“Il misantropo” di Molière al Carcano

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo

moliere-il-misantropo-foto-tommaso-le-pera

Dal 13 al 23 dicembre il teatro Carcano di Milano ospita il Misantropo di Molière, una rilettura del capolavoro del genio francese in chiave moderna e irriverente.

La trama del Misantropo è la stessa che debuttò nel 1666 con Molière in scena: Alceste, un uomo che non sopporta le ipocrisie sociali della corte del re di Francia, si innamora perdutamente di una donna che ha fatto di tali falsità la sua ragione di vita. La versione italiana di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti è stata invece reinterpretata in chiave moderna, infatti i personaggi indossano abiti attuali coloratissimi e tendenti al kitch e la traduzione si è concessa qualche libertà, come espressioni moderne (per esempio, togliere dalla rubrica il nome di qualcuno) e parolacce che trasformano i dialoghi in turpiloqui, che abbassano il registro rispetto al testo scritto da Molière. La traduzione dal francese ha inoltre perso le rime, che conferivano al testo una certa poeticità. Unici riferimenti alla società del Re Sole, una canzone cantata in francese, un breve intermezzo al clavicembalo e l’immagine in negativo di un quadro che troneggia sullo sfondo, raffigurante una scena classica: nonostante tali omaggi al passato, la vicenda non è ambientata nella reggia francese, ma ai giorni nostri. Si nomina persino il Presidente della Repubblica, istituzione che chiaramente Molière non avrebbe mai potuto menzionare nelle proprie opere.

Così come Molière recitava le proprie commedie e in particolare il ruolo di Alceste, anche il traduttore e regista Valter Malosti ha indossato i panni del Misantropo. La recitazione degli attori è molto fisica, la gestualità è stata importante soprattutto in alcune scene, come quella che vede come protagonisti i marchesi o quella del flash back in cui Malosti è stato “utilizzato” sul palco dagli altri attori come una marionetta. L’età degli attori era molto eterogenea: Oronte, Alceste e Filinte, che in questa versione non è amico del protagonista ma solo un suo dipendente, sono i più anziani, mentre le ragazze e i due marchesi, trasformati dagli autori in due bellimbusti superficiali, sono molto più giovani; sono del tutto assenti i personaggi minori, come i servitori e la guardia. E’ doveroso ricordare che sono state molto significative anche alcune scene cantate.

Lo scenografo Gregorio Zurla ha realizzato un palco sul palcoscenico per gli attori, ai lati delle sedie sulle quali gli attori attendevano di entrare in scena; tale elemento metateatrale sottolinea l’importanza del tema del teatro nella commedia in quanto la società descritta da Molière può essere paragonata ad una recita, inoltre il personaggio del misantropo si occupa proprio di teatro. Le quinte sono state sostituite da una tenda a frange e sullo sfondo spicca il quadro in negativo già citato: l’immagine classica evoca il passato mentre i colori in negativo la modernità.

L’ambientazione moderna, come dichiarato dagli autori, voleva ricordare l’attualità dei temi trattati in quanto anche oggi in società siamo chiamati ad essere falsi e ruffiani, inoltre la complessità del personaggio del misantropo è tipica del teatro novecentesco. Il povero Alceste è infatti sincero al punto da cacciarsi in situazioni scomode non per stupidità, ma perché persegue i propri ideali, inoltre è un artista molto apprezzato. Gli autori dello spettacolo hanno voluto aggiungere un’interpretazione ulteriore al personaggio, trasformandolo in un amante possessivo, geloso e a tratti violento, che commette tali torti nei confronti della propria amata pur essendo consapevole di avere un atteggiamento sbagliato.

Il testo originale è stato stravolto anche per l’aggiunta della tematica della sessualità: Celimene non solo è ambita dai cortigiani, ma si concede a tutti, inoltre lei e Alceste sono in scena molto intimi, anche se non sono previste scene di nudo come è ultimamente in voga nel teatro sperimentale. Gli autori hanno voluto inoltre introdurre una citazione iniziale del Don Giovanni, infatti l’opera si apre con il misantropo che prova una scena di quest’altra grande opera di Molière. Il donnaiolo spagnolo, con la sua superficiale sete di fanciulle e l’amore per la vita di mondo, si contrappone alla figura del misantropo, anche se entrambi sono dotati di grande vitalità e forza di volontà. La censura che il Don Giovanni ha subito è stata una delle cause del disagio che ha spinto Molière a scrivere il Misantropo, oltre alla censura del Tartuffo, la depressione e l’abbandono della moglie. E’ interessante notare come una situazione di difficoltà possa indurre un uomo a scrivere il proprio capolavoro, un’opera dotata di meno comicità rispetto alle commedie dell’autore ma estremamente profonda.

Annunci

“Tu es libre”, perchè diventare una terrorista islamica?

Articolo scritto per Lo Sbuffo.

184135

Tu es libre è uno spettacolo pluripremiato, eppure non ci è piaciuto. E’ arrivato in finale al Premio Riccione per il Teatro 2017 ed è stato selezionato dalla Comédie Française tra le novità più significative della stagione 2017/18; nonostante ciò abbiamo alcune critiche negative da segnalare all’autrice Francesca Garolla e al regista Renzo Martinelli.

