Il movimento Me Too

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Aristotele disse che “la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli“. Ne consegue che anche i personaggi che maggiormente possiedono successo e potere nella nostra società, come le star del cinema e del mondo dello spettacolo in generale, possono non avere una dignità, nonostante i molteplici riconoscimenti sociali. Le vicende che circondano il movimento Me Too hanno messo in discussione la dignità di molti artisti e personaggi dello show business, oltre ad aver posto l’accento sulla tematica della violenza sulle donne, in particolare nel mondo del lavoro.

Ma partiamo dal principio. Il movimento Me Too è una campagna femminista finalizzata alla denuncia delle violenze subite dalle donne, in particolare sul posto di lavoro. Tutto è cominciato dopo la pubblicazione delle inchieste giornalistiche sugli abusi sessuali commessi dal produttore statunitense Harvey Weinstein, focalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto ci sia di torbido dietro le quinte dello show business. L’uomo, un potente impunito, è stato accusato da diverse artiste, che sono state credute pur senza processi e prove, un dato non scontato perchè, sino a pochi decenni fa, una donna veniva considerata priva di dignità se subiva un abuso e non sempre veniva creduta. Harvwy Weinstein è stato denunciato da diverse artiste, tra cui  Asia Argento, Salma Hayek, Rose McGowan, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevingne, Mira Sorvino, Rosanna Arquette e Lea Seydoux.

Nell’ottobre 2017 il movimento ha avuto una diffusione virale nel mondo dei social grazie ad un hastag avente la funzione di dimostrare quanto sia alta la frequenza delle molestie sessuali subite dalle donne, raccontando la drammatica storia delle vittime. L’hastag era il nome del movimento che significa “anch’io”, perchè la denuncia di una donna induceva una compagna a prendere la parola e a raccontare un episodio di violenza capitato a lei.

Sempre nel 2017, il movimento Me Too è stato scelto come persone dell’anno dal Time e, sulla copertina del celebre giornale, sono state immortalate, vestite di nero, cinque donne fiere e determinate: Ashley Judd, tra le prime cinque star ad accusare Wensttein; Taylor Swift, che ha vinto una causa per molestie sessuali contro il dj David Muller; Adama Iwu, che ha creato il sito We said enough per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica; Susan Fowler, ex ingegnere informatico di Uber che, con una denuncia per molestie sessuali, ha portato al licenziamento il Ceo e altri venti dipendenti; Isabel Pascual, una raccoglitrice di fragole messicana che ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato gli abusi.

L’italiana che ha maggiormente contribuito al movimento è Asia Argento, che ha parlato pubblicamente dello stupro che ha subito da parte di Weinstein a Cannes nel 1997, quando l’attrice aveva 21 anni. Il suo contribuito è stato fondamentale per la crescita del Me Too, anche se da molti è stata contestata in quanto risulterebbe sospetto denunciare uno stupro a distanza di anni. A ciò altri hanno ribattuto che molte vittime di violenza non trovano la forza per denunciare, contribuendo così a coprire il proprio aggressore, oppure ci riescono solo dopo anni, una volta superato il trauma.

Asia Argento era dunque un’eroina quando Jimmy Bennet, oggi ventiduenne, ha rivelato di aver subito un’aggressione sessuale da parte della star quando l’attore e musicista aveva diciassette anni. L’attrice lo avrebbe risarcito con 380 mila dollari, ma l’esperienza traumatica avrebbe comportato per Bennet un crollo emotivo talmente potente da averlo condizionato sul set. Asia Argento è stata accusata in seguito agli sms divulgati da Rain Dove, la compagna di Rose McGowan, nei quali la figlia del regista di film horror confessa di aver avuto un rapporto sessuale con Bennet, all’epoca minorenne.

Harvey Weinstein ha colto l’occasione al volo per tentare di riscattare la propria immagine e affossare il movimento Me Too infatti, in una dichiarazione a Fox News, il suo avvocato Benjamin Rafman ha accusato l’attrice italiana di “un incredibile livello di ipocrisia”, infatti l’episodio di violenza sul ragazzo “dovrebbe dimostrare a tutti quanto malamente le accuse contro Weinstein siano state effettivamente crollate”. L’episodio potrebbe avere gravi ripercussioni sulla carriera di Asia, infatti persino Sky si è pronunciato al riguardo sostenendo che, se i fatti saranno confermati, la star non parteciperà al programma X Factor.

L’attrice è stata allontanata dal movimento proprio da Rose McGowan, un’artista che l’aveva sostenuta con ardore nelle sue battaglie: la donna non solo ha preso le distanze da lei, ma l’ha paragonata a Weinstein, allontanandola dal Me Too con una lettera facilmente rintracciabile in Internet.

L’episodio ha scatenato un acceso dibattito e ha sollevato opinioni contrastanti. Non è escluso che una vittima possa essere anche un carnefice, pertanto una persona può essere stata violentata in un episodio e aver violentato in un altro; ne consegue che il movimento Me Too non è ipocrita come è stato affermato da Weinstein, soprattutto perché ha avuto degli effetti positivi nello smascherare le molestie nel mondo dello spettacolo e nella difesa delle donne in generale. Ciò non toglie che, se Asia ha veramente commesso uno stupro, merita di essere punita ed è evidente che la donna ha calpestato la propria dignità macchiandosi di una colpa gravissima e, come ha detto il produttore, anche di ipocrisia. Molti sostengono che Asia sia stata incastrata per risollevare l’immagine di Weinstein; anche se non ci sono prove concrete al riguardo, bisogna tenere in considerazione tale ipotesi.

