“The bold type”, una serie tv femminista

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler.

The bold type è il titolo di un eccellente telefilm uscito recentemente (estate 2017) e creato da Sarah Watson. La serie, ambientata a New York ed erede del celeberrimo Sex and the City, è spirato alla vita di Joanna Coles, ex capo redattore di Cosmopolitan.

Si tratta delle avventure di tre amiche che lavorano per Scarlet, una rivista femminile femminista. Impeccabili nel vestire, aggiornatissime sui social network e trasgressive nello stile di vita, le tre ventenni in carriera sperimentano l’amore, la sessualità, l’amicizia, il femminismo, il giornalismo, la moda, la politica, la prevenzione contro il tumore al seno e molto altro ancora.

Jane Sloan (Katie Stevens) è una tenera ragazza dai capelli corvini e due occhioni indimenticabili che ha perso la madre da piccola per un tumore al seno; ha uno straordinario talento come giornalista e ha appena ricevuto una promozione all’interno della rivista. Il suo capo Jacqueline, autoritaria ma comprensiva, la metterà alla prova proponendole dei pezzi imbarazzanti dalle tematiche sessuali, la farà avvicinare al giornalismo politico e la guiderà in una controversia giudiziaria contro una spogliarellista femminista. Nonostante Jane abbia avuto il primo orgasmo piuttosto tardi, avrà una breve ma bollente relazione con Ryan, scrittore di articoli a tematica sessuale.

L’afroamericana Kat Edison (Aisha Dee) è figlia di due ricchi strizzacervelli ed è responsabile dei social media di Scarlet. Spesso si troverà in difficoltà nella gestione dei media e per questo dovrà confrontarsi con Jacqueline, inoltre affronterà il licenziamento di una sua sottoposta. Kat è bisessuale e si innamora per la prima volta di un’affascinante fotografa femminista musulmana, Adena El-Amin. La relazione tra le due donne è ostacolata da Coco, la bella parigina che Adena fatica a lasciare, e dalle origini straniere della fotografa … ma non vogliamo certo spoilerarvi il finale!

Sutton Brady (Meghann Fahy) è una ragazza di umili origini che inizialmente lavora all’interno della rivista come segretaria, ma successivamente riesce a ottenere il tanto agognato posto di aiuto stilista nel settore moda di Scarlet, sotto la direzione dell’esigentissimo Oliver. La bella ragazza dai capelli castani e la carnagione chiara ha una relazione segreta con Richard, un facoltoso direttore e membro del consiglio, nonostante il loro rapporto rischi di compromettere la carriera di entrambi. Nel frattempo il collega Alex si prende una cotta per lei.

Inizialmente potrebbe sembrare un telefilm eccessivamente simile a Sex and the city per l’ambientazione Newyorkese, l’attenzione maniacale al fattore estetico (tutti i personaggi si presentano sempre con un abbigliamento impeccabile e, in particolare, le protagoniste hanno un gusto molto raffinato nel vestire) e la tematica del giornalismo in quanto non dobbiamo dimenticarci che l’indimenticabile Carrie, come Jane, è una giornalista. The bold type tuttavia tratta tematiche femministe di estrema attualità, anche se in un’atmosfera talmente patinata che persino colei che avrebbe dovuto essere un personaggio controcorrente, la fotografa femminista Adena che contrabbanda vibratori, indossa tacchi e vestiti alla moda.

Si tratta di un telefilm estremamente giovane, infatti è uscita solamente la prima stagione, composta da dieci puntate, ciascuna delle quali avente una durata di quarantacinque minuti. Ci auguriamo che escano presto le nuove avventure di Jane, Kat e Sutton e che il telefilm non perda la propria qualità.

 

FONTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Bold_Type

 

 

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“Casa di bambola”, la prima opera teatrale femminista

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Questo articolo è stato pubblicato su “Lo sbuffo”

Casa di bambola è un’opera teatrale norvegese scritta nel 1879 da Henrik Ibsen, il secondo drammaturgo più rappresentato al mondo dopo Shakespeare. L’opera è stata scritta durante un soggiorno dell’autore ad Amalfi, infatti l’Italia viene menzionata all’interno dell’opera, ed è stata messa in scena per la prima volta il 21 dicembre 1879 a Copenaghen, suscitando scandalo per i temi trattati.

Nora è una casalinga borghese consacrata al focolare domestico e teneramente innamorata del marito, l’avvocato Helmer, da poco nominato direttore di banca. Civettuola, svampita e sperperatrice di denaro, viene trattata dal marito come una bambina o come un animaletto capriccioso, ma l’avvocato ignora gli enormi sforzi fatti da sua moglie per salvargli la vita. Tempo prima l’avvocato era in pericolo e la sua unica possibilità di salvezza era un costoso viaggio in Italia; la donna racimolò il denaro necessario per il viaggio, indebitandosi di nascosto e compiendo grandi sacrifici per restituire la cifra. Nora avrebbe voluto che suo padre facesse da garante, ma per non rattristarlo falsificò la sua firma; purtroppo la data scritta su tale obbligazione era successiva a quella della morte dell’uomo, così Nora rischia la prigione. Il signor Krogstad, colui che ha prestato la somma di denaro a Nora, è stato licenziato da Helmer per alcune firme false e approfitta della fragile situazione della donna per ricattarla.

