Fantascienza e psicologia in “Maniac”

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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Avete presente i vecchi film di fantascienza anni Ottanta che ci fanno esclamare, ridendo sotto i baffi: “Ma allora è così che i nostri genitori si immaginavano il futuro?” Dal 21 settembre 2018 Netflix propone una nuova serie tv, Maniac, che racconta la complicata relazione di amicizia e forse d’amore di due malati psichici, che si sottopongono ad un esperimento per risolvere i propri problemi. La regia di Cary Fukunaga e la scrittura di Patrick Somerville hanno sfornato un piccolo capolavoro.

L’ambientazione è un non tempo in cui le macchine e i costumi sono creati secondo la moda di quarant’anni fa e la tecnologia prevede hardware mastodontici e cavi al posto del wi-fi, ma la scienza offre miracoli che nemmeno ai nostri giorni possiamo immaginare: computer che provano emozioni e droghe in fase di sperimentazione che consentono di rielaborare i traumi. Il futuro immaginato dagli sceneggiatori prevede amicizie in affitto e una diffusa difficoltà nello stringere rapporti personali, rendendo il mondo di Maniac più simile ad una distopia. Le scenografie del laboratorio in cui si svolgono i test, con luci al neon, ambienti claustrofobici privi di finestre e effetti speciali anni Ottanta, sembrano un omaggio a Kubrick e sono determinanti nella creazione di un’atmosfera fantascientifica della vecchia scuola.

Ma Maniac è anche la storia di una relazione. I due protagonisti, Owen Milgrim (Jonah Hill) ed Annie Landsberg (Emma Stone), sono rispettivamente uno schizofrenico paranoico e una borderline, che si incontrano ad un esperimento per testare un nuovo farmaco sugli esseri umani. Lui vorrebbe guarire dalla sua difficoltà a scindere realtà e allucinazioni e salvarsi da una vita mediocre, lei cerca solo la droga da cui è dipendente, la prima delle tre pastiglie dell’esperimento, che le consente di rivivere il trauma in cui è morta sua sorella. Le pastiglie somministrate durante i test consentono di vivere dei sogni terapeutici per rielaborare i traumi, ma i sogni dei due giovani sono collegati perché i due si amano, anche se nel corso della prima stagione non lo hanno ancora capito e pensano di essere solo amici.

Svolge un ruolo portante il tema della psicologia, non soltanto perché i due protagonisti sono affetti da due patologie, dipinte egregiamente dalla recitazione dei due artisti. La serie tv parla anche di rapporti interpersonali, della rielaborazione del lutto da parte di un computer che prova sentimenti e di un disturbo sessuale dovuto ad un malsano rapporto con i genitori, che si potrebbe ricollegare al complesso edipico freudiano. Unica pecca, la facoltà di un farmaco che consente di rielaborare i traumi di guarire anche disturbi, come la schizofrenia paranoica e il disturbo borderline. Un disturbo può affliggere anche una persona che ha avuto una vita serena e non ha esperienze negative da rielaborare e può essere controllato con le terapie ma non superato, per questo motivo la serie è inesatta e trasmette un messaggio errato sulle malattie mentali. Anche la protagonista di Ragazze interrotte era borderline e, come in quel caso, l’opera non analizza a fondo le caratteristiche della malattia: tale disturbo non consiste semplicemente in maleducazione e rispondere male alle persone, è una realtà molto più complessa. La schizofrenia del personaggio principale maschile ricorda invece Beautiful mind: anche Owen combatte per distinguere realtà e finzione e la serie trasmette il sottointeso messaggio che la mente umana è bella perchè varia e articolata, inoltre ciascuno di noi è pazzo a modo suo. Owen si comporta come se fosse rintontito dai farmaci, invece afferma più volte di non assumere sostanze; si tratta di una grave pecca, perchè ancora una volta si raffigurano in modo errato le malattie psichiche.

La continua alternanza tra vita reale e dimensione onirica ricorda molto Inception. Come nel celebre film, il finale è aperto: non sarà una trottola a stabilire se i protagonisti si trovano in un sogno, ma la presenza di due animali che solitamente appaiono durante il sonno indotto dai farmaci. Sarà un caso o una citazione voluta?

