
Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma…

*Imperatore sposo di puttana: si riferisce a Giustiniano, che sposò Teodora. La donna originariamente era un’attrice ed era consuetudine considerare tale professione alla stregua della prostituzione.

**Verità: cioè che l’Impero Romano è destinato a crollare e dunque il mondo cambierà.

***Etere: (in greco antico ἑταίραι) nella società greca antica erano cortigiane e prostitute sofisticate, che oltre a prestazioni sessuali offrivano compagnia e intrattenimento.

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Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto,
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto,
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un’altra notte è andata,
Lucifero* è già sorto, e si alza un po’ di vento,
c’è freddo sulla torre o è l’età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata…
mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento…

*Lucifero: (vedi prima nota in alto)

Analisi di “Agora”, un film di Alejandro Amenàbar

Agora è un film di Alejandro Amenàbar del 2009 che racconta il sacrificio di Ipazia, unica brillante studiosa donna della biblioteca di Alessandria, uccisa da alcuni monaci fondamentalisti protocristiani.

Si tratta di un lungo che ha saputo sin dall’inizio conquistarsi un occhio di riguardo dai parte dei media per non poche ragioni: oltre al fascino che circonda il personaggio di Ipazia e alla costruzione di una TRAMA avvincente e apprezzabile nonostante le numerose forzature storiche, si tratta di una delle poche pellicole della storia del grande schermo ad aver sfidato il dissenso del Vaticano per aver osato raccontare i massacri e le ingiustizie commesse dai proto cristiani in epoca tardo antica.

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Un’eroina bellissima

Kαλὸς καὶ ἀγαθός, bello e buono: con questa espressione si indicava nell’antica Grecia l’ideale di perfezione umana da un punto di vista etico ed estetico, vale a dire un individuo in cui fossero riscontrabili sia la bellezza fisica sia il valore morale.

Come ogni eroina che si rispetti, Ipazia è sempre stata rappresentata nel corso dei secoli con una massiccia dose di bellezza e bontà e Amenàbar, ben consapevole di quanto il carisma e il sex appeal degli attori sia determinante nella riuscita di un progetto cinematografico, non ha nessuna intenzione di opporsi alla tradizione: la scienziata alessandrina viene infatti interpretata da Rachel Weisz, che la triologia de La mummia ci ha abituati a riconoscere nei panni di una romantica, avventurosa e un po’ maldestra bibliotecaria degli anni d’oro dell’archeologia. Come cantava Guccini, “Gli eroi son tutti giovani e belli”, e Ipazia, che per quel che ne sappiamo avrebbe anche potuto essere una topa di biblioteca racchia e bisbetica, non fa eccezione.

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Consacrata alla scienza

Corpo mozzafiato sotto la severa tunica da studiosa alessandrina, capelli raccolti in una sobria ma raffinata treccia francese per scoprire lo splendido viso, caratterino autoritario, intraprendente e dolcissimo. Sebbene non si abbandoni mai ad atteggiamenti provocatori, Ipazia ha tutte le carte in regola per sbaragliare il cuoricino e gli ormoni di ogni maschione della biblioteca della capitale d’Egitto e, essendo l’unica studiosa donna tra soli uomini, non c’è studioso, docente o discepolo che non cada ai suoi piedi. L’avvenente filosofa tuttavia è decisa ad evitare ogni coinvolgimento sessuale o affettivo. Ma come fa a resistere?