Ma una donna può stuprare? La questione è controversa, perché sicuramente le violenze subite dalle donne sono un fenomeno molto più diffuso e grave, però anche le vittime maschili meritano considerazione. Secondo il giornale online Bossy, anche gli uomini vengono stuprati, nelle stesse dinamiche in cui le vittime sono le donne. Gli uomini però hanno problemi ben maggiori rispetto alle donne perché non esistono centri di accoglienza, numeri verde o sportelli per supportarli inoltre, quando sporgono denuncia, spesso il loro caso viene trattato con sufficienza. L’uomo violentato inoltre si vede privato della propria virilità e accusato di omosessualità da una società omofoba (specie se lo stupratore è un uomo, ma anche se l’aggressore è una donna), pertanto la vittima tenderà a nascondere l’accaduto, coprendo il proprio carnefice.

Il fenomeno Me Too ci mostra come, dietro i lustrini e i riflettori, il mondo dello spettacolo possa anche essere privo di dignità e quanto sia allarmante il fenomeno delle violenze sessuali sul lavoro.

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Libertà, non emancipazione. Intervista a Rosaria Guacci della Libreria delle donne

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso Lo Sbuffo.

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Possono le donne perseguire i propri obiettivi in assoluta libertà e aiutandosi a vicenda? Rosaria Guacci è un’energica e carismatica colonna portante della Libreria delle donne, storica cooperativa femminista di Milano. Nata come editor, è stata insegnante, pubblicista e scrittrice, inoltre si è dedicata all’attività di collaboratrice alla radio per trent’anni, per il programma Ciao Belle che si occupava di libri scritti da donne. Rosaria ci accoglie calorosamente nella sede della libreria per rispondere ad alcune nostre domande.

Cos’è la Libreria delle donne e com’è organizzata?

La Libreria delle donne è una cooperativa che si occupa di diversi progetti, ha intenti politici ed è stata fondata nel ‘75 per la libertà delle donne. Abbiamo solo due dipendenti stipendiate al mattino, le restanti sono tutte volontarie. Io ho due turni e, avendo esperienza nel ramo della letteratura, mi occupo di letteratura italiana e autrici donne. Nello specifico mi dedico a presentazioni di libri e di letteratura italiana proprio perché ho curato e scritto opere su scrittrici italiane. Di tutte le organizzazioni che nacquero intorno al 1975, resistettero soltanto la Libreria delle donne e la casa editrice La Tartaruga, che ora è una collana ma che all’epoca pubblicò Le tre ghinee di Virginia Woolf. Le altre librerie delle donne, comprese alcune case editrici al femminile, chiusero. Una importante era Le edizioni delle donne di Roma.

Chi sono i membri della Libreria?

Tra le fondatrici della libreria menzioniamo Lia Cigarini, Luisa Muraro, Giordana Masotto e Silvia Mott. Io ho fondato a Parma la Biblioteca delle donne e mi sono unita successivamente alla Libreria delle donne di Milano, perciò non appartengo alle fondatrici. Sono arrivata a Milano nel 1983, la mia presenza era discontinua perché volevo partecipare alle attività politiche e letterarie della città. La libreria accoglie inoltre altre donne, che si dedicano a turni volontari presso la sede e partecipano alle discussioni. Il gruppo Estia, infine, si dedica alla cucina.

Rosaria Guacci ci offre poi un foglio politico, distribuito dalla Libreria. Lo sfogliamo con curiosità.

Si chiama Sottosopra, è nato come foglio di movimento negli anni Settanta e viene pubblicato ancora oggi, quando la libreria deve prendere posizione e affermare il proprio pensiero. Nell’ultimo numero per esempio Lia Cigarini si occupa del movimento Me Too, Luisa Muraro della Gpa (Gestazione per altri), Giordana Masotto scrive di lavoro e Alessandra Bocchetti si schiera contro la legalizzazione della prostituzione.

Cos’è il femminismo secondo la Libreria?

Il femminismo permette alle donne di essere libere, non emancipate. Emancipazione significa per esempio fare carriera, la libertà è invece la facoltà di scegliere a quale attività dedicarsi. Un altro concetto importante è la relazione tra le donne, è molto importante “fare squadra” per vincere grazie all’aiuto delle altre nei campi ai quali una donna vuole dedicarsi in ogni aspetto della sua esistenza. Relazioni al femminile e libertà sono due punti cardini del femminismo.

Com’è percepito il femminismo in Italia?

Ci sono stati molti cambiamenti e attualmente non esiste un femminismo solo. Milano si distingue come centro teorico italiano ed europeo. La differenza sessuale è un’idea portante per la libreria, noi approviamo quello che sostiene la francese Luce Irigaray in Speculum. L’altra donna. In Italia la fondatrice di tale teoria è Luisa Muraro. Per quanto riguarda la differenza sessuale, ma non tutte le femministe sono d’accordo. Per quanto riguarda la gestazione per altri, la libreria è contraria, mentre la posizione di alcune donne di Roma è più mediata. Non esiste un femminismo unitario in Italia ma più femminismi, ci sono delle discordanze anziché unitarietà. La libreria delle donne è tuttavia la guida più potente ed importante.

Com’è cambiato il femminismo negli ultimi decenni?

Noi rifiutiamo il concetto di ondate di femminismo, a questo proposito si è tenuta una riunione in via Dogana. Lia Cigarini e le altre pensano ad una maturazione del femminismo meno schematica e più fluida.

Qual è il vostro rapporto con i Millennials?