Siccome nei sogni i disturbi psichici svaniscono e le personalità dei personaggi diventano più carismatiche e vincenti, la recitazione degli attori muta radicalmente a seconda del contesto, consentendoci di osservare come può cambiare il volto di un attore in base del ruolo. I dialoghi svolgono una funzione predominante nella struttura della serie, lasciando ampio margine di azione agli attori per mostrare le loro capacità.

E’ interessante soffermarsi anche sulla struttura del telefilm. La prima puntata è dedicata interamente a Owen, la seconda ad Annie, dalla terza invece i protagonisti assumono lo stesso rilievo. Il complicato rapporto tra i due scienziati che conducono l’esperimento è una storia parallela: il genio problematico e la sua saggia e matura compagna nonché braccio destro sono un duo perfetto

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“Fahrenheit 451”, la distopica società di Truffaut

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In linea con il tema del mese, la distopia, affronteremo l’analisi di uno dei film distopici più popolari della storia del cinema. Si tratta di Fahrenheit 451, un film di Truffaut del 1966, un grande classico che riesce ancora ad affrontare tematiche attuali.

La trama ripercorre fedelmente la vicenda dell’omonimo romanzo di Ray Bradbury in cui la parola scritta è stata bandita, la televisione narcotizza le menti dei cittadini e i pompieri non spengono più i fuochi ma, anzi, bruciano i libri. Montag (Oskar Werner) è un pompiere prossimo alla promozione con una bella casa e una splendida moglie “drogata di televisione” e pillole, Linda. Il protagonista gradualmente si ribella alla società e inizia a leggere libri con l’aiuto di Clarisse, un’anticonformista e allegra insegnante.

Il film è stato realizzato con un budget elevato, gli effetti speciali sono sorprendenti per l’epoca e apprezzabili ancora oggi. È singolare notare come gli uomini degli anni Sessanta si immaginassero il futuro: il carro dei pompieri assomiglia più ad un giocattolo che ad un bolide, i telefoni pubblici rivelano che nessuno avesse ipotizzato l’invenzione dei cellulari, schermi piatti dal sapore moderno convivono, poi, con televisori vecchio stile e la monorotaia risulta antiquata anziché fantascientifica.

A parte pochi elementi, il futuro immaginato dal regista appare molto simile alla sua contemporaneità, soprattutto per quanto riguarda le architetture, gli arredamenti, i costumi di scena e le pettinature tipiche degli anni Sessanta. La società proposta dal film non si caratterizza per la tecnologia o il gusto estetico, ma per la struttura politica e culturale.

Pur essendo un film di fantascienza troviamo poca azione, si privilegia infatti l’aspetto drammatico attraverso dialoghi che inducono lo spettatore a riflettere. È proprio da una discussione tra Montag e il capitano che scopriamo che i libri vengono bruciati per annullare le differenze e dunque i contrasti rendendo gli uomini tutti uguali, ma annullando anche l’essenza dell’umanità stessa. I cittadini sono annichiliti dalla televisione, dalla droga e dalla polizia oppressiva; tutto ciò li rende incredibilmente soli al punto da indurli a palparsi il corpo anche in pubblico. I personaggi, oltre alla parola scritta, hanno anche perso la memoria e la facoltà di riflettere.

Le due figure femminili, l’elegante e conformista Linda e la sbarazzina e ribelle Clarisse, sono interpretate dalla stessa attrice, Maria Pia Di Meo. Per distinguerle sono stati utilizzati semplicemente delle parrucche e i capi d’abbigliamento; si tratta di una scelta interessante perché pur rappresentando ruoli opposti e radicalmente incompatibili tra loro, il risulltato risulta efficace.

È infine molto inquietante la straniante scena dell’incubo di Montag, in cui compare persino un omaggio a Hitchcock: l’effetto vertigo. Un altro riferimento al grande regista è la musica di Bernard Herrmann.

Chronicles, quando i soperpoteri danno alla testa

Chronicles, realizzato dal regista Josh Trank e dallo sceneggiatore Max Landis, è la storia di tre liceali che, dopo avere scoperto in un tunnel sotterraneo uno strano minerale fosforescente, hanno acquisito il potere della telecinesi. Ben lungi dal voler salvare il mondo, il trio si gode la propria adolescenza tra giochi di prestigio, scherzi agli sconosciuti e lezioni di volo per il cielo di Siattle sino a quando Andrew, il più potente ma problematico del gruppo, entra in crisi in seguito ad un forte disagio dovuto a serie problematiche famigliari e difficili rapporti interpersonali con i compagni di scuola.