Il povero Oreste, il ricciolino più affascinante d’Egitto interpretato da Oscar Isaac (che figo!), non esita a paragonarla alla perfezione della musica pur di conquistarla, ma la giovane non solo ignora le sue avance con la piena approvazione del padre Teone (quale donna avrebbe accettato di sottomettersi ad un marito padrone, in tempi duri come quelli? Quale padre degno di tale nome vorrebbe soffocare con il matrimonio la libertà della figlia? Nemmeno io lo avrei sposato, ma sarei stata più che favorevole alla convivenza o ad una semplice avventura perrchè si tratta veramente di un bel ragazzo!), ma umilia pubblicamente il giovanotto offrendogli in dono un fazzolettino sporco del proprio sangue mestruale. Un gesto un po’ eccessivo nei confronti di un ometto innamorato e di noi donne tutte soprattutto in quanto, nel porgere il singolare omaggio, Ipazia ha insinuato che nella femmina ci sia qualcosa di impuro rispetto al maschio. Speriamo che il gesto di Ipazia si tratti di una provocazione…

Il regista racconta in un’intervista: “Le cronache dell’epoca raccontano che non si sposò e non ebbe figli e dedicò tutta la sua vita alla filosofia e alla scienza. Ho discusso del personaggio con Rachel Weisz, l’interprete di Ipazia, le ho spiegato che non volevo nessuna implicazione sessuale o amorosa con i suoi studenti perché l’ipotesi più attendibile è che sia morta vergine. Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Si tratta di una scelta che non è stata affatto apprezzata dal pubblico, perché le questioni sentimentali al cinema non possono essere solo accennate: o si omettono completamente, o si inventano di sana pianta qualora le fonti storiche non vengano in aiuto, oppure si specifica per quale motivo la protagonista è determinata a restare vergine. Il pubblico vuole sapere!

Da un punto di vista contenutistico invece Amenàbar è stato saggio a non manipolare, almeno sotto questo aspetto, la biografia di Ipazia: la scienziata è infatti una martire della scienza, una scomoda macchia di sangue sulla coscienza della Chiesa e un’icona nella storia e nella scienza femminile, non sarebbe giusto attribuirle una scelta di vita che non fosse veramente sua soltanto per intrattenere gli spettatori. Qualunque siano le ragioni della studiosa, è triste notare come un gran numero di donne elleniche abbiano dovuto rinunciare all’amore, al sesso e agli affetti famigliari per dedicarsi ad occupazioni un tempo precluse al genere femminile: non è necessario restare vergini per studiare matematica, ipotizzare un collegamento tra le due cose è estremamente offensivo nei confronti di tutte le donne ed è dunque giusto rispettare la triste scelta di Ipazia.

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La mia analisi

Non sono un’esperta di cinema, però secondo me Ipazia vorrebbe trovare il moroso. Il suo problema è che è circondata da maschietti un po’… stronzi!

Innanzi tutto la poverina viene costretta a decidere tra matrimonio e carriera, tra libertà e amore; si tratta di una scelta che nessuna donna dovrebbe mai compiere, a cui molto spesso non viene nemmeno concessa la facoltà di decidere autonomamente, così il matrimonio si trasforma in sottomissione. Oreste sembrerebbe un ottimo partito ma commette un errore essenziale: per conquistare Ipazia la paragona alla musica. Ipazia ride e gli risponde con un fazzoletto sporco di sangue per ricordare che le donne devono essere ammirate in ogni aspetto della loro femminilità, non c’è nessun bisogno di idealizzarle per negare quelle parti che a molti piace considerare impure. Anche la scena in cui non si lascia sedurre per osservare le stelle non sarebbe disinteresse verso Oreste, il ragionamento alla base del comportamento della ragazza è molto simile a quello che induce i maschietti a rifiutare il sesso il giorno della finale dei mondiali: se stai per risolvere un dilemma matematico che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità il sesso è rimandato… o no?

Infine arrivano i Cristiani, che sembrano incapaci di scindere amore e sottomissione; la libertà individuale di Ipazia si trasforma a questo punto in uno scomodo ideale politico da soffocare. La matematica riesce a salvarsi proprio grazie all’amore, seppur non ricambiato. Cari maschietti, madre natura vi ha fatto più forti di noi non per sottometterci, ma per aiutarci. E voi chi vorreste essere, degli amici o dei despoti?

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La violenza sulle donne

E’ doveroso aprire una piccola parentesi dal sapore femminista.

