Il “Don Giovanni” di Molière

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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In collaborazione con Ilaria Zibetti, che si occuperà dell’omonimo melodramma di Mozart, verrà analizzato il Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière. Si tratta di una commedia tragica in cinque atti, presentata per la prima volta a Palais-Royal, il 15 febbraio 1665 dalla compagnia del suddetto drammaturgo.

Tra le numerose sceneggiature disponibili in libreria e online, abbiamo scelto per voi: Don Giovanni, Molière, Letteratura universale Marsilio, a cura di Delia Gambelli, traduzione di Delia Gambelli e Dario Fo (con testo a fronte). La traduzione è moderna e scorrevole per garantire al lettore delle fragorose risate, le stesse che hanno animato l’antico pubblico di Molière. Le traduzioni dal francese, rese in dialetto possono risultare di difficile comprensione, ma si tratta comunque di una soluzione originale e apprezzabile.

La tragicommedia inizia in medias res: si sono già svolti alcuni dei fatti principali. Don Giovanni, dopo aver sedotto e sposato innumerevoli fanciulle, ha conquistato il cuore di Donna Elvira, convincendola a lasciare il convento per lui. Subito dopo (ed è qui che inizia la nostra storia) il libertino abbandona la città per conquistare una nuova giovane, promessa ad un altro. In città non potrebbe nemmeno recarsi perché in tale luogo ha ucciso un uomo in duello e potrebbe imbattersi nella vendetta dei familiari; ma Don Giovanni non teme nulla. Come egli stesso dichiara in un monologo – in cui mostra di essere maestro di retorica – vuole assaporare tutte le bellezze esistenti anziché amarne una, in quanto apprezza più il “sapore della conquista” che la donna in sé. Sin dall’inizio i vari personaggi che incontra lo esortano a non sfidare il Cielo, ma Don Giovanni, pur essendo cattolico, bestemmia e affronta l’ira divina. Donna Elvira nel frattempo insegue il protagonista per chiedergli spiegazioni in merito alla sua partenza, ed egli le rivela di non amarla più.

Don Giovanni e il servitore Sganarello organizzano una gita in mare per conquistare una fanciulla, ma vengono sorpresi da una tempesta. I due vengono soccorsi dalla contadina Carlotta, promessa a Pierotto, e Don Giovanni inizia a farle la corte chiedendole la mano; Carlotta accetta. Entra in scena Maturina, altra donna circuita dal nobile libertino e scoppia un comico battibecco. Giunge dunque La Frasca, che mette al corrente Don Giovanni del fatto che alcuni uomini in armi lo stiano cercando.

Don Giovanni e Sganarello fuggono: il primo in abiti da viaggio, il secondo travestito da medico. I due disquisiscono sulla fede e successivamente Don Giovanni promette un Luigi d’oro ad un povero in cambio di una bestemmia.

Don Giovanni salva un uomo dall’attacco di alcuni ladri, per poi scoprire che si tratta di Don Carlo, fratello di Donna Elvira, che lo stava cercando per vendicare la sorella. Nonostante venga riconosciuto da Don Alonso, sopraggiunto in seguito, il protagonista viene lasciato andare come ricompensa per il salvataggio. In seguito Don Giovanni e Sganarello si imbattono nel mausoleo e nella statua del Commendatore, ucciso a duello da Don Giovanni. Il libertino invita a cena la statua, che risponde con un cenno.

Il libertino riceve poi la visita del padre Don Luigi, che cerca di redimere il figlio, ma invano. L’ultima visita ricevuta da Don Giovanni è di Donna Elvira che, velata e in lacrime, gli chiede di pentirsi. Il padrone di casa è stato in qualche modo colpito dal discorso della donna e promette che, tra venti o trent’anni, si pentirà.

Don Giovanni mente al padre, raccontando di essersi pentito delle proprie malefatte. Giunge poi Don Carlo, che chiede a Don Giovanni di sposare Donna Elvira, ma l’astuto peccatore rifiuta, dicendo di essersi convertito e che il matrimonio non è contemplato nella vita di Grazia che lo attende. Compare uno spettro che intima a Don Giovanni di pentirsi, ma l’uomo rifiuta nuovamente, il fantasma si tramuta dunque nel Tempo con la Falce in mano, senza sortire, però, alcun effetto. La Statua infine invita a cena Don Giovanni e, prendendolo per mano, lo trascina negli Inferi, mentre Sganarello si lamenta di non essere stato pagato.

Nell’opera la donna è trattata alla stregua di un oggetto, considerata una preda da conquistare. Tuttavia i temi principali sono l’ateismo e la fede, infatti Don Giovanni, pur dimostrando di credere in Dio, sfida le leggi del Cielo sino all’estremo gesto finale, la discesa negli Inferi.  Mostra un minimo segno di pentimento soltanto dopo l’ultimo incontro con Donna Elvira, ma subito procrastina la sua conversione alla vecchiaia. Secondo l’opinione dell’autore, le sue colpe da libertino sono ben poca cosa rispetto alle sue malefatte nei confronti della fede cristiana, verso le quali non c’è possibilità di assoluzione.