Nora è disperata, non vuole confessare al marito ciò che ha fatto perché offenderebbe il suo orgoglio maschile, così finge che tutto vada per il meglio preparandosi per una festa in maschera. La situazione si risolve inaspettatamente: la migliore amica di Nora riesce a convincere Krogstad a non procedere con il ricatto. Il marito scopre la situazione di Nora e inizialmente si infuria, ma non appena viene a sapere che tutto si è risolto per il meglio la perdona. Qualcosa tuttavia è cambiato in Nora, la donna non vuole più vivere come una bambola del marito e decide di lasciarlo per diventare adulta, conoscere il mondo, educare se stessa.

Casa di Bambola è stato per anni ed è tutt’ora al centro del dibattito femminista in quanto tratta dell’emancipazione di una donna che da minus habentes alla mercè del padre e poi del marito, decide di trovare la propria strada anche a costo di rinunciare ai figli, sfidando la morale comune. Ma l’opera tratta anche il dramma del’individuo borghese contemporaneo, in cui le gravose convenzioni e sovrastrutture sociali gravano sulla coscienza del singolo impedendogli di essere ciò che desidera. In questo caso l’individuo è una donna e Ibsen è un vero e proprio pioniere nella questione femminile. Scriverà nei suoi appunti durante la stesura dell’opera: “Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo”. Il personaggio di Nora fu ispirato a Laura Kieler, una scrittrice amica di Ibsen che fu protagonista all’epoca di uno scandalo non dissimile da quello che riguarda il personaggio dell’opera; tale situazione indica quanto fosse attuale all’epoca il tema dello spettacolo.

Lo stile di vita borghese è sotto accusa. Nora infatti ha sbagliato a falsificare la firma del padre ma lo ha fatto per amore, tutto ciò però è insignificante agli occhi della legge. L’ignoranza di Nora in fatto di diritto è dovuto alla sua condizione di donna soggiogata alla vita domestica, una situazione tipica per la borghesia vittoriana. Il marito di Nora è un borghese meschino e falso, aggrappato alla necessità di rispettare le convenienze esteriori, pronto a sacrificare i legami più autentici per difendere il proprio onore. L’uomo infatti attacca la moglie solo nel momento in cui la propria situazione sociale è compromessa per perdonarla repentinamente quando tutto si risolve e, schiavo della propria mentalità maschilista, non riuscirà mai a comprendere fino in fondo le ragioni dell’allontanamento di Nora. Il signor Krogstad, l’antagonista, è giustificato nel suo agire malvagio dalla triste condizione in cui la società borghese lo ha costretto. Tale situazione non è specificata, ma dalle parole di Krogtad si intuisce che tale personaggio è un crudele ricattatore solo per estrema necessità.

L’opera fu al centro di uno scandalo per i temi trattati, l’autore fu persino costretto a cambiare il finale dell’opera nella rappresentazione tedesca perché l’attrice protagonista rifiutò di recitare una parte che secondo lei rappresentava una madre degenere. Le copie del libro furono esaurite in poco tempo e venne prevista una ristampa, secondo l’autore non per la qualità dell’opera ma per il dilemma morale che poneva agli spettatori.

Molti considerano Casa di bambola un’opera femminista, ma non tutti sono d’accordo. Antonio Gramsci, nel 1917 considerava il gesto di Nora un’elevazione morale da parte della donna a discapito dei ruoli imposti dalla società vittoriana. Secondo altri, come lo psicanalista Georg Groddek, Nora presenta invece alcuni tratti tipici di una bambina viziata e schiava della propria condizione: afferma più volte, mentre chiacchiera con la migliore amica, di essere felice, anche a costo di mettere in imbarazzo l’altra, inoltre è civettuola, frivola, più volte inganna le persone intorno a lei ed è evidente che la situazione viene gestita dai personaggi maschili dell’opera, come il marito, lo strozzino, il dottore amico di famiglia.

E’ un dato di fatto che l’opera abbia sconvolto l’opinione pubblica e che abbia contribuito ad accendere il dibattito sull’emancipazione femminile.

 

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Casa_di_bambola

http://www.klpteatro.it/objects/testi/Ibsen_CasaDiBambola.pdf

http://www.teatroecritica.net/2017/02/nora-helmer-non-e-una-femminista-una-casa-di-bambola-per-andree-ruth-shammah/

http://www.criticaletteraria.org/2009/10/casa-di-bambola-henrik-ibsen.html

 

Credits:

http://diariovittoriano-blanche.blogspot.it/2012/03/dolls-house-killer-cabinet-inghilterra.html

 

“Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie

 

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Grazie ad uno dei video di Cimdrp ho scoperto Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie, una giovane e brillante femminista nigeriana. Si tratta del testo di una conferenza del 2012, successivamente trasformato in libro nel 2014, in cui la speacker racconta la sua esperienza di femminista africana sintetizzando i concetti chiave di femminismo e femminilità applicati alla nostra epoca. Il testo è stato campionato nella canzone Flawless di Beyoncé.