Ipazia non viene massacrata soltanto per essersi rifiutata di abbandonare la propria filosofia pagana e di sottomettersi al predominio cristiano, ma anche in quanto donna indipendente e influente nella comunità alessandrina. Nel marzo del 415 infatti la studiosa fu brutalmente catturata mentre faceva ritorno alla sua abitazione in lettiga, dopodiché fu spogliata e uccisa mediante dei cocci ed ogni sorta di atroce sevizia (le furono per esempio cavati gli occhi) per volere del vescovo Cirillo. Le sue spoglie furono poi smembrate e date alle fiamme.

«Secondo le cronache Ipazia fu letteralmente fatta a pezzi, volevo una fine più sopportabile per il pubblico, ho scelto la lapidazione, che fa anche parte della realtà di oggi in alcuni paesi.» (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Nel film infatti il massacro viene notevolmente addolcito: rifiutatasi di fuggire, Ipazia si consegna spontaneamente ai monaci parabolani che, dopo averla svestita, le tolgono la vita mediante la lapidazione ma poco prima del massacro l’ex schiavo Davo, innamorato follemente della padrona, l’aiuta a perdere i sensi per non provare dolore mentre la donna osserva con rimpianto l’oculus della cupola che in prospettiva assume la forma di un ellisse,  una figura geometrica che Ipazia studiò approfonditamente. Ipazia non è dunque di un normale individuo, poiché della donna chiamata Ipazia sono sopravvissute pochissime testimonianze, ma di una martire della scienza, anzi, di più, di un Cristo ateo sacrificatosi per l’umanità, come il regista stesso racconta in un’intervista.

Amenàbar ha reso la vicenda di Ipazia accessibile al grande pubblico anche grazie a interventi che addolciscono la realtà storica, tuttavia forse sarebbe stato più corretto non celare la sofferenza di Ipazia dietro esigenze narrative e raccontare tutto il male che ha dovuto subire.

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Una studiosa in anticipo sui tempi

Siccome le opere di Ipazia sono state distrutte, nessuno conosce quale sia stato il suo contributo alla scienza; le fonti dell’epoca sono tuttavia concordi nell’affermare che ha rivestito un ruolo primario tra gli intellettuali dell’epoca.

Amenàbar attribuisce alla studiosa teorie che poco hanno a che vedere con le conoscenze scientifiche dell’Ellenismo, ma che appartengono invece alla Rivoluzione Scientifica. “Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista. Ma è un peccato che non sia rimasto niente.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Attribuendole delle verità che mai la studiosa avrebbe potuto affermare, il regista rende immediatamente evidente il falso, trasformando così un brillante contributo alla scienza in qualcosa di straordinario, conferendo all’intera vicenda un sapore più gustoso per gli amanti del grande schermo. Scegliendo nello specifico le scoperte di Galileo e Keplero, Amenàbar decide di trattare degli argomenti conosciuti anche dai meno acculturati, rendendo l’opera accessibile ad un pubblico molto ampio.

Nel film Ipazia è un’insigne maestra del Sistema Tolemaico, che all’epoca si stava consolidando a scapito di tutte le altre teorie formulate, e riflette con i propri discepoli su quesiti che sarebbero poi stati risolti solo durante la Rivoluzione Scientifica. Rielaborando le teorie di Aristarco  e intuendo l’esistenza del principio d’inerzia, il primo a teorizzare un sistema eliocentrico, l’Ipazia del film ipotizza che la Terra gira intorno al Sole e, mediante il cono di Apollonio, intuisce la forma ellittica delle orbite dei corpi celesti.  Il regista lascia inoltre intendere che, se la studiosa non fosse stata uccisa, il modello astronomico di Keplero sarebbe stato anticipato di 12 secoli.

La filosofa riflette inoltre sulla possibile esistenza di altri mondi oltre a quello terrestre. Dimostrando di possedere una visione dell’universo e dell’esistenza umana molto simile a quella contemporanea, caratterizzata da una sensazione di smarrimento nei confronti del caos dell’esistenza. Un tale approccio può anche essere dovuto ai considerevoli mutamenti politici in atto in quel periodo.