Ti espongo il mio parere personale, ma sarebbe interessante ascoltare anche ciò che pensano le altre. I ragazzi di oggi o ci ignorano o sono interessati alle femministe fondative, qui in libreria potrebbero trovare molte informazioni al riguardo. Lia Cigarini proviene da Demau, Demistificazione autorità patriarcale e ha collaborato con Daniela Pellegrini. Carla Lonzi di Rivolta infine era una critica d’arte che, ad un certo punto della sua carriera, decise di smettere di fare l’ancella del maschile. E’ colei che ha fondato l’autocoscienza, vale a dire il concetto per cui bisogna partire da sé per fare politica. Fu la compagna dello scultore Pietro Consagra, ma ad un certo punto decise di non volere dedicarsi al pensiero degli uomini occupandosi di critica d’arte, fondò così un gruppo di donne di ogni estrazione sociale per interrogarsi non sul mondo degli uomini, ma su chi sono veramente le donne.

Che progetti ha la Libreria per il futuro?

La libreria vorrebbe avvicinare le giovani donne perché sono necessarie delle eredi. Attualmente le donne che si occupano del sito internet, delle cinquantenni, sono le nostre ereditiere. E’ necessario tenere duro sui punti forti politici e creare una generazione che in fondo esiste già. Mentre si sta svolgendo questa intervista, per esempio, la nostra sede sta accogliendo un gruppo femminista del liceo.

In che rapporto siete con gli uomini?

Ammettiamo la relazione con gli uomini, infatti non siamo separatiste. Gli uomini secondo noi possono essere femministi, ma altri gruppi, come le Rad Fem di impronta americana, contestano che si possa parlare con gli uomini. La libreria ha organizzato due riunioni sugli uomini e crede che si possa comunicare con loro.

In effetti, nella sede della libreria è presente anche un uomo, che ci saluta cordialmente.  Le chiedo cosa ne pensa la Libreria dell’uguaglianza tra uomo e donna.

Il femminismo non è uguaglianza tra uomo e donna perché la mente e il corpo di maschi e femmine sono diversi. La libreria si concentra sul concetto di libertà, ma la differenza è dentro di noi. Diventare uguali agli uomini sarebbe un traguardo tipico dell’emancipazione, un valore che non approviamo perché noi vogliamo vincere le sfide della vita, con le altre, nella diversità.

E i trans e le trans dove si inseriscono in questo dibattito?

Noi dialoghiamo molto con le donne trans, ma interloquiamo senza sostituirci a loro. Per approfondire la questione, ti consiglio di analizzare il dibattito tra la Gandini e la Gramolini di Arcilesbica.

E come si fa a vincere insieme alle altre?

Si può vincere seguendo la teoria dell’affidamento, chiedendo aiuto ad una donna più brava per realizzarsi attraverso un rapporto di scambio. E’ un’idea nata tra le donne, che tuttavia hanno dovuto imparare tale concetto, mentre gli uomini lo praticano da sempre. Il patriarcato ha diviso le donne che ora si sono unite per vincere, ma la loro unione è il risultato di lotte.

Quali letture consiglieresti per approfondire le vostre teorie?

Le madri di tutte noi è un catalogo giallo sulle scrittrici considerate le nostre madri politiche, inoltre ti consiglio di leggere assolutamente Non credere di avere dei diritti,dell’autore collettivo Libreria delle donne. E’ molto importante infine L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro. Nel libro si sostiene che è la madre che ti da la vita,  perciò è giusto scegliere di imporre il suo ordine al mondo. Luisa Muraro ha teorizzato tutto ciò non da sola, ma il libro naturalmente è firmato da lei. Non si tratta di matriarcato, ma di fare squadra, di vivere seguendo criteri materni. Noi non vogliamo il matriarcato perché si tratterebbe di imporre un contropotere e noi non siamo in lotta con gli uomini. Non si vogliono né morti nè feriti, si dialoga rimanendo vivi. Ma oggi, nonostante il patriarcato soggettivamente (in altre parole, dentro di noi) sia morto, sentiamo fortissimi i suoi colpi di coda. L’ordine dei padri stenta a venire meno.

In che direzione stanno andando le donne? Qual è il nostro futuro?

E’ duro. Noi pensavamo di stare vincendo. Ad esempio la Lombardia era una regione con più donne al lavoro degli uomini, le lavoratrici erano pagate tanto quanto i colleghi maschi. Ora i tempi sono bui. Noi personalmente siamo contrarie alla legge Pillon, per cui le donne che hanno subito violenza devono sopportare il marito. I bambini sono affidati sia alla madre sia al padre violento e tutto ciò è lesivo sia per le donne sia per i bambini. La libertà delle donne è sotto attacco e noi abbiamo bisogno delle donne giovani per risollevarci.

Certamente è impossibile riassumere il femminismo in poche domande, pertanto questa intervista vorrebbe essere un invito ad approfondire tali tematiche per avere una solida opinione personale al riguardo. Abbiamo salutato Rosaria Guacci con più dubbi che risposte perché il femminismo è una realtà veramente complessa e, come l’intervistata stessa ha affermato, la Libreria delle donne è la voce più autorevole del femminismo italiano, ma naturalmente non l’unica.

L’aborto come femminicidio?