Chimamanda è molto giovane, infatti è nata nel 1977 e, oltre ad essere una bella ragazza dalla pelle color ebano, è anche un medico e un’intellettuale femminista. I suoi libri sono stati tradotti in trenta lingue e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Il blog Hai da spicciare? Ha pubblicato sia il video sia il testo della conferenza. Personalmente ho preferito la conferenza in quanto consente di conoscere il volto e la voce dell’autrice, i vivaci colori del suo abbigliamento africano e la reazione del suo pubblico, un po’ incomprensibile a mio parere in quanto spesso ride senza alcuna ragione. La conferenza non è molto lunga, dura solo mezz’ora, e non è particolarmente impegnativa, di conseguenza il libro è lungo solamente quaranta pagine.

Le parole di Chimamanda sono sintetiche e immediate, trasmettono messaggi forti con esempi semplici, tratti dal suo vissuto personale. La donna non tratta soltanto la condizione femminile in Africa, le sue parole riguardano la parità di genere nel mondo. Ecco uno dei passi che più mi è piaciuto:

Ma la cosa di gran lunga peggiore che facciamo ai maschi, facendo intendere che devono essere duri, è che li lasciamo con degli ego molto fragili. Più un uomo sente di dover essere un “uomo duro”, più è debole il suo ego. E poi facciamo un lavoro anche peggior con le ragazze, perché le educhiamo a soddisfare i fragili ego degli uomini. Insegniamo alle ragazze come farsi da parte, come farsi più piccole. Diciamo alle ragazze, “Puoi avere ambizione, ma non troppa. Dovresti puntare ad avere successo, ma non troppo successo, altrimenti potresti minacciare l’uomo.” Se in una relazione con un uomo sei tu a portare il pane a casa, devi far finta che non sia così. Soprattutto in pubblico. Altrimenti lo stai castrando. Ma se mettessimo in discussione la premessa stessa? Perché il successo di una donna deve essere una minaccia per un uomo? Che cosa succede se decidiamo di sbarazzarci semplicemente di quella parola, e non credo ci sia una parola inglese che mi piaccia meno di “castrazione”.

La conferenza è piaciuta molto anche oltreoceano a Beyonce, che ha inserito alcune frasi pronunciate da Chimamanda nella propria canzone Flawless, che Cimdrp suona e commenta in questo video. Si tratta di una canzone grintosa e personale, in cui la cantante mostra tutta la propria forza interiore e sprona le ragazze a fare altrettanto, senza lasciarsi chiacciare dalle convenzioni sociali maschiliste. Ma possiamo considerare Beyonce una femminista? A mio parere esistono centinaia di donne che meritano maggiormente tale titolo, tuttavia è importante che i media parlino di femminismo ed è lodevole che la cantante abbia attirato l’attenzione sulla questione.

Questo testo, per la sua semplicità, è indicato per tutti coloro che non hanno molta dimestichezza con il femminismo (come me!), oppure desiderano intraprendere una lettura (o la visione di una conferenza) leggera ma significativa.

Per concludere, ecco il link della canzone Flawless di Beyonce, sperando che vi piaccia:

 

 

Chimamanda Ngozi Adichie

 


 

Riflessioni di una femminista in incognito

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Mi sono resa conto che leggo libri femministi e che seguo siti web e Youtuber sul tema da almeno un anno, ma nessuno conosce questo mio interesse eccetto il mio fidanzato. Forse mi vergogno di essere femminista, come un tredicenne che nasconde Play Boy sotto il letto sperando che la mamma non lo scopra facendo le pulizie.

L’ambiente circostante non aiuta: sono la sola femminista di mia conoscenza, non frequento nessuno con cui parlare e confrontarmi, inoltre il mio piccolo universo di provincia è ostile a tutto ciò che riguarda il femminismo, anzi, non sa nemmeno cosa sia tale movimento. In Brianza questa parola che sembra una parolaccia implica bruciare reggiseni, non depilarsi, odiare gli uomini e sostenere i diritti LGBT. Ebbene, cari brianzoli, avete ragione solo su quest’ultimo aspetto, perché femminismo significa semplicemente sostenere la parità tra uomo e donna e lottare per abbattere ogni forma di disuguaglianza e gli stereotipi che ci impongono determinati comportamenti. Prendiamo il più classico degli esempi, una donna non è costretta a depilarsi come impone la società ma ha il diritto di essere libera di farsi crescere i peli se lo desidera, oppure di votarsi ad una radicale ceretta integrale, oppure di alternare queste due opzioni in base a ciò che più le conviene nei vari periodi della sua vita. Insomma, femminismo è semplicemente libertà di essere ciò che si desidera, mandando letteralmente al diavolo le imposizioni della nostra società su questo come su molti altri aspetti. Il femminismo si suddivide in varie branchie e io non ho ancora deciso con chi schierarmi (non prendo mai simili decisioni in modo affrettato, preferisco documentarmi accuratamente prima di scegliere) però ormai è evidente che, nel mio piccolo, faccio parte di questo movimento in quanto ne abbraccio l’ideologia.

A parole sembro una sincera sostenitrice del femminismo, ma la realtà è molto diversa: io sono una vigliacca, mi mimetizzo tra la massa evitando di esprimere la mia opinione quando si toccano simili argomenti durante una conversazione o addirittura adotto comportamenti in contraddizione con quello in cui credo, soprattutto per quanto riguarda la scelta delle parole e delle espressioni mentre parlo. Non ho intenzione di trattare in questo articolo il fatto che l’italiano sia una lingua maschilista e che sarebbe doveroso modificarla per renderla più rispettosa del genere femminile e non solo (modificare artificialmente una lingua non è assurdo, lo fece per esempio Pietro Bembo con la Prosa della volgar lingua nel 1525 per quanto riguarda l’italiano), sappiate semplicemente che io purtroppo adotto moltissime espressioni e vocaboli che giudico sessisti.