Il regista a mio parere avrebbe dovuto elaborare più accuratamente l’aspetto scientifico-filosofico del film. Come avrebbe potuto infatti Ipazia anticipare Galileo senza effettuare alcuna osservazione empirica dell’universo? E una volta giunta alle sue stesse conclusioni, perché non considera il suo modello una speculazione su cui discutere con gli altri filosofi? Dopotutto non possedeva un cannocchiale per scrutare la volta celeste e l’astrolabio di sua invenzione non era sufficiente per dribblare i maestri del Seicento.

Mi rendo conto che ipotizzare che la bella Ipazia avesse anche inventato il pensiero scientifico sarebbe risultato eccessivo, ma mi stupisco che il regista non abbia percepito la necessità di ipotizzare con quale approccio filosofico la scienziata del film si sia relazionata con le sue stesse teorie.

Mi sorprende inoltre che il regista non abbia affrontato le implicazioni filosofiche della teorizzazione di un sistema eliocentrico con orbite ellittiche sulla percezione dell’universo. Prima delle straordinarie intuizioni di Keplero, l’umanità era abituata ad immaginare l’essere come una meccanismo perfetto costituito da forme perfette: stiamo parlando di sfere e circonferenze, figure dotate di un solo fuoco. Considerando le orbite dei corpi celesti come degli imperfetti ellissi, i fuochi da prendere in considerazione diventano due, di cui uno solo è occupato da una stella; l’universo geometrico e finito di Tolomeo si trasforma così in un enorme entità informe e priva di centro, dove la Terra occupa solo una posizione marginale.

Mi si spezza il cuore senza un centro” afferma un’emozionatissima Ipazia nel corso dell’elaborazione della rivoluzionaria teoria, descrivendo lo smarrimento che devono aver provato gli scienziati del ‘600 scoprendo di non essere altro che degli insignificanti puntini dispersi nell’universo. Ci sarebbe piaciuto molto fantasticare su quali avrebbero potuto essere le teorie filosofiche formulate da uno studioso alessandrino sulle basi di scoperte scientifiche dell’età moderna, purtroppo il regista non era affatto interessato ad approfondire tale argomento.

Il regista si è inoltre dimenticato di menzionare il fatto che Ipazia non era soltanto un’eccellente astronoma, ma era anche a capo della scuola neoplatonica presso la biblioteca della città. Si tratta di un’omissione tutt’altro che trascurabile, considerando che avrebbe permesso di giustificare l’importanza di Ipazia nella biblioteca senza appellarsi a scoperte scientifiche effettuate 12 secoli dopo la sua nascita.

Mi rendo conto, caro Amenàbar, che preferisci l’astronomia alla filosofia, ma avresti dovuto cercare di accontentare un po’ tutti, affrontando entrambi gli argomenti!

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Il sistema eliocentrico di Copernico, da Wikipedia

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La biblioteca di Alessandria

Secondo me se non avessero distrutto la Biblioteca alessandrina oggi l’uomo sarebbe arrivato su Marte” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

La scene cruciali della vicenda sono ambientate nella biblioteca di Alessandria, ove Ipazia è uno degli insegnanti e degli studiosi più apprezzati. La biblioteca di Alessandria è rappresentata nel film come un enorme palazzo in pietra cui si accede attraverso un’imponente scalinata e ornato con elementi decorativi egizi; al centro della cupola dell’edificio principale è situato un oculus non dissimile da quello del Pantheon di Roma. Innumerevoli papiri sono conservati su scaffali di legno, sebbene è più probabile che nella realtà fossero inseriti in loculi scavati all’interno delle pareti.

Nel film i tesori della biblioteca vengono distrutti in una scena memorabile, enfatizzata dapprima dall’inquadratura dei papiri lanciati in aria che “svolazzano” in prossimità dell’oculus e dal capovolgimento della telecamera che riprende i parabolani intenti nella loro spaventosa opera di distruzione, successivamente da un’inquadratura aerea che riprende, accellerandoli, i caotici movimenti dei monaci che si aggirano come tante minacciose formichine nere per i cortili della biblioteca. In seguito gli edifici della biblioteca verrano utilizzati dai cristiani per attività pubbliche di vario genere.

