Io non posso entrare. Episodio di razzismo a Lissone

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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Il 19 novembre 2017 si è verificato al Lola Living Bar di Lissone (MB) un grave episodio di razzismo in quanto ad una famiglia multietnica non è stato consentito di entrare nel locale per un aperitivo. Abbiamo intervistato la protagonista dell’accaduto, Annebeatrice Adesanya, una studentessa di veterinaria prossima alla laurea classe 1992, di madre italiana e padre nigeriano.

Ciao Anne, ci racconti la tua versione dei fatti?

Il 19 novembre 2017 avevo intenzione di festeggiare il mio compleanno presso il Lola Living Bar di Lissone. Prima di presentarmi al locale ho effettuato la prenotazione telefonicamente, poi ho ribadito il numero dei miei invitati mediante un messaggio su Facebook e uno su Whatsapp. Vorrei sottolineare che nessuno mi aveva detto che per entrare in quel locale ci saremmo dovuti tutti vestire classici o eleganti. Ci siamo recati al locale, ognuno con mezzi propri e ci siamo incontrati all’esterno, nel parcheggio. Eravamo presenti io, mio fratello Anthony, la sua fidanzata italiana, il mio ragazzo Morad di origini marocchine, mia madre, una mia amica italiana e in seguito ci ha raggiunto mio padre.

Si è avvicinato il buttafuori del locale e ha chiesto se avevamo la prenotazione, noi abbiamo risposto di sì. Il proprietario è entrato nel locale, subito dopo è uscito e si è messo alla porta. Ci siamo avvicinati per entrare dopo che mio padre ci ha raggiunto, il buttafuori ci ha fatto aspettare cinque minuti fuori dopo aver detto che aveva già riferito all’interno della mia prenotazione . Io non ho mai detto il mio nome quindi lui non ha controllato la mia prenotazione. Ha detto che stavano controllando. Dopo cinque minuti mio fratello chiede di poter entrare all’interno del locale perché sente freddo. Fuori c’era una temperatura bassa. Il buttafuori ci ha detto che dovevamo continuare ad aspettare fuori. Ho chiesto spiegazioni riguardo alla prenotazione e mi ha risposto che il tavolo c’era ma non potevamo entrare. Abbiamo iniziato ad innervosirci. A questo punto è uscito il proprietario, che ha fatto parlare il buttafuori, il quale ha sostenuto che noi non potevamo entrare per problemi di abbigliamento. Sono stati presi di mira il mio ragazzo Morad e mio fratello Anthony. Il mio fidanzato era vestito con dei Jeans, delle scarpe Air Force basse nere e grigie, una giacca parca con maniche in pelle e verde militare e un cappellino. Mio fratello aveva pantaloni neri, scarpe bianche, giacca nera. Nel frattempo, nel locale entravano ragazzi vestiti in modo simile.

Ho chiamato i carabinieri, una signora ha chiesto quale fosse l’emergenza, ho risposto che non mi facevano entrare in un locale perché avevo pelle nera. Mi hanno passato i carabinieri che hanno chiesto di parlare con i proprietari del locale, i quali si sono rifiutati di rispondere. E’ arrivata una pattuglia. I carabinieri sono andati a chiedere spiegazioni all’interno mentre venivano registrati i documenti di un gruppo rappresentante per avere un verbale. I carabinieri si occupano non delle questioni legali ma di quelle penali (come una rissa, per esempio), di conseguenza non potevano intervenire se non per sottolineare il fatto che noi non eravamo potuti entrare all’interno del locale.

Il proprietario ha sostenuto che l’unico motivo per cui non ci avevano fatti entrare era il cappellino del mio ragazzo, ma mio fratello ha ribadito che il cappellino si poteva togliere senza problemi. Nonostante ciò, non hanno voluto che noi entrassimo.

Ma voi alla fine avevate il permesso di entrare e vi siete rifiutati di entrare in quanto offesi…

Esattamente.

Sei soddisfatta dell’intervento dei carabinieri?

Non  sono soddisfatta perché pensavo che potessero fare di più di un semplice verbale e oltre il constatare che io dentro quel locale non sono potuta entrare, però ho capito il loro punto di vista, mi hanno fatto intendere che il comportamento del proprietario del locale non era adeguato. Le loro parole testuali sono state: “Noi non potremmo sbilanciarci però…” Mi hanno consigliato di interpellare un avvocato per farmi sostenere in una causa.

Quali altri provvedimenti stai prendendo?