Haner è un nome inconsueto per una ragazza anche in Francia, dove è ambientata la vicenda: deriva dall’etimologia di Andromaca, il nome della fedele moglie dell’eroe troiano Ettore, ed è composto da Aner, uomo, e Make, battaglia. “Uomo in battaglia”, un nome per una donna forte e coraggiosa, come la protagonista di questa storia. Haner è una studentessa di lettere classiche con la passione per l’Iliade, l’opera che, in qualità di topos del libro feticcio, accompagna l’intera vicenda. È una ragazza curiosa e piena di interrogativi, nessuno si sarebbe mai aspettato che avrebbe lasciato la sua vita ordinaria per andare in Siria e diventare una terrorista. Le persone a lei vicine, nel corso di un’indagine delle autorità, cercheranno di scoprire le motivazioni che hanno spinto Haner a compiere tale scelta, la morale della vicenda però è che non esiste una ragione dietro la partenza della giovane, così lo spettatore lascia la sala con più interrogativi che risposte.

Gli attori in scena sono sei: una madre affettuosa e infuriata per la perdita della figlia, un padre che cerca il dialogo ma non lo trova, un fidanzato immigrato che non condivide le scelte di Haner e un’amica superficiale, egocentrica e appassionata di moda, eccessivamente stereotipata e priva di spessore come personaggio. L’ultimo personaggio è una donna bionda con delle cuffie, una sorta di voce della coscienza di Haner, un narratore o forse l’autore implicito dello spettacolo; il suo ruolo è poco chiaro, ma svolge efficacemente la funzione di far riflettere lo spettatore, pronunciando riflessioni profonde e commentando la vicenda. I personaggi, eccetto Haner e la donna bionda, si agitano per il palco con movimenti nervosi e stressati, ma la loro agitazione non porta a nulla perché non si riuscirà a comprendere le azioni di Haner. I vestiti degli attori sono indumenti semplici, tratti dal quotidiano, non sembrano affatto costumi di scena, così i personaggi sembrano persone estremamente realistiche.

La scenografia è minimalista ed è costituita da un’impalcatura in legno non sopraelevata con una lunga panca sul fondo, su cui siedono i personaggi in attesa di entrare in scena. Non esistono quinte, i personaggi si aggirano continuamente sul palco in attesa di prendere la parola e fornire la propria versione dei fatti; durante questi lunghi minuti di inattività leggono un giornale, si rifanno le unghie o conversano. Sul palco due sedie di legno vengono continuamente spostate con gesti rumorosi che vorrebbero sottolineare la volontà ferma dei personaggi di trovare una soluzione, ma questo strano gesto non porta a niente.

Gli autori hanno indubbiamente avuto la brillante idea di indagare la psicologia di una persona occidentale in giovane età che abbraccia il terrorismo islamico, ma non hanno ben sviluppato l’analisi del personaggio. Le parole di Haner sono riflessioni vaghe, generiche e poco approfondite sulla libertà, sull’umanità della guerra e sulla possibilità di ricostruire dalle macerie.

Il Corano e la cultura islamica non trovano spazio nel testo teatrale, fatta eccezione per una citazione sulla creazione del mondo. Anche in questo caso però il testo musulmano per eccellenza non viene menzionato, il racconto religioso sembra essere un semplice mito molto poetico di una qualunque religione monoteista. E’ assurdo trattare un argomento simile affidando al Corano un ruolo marginale. Ma cosa sta spingendo un numero sempre crescente di persone a convertirsi all’Islam? La7 ha realizzato un servizio televisivo in cui intervista delle donne italiane convertite: tutte argomentano in modo chiaro cosa hanno trovato di suggestivo nel Corano, ma Haner non affronta tali tematiche, sembra più interessata all’esercizio della sua libertà personale che alla religione.

Trova invece spazio nello spettacolo l’Iliade, uno dei libri più importanti per l’Occidente, ma che non ha niente a che vedere con la cultura Islamica, in quanto hanno voluto creare una ragazza normale e acculturata, non una pazza o una fanatica religiosa; ma per compiere un gesto simile bisogna essere dei fanatici o avere subito dei traumi, lo rivelano i numerosi casi di ragazzine europee che nella vita reale hanno veramente lasciato la loro casa per comprare un biglietto aereo con destinazione Siria e diventare delle terroriste. Ancora una volta si è parlato di Occidente, perché a quanto pare noi Europei non sappiamo raccontare culture che non ci appartengono.

Come ultima osservazione, avremmo preferito un finale differente per la storia di Haner: una motivazione dietro le nostre azioni esiste sempre e non sarebbe stato difficile inventarne una con tutti i terroristi islamici che sono stati catturati e interrogati nella realtà. Il profilo psicologico del fanatico è il medesimo indipendentemente dal credo politico o religioso che abbraccia, perciò anche conoscendo poco la realtà del terrorismo islamico non sarebbe stato difficile creare un personaggio più realistico. Tuttavia non si è nemmeno sicuri che l’attentato di cui la giovane è stata accusata sia stato commesso proprio da Haner, perciò l’intera analisi dello psicologia di Haner è futile, in quanto la giovane potrebbe essere scomparsa per altri motivi.

Gli autori hanno avuto un’idea brillante, ma non hanno saputo svilupparla e il personaggio di Haner ha poco a che vedere con le donne e le ragazze che nella realtà hanno abbracciato il fanatismo religioso islamico.

Il “Don Giovanni” di Molière

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

don_juan_28molic3a8re29

In collaborazione con Ilaria Zibetti, che si occuperà dell’omonimo melodramma di Mozart, verrà analizzato il Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière. Si tratta di una commedia tragica in cinque atti, presentata per la prima volta a Palais-Royal, il 15 febbraio 1665 dalla compagnia del suddetto drammaturgo.

