Bisanzio di Francesco Guccini, il significato di questa bellissima canzone

Bisanzio è la prima traccia del Concept-album di Francesco Guccini Metropolis del 1981,che affronta diversi temi seguendo il filo conduttore della “Citta”.

Segue un’analisi del testo della canzone, realizzata dalla sottoscritta (assumo dunque ogni responsabilità per eventuali cialtronerie).

Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vago,
Vespero* non si vede, si è offuscata,
la punta dello stilo si è spezzata.
Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago**?

*Vespero: il pianeta Venere appare due volte nel cielo, dopo il tramonto e nel primo mattino. Gli antichi tuttavia ritenevano che si trattasse di due stelle distinte: Vespero era la stella del tramonto e Lucifero quella del mattino. Pitagora identificò per primo in Vespero e Lucifero il pianeta Venere.

**Mago: i sapienti, soprattutto se in grado di occuparsi di oroscopi, venivano talvolta considerati nell’antichità dei maghi.

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Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio,
ridotto come un cieco a brancicare attorno,
non ho la conoscenza od il coraggio
per fare quest’oroscopo, per divinar responso,
e resto qui a aspettare che ritorni giorno

e devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio.
O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio*.
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando…

*Ho sottovalutato questo nuovo dio: si riferisce al Cristianesimo.

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Me ne andavo l’altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto a Bosphoreion* là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?**

*Bosphoreion: il nome dello stretto…

** azzurro o verde: i tifosi dell’ippodromo di Costantinopoli erano suddivisi in Verdi e Azzurri. Tale verso si riferisce inoltre al fatto che il mare è infinito e insondabile.

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Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto…
ippodromo, bordello e nordici soldati,
Romani e Greci urlate dove siete andati…
Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto*

*Alamanno e in Goto: la popolazione sta diventando sempre più eterogenea con la venuta di barbari. In questo verso, in particolare, si riferisce ai popoli barbari degli Alamanni e degli Ostrogoti.

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Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana*,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà,
di barbari che forse sanno già la verità**,
di filosofi e di etère***, sospesa tra due mondi, e tra due ere…
Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma…

*Imperatore sposo di puttana: si riferisce a Giustiniano, che sposò Teodora. La donna originariamente era un’attrice ed era consuetudine considerare tale professione alla stregua della prostituzione.

**Verità: cioè che l’Impero Romano è destinato a crollare e dunque il mondo cambierà.

***Etere: (in greco antico ἑταίραι) nella società greca antica erano cortigiane e prostitute sofisticate, che oltre a prestazioni sessuali offrivano compagnia e intrattenimento.

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Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto,
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto,
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un’altra notte è andata,
Lucifero* è già sorto, e si alza un po’ di vento,
c’è freddo sulla torre o è l’età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata…
mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento…

*Lucifero: (vedi prima nota in alto)

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La civetta ha fatto il bis (e mi offre un pretesto per ironizzare sulla lingua latina)

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/07/owl-prize-2.html https://centauraumanista.wordpress.com/2013/07/07/owl-prize-quando-un-articolo-merita-un-premio/ https://centauraumanista.wordpress.com/2013/06/27/il-racconto-un-po-pagano-di-una-visita-al-duomo-di-pisa/

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/09/owl-prize-5.html

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E’ la seconda volta che Athenae Noctua mi investe dell’Owl price, un riconoscimento assegnato mensilmente ai post di carattere culturale più interessante. L’articolo che mi ha permesso di fare il bis del premio della Civetta è I filtri d’amore nell’antica Roma, una ricerca sulle testimonianze che ci sono pervenute sui filtri d’amore.

Sinceramente non mi aspettavo che il mio post meritasse un premio perché non sono abituata a ricevere complimenti relativi alla mia conoscenza del latino, è infatti ancora vivido il ricordo dei brutti voti, dei corsi di recupero, delle ripetizioni, delle poesie imparate a memoria. Latino però significa anche delle pellicine delle unghie dei piedi di Trimalchione e delle corse degli aurighi, della saggezza di Seneca e delle perle degli Epicurei, della dolcezza di Orazio e del passerotto di Catullo, degli astuti suggerimenti di Ovidio e delle cronache di Livio, delle Vite parallere di Plutarco e delle eroiche imprese narrate da Virgilio. Naturalmente sono troppo pigra per averli letti tutti, ma citarli opportunamente è già un inizio e fa molto figo…

Il mio rapporto con le lingue antiche è sempre stato un po’ particolare: mi è sempre piaciuto leggere i classici così, quando la prof proponeva una versione che avevo già letto, riuscivo a strappare un 6,5 o un sei, ma nella maggior parte dei casi i miei voti non superavano il 5. Ragazzi, credete a me, il latino può anche essere carino da leggere quando non avete solo due ore per tradurre una versione complicatissima o quando non siete sottoposti allo stress delle interrogazioni. Io sono fiera di indugiare ogni tanto sulla letteratura latina e di stupire i profani con le sentenze dei dotti nonostante non ci abbia mai capito un tubo! Ma perché il latino è come il peperoncino: se si esagera diventa insopportabile, ma una spolveratina ogni tanto, senza fatica e senza impegno, è più che salutare: FAC SAPIAS ET LIBER ERIS, apprendi e sarai libero.

Grazie al premio conferitomi dall’amica e follower Cristina mi sono sentita una secchiona in latino per la prima volta in vita mia e mi sento un po’ a disagio, come se non lo meritassi veramente. Eppure sono sicura che gli antichi non ci hanno lasciato le loro parole solo per torturare gli studenti, ma preferirebbero che noi leggessimo comodamente in poltrona e ascoltassimo il loro messaggio. Male che vada, potremo esibire orgogliosamente qualche latinorum sgrammaticato per farci fighi con gli amici.

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PS: Un consiglio per i maschietti del ginnasio: guardate la vostra tipa intensamente negli occhi e recitate i pochi versi di Catullo che ricordate con voce sexy e cavernosa. Lei non capirà un tubo ma, se siete meno pustolosi e rachitici dei rospi che solitamente si iscrivono al classico, il suono esotico della lingua di Romolo e Remo la faranno crogiolare di desiderio per voi.

Analisi di “Agora”, un film di Alejandro Amenàbar

Agora è un film di Alejandro Amenàbar del 2009 che racconta il sacrificio di Ipazia, unica brillante studiosa donna della biblioteca di Alessandria, uccisa da alcuni monaci fondamentalisti protocristiani.

Si tratta di un lungo che ha saputo sin dall’inizio conquistarsi un occhio di riguardo dai parte dei media per non poche ragioni: oltre al fascino che circonda il personaggio di Ipazia e alla costruzione di una TRAMA avvincente e apprezzabile nonostante le numerose forzature storiche, si tratta di una delle poche pellicole della storia del grande schermo ad aver sfidato il dissenso del Vaticano per aver osato raccontare i massacri e le ingiustizie commesse dai proto cristiani in epoca tardo antica.

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Un’eroina bellissima

Kαλὸς καὶ ἀγαθός, bello e buono: con questa espressione si indicava nell’antica Grecia l’ideale di perfezione umana da un punto di vista etico ed estetico, vale a dire un individuo in cui fossero riscontrabili sia la bellezza fisica sia il valore morale.