In verità la distruzione della biblioteca iniziò molti anni prima della nascita di Ipazia, a causa di un incendio inavvertitamente provocato dalle truppe di Giulio Cesare; un’intera sezione dell’edificio chiamata Serapeum fu invece distrutta dal fuoco nel corso del III secolo. Altri tumulti, capitanati dal patriarca della città (cristianizzata) Teofilo, avvennero nel 415 e culminarono proprio con la morte di Ipazia, come ci viene raccontato dal film, tuttavia la biblioteca venne definitivamente distrutta solo dopo la conquista islamica dell’Egitto.

Nel 642 o 646 (la datazione è controversa), il secondo califfo dell’Islam Omar ibn al-Khattāb pronunciò la famosa frase: “Se il contenuto dei libri si accorda con il Corano, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c’è alcun bisogno di conservarli.” E i rotoli della biblioteca iniziarono ad essere impiegati come combustibile per i bagni termali di Alessandria. Secondo Eutichio erano circa quattromila, perciò ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.

I volumi conservati nella biblioteca erano circa 700 000 e la loro distruzione fu una terribile perdita per l’umanità. Il regista trasmette magistralmente la drammaticità dell’evento con un memorabile scambio di battute avvenuto poco prima dell’ingresso dei parabolani nella biblioteca. Ipazia ordina angosciata al proprio schiavo Davo: “Salva solo le opere importanti! Lascia stare quelle minori!” e l’allievo risponde smarrito: “Quali sono le opere minori?”.

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I cristiani come antagonisti

Agora è il primo film in cui i protocristiani rivestono un ruolo da antagonista: i monaci vengono infatti rappresentati come dei rozzi, barbuti e ignoranti fanatici nerovestiti che impongono con la violenza e l’inganno la propria fede, interpretando letteralmente le Scritture e utilizzando la religione per giustificare i crimini più ignobili nei confronti delle altre dottrine religiose e correnti di pensiero. La telecamera si trasforma nel critico occhio del giornalista per riprendere le scene di barbarie, raccontando i fatti come se si trattassero di eventi di cronaca; dei dialoghi estremamente incisivi portano invece in scena le riflessioni alla base dei folli gesti dei fanatici.

Agora critica inoltre l’incapacità dei credenti di qualsiasi religioni di accantonare le differenze e le ostilità per convivere in amicizia, apprezzando le somiglianze che li accomunano e stimandosi reciprocamente. Secondo il regista infatti il film “Ma non vuole offendere la Chiesa, è contro l’intolleranza e il fanatismo, da qualunque parte provenga.”

La filosofia pagana non permette all’umanità soltanto di interrogarsi sui grandi misteri della natura senza fidarsi ottusamente di un libro per progredire scientificamente, ma anche di continuare a dubitare per migliorare se stessi e evitare di commettere errori. Proprio per questo motivo Ipazia si rifiuta di convertirsi alla religione dominante: non può esserci libertà, ricerca e pace nella sottomissione, inoltre l’uomo ha bisogno di potersi mettere costantemente in discussione. “Voi non potete dubitare delle cose in cui credete” afferma Ipazia in una memorabile scena del film “Io devo”.

La salvezza dunque risiede nel dubbio, nella ricerca e nel confronto con gli altri; la fede non è errata in sé, ma può portare all’incapacità di ragionare con la propria testa e di accettare la diversità altrui, inoltre può essere sfruttata per la manipolazione delle masse, com’è evidente nella sua strumentalizzazione da parte delle prime autorità cristiane per prendere il potere.