Gli autori fingono che la pellicola sia stata realizzata mediante il montaggio di video girati dai personaggi del film mediante telecamere, cellulari o tablet, video a circuito chiuso o riprese dei telegiornali.

Clicca QUI per leggere la trama completa.

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Una pietra miliare per il found footage

Chronicles è un film girato in formato found footage e in stile mockumentary o falso documentario. Non conoscete il significato dei due termini? Niente paura, prima di intraprendere la stesura di questa recensione anche io non ci capivo un tubo. Si tratta dei due generi filmici cui appartiene la pellicola di Josh Trank.

  • Found footage: film realizzati parzialmente o interamente con un girato preesistente, riassemblato in un nuovo contesto. Nel caso specifico di Chronicles, ogni scena è stata girata appositamente per il film ma, nella finzione narrativa, proviene da riprese effettuate dai vari personaggi nel corso stesso dello svolgimento dei fatti e montate successivamente;
  • Mockumentary: si tratta di falsi documentari girati da registi che “si prendono gioco” dello spettatore, proponendo una storia fittizia come un fatto realmente accaduto. Come suggerisce il titolo stesso, il film è la “cronaca” di quanto sarebbe accaduto se tre comunissimi adolescenti di Siattle acquisissero dei superpoteri.

Come afferma il regista stesso “La nostra è la generazione Youtube”, perciò le telecamere sono ovunque nella nostra vita come in quella dei personaggi del film: alcuni si improvvisano video-maker per passione, come l’introverso protagonista Andrew, che utilizza la telecamera come filtro tra se stesso e il mondo che lo circonda, e Casey, la fidanzata video-blogger del giovane telecinetico Matt; altri invece riprendono semplicemente ciò che accade di interessante intorno a loro brandendo webcam, smartphone o tablet. Sono inoltre installate ovunque telecamere a circuito chiuso che filmano i personaggi a loro insaputa e i telegiornali riprendono la realtà per informarci di quanto succede nel mondo e memorizzare su nastro la memoria collettiva della popolazione. Ciascuna di questa attività di video editing ha permesso, naturalmente nella finzione narrativa, di riprendere le cronache dei tre telecinetici di Siattle per trasformarle in un found footage.

Chronicles tuttavia si discosta di film appartenenti allo genere. Prima della pellicola di Trank, la trama dei film found footage comprendeva il racconto del modo in cui i filmati giungono in possesso del realizzatore del montaggio e offriva una giustificazione alla realizzazione del film all’interno del contesto narrativo; in Chronicles invece nulla lascia intendere che esista un soggetto responsabile della rielaborazione dei filmati né si racconta come tale operazione sia stata possibile, considerando che molti video vengono distrutti o dispersi nel corso stesso dello svolgimento dei fatti.

E’ il caso delle riprese realizzate all’interno del tunnel sotterraneo: è evidente che, dopo aver acquisito i superpoteri mediante il surriscaldamento del minerale fosforescente, accade qualcosa che induce i tre ragazzi a fuggire e, durante la corsa, la telecamera in funzione viene rotta e forse persino abbandonata all’interno della grotta; nel corso della battaglia finale, assistiamo all’accidentale uccisione da parte di Andrew di un uomo che filmava lo scontro con un cellulare alla finestra del proprio appartamento e non è chiaro se lo smartphone sia sopravvissuto al proprio padrone; non è chiaro infine come possa rimanere intatta la telecamera della scena finale, in cui viene abbandonata accesa tra le nevi del Tibet. Ma ammettiamo che ogni filmato sia stato salvato e conservato in attesa di essere rielaborato dal regista-narratore: chi sarebbe riuscito a reperirli tutti per realizzare il montaggio? Si potrebbe girare un film solo sulla ricerca dei filmati … Il falso documentario risulta dunque effettuato da un misterioso narratore onnisciente che non è dissimile dall’anonima voce narrante onnisciente di un romanzo.