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo

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Lunedì 14 maggio in via Salaria a Roma troneggia un manifesto in bianco e nero che raffigura il pancione di una donna incinta. “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo” è lo slogan, poco più in basso compare l’hastag #stopaborto. E’ il secondo manifesto su tali tematiche in poco più di un mese, ma questo episodio è particolarmente significativo non solo perché il cartellone è stato affisso a pochi giorni dalla Marcia per la vita promossa a Roma dai movimenti pro-life, a una settimana dal quarantesimo anniversario della legge 194 e in vista del referendum irlandese sull’aborto, ma anche perché il testo accosta due elementi inconciliabili come il crimine del femminicidio e la libertà della donna di abortire.

Il manifesto è stato affisso seguendo il regolamento, ma svariate autorità romane e italiane, perplesse per l’improbabile argomentazione e desiderose di difendere le libertà individuali, si stanno movimentando per rimuoverlo. Noi dello Sbuffo abbiamo deciso di analizzare il contenuto del messaggio, ideato dall’associazione spagnola pro-life Citizen Go che, sulla propria pagina di Facebook, tenta di difendersi sostenendo di aver voluto diffondere uno slogan “forte” e “provocatorio”.

Una possibile interpretazione è che si commette un femminicidio ogni volta che si abortisce un feto femmina. Siccome il femminicidio non è la generica uccisione di una donna, ma l’uccisione di una donna in quanto tale, l’aborto di un embrione o un feto XX non può essere considerato un femminicidio perché, se l’interruzione della gravidanza avviene entro i termini consentiti dalla legge, la donna non può sapere se aspetta un bimbo o una bimba quando rinuncia al nascituro.

Nel mondo si verificano numerosi casi di aborti illegali di bambine indesiderate, in quanto i genitori preferirebbero un figlio maschio. Potrebbe essere plausibile che l’associazione si schieri contro questo fenomeno, ma Citizen Go spiega che la chiave interpretativa è ben diversa.

Citizen Go sostiene di non riferirsi nemmeno ai casi in cui la gravidanza o l’aborto sono causa di omicidio volontario o preterintenzionale, oppure di una morte per complicanze medico-sanitarie. L’associazione annovera infatti tra i femminicidi le donne “uccise nella loro intimità psichica e fisica”, dunque il termine comprenderebbe, secondo dati scientifici di ambigua natura, anche coloro che hanno subito traumi post-abortivi. L’associazione non spiega quali siano nello specifico tali traumi.

Analizzando i dati sulle morti per aborto riportate da www.wired.it, è evidente come Citizen Go si contraddica. Ogni anno globalmente muoiono settanta mila donne per aborto e cinque milioni sviluppano disabilità temporanee o permanenti. Si tratta per lo più di aborti clandestini, debellati in Italia dalla legge 194. Attualmente in Italia le morti per aborto sono meno della metà di quelle dovute all’uso di antibiotici e i decessi vengono riportati dai media come casi eclatanti, dunque Citizen Go starebbe combattendo per abolire una legge che ha sconfitto le cause di quelli che chiama femminicidi. I veri femminicidi invece sono una piaga dell’Occidente e del mondo intero, ma l’associazione pro-life non se ne occupa.

Restano da scagionare i traumi psichici. Un aborto non è mai una scelta facile per una donna, ma spesso è inevitabile: la prosecuzione della gravidanza in favore dei diritti di chi non è ancora una persona sarebbe un male per colei che sarebbe costretta a portarlo in grembo contro la sua volontà da una società patriarcale, che la tratta alla stregua di un “forno di gestazione”. E’ indiscusso che le donne che subiscono un aborto procurato soffrono fisicamente e psichicamente, ma è necessario stabilire il grado di tale sofferenza. Una rapida ricerca online propone numerosi siti contro l’aborto che dipingono uno scenario apocalittico: dopo l’aborto sono previsti per le donne ricoveri in reparti psichiatrici, dipendenza da stupefacenti o alcool, autolesionismo, traumi e immani sofferenze. Abbiamo scritto a Obiezione respinta per ricevere opinione differente, ci è stato detto che si tratta di un argomento molto spinoso perché la sindrome post-aborto è un fatto di cui strumentalmente parlano i pro-life per screditare la pratica dell’aborto, trattando l’argomento in maniera generica e strumentale, senza reali dati o articoli competenti. Noi non abbiamo le competenze per giudicare i dati, è certo che numerose testimonianze sostengono di aver vissuto un lutto per la perdita del bambino, senza soffrire le indicibili pene descritte dai pro-life.

E’ un dato di fatto che la storia del diritto all’aborto è strettamente collegata al femminismo, pertanto anche coloro che non si definiscono femministi dovrebbero essere grati al movimento per avere la possibilità di interrompere una gravidanza indesiderata. Abbiamo letto l’intervista della Libreria delle donne alla prof.ssa Luisa Muraro per scoprire la posizione delle femministe al riguardo, in Luisa Muraro: l’aborto non è un diritto. Prima della legge 194 le femministe si riunivano per discutere sull’aborto, un tema conosciuto da tutte in quanto molte avevano abortito o avevano conosciuto persone che si erano sottoposte a tale operazione. Allora si praticava l’aborto clandestino, gli anticoncezionali erano già a disposizione, ma erano invasivi e non di uso comune. Il parere delle femministe non era unanime, infatti per alcune l’aborto era una liberazione, per altre una colpa di cui si erano pentite. Si esigeva però che gli uomini “smettessero di mettere incinte le donne per poi proibire l’aborto”. Le femministe discutevano per accordarsi sulla posizione da assumere, i radicali organizzavano ogni giorno una manifestazione perché “Una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì”. L’aborto tuttavia non sarebbe un diritto poiché tale termine avrebbe una valenza positiva: l’aborto è infatti un “rifiuto, un ripiego, una necessità […] se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini”. La professoressa concorda che nella nostra società ha tuttavia vinto la posizione secondo cui l’aborto sarebbe un diritto, le stesse delibere dell’Onu lo definiscono tale. Per quanto riguarda la legge 194, la professoressa afferma che si tratta di un compromesso raggiunto da democristiani e comunisti per eliminare l’aborto clandestino e evitare che tale pratica diventasse un anticoncezionale. La maternità tuttavia non sarebbe stata tutelata, ma tale tematica non viene approfondita dall’intervista.