L’opera è ispirata ad una tragicommedia spagnola (barocca), El burlador de Sevilla y Convidado de piedra, attribuita ad un monaco spagnolo, Luis Tellez, noto in letteratura con lo pseudonimo di Tirso de Molina (1571-1648). Le date di composizione e di prima rappresentazione sono ignote, ma la prima edizione è del 1630. Non conosciamo traduzioni contemporanee che possano aver ispirato l’opera di Molière, ma sappiamo che l’influenza spagnola in Francia all’epoca era fortissima.

Nell’opera troviamo elementi antichissimi come la vendetta dei morti, proveniente dal mondo classico e il tema delle statue parlanti, presente in tutta la cultura mediterranea. Non sappiamo se Don Giovanni sia ispirato ad un personaggio storico, ad un libertino noto, cui Tirso abbia successivamente aggiunto caratteristiche suggestive.

Si tratta, come si è accennato prima, di una tragicommedia essendo presenti elementi tragici come la morte del protagonista, ma anche numerose scene comiche. La commedia di Tirso presenta molti difetti: non rispetta le unità di spazio e tempo, mostra vari sbalzi di tono e procede con un ritmo velocissimo, che la fa risultare sconnessa.

Tirso è estremamente misogino, non è un caso, infatti, che lo strumento del peccato sia la donna. Si noti che non viene mai condannata dall’autore la carenza di tenerezza nei confronti delle conquiste di don Giovanni, in quanto le donne non sembrano meritare affetto. Tuttavia nemmeno i personaggi maschili si salvano: il male è condiviso da tutte le figure presenti in scena.

Don Giovanni nell’opera di Tirso è un “burlador”, un uomo che ride di tutti, che non rispetta nulla e che sposa l’ anarchia, atteggiamento che anticipa inconsapevolmente l’homme revolté dei secoli successivi.

Molière scrive il Don Juan in fretta dopo lo scandalo suscitato dal Tartuffe e il conseguente divieto di portarlo in scena. A tale velocità viene attribuita la caratteristica del testo di essere in prosa anziché in versi, inoltre – come l’opera di Tirso – il testo non rispetta le unità di tempo e di luogo; per queste ragioni e per le peccaminose sregolatezze di Don Giovanni anche il nuovo testo viene attaccato dalla critica. Secondo un contratto stipulato tra la compagnia di Molière e due pittori incaricati di realizzare le scenografie, l’opera tuttavia non sarebbe stata composta così rapidamente. Non conosciamo però il testo che Molière portò in scena quando era ancora in vita, ma solo alcune testimonianze postume.

Il testo del 1682 è stato censurato e modificato, solo all’inizi del XIX secolo vennero scoperti tre esemplari non revisionati, che hanno consentito la ricostruzione del testo originale. Tra gli altri, uno degli episodi reintegrati è rappresentato dal povero cui era stato promesso un Luigi d’oro in cambio di una bestemmia.

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“Le serve” di Genet al Piccolo Teatro di Milano

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Dal 3 ottobre al 15 ottobre è andato in scena presso il teatro Grassi del Piccolo Teatro di Milano Le serve di Genet, ad opera del regista Giovanni Anfuso.

Claire (Anna Bonaiuto) e Solange (Manuela Mandracchia) sono due sorelle francesi in servizio presso la raffinata e prepotente Madame (Vanessa Gravina), per la quale nutrono ambivalenti sentimenti di ammirazione e odio. Tutte le sere, quando la Signora esce, le servette inscenano un inquietante spettacolino: indossando i suoi sontuosi abiti, una delle due interpreta la padrona e l’altra la propria sorella. Il gioco termina sempre con l’omicidio della Padrona. Le serve iniziano tuttavia a confondere la realtà con la finzione: dapprima Claire fa incarcerare il Signore (che non comparirà mai in scena) mediante delle lettere anonime, poi Claire tenta di strangolare Madame. Quando il Signore verrà messo in libertà provvisoria, sarà solo questione di tempo prima che Claire venga scoperta dalla calligrafia delle lettere anonime. A questo punto le due sorelle tentano di avvelenare Madame con una tisana di tiglio corretta, ma falliscono nel tentativo. Non resta loro che rimettere in scena il solito spettacolino con un tragico finale: Claire si suiciderà realmente con la tisana di tiglio indossando gli abiti di Madame e Solange si assumerà la colpa del delitto.

La vicenda è tratta da un triste evento di cronaca nera realmente accaduto. Christine e Léa Papin, due sorelle di 28 e 21 anni in servizio da almeno quattro anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e figlia, massacrano le due donne della famiglia dopo essere state rimproverate per un incidente di poca importanza. Le serve furono spietate: strapparono gli occhi dalle vittime agonizzanti e seviziarono i loro corpi con accanimento, dopodiché si ritirarono nella loro stanza e dormirono nello stesso letto. Le due donne non fornirono alcun movente comprensibile per il loro atto durante le indagini e il processo, si premurarono solamente di condividere interamente la responsabilità dell’accaduto.