Confesso inoltre di essere una pigrona perché è faticoso uscire dalla caverna di Platone e assumere un comportamento controcorrente, sembrerebbe che io non abbia nessuna intenzione di prendermi la briga di appoggiare il movimento e dare il mio contributo. Ma cosa significa combattere? Che cosa dovrei fare esattamente? Forse sarebbe meglio continuare a nascondere i libri sotto il letto come s fossero dei giornaletti porno e pensare a laurearmi.

Quella meravigliosa persona che fu Frida Kahlo

Il 6 luglio è stato il compleanno (l’articolo verrà pubblicato il 15 luglio su  “Are you art?”) di una donna che è diventata un’icona in Messico e in tutto il mondo per la propria arte e per una straordinaria personalità: Frida Kahlo. Definirla solamente un’artista è un affronto perché Frida era anche una militante comunista che amava profondamente il proprio paese, una femminista ed è diventata un’icona molto amata dalla comunità Lgbt perché era bisessuale dichiarata e non celava le proprie avventure amorose con altre donne.

Frida si distingueva inoltre per una personalità affascinante. In un mondo in cui ad una donna è richiesto essenzialmente di essere bella per avere successo, lei non nascondeva i piccoli difetti che la caratterizzavano, come le sopracciglia unite e i baffetti che ben conosciamo attraverso i suoi quadri, eppure, secondo la critica d’arte americana Hayden Herrera, Frida Kahlo sapeva essere incantevole: «Quasi bella, aveva lievi difetti che ne aumentavano il magnetismo. Le sopracciglia formavano una linea continua che le attraversava la fronte e la bocca sensuale era sormontata dall’ombra dei baffi. Chi l’ha conosciuta bene sostiene che l’intelligenza e lo humour di Frida le brillavano negli occhi e che erano proprio gli occhi a rivelarne lo stato d’animo: divoranti, capaci di incantare, oppure scettici e in grado di annientare. Quando rideva era con carcajadas, uno scroscio di risa profondo e contagioso che poteva nascere sia dal divertimento sia come riconoscimento fatalistico dell’assurdità del dolore»

La biografia dell’artista è nota per essere attraversata da una lunga serie di disgrazie, ma Frida Kahlo ha saputo affrontare tali sfide con un’energia straordinaria, la stessa che illumina i suoi quadri di tinte allegre e vivaci anche quando affronta le tematiche più buie. Nonostante sia nata nel 1907, sostenne di essere nata nel 1910 per far coincidere la propria data di nascita con lo scoppio della rivoluzione messicana, segno di una profonda passione politica.

Fu perseguitata dalla sfortuna sin da bambina, infatti a sei anni si ammalò di poliomelite e, sebbene guarì, la gamba destra rimase meno sviluppata. A diciotto anni durante un incidente in tram un corrimano di metallo le trapassò il copro. In seguito all’incidente sarà costretta ad indossare un busto ortopedico cron cui si ritrarrà nell’opera che vedete sotto. Si tratta di una Frida squartata sino a mostrare la colonna vertebrale in frantumi, che indossa il busto ortopedico, dalla pelle disseminata di tanti piccoli chiodi e con le lacrime agli occhi, eppure la giovane sembra fiera e bellissima, la coperta che le cinge la vita sembra una gonna.

In seguito all’incidente inoltre Fida non riuscirà a portare a termine diverse gravidanze e il primo aborto, che risale al 1930, è stato raffigurato nel quadro qui sotto. Frida è sdraiata su un letto nuda, giace sul suo sangue e in una mano tiene dei fili cui sono collegati dei macabri palloncini. Uno tra questi è un feto, che incombe su di lei. L’aborto era un argomento non facile da affrontare in quegli anni e sicuramente Frida Kahlo è stata in anticipo sui tempi. Il suo coraggio è straordinario soprattutto perché l’opera tratta un episodio di vita privata.

I postumi dell’incidente in bus la perseguiranno per tutta la vita, infatti subirà  trentadue interventi chirurgici. Tuttavia fu proprio durante la lunga permanenza a letto che Frida iniziò a dipingere, ritraendo il proprio riflesso in uno specchio appeso sopra il letto.

Gli autoritratti sono sempre stati i suoi soggetti preferiti, infatti scrive all’amico Carlos Chavez: «Dato che i miei soggetti sono sempre stati le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le reazioni profonde che man mano la vita suscitava in me, ho spesso oggettivato tutto questo in autoritratti, che erano quanto di più sincero e reale potessi fare per esprimere quel che sentivo dentro e fuori di me». Molte altre artiste seguiranno il suo esempio attingendo alla propria vita e ai propri traumi per realizzare i propri quadri. Tra i numerosi autoritratti di Frida ho scelto di proporvi Autoritratto con scimmie.