Io e la mia famiglia abbiamo deciso in comune accordo, in quanto erano tutti presenti, di prendere un avvocato. Oltre a questo abbiamo chiamato la stampa (Il cittadino). Seguendo il loro consiglio, ho mandato una mail all’UNAR, un’associazione contro le discriminazioni razziali, spiegando l’accaduto. Mi hanno risposto che mi appoggeranno e stanno valutando la questione per capire “chi deve fare cosa”. Ho inoltre inviato una segnalazione alle Iene e una a Striscia la notizia. Striscia mi ha risposto e mi ha fatto una breve intervista per valutare l’accaduto, mi ha chiesto se sono disposta ad apparire in volto.

Cosa speri di ottenere?

Delle scuse pubbliche, perché sono stata trattata come nessuno mi ha mai trattato in vita mia. E’ inaudito che nel 2017 ci siano discriminazioni del genere e spero che la mia sia un’azione di sensibilizzazione nei confronti di chi giudica una persona da come appare e dal colore della pelle. In Italia e nel mondo oggi ci sono tantissime persone di colore, non voglio che qualcuno valuti e stereotipizzi un essere umano per il colore della pelle perché, come non tutti i neri sono spacciatori o assassini, i napoletani non sono delinquenti,  gli zingari non ti fanno del male e via dicendo. Non vorrei che si facesse di tutta l’erba un fascio.

Che consiglio daresti a chi si trova in una situazione simile?

Prima di tutto di mantenere la calma anche se è molto difficile, perché vivendo un fatto simile in prima persona il primo istinto è quello di aggredire, perché è come se ti stessero violando in qualche modo. E’ umiliante. Da tutte le altre persone intorno poi c’è stata pochissima solidarietà. Se mi fossi trovata dall’altra parte sicuramente avrei detto o fatto qualcosa. Consiglierei anche di non fermarsi davanti a queste cose, di andare avanti e di denunciare.

Che atteggiamento adotti in simili situazioni?

Cerco di mantenere la calma, perché ho capito che l’ignoranza è molto difficile da combattere. Di fronte ad una persona ignorante, stupida e maleducata cerchi di mantenere la calma e di capire cosa sta succedendo.

Ti è mai capitato in passato un fatto simile?

E’ la prima volta che mi capita una cosa del genere. Sicuramente ho provato, ad esempio andando in una gioielleria, oppure entrando in un negozio molto costoso, che mi guardassero come se io non mi potessi permettere i loro prodotti. Però col tempo ho smesso di farci caso. E’ anche vero che sono stati casi molto isolati. Un evento come quello capitato a Lissone non mi è mai capitato.

Secondo te perché il locale ha adottato questo comportamento?

E’ una bella domanda, è una cosa a cui non so rispondere e sto aspettando che rispondano loro.

Secondo te perché accadono episodi simili?

Uno dei problemi principali sicuramente sono i media, perché come abbiamo visto negli ultimi tempi ci sono tantissimi telegiornali, social e politici che cercano di attribuire agli immigrati colpe che non hanno, come per esempio la mancanza di lavoro o la crisi economica.

Secondo te come potrebbe migliorare la situazione?

Migliorare la situazione è difficile, ma col tempo succederà, perché sempre più persone si troveranno a sposare e ad avere dei figli con persone che sono straniere. Aumenterà il numero della popolazione mulatta e si inizierà ad aprire gli occhi.

La situazione dei neri in Italia migliorerà quindi secondo te?

Sì, però anche l’Italia deve migliorare.

Mi fai qualche esempio di episodi in cui ti sei sentita accettata?

In tutte le discoteche di milano non ho mai avuto problemi ad entrare, a scuola mi sono sempre trovata bene con i professori, lo stesso vale per l’università. Non mi sono mai sentita inadeguata in una situazione per il colore della mia pelle.

Sei mai riuscita a cambiare l’opinione di una persona che ti stava discriminando?

No, perché raramente le persone ti discriminano.

Magari non una discriminazione palese, mi riferisco ad un atteggiamento un po’ “freddo” nei tuoi confronti.

Non ne ho mai incontrati. Riesco ad avere un buon rapporto con tutti.

Cosa vorresti dire ai padroni del locale?

Che hanno fatto una pessima figura. Che non hanno nemmeno avuto il coraggio davanti ai carabinieri di “continuare per la loro strada”, perché quando sono arrivate le forze dell’ordine hanno cambiato opinione. Non avrebbero dovuto per nessuna ragione cambiare punto di vista e mentire, perché non è corretto.