Lo spettacolo ci presenta un cast interamente al femminile, composto da sole tre attrici che mostrano due modelli opposti di femminilità: quello raffinato, altezzoso, prepotente e snob della Padrona (e di conseguenza di Claire quando la imita) e quello sottomesso e umile delle due serve che celano malamente i propri reali sentimenti di odio e invidia. E’ stato interessante notare in particolare nel personaggio di Claire come un’attrice possa mutare caratteristiche, trasformandosi, soprattutto attraverso l’uso della voce, da una maestosa signora ad un’umile servetta. Per comprendere l’antefatto e i sentimenti dei personaggi nel corso della rappresentazione è necessario seguire lunghi dialoghi e monologhi che non risultano affatto noiosi grazie alla bravura delle attrici che, pur essendo soltanto in tre sulla scena, riescono a catturare l’attenzione dello spettatore.

Svolgono un ruolo centrale nella rappresentazione i costumi di scena, che le attrici cambieranno più volte sul palcoscenico, sia quando le serve dovranno inscenare il sadico gioco in cui recitano il ruolo di Madame (e di conseguenza quando dovranno tornare alla realtà riordinando la camera da letto della Padrona), sia quando la Signora torna a casa e si spoglia dei suoi sontuosi abiti, oppure quando si prepara ad uscire. Sono stati scelti dei principeschi costumi di scena da sera, in particolare uno rosso e uno bianco, dei raffinati indumenti da camera di seta, un cappotto azzurro con pelliccia e, per le cameriere, dei completini scuri provvisti di grembiulino.

E’ stato allestito con particolare cura anche l’apparato scenografico: una camera da letto verde provvista di un letto matrimoniale con segretaire, uno scrittoio con trucchi, portagioie e fiori freschi, un armadio pieno di costumi  di scena, una finestra, uno specchio fiabesco che si trasforma in porta. Sullo sfondo compaiono delle immagini verdi di sensuali fanciulle nude.

Non è stato certo uno degli spettacoli migliori del Piccolo Teatro di Milano, ma si è comunque trattato di una rappresentazione piacevole, che invita a riflettere sui tanti volti della femminilità e sulla claustrofobica situazione in cui possono trovarsi molti domestici.

 

Fonti:

https://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/le-serve

https://it.wikipedia.org/wiki/Le_serve

 

Giovanna d’Arco nella storia dell’arte

(Articolo destinato ad “Are you art?” N.11)

Giovanna D’Arco è conosciuta in tutto il mondo come un’eroina nazionale francese e santa patrona di Francia, è probabilmente la donna più celebre di tutto il medioevo per aver sbaragliato l’esercito inglese che minacciava il regno di Francia. Il sette dicembre è andata in scena alla Scala di Milano la Giovanna D’Arco di Verdi, così abbiamo deciso di celebrare l’evento, anche se con un mese di ritardo, dedicando alla giovane guerriera la rubrica di questo mese.

Per analizzare la figura della Pulzella d’Orleans nella storia dell’arte abbiamo utilizzato le immagini raccolte nella pagina web http://www.jeanne-darc.info/p_art_image/0_gallery/gallery_01.html . Le immagini sono circa un centinaio pertanto non possiamo citarle tutte, tuttavia vi consigliamo di ammirarle visitando il sito web, poiché sono dei capolavori spettacolari. Nello stesso sito sono disponibili inoltre delle interessanti e dettagliate informazioni circa il personaggio di Giovanna D’Arco, molte delle quali sono state utilizzate per scrivere questo articolo.

Dalle descrizioni riportate da diverse testimonianze siamo riusciti ad ottenere qualche informazione in più sull’aspetto della ragazza. Giovanna era robusta, muscolosa e molto forte, aveva gli occhi leggermente distanti. Il suo aspetto era complessivamente gradevole, ma non si poteva certo definire bella. La giovane era di carnagione scura, probabilmente anche a causa del lavoro nei campi e aveva una voglia rossa sull’orecchio sinistro; la sua voce era bassa, dolce e irresistibile. I capelli erano corti e neri, tagliati secondo la moda maschile dell’epoca, l’abbigliamento rigorosamente da uomo, non solo per essere più comoda in battaglia. Dalle ordinazioni di alcuni capi d’abbigliamento destinati alla fanciulla, sappiamo che era alta 1,58 m, una statura che all’epoca era nella norma o addirittura sopra la media per una ragazza.
Osservando i dipinti proposti dal sito, è evidente che ben pochi artisti si sono attenuti alle testimonianze: Giovanna è stata trasformata da una bellezza nella norma e un po’ “maschiaccia” in una splendida fanciulla molto femminile, dai lunghi capelli mossi, talvolta dalla tonalità chiara o lunghi almeno fino alle spalle. Non a caso Guccini cantava che “Gli eroi son tutti giovani e belli”, i francesi hanno preferito un’eroina sensuale e femminile ad un maschiaccio alto e muscoloso con una voglia sull’orecchio; sebbene molti abbiano accettato di raffigurare la giovane con una capigliatura maschile, la verità storica è stata falsificata per femminilizzare il personaggio di Giovanna.