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In un altro dipinto, Frida si ritrae con una collana di spine avente un uccellino per ciondolo. Intorno a lei svolazzano delle farfalline azzurre e dei fiori alati e posano dietro di lei una scimmia e un gatto.

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Nel 1928 Frida conosce Diego Rivera e nel 1929 i due si sposano. Si tratta di una relazione turbolenta, caratterizzata da tradimenti, separazioni, un breve divorzio, riconciliazioni.

Frida Khalo si spense il 13 luglio 1954, all’età di quarantasette anni, nella sua casa natale, che attualmente è un museo dedicato all’artista, che proprio in questo periodo ritrarrà dei coloratissimi e vivaci cocomeri in un cielo sereno con la scritta “Viva la vida”, per manifestare la propria gioia di vivere. Sul suo diario  lasciò inoltre una scritta provocatoria inneggiante alla vita.

E’ notevole l’impegno politico e sociale che traspare nell’opera Unos cuoantos piquetitos, in cui viene denunciato un caso di femminicidio. Il titolo è un riferimento a come l’assassino definì al processo le coltellate, “solo qualche piccola punzecchiatura”.

Le mie opere preferite di Frida Kahlo sono molto più allegre. La prima è L’abbraccio dell’amore e dell’universo, la terra, io, DIego e il signor Xòlotl, in cui Diego Riviera viene abbracciato da Frida che viene abbracciata dalla terra e da diverse divinità Messicane in un gesto molto materno e femminile. L’opera esprime una concezione femminile del creato e tratta tematiche molto profonde sull’esistenza.

Il secondo raffigura l’immagine che tutti noi vediamo quando facciamo il bagno, vale a dire la punta dei nostri piedi che affiora dall’acqua contro il marmo. Tante piccole fantasiose immagini navigano inoltre nella vasca, animando la fantasia dell’artista.

Su Internet sono disponibili svariate informazioni su Frida, io vi consiglio in particolare questa pagina di citazioni dell’artista e questa galleria.

 

FONTI

Le regine della storia dell’arte

(Articolo pubblicato nella rivista online “Are you art?”)

Scrivere una rubrica dedicata alle donne in un numero dedicato alle rivoluzioni nella storia dell’arte è impossibile perché nella nostra società patriarcale il mondo dell’arte è sempre stato dominato dagli uomini. Ciò non significa che le artiste donne siano una conquista recente in quanto i manuali di storia dell’arte menzionano diversi nomi di grandi creative del passato, tuttavia le rivoluzioni sono sempre state condotte dagli uomini, che hanno dettato le correnti e gli stili in ogni epoca sino al Novecento. Per questa ragione la mia rubrica sarà la sola a non parlare di rivoluzioni, perché le donne non hanno potuto partecipare a nessuna rivoluzione artistica. Darò invece voce a rare personalità eccezionali che hanno dovuto combattere per affermare la propria arte, sfidando i pregiudizi maschilisti della propria epoca e spesso pagandone le conseguenze. La loro rivoluzione consiste nell’aver espresso un punto di vista femminile in un mondo in cui gli artisti erano uomini e le donne dovevano accontentarsi al massimo del ruolo di musa ispiratrice.

Per secoli le donne, pur avendo accesso a lezioni di disegno e potendo realizzare delle modeste opere di disegno (spesso di piccole dimensioni e ritraendo prevalentemente tematiche proveniente dal loro ambiente famigliare), non hanno potuto praticare la professione di artista in quanto era considerato disdicevole per loro dedicarsi a tale attività a livello professionale, eppure qualche fortunata è riuscita, spesso complici anche condizioni familiari ed economiche favorevoli, a coltivare il proprio talento. Ecco dunque una carrellata delle principali regine dell’arte, corredati da link con eventuali approfondimenti.

Nel Medioevo l’arte era considerata un’attività artigianale pertanto le opere d’arte erano create per lo più dagli uomini, i soli che potevano esercitare una professione. Nei conventi tuttavia le monache si dedicavano con zelo ad attività creative coinvolgendo spesso anche le laiche, soprattutto le fanciulle che frequentavano i monasteri per la propria istruzione, che poi praticavano tali attività anche dopo aver terminato gli studi. Tali artiste erano soprattutto miniaturiste e realizzatrici di tessuti ornamentali da parete, stole, paramenti e arazzi, ad uso religioso o profano. Conosciamo anche qualche nome di queste artiste dimenticate, tra tutte ricordiamo Santa Caterina Vigri (1413-1463), che realizzò affreschi, quadri e manoscritti con miniature ed è la protettrice dei pittori. Per saperne di più, ti consiglio di cliccare sul seguente link:
http://guide.supereva.it/donne_e_arte/interventi/2010/09/donne-artiste-nel-medioevo

Nel Rinascimento le donne compaiono nella storia dell’arte per lo più nelle vesti di Muse ispiratrici al servizio di artisti uomini, ma iniziano a farsi notare nel panorama artistico europeo anche alcune pittrici. I loro nomi sono Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, la simpatica olandese Judith Leyster, Rosalba Carriera, Elizabeth Vigée Lebrun, Angelika Kauffmann, Mary Cassatt e Berthe Morisot.