Come ogni eroina che si rispetti, Ipazia è sempre stata rappresentata nel corso dei secoli con una massiccia dose di bellezza e bontà e Amenàbar, ben consapevole di quanto il carisma e il sex appeal degli attori sia determinante nella riuscita di un progetto cinematografico, non ha nessuna intenzione di opporsi alla tradizione: la scienziata alessandrina viene infatti interpretata da Rachel Weisz, che la triologia de La mummia ci ha abituati a riconoscere nei panni di una romantica, avventurosa e un po’ maldestra bibliotecaria degli anni d’oro dell’archeologia. Come cantava Guccini, “Gli eroi son tutti giovani e belli”, e Ipazia, che per quel che ne sappiamo avrebbe anche potuto essere una topa di biblioteca racchia e bisbetica, non fa eccezione.

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Consacrata alla scienza

Corpo mozzafiato sotto la severa tunica da studiosa alessandrina, capelli raccolti in una sobria ma raffinata treccia francese per scoprire lo splendido viso, caratterino autoritario, intraprendente e dolcissimo. Sebbene non si abbandoni mai ad atteggiamenti provocatori, Ipazia ha tutte le carte in regola per sbaragliare il cuoricino e gli ormoni di ogni maschione della biblioteca della capitale d’Egitto e, essendo l’unica studiosa donna tra soli uomini, non c’è studioso, docente o discepolo che non cada ai suoi piedi. L’avvenente filosofa tuttavia è decisa ad evitare ogni coinvolgimento sessuale o affettivo. Ma come fa a resistere?

Il povero Oreste, il ricciolino più affascinante d’Egitto interpretato da Oscar Isaac (che figo!), non esita a paragonarla alla perfezione della musica pur di conquistarla, ma la giovane non solo ignora le sue avance con la piena approvazione del padre Teone (quale donna avrebbe accettato di sottomettersi ad un marito padrone, in tempi duri come quelli? Quale padre degno di tale nome vorrebbe soffocare con il matrimonio la libertà della figlia? Nemmeno io lo avrei sposato, ma sarei stata più che favorevole alla convivenza o ad una semplice avventura perrchè si tratta veramente di un bel ragazzo!), ma umilia pubblicamente il giovanotto offrendogli in dono un fazzolettino sporco del proprio sangue mestruale. Un gesto un po’ eccessivo nei confronti di un ometto innamorato e di noi donne tutte soprattutto in quanto, nel porgere il singolare omaggio, Ipazia ha insinuato che nella femmina ci sia qualcosa di impuro rispetto al maschio. Speriamo che il gesto di Ipazia si tratti di una provocazione…

Il regista racconta in un’intervista: “Le cronache dell’epoca raccontano che non si sposò e non ebbe figli e dedicò tutta la sua vita alla filosofia e alla scienza. Ho discusso del personaggio con Rachel Weisz, l’interprete di Ipazia, le ho spiegato che non volevo nessuna implicazione sessuale o amorosa con i suoi studenti perché l’ipotesi più attendibile è che sia morta vergine. Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Si tratta di una scelta che non è stata affatto apprezzata dal pubblico, perché le questioni sentimentali al cinema non possono essere solo accennate: o si omettono completamente, o si inventano di sana pianta qualora le fonti storiche non vengano in aiuto, oppure si specifica per quale motivo la protagonista è determinata a restare vergine. Il pubblico vuole sapere!

Da un punto di vista contenutistico invece Amenàbar è stato saggio a non manipolare, almeno sotto questo aspetto, la biografia di Ipazia: la scienziata è infatti una martire della scienza, una scomoda macchia di sangue sulla coscienza della Chiesa e un’icona nella storia e nella scienza femminile, non sarebbe giusto attribuirle una scelta di vita che non fosse veramente sua soltanto per intrattenere gli spettatori. Qualunque siano le ragioni della studiosa, è triste notare come un gran numero di donne elleniche abbiano dovuto rinunciare all’amore, al sesso e agli affetti famigliari per dedicarsi ad occupazioni un tempo precluse al genere femminile: non è necessario restare vergini per studiare matematica, ipotizzare un collegamento tra le due cose è estremamente offensivo nei confronti di tutte le donne ed è dunque giusto rispettare la triste scelta di Ipazia.

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La mia analisi

Non sono un’esperta di cinema, però secondo me Ipazia vorrebbe trovare il moroso. Il suo problema è che è circondata da maschietti un po’… stronzi!

Innanzi tutto la poverina viene costretta a decidere tra matrimonio e carriera, tra libertà e amore; si tratta di una scelta che nessuna donna dovrebbe mai compiere, a cui molto spesso non viene nemmeno concessa la facoltà di decidere autonomamente, così il matrimonio si trasforma in sottomissione. Oreste sembrerebbe un ottimo partito ma commette un errore essenziale: per conquistare Ipazia la paragona alla musica. Ipazia ride e gli risponde con un fazzoletto sporco di sangue per ricordare che le donne devono essere ammirate in ogni aspetto della loro femminilità, non c’è nessun bisogno di idealizzarle per negare quelle parti che a molti piace considerare impure. Anche la scena in cui non si lascia sedurre per osservare le stelle non sarebbe disinteresse verso Oreste, il ragionamento alla base del comportamento della ragazza è molto simile a quello che induce i maschietti a rifiutare il sesso il giorno della finale dei mondiali: se stai per risolvere un dilemma matematico che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità il sesso è rimandato… o no?

Infine arrivano i Cristiani, che sembrano incapaci di scindere amore e sottomissione; la libertà individuale di Ipazia si trasforma a questo punto in uno scomodo ideale politico da soffocare. La matematica riesce a salvarsi proprio grazie all’amore, seppur non ricambiato. Cari maschietti, madre natura vi ha fatto più forti di noi non per sottometterci, ma per aiutarci. E voi chi vorreste essere, degli amici o dei despoti?

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La violenza sulle donne

E’ doveroso aprire una piccola parentesi dal sapore femminista.

Ipazia non viene massacrata soltanto per essersi rifiutata di abbandonare la propria filosofia pagana e di sottomettersi al predominio cristiano, ma anche in quanto donna indipendente e influente nella comunità alessandrina. Nel marzo del 415 infatti la studiosa fu brutalmente catturata mentre faceva ritorno alla sua abitazione in lettiga, dopodiché fu spogliata e uccisa mediante dei cocci ed ogni sorta di atroce sevizia (le furono per esempio cavati gli occhi) per volere del vescovo Cirillo. Le sue spoglie furono poi smembrate e date alle fiamme.

«Secondo le cronache Ipazia fu letteralmente fatta a pezzi, volevo una fine più sopportabile per il pubblico, ho scelto la lapidazione, che fa anche parte della realtà di oggi in alcuni paesi.» (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Nel film infatti il massacro viene notevolmente addolcito: rifiutatasi di fuggire, Ipazia si consegna spontaneamente ai monaci parabolani che, dopo averla svestita, le tolgono la vita mediante la lapidazione ma poco prima del massacro l’ex schiavo Davo, innamorato follemente della padrona, l’aiuta a perdere i sensi per non provare dolore mentre la donna osserva con rimpianto l’oculus della cupola che in prospettiva assume la forma di un ellisse,  una figura geometrica che Ipazia studiò approfonditamente. Ipazia non è dunque di un normale individuo, poiché della donna chiamata Ipazia sono sopravvissute pochissime testimonianze, ma di una martire della scienza, anzi, di più, di un Cristo ateo sacrificatosi per l’umanità, come il regista stesso racconta in un’intervista.