Pensi che la discriminazione in Italia influenzerà il tuo futuro?

E’ una cosa a cui ho pensato molte volte in realtà. Perché è una cosa che vivi, senti come parlano le persone in giro. Penso che da un lato potrebbe discriminarmi  e che il colore della mia pelle potrebbe essere un ostacolo, dall’altro ho fiducia che le cose cambieranno. Potrei tranquillamente trovare il lavoro dei miei sogni e andare avanti, per fortuna non tutte le persone sono uguali.

Cosa ti aspetti dalle istituzioni?

Mi aspetto appoggio, maggiore sensibilizzazione riguardo discriminazioni non solo razziali. E’ ovvio che il colore della pelle è il fattore più colpito, ma vengono colpite anche le persone meno abbienti, che hanno qualche disturbo, o che non riescono a socializzare con gli altri. Vorrei che si attuasse una politica di sensibilizzazione anche per questa causa.

La situazione all’estero secondo te è migliore?

Sì. Ho viaggiato molto, sono stata a Parigi, a Praga, a Berlino, e ho visto un popolo che è completamente diverso dal nostro. Ci sono un sacco di coppie miste, di persone di colore, che vanno in giro tranquillamente.

Tu non hai ancora utilizzato e forse non vuoi usare la parola razzismo. Si può usare in questo caso?

Secondo me sì. Questo è un vero e proprio razzismo. Anche se non detto esplicitamente perché naturalmente è un reato essere razzisti. Però questo è un esempio di quello che è in realtà il razzismo.

Scrive l’autrice di questo articolo:

Una piccola curiosità: l’amica italiana presente sul posto ero io,  e posso confermare la sua versione dei fatti. Conosco Annebeatrice da anni e mai mi sarei aspettata di assistere ad una scena simile. Mi sono vergognata di essere italiana e mi auguro che la percezione dei neri in Italia migliori per la mia amica, la sua famiglia e tutte le persone di colore nel nostro paese.

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Recensione di “Lettera a un bambino mai nato”, di Oriana Fallaci

“Povera cara: hai scoperto che pensare significa soffrire, che essere intelligenti significa essere infelici. Peccato che ti sia sfuggito un terzo punto fondamentale: il dolore è il sale della vita e senza di esso non saremmo umani.”

Siamo nel 1975, un periodo di manifestazioni e contestazioni, tre anni prima che, nel 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza diventasse legale in Italia. Il direttore dell’Europeo Tommaso Giglio incarica Oriana Fallaci di realizzare un’inchiesta sull’aborto in quattro mesi, carta bianca sui contenuti. Dopo sei mesi la Fallaci consegna al posto dell’inchiesta un libro, Lettera ad un bambino mai nato. Il direttore non le rivolge la parola per quindici giorni, ma l’opera fu un successo.

Si tratta di un romanzo piuttosto sottile, di appena un centinaio di pagine, costituito da un lungo monologo che una donna incinta dedica a suo figlio. La protagonista si rivolge al bambino essenzialmente per dargli dei consigli sulla vita con un linguaggio estremamente semplice, eppure le sue parole racchiudono perle di infinita saggezza sulla vita, la morte, la gravidanza, la famiglia, la condizione femminile, la religione e molto altro ancora. Uno dei temi principali è se è giusto mettere al mondo un figlio in un mondo così triste e ostile, ignorando la volontà del bambino. Pur apprendendo moltissimo sulla concezione del mondo e la morale della narratrice, non sappiamo nulla sul suo conto perché la Fallaci omette ogni indicazione spazio-temporale: non conosciamo il nome della donna, la sua età, l’anno in cui è ambientata la vicenda e i luoghi in cui vive e in cui si reca nel corso della storia; lo stesso vale per gli altri personaggi del romanzo. Tali informazioni vengono omesse perché, essendo già note alla protagonista, sono scontate in un dialogo interiore, oppure in quanto insignificanti per il narratario, un feto che ancora non conosce le caratteristiche delle persone che vivono nel mondo.