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La più antica immagine di Giovanna D’Arco è un disegno ad inchiostro realizzato il 10 maggio 1429 in un registro della città d’Orleans da Clément de Fauquembergue, un segretario del Palemento di Parigi, quando la giovane cacciò gli inglesi dalla città e dalle campagne circostanti. Giovanna viene raffigurata come una fanciulla dai capelli mossi sciolti sulle spalle ed un elegante vestito femminile; la giovane brandisce un massiccio spadone e il sacro stendardo del suo esercito. L’artista non aveva mai incontrato la giovane, pertanto si tratta di un’opera di fantasia.

Essendo un’eroina e la santa patrona nazionale francese, Giovanna è stata un soggetto molto amato nella storia dell’arte. Abbiamo cercato di ricostruire la sua storia attraverso alcune opere, di cui abbiamo tradotto quasi tutti i titoli in italiano.

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Giovanna e l’Arcangelo di Michael Eugene Thirion, realizzato nel 1876, rappresenta il momento in cui viene svelato alla giovane il suo futuro di condottiera. Al centro della tela troviamo gli occhi terrorizzati della giovane che fissano l’osservatore rivelando uno suo stato d’animo scosso dall’apparizione. Al di sopra di Giovanna, un angelo armato di spada e che indossa un vestito di azzurro le sussurra qualcosa all’orecchio. Giovanna è una ragazzina non troppo avvenente, scalza e vestita da contadina, ma l’angelo e l’individuo armato raffigurati sopra la sua testa preannunciano per lei un futuro di gloria. L’opera si ispira ad un quadro di Léon François Bénouville.

Annie Louisa Swynnerton ritrae una Giovanna che ha già accettato il suo destino. Al centro della tela troviamo una bellissima giovane dai capelli biondi con il volto alzato rivolto verso la luce e gli occhi socchiusi. Indossa un’armatura di ferro, è avvolta in un drappo rosso e sorregge tra le mani il manico di un massiccio spadone rivolto verso il basso. Alle sue spalle spicca tra le montagne un arcobaleno variopinto.

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Il titolo del prossimo quadro è piuttosto lungo, ma descrive con precisione la scena raffigurata: Jeanne è improvvisamente svegliata da un angelo, che la avverte che deve attaccare gli inglesi, i quali hanno posto l’assedio intorno a Orléans (George William Roy, 1895). Giovanna dorme sulla paglia indossando l’armatura e la spada rossa(ma non è scomoda?), il colore scuro dello sfondo e del metallo è in contrasto con il candore delle ali e delle vesti dell’angelo che sta cercando di svegliarla. Il corpo della guerriera è rigido e ha le mani giunte al petto come un cadavere, l’angelo invece la guarda dolcemente e sembra risplendere di luce propria.

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Giovanna D’’Arco in battaglia di Anton Hermann Stilke del 1843 raffigura Giovanna al centro di una tremenda battaglia. La dinamicità dei combattenti è in contrasto con la postura solenne della giovane, che sorregge lo stendardo francese sul cavallo impennato nella tipica posa del condottiero. I colori cupi dei guerrieri sono in contrasto con il candore abbagliante del cavallo, dello stendardo e delle armi di Giovanna, realizzati in tonalità bianco e oro e illuminati dalla luce.

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L’entrata di Giovanna D’Arco a Orléans di Jean Jacques Scherrer (1887) raffigura con estrema vitalità il popolo che acclama per strada e dalle finestre la lunga fila dei soldati che percorre una stretta stradina medioevale. Giovanna è in testa su un cavallo coperto da un drappo blu, mentre sorregge il candido stendardo francese.

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Jeanne d’Arc’s Scots Guard di John Duncan (1896), raffigura la guerriera a cavallo con uno sguardo risoluto, circondata dai suoi soldati e affiancata da due angeli. La tinta che prevale è l’oro, lo stile ricorda molto la pittura medioevale.

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Giovanna D’Arco insultata in prigione di Isidore Patrois propone una scena inedita, che non ho trovato in altre opere. Giovanna è seduta su una panca e indossa la parte superiore di un’armatura e una gonna, con una rozza coperta marrone cerca di proteggersi da due loschi individui che allungano le mani verso di lei sotto la volta cupa di una prigione. I due uomini ridono, ma Giovanna sostiene risoluta il loro sguardo.

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Un’altra scena molto rara riguarda l’interrogazione di Giovanna da parte di un minaccioso soggetto in porpora in Giovanna viene interrogata di Paul Delaroche del 1824. L’immagine del religioso seduto, che ricorda l’antico ritratto di un papa, si impone al centro della tela, mentre Giovanna è raffigurata in un angolo ammanettata, nei panni di una giovinetta umile dai boccoli castani e le vesti scure. Alle spalle del religioso, un uomo barbuto si occupa del verbale.

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E’ estremamente tragico il quadro che raffigura Giovanna D’Arco poco prima che venga acceso il rogo, mentre bacia una lunga croce dorata che le viene offerta da un prete. Giovana, legata stretta al palo, è avvolta in una coperta bianca e i suoi occhi sono colmi di terrore. Si tratta di Giovanna d’Arco al palo a Rouen, realizzato da Jules Eugène Lenepveu (1886-1890).