Tra le numerose sceneggiature disponibili in libreria e online, abbiamo scelto per voi: Don Giovanni, Molière, Letteratura universale Marsilio, a cura di Delia Gambelli, traduzione di Delia Gambelli e Dario Fo (con testo a fronte). La traduzione è moderna e scorrevole per garantire al lettore delle fragorose risate, le stesse che hanno animato l’antico pubblico di Molière. Le traduzioni dal francese, rese in dialetto possono risultare di difficile comprensione, ma si tratta comunque di una soluzione originale e apprezzabile.

La tragicommedia inizia in medias res: si sono già svolti alcuni dei fatti principali. Don Giovanni, dopo aver sedotto e sposato innumerevoli fanciulle, ha conquistato il cuore di Donna Elvira, convincendola a lasciare il convento per lui. Subito dopo (ed è qui che inizia la nostra storia) il libertino abbandona la città per conquistare una nuova giovane, promessa ad un altro. In città non potrebbe nemmeno recarsi perché in tale luogo ha ucciso un uomo in duello e potrebbe imbattersi nella vendetta dei familiari; ma Don Giovanni non teme nulla. Come egli stesso dichiara in un monologo – in cui mostra di essere maestro di retorica – vuole assaporare tutte le bellezze esistenti anziché amarne una, in quanto apprezza più il “sapore della conquista” che la donna in sé. Sin dall’inizio i vari personaggi che incontra lo esortano a non sfidare il Cielo, ma Don Giovanni, pur essendo cattolico, bestemmia e affronta l’ira divina. Donna Elvira nel frattempo insegue il protagonista per chiedergli spiegazioni in merito alla sua partenza, ed egli le rivela di non amarla più.

Don Giovanni e il servitore Sganarello organizzano una gita in mare per conquistare una fanciulla, ma vengono sorpresi da una tempesta. I due vengono soccorsi dalla contadina Carlotta, promessa a Pierotto, e Don Giovanni inizia a farle la corte chiedendole la mano; Carlotta accetta. Entra in scena Maturina, altra donna circuita dal nobile libertino e scoppia un comico battibecco. Giunge dunque La Frasca, che mette al corrente Don Giovanni del fatto che alcuni uomini in armi lo stiano cercando.

Don Giovanni e Sganarello fuggono: il primo in abiti da viaggio, il secondo travestito da medico. I due disquisiscono sulla fede e successivamente Don Giovanni promette un Luigi d’oro ad un povero in cambio di una bestemmia.

Don Giovanni salva un uomo dall’attacco di alcuni ladri, per poi scoprire che si tratta di Don Carlo, fratello di Donna Elvira, che lo stava cercando per vendicare la sorella. Nonostante venga riconosciuto da Don Alonso, sopraggiunto in seguito, il protagonista viene lasciato andare come ricompensa per il salvataggio. In seguito Don Giovanni e Sganarello si imbattono nel mausoleo e nella statua del Commendatore, ucciso a duello da Don Giovanni. Il libertino invita a cena la statua, che risponde con un cenno.

Il libertino riceve poi la visita del padre Don Luigi, che cerca di redimere il figlio, ma invano. L’ultima visita ricevuta da Don Giovanni è di Donna Elvira che, velata e in lacrime, gli chiede di pentirsi. Il padrone di casa è stato in qualche modo colpito dal discorso della donna e promette che, tra venti o trent’anni, si pentirà.

Don Giovanni mente al padre, raccontando di essersi pentito delle proprie malefatte. Giunge poi Don Carlo, che chiede a Don Giovanni di sposare Donna Elvira, ma l’astuto peccatore rifiuta, dicendo di essersi convertito e che il matrimonio non è contemplato nella vita di Grazia che lo attende. Compare uno spettro che intima a Don Giovanni di pentirsi, ma l’uomo rifiuta nuovamente, il fantasma si tramuta dunque nel Tempo con la Falce in mano, senza sortire, però, alcun effetto. La Statua infine invita a cena Don Giovanni e, prendendolo per mano, lo trascina negli Inferi, mentre Sganarello si lamenta di non essere stato pagato.

Nell’opera la donna è trattata alla stregua di un oggetto, considerata una preda da conquistare. Tuttavia i temi principali sono l’ateismo e la fede, infatti Don Giovanni, pur dimostrando di credere in Dio, sfida le leggi del Cielo sino all’estremo gesto finale, la discesa negli Inferi.  Mostra un minimo segno di pentimento soltanto dopo l’ultimo incontro con Donna Elvira, ma subito procrastina la sua conversione alla vecchiaia. Secondo l’opinione dell’autore, le sue colpe da libertino sono ben poca cosa rispetto alle sue malefatte nei confronti della fede cristiana, verso le quali non c’è possibilità di assoluzione.

L’opera è ispirata ad una tragicommedia spagnola (barocca), El burlador de Sevilla y Convidado de piedra, attribuita ad un monaco spagnolo, Luis Tellez, noto in letteratura con lo pseudonimo di Tirso de Molina (1571-1648). Le date di composizione e di prima rappresentazione sono ignote, ma la prima edizione è del 1630. Non conosciamo traduzioni contemporanee che possano aver ispirato l’opera di Molière, ma sappiamo che l’influenza spagnola in Francia all’epoca era fortissima.

Nell’opera troviamo elementi antichissimi come la vendetta dei morti, proveniente dal mondo classico e il tema delle statue parlanti, presente in tutta la cultura mediterranea. Non sappiamo se Don Giovanni sia ispirato ad un personaggio storico, ad un libertino noto, cui Tirso abbia successivamente aggiunto caratteristiche suggestive.