I rapporti con il padre del bambino, il datore di lavoro e i medici non sono semplici, ma la protagonista affronta le difficoltà con tenacia ed è decisa ad intraprendere un viaggio di lavoro nonostante la gravidanza abbia presentato delle complicazioni, in quanto convinta che una madre non debba rinunciare alla sua vita per il proprio figlio. Come preannunciato dal titolo, il bambino non nascerà mai, infatti un aborto spontaneo interromperà la gravidanza. La narratrice sognerà un processo in cui i vari personaggi del libro la giudicheranno colpevole dell’aborto o la assolveranno, il verdetto finale sarà che tutti i giudici, dal più severo ai difensori della donna, avranno ragione poiché ogni loro opinione ha un fondamento di verità. Il libro si conclude nella sofferenza della donna che, incapace di espellere naturalmente il feto morto, viene sottoposta ad un’operazione chirurgica.

La protagonista dell’opera ha molte caratteristiche in comune con Oriana Fallaci: sono entrambe donne nubili, lavoratrici spesso in viaggio per affari (la narratrice sembrerebbe proprio una giornalista che viaggia negli USA), ribelli e determinate, amano pensare con la propria testa, intrattengono relazioni extraconiugali con degli amanti. Ne consegue che il lettore sarà portato a domandarsi se Oriana Fallaci abbia mai avuto un aborto, e se il racconto sia autobiografico, o almeno questo è quanto è accaduto a noi di Acqua e limone e ad una nostra conoscente che ha letto il libro. Oriana Fallaci ebbe due aborti spontanei, il secondo dei quali fu fondamentale per la stesura di Lettera ad un bambino mai nato.

Il romanzo è impregnato di sano e genuino femminismo (Oriana Fallaci rivolgerà aspre critiche alle femministe in La rabbia e l’orgoglio, ma in quest’opera sono presenti delle affermazioni decisamente femministe), infatti sin dalle prime pagine troviamo degli splendidi passi dedicati alle donne:

“Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace.”

“Sarai un uomo o una donna? Vorrei che tu fossi una donna. Vorrei che tu provassi un giorno ciò che provo io: non sono affatto d’accordo con la mia mamma la quale pensa che nascere donna sia una disgrazia. La mia mamma, quando è molto infelice, sospira: «Ah, se fossi nata uomo!». Lo so: il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicare l’assassinio di un uomo e di una donna. Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adamo. Eva arriva dopo, per divertirlo e combinare guai. Nei dipinti che adornano le loro chiese, Dio è un vecchio con la barba: mai una vecchia coi capelli bianchi. E tutti i loro eroi sono maschi: da quel Prometeo che scoprì il fuoco a quell’Icaro che tentò di volare, su fino a quel Gesù che dichiarano figlio del Padre e dello Spirito Santo: quasi che donna da cui fu partorito fosse un’incubatrice o una balia. Eppure, o proprio per questo, essere donna è così affascinante. E’ un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata. Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. E’ solo un diritto fra tanti diritti. Faticherai tanto ad urlarlo. E spesso, quasi sempre, perderai. Ma non dovrai scoraggiarti. Battersi è molto più bello che vincere, viaggiare è molto più divertente che arrivare: quando sei arrivato o hai vinto, avverti un gran vuoto. E per superare quel vuoto devi metterti in viaggio di nuovo, crearti nuovi scopi. Sì, spero che tu sia una donna: non badare se ti chiamo bambino. E spero che tu non dica mai ciò che dice mia madre. Io non l’ho mai detto… Il cuore e il cervello non hanno sesso. Nemmeno il comportamento. Se sarai una persona di cuore e  di cervello, ricordalo, io non starò certo tra quelli che ti ingiungeranno di comportarti in un modo o nell’altro in quanto maschio o femmina. Ti chiederò di sfruttare bene il miracolo d’essere nato…”

Il finale tuttavia lascia insoddisfatti i lettori che si aspettavano un trionfo del femminismo e della liberalizzazione dell’aborto perché nel processo immaginario la protagonista accetta il punto di vista di tutti gli accusatori, compreso il medico conservatore che lottò per la sopravvivenza del feto a scapito delle necessità della madre. Credo che il personaggio del medico rappresenti, più che l’opinione contraria all’aborto, la volontà di portare a compimento la gravidanza nonostante ogni complicazione, una vocazione che è presente in tutte le donne, comprese quelle che scelgono di rinunciare al bambino che portano in grembo. L’aborto dopotutto è una scelta difficile e combattuta, nessuno sospende la gravidanza con leggerezza e senza un certo rammarico. Non ci sono dubbi che Oriana Fallaci partecipò attivamente al dibattito sull’aborto prima del 1978 ed era favorevole all’emanazione della legge italiana sull’interruzione volontaria della gravidanza.