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L’adorazione di Santa Giovanna D’Arco, dipinta da J. William Fosdick nel 1896 può essere considerato l’emblema della venerazione che molti provano per Giovanna D’Arco in certe zone d’Europa. Si tratta di un trittico dorato: Giovanna è rappresentata al centro, sospesa nel vuoto con le braccia aperte come un Cristo in Croce e gli occhi rivolti al cielo; ai suoi piedi troviamo due angeli e ai lati dei guerrieri inginocchiati.

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Giovanna viene inoltre raffigurata, soprattutto in Francia, in opere a tematica sacra nei panni di un santo cattolico. Citiamo per esempio Esquisse pour Le Triomphe du Sacré-Coeur Paris di Luc-Olivier Merson, in cui la paladina di Francia viene raffigurata in ginocchio ai piedi di Cristo.

 

 

 

 

Recensione di ‘Seta’ di Alessandro Baricco

“Una sera Hélène gli chiese
– Cosa sono?
– È una voliera.
– Una voliera?
– Sì.
– E a cosa serve?
Hervé Joncour teneva fissi gli occhi su quei disegni
– Tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che ti succede qualcosa di felice la spalanchi, e li guardi volar via.”

Seta è un romanzo di Alessandro Baricco pubblicato nel 1996 da Rizzoli, che ho letto avidamente in un paio di nottate.

Il romanzo racconta la storia di Hervé Joncour, che di professione rifornisce di bachi da seta le filande del paese francese in cui vive e, quando in Europa e in Africa scoppia un’epidemia che rende inutilizzabili i bozzoli, è costretto ad intraprendere lunghi viaggi in Giappone, una terra “alla fine del mondo” da non molto tempo aperta agli stranieri. Qui viene accolto dal ricco Hara Kei, un enigmatico personaggio proprietario di una meravigliosa voliera di uccelli esotici e costantemente accompagnato da una giovane ragazza dagli occhi dal taglio occidentale e il volto da ragazzina. Hervé e la misteriosa fanciulla s’innamorano, ma il viaggiatore ama anche la moglie Hèléne, che lo attende in Francia. La ragazza sconosciuta si dichiara con uno scritto in ideogrammi giapponesi, che Hervé fa tradurre a Madame Blanche, una ricca prostituta giapponese residente in Francia.

Per non rovinarvi la lettura non dirò altro sulla trama del romanzo, meglio soffermarsi sull’analisi dell’opera. Il titolo, che rimanda alla seta, il tessuto più leggero che esista e che in Giappone ha persino la consistenza del nulla, non si riferisce soltanto all’argomento principale del racconto, ma anche alla leggerezza delle sue pagine. Seta è un romanzo breve costituito da altrettanto brevi capitoli (uno di essi è lungo addirittura tre righe) e colmo di silenzi, allusioni e ripetizioni. La narrazione è semplice e oggettiva, basata sulla mera enunciazione dei fatti e avara di descrizioni, eppure l’opera evoca un’atmosfera sospesa e misteriosa, come se l’autore non volesse raccontare tutto; forse il racconto vuole trasmettere le stesse sensazioni che Hervé ha provato in Giappone, una terra inaccessibile e incomprensibile, affascinante e suggestiva.

Seta sembra una fiaba per la sua atmosfera senza tempo, sebbene le coordinate spazio-tempo siano ben definite dall’elenco di eventi storici contemporanei alla vicenda descritti all’inizio del racconto e dalla citazione di vari luoghi geografici nel corso della narrazione. La ripetizione dell’elenco dei luoghi attraversati dal protagonista durante i suoi viaggi trasmette, oltre alla ripetitività annuale con cui il protagonista compie il viaggio, l’epica maestosità dell’impresa compiuta.

Il romanzo ha conquistato su Goodreads una media di tre stelline ma non è piaciuto a due ragazze che conosco: una blogger molto popolare in rete gli ha assegnato una sola stellina e una mia amica mi ha sconsigliato di leggerlo. Nonostante ciò ho concluso la lettura di Seta molto rapidamente e devo constatare che il libro mi è piaciuto. Lo consiglio a coloro che amano il Giappone o cercano una lettura veloce e leggera ma singolare e profonda.

‘Aspettando Godot’ di Samuel Beckett

Aspettando Godot è una tragicommedia in due atti di Samuel Beckett cui ogni appassionato di teatro dovrebbe assistere almeno una volta nella vita, perché si tratta di uno dei pilastri dell’arte contemporanea ed è doveroso avere un’opinione al riguardo. Personalmente ho avuto l’occasione di assistere ad una messa in scena dell’opera del Piccolo Teatro di Milano quando frequentavo il liceo e, sebbene non rientri tra le mie opere preferite, Aspettando Godot mi ha fatto riflettere.

En attendant Godot (è questo il titolo originale dell’opera) è un rivoluzionario capolavoro in francese del teatro dell’assurdo composto tra il 1948 e il 1949, pubblicato nel 1952 ed andato in scena per la prima volta al Théatre de Babylone di Parigi nel 1953.