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Il Cristianesimo secondo Amenàbar

Il Cristianesimo è stata la prima dottrina schierata contro la schiavitù: essendo tutti uguali in quanto figli di Dio, abbiamo il diritto all’uguaglianza sociale e il dovere di amarci reciprocamente. Il risultato di tale affermazione è stata la diffusione a macchia d’olio della nuova religione soprattutto tra gli schiavi e i ceti meno abbienti, che per la prima volta si sentivano considerati e rispettati dalla società; nel film lo schiavo Davo abbandonerà per lo stesso motivo la propria padrona Ipazia, nonostante la stima e l’amore che prova per lei, per vivere in libertà.

Nel conflitto ideologico che costituisce uno dei temi centrali del film Amenàbar evoca la polemica nietzschiana nei confronti del Cristianesimo: sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita (per essere poi trasformata in servitù della gleba nel Medioevo, ma questo è un altro discorso), siamo diventati tutti schiavi nei confronti di una nuova autorità oppressiva, Dio stesso. L’uguaglianza quindi non è un presupposto per perseguire la massima felicità, ma un minimo comune denominatore che annienta la liberta e la diversità di ciascuno e la vita stessa è una forma di schiavitù nei confronti dei Cieli: uno solo Dio sostituisce tutte le divinità, una sola dottrina schiaccia ogni possibile pensiero.

In Agora la contrapposizione tra fede e filosofia si concretizza anche in due differenti scuole di retorica: da una parte troviamo infatti la scuola attica dei filosofi, che privilegia un’esposizione chiara e razionale dei contenuti per condividere con razionalità e chiarezza le proprie opinioni con gli interlocutori, dall’altra la retorica asiana, con cui i cristiani tentano di impressionare emotivamente i fedeli con uno stile “stupefacente”, che nel film è accompagnato anche da falsi miracoli e da insulsi gesti rituali.

La scuola ateniese può essere anche sfruttata per persuadere del falso (i sofisti ne erano maestri), ma nel caso specifico del film gli studiosi se ne avvalgono per condividere le proprie conoscenze e ricercare il vero insieme ai propri colleghi, perseguendo il bene comune; i cristiani invece mirano al predominio e non esitano ad ingannare e offendere pur di riuscire nei propri scopi, ciò è evidente per esempio nella scena in cui camminano sulle braci pur di impressionare le masse e gettano un filosofo tra le fiamme, oppure quando celebrano i funerali di un vescovo tra enfatiche cerimoniosità per commuovere i fedeli raccolti in preghiera. [NB: si tratta di un mio parere personale, mi assumo le responsabilità di quanto ho scritto in questi due paragrafi]

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Un film scomodo per il Vaticano

Agora è stato distribuito nelle sale dei cinema occidentali nel 2009, ma è giunto in Italia con un anno di ritardo, più precisamente il 23 aprile 2010, in seguito alle polemiche scatenate dalla Chiesa.

Dopo che le barbarie dei parabolani, la crudeltà di un vescovo venerato come un santo e le responsabilità della chiesa nella distruzione della meravigliosa cultura pagana furono accolte dalla Cei con un ostile silenzio stampa e qualche commento stizzito tra i membri della commissione, iniziò una lunga serie di polemiche circa la proiezione del filmnella nostra penisola. Sono ancora visibili oline i commenti del popolo di Internet al riguardo, è stata persino indetta una petizione per richiedere la distribuzione in Italia di Agora.

Consapevole delle polemiche che avrebbe suscitato il film si dice lo stesso regista: «Quello che abbiamo raccontato spiega l’autore di Mare dentro è un periodo del cristianesimo mai portato al cinema. Ma il film non vuol essere offensivo nei confronti dei cristiani, piuttosto un forte atto di denuncia contro l’intolleranza. Volevo far vedere che la storia di allora non è così diversa dal nostro presente: certo, il cristiano di oggi non uccide, ma altre forme di estremismo sì». Pensate a proposito, prosegue Amenábar, «che Agora è stato vietato ad Alessandria d’Egitto per timore che potesse scatenare violenze da parte dei musulmani nei confronti della minoranza cristiana. Come vedete la storia si ripete»” (Gabriella Gallozzi, 20.04.2010, “Alejandro Amenábar: Il Vaticano ha nascosto la mia «Ipazia» con una coltre di silenzio”, l’Unità).