Valentina Greco su Internazionale (In Italia abortire è ancora un diritto a metà) ci racconta invece la storia della 194. Gigliola Pierobon si era sottoposta ad un aborto nel 1967 a diciassette anni su un tavolo da cucina, senza anestesia. Il lungo ago che le era stato infilato nella vagina le aveva provocato un’infezione, che la ragazza aveva curato in solitudine. Erano ancora in vigore le leggi del codice penale fascista del 1930 raccolte nel codice Rocco, che considerava l’aborto reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. La pena era severa: da uno a cinque anni di prigione per auto procurato aborto, da due a cinque anni per chi subiva l’operazione e coloro che la praticavano. Era prevista una riduzione della pena

“se il fatto è commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto”. Gigliola Pierobon iniziò a frequentare gruppi femministi e discusse del processo penale cui era sottoposta con le compagne. Nel 1973 le femministe trasformarono il suo problema personale in un fatto pubblico, scendendo in piazza per manifestare per lei: il tribunale venne invaso, molte si autodenunciarono. Il 22 maggio 1978 venne emanata la legge 194. I ventidue articoli erano una legge sulla salvaguardia della maternità e l’aborto veniva trattato solo in un secondo momento, pertanto molte femministe si sentirono truffate.

La storica prosegue con un’analisi della situazione attuale, effettuata sui periodici monitoraggi sul tema dell’aborto che lo stato è obbligato ad effettuare per legge. I dati risalgono al 2015, ma possiamo ancora considerarli significativi. La relazione afferma: “La riduzione dei tassi di abortività osservato 

recentemente anche tra le donne immigrate sembra indicare che tutti gli sforzi fatti in questi anni, specie dai consultori familiari, per aiutare a prevenire le gravidanze indesiderate e il ricorso all’ivg stiano dando i loro frutti anche nella popolazione immigrata”. Secondo la Greco però li sforzi dello stato circa l’educazione sessuale e la promozione dei metodi contraccettivi sarebbero però minimi. Gli aborti clandestini sono ancora praticati e costituiscono un fenomeno in crescita: oggi gli aghi e i tavoli da cucina sono stati sostituiti da farmaci acquistabili online. Valentina Greco cita ancora: “Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di ivg effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 ed è leggermente diminuita la percentuale di ivg effettuate oltre tre settimane di attesa, persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra regioni”. L’autrice però avverte che sedici donne su cento devono attendere più di tre settimane per subire l’operazione dal rilascio del certificato medico; tenendo presente che una donna ha novanta giorni di tempo per abortire, il dato è preoccupante. Secondo il monitoraggio il numero di obiettori di coscienza non ostacolerebbe le donne che intendono abortire, ma la realtà è ben diversa: il tasso di obiezione è del 69,6% per i ginecologi, 47,5% per gli anestesisti, 45% per i medici. La legge 194 è resa inapplicabile in alcune regioni dal tasso di obiezione; è il caso del Molise, dove la percentuale tocca il 90%. Si tratta di un successo per i cattolici e i movimenti pro-life, ma di una sconfitta in chi crede nella libertà delle donne.

In sintesi l’aborto è una possibile scelta, dolorosa ma legittima, per la donna, ma non sempre in Italia è garantito nella realtà dei fatti. Per quanto riguarda il resto del mondo Occidentale, in alcuni stati d’Europa, come l’Irlanda, e in alcuni stati statunitensi tale opportunità non è scontata, perciò la lotta delle femministe (ma non solo!) non è ancora terminata.

“I monologhi della vagina”, femminismo a teatro

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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Nella nostra società si nomina continuamente il pene mentre la vagina resta nell’ombra: alcune donne non hanno mai guardato la propria allo specchio, altre non ne parlano nemmeno col ginecologo, poche conoscono e condividono curiosità al riguardo. Per contribuire alla cultura dell’apparato riproduttivo femminile, Eve Ensler nel 1996 ha realizzato una piece teatrale intitolata I monologhi della vagina, che ha vinto un Obie Award per le tematiche provocatorie che affronta e la sua straordinaria attualità. E’ stato realizzato anche un libro con la trascrizione dei monologhi e un programma televisivo, di cui questo articolo propone l’analisi e che è disponibile su Youtube.

Eve Ensler ha intervistato più di duecento donne su tematiche relative alla loro sessualità e alla loro vagina, inoltre ha antropomorfizzato la vagina chiedendo alle intervistate cosa indosserebbe la loro vulva e cosa direbbe. Si tratta di donne diversissime tra loro: manager o artiste, giovani o anziane, ricche o addirittura senzatetto, etero o lesbiche, americane o straniere…

Nella trasmissione televisiva vengono ripresi non solo alcuni monologhi, ma anche alcune interviste e delle riprese effettuate nel camerino (in cui sono stati raccolti oggetti riguardanti la vagina provenienti da tutto il mondo), durante l’intervallo o mentre l’autrice dialoga con dei cameraman. La scenografia è molto semplice: delle tende di svariate sfumature di rosso, una sedia su cui domina la figura di Eve Ensler e un microfono. L’autrice indossa un semplice vestito lungo nero e recita a piedi nudi, con le gambe elegantemente accavallate. Si tratta di una donna giovanile e energica, con un caschetto nero sbarazzino e un sorriso carismatico, ha tutte le carte in regola per conquistarsi l’affetto del pubblico.

