Il sessismo ad Hollywook

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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E’ difficile parlare di sessismo sul grande schermo, Internet abbonda di pareri contrastanti e così numerosi che è difficile trarre delle conclusioni, ma indubbiamente Hollywood discrimina le donne.

Nell’ormai lontano 1985 la fumettista Allison Bechdel realizzò una tavola per denunciare il sessismo nel cinema, creando il celeberrimo Bechdel Test. Per misurare la presenza e l’importanza delle donne nei film, bisogna porsi tre semplici domande. Ci sono almeno due donne con ruoli importanti nel film? Le due donne parlano tra loro? Conversano su qualcosa che non riguardi un uomo? Se si può rispondere affermativamente a tutte e tre le domande, allora il film non è sessista. Molte delle pellicole più amate nella storia del cinema non superano il test, tra queste citiamo Harry Potter, Star Wars, Pulp Fiction; il principale film ad aver passato l’esame negli anni Ottanta è Alien, ma ultimamente sono comparsi anche dei grandi successi come The Hunger Games, The Iron Lady, Frozen e Savages.

Non tutti ritengono che il test sia valido, per esempio il critico cinematografico svedese Hynek Pallas lo giudica inutile e fazioso: “Ci sono fin troppi film che passano il Bechdel Test e non aiutano affatto la società ad essere migliore o più paritaria e altrettanti film che non lo passano ma sono meravigliosi su tanti altri fronti”. E come classificare le opere come Gravity? La trama prevede che un uomo e una donna nuotino soli nello spazio, non è possibile sottoporre il film al test. Infine i film storici, in cui la donna tenderà a ricoprire un ruolo subalterno perché nell’epoca dei fatti sarebbe stata effettivamente discriminata, non supererebbero l’esame.

Un altro criterio per giudicare l’importanza delle donne al cinema è misurare il numero di battute riservate ai personaggi appartenenti a tale genere. La Disney ha avuto un andamento altalenante: Biancaneve prevede un perfetto equilibrio di battute tra i due sessi, ma in Aladin, capolavoro più recente, la bella Jasmin pronuncia solo il 10 percento delle battute; con Brave si è verificato un recupero perché la protagonista ha il 75 percento delle battute. Forse tale criterio non è affidabile.

Secondo un altro metro, si dovrebbero prendere in considerazione le tipologie di complimenti che i personaggi femminili ricevono. Per quanto riguarda la Disney, i primi lungometraggi prevedevano apprezzamenti solo sull’aspetto fisico per le fanciulle, durante il Rinascimento Disney invece sono aumentate le critiche positive sulle capacità e le azioni delle principesse. Nelle ultime pellicole gli stereotipi femminili vengono ribaltati, pertanto le protagoniste sono apprezzate anche per qualità non tipicamente femminili. Sicuramente nel corso degli anni c’è stato un miglioramento da questo punto di vista.

Per quanto riguarda le aspettative di carriera per una donna nel mondo del cinema, Hollywood è sessista: dal 1960 al 2012, solo 4 film con una protagonista donna e prospettiva femminile hanno vinto l’Oscar, la prima regista a vincere il riconoscimento ha inoltre ritirato la statuetta nel 2009, mentre sino al 2012 le registe nominate all’ambito premio sono quattro. Andando al cinema, si incontreranno più film con protagonisti maschili e nel 2012 solo il 16% dei protagonisti sono donne tra tutti i lungometraggi realizzati. I film con protagonisti maschili non solo sono maggiori di numero, ma sono anche più celebrati dagli ascolti e dalla critica e presto scopriremo insieme il motivo. Ma proseguiamo con i numeri: nel 2012 i votanti all’Academy hanno 62 anni d’età media, sono per il 94% bianchi e uomini per il 77%; nello stesso anno il 98% dei film candidati all’Oscar sono stati diretti da uomini, l’84% sono stati scritti da uomini e il 70% hanno un maschio come protagonista. Purtroppo le donne non hanno problemi ad identificarsi in un protagonista maschio, mentre gli uomini farebbero fatica ad appassionarsi alle avventure di un’eroina, secondo una credenza diffusa: per questo motivo Hollywood, affezionato al pubblico maschile, predilige personaggi e artisti uomini.

Anche quando si parla di donne protagoniste, le fanciulle in questione sono sempre giovani, magre, attraenti e, soprattutto, bianche. Negli anni Novanta c’è stato un leggero aumento di donne protagoniste e soprattutto di attrici non caucasiche, ma la percentuale è scesa nel decennio successivo. Queste donne protagoniste sono le regine incontrastate dei film Chick-Flick, un termine denigratorio che indica tutte quelle pellicole rivolte ad un pubblico femminile che trattano temi molto romantici e zuccherosi. Fortunatamente, oggi giorno molte di tali opere sono diventate inguardabili e vengono considerate il trionfo degli stereotipi. Le eroine di tali film sono, per esempio, la manager autoritaria e esigente che ha consacrato la propria vita al successo, che eventualmente rinuncerà alla carriera per l’amore, oppure la sciatta che si trasforma in una prima donna affascinante e bellissima, ma fa innamorare il proprio uomo per le proprie qualità interiori.