Amenàbar ha reso la vicenda di Ipazia accessibile al grande pubblico anche grazie a interventi che addolciscono la realtà storica, tuttavia forse sarebbe stato più corretto non celare la sofferenza di Ipazia dietro esigenze narrative e raccontare tutto il male che ha dovuto subire.

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Una studiosa in anticipo sui tempi

Siccome le opere di Ipazia sono state distrutte, nessuno conosce quale sia stato il suo contributo alla scienza; le fonti dell’epoca sono tuttavia concordi nell’affermare che ha rivestito un ruolo primario tra gli intellettuali dell’epoca.

Amenàbar attribuisce alla studiosa teorie che poco hanno a che vedere con le conoscenze scientifiche dell’Ellenismo, ma che appartengono invece alla Rivoluzione Scientifica. “Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista. Ma è un peccato che non sia rimasto niente.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Attribuendole delle verità che mai la studiosa avrebbe potuto affermare, il regista rende immediatamente evidente il falso, trasformando così un brillante contributo alla scienza in qualcosa di straordinario, conferendo all’intera vicenda un sapore più gustoso per gli amanti del grande schermo. Scegliendo nello specifico le scoperte di Galileo e Keplero, Amenàbar decide di trattare degli argomenti conosciuti anche dai meno acculturati, rendendo l’opera accessibile ad un pubblico molto ampio.

Nel film Ipazia è un’insigne maestra del Sistema Tolemaico, che all’epoca si stava consolidando a scapito di tutte le altre teorie formulate, e riflette con i propri discepoli su quesiti che sarebbero poi stati risolti solo durante la Rivoluzione Scientifica. Rielaborando le teorie di Aristarco  e intuendo l’esistenza del principio d’inerzia, il primo a teorizzare un sistema eliocentrico, l’Ipazia del film ipotizza che la Terra gira intorno al Sole e, mediante il cono di Apollonio, intuisce la forma ellittica delle orbite dei corpi celesti.  Il regista lascia inoltre intendere che, se la studiosa non fosse stata uccisa, il modello astronomico di Keplero sarebbe stato anticipato di 12 secoli.

La filosofa riflette inoltre sulla possibile esistenza di altri mondi oltre a quello terrestre. Dimostrando di possedere una visione dell’universo e dell’esistenza umana molto simile a quella contemporanea, caratterizzata da una sensazione di smarrimento nei confronti del caos dell’esistenza. Un tale approccio può anche essere dovuto ai considerevoli mutamenti politici in atto in quel periodo.

Il regista a mio parere avrebbe dovuto elaborare più accuratamente l’aspetto scientifico-filosofico del film. Come avrebbe potuto infatti Ipazia anticipare Galileo senza effettuare alcuna osservazione empirica dell’universo? E una volta giunta alle sue stesse conclusioni, perché non considera il suo modello una speculazione su cui discutere con gli altri filosofi? Dopotutto non possedeva un cannocchiale per scrutare la volta celeste e l’astrolabio di sua invenzione non era sufficiente per dribblare i maestri del Seicento.

Mi rendo conto che ipotizzare che la bella Ipazia avesse anche inventato il pensiero scientifico sarebbe risultato eccessivo, ma mi stupisco che il regista non abbia percepito la necessità di ipotizzare con quale approccio filosofico la scienziata del film si sia relazionata con le sue stesse teorie.

Mi sorprende inoltre che il regista non abbia affrontato le implicazioni filosofiche della teorizzazione di un sistema eliocentrico con orbite ellittiche sulla percezione dell’universo. Prima delle straordinarie intuizioni di Keplero, l’umanità era abituata ad immaginare l’essere come una meccanismo perfetto costituito da forme perfette: stiamo parlando di sfere e circonferenze, figure dotate di un solo fuoco. Considerando le orbite dei corpi celesti come degli imperfetti ellissi, i fuochi da prendere in considerazione diventano due, di cui uno solo è occupato da una stella; l’universo geometrico e finito di Tolomeo si trasforma così in un enorme entità informe e priva di centro, dove la Terra occupa solo una posizione marginale.

Mi si spezza il cuore senza un centro” afferma un’emozionatissima Ipazia nel corso dell’elaborazione della rivoluzionaria teoria, descrivendo lo smarrimento che devono aver provato gli scienziati del ‘600 scoprendo di non essere altro che degli insignificanti puntini dispersi nell’universo. Ci sarebbe piaciuto molto fantasticare su quali avrebbero potuto essere le teorie filosofiche formulate da uno studioso alessandrino sulle basi di scoperte scientifiche dell’età moderna, purtroppo il regista non era affatto interessato ad approfondire tale argomento.

Il regista si è inoltre dimenticato di menzionare il fatto che Ipazia non era soltanto un’eccellente astronoma, ma era anche a capo della scuola neoplatonica presso la biblioteca della città. Si tratta di un’omissione tutt’altro che trascurabile, considerando che avrebbe permesso di giustificare l’importanza di Ipazia nella biblioteca senza appellarsi a scoperte scientifiche effettuate 12 secoli dopo la sua nascita.

Mi rendo conto, caro Amenàbar, che preferisci l’astronomia alla filosofia, ma avresti dovuto cercare di accontentare un po’ tutti, affrontando entrambi gli argomenti!

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Il sistema eliocentrico di Copernico, da Wikipedia

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La biblioteca di Alessandria

Secondo me se non avessero distrutto la Biblioteca alessandrina oggi l’uomo sarebbe arrivato su Marte” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

La scene cruciali della vicenda sono ambientate nella biblioteca di Alessandria, ove Ipazia è uno degli insegnanti e degli studiosi più apprezzati. La biblioteca di Alessandria è rappresentata nel film come un enorme palazzo in pietra cui si accede attraverso un’imponente scalinata e ornato con elementi decorativi egizi; al centro della cupola dell’edificio principale è situato un oculus non dissimile da quello del Pantheon di Roma. Innumerevoli papiri sono conservati su scaffali di legno, sebbene è più probabile che nella realtà fossero inseriti in loculi scavati all’interno delle pareti.

Nel film i tesori della biblioteca vengono distrutti in una scena memorabile, enfatizzata dapprima dall’inquadratura dei papiri lanciati in aria che “svolazzano” in prossimità dell’oculus e dal capovolgimento della telecamera che riprende i parabolani intenti nella loro spaventosa opera di distruzione, successivamente da un’inquadratura aerea che riprende, accellerandoli, i caotici movimenti dei monaci che si aggirano come tante minacciose formichine nere per i cortili della biblioteca. In seguito gli edifici della biblioteca verrano utilizzati dai cristiani per attività pubbliche di vario genere.

In verità la distruzione della biblioteca iniziò molti anni prima della nascita di Ipazia, a causa di un incendio inavvertitamente provocato dalle truppe di Giulio Cesare; un’intera sezione dell’edificio chiamata Serapeum fu invece distrutta dal fuoco nel corso del III secolo. Altri tumulti, capitanati dal patriarca della città (cristianizzata) Teofilo, avvennero nel 415 e culminarono proprio con la morte di Ipazia, come ci viene raccontato dal film, tuttavia la biblioteca venne definitivamente distrutta solo dopo la conquista islamica dell’Egitto.