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L’azione si svolge in un desolato paesaggio di campagna, ai piedi di un albero privo di foglie. Estragon e Vladimir sono due vagabondi che attendono l’arrivo di un misterioso Godot che ha dato loro appuntamento; non sanno chi sia né se il luogo e l’ora dell’appuntamento siano esatti, ma sperano che incontrandolo migliorerà la loro condizione. Durante l’attesa incontrano due singolari individui: il proprietario terriero Pozzo e il suo servo Lucky, tenuto al guinzaglio. Vladimir ed Estragon sono ora incuriositi dall’atteggiamento di Pozzo ora spaventati dalla miseria del servo, che sorprende i presenti con un delirante monologo erudito che termina in una zuffa tra i personaggi. Dopo che Pozzo e Lucky ebbero ripreso il cammino cala la sera e di Godot nessuna traccia, al suo posto tuttavia giunge un ragazzo, il quale afferma che quel giorno Godot non era potuto venire ma sicuramente si sarebbe presentato l’indomani. I due prendono in considerazione l’idea di suicidarsi ma rinunciano, ipotizzano di andarsene ma non si muovono di un passo. Con il calar della notte termina il primo atto. Nel secondo atto la vicenda si ripete, seppure con qualche futile cambiamento: sull’albero sotto il quale si svolge l’attesa di Vladimir e Estragon sono spuntate due o tre foglie, Pozzo è diventato cieco e Vladimir muto. A fine giornata giunge nuovamente il messaggero che annuncia l’impossibilità di Godot di presentarsi all’appuntamento, con la promessa che sarebbe giunto l’indomani. Estragon e Vladimir decidono di andarsene, ma ben presto abbandonano il proposito. Al termine della giornata la commedia si conclude. L’atmosfera dell’intera rappresentazione, pur essendo tragica, è rallegrata da gags comiche tratte dal varietà e dal cinema muto; in molte rappresentazioni tale sfumatura comica è evidente anche nell’abbigliamento dei personaggi.

Nel corso della rappresentazione, costruita sull’attesa di un evento che non si verificherà mai, non succede nulla; uno dei primi critici, Vivian Mercier, dirà infatti che “Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla per due volte”. L’azione ruota intorno all’attesa del protagonista, Godot, che è assente dalla scena per la prima volta nella storia del teatro. Un altro elemento rivoluzionario è l’assenza di una trama e il fatto che il fulcro dell’azione consista nei dialoghi tra i personaggi.

L’idea dell’attesa è quella intorno a cui ruota anche l’analisi compiuta da Annamaria Cascetta nel suo studio sulla drammaturgia di Beckett: “Quel che si deve fare è ‘passer le temps’: l’espressione, ripetuta più volte, assume il rilievo di una chiave: passare il tempo, ma anche protendersi oltre il tempo“. E a sostegno elenca una circostanziata serie di riferimenti biblici per poi concludere: “La domanda, forse l’unica domanda che veramente interessa [Beckett], è la possibilità o meno che il Fondamento di senso si manifesti […], che si riveli e incontri gli uomini nella storia: è una domanda alimentata dalla suggestione biblica del Dio che incontra appunto l’uomo nella storia […] Beckett ama nascondere nei giochi di parole […] i sensi più profondi: la Bibbia aiuta a passare il tempo, ma anche ad andare oltre il Tempo“.

Dalle conversazioni vuote di Vladimir ed Estragon si evincono due temi fondamentali: l’incomunicabilità e la solitudine dell’uomo moderno. Altri temi fondamentali sono che vivere è un dolore costante e immutabile, solitudine, noia, ripetizione incessante degli stessi gesti; l’uomo non sa nulla della vita e non ha punti di riferimento o un dio in cui credere. Aspettando Godot viene da molti interpretata come una metafora della condizione esistenziale poiché ogni uomo si interroga e sta aspettando un Godot, una risposta che gli riveli il senso dell’esistenza che purtroppo non si presenterà mai.

Ma è proprio questo il senso che si cela dietro il signor Godot? Dopo aver assistito allo spettacolo viene spontaneo domandarsi quale sia il significato dell’opera, che spesso viene identificato in un significato esistenziale, che riguarda l’essere umano indipendentemente dalla sua condizione sociale, politica e culturale. Dio è il simbolo più frequentemente attribuito al signor Godot, ma anche la fortuna, il destino o la morte. Beckett, probabilmente ridendo sotto i baffi, si è sempre rifiutato di fornire spiegazioni al riguardo e ha dichiarato: “se avessi saputo chi è Godot lo avrei scritto nel copione”. Secondo molti Godot significherebbe God, parola inglese per dio, oppure Godo, che in irlandese familiare ha il medesimo significato. Per altri invece Godot deriverebbe dalla fusione di God e Charlot, in quanto Beckett era appassionato delle comiche di Charlie Cahaplin. Godot è in ogni caso un cognome francese, ci furono infatti un ciclista e una via di Parigi frequentata da prostitute con questo nome. Una volta Beckett salì su un aereo pilotato da un certo Godot e dichiarò: “Non mi fido di un aereo pilotato da un qualunque Godot”. Beckett rivelò al regista Roger Blin (probabilmente per confondergli le idee) che Godot deriva da godillot, che significa stivale in francese gergale; tale significato deriverebbe dal fatto che i piedi avrebbero molta importanza in quest’opera.