Si tratta, come si è accennato prima, di una tragicommedia essendo presenti elementi tragici come la morte del protagonista, ma anche numerose scene comiche. La commedia di Tirso presenta molti difetti: non rispetta le unità di spazio e tempo, mostra vari sbalzi di tono e procede con un ritmo velocissimo, che la fa risultare sconnessa.

Tirso è estremamente misogino, non è un caso, infatti, che lo strumento del peccato sia la donna. Si noti che non viene mai condannata dall’autore la carenza di tenerezza nei confronti delle conquiste di don Giovanni, in quanto le donne non sembrano meritare affetto. Tuttavia nemmeno i personaggi maschili si salvano: il male è condiviso da tutte le figure presenti in scena.

Don Giovanni nell’opera di Tirso è un “burlador”, un uomo che ride di tutti, che non rispetta nulla e che sposa l’ anarchia, atteggiamento che anticipa inconsapevolmente l’homme revolté dei secoli successivi.

Molière scrive il Don Juan in fretta dopo lo scandalo suscitato dal Tartuffe e il conseguente divieto di portarlo in scena. A tale velocità viene attribuita la caratteristica del testo di essere in prosa anziché in versi, inoltre – come l’opera di Tirso – il testo non rispetta le unità di tempo e di luogo; per queste ragioni e per le peccaminose sregolatezze di Don Giovanni anche il nuovo testo viene attaccato dalla critica. Secondo un contratto stipulato tra la compagnia di Molière e due pittori incaricati di realizzare le scenografie, l’opera tuttavia non sarebbe stata composta così rapidamente. Non conosciamo però il testo che Molière portò in scena quando era ancora in vita, ma solo alcune testimonianze postume.

Il testo del 1682 è stato censurato e modificato, solo all’inizi del XIX secolo vennero scoperti tre esemplari non revisionati, che hanno consentito la ricostruzione del testo originale. Tra gli altri, uno degli episodi reintegrati è rappresentato dal povero cui era stato promesso un Luigi d’oro in cambio di una bestemmia.

“Le serve” di Genet al Piccolo Teatro di Milano

it_serve-850-nuova_original

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo

Dal 3 ottobre al 15 ottobre è andato in scena presso il teatro Grassi del Piccolo Teatro di Milano Le serve di Genet, ad opera del regista Giovanni Anfuso.

Claire (Anna Bonaiuto) e Solange (Manuela Mandracchia) sono due sorelle francesi in servizio presso la raffinata e prepotente Madame (Vanessa Gravina), per la quale nutrono ambivalenti sentimenti di ammirazione e odio. Tutte le sere, quando la Signora esce, le servette inscenano un inquietante spettacolino: indossando i suoi sontuosi abiti, una delle due interpreta la padrona e l’altra la propria sorella. Il gioco termina sempre con l’omicidio della Padrona. Le serve iniziano tuttavia a confondere la realtà con la finzione: dapprima Claire fa incarcerare il Signore (che non comparirà mai in scena) mediante delle lettere anonime, poi Claire tenta di strangolare Madame. Quando il Signore verrà messo in libertà provvisoria, sarà solo questione di tempo prima che Claire venga scoperta dalla calligrafia delle lettere anonime. A questo punto le due sorelle tentano di avvelenare Madame con una tisana di tiglio corretta, ma falliscono nel tentativo. Non resta loro che rimettere in scena il solito spettacolino con un tragico finale: Claire si suiciderà realmente con la tisana di tiglio indossando gli abiti di Madame e Solange si assumerà la colpa del delitto.

La vicenda è tratta da un triste evento di cronaca nera realmente accaduto. Christine e Léa Papin, due sorelle di 28 e 21 anni in servizio da almeno quattro anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e figlia, massacrano le due donne della famiglia dopo essere state rimproverate per un incidente di poca importanza. Le serve furono spietate: strapparono gli occhi dalle vittime agonizzanti e seviziarono i loro corpi con accanimento, dopodiché si ritirarono nella loro stanza e dormirono nello stesso letto. Le due donne non fornirono alcun movente comprensibile per il loro atto durante le indagini e il processo, si premurarono solamente di condividere interamente la responsabilità dell’accaduto.

Lo spettacolo ci presenta un cast interamente al femminile, composto da sole tre attrici che mostrano due modelli opposti di femminilità: quello raffinato, altezzoso, prepotente e snob della Padrona (e di conseguenza di Claire quando la imita) e quello sottomesso e umile delle due serve che celano malamente i propri reali sentimenti di odio e invidia. E’ stato interessante notare in particolare nel personaggio di Claire come un’attrice possa mutare caratteristiche, trasformandosi, soprattutto attraverso l’uso della voce, da una maestosa signora ad un’umile servetta. Per comprendere l’antefatto e i sentimenti dei personaggi nel corso della rappresentazione è necessario seguire lunghi dialoghi e monologhi che non risultano affatto noiosi grazie alla bravura delle attrici che, pur essendo soltanto in tre sulla scena, riescono a catturare l’attenzione dello spettatore.

Svolgono un ruolo centrale nella rappresentazione i costumi di scena, che le attrici cambieranno più volte sul palcoscenico, sia quando le serve dovranno inscenare il sadico gioco in cui recitano il ruolo di Madame (e di conseguenza quando dovranno tornare alla realtà riordinando la camera da letto della Padrona), sia quando la Signora torna a casa e si spoglia dei suoi sontuosi abiti, oppure quando si prepara ad uscire. Sono stati scelti dei principeschi costumi di scena da sera, in particolare uno rosso e uno bianco, dei raffinati indumenti da camera di seta, un cappotto azzurro con pelliccia e, per le cameriere, dei completini scuri provvisti di grembiulino.