E’ inoltre significativo notare come il trailer italiano abbia subito delle modifiche per non affrontare direttamente le tematiche bollenti del film. A questo proposito, vi consigliamo di leggere l’interessante articolo di donnapratica.com:

http://www.donnapratica.com/articoli/2010/04/06/esce-in-italia-il-film-agor%C3%A0-ipazia-ma-il-trailer-italiano-%C3%A8-diverso-dallestero

E’ infine molto triste apprendere che il film è stato censurato nella città di Alessandria perché avrebbe potuto provocare delle aggressioni nei confronti delle minoranze cristiane in cità da parte delle maggioranze islamiche. Mutano le dottrine in conflitto, dunque, ma non le ragioni che inducono gli uomini a massacrarsi a vicenda.

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Un film contro i crimini protocristiani, ma non contro il Cristianesimo

Contrariamente da quanto hanno pensato in molti, Agora non è affatto ostile al messaggio di libertario ed egualitario di Cristo. I veri cristiani credono infatti che gli uomini debbano essere tutti uguali e si aiutano l’un l’altro, poiché ritengono che il miracolo di Cristo sia visibile nello sguardo di chi chiede aiuto.

Il regista dunque non ha nulla contro la dottrina cristiana in sé, ma condanna aspramente ogni situazione in cui il credo di una religione viene elevato a modello unico (immagine) di ciò che dovrebbe pensare e pronunciare l’essere umano, precludendo così il pensiero umano, oppure quando la religione viene strumentalizzata dalle autorità.

Secondo Amenàbar inoltre anche alla cultura pagana spetta una massiccia dose di critiche per non aver mai riconosciuto alcun diritto agli schiavi. La stessa Ipazia non è un esempio di perfezione proprio per l’atteggiamento autoritario e schiavista con cui si rivolge ai suoi servi, pur trattandoli con una considerazione maggiore rispetto a molti altri aristocratici pagani. Il film non è dunque una cieca critica contro i cristiani, ma una costruttiva proposta di riflessioni su tematiche sociali riguardanti avvenimenti che, pur essendosi verificati più di un millennio fa, ci riguardano ancora da vicino.

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Anacronismi

Il regista ha manipolato, forse un po’ brutalmente, le fonti storiche per rendere più accattivante la trama del film. Oltre alle modifiche descritte in precedenza, è singolare notare come Sinesio, ispirato ad un religioso realmente esistito sia stato trasformato in una persona completamente differente dal personaggio storico.

Come si viene a sapere da Encomio alla calvizie, uno scritto di Sinesio di Cirene, il discepolo di Ipazia  era calvo, non dotato della folta criniera dell’attore del film; lo studioso inoltre non era celibe e nemmeno casto, ma era sposato ed era padre di tre figli e non avrebbe potuto trovarsi ad Alessandria nel 415, quando morì Ipazia, poiché morì due anni prima, nel 413. In vita fu un intellettuale tollerante e animato da un convinto spirito filosofico ma non fu mai dogmatico, infatti scrisse in una lettera indirizzata al fratello nel 410: «Non mi stancherò mai di ripetere che il saggio non deve forzare le opinioni degli altri, né lasciarsi forzare nelle proprie».

Altra grave imprecisazione, l’accusa di stregoneria rivolta ad Ipazia: i protocristiani ne combinarono parecchie, ma la caccia alle streghe non aveva ancora avuto inizio, o semplicemente aveva un altro nome.