L’espediente narrativo del finto documentario induce lo spettatore a ritenere che il regista-narratore stia riportando l’esposizione dei fatti oggettivamente, astenendosi da ogni commento con la professionalità di un giornalista di cronaca e la sensibilità di uno scrittore verista. L’occhio della telecamera è tuttavia una guida che filtra la nostra percezione dei fatti e ci mostra soltanto quello che il regista-narratore vuole raccontarci: il film dunque non è esente dall’esporre un opinione, che più precisamente è una critica alla struttura standard dei supereroi dei fumetti e una denuncia delle problematiche più comuni tra i giorni nostri come la violenza in famiglia, l’emarginazione sociale, il bullismo, la scarsa autostima e la solitudine.

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Un raffinato utilizzo della cinepresa

Le caratteristiche dei video mutano a seconda della situazione in cui, secondo la trama del film, sarebbero stati girati, offrendoci un eccellente esempio di … possiamo chiamarlo metacinema o metadocumentario?

Le riprese iniziali sono state effettuate da Andrew, il quale è un video maker piuttosto maldestro (abbondano infatti i tremolii ed i movimenti bruschi tipici della camera a spalla gestita da un principiante) di cui riusciamo a vedere il volto solo indirettamente, magari attraverso la fugace ripresa del suo riflesso in uno specchio. L’abilità alla ripresa migliorano col tempo, così il giovane cameraman acquisisce una maggiore padronanza della macchina, realizza riprese più raffinate e ogni tanto trova il coraggio di concedere il suo volto all’obiettivo; essendo diventata poi più soddisfacente la propria vita sociale, il ragazzo rafforza la propria autostima e concede il suo volto all’obiettivo. Dopo aver acquisito il potere della telecinesi, Andrew comanda la cinepresa a distanza così viene ripreso come ogni altro personaggio.

Casey è invece una documentarista eccellente quando si tratta di realizzare il filmato di una recita scolastica, ma la qualità dei suoi video cala bruscamente quando viene direttamente coinvolta nell’azione perché cessa di avere il controllo assoluto della telecamera. I “cameramen occasionali”, specie se si avvalgono di strumenti non professionali come i cellulari, realizzano invece dei prodotti di qualità veramente scadente; le telecamere a circuito chiuso hanno un’immagine fissa e non centrata rispetto agli eventi narrati. Siccome le telecamere sono anche oggetti di scena, i video vengono influenzati e talvolta rovinati dall’azione.

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Cosa accade quando i poteri vengono acquisiti da tre scalmanati

La vicenda presenta delle analogie con le avventure dei fumetti Marvel, infatti riguarda le avventure di adolescenti che acquisiscono dei poteri mediante un misterioso minerale. Il trio tuttavia non è affatto animato dal nobile proposito di salvare il mondo: Matt, uno dei tre ragazzi, propone ad un certo punto di sfruttare il proprio potere per aiutare le persone, ma non fa nulla di concreto in questa direzione. I superpoteri vengono invece percepiti come un’opportunità per rendere più spassosa la realtà, realizzando dei piccoli scherzi da adolescenti scapestrati che ben presto provocheranno dei danni seri a terzi. I tre supereroi non sono crudeli, sono semplicemente giovani, immaturi e desiderosi di divertirsi, proprio per questo i superpoteri rovineranno per sempre le loro vite…

Come un vero antagonista dei fumetti americani Andrew, incapace di affrontare le dure prove cui la realtà lo ha sottoposto come le violenze di un padre alcolizzato, la morte della madre e gli atti di bullismo dei compagni di scuola, si trasforma in un folle distruttore con manie di onnipotenza e incapace di provare pietà per i propri simili. A differenza dei fantasiosi e suggestivi travestimenti dei nemici dei supereroi dei fumetti, le soluzioni escogitate da Andrew sono solo la grottesca e angosciante manifestazione di un disturbo psicologico: la vecchia divisa da pompiere del padre, tra l’altro di qualche taglia di troppo, sembra uno scafandro sformato sul suo giovane corpo; affermare con voce disumana di essere il Superpredatore dopo aver ammazzato degli innocenti non incute timore o ammirazione, semplicemente manifesta la gravità del delirio di un pazzo. Sebbene il film derivi dalla tendenza degli ultimi anni di destrutturalizzare la figura del supereroe classico di cui per anni sono state narrate le avventure nei comics e sul grande schermo, Trank ha abolito ogni diretto riferimento al mondo dei supereroi poiché era intenzionato a creare dei personaggi che fossero assolutamente umani nonostante il sovrumano potere.