E’ stato allestito con particolare cura anche l’apparato scenografico: una camera da letto verde provvista di un letto matrimoniale con segretaire, uno scrittoio con trucchi, portagioie e fiori freschi, un armadio pieno di costumi  di scena, una finestra, uno specchio fiabesco che si trasforma in porta. Sullo sfondo compaiono delle immagini verdi di sensuali fanciulle nude.

Non è stato certo uno degli spettacoli migliori del Piccolo Teatro di Milano, ma si è comunque trattato di una rappresentazione piacevole, che invita a riflettere sui tanti volti della femminilità e sulla claustrofobica situazione in cui possono trovarsi molti domestici.

 

Fonti:

https://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/le-serve

https://it.wikipedia.org/wiki/Le_serve

 

Giovanna d’Arco nella storia dell’arte

(Articolo destinato ad “Are you art?” N.11)

Giovanna D’Arco è conosciuta in tutto il mondo come un’eroina nazionale francese e santa patrona di Francia, è probabilmente la donna più celebre di tutto il medioevo per aver sbaragliato l’esercito inglese che minacciava il regno di Francia. Il sette dicembre è andata in scena alla Scala di Milano la Giovanna D’Arco di Verdi, così abbiamo deciso di celebrare l’evento, anche se con un mese di ritardo, dedicando alla giovane guerriera la rubrica di questo mese.

Per analizzare la figura della Pulzella d’Orleans nella storia dell’arte abbiamo utilizzato le immagini raccolte nella pagina web http://www.jeanne-darc.info/p_art_image/0_gallery/gallery_01.html . Le immagini sono circa un centinaio pertanto non possiamo citarle tutte, tuttavia vi consigliamo di ammirarle visitando il sito web, poiché sono dei capolavori spettacolari. Nello stesso sito sono disponibili inoltre delle interessanti e dettagliate informazioni circa il personaggio di Giovanna D’Arco, molte delle quali sono state utilizzate per scrivere questo articolo.

Dalle descrizioni riportate da diverse testimonianze siamo riusciti ad ottenere qualche informazione in più sull’aspetto della ragazza. Giovanna era robusta, muscolosa e molto forte, aveva gli occhi leggermente distanti. Il suo aspetto era complessivamente gradevole, ma non si poteva certo definire bella. La giovane era di carnagione scura, probabilmente anche a causa del lavoro nei campi e aveva una voglia rossa sull’orecchio sinistro; la sua voce era bassa, dolce e irresistibile. I capelli erano corti e neri, tagliati secondo la moda maschile dell’epoca, l’abbigliamento rigorosamente da uomo, non solo per essere più comoda in battaglia. Dalle ordinazioni di alcuni capi d’abbigliamento destinati alla fanciulla, sappiamo che era alta 1,58 m, una statura che all’epoca era nella norma o addirittura sopra la media per una ragazza.
Osservando i dipinti proposti dal sito, è evidente che ben pochi artisti si sono attenuti alle testimonianze: Giovanna è stata trasformata da una bellezza nella norma e un po’ “maschiaccia” in una splendida fanciulla molto femminile, dai lunghi capelli mossi, talvolta dalla tonalità chiara o lunghi almeno fino alle spalle. Non a caso Guccini cantava che “Gli eroi son tutti giovani e belli”, i francesi hanno preferito un’eroina sensuale e femminile ad un maschiaccio alto e muscoloso con una voglia sull’orecchio; sebbene molti abbiano accettato di raffigurare la giovane con una capigliatura maschile, la verità storica è stata falsificata per femminilizzare il personaggio di Giovanna. Fortunatamente, oggi le ragazze maschiaccio iniziano ad essere rivalutate, lo stesso si può dire per le bellezze androgine.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl.jpg

La più antica immagine di Giovanna D’Arco è un disegno ad inchiostro realizzato il 10 maggio 1429 in un registro della città d’Orleans da Clément de Fauquembergue, un segretario del Palemento di Parigi, quando la giovane cacciò gli inglesi dalla città e dalle campagne circostanti. Giovanna viene raffigurata come una fanciulla dai capelli mossi sciolti sulle spalle ed un elegante vestito femminile; la giovane brandisce un massiccio spadone e il sacro stendardo del suo esercito. L’artista non aveva mai incontrato la giovane, pertanto si tratta di un’opera di fantasia.

Essendo un’eroina e la santa patrona nazionale francese, Giovanna è stata un soggetto molto amato nella storia dell’arte. Abbiamo cercato di ricostruire la sua storia attraverso alcune opere, di cui abbiamo tradotto quasi tutti i titoli in italiano.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl

Giovanna e l’Arcangelo di Michael Eugene Thirion, realizzato nel 1876, rappresenta il momento in cui viene svelato alla giovane il suo futuro di condottiera. Al centro della tela troviamo gli occhi terrorizzati della giovane che fissano l’osservatore rivelando uno suo stato d’animo scosso dall’apparizione. Al di sopra di Giovanna, un angelo armato di spada e che indossa un vestito di azzurro le sussurra qualcosa all’orecchio. Giovanna è una ragazzina non troppo avvenente, scalza e vestita da contadina, ma l’angelo e l’individuo armato raffigurati sopra la sua testa preannunciano per lei un futuro di gloria. L’opera si ispira ad un quadro di Léon François Bénouville.