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Sifonisba Anguissola è una pittrice piacentina rinascimentale che ottenne grandi riconoscimenti in Italia e all’estero. Pochi sanno che anche le sue sorelle si dedicarono alla pittura. Rivestì un ruolo di spicco nelle corti italiane e il suo talento venne apprezzato persino da Michelangelo, che rimase profondamente colpito da Fanciullo morso da un granchio (vedi sopra). L’artista divenne ritrattista ufficiale della famiglia reale di Spagna e, quando Van Dyck le succedette in tale carica, ammise di nutrire una profonda ammirazione per Sifonisba. E’ molto interessante ciò che Wikipedia scrive sull’argomento: https://it.wikipedia.org/wiki/Sofonisba_Anguissola

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Artemisia Gentileschi è forse la più celebre artista femminile dell’età moderna, soprattutto in seguito allo stupro che subì in gioventù e che probabilmente ispirò il suo capolavoro, Giuditta che decapita Oloferne (vedi sopra). Essendo morta prematuramente sua madre, l’artista romana cresce nella bottega del padre manierista di Caravaggio (di cui assimilerà lo stile), un ambiente rigorosamente maschile, e apprende i segreti della pittura al fianco dei suoi fratelli maschi, superandoli in talento. Per apprendere ulteriori informazioni sull’artista, ti consiglio di visitare il sito web in italiano dedicato all’artista: http://www.artemisiagentileschi.net/

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Sempre in Italia, ma questa volta a Venezia, emerge una straordinaria pittrice settecentesca, Rosalba Carriera. Realizza dei ritratti di diamine sulle tabaccherie e successivamente su avorio, un materiale che conferisce alle pitture straordinaria lucentezza e che Rosalba utilizza per prima. Un’altra innovazione apportata dalla Carriera nel mondo della pittura riguarda l’utilizzo dello stile veneziano nella realizzazione di miniature. Sopra potete ammirare Allegory of painting.Ecco una pagina contenente tutte le informazioni da sapere su questa artista poco conosciuta: http://www.finestresullarte.info/Puntate/2012/18-rosalba-carriera.php#cookie-ok

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Angelica Kaufmann, di cui sopra potete ammirare Autoritratto, è una pittrice Svizzera dello stesso secolo che ha potuto avvalersi del supporto del padre nella propria formazione culturale; nel corso della propria carriera artistica si dedica anche alla musica e al canto; è l’unica donna tra i fondatori della Royal Academy of Arts. Era specializzata nella ritrattistica, nei soggetti storici e nelle incisioni. La sola pagina che sono riuscita a trovare dedicata all’artista appartiene a Wikipedia, ecco il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Angelika_Kauffmann

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Berthe Morisot, nata nel 1841, è una pittrice impressionista francese che, a causa dei pregiudizi dell’epoca, ha difficoltà a dipingere all’aperto o in luoghi pubblici come i propri colleghi maschi. L’artista ripiega dunque su scene domestiche e di interni, privilegiando come soggetti altre donne come lei, di cui effettuava nei dipinti una profonda analisi interiore. Può essere interessante leggere ciò che dice di lei Settemuse.it, dai cui abbiamo tratto l’opera che vedete sopra: http://www.settemuse.it/pittori_scultori_europei/berthe_morisot.htm

Per ultimo citiamo due grandi artiste del Novecento che sono diventate due icone non solo per la loro arte straordinaria, ma anche per aver contribuito all’emancipazione femminile con le loro scelte di vita libere, determinate e anticonformiste.

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Tamara de Lempicka appartiene alla corrente artistica dell’Art Déco molto apprezzata negli anni Venti. Tutti noi la conosciamo soprattutto per L’autoritratto nella Bugatti verde, in cui si raffigura al volante dell’automobile, indossando abiti maschili (erano gli anni in cui le donne iniziavano a far sentire la propria voce) è guardando in lontananza con uno sguardo serio ma terribilmente sensuale. Tamara è un eccellente ritrattista che ama rappresentare soprattutto i suoi amanti, sia uomini sia donne. Meritano di essere menzionate le tele che dedica Rafaela Fano, una delle donne più importanti della sua vita sia in qualità di amante, sia in qualità di musa ispiratrice. L’arte di Tamara è celebre tanto quanto i pettegolezzi sulla sua vita amorosa, si pensi che abbia flirtato in modo piuttosto turbolento con il nostro D’Annunzio. Vi propongo una piacevole carrellata di immagini a ritmo di musica: https://www.youtube.com/watch?v=UxiUn3ELu_g

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Frida Khalo (1907-1954) è forse l’artista femminile più nota al mondo: la sua notevole forza d’animo le ha permesso di affrontare dei gravi problemi di salute, dovuti anche ad un tragico incidente a bordo di un bus, con un’invidiabile vitalità, che traspare nelle tinte vivaci delle sue opere. Frida si dedica soprattutto all’autoritratto, proponendo un’immagine di sé svincolata dal punto di vista maschile e caratterizzato da un’estrema onestà, soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione dei difetti fisici e degli effetti dei propri problemi di salute. Oltre al tema della femminilità, troviamo nelle opere di Frida anche l’amore per il proprio paese e per il folclore messicano. Il seguente link vi permetterà di scoprire tutti i segreti sulla vita di Frida: http://www.mexicoart.it/Ita/kahlo.htm

La lunga lista di artiste proseguirebbe con altre esponenti a noi contemporanee, che preferiamo non citare in questo articolo in quanto operano in un ambiente più aperto e sensibile nei confronti dell’arte femminile grazie all’accesso per le donne all’istruzione e ad una maggiore attenzione alla loro voce nel mondo dell’arte. Questa rubrica ha intenzione di approfondire nei prossimi numeri l’opera delle grandi artiste del passato e del presente, perciò offriremo in futuro uno spazio più ampio sia alle artiste che abbiamo menzionato sia ad altre intellettuali.