Nel 642 o 646 (la datazione è controversa), il secondo califfo dell’Islam Omar ibn al-Khattāb pronunciò la famosa frase: “Se il contenuto dei libri si accorda con il Corano, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c’è alcun bisogno di conservarli.” E i rotoli della biblioteca iniziarono ad essere impiegati come combustibile per i bagni termali di Alessandria. Secondo Eutichio erano circa quattromila, perciò ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.

I volumi conservati nella biblioteca erano circa 700 000 e la loro distruzione fu una terribile perdita per l’umanità. Il regista trasmette magistralmente la drammaticità dell’evento con un memorabile scambio di battute avvenuto poco prima dell’ingresso dei parabolani nella biblioteca. Ipazia ordina angosciata al proprio schiavo Davo: “Salva solo le opere importanti! Lascia stare quelle minori!” e l’allievo risponde smarrito: “Quali sono le opere minori?”.

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I cristiani come antagonisti

Agora è il primo film in cui i protocristiani rivestono un ruolo da antagonista: i monaci vengono infatti rappresentati come dei rozzi, barbuti e ignoranti fanatici nerovestiti che impongono con la violenza e l’inganno la propria fede, interpretando letteralmente le Scritture e utilizzando la religione per giustificare i crimini più ignobili nei confronti delle altre dottrine religiose e correnti di pensiero. La telecamera si trasforma nel critico occhio del giornalista per riprendere le scene di barbarie, raccontando i fatti come se si trattassero di eventi di cronaca; dei dialoghi estremamente incisivi portano invece in scena le riflessioni alla base dei folli gesti dei fanatici.

Agora critica inoltre l’incapacità dei credenti di qualsiasi religioni di accantonare le differenze e le ostilità per convivere in amicizia, apprezzando le somiglianze che li accomunano e stimandosi reciprocamente. Secondo il regista infatti il film “Ma non vuole offendere la Chiesa, è contro l’intolleranza e il fanatismo, da qualunque parte provenga.”

La filosofia pagana non permette all’umanità soltanto di interrogarsi sui grandi misteri della natura senza fidarsi ottusamente di un libro per progredire scientificamente, ma anche di continuare a dubitare per migliorare se stessi e evitare di commettere errori. Proprio per questo motivo Ipazia si rifiuta di convertirsi alla religione dominante: non può esserci libertà, ricerca e pace nella sottomissione, inoltre l’uomo ha bisogno di potersi mettere costantemente in discussione. “Voi non potete dubitare delle cose in cui credete” afferma Ipazia in una memorabile scena del film “Io devo”.

La salvezza dunque risiede nel dubbio, nella ricerca e nel confronto con gli altri; la fede non è errata in sé, ma può portare all’incapacità di ragionare con la propria testa e di accettare la diversità altrui, inoltre può essere sfruttata per la manipolazione delle masse, com’è evidente nella sua strumentalizzazione da parte delle prime autorità cristiane per prendere il potere.

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Il Cristianesimo secondo Amenàbar

Il Cristianesimo è stata la prima dottrina schierata contro la schiavitù: essendo tutti uguali in quanto figli di Dio, abbiamo il diritto all’uguaglianza sociale e il dovere di amarci reciprocamente. Il risultato di tale affermazione è stata la diffusione a macchia d’olio della nuova religione soprattutto tra gli schiavi e i ceti meno abbienti, che per la prima volta si sentivano considerati e rispettati dalla società; nel film lo schiavo Davo abbandonerà per lo stesso motivo la propria padrona Ipazia, nonostante la stima e l’amore che prova per lei, per vivere in libertà.

Nel conflitto ideologico che costituisce uno dei temi centrali del film Amenàbar evoca la polemica nietzschiana nei confronti del Cristianesimo: sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita (per essere poi trasformata in servitù della gleba nel Medioevo, ma questo è un altro discorso), siamo diventati tutti schiavi nei confronti di una nuova autorità oppressiva, Dio stesso. L’uguaglianza quindi non è un presupposto per perseguire la massima felicità, ma un minimo comune denominatore che annienta la liberta e la diversità di ciascuno e la vita stessa è una forma di schiavitù nei confronti dei Cieli: uno solo Dio sostituisce tutte le divinità, una sola dottrina schiaccia ogni possibile pensiero.

In Agora la contrapposizione tra fede e filosofia si concretizza anche in due differenti scuole di retorica: da una parte troviamo infatti la scuola attica dei filosofi, che privilegia un’esposizione chiara e razionale dei contenuti per condividere con razionalità e chiarezza le proprie opinioni con gli interlocutori, dall’altra la retorica asiana, con cui i cristiani tentano di impressionare emotivamente i fedeli con uno stile “stupefacente”, che nel film è accompagnato anche da falsi miracoli e da insulsi gesti rituali.

La scuola ateniese può essere anche sfruttata per persuadere del falso (i sofisti ne erano maestri), ma nel caso specifico del film gli studiosi se ne avvalgono per condividere le proprie conoscenze e ricercare il vero insieme ai propri colleghi, perseguendo il bene comune; i cristiani invece mirano al predominio e non esitano ad ingannare e offendere pur di riuscire nei propri scopi, ciò è evidente per esempio nella scena in cui camminano sulle braci pur di impressionare le masse e gettano un filosofo tra le fiamme, oppure quando celebrano i funerali di un vescovo tra enfatiche cerimoniosità per commuovere i fedeli raccolti in preghiera. [NB: si tratta di un mio parere personale, mi assumo le responsabilità di quanto ho scritto in questi due paragrafi]

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Un film scomodo per il Vaticano

Agora è stato distribuito nelle sale dei cinema occidentali nel 2009, ma è giunto in Italia con un anno di ritardo, più precisamente il 23 aprile 2010, in seguito alle polemiche scatenate dalla Chiesa.

Dopo che le barbarie dei parabolani, la crudeltà di un vescovo venerato come un santo e le responsabilità della chiesa nella distruzione della meravigliosa cultura pagana furono accolte dalla Cei con un ostile silenzio stampa e qualche commento stizzito tra i membri della commissione, iniziò una lunga serie di polemiche circa la proiezione del filmnella nostra penisola. Sono ancora visibili oline i commenti del popolo di Internet al riguardo, è stata persino indetta una petizione per richiedere la distribuzione in Italia di Agora.

Consapevole delle polemiche che avrebbe suscitato il film si dice lo stesso regista: «Quello che abbiamo raccontato spiega l’autore di Mare dentro è un periodo del cristianesimo mai portato al cinema. Ma il film non vuol essere offensivo nei confronti dei cristiani, piuttosto un forte atto di denuncia contro l’intolleranza. Volevo far vedere che la storia di allora non è così diversa dal nostro presente: certo, il cristiano di oggi non uccide, ma altre forme di estremismo sì». Pensate a proposito, prosegue Amenábar, «che Agora è stato vietato ad Alessandria d’Egitto per timore che potesse scatenare violenze da parte dei musulmani nei confronti della minoranza cristiana. Come vedete la storia si ripete»” (Gabriella Gallozzi, 20.04.2010, “Alejandro Amenábar: Il Vaticano ha nascosto la mia «Ipazia» con una coltre di silenzio”, l’Unità).