Le storie d’amore sono commedie melense e banali: due persone che si odiano ma finiscono per amarsi, si frequentano per scommessa per poi trasformarsi in una coppia stabile, qualcuno che finge di essere diverso comprendendo solo dopo che il segreto del successo è essere se stessi, oppure lei muore, ma sacrificandosi cambia in meglio l’uomo che ama. Naturalmente non tutti i film del genere sono spazzatura: Harry ti ripresento Sally è un capolavoro, Thelma & Louise è addirittura un lungometraggio femminista; purtroppo la maggior parte di tali opere sono assolutamente stereotipate e prive di spessore. Il problema non è l’esistenza in sé di film appartenenti a tale categoria, purtroppo però le donne compaiono solamente in tale genere, come se a loro interessasse solo trovare l’amore.

Ci sarebbero poi le protagoniste degli action movie, da Kill Bill a Tomb Raider o Wonder Woman, ma si tratta di prodotti rivolti ad un pubblico maschile, perché la donna bellissima che interpreta tali ruoli è fortemente sessualizzata. Per quale motivo una donna sentirebbe il bisogno di indossare completini sexy in una situazione in cui ci si deve sporcare le mani come un combattimento?

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“Una fuga d’amore” di Anderson

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Una fuga d’amore, il cui titolo originale è Moonrise Kingdom, è un film del 2012 di Wes Anderson, ambientato in un’isola fittizia del New England nel 1965.

Sam (Jared Gilman) e Suzy (Kara Hayward) sono due emarginati di dodici anni: il primo, un orfano ritenuto psicologicamente instabile e pericoloso, è il membro più impopolare della propria truppa di Scout; la seconda è una cleptomane (si diverte a rubare i libri della biblioteca della scuola), violenta e associale, che appartiene ad una famiglia problematica nonostante la patina di perfetta famigliola borghese. I due si sono innamorati nel corso di una recita parrocchiale in cui venne rappresentata l’opera di Britten Noye’s Fludde, Sam faceva parte del pubblico con la sua truppa di Scout e Suzy interpretava il ruolo del corvo. Dopo essersi scambiati lettere per un anno, i giovani innamorati decidono di fuggire lungo un antico percorso indiano. La fuga è resa possibile in quanto Sam, esperto scoutista, sa come sopravvivere nella natura selvaggia, ma ben presto la coppia verrà scoperta dall’intera truppa Scout di Sam, che si è lanciata all’inseguimento del compagno, i genitori di Suzy e il comandante Sharp.

Dopo quest’ultima bravata, i genitori affidatari di Sam hanno deciso di restituire il ragazzo agli assistenti sociali, i quali hanno già inviato un loro rappresentante (di cui ignoriamo il nome, il regista ha deciso di chiamarlo semplicemente con il minaccioso appellativo di Assistenti sociali) per ritirarlo e trasferirlo in una sorta di orfanotrofio, in cui il ragazzo potrebbe ricevere trattamenti psichiatrici invasivi come l’elettroshock. Sam e Suzy decidono dunque di fuggire ancora, questa volta con l’aiuto della truppa di Scout.

Come colonna sonora è stata effettuata una scelta raffinata: Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell di Benjamin Britten. All’inizio del film vengono ripresi i tre fratellini di Suzy all’interno di una scenetta famigliare mentre ascoltano un vinile che propone un ascolto guidato del brano musicale. Come suggerisce il titolo, il pezzo è costituito da una parte in cui l’intera orchestra suona il tema di Purcell e delle brevi variazioni effettuate dalle varie sezioni dell’orchestra. Tali variazioni compariranno come colonne sonore nel corso dell’opera. Non è la prima volta che Purcell viene scelto come colonna sonora di un film: Music for the funeral of queen Mary the Second è infatti diventata il celeberrimo motivo di Arancia Meccanica di Kubrik.

La presentazione dell’ambientazione non viene affidata soltanto alla cinepresa, infatti compare un personaggio secondario dell’opera, un cartografo che partecipa al ritrovamento dei due fuggiaschi, che pronuncia due brevi discorsi introduttivi. Tutto ciò provoca un effetto di straniamento nello spettatore e l’intervento del regista nella realizzazione del film diventa più evidente.

L’atmosfera del film è fortemente vintage per l’ambientazione negli anni Sessanta e favolistica per le presentazioni del cartografo e per la presenza di scene fortemente teatrali, che rendono la trama piuttosto irreale. Non mancano inoltre situazioni buffe e surreali che rallegrano le varie scene del film: lo spettatore non sa mai cosa aspettarsi.

Il film si conclude con un classico happy end: Suzy ritorna a casa con la famiglia, Sam viene adottato dal comandante Sharp. Si tratta di una conclusione sviluppata in modo poco approfondito, in quanto l’analisi psicologica del poliziotto è piuttosto debole e si può dire altrettanto del suo rapporto con il ragazzino. Nonostante ciò si tratta di un ottimo e insolito film, che tratta l’amore adolescenziale con ironia e rispetto.