Lo spettacolo teatrale si apre con un’introduzione che descrive l’immaginario della vagina, i suoi soprannomi, la difficoltà che hanno le donne nel guardarla allo specchio, l’oscurantismo che domina tale argomento. Il primo monologo riguarda i peli pubici e la disavventura di una donna tradita dal marito, il quale sosteneva di avere bisogno di un’amante perché la moglie non si radeva la vagina. Seguono dei racconti vintage di donne anziane e del loro rapporto con la vagina, in particolare la storia di un’attempata signora che, ogni volta che si eccitava, subiva “un’inondazione”, almeno sino a quando non le hanno asportato l’apparato riproduttivo per un cancro. Successivamente viene raccontato il rapporto sessuale tra una donna che inizialmente non amava la propria vagina e un uomo che si eccitava guardando tra le gambe delle proprie amanti. L’opera parla anche di omosessualità, in particolare del primo rapporto sessuale con una donna e dell’esperienza di una sex workers per lesbiche che pratica sadomaso. L’autrice si occupa anche di stupri, in particolare intervista delle donne che hanno vissuto nei campi di stupro dell’Ex Jugoslavia, oltre ad altre vittime americane. Segue un’accusa delle brutalità che le vagine devono sopportare a causa di tamponi, assorbenti, visite ginecologiche e molto altro. Lo spettacolo affronta anche il tema dell’orgasmo, descrivendo le sensazioni delle intervistate e simulando un’esperienza dal vivo. I monologhi si concludono affrontando il tema del parto. Lo spettacolo televisivo propone solo una parte dei monologhi, infatti ha omesso per esempio il tema delle prime mestruazioni e esperienze sessuali di vario genere.

Si tratta di un’opera importante per le donne perché affronta tematiche che, soprattutto negli anni Novanta, restavano in ombra. Sulla scia del girl power, lo spettacolo è diventato un’icona della sessualità femminile e negli ultimi vent’anni il suo messaggio non ha perso la propria potenza comunicativa. Il tono è ironico e delicato, ma anche rivoluzionario e liberatorio. Lo spettacolo è uno dei pilastri del femminismo a teatro, una donna non può restare indifferente perché scopre un’opportunità di confrontarsi con altre donne su tematiche che spesso vengono taciute. La vagina, che la cultura patriarcale nei secoli ha raffigurato come un oggetto di piacere dell’uomo e una parte anatomica da nascondere e censurare, acquista una propria dimensione nella cultura e molti tabù si infrangono.

Si consiglia la visione di questo spettacolo agli uomini, affinché imparino a conoscere ed ascoltare l’altra metà del cielo. La stessa autrice dialoga e scherza con i cameraman maschi e gli altri addetti ai lavori, coinvolgendoli nello spettacolo.

“The bold type”, una serie tv femminista

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler.

The bold type è il titolo di un eccellente telefilm uscito recentemente (estate 2017) e creato da Sarah Watson. La serie, ambientata a New York ed erede del celeberrimo Sex and the City, è spirato alla vita di Joanna Coles, ex capo redattore di Cosmopolitan.

Si tratta delle avventure di tre amiche che lavorano per Scarlet, una rivista femminile femminista. Impeccabili nel vestire, aggiornatissime sui social network e trasgressive nello stile di vita, le tre ventenni in carriera sperimentano l’amore, la sessualità, l’amicizia, il femminismo, il giornalismo, la moda, la politica, la prevenzione contro il tumore al seno e molto altro ancora.

Jane Sloan (Katie Stevens) è una tenera ragazza dai capelli corvini e due occhioni indimenticabili che ha perso la madre da piccola per un tumore al seno; ha uno straordinario talento come giornalista e ha appena ricevuto una promozione all’interno della rivista. Il suo capo Jacqueline, autoritaria ma comprensiva, la metterà alla prova proponendole dei pezzi imbarazzanti dalle tematiche sessuali, la farà avvicinare al giornalismo politico e la guiderà in una controversia giudiziaria contro una spogliarellista femminista. Nonostante Jane abbia avuto il primo orgasmo piuttosto tardi, avrà una breve ma bollente relazione con Ryan, scrittore di articoli a tematica sessuale.

L’afroamericana Kat Edison (Aisha Dee) è figlia di due ricchi strizzacervelli ed è responsabile dei social media di Scarlet. Spesso si troverà in difficoltà nella gestione dei media e per questo dovrà confrontarsi con Jacqueline, inoltre affronterà il licenziamento di una sua sottoposta. Kat è bisessuale e si innamora per la prima volta di un’affascinante fotografa femminista musulmana, Adena El-Amin. La relazione tra le due donne è ostacolata da Coco, la bella parigina che Adena fatica a lasciare, e dalle origini straniere della fotografa … ma non vogliamo certo spoilerarvi il finale!

Sutton Brady (Meghann Fahy) è una ragazza di umili origini che inizialmente lavora all’interno della rivista come segretaria, ma successivamente riesce a ottenere il tanto agognato posto di aiuto stilista nel settore moda di Scarlet, sotto la direzione dell’esigentissimo Oliver. La bella ragazza dai capelli castani e la carnagione chiara ha una relazione segreta con Richard, un facoltoso direttore e membro del consiglio, nonostante il loro rapporto rischi di compromettere la carriera di entrambi. Nel frattempo il collega Alex si prende una cotta per lei.