E’ inoltre significativo notare come il trailer italiano abbia subito delle modifiche per non affrontare direttamente le tematiche bollenti del film. A questo proposito, vi consigliamo di leggere l’interessante articolo di donnapratica.com:

http://www.donnapratica.com/articoli/2010/04/06/esce-in-italia-il-film-agor%C3%A0-ipazia-ma-il-trailer-italiano-%C3%A8-diverso-dallestero

E’ infine molto triste apprendere che il film è stato censurato nella città di Alessandria perché avrebbe potuto provocare delle aggressioni nei confronti delle minoranze cristiane in cità da parte delle maggioranze islamiche. Mutano le dottrine in conflitto, dunque, ma non le ragioni che inducono gli uomini a massacrarsi a vicenda.

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Un film contro i crimini protocristiani, ma non contro il Cristianesimo

Contrariamente da quanto hanno pensato in molti, Agora non è affatto ostile al messaggio di libertario ed egualitario di Cristo. I veri cristiani credono infatti che gli uomini debbano essere tutti uguali e si aiutano l’un l’altro, poiché ritengono che il miracolo di Cristo sia visibile nello sguardo di chi chiede aiuto.

Il regista dunque non ha nulla contro la dottrina cristiana in sé, ma condanna aspramente ogni situazione in cui il credo di una religione viene elevato a modello unico (immagine) di ciò che dovrebbe pensare e pronunciare l’essere umano, precludendo così il pensiero umano, oppure quando la religione viene strumentalizzata dalle autorità.

Secondo Amenàbar inoltre anche alla cultura pagana spetta una massiccia dose di critiche per non aver mai riconosciuto alcun diritto agli schiavi. La stessa Ipazia non è un esempio di perfezione proprio per l’atteggiamento autoritario e schiavista con cui si rivolge ai suoi servi, pur trattandoli con una considerazione maggiore rispetto a molti altri aristocratici pagani. Il film non è dunque una cieca critica contro i cristiani, ma una costruttiva proposta di riflessioni su tematiche sociali riguardanti avvenimenti che, pur essendosi verificati più di un millennio fa, ci riguardano ancora da vicino.

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Anacronismi

Il regista ha manipolato, forse un po’ brutalmente, le fonti storiche per rendere più accattivante la trama del film. Oltre alle modifiche descritte in precedenza, è singolare notare come Sinesio, ispirato ad un religioso realmente esistito sia stato trasformato in una persona completamente differente dal personaggio storico.

Come si viene a sapere da Encomio alla calvizie, uno scritto di Sinesio di Cirene, il discepolo di Ipazia  era calvo, non dotato della folta criniera dell’attore del film; lo studioso inoltre non era celibe e nemmeno casto, ma era sposato ed era padre di tre figli e non avrebbe potuto trovarsi ad Alessandria nel 415, quando morì Ipazia, poiché morì due anni prima, nel 413. In vita fu un intellettuale tollerante e animato da un convinto spirito filosofico ma non fu mai dogmatico, infatti scrisse in una lettera indirizzata al fratello nel 410: «Non mi stancherò mai di ripetere che il saggio non deve forzare le opinioni degli altri, né lasciarsi forzare nelle proprie».

Altra grave imprecisazione, l’accusa di stregoneria rivolta ad Ipazia: i protocristiani ne combinarono parecchie, ma la caccia alle streghe non aveva ancora avuto inizio, o semplicemente aveva un altro nome.

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Giudizio finale: 8

Ho apprezzato moltissimo questo film poiché ha trattato delle tematiche che mi stanno molto a cuore, tuttavia non gli ho attribuito un voto troppo alto perché avrei preferito che il regista si attenesse maggiormente alle fonti storiche, anche a costo di realizzare un film di nicchia, accessibile soltanto a pochi intellettualoidi. Il film inoltre presenta alcune imperfezioni per quanto riguarda il montaggio e il ritmo della narrazione, troppo lento e non sufficiente armonico per garantire il giusto coinvolgimento emotivo; il regista inoltre non è stato capace di amalgamare correttamente le tre tematiche del film (il filone politico, scientifico e sentimentale), facendo così risultare la narrazione sbrigativa e poco esaustiva in diverse scene del film.

Ciò non significa che non vi sto consigliando di correre in biblioteca a prenotare il dvd di Agora, si tratta di un film che tutti dovrebbero conoscere, soprattutto noi donne.

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Atena, prima in battaglia

Eccomi di nuovo qui, cari lettori, dopo una settimana di assenza. Purtroppo ho dovuto accantonare il blog per motivi di studio, ma staera sono finalmente tornata con un’altra ricerca.

Atena dallo sguardo scintillante, Atena industriosa, Atena la vergine, Atena prima in battaglia …

Sappiamo tutti chi è Atena: l’alta, mora, bellissima e invincibile dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, dell’artigianato e degli aspetti più nobili della guerra (ammesso che esistano); spesso Minerva è affiancata da Nike, l’alata dea della vittoria o della vendetta. Il semplice peplo con cui Atena viene raffigurata non è provcante come lo “scollacciato” chitone di Venere e le sue armi possono fronteggiare la furia di un esercito.

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Ma quali sono le armi dea? Provate a ripensare alle antiche monetine d’argento da 100 lire che utilizzavamo dieci anni fa (io ne sto stringendo in mano una proprio in questo momento), sulla testa del nichelino la dea è riconoscibile, oltre che per il fatto che sta afferrando un ulivo, la pianta a lei consacrata, grazie all’elmo, la corazza di pelle di capra e la lancia. La Banca d’Italia si è dimenticata tuttavia di raffigurare l’elemento più importante: l’Elgide, il potentissimo scudo ricevuto in dono dal padre Zeus su cui la dea ha raffigurato la testa di Medusa, ricevuta in dono da Perseo.

Un’arma poco nota della gran donna è … Excalibur! Esatto, proprio lei, la lama in grado di tagliare ogni materiale che, qualche secolo più tardi, ricomparirà in una certa leggenda sassone. Un altro simbolo di Minerva è la civetta, guarda caso un rapace che, come il cugino gufo, è ancora oggi simbolo di saggezza.

Circolano molte storie sulla nascita di Atena, una più incredibile dell’altra. Secondo alcuni Minerva è semplicemente la figlia di prediletta di Zeus, nata già adulta ed armata dalla testa o dal polpaccio del padre degli dei. Un’antichissima leggenda tratta dai frammenti dell’autore mitologico Sanchunimathon affermano invece che la dea sia figlia di Crono, re dei titani e padre infanticida e cannibale di Zeus, Poseidone e Ade, che fu poi ucciso per mano dei figli e gettato nel Tartaro, la parte più oscura e impenetrabile degli Inferi.

La legeda più celebre sulla nascita della bella Minerva è a mio parere un po’ inquietante. Si racconta infatti che Zeus giacque con Metide, la dea della prudenza e della saggezza, ma quando la donna restò incinta temette che si avverasse una profezia piuttosto scomoda per il padre degli dei: fu predetto infatti che i figli di Metide sarebbero stati più potenti del padre. Zeus decise di attuare una drastica contromisura per evitare di essere spodestato, così trasformò la donna in una goccia d’acqua (in una mosca o in una cicala a seconda delle versioni del mito) e la inghiottì.