Pozzo e Lucky sono stati interpretati come il capitalista che sfrutta l’intellettuale, ma vi sono opinioni discordanti al riguardo.
Vladimir e Estragon sono invece due barboni, delle figure che hanno sempre affascinato Beckett e che compaiono in molti suoi romanzi. In Aspettando Godot rappresentano la condizione umana in tutte le sue sfaccettature e che è fondamentalmente sempre uguale, infatti i due personaggi non subiscono alcuna evoluzione nel corso della vicenda.

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Beckett rivoluzione completamente il linguaggio teatrale. Come abbiamo già detto la trama è inesistente, il significato è ambiguo e il protagonista dell’opera non compare in scena, inoltre è presente una commistione di generi alti e bassi, che vanno dalle citazioni teologiche al turpiloquio, e di generi, che spaziano dalla tragedia alla commedia e al cabaret.

Beckett iniziò a scrivere Aspettando Godot per riposarsi durante una pausa dalla stesura della Triologia, senza essere informato sulle tendenze teatrali del momento e appoggiato dalla futura moglie Suzanne. I primi impresari cui propose l’opera la rifiutarono sino a quando, nel 1950, il regista Roger Blin si sentì sfidato da quel testo così anticonvenzionale e decise di metterlo in scena. La morte dell madre di Beckett e la difficoltà nel reperire i finanziamenti fecero slittare la prima di tre anni, sino al 1953. Il Théatre de Babylone di Parigi era un vecchio bazar ristrutturati, con una platea di circa 200 sedie.“L’albero era un lungo appendiabiti coperto con carta crespata […] La base dell’albero era nascosta da un pezzo di gommapiuma trovato per strada. Con tre grandi bidoni contenenti lampadine elettriche furono costruiti i proiettori” (Bair). L’aspettativa era tale che si registrò il tutto esaurito e, sebbene non tutti i commenti furono positivi, l’opera divenne un fatto sociale e tutti volevano andare a teatro a vederla. Fu l’inizio di una vertiginosa ascesa al successo.

Scritto da me per la rubrica “Avventure da palcoscenico” della rivista online “Eclettica, La voce dei blogger” n.7

Appunti di poesia provenzale

Le vacanze di Natale sono un pesante periodo di studio per gli studenti universitari come me, perciò l’unico modo per dedicarmi al blog è unire l’utile al dilettevole, scrivendo articoli riguardanti i temi su cui si svolgeranno gli esami. Considerate dunque questi scritti come dei riassunti che utilizzo per ripassare, ma anche un simpatico espediente per condividere i miei studi con voi. . La poesia provenzale nasce nella ricca e vitale società feudale che si sviluppò nel sud della Francia tra il XI e il XII secolo e raggiunse il massimo splendore tra il 1175 e il 1205.

Mentre in Provenza si sviluppava questo particolare genere lirico cantato in langue d’oc, nel nord della Francia si parlava la langue d’oil ed era popolare il genere di carattere narrativo del romanzo cavalleresco. Langue d’oc e langue d’oil costituivano, insieme alla lingua del si italiana, l’idioma tripharium.

Nella società feudale provenzale rivestiva un ruolo centrale la figura del cavaliere. Per essere cavalieri era necessario essere in grado di mantenere un cavallo, dunque erano cavalieri i cadetti, vale a dire i secondogeniti dei signori feudali, e i ministeriales, gli amministratori della corte. Nell’immaginario collettivo i cavalieri si dedicavano alle avanture, avventure, e alle queste, missioni di ricerca, che costituivano degli itinerari spirituali che consentivano di perseguire la perfezione.

Nel X-XI secolo i cavalieri erano dei briganti che si mantenevano saccheggiando le campagne, la Chiesa intervenne dando vita ad un’etica cavalleresca, un codice d’onore che il cavaliere era tenuto a rispettare. Nacquero in questo periodo i miles Christi (tra cui i Templari), ordini cavallereschi che servivano la fede con le armi.

Il cavaliere presso le corti feudali era tenuto a comportarsi secondo la cortesia, un termine che deriva da proprio da corte e che designa la nobiltà d’animo, l’educazione raffinata, la liberalità e la crescita spirituale. La cortesia si contrappone alla villania (un termine che deriva dal territorio cittadino che si contrappone alla corte), che contraddistingue l’uomo rude. La cortesia non si conquistava per diritto di nascita, si diventava infatti cortesi attraverso la crescita personale e l’esperienza amorosa.

Ma cosa centra tutto ciò con la poesia provenzale??? Adesso ci arriviamo ….

Il cavaliere cortese era spesso anche un poeta chiamato trovatore che dedicava poesie d’amore alla propria dama. All’epoca si vivevano tali esperienze amorose positive al di fuori del matrimonio (e come ci si poteva innamorare della propria moglie se i matrimoni erano combinati?), ma proprio per questo si trattava di un rapporto solo spirituale anziché carnale. Nella poesia si concretizzava il nuovo codice di comportamento che prevedeva un rapporto di vassallaggio tra il cavaliere e la donna amata: la fanciulla, che assumeva un ruolo rilevante del tutto inedito nella società occidentale, era infatti paragonabile ad un signore feudale che offriva un servitium amoris caratterizzato da protezione, approvazione e talvolta dall’amore in cambio delle lodi che il vassallo-cavaliere cantava nelle poesie che componeva per lei.