Inizialmente potrebbe sembrare un telefilm eccessivamente simile a Sex and the city per l’ambientazione Newyorkese, l’attenzione maniacale al fattore estetico (tutti i personaggi si presentano sempre con un abbigliamento impeccabile e, in particolare, le protagoniste hanno un gusto molto raffinato nel vestire) e la tematica del giornalismo in quanto non dobbiamo dimenticarci che l’indimenticabile Carrie, come Jane, è una giornalista. The bold type tuttavia tratta tematiche femministe di estrema attualità, anche se in un’atmosfera talmente patinata che persino colei che avrebbe dovuto essere un personaggio controcorrente, la fotografa femminista Adena che contrabbanda vibratori, indossa tacchi e vestiti alla moda.

Si tratta di un telefilm estremamente giovane, infatti è uscita solamente la prima stagione, composta da dieci puntate, ciascuna delle quali avente una durata di quarantacinque minuti. Ci auguriamo che escano presto le nuove avventure di Jane, Kat e Sutton e che il telefilm non perda la propria qualità.

 

FONTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Bold_Type

 

 

“Casa di bambola”, la prima opera teatrale femminista

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Questo articolo è stato pubblicato su “Lo sbuffo”

Casa di bambola è un’opera teatrale norvegese scritta nel 1879 da Henrik Ibsen, il secondo drammaturgo più rappresentato al mondo dopo Shakespeare. L’opera è stata scritta durante un soggiorno dell’autore ad Amalfi, infatti l’Italia viene menzionata all’interno dell’opera, ed è stata messa in scena per la prima volta il 21 dicembre 1879 a Copenaghen, suscitando scandalo per i temi trattati.

Nora è una casalinga borghese consacrata al focolare domestico e teneramente innamorata del marito, l’avvocato Helmer, da poco nominato direttore di banca. Civettuola, svampita e sperperatrice di denaro, viene trattata dal marito come una bambina o come un animaletto capriccioso, ma l’avvocato ignora gli enormi sforzi fatti da sua moglie per salvargli la vita. Tempo prima l’avvocato era in pericolo e la sua unica possibilità di salvezza era un costoso viaggio in Italia; la donna racimolò il denaro necessario per il viaggio, indebitandosi di nascosto e compiendo grandi sacrifici per restituire la cifra. Nora avrebbe voluto che suo padre facesse da garante, ma per non rattristarlo falsificò la sua firma; purtroppo la data scritta su tale obbligazione era successiva a quella della morte dell’uomo, così Nora rischia la prigione. Il signor Krogstad, colui che ha prestato la somma di denaro a Nora, è stato licenziato da Helmer per alcune firme false e approfitta della fragile situazione della donna per ricattarla.

Nora è disperata, non vuole confessare al marito ciò che ha fatto perché offenderebbe il suo orgoglio maschile, così finge che tutto vada per il meglio preparandosi per una festa in maschera. La situazione si risolve inaspettatamente: la migliore amica di Nora riesce a convincere Krogstad a non procedere con il ricatto. Il marito scopre la situazione di Nora e inizialmente si infuria, ma non appena viene a sapere che tutto si è risolto per il meglio la perdona. Qualcosa tuttavia è cambiato in Nora, la donna non vuole più vivere come una bambola del marito e decide di lasciarlo per diventare adulta, conoscere il mondo, educare se stessa.

Casa di Bambola è stato per anni ed è tutt’ora al centro del dibattito femminista in quanto tratta dell’emancipazione di una donna che da minus habentes alla mercè del padre e poi del marito, decide di trovare la propria strada anche a costo di rinunciare ai figli, sfidando la morale comune. Ma l’opera tratta anche il dramma del’individuo borghese contemporaneo, in cui le gravose convenzioni e sovrastrutture sociali gravano sulla coscienza del singolo impedendogli di essere ciò che desidera. In questo caso l’individuo è una donna e Ibsen è un vero e proprio pioniere nella questione femminile. Scriverà nei suoi appunti durante la stesura dell’opera: “Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo”. Il personaggio di Nora fu ispirato a Laura Kieler, una scrittrice amica di Ibsen che fu protagonista all’epoca di uno scandalo non dissimile da quello che riguarda il personaggio dell’opera; tale situazione indica quanto fosse attuale all’epoca il tema dello spettacolo.

Lo stile di vita borghese è sotto accusa. Nora infatti ha sbagliato a falsificare la firma del padre ma lo ha fatto per amore, tutto ciò però è insignificante agli occhi della legge. L’ignoranza di Nora in fatto di diritto è dovuto alla sua condizione di donna soggiogata alla vita domestica, una situazione tipica per la borghesia vittoriana. Il marito di Nora è un borghese meschino e falso, aggrappato alla necessità di rispettare le convenienze esteriori, pronto a sacrificare i legami più autentici per difendere il proprio onore. L’uomo infatti attacca la moglie solo nel momento in cui la propria situazione sociale è compromessa per perdonarla repentinamente quando tutto si risolve e, schiavo della propria mentalità maschilista, non riuscirà mai a comprendere fino in fondo le ragioni dell’allontanamento di Nora. Il signor Krogstad, l’antagonista, è giustificato nel suo agire malvagio dalla triste condizione in cui la società borghese lo ha costretto. Tale situazione non è specificata, ma dalle parole di Krogtad si intuisce che tale personaggio è un crudele ricattatore solo per estrema necessità.