Fu tutto inutile, infatti la dea riuscì a sopravvivere all’interno del corpo dell’amante e iniziò a realizzare un elmo e una veste per la figlia che portava in grembo, sferrando dei tremendi colpi di martello che facevano soffrire a Zeus le pene dell’Inferno.  Il dio fu salvato da Efesto o da Prometeo, uno di loro infatti spaccò in due il cranio di Zeus con un’ascia bipenne, provocando un solco da cui fuoriuscì un’Atena già adulta vestita dei doni della madre.

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ATENA NERA, di Martin Bernal

Atena nera è il titolo del libro di Martin Bernal che ha sconvolto i dipartimenti di antichità di ogni università. Mi dovete scusare se mi sono appoggiata prevalentemente alla rozza Wikipedia (it.wikipedia.org/wiki/Atena_nera) per scrivere ciò che segue, quindi siate clementi se ho riportato qualche sciocchezza. Dopotutto scribacchio solo per divertimento, strappando tra l’altro delle ore preziose ai miei studi di economia, perciò non sempre posso permettermi di svolgere delle ricerche accurate.

Il titolo provocatorio sbaraglia il lettore proponendo l’immagine di un’Atena inedita, completamente diversa da quella che da secoli siamo abituati ad apprezzare nei capolavori di storia dell’arte. Atena aveva la pelle nera, perché non era dalle nostre parti, ma dall’Egitto e dalla Mesopotamia.

Il titolo dell’opera di Martin Bernal attribuisce origini “extracomunitarie” non solo ad Atena, ma a tutto il pantheon greco, anzi, all’intera cultura ellenica. L’opera non parla infatti di divinità esotiche, ma vuole avvertirci che la nostra cultura non europea, ma ha origine lontane, negre per l’esattezza. Alla facciazza di Hitler e dei puristi della razza!

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Da secoli i secchioni del classico si domandano le origini della civiltà greca per capire chi siamo, come abbiamo fatto ad arrivare fin qui e per insaporire l’esistenza con lo quello speziato sapore di esotico e antico che rende tutto più affascinante. Nel corso della storia sono state formulate diverse teorie al riguardo:

  1. MODELLO ANTICO: dall’antica grecia al XVIII secolo abbiamo ritenuto di avere ereditato il sapere degli antichi egizi e della Mezzaluna Fertile, in quanto le principali città dell’età arcaica e classica (Micene, Cnosso, Tebe e Atene, per citarne qualcuna) sarebbero nate come colonie egizie e fenicie. A sostegno di questa tesi, Secondo Bernal, ci sarebbero varti miti e leggende, come queli di Danao o Cadmo.
  1. MODELLO ARIANO: con la nascita del romanticismo nel tardo XVIII gli occidentali sono diventati un po’ presuntuosetti. La cultura occidentale che sta dominando il mondo è made in Europe al 110%, perché noi (e i popoli indoeuropei da cui discendiamo e che hanno invaso la grecia alla fine nei secoli bui dell’età ellenica. ) saremmo superiori ad un Oriente asiatico e africano considerato immobile e decadente. Tale modello viene suddiviso da Bernal in due arianti: il modello ariano ampio, il quale ammette l’apporto delle civiltà afroasiatiche nel patrimonio culturale ellenico con il solo scopo di sminuirlo, e il modello ariano estremo, che nega ogni isorta di influenza subita dai popoli greci.

Purtroppo, il modello ariano ha surclassato il modello antico negli ultimi duecento anni per l’impulso esercitato dalle fenomeni culturali dell’epoca, in particolar modo il romanticismo, l’ascesa del razzismo europeo in relazione al colonialismo e l’antisemitismo. Tale teoria, che nel corso degli anni non è stata necessariamente collegata all’estrema destra (anzi, uno storico di sinistra potrebbe sostenerla senza rischiare di cadere in contraddizione), ha raggiunto l’apice del successo con il nazismo.

Il metodo ariano mi ricorda la deleteria lezione di storia tenuta da un professore nazista ai suoi ragazzi ne L’amico ritrovato di Fred Uhlman: “-Signori,- esordì all’inizio della lezione –c’è storia e storia. C’è la storia contenuta nei vostri libri e quella che lo sarà tra poco. Sapete tutto della prima, ma nulla della seconda perché alcune potenze oscure, di cui mi auguro di potervi parlare presto, hanno tutto l’interesse a tenervela nascosta. […] Verso il 1800 a.C. un gruppo di tribù ariane, i Dori, fece la sua comparsa in Grecia. Fino a quell’epoca la Grecia, paese povero e montuoso, abitato da popolazioni di razza inferiore, era rimasta immersa nel sonno dell’impotenza. Patria di barbari, senza passato e senza futuro. Ma poco dopo l’arrivo degli ariani il quadro mutò completamente finché, come tutti sappiamo, la Grecia fiorì, fino a trasformarsi nella civiltà più fulgida della storia dell’umanità.”

Bernal non propone una restaurazione del più plausibile modello antico rispetto al modello ariano, ma propone il modello antico riveduto, una sua rielaborazione personale secondo cui la civiltà greca sarebbe nata inizialmente dalle colonie fondate da egizi e fenici nella penisola Balcanica e, in seguito, avrebbe ricevuto un apporto secondario da parte degli invasori indoeuropei.

L’autore vuole in particolare contestare l’opinione secondo cui la società greca è stata la prima e la sola a realizzare una visione del mondo e che tale filosofia sia superiore a quelle formulate dalle culture asiatiche e africane, incapaci di una riflessione autonoma e oppresse dalla religione e dal dispotismo. Il pensiero greco sarebbe dunque solo una variante delle filosofie mediorientali, delle culture autonome e di valore certamente non inferiore.

Basandosi su riferimenti archeologici e filologici, Bernal propone una rivoluzione: metà del vocabolario greco, privi di una propria etimologia, derivano da radici semitiche, in particolare i nomi propri di toponimi ei divinità, che sarebbero di origine egizia. E non è tutto! I parallelismi tra età greche e egizie effettuati durante l’ellenismo non furono altro che il ripescaggio di relazioni che erano già note da secoli.

MA SARA’ VERO? LE NUMEROSE CONTESTAZIONI …

Le tesi scioccanti di Atena nera hanno scatenato un bel polverone. I metodi filologici adottati da Bernal sono stati giudicati deboli, disinvolti, privi di sufficiente rigore e alcune delle tesi dello studioso sono state confutate dagli specialisti.

Un altro errore commesso dallo scrittore riguarda la scelta delle opere consultate nel corso della ricerca: “molti dei testi ricondotti da Bernal alla cultura egizia, ad esempio il Corpus Hermeticum, sono compilazioni greche di età cristiana, ed in qualche caso (la simbologia egizia dei rituali massonici o nel Flauto Magico di Mozart) derivano addirittura da opere moderne inventate di sana pianta (il romanzo Sethos dell’abate Jean Terrason, scritto nel 1731).” (Citazione tratta dalla cara vecchia Wiki)

Errori e mancanze a parte, l’opera ha ricevuto numerosi apprezzamenti dagli studiosi africani e dagli Stati Uniti, con il solo risultato di ricondurre l’opera ad una dimensione ideologica anziché scientifica.

Innanzi tutto, Bernal è stato accusato di eurocentrismo perché, con il suo tentativo esasperatissimo di esaltare le culture africane come precursori di quelle europee, sembra non considerarle degne di interesse per se stesse.

Bernal è inoltre stato accusato di una particolare forma di razzismo, che prevede la discriminazione dei popoli che non conoscono la scrittura a vantaggio delle civiltà alfabetizzate.