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Giudizio finale: 8

Ho apprezzato moltissimo questo film poiché ha trattato delle tematiche che mi stanno molto a cuore, tuttavia non gli ho attribuito un voto troppo alto perché avrei preferito che il regista si attenesse maggiormente alle fonti storiche, anche a costo di realizzare un film di nicchia, accessibile soltanto a pochi intellettualoidi. Il film inoltre presenta alcune imperfezioni per quanto riguarda il montaggio e il ritmo della narrazione, troppo lento e non sufficiente armonico per garantire il giusto coinvolgimento emotivo; il regista inoltre non è stato capace di amalgamare correttamente le tre tematiche del film (il filone politico, scientifico e sentimentale), facendo così risultare la narrazione sbrigativa e poco esaustiva in diverse scene del film.

Ciò non significa che non vi sto consigliando di correre in biblioteca a prenotare il dvd di Agora, si tratta di un film che tutti dovrebbero conoscere, soprattutto noi donne.

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Una sorpresa alla stazione di Monza

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Stazione di Monza, binario 1. Uno di quei tanti luoghi che si attraversano velocemente, perché non c’è nulla di interessante da vedere: il paesaggio di marmo grigiastro è annerito dallo smog, i ciottoli sui cui giacciono i binari nascondono cumuli di mozziconi e una spontanea fioritura di sterpaglie varie.

Mi stavo dirigendo verso l’uscita quando intravidi con la oda dell’occhio un bagliore color ottone, quella strana tinta che assume l’oro nella penombra. Mi fermai di scatto e mi voltai verso la bizzarra fonte di luce e non credetti ai miei occhi: stucchi dorati! Nella stazione di Monza!

Ebbene sì, un anonimo portone di fianco ai cessi si apriva su uno sfarzoso salone d’altri tempi, la sala d’aspetto e di ricevimento in cui i Savoia attendevano la carrozza per recarsi alla Villa Reale.

La sala d’aspetto era piccola, appartata e priva di finestre, un ambientino perfetto per un re desideroso ritirarsi lontano dagli sguardi curiosi del popolaccio. Le pareti erano decorate in stile neorinascimentale, con boiseries color crema e oro e stucchi decorativi in oro che incorniciano pannelli dipinti con trionfi floreali e putti. Niente male, no?

Se ricordo bene, nella saletta si trovavano un camino di marmo, un tavolo in legno dorato e una specchiera sormontata da un grosso, vistoso, inconfondibile stemma sabaudo.

Temendo che lo stemma sulla specchiera passasse inosservato, l’arredatore ne aggiunse altri più piccoli sugli stucchi, creando un motivo decorativo che si ripeteva in tutta la stanza. Sentii un formicolio alla nuca, una sensazione di istantanea ribellione: La locomotiva di Francesco Guccini inizia a fischiarmi nelle orecchie.

Come in ogni elegante sala ottocentesca che si rispetti, non poteva mancare l’affresco sul soffitto. Il genio dei Savoia in tempera su base di gesso è l’unico affresco di Mosé Bianchi, realizzato nel 1884. L’opera di pregievole raffinatezza raffigura l’immancabile stemma sabaudo coronato, i vessilli tricolore e sabaudo e le insegne della regalità (ma non erano sufficienti la specchiera e gli stucchi?? Che sboroni questi reali!) sorretti da un angelo e da una schiera di putti.

Considerata l’insistenza con cui lo stemmone è stato riprodotto nella saletta, approfittiamone per dare qualche piccola informazione al riguardo. Innanzitutto, lo stemma sabaudo è questo qui; un tempo sventolava al centro del tricolore sulla bandiera italiana. Nel corso degli anni ha subito delle modifiche: sulla croce bianca fu infatti inserita l’insegna di Monza con la Corona ferrea.

Ma oggi siamo in democrazia e di re, a parte Berlusconi, non ce ne sono più, così della gloria dei Savoia resta solo lo stemma e qualche paparazzata su Novella 2000; la sala d’aspetto di Monza si è trasformata in uno spazio dedicato alle mostre di giovani artisti.

E’ stata una bella sorpresa ritrovarsi circondata da stucchi ed affreschi in una giornata come tante. Se passate dalla stazione di Monza vi consiglio di dare un’occhiata anche voi alla regale sala d’aspetto, può essere un modo piacevole per aspettare il treno facendo qualcosa di diverso!

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