L’amore non solo non poteva essere consumato, ma doveva essere vissuto in segreto per non ricoprire di vergogna la dama. Il cavaliere era dunque messo a dura prova: un innamorato deve essere cauto e misurare se stesso, percorrendo una strada difficile e soggetta a sofferenze, nascondendo i propri sentimenti e seguendo un preciso rituale. Esistevano inoltre personaggi che vogliono male agli innamorati, come mariti gelosi, mal parlieri (pettegoli) … Se l’innamorato rispettava le convenzioni sociali viveva un fin’amor, se cedeva alla tentazione o svelava i propri sentimenti cadeva nel foll’amor.

Per la prima volta nella storia venivano scritti dei testi in lingua volgare anziché in latino, depurandola e rendendola una lingua d’arte. Nella Vita Nova Dante scrisse che i poeti scrivevano in volgare perché le donne non conoscevano il latino. Il primo poeta cortese fu il potente feudatario Guglielmo IX D’Acquitania (1071-1126), cui seguirono molto altri come il celebre Arnaut Daniel, tradotto da Aurelio Roncaglia. Le poesie venivano raccolte nei canzonieri, in cui venivano anche scritte le vidas, le biografie dei poeti, e le razos, le motivazioni per cui i vari componimenti sono stati scritti. I pochi testi giunti sino a noi ci sono pervenuti attraverso la copiatura o la riproduzione del testo o mediante il passaggio dei volumi.

Nelle corti provenzali si diffuse l’eresia Catara e la Chiesa, per mantenere il potere, diede inizio alla Crociata degli Albigesi (1208-1209), che segnó la fine della società feudale provenzale: con la Pace di Parigi, infatti, il Sud nella Francia venne annesso alla Francia del Nord. Tutto ciò che riguarda la cultura catara fu cancellato dalla Provenza, infatti ne sappiamo pochissimo al riguardo. I trovatori si dispersero nelle terre vicine come il Nord della Francia e giunsero tra l’altro nell’Italia settentrionale, portando con sé i propri canzonieri e diffondendo la poesia provenzale nel nostro territorio.

Il francese fai-da-te

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Scoprire di voler studiare il francese a 22 anni è un po’ problematico: le energie cerebrali principali vanno necessariamente destinate all’università e al lavoro, il poco tempo libero a disposizione è riservato agli amici e le lezioni private sono un po’ troppo costose. Eppure studiare il francese si può!

Ecco alcuni consigli da seguire per studiare il francese spendendo poco e senza perdere troppo tempo:

  1. Comprare un libro delle superiori. Se non ne possedete già uno, potete chiederlo in prestito ad amici e fratelli, oppure acquistarlo usato in una libreria specializzata. Scegliete un libro che:
    – Contenga tutta la grammatica francese in un solo volume, senza suddividerla in tanti tomi quanti sono gli anni di studi per contenere i costi;
    – Non sia soltanto un eserciziario, ma contenga anche delle schede di grammatica di immediata comprensione;
    – Contenga le tavole della coniugazione dei verbi, i numeri ordinali e cardinali, ecc… Insomma, tutti i casi particolari e le stranezze francese devono essere schematizzate per bene.
  2. Ascoltare tanta musica francese e imparare a memoria i testi delle canzoni.  Ecco alcune delle mie preferite:


  3. Cercare un amico francese o francofono con cui conversare e intrattenere una corrispondenza. 
    Grazie ad Internet oggi è facilissimo trovare un amico di penna, esistono infatti un sacco di siti appositi come www.interpals.net;
  4. Frequentare abitualmente siti internet dedicati all’universo francofono, come i seguenti:
    http://www.linguafrancese.it/ ;
    http://francais.altervista.org/ ;
    http://www.lefrancaispourtous.com/
  5. Leggere libricini in francese. Sono assolutamente sconsigliati i libri per bambini perché sono di una noia mortale, sono invece più utili e divertenti le riduzioni dei grandi classici, soprattutto quelle che contengono degli esercizi, oppure le raccolte di novelle e racconti. In ogni caso, vi consiglio alcuni titoli interessanti:
    – I romanzi di Pennac;
    Le petit Prince, Antoine de Saint-Exupéry;
    Bankoboev_Ru_lomtiki_limona
    – Vivre fatigue et autres nouvelles, Jean-Claude Izzo;
    Le mouron Rouge Un chevalier insaissable, Baronne Orczy, CIDEB (edizione scolastica);
    Le fantome de l’opera, Gaston Leroux, CIDEB (edizione scolastica)
    Le tour du monde en 80 jours, Jules Verne, CIDEB (edizione scolastica).
  6. Leggere siti web in francese, dedicati agli argomenti che più preferite.

Non mi resta che augurarvi buono studio!

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