Alcuni critici hanno inoltre etichettato l’autore come comunista, sostenendo che egli sia stato influenzato dalle opinioni del padre marxista. Bernal tuttavia nega fermamente: l’influenza subita dal padre non riguarda necessariamente le sue opinioni marxiste, inoltre moltissimi comunisti hanno abbracciato il modello ariano, che non è necessariamente collegato ad opinioni di destra.

Il fenomeno Atena Nera, che ha segnato in modo indelebile la vita di Bernal, non lascia indifferente nessuno di noi perché capovolge radicalmente tutte le teorie che sono state formulate sulle nostre origini. Secondo l’articolo di Maurizio Bettini Incubo Atena nera, pubblicato su La Repubblica il 1 Agosto 1995, Atena nera sarebbe l’espressione di un occidente liberale che desidera distaccarsi dai rimasugli del proprio passato eurocentrico e riscrivere la propria identità.  E’ molto significativa la conclusione dell’articolo: “Non siamo sicuri del fatto che studiosi come Bernal stiano davvero rifacendo la storia della civiltà greca e occidentale: ma di certo stanno redigendo il palinsesto dei nostri incubi passati, così come dei nostri sogni a venire.”

MA ALLORA QUALI SONO LE ORIGINI DI ATENA?

Purtroppo mi tocca ammettere di aver organizzato male i contenuti: ho esordito presentando l’affascinante figura della dea Atena e, paragrafo dopo paragrafo, mi sono ritrovata a parlare delle origini della cultura occidentale. A questo punto del discorso, dopo essermi ripromessa di tagliuzzare qua e la le sezioni dedicate ad Atena nera per armonizzare l’argomento del post, ho deciso di indagare sulle origini di Atena, indipendentemente dalle teorie di Bernal.

Esordirò con una brutta delusione per voi lettori: Minerva può anche essere egiziana, ma sicuramente non era nera. Oggi gli Egiziani hanno la pelle più scura della nostra, è vero, ma qualche millennio addietro le popolazioni del Maghreb erano considerate simili a quelle europee poiché avevano avuto pochi contatti con i popoli “Neri”, definiti genericamente Etiopi.

Niente Atena nera, quindi, cancellate dalle vostre menti la bella giovane color cioccolato dell’immagine che vedete sopra in favore di una dea dalla pelle bianca e caucasica. E’ certo tuttavia che Platone ed Erodoto ci rivelino che nella città egiziana di Sais veniva celebrato il culto della divinità egiziana Neith, che ricollegavano ad Atena.

Atena si ricollega chiaramente alle divinità femminili che erano adorate in Europa nel corso della Preistoria, ed è proprio in questa epoca che compaiono i primi riferimenti ad Atena, che nell’antichità era essa stessa rappresentata come una civetta, una Dea-uccello simile a Lilith o una dea alata. L’armatura che indossa nell’iconografia più recente potrebbe derivare proprio dalle ali di cui era dotata, che invece compaiono sulle decorazioni dei vasi più antichi.

La divinazione: strani rituali per predire il futuro

Si può predire il futuro? Assolutamente no, scordatevelo! Eppure sono millenni che tentiamo di scoprire cosa ci accadrà scrutando le stelle o esaminando le macchioline rimaste sul fondo di una tazzina di caffè.

Oggi sappiamo che simili credenze non sono altro che giochetti su cui scherzare dal parrucchiere, ma un tempo l’umanità prendeva la faccenda molto seriamente: le tecniche divinatorie che ci hanno tramandato gli antichi sono così articolate e meticolose da essersi attrbuite il titolo di pseudoscienze.

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LE PSEUDOSCIENZE: QUANDO LA FANTASIA SI SPACCIA PER SCIENZA

Il termine “pseudoscienza” non è una birbonata di mia invenzione, provate a consultare lo Zingarelli se non ci credete: “pseudoscienza: teoria, disciplina e sim., che si attribuisce un carattere scientifico pur non avendo i requisiti, spec. Metodologici, propri delle scienze”.

Un esempio classico di pseudoscienza è l’astrologia, che propone di svelare il nostro avvenire con antiche leggende greche e complicatissimi calcoli matematici, ma esistono anche discipline che non effetuano predizioni come la fisiognomica, che tenta di rivelare i tratti psicologici e caratteriali di una persona attraverso le sue caratteristiche fisiche.

Eppure esistono moltissime materie che effettuano delle previsioni scientifiche, come la meteorologia e la matematica finanziaria, i cui responsi sono ritenuti autorevoli pur non essendo attendibili al 100%. Su cosa si foda dunque la fondatezza di tali discipline? La scienza si differenzia dall supestizione perché le sue previsioni sono basate su causalità dimostrate tra il segno interpretato e l’evento previsto.

Facciamo qualche esempio. “A determinate condizioni di umidità e temperatura scoppierà un temporale” è una previsione scientifica; “Se rompo il televisore mia madre si infurierà” non è una supposizione relativa alla vita quotidiana e non ad una scieza, ma è comunque un’affermazione autorevole (povera mamma!). “Se peschi picche da un mazzo di carte morirai giovane” è una delle tante assurdità che può dirvi una cartomante.

La pseudoscienza giustificheà i suoi responsi appellandosi alle stelle, ai santi, alle misterise forze della natura o ai poteri paranormali rivendicati da qualche ciarlatano. Le riconoscerete facilmente, perchè le giustificazioni ai raporti causa-effetto che collegano i fenomeni alle predizioni si appellano alla religione, alla magia o a qualche assurda credenza popolare.

In questo articolo non ho nessuna intenzione di parlare di scienze serie, affronterò invece le discipline più assurde che l’essere umano abbia mai inventato.

Attenzione, miei cari lettori, non pensate che le pseudoscienze siano materie prive di importanza: non solo si tratta di argomenti interessanti da un punto di vista sociologico e storico, ma molte pseudoscienze hanno anche costituito una tappa fondamentale nello sviluppo tecnologico umano. Basti pensare all’alchimia, un complesso intreccio di scienza e magia che ha permesso all’umanità di acquisire l’approccio scientifico necessario per apprendere i segreti della chimica.

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LA DIVINAZIONE

Il termine divinazione deriva dal latino divinus, che significa “ispirato dal dio”, eppure non è necessariamente collegata alla sfera religiosa, come mlti sono portati a pensare.

Si tratta di un’antica arte (per non chiamarla buffonata) che permette di ottenere informazioni appartennti appartenenti ad una dimensione spazio-temporale inaccessibile. In parole povere, consente di dare una sbirciatina al passato, al futuro o a ciò che si trova in un luogo diverso dal nostro.

La divinazione o mantica è una pratica incodificabile, sospesa tra la il razionale e l’irrazionale. Secondo alcuni le sue arti sono accessibili a tutti, per altri invece le predizioni sono riservate ad alcuni individui “speciali” chiamati indovini, vati o Mantis, che in latino significa “colui che è in grado di instaurare  un contatto con le divinità”.