 

FONTI:

“Nel paese delle donne” di Gioconda Belli

Cosa accadrebbe se un gruppo di amiche vincesse le elezioni in un piccolo paese dell’America Latina e riuscisse a sconfiggere la disuguaglianza tra uomo e donna? Gioconda Belli racconta in Nel paese delle donne l’utopica (ma non troppo) quanto esilarante avventura politica del PIE, il Partito della Sinistra Erotica, guidato dalla bella quanto determinata presidentessa Viviana Sansòn e dalle sue amiche.

Il successo delle protagoniste è determinato non solo da una campagna elettorale avvincente, in cui le loro idee rivoluzionarie sono proposte con frizzante ironia e travolgente femminilità, ma anche da un improbabile evento miracoloso: l’eruzione del vulcano locale Mitre, che abbassa il livello di testosterone negli uomini inibendo la loro energia. La simpatica trovata della Belli non potrebbe mai verificarsi nella realtà in quanto l’abbassamento del testosterone indebolirebbe non solo gli uomini ma anche le donne, nel cui organismo circolano ormoni maschili. Non abbiamo gradito tale soluzione in quanto nessuna donna eterosessuale vorrebbe svirilizzare i propri compagni di vita, bisogna tuttavia riconoscere che l’autrice accenna alle deludenti esperienze sessuali di alcune delle protagoniste in seguito alla castrazione chimica dei loro compagni. La ragione principale per cui la vicenda del vulcano Mitre non ci piace è che essa suggerisce l’impossibilità delle donne di battere gli uomini in una situazione di parità, senza alcun intervento esterno. Nonostante questa piccola pecca, che tuttavia conferisce una pennellata di colore alla vicenda, il romanzo è veramente straordinario.

Le riforme del PIE hanno lo scopo di migliorare la vita privata delle persone modificando la struttura stessa della società. Le protagoniste pongono particolare attenzione alla condizione di disparità che limita la libertà delle donne, segregandole in casa e privandole della possibilità di realizzarsi come individui. Oltre a offrire l’opportunità di affidare la prole a particolari strutture statali, il PIE promuove l’impiego femminile sospendendo per sei mesi gli impiegati statali uomini, naturalmente retribuendo tale singolare periodo di vacanza forzata. La segregazione degli uomini dalle attività lavorative è dettata dalla necessità di consentire alle donne di esprimersi liberamente in ambito lavorativo, senza subire la talvolta inconsapevole prepotenza degli uomini, abituati a comandare da secoli di patriarcato. La questione dei fondi necessari per pagare i dipendenti e finanziare gli asili nido viene risolta attraverso delle ingegnose attività imprenditoriali come la vendita dei fiori e di buoni ossigeno, con cui le imprese occidentali possono compensare l’inquinamento da loro prodotto difendendo le foreste.

Il PIE si impegna inoltre a insegnare agli uomini le difficoltose attività del/la casalingo/a, in modo tale da mostrare loro le difficoltà che le donne hanno affrontato per secoli e fondare le bassi per un’equa suddivisioni dei compiti all’interno della famiglia. Per garantire il dibattito sull’argomento tra la popolazione, viene organizzato un reality che illustra la vita di alcuni uomini casalinghi. Il ruolo della madre viene inoltre valorizzato: ragazzi e ragazze sono tenuti a frequentare le lezioni di Cure Materne per apprendere l’antica arte di fare la mamma e i membri del partito propongono di rassettare e accudire il paese come se fosse una casa o un bambino.

Un’iniziativa del PIE che non possiamo approvare è la pubblica esposizione e la marchiatura degli stupratori. Siamo consapevoli della necessità di rivoluzionare i valori della società diffamando gli stupratori e difendendo le vittime, che spesso si nascondono e si assumono la colpa dello stupro subito, tuttavia instaurare la “cultura della vergogna” non è certo il metodo più appropriato per tutelare le donne. La “cultura della vergogna”, diffusa per esempio nella società omerica, è un sistema di consuetudini sociali per cui coloro che si macchiano di un reato si considerano colpevoli solamente quando la società li giudica tali. Ciò implica che l’opinione di una comunità circa un suo membro vale più del valore effettivo della persona, che la tutela del proprio onore vale più della moralità: il criminale si pente del reato commesso solo se viene colto in fragrante e non perché ha compreso la gravità del proprio errore, il pentimento è dovuto solo al disprezzo dei compagni. Uno stupratore avrebbe certamente timore della tremenda punizione escogitata dal PIE e sarebbe dissuaso dal violare una persona, ma non comprenderebbe realmente la necessità di rispettare il corpo della donna se il sistema penitenziario umilia anziché educare. Un sistema alternativo alla “cultura della vergogna” è la “cultura della colpa”, secondo la quale i membri della comunità sono spronati a provare rimorso per gli atti commessi, per i quali vengono giudicati e puniti secondo giustizia.