L’opera fu al centro di uno scandalo per i temi trattati, l’autore fu persino costretto a cambiare il finale dell’opera nella rappresentazione tedesca perché l’attrice protagonista rifiutò di recitare una parte che secondo lei rappresentava una madre degenere. Le copie del libro furono esaurite in poco tempo e venne prevista una ristampa, secondo l’autore non per la qualità dell’opera ma per il dilemma morale che poneva agli spettatori.

Molti considerano Casa di bambola un’opera femminista, ma non tutti sono d’accordo. Antonio Gramsci, nel 1917 considerava il gesto di Nora un’elevazione morale da parte della donna a discapito dei ruoli imposti dalla società vittoriana. Secondo altri, come lo psicanalista Georg Groddek, Nora presenta invece alcuni tratti tipici di una bambina viziata e schiava della propria condizione: afferma più volte, mentre chiacchiera con la migliore amica, di essere felice, anche a costo di mettere in imbarazzo l’altra, inoltre è civettuola, frivola, più volte inganna le persone intorno a lei ed è evidente che la situazione viene gestita dai personaggi maschili dell’opera, come il marito, lo strozzino, il dottore amico di famiglia.

E’ un dato di fatto che l’opera abbia sconvolto l’opinione pubblica e che abbia contribuito ad accendere il dibattito sull’emancipazione femminile.

 

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Casa_di_bambola

http://www.klpteatro.it/objects/testi/Ibsen_CasaDiBambola.pdf

http://www.teatroecritica.net/2017/02/nora-helmer-non-e-una-femminista-una-casa-di-bambola-per-andree-ruth-shammah/

http://www.criticaletteraria.org/2009/10/casa-di-bambola-henrik-ibsen.html

 

Credits:

http://diariovittoriano-blanche.blogspot.it/2012/03/dolls-house-killer-cabinet-inghilterra.html

 

“Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie

 

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Grazie ad uno dei video di Cimdrp ho scoperto Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie, una giovane e brillante femminista nigeriana. Si tratta del testo di una conferenza del 2012, successivamente trasformato in libro nel 2014, in cui la speacker racconta la sua esperienza di femminista africana sintetizzando i concetti chiave di femminismo e femminilità applicati alla nostra epoca. Il testo è stato campionato nella canzone Flawless di Beyoncé.

Chimamanda è molto giovane, infatti è nata nel 1977 e, oltre ad essere una bella ragazza dalla pelle color ebano, è anche un medico e un’intellettuale femminista. I suoi libri sono stati tradotti in trenta lingue e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Il blog Hai da spicciare? Ha pubblicato sia il video sia il testo della conferenza. Personalmente ho preferito la conferenza in quanto consente di conoscere il volto e la voce dell’autrice, i vivaci colori del suo abbigliamento africano e la reazione del suo pubblico, un po’ incomprensibile a mio parere in quanto spesso ride senza alcuna ragione. La conferenza non è molto lunga, dura solo mezz’ora, e non è particolarmente impegnativa, di conseguenza il libro è lungo solamente quaranta pagine.

Le parole di Chimamanda sono sintetiche e immediate, trasmettono messaggi forti con esempi semplici, tratti dal suo vissuto personale. La donna non tratta soltanto la condizione femminile in Africa, le sue parole riguardano la parità di genere nel mondo. Ecco uno dei passi che più mi è piaciuto:

Ma la cosa di gran lunga peggiore che facciamo ai maschi, facendo intendere che devono essere duri, è che li lasciamo con degli ego molto fragili. Più un uomo sente di dover essere un “uomo duro”, più è debole il suo ego. E poi facciamo un lavoro anche peggior con le ragazze, perché le educhiamo a soddisfare i fragili ego degli uomini. Insegniamo alle ragazze come farsi da parte, come farsi più piccole. Diciamo alle ragazze, “Puoi avere ambizione, ma non troppa. Dovresti puntare ad avere successo, ma non troppo successo, altrimenti potresti minacciare l’uomo.” Se in una relazione con un uomo sei tu a portare il pane a casa, devi far finta che non sia così. Soprattutto in pubblico. Altrimenti lo stai castrando. Ma se mettessimo in discussione la premessa stessa? Perché il successo di una donna deve essere una minaccia per un uomo? Che cosa succede se decidiamo di sbarazzarci semplicemente di quella parola, e non credo ci sia una parola inglese che mi piaccia meno di “castrazione”.

La conferenza è piaciuta molto anche oltreoceano a Beyonce, che ha inserito alcune frasi pronunciate da Chimamanda nella propria canzone Flawless, che Cimdrp suona e commenta in questo video. Si tratta di una canzone grintosa e personale, in cui la cantante mostra tutta la propria forza interiore e sprona le ragazze a fare altrettanto, senza lasciarsi chiacciare dalle convenzioni sociali maschiliste. Ma possiamo considerare Beyonce una femminista? A mio parere esistono centinaia di donne che meritano maggiormente tale titolo, tuttavia è importante che i media parlino di femminismo ed è lodevole che la cantante abbia attirato l’attenzione sulla questione.

Questo testo, per la sua semplicità, è indicato per tutti coloro che non hanno molta dimestichezza con il femminismo (come me!), oppure desiderano intraprendere una lettura (o la visione di una conferenza) leggera ma significativa.

Per concludere, ecco il link della canzone Flawless di Beyonce, sperando che vi piaccia:

 

 

Chimamanda Ngozi Adichie