A questo proposito il regista afferma: “Ho sempre cercato di fare in modo che ne uscisse una pellicola ‘normale’, per cui il mio modello non è stato Spider-Man ma possiamo, invece dire, che lo è stato Stand By Me. Tutto questo per dirvi che non mi interessa che la gente si soffermi sugli effetti visivi quando i protagonisti volano e volteggiano per le strade di Seattle. Quello che mi preme maggiormente è che il pubblico arrivi a conoscere bene la psicologia dei personaggi, dove attraverso la demolizione dell’identità del supereroe c’è di ben più importante una demolizione dell’etica, maggiormente importante e sentita visto che parliamo di un gruppo di tre amici”.

I protagonisti di Chronicles sono dunque degli antieroi dei cavalieri in calzamaglia, i spuperpoteri sono un mero pretesto per sconvolgere le loro vite e dare il via alla narrazione. La fragilità e l’immaturità dei tre telecinetici, la devastazione psichica e fisica che porterà Andrew alla morte e la semplicità con cui Matt combatte contro di lui suggeriscono che nella vita reale non possiamo essere salvati dai supereroi della Marvel: abbiamo più che altro bisogno di imparare a stringere i denti, convivere serenamente con chi ci sta vicino e resistere con tutte le nostre forze alle fragilità interiori che ci affliggono nonostante le avversità della vita.

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La realizzazione del film

Il lungometraggio, una co-produzione tra Usa e Uk della 20th Century Fox che è uscito in America il 3 febbraio 2012 ed è arrivato nelle sale italiane il 9 maggio dello stesso anno, è stato realizzato con un budget veramente ridotto (15 milioni di dollari circa), ma ha ottenuto un grande successo al botteghino guadagnando 126 milioni di dollari in tutto il mondo: spesa minima e massimo guadagno per un’inedita e brillante rielaborazione di generi di tendenza come il found footage e il mockudocumentary, la Fox è stata così soddisfatta dei risultati ottenuti che ha recentemente proposto la realizzazione di un sequel, da cui purtroppo è stato tagliato fuori Max Landis, il sceneggiatore del primo episodio. Lo scarso budget a disposizione non ha tuttavia ostacolato un interessante utilizzo degli effetti speciali che, pur non prevedendo nulla di troppo sofisticato e costoso per le tecnologie attuali, hanno saputo intrattenere sapientemente lo spettatore. Nel video sottostante è possibile assistere alla realizzazione banale ma ingegnosa delle scene di volo.

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Voto finale: 8

La lentezza e la confusione delle scene iniziali del film può indurre ad abbandonare la visione perché si tratta di scene di ordinaria conversazione tra normalissimi ragazzi americani, realizzati per gioco dai personaggi stessi, ma presto il film diventa più coinvolgente e si merita pienamente il bell’8 che gli ho attribuito.

Procuratevene una copia, ragazzi, perché questo film merita davvero!

Iron Man 3, una recensione tra Oscar Wilde e Osama bin Laden

Attenzione, spoiler!!!

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Immagine tratta da: nontistavocercando.it

Con Iron Man 3 si conclude un’altra triologia dedicata al mondo dei fumetti, il solito film d’azione dedicato a sparatorie, fantascienza, umorismo spiazzante e via dicendo.

Con mia straordinaria sorpresa, la trama aveva un senso compiuto: non si trattava infatti di uno di quei papponi incomprensibili che tentano invano di riassumere in due ore un’opera cartacea di successo (mi riferisco ad Harry Potter o a Uomini che odiano le donne); non era nemmeno una fragile storiella, scritta per giustificare topless e sparatorie ad un pubblico di quindicenni surriscaldati dal testosterone. Il regista Shane Black ha saputo realizzare una storia coinvolgente, solida, intricata al punto giusto ma soprattutto indipendente dai primi due film della serie, così potete gustarvi Iron Man 3 anche senza guardare di nuovo i numeri uno e due.