Annie Louisa Swynnerton ritrae una Giovanna che ha già accettato il suo destino. Al centro della tela troviamo una bellissima giovane dai capelli biondi con il volto alzato rivolto verso la luce e gli occhi socchiusi. Indossa un’armatura di ferro, è avvolta in un drappo rosso e sorregge tra le mani il manico di un massiccio spadone rivolto verso il basso. Alle sue spalle spicca tra le montagne un arcobaleno variopinto.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl

Il titolo del prossimo quadro è piuttosto lungo, ma descrive con precisione la scena raffigurata: Jeanne è improvvisamente svegliata da un angelo, che la avverte che deve attaccare gli inglesi, i quali hanno posto l’assedio intorno a Orléans (George William Roy, 1895). Giovanna dorme sulla paglia indossando l’armatura e la spada rossa(ma non è scomoda?), il colore scuro dello sfondo e del metallo è in contrasto con il candore delle ali e delle vesti dell’angelo che sta cercando di svegliarla. Il corpo della guerriera è rigido e ha le mani giunte al petto come un cadavere, l’angelo invece la guarda dolcemente e sembra risplendere di luce propria.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl

Giovanna D’’Arco in battaglia di Anton Hermann Stilke del 1843 raffigura Giovanna al centro di una tremenda battaglia. La dinamicità dei combattenti è in contrasto con la postura solenne della giovane, che sorregge lo stendardo francese sul cavallo impennato nella tipica posa del condottiero. I colori cupi dei guerrieri sono in contrasto con il candore abbagliante del cavallo, dello stendardo e delle armi di Giovanna, realizzati in tonalità bianco e oro e illuminati dalla luce.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl

L’entrata di Giovanna D’Arco a Orléans di Jean Jacques Scherrer (1887) raffigura con estrema vitalità il popolo che acclama per strada e dalle finestre la lunga fila dei soldati che percorre una stretta stradina medioevale. Giovanna è in testa su un cavallo coperto da un drappo blu, mentre sorregge il candido stendardo francese.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl

Jeanne d’Arc’s Scots Guard di John Duncan (1896), raffigura la guerriera a cavallo con uno sguardo risoluto, circondata dai suoi soldati e affiancata da due angeli. La tinta che prevale è l’oro, lo stile ricorda molto la pittura medioevale.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl.jpg

Giovanna D’Arco insultata in prigione di Isidore Patrois propone una scena inedita, che non ho trovato in altre opere. Giovanna è seduta su una panca e indossa la parte superiore di un’armatura e una gonna, con una rozza coperta marrone cerca di proteggersi da due loschi individui che allungano le mani verso di lei sotto la volta cupa di una prigione. I due uomini ridono, ma Giovanna sostiene risoluta il loro sguardo.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl

Un’altra scena molto rara riguarda l’interrogazione di Giovanna da parte di un minaccioso soggetto in porpora in Giovanna viene interrogata di Paul Delaroche del 1824. L’immagine del religioso seduto, che ricorda l’antico ritratto di un papa, si impone al centro della tela, mentre Giovanna è raffigurata in un angolo ammanettata, nei panni di una giovinetta umile dai boccoli castani e le vesti scure. Alle spalle del religioso, un uomo barbuto si occupa del verbale.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl.jpg

E’ estremamente tragico il quadro che raffigura Giovanna D’Arco poco prima che venga acceso il rogo, mentre bacia una lunga croce dorata che le viene offerta da un prete. Giovana, legata stretta al palo, è avvolta in una coperta bianca e i suoi occhi sono colmi di terrore. Si tratta di Giovanna d’Arco al palo a Rouen, realizzato da Jules Eugène Lenepveu (1886-1890).

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl

L’adorazione di Santa Giovanna D’Arco, dipinta da J. William Fosdick nel 1896 può essere considerato l’emblema della venerazione che molti provano per Giovanna D’Arco in certe zone d’Europa. Si tratta di un trittico dorato: Giovanna è rappresentata al centro, sospesa nel vuoto con le braccia aperte come un Cristo in Croce e gli occhi rivolti al cielo; ai suoi piedi troviamo due angeli e ai lati dei guerrieri inginocchiati.

ink_sketch_by_clement_de_fauquembergue_-1429_xl.jpg

Giovanna viene inoltre raffigurata, soprattutto in Francia, in opere a tematica sacra nei panni di un santo cattolico. Citiamo per esempio Esquisse pour Le Triomphe du Sacré-Coeur Paris di Luc-Olivier Merson, in cui la paladina di Francia viene raffigurata in ginocchio ai piedi di Cristo.

 

 

 

 

Recensione di ‘Seta’ di Alessandro Baricco

“Una sera Hélène gli chiese
– Cosa sono?
– È una voliera.
– Una voliera?
– Sì.
– E a cosa serve?
Hervé Joncour teneva fissi gli occhi su quei disegni
– Tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che ti succede qualcosa di felice la spalanchi, e li guardi volar via.”

Seta è un romanzo di Alessandro Baricco pubblicato nel 1996 da Rizzoli, che ho letto avidamente in un paio di nottate.