LE PRINCIPALI TECNICHE DIVINATORIE

Le arti divinatorie sono veramente numerose e i loro nomi, quasi sempre di illustre origine greca (in effetti, i popoli antichi erano dei veri esperti in materia di divinazione, ne hanno inventata una più del diavolo), sono degni di comparire nei più difficili quiz televisivi.  Siete curiosi? Ecco l’elenco delle discipline più celebri:

  • Aeromanzia, che consiste nell’interpretazione delle condizioni atmosferiche;
  • Ailuromanzia, lo studio del comportamento dei gatti (specie se neri);
  • Antropomanzia, la quale permette di conoscere il futuro attraverso i sacrifici umani;
  • Apantomanzia, basata sull’avvistamento di animali;
  • Artimanzia, che indica le le pratiche divinatorie che utilizzano numeri e lettere;
  • Aruspicina, l’analisi delle viscere degli animali sacrificati agli dei (è dalla seconda elementare che, ogni volta che penso a questa cosa, mi viene spontaneo manifestare il mio disgusto con un “BLEAH”!);
  • Bibliomanzia, la divinazione attraverso alcuni libri particolari, tra cui la Bibbia;
  • Caffeomanzia, la lettura dei fondi di caffè;
  • Tasseografia, la lettura delle foglie di tè;
  • Cartomanzia, la lettura di carte e tarocchi;
  • Ceromanzia, l’interpretazione della cera fusa versata in acqua fredda;
  • Chiromanzia, la celebre lettura della mano;
  • Cleromanzia, l’estrazione a sorte;
  • Cometomanzia, lo studio delle code delle comete (vi ricorda qualcosa?);
  • Cristallomanzia, la dvinazione mediante l’impiego di cristalli e sfere di cristallo;
  • Cybermanzia, gli oracoli elettronici (tutti quei giochetti che si fanno su Internet);
  • Demonomanzia, la divinazione dei demoni;
  • Geomanzia, la divinazione della Terra;
  • Giromanzia, la lettura delle vertigini di una persona;
  • Oniromanzia, l’interpretazione dei sogni;
  • Negromanzia, la divinazione attraverso l’evocazione dei defunti;
  • Ornitomanzia, l’osservazione del volo degli uccelli (Romolo e Remo docet).

Gli oggetti impiegati nella divinazione sono praticamente infiniti. Nel corso della storia sono stati utilizzati infatti anche farina e derivati, orzo, sale, vino, galli e galline, vento, nubi, tuoni, fulmini, asce, frecce, dadi, bioritmi, piante bruciate, corone di alloro incenerite, germogli di cipolla,acqua, fiamme, fumo,incenso, bastoni, specchi e oggetti riflettenti, tessere del domino, bruciature, ruote, chiavi, setacci pendenti, cavalli, pesci, serpenti, topi, formiche, allucinogeni (dagli antichi greci agli indiani, ogni popolo antico conosceva un paio di metodi interessanti per avere delle visioni. Eheheheheh … ), pietre preziose, perle, meteore, imperfezioni di vario genere, cordoni ombelicali, nomi di persona, uova, le crepe provocate dal calore sui gusci delle tartarughe.

Una pratica interessane è la somatomanzia, sarebbe possibile leggere il nostro futuro sul nostro stesso corpo. Occhi, palpebre, piedi, cranio, fronte, dita, petto, unghie … sono veramente numerose le parti anatomiche che possono servire a questo scopo. Molte tecniche impiegano anche alcune caratteristiche comportamentali, come la calligrafia, l’abbigliamento o la risata.

Quando non esistevano ancora i ginecologi e il sesso del nascituro restava un mistero sino al momento del parto, i genitori si affidavano alla divinazione per scoprire il sesso del loro bambino, studiando il comportamento e la forma del pancione di mamma secondo i princpi della genomanza. Per scoprire invece quali sorti avrebbe riservato la vita al neonato, si studiavano le membrane che lo avevano avvolto nel grembo della madre e il cordone ombelicale (a questo punto, propongo di urlare il secondo “BLEAH” della gornata!).

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LE STRATEGIE OBLIQUE: LA DIVINAZIONE AL SERVIZIO DELLA CREATIVITA’

Siamo nel 1974 e sappiamo tutti che aria si respirava in quegli anni. I giovani artisti Brian Eno (vi ricordate la musichetta onirica con cui si apriva Windows ’95? Ebbene, lui ne è l’autore.) e Peter Schmidt realizzarono le Strategie oblique, un mazzo di carte, su ognuna delle quali era presente una sentenza oracolare che aveva lo scopo di assistere il creativo nel processo decisionale che conduce al compimento dell’opera artistica.

La creazione delle carte è chiaramente influenzata dalla filosofia orientale e dall’I Ching ed è la dimostrazione di come il meccanismo delle sentenze oracolari possa essere sfruttato positivamente dall’uomo, anziché costituire una mera perdita di tempo per superstiziosi.

Qualche esempio delle frasi che avreste potuto pescare? “Usa meno note”, “Lavora con un ritmo differente”, “Torna sui tuoi passi”, “Solo una parte, non il tutto” o “Non si tratta di costruire un muro, ma di fare un mattone”; si tratta di sentenze che, pur non essendo sempre pertinenti con l’attività svolta dall’artista, possono essere un ottimo metodo per avere nuove idee, osservare la propria opera da un punto di vista diverso o semplicemente stimolare la fantasia.

L’invenzione sfrutta quella che secondo me è la sola caratteristica positiva dei testi oracolari, la capacità di indurre a vedere le cose in un modo diverso dall’usuale: invece di incaponirsi cercando una soluzione con i soliti mezzi, l’artista può sfruttare le Strategie Oblique per trovare una via trasversale per la realizzazione di un capolavoro.

“Queste carte si sono sviluppate a partire dall’osservazione dei principi che regolano le nostre creazioni.
Talvolta [i suddetti principi] sono stati riconosciuti retrospettivamente (facendo così coincidere intelletto e intuizione), a volte sono stati identificati osservando ciò che è successo, altre volte si è trattato di formule.
Possono essere utilizzate come un tutto (una serie di possibilità costantemente riportate alla memoria) opure isolatamente, estraendo una carta dal mazzo mescolato quando si presenta un dilemma a un certo punto del lavoro. In questo caso, ci si rimette alla carta anche se l’applicazione non è chiara.
Le carte non danno responsi definitivi, nel senso che nuove idee si presenteranno spontaneamente mentre altre diventeranno via via evidenti”
[Eno, Schmidt, 1975]

Carissimi amici bloggers, volete sperimentare anche voi le Strategie Oblique e trarre l’ispirazione da un metodo brevettato da due grandi artisti come Eno e Schimdt? Potete utilizzare le carte originali, realizzare un mazzo di carte fai-da-te con oracoli di vostra creazione, oppure sfruttare l’applicazione di questo simpatico sito in inglese.

“CLICCA QUI!”
Per pescare una sentenza delle Strategie Oblique

Certi errori non si possono evitare

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La Chera io pure l’avrò, quando Zeus vorrà compierla e gli altri numi immortali».
[…] Disse, e meditò ignominia

Ci sono errori che non si possono evitare, sono scritti nelle nostre vene. Qualcuno lassù ci ha fatti male, ci ha creati con qualche errore di programmazione, altrimenti non saprei spiegarmi come mai continuo ad inciampare in quello stesso sbaglio. Io voglio sbagliare, voglio cadere e voglio farmi male.

Non importa se sarò il vostro giullare, se non  mi inviterete mai ai vostri giochi così perbene. Io conosco solo il mio gioco, il gioco del caos.

Come Achille, anche io peccherò di Ybris. E ne accetterò le conseguenze.