Un Tiki polinesiano per Manuel

Durante un recente ricovero nel reparto di ortopedia dell’ospedale di *** ho conosciuto Manuel, che ha accettato di rilasciare una breve ma coinvolgente intervista. Vi prego di non essere troppo bacchettoni e di accettare Manuel per quello che è, uno straordinario personaggio.

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Nonostante  lo sguardo annebbiato e il tono sonnolento, Manuel ha deciso di sfidare la morsa dei farmaci per raccontarmi la storia del suo primo tatuaggio. E’ sera e gli infermieri hanno spento alcune delle luci principali del salottino per invogliarci a ritirarci nelle nostre stanze, ma io non ho alcuna intenzione di accomiatarmi perciò sfido il torpore del sonnifero per ascoltare il racconto di Manuel.

– Qual è stato il tuo primo tatuaggio? – domando mentre i miei occhi si insinuano nel colletto della felpa dell’ex detenuto e cercano di dare una forma a quelle linee che risalgono lungo il suo collo. Manuel intuisce la mia curiosità e sporge il collo verso di me, per mostrarmi il profilo di un alieno con le cuffie tatuato sulla giugulare.

– Un polinesiano. Sulla spalla destra – aggiunge dopo qualche istante di apatia.

– E cosa significa il tuo tatuaggio?

– Rinascita e protezione – lo sguardo del trentenne si perde nel vuoto per un istante, poi sgrana gli occhi e precisa – No, il polinesiano è un tipo di tatuaggio, uno stile. Il significato del mio tatuaggio invece è rinascita e protezione.

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Il piercing chiamato medusa; immagine tratta da qui

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Mentre si sfila la felpa per mostrarmi il capolavoro non si accorge che, tendendo le labbra, la medusa (un piercing applicato sul labbro superiore) quasi sfiora il grosso anello del naso, un massiccio arco d’acciaio a forma di U. Sollevata di poco la manica della maglietta di cotone, il primo tatuaggio di Manuel appare finalmente ai miei occhi.

Si tratta di un complesso motivo tribale che dalla spalla prosegue sino a metà bicipite con un tratto leggermente sfocato dal tempo; il tatuaggio poi prosegue circondando il braccio da quel punto sino alla mano, ma qui l’inchiostro è più netto e brillante poiché si tratta di incisioni realizzati in un periodo successivo. Questo secondo motivo tribale  comprende la sagoma stilizzata del Dio del Sole Maya o Atzeco (Manuel non ricorda con esattezza a quale delle due civiltà si sia ispirato il suo tatuatore) e, sulla mano, alcuni gechi proteggono una sfera decorata che simboleggia l’anima di Manuel, ma non è di loro che il mio amico vuole parlare questa sera.

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Il Dio del Sole cui si probabilmente ispira uno dei tanti tatuaggi di Manuel, immagine tratta qui

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   – La prima metà di questo tatuaggio tribale è il mio primo tatuaggio – racconta Manuel mentre il suo indice bruciacchiato dall’accendino sfiora una magnifica maschera stilizzata, che sfida l’osservatore dal centro della spalla.

Manuel attende la mia reazione silenzioso e immobile come se la nostra conversazione stesse avvenendo in un sogno e, anche se i suoi occhi sonnolenti sembrano attratti da qualcosa al di sopra della mia spalla, so che mi sta ascoltando e che sta attendendo una mia reazione.

– E’ bellissimo! E cosa rappresenta questa faccia? E’ una specie di totem?

Manuel scoppia a ridere, chissà cosa significheranno mai i totem nell’universo dei tatuaggi! No, il volto del tatuaggio di Manuel è un Tiki. Sono felice di aver suscitato nel mio collega di sventure ospedaliere una reazione allegra e spontanea ma la mia curiosità non è ancora sazia. Siccome il mio amico non è un grande appassionato di storia, sfilo il suo massiccio cellulare Samsug da uno dei tasconi dell’enorme tuta che indossa (è da qualche giorno che fraternizziamo dunque posso permettermi questa confidenza) e lascio che sia la rete a raccontarmi tutto ciò che c’è da sapere sul suo tatuaggio.

Il Tiki è una divinità originaria delle Isole Marchesi (Polinesia Francese), che si è gradualmente diffusa in tutto il triangolo polinesiano attraverso l’idolatria di statuette votive a forma di Tiki in roccia o in legno, oppure mediante lo scambio di gioielli di artigianato locale che raffigurano il dio. Con il suo faccione un po’ inquietante e i grandi occhi rotondi, il Tiki è anche uno dei principali soggetti dei tatuaggi polinesiani ed è proprio attraverso l’arte dei tattoo il Tiki ha fatto il giro del mondo, giungendo sino a me attraverso il marchio sulla spalla di Manuel.