 

Una colonna sonora anni Novanta

Unica pecca, l’assenza di una colonna sonora all’altezza dei film precedenti. Back in Black degli ACDC ci aveva fatto sognare nel 2008, quando il primo capitolo della triologia era apparso sul grande schermo. In questo triste 2013 invece il rock viene brutalmente tradito in favore del pop anni ’90 degli Eiffel 65. Perdoniamo la regia per questo affronto semplicemente perché gli Eiffel 65 meglio si addicono al flash back tutto party, sesso e voglia di vivere con cui Tony ci racconta uno stralcio della sua gioventù.

Se avete consacrato il vostro cuore al rock n’ roll come la sottoscritta, sono certa che apprezzerete quanto me le graffianti note di Shoot to trill del video qui sotto; il secondo filmato è invece dedicato a chi preferisce tornare indietro nel tempo con gli Eiffel 65.

La morale della favola

Un uomo famoso una volta disse: “Noi creiamo i nostri demoni”. Chi l’ha detto, che cosa voglio dire? Non importa, io lo dico perché l’ha detto lui… perciò lui era famoso, e avendolo menzionato due uomini molto conosciuti io non… Ricominciamo. Prendiamo la cosa dall’inizio.

(Tony Stark – Iron Man 3)

Nella prima scena del film Tony afferma che “Noi creiamo i nostri demoni“, ma non ricorda il nome dell’autore dell’aforisma.

Le sue parole mi hanno incuriosita, così ho fatto una piccola ricerca su Google. Iron Man sarà anche un genio in ingegneria, ma la letteratura non è il suo forte: non solo ha dimenticato il nome dell’autore della citazione, ha persino modificato le parole della frase.

Ecco le testuali e ben più poetiche parole di Oscar Wilde:

We are each our own devil, and we make this world our hell.

Oscar_Wilde_(1854-1900)_1889,_May_23__Picture_by_W__and_D__Downey

Immagine tratta da Wikipedia

Gli sceneggiatori non hanno certo commesso un torto nei confronti dell’intellettuale irlandese storpiando il suo splendido aforisma.

La brevità e la mediatezza incisiva sono gli ingredienti chiave per aforismi ed epigrammi di successo, ma la delicatezza ottocentesca e il sapore miltoniano della frase di Oscar Wilde poco si addicono all’adrenalinica rapidità del cinema.

Il verbo “creare” è inoltre un diretto rimando all’attività di Tony Stark, un meccanico capace di inventare i marchingegni più strani e un supereroe che ha dato vita ad Iron Man, la sua seconda identità.

ATTENZIONE: MOLTI MI DICONO CHE LA CITAZIONE APPARTIENE A MILTON. Effettivamente anche io avevo pensato a Milton all’inizio, ma su Internet non ho trovato nulla al riguardo, invece mi sono imbattuta più volte nella citazione di Oscar Wilde, di cui ho voluto parlarvi nella mia recensione.

NON SAPENDO A CHI SI RIFERISCE REALMENTE TONY NEL PROLOGO DEL FILM, ATTENDO DELUCIDAZIONI DA UN ESPERTO!

Il volto mediatico del nemico

Il Mandarino, un terrorista islamico non dissimile da Osama bin Laden, dissemina il terrore tra il popolo americano attraverso videomessaggi realizzati su un set cinematografico. Ben presto l’inquietante personaggio del Mandarino si rivelerà un semplice attore, appositamente creato da ben più loschi individui per spargere il panico e screditare il presidente degli Stai Uniti.

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Immagine tratta da Wikipedia

La vicenda è un’avvincente rappresentazione cinematografica di quanto è avvenuto non molti anni fa negli USA: per circa dieci anni, gli americani hanno temuto Osama bin Laden, un nemico residente a migliaia di chilometri di distanza in un continente lontano e ostile, che proprio per questo motivo hanno conosciuto solo attraverso i media.

Non esistono testimonianze dirette fornite da civili o cittadini comuni (che io sappia!) e ogni immagine del terrorista è stata filtrata dai videomessaggi da lui stesso realizzati e dalla voce dei media americani. La gente comune non ha a disposizione fonti che non siano state in qualche modo filtrate dalle autorità islamiche e occidentali, inoltre sono ancora molte le informazioni top secret sulla vicenda; la figura di Osama bin Laden è dunque inscindibile dalla sua immagine mediatica e dal sospetto, non infondato secondo alcuni, che molti aspetti della sua carriera terroristica e della sua controversa morte siano stati inscenati dalle autorità americane.