Il romanzo racconta la storia di Hervé Joncour, che di professione rifornisce di bachi da seta le filande del paese francese in cui vive e, quando in Europa e in Africa scoppia un’epidemia che rende inutilizzabili i bozzoli, è costretto ad intraprendere lunghi viaggi in Giappone, una terra “alla fine del mondo” da non molto tempo aperta agli stranieri. Qui viene accolto dal ricco Hara Kei, un enigmatico personaggio proprietario di una meravigliosa voliera di uccelli esotici e costantemente accompagnato da una giovane ragazza dagli occhi dal taglio occidentale e il volto da ragazzina. Hervé e la misteriosa fanciulla s’innamorano, ma il viaggiatore ama anche la moglie Hèléne, che lo attende in Francia. La ragazza sconosciuta si dichiara con uno scritto in ideogrammi giapponesi, che Hervé fa tradurre a Madame Blanche, una ricca prostituta giapponese residente in Francia.

Per non rovinarvi la lettura non dirò altro sulla trama del romanzo, meglio soffermarsi sull’analisi dell’opera. Il titolo, che rimanda alla seta, il tessuto più leggero che esista e che in Giappone ha persino la consistenza del nulla, non si riferisce soltanto all’argomento principale del racconto, ma anche alla leggerezza delle sue pagine. Seta è un romanzo breve costituito da altrettanto brevi capitoli (uno di essi è lungo addirittura tre righe) e colmo di silenzi, allusioni e ripetizioni. La narrazione è semplice e oggettiva, basata sulla mera enunciazione dei fatti e avara di descrizioni, eppure l’opera evoca un’atmosfera sospesa e misteriosa, come se l’autore non volesse raccontare tutto; forse il racconto vuole trasmettere le stesse sensazioni che Hervé ha provato in Giappone, una terra inaccessibile e incomprensibile, affascinante e suggestiva.

Seta sembra una fiaba per la sua atmosfera senza tempo, sebbene le coordinate spazio-tempo siano ben definite dall’elenco di eventi storici contemporanei alla vicenda descritti all’inizio del racconto e dalla citazione di vari luoghi geografici nel corso della narrazione. La ripetizione dell’elenco dei luoghi attraversati dal protagonista durante i suoi viaggi trasmette, oltre alla ripetitività annuale con cui il protagonista compie il viaggio, l’epica maestosità dell’impresa compiuta.

Il romanzo ha conquistato su Goodreads una media di tre stelline ma non è piaciuto a due ragazze che conosco: una blogger molto popolare in rete gli ha assegnato una sola stellina e una mia amica mi ha sconsigliato di leggerlo. Nonostante ciò ho concluso la lettura di Seta molto rapidamente e devo constatare che il libro mi è piaciuto. Lo consiglio a coloro che amano il Giappone o cercano una lettura veloce e leggera ma singolare e profonda.

‘Aspettando Godot’ di Samuel Beckett

Aspettando Godot è una tragicommedia in due atti di Samuel Beckett cui ogni appassionato di teatro dovrebbe assistere almeno una volta nella vita, perché si tratta di uno dei pilastri dell’arte contemporanea ed è doveroso avere un’opinione al riguardo. Personalmente ho avuto l’occasione di assistere ad una messa in scena dell’opera del Piccolo Teatro di Milano quando frequentavo il liceo e, sebbene non rientri tra le mie opere preferite, Aspettando Godot mi ha fatto riflettere.

En attendant Godot (è questo il titolo originale dell’opera) è un rivoluzionario capolavoro in francese del teatro dell’assurdo composto tra il 1948 e il 1949, pubblicato nel 1952 ed andato in scena per la prima volta al Théatre de Babylone di Parigi nel 1953.

Aspettando%20Godot%20Ugo%20Pagliai%20e%20Eros%20Pagni%20orizz_%20Foto%20M_%20Norberth

L’azione si svolge in un desolato paesaggio di campagna, ai piedi di un albero privo di foglie. Estragon e Vladimir sono due vagabondi che attendono l’arrivo di un misterioso Godot che ha dato loro appuntamento; non sanno chi sia né se il luogo e l’ora dell’appuntamento siano esatti, ma sperano che incontrandolo migliorerà la loro condizione. Durante l’attesa incontrano due singolari individui: il proprietario terriero Pozzo e il suo servo Lucky, tenuto al guinzaglio. Vladimir ed Estragon sono ora incuriositi dall’atteggiamento di Pozzo ora spaventati dalla miseria del servo, che sorprende i presenti con un delirante monologo erudito che termina in una zuffa tra i personaggi. Dopo che Pozzo e Lucky ebbero ripreso il cammino cala la sera e di Godot nessuna traccia, al suo posto tuttavia giunge un ragazzo, il quale afferma che quel giorno Godot non era potuto venire ma sicuramente si sarebbe presentato l’indomani. I due prendono in considerazione l’idea di suicidarsi ma rinunciano, ipotizzano di andarsene ma non si muovono di un passo. Con il calar della notte termina il primo atto. Nel secondo atto la vicenda si ripete, seppure con qualche futile cambiamento: sull’albero sotto il quale si svolge l’attesa di Vladimir e Estragon sono spuntate due o tre foglie, Pozzo è diventato cieco e Vladimir muto. A fine giornata giunge nuovamente il messaggero che annuncia l’impossibilità di Godot di presentarsi all’appuntamento, con la promessa che sarebbe giunto l’indomani. Estragon e Vladimir decidono di andarsene, ma ben presto abbandonano il proposito. Al termine della giornata la commedia si conclude. L’atmosfera dell’intera rappresentazione, pur essendo tragica, è rallegrata da gags comiche tratte dal varietà e dal cinema muto; in molte rappresentazioni tale sfumatura comica è evidente anche nell’abbigliamento dei personaggi.