Dai dialoghi del testo si deduce che, se l’autrice avesse voluto narrare un periodo più lungo, sarebbero stati approvati dal PIE molti altri provvedimenti, come una rivoluzione sessuale, che avrebbe modificato gli assurdi stereotipi promossi dal patriarcato, e una rivoluzione linguistica, per modificare gli aspetti maschilisti della lingua. E’ un vero peccato che l’autrice non abbia approfondito tali argomenti.

Per meglio comprendere i valori che hanno indotto il PIE a emanare tali leggi è necessario soffermarsi sulle riflessioni delle protagoniste e sulle relazioni di amicizia e fratellanza che le legano. Ai vertici del PIE troviamo donne molto diverse tra loro per attitudini e vissuto personale, ma la diversità non implica che si verifichino disparità all’interno del gruppo. Personaggi come Juana De Arco, vittima di prostituzione minorile, e l’omosessuale Martina danno voce alle minoranze di appartenenza, inoltre vengono presentati sullo stesso livello madri single e donne sposate, casalinghe e lavoratrici. Alcune donne si dedicano anche a professioni tipicamente considerate maschili come il Ministro della Difesa Eva, l’economista Rebeca e la poliziotta Azucena, ma ciò non compromette affatto la loro femminilità.

Viviana è solamente un primus inter pares e governa democraticamente, ascoltando e tutelando i diritti dell’opposizione e consentendo ai cittadini di manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Le ragazze del PIE sono attente a non sacrificare i rapporti umani durante le ore di lavoro, infatti si comportano in modo molto caloroso e gentile sia reciprocamente sia nei confronti di altri personaggi, spesso approvando modalità di riunione e di organizzazione molto poco formali. E’ molto interessante la loro concezione di femminilità: tutto ciò che viene solitamente attribuito al gentil sesso come la maternità e l’accudimento, la sensualità e l’erotismo, l’aperta manifestazione delle proprie emozioni attraverso il pianto e i lavori domestici vengono rivalutati come dei valori imprescindibili all’interno della società e delle armi con cui rivoluzionare il paese.

Gioconda Belli, classe 1948, ha ambientato la vicenda a Faguas, un’immaginaria nazione dell’America Latina, proprio perché è figlia di questo affascinante continente, più precisamente del Nicaragua. Giornalista, poetessa, e scrittrice di fama internazionale, ha partecipato alla lotta del Fronte Sandinista contro la dittatura di Somoza. Nel romanzo l’autrice menziona una delle sue poesie più celebri, uno straordinario inno alla femminilità che vogliamo condividere con voi:

E Dio mi fece donna,

con capelli lunghi,

occhi,

naso e bocca di donna.

Con curve

e pieghe

e dolci avvallamenti

e mi ha scavato dentro,

mi ha reso fabbrica di esseri umani.

Ha intessuto delicatamente i miei nervi

e bilanciato con cura

il numero dei miei ormoni.

Ha composto il mio sangue

e lo ha iniettato in me

perché irrigasse tutto il mio corpo;

nacquero così le idee,

i sogni,

l’istinto

Tutto quel che ha creato soavemente

a colpi di mantice

e di trapano d’amore,

le mille e una cosa che mi fanno donna

ogni giorno

per cui mi alzo orgogliosa

tutte le mattine

e benedico il mio sesso.

Al termine del romanzo, nella sezione dedicata ai ringraziamenti, il lettore scopre con straordinaria sorpresa che il PIE è esistito veramente e l’autrice ne ha fatto parte. Ecco cosa rivela l’autrice: “Negli anni Ottanta, in Nicaragua, durante la Rivoluzione Sandinista, ci furono davvero delle donne, delle amiche, che insieme a me formarono il PIE, il Partito della Sinistra Erotica. Ciascuna di noi occupava qualche posto di media importanza in strutture governative, di partito o di massa. Insieme decidemmo di studiare e attuare delle strategie per promuovere i diritti della donna attraverso il nostro singolo campo d’azione. Il gruppo fu attivo per diversi anni e rappresentò un esperimento di cameratismo e creatività che arricchì tutte quante. Con il passare del tempo ciascuna di noi ha preso la sua strada e persino assunto posizioni politiche contrarie, ma credo che nessuna si rammarichi o si penta di quello che “abbiamo cucinato” insieme nelle nostre riunioni”. Alcuni membri di un PIE precedente a quello delle protagoniste effettuano una breve comparsa all’interno del romanzo. Che l’autrice si sia riferita alle sue compagne di lotta?

Il romanzo è stato pubblicato nel 2010 e, nonostante l’autrice avesse all’epoca 72 anni, sono presenti nell’opera elementi di notevole modernità che avvicinano alla lettura anche un pubblico giovanile, è il caso di numerosi riferimenti all’eroina della triologia Millenium Lisbeth Salander e l’accenno ad un reality show. Non mancano tuttavia riferimenti culturali più elevati, come la menzione a Lisistrata di Aristofane, e ad alcune celebri grandi donne: Virginia Woolf, Jane Fonda, Berthe Morisot, Flora Tristàn, Emma Goldman, Gloria Steinem, Susan Sontag, Rosario Castellanos, Sor Juana.

Grazie Marta per avermi consigliato delle letture veramente interessanti.