Ho apprezzato moltissimo gli espedienti cinematografici con cui è stata gradualmente rivelata allo spettatore la menzogna del Mandarino: un primo piano sullo scranno del terrorista sul set cinematografico in cui l’antagonista fantoccio avrebbe rivelato al mondo il proprio piano di distruzione; in seguito il regista insinua il sospetto attraverso il ridondante montaggio barocco e le immagini inverosimili con cui realizza i videomessaggi del Mandarino.

Uno sguardo ai personaggi principali

Robert Downey Jr. è sempre Iron Man, il supereroe scienziato pazzo dei film precedenti: in quest’ultima puntata della serie lo incontreremo un po’ provato dagli attacchi di panico, ma ormai siamo abituati alle sue stramberie psichiche, che permettono tra l’altro di approfondire i tratti più vulnerabili ed umani del supereroe.

Un ovazione per Gwyneth Paltrow, che incanta gli spettatori nei panni di una dolcissima e affascinante Pepper. Sei fenomenale quando ti muovi e quando respiri, adoro la scena in cui Tony appoggiava il capo sul tuo petto e tu lo accarezzavi.
Non posso che applaudirti e riconoscere in te l’attraenza di una femmina di grado superiore; non sarebbe male avere il tuo fascino, ragazza!
PS: Sono scioccata dai tuoi addominali, sembri una body builder!

Un’immagine di Pepper rubacchiata da img.allvoices.com

Il nemico di questo episodio è chiamato Il Mandarino (Ben Kingsley) ed è un terrorista che minaccia l’America con l’incubo di esplosioni devastanti, realizzate con una tecnologia misteriosa …

Posso affermare con lo stesso ingenuo furore di una quindicenne di essermi innamorata di Guy Pearce, il cattivone più figo di Hollywood.  Il personaggio di Pearce infatti è un bastardo dal volto squadrato, sorriso malvagio, capelli alla Malfoy e un malinconico passato da nerd incompreso. Carissimo, sei autorizzato a rapirmi ogni volta che desideri perché non ci sono parole per descrivere quanto sei sexy. Sono tua!
PS: Nemmeno una scena di nudo, non ti sei tolto nemmeno la maglietta, mannaggia a te!

Guy Pearce, da http://www.joblo.com

Rebecca Hall presta il suo indimenticabile sorriso a Maya Hansen, una vecchia fiamma di Tony esperta di botanica. Un’attrice da commedia romantica che abbiamo già incontrato in Vicky Barcellona, esperta in espressioni sbadatamente sexy e in un’innocente sensualità da bimba ribelle. Insomma, una donna bella ( viso asimmetricamente sexy e corpo da urlo), da additare come esempio per tutte noi ragazze, ma soprattutto un’attrice di tutto rispetto.

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Eccola qui la nostra studiosa, in una foto proveniente da collider.com

Stephanie Szostak è perfetta per i ruoli da dura, così le hanno assegnato il più fumettoso tra i personaggi del film: fisico perfetto (non importa se hai perso un braccio, sei fantastica), visetto d’angelo elegantemente sfregiato da una misteriosa cicatrice, fulvo caschetto sfrangiato e caratterino da poliziotta cattiva, interpreta una veterana di guerra al soldo del Mandarino. La supersexy ragazza della pellicola cinematografica è molto diversa rispetto all’eroina del comics, ma di gran lunga preferibile per simpatia e carisma.

James Badge Dale interpreta invece lo psicopatico collega della fanciulla, un russo dallo sguardo da maniaco che avrebbe benissimo potuto pronunciare una frase come “Ti spiezzo in due”.

In Iron Man 3 troviamo anche due vecchi amici che avevamo già incontrato nei film precedenti: Iron Patriot (Don Cheadle) e Harold Hogan (Jon Favreau) due alleati di Tony che faranno una breve apparizione nel corso della pellicola.

Due righe infine per il piccolo Harley (Ty Simpkins), un ragazzino esuberante, chiacchierone e molto intelligente che aiuterà Tony in un momento di difficoltà. E’ il mio fratellino ideale, voglio adottarlo!