Nel corso della rappresentazione, costruita sull’attesa di un evento che non si verificherà mai, non succede nulla; uno dei primi critici, Vivian Mercier, dirà infatti che “Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla per due volte”. L’azione ruota intorno all’attesa del protagonista, Godot, che è assente dalla scena per la prima volta nella storia del teatro. Un altro elemento rivoluzionario è l’assenza di una trama e il fatto che il fulcro dell’azione consista nei dialoghi tra i personaggi.

L’idea dell’attesa è quella intorno a cui ruota anche l’analisi compiuta da Annamaria Cascetta nel suo studio sulla drammaturgia di Beckett: “Quel che si deve fare è ‘passer le temps’: l’espressione, ripetuta più volte, assume il rilievo di una chiave: passare il tempo, ma anche protendersi oltre il tempo“. E a sostegno elenca una circostanziata serie di riferimenti biblici per poi concludere: “La domanda, forse l’unica domanda che veramente interessa [Beckett], è la possibilità o meno che il Fondamento di senso si manifesti […], che si riveli e incontri gli uomini nella storia: è una domanda alimentata dalla suggestione biblica del Dio che incontra appunto l’uomo nella storia […] Beckett ama nascondere nei giochi di parole […] i sensi più profondi: la Bibbia aiuta a passare il tempo, ma anche ad andare oltre il Tempo“.

Dalle conversazioni vuote di Vladimir ed Estragon si evincono due temi fondamentali: l’incomunicabilità e la solitudine dell’uomo moderno. Altri temi fondamentali sono che vivere è un dolore costante e immutabile, solitudine, noia, ripetizione incessante degli stessi gesti; l’uomo non sa nulla della vita e non ha punti di riferimento o un dio in cui credere. Aspettando Godot viene da molti interpretata come una metafora della condizione esistenziale poiché ogni uomo si interroga e sta aspettando un Godot, una risposta che gli riveli il senso dell’esistenza che purtroppo non si presenterà mai.

Ma è proprio questo il senso che si cela dietro il signor Godot? Dopo aver assistito allo spettacolo viene spontaneo domandarsi quale sia il significato dell’opera, che spesso viene identificato in un significato esistenziale, che riguarda l’essere umano indipendentemente dalla sua condizione sociale, politica e culturale. Dio è il simbolo più frequentemente attribuito al signor Godot, ma anche la fortuna, il destino o la morte. Beckett, probabilmente ridendo sotto i baffi, si è sempre rifiutato di fornire spiegazioni al riguardo e ha dichiarato: “se avessi saputo chi è Godot lo avrei scritto nel copione”. Secondo molti Godot significherebbe God, parola inglese per dio, oppure Godo, che in irlandese familiare ha il medesimo significato. Per altri invece Godot deriverebbe dalla fusione di God e Charlot, in quanto Beckett era appassionato delle comiche di Charlie Cahaplin. Godot è in ogni caso un cognome francese, ci furono infatti un ciclista e una via di Parigi frequentata da prostitute con questo nome. Una volta Beckett salì su un aereo pilotato da un certo Godot e dichiarò: “Non mi fido di un aereo pilotato da un qualunque Godot”. Beckett rivelò al regista Roger Blin (probabilmente per confondergli le idee) che Godot deriva da godillot, che significa stivale in francese gergale; tale significato deriverebbe dal fatto che i piedi avrebbero molta importanza in quest’opera.

Pozzo e Lucky sono stati interpretati come il capitalista che sfrutta l’intellettuale, ma vi sono opinioni discordanti al riguardo.
Vladimir e Estragon sono invece due barboni, delle figure che hanno sempre affascinato Beckett e che compaiono in molti suoi romanzi. In Aspettando Godot rappresentano la condizione umana in tutte le sue sfaccettature e che è fondamentalmente sempre uguale, infatti i due personaggi non subiscono alcuna evoluzione nel corso della vicenda.

godot

Beckett rivoluzione completamente il linguaggio teatrale. Come abbiamo già detto la trama è inesistente, il significato è ambiguo e il protagonista dell’opera non compare in scena, inoltre è presente una commistione di generi alti e bassi, che vanno dalle citazioni teologiche al turpiloquio, e di generi, che spaziano dalla tragedia alla commedia e al cabaret.

Beckett iniziò a scrivere Aspettando Godot per riposarsi durante una pausa dalla stesura della Triologia, senza essere informato sulle tendenze teatrali del momento e appoggiato dalla futura moglie Suzanne. I primi impresari cui propose l’opera la rifiutarono sino a quando, nel 1950, il regista Roger Blin si sentì sfidato da quel testo così anticonvenzionale e decise di metterlo in scena. La morte dell madre di Beckett e la difficoltà nel reperire i finanziamenti fecero slittare la prima di tre anni, sino al 1953. Il Théatre de Babylone di Parigi era un vecchio bazar ristrutturati, con una platea di circa 200 sedie.“L’albero era un lungo appendiabiti coperto con carta crespata […] La base dell’albero era nascosta da un pezzo di gommapiuma trovato per strada. Con tre grandi bidoni contenenti lampadine elettriche furono costruiti i proiettori” (Bair). L’aspettativa era tale che si registrò il tutto esaurito e, sebbene non tutti i commenti furono positivi, l’opera divenne un fatto sociale e tutti volevano andare a teatro a vederla. Fu l’inizio di una vertiginosa ascesa al successo.

Scritto da me per la rubrica “Avventure da palcoscenico” della rivista online “Eclettica, La voce dei blogger” n.7