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Il tatuaggio di Manuel è più o meno così; immagine tratta da tatuatori.it

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Manuel vorrebbe che gli restituissi il telefono, ma con un sorriso smagliante riesco a trattenere lo Smartphone ancora per qualche minuto, quanto basta per scoprire che il popolo polinesiano presso cui è nato il Tiki sono i Maori. Si tratta di una civiltà politeista la quale credeva che il proprio pantheon antropomorfo vivesse riunito in un’unica società. Le divinità Maori sono dotate di abilità straordinarie: oltre ai poteri sacri del Mana e del Ra’a, le loro divinità avevano una forza sovrumana. Gli dei possono manifestarsi all’uomo mediante varie forme tra cui il To’o, vale a dire un oggetto realizzato con le tecniche artigianali rudimentali della civiltà Maori. Il Tiki è per l’appunto un To’o e veniva utilizzato dagli antichi Maori per vincere il nemico, proteggersi dalle maledizioni e tutelare la propria famiglia.

Vorrei continuare a leggere ma Manuel reclama il proprio telefono ed io educatamente glielo restituisco, domandandomi se sia consapevole dell’antica storia e dello straordinario potere del proprio talismano di pelle e inchiostro.

– Quanto costa un tatuaggio simile?

– Due anni di strada.

– Sì, ma quanto hai pagato per …

Due anni di strada.

Rinuncio ad ottenere una risposta sul prezzo, ma la mia curiosità ormai è una vampa ardente. Cosa significa due anni di strada? I soldi risparmiati nel corso di due anni di vita di strada o … altro? Manuel sembra intuire e miei dubbi e sfida la sonnolenza chimica in cui lo costringono i farmaci per dirmi:

– Ho un lavoro, mi occupo di piercing e trucco permanente. Ho tre brevetti, ciascuno dei quali è stato conseguito in tre paesi europei differenti: Portogallo, Spagna e Italia.

– Come mai all’estero?

– Perché all’estero i brevetti costano meno.

– E come mai hai deciso di fare quel tatuaggio?

– Perché ero giovane e ingenuo.

– Ah, ma allora ti sei pentito?

– No. Però quando l’ho fatto ero giovane e ingenuo.

Le risposte di Manuel sono troppo paratattiche per costruirci una storia, non riesco a capire se ha deciso di farsi fare il primo tatuaggio per smettere di essere giovane e diventare uomo oppure proprio perché si sentiva giovane e aveva bisogno di protezione, di Tiki benevolo che lo proteggesse. Il ragazzo è furbo e sa come attirare la mia attenzione senza raccontarmi i fatti suoi.

– In realtà il tatuaggio per me è un dolore che viene ricordato negli anni, doloroso com’era nel principio. – afferma, sgrammaticatamente solenne – E a me piace soffrire, ma l’ago non mi ha mai fatto male.

Sono sbalordita, ma non dico nulla e attendo che continui a raccontare trattenendo il respiro.

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I veri Tiki polinesiani, immagine tratta qui

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– Prima di scegliere il Tiki ho sfogliato tre cataloghi di tatuaggi. Ho scelto questo qui perché mi piaceva la sua espressione. – afferma battendo il palmo della mano sulla spalla tatuata

– Quanto hanno impiegato per farti questo tatuaggio?

– Ho iniziato il tatuaggio quando avevo 16 anni, ma mia madre lo ha scoperto e mi ha sbattuto fuori di casa. Sono riuscito a terminarlo dopo due anni.

– A quante sedute hai dovuto sottoporti in totale?

– Quattro. Il primo tatuatore era un tizio di Praga di circa 35 anni, mi ricordo che aveva dei cerchi tatuati sul braccio. La seconda era una ragazza, una vera pin up.

– E poi?

– La terza seduta si è svolta a Parigi, ma il tatuaggio è stato ultimato a Rotterdam. Entrambi questi due tipi erano devastatissimi di piercing e tatuaggi.

Resto ammutolita per qualche secondo, consapevole dell’abisso che separa le nostre vite e dell’inverosimilità della nostra conversazione.

– Hai viaggiato tanto?

– Sì, perché non avevo niente di meglio da fare e volevo conoscere. Sono stato in Ungheria, Slovenia, Polonia, Rep. Ceca, Olanda, Francia, Spagna , Portogallo.

Si porta una mano al grosso divaricatore dell’orecchio destro.

Sono stato anche in prigione.

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Il riccio libro

portaposta_riccio_di_carta-71977Immagine tratta da it.artesanum.com

La mia bibliotecaria mi ha consigliato un simpatico passatempo: il riccio libro, un origami realizzato riciclando libri o riviste ormai inutilizzabili. Il riccio può essere un simpatico soprammobile, un’idea divertente per divertire i vostri bambini o un originale porta e bigliettini. Se volete realizzare il vostro riccio personale non vi resta che seguire le istruzioni che trovate in questo post e raccontarmi com’è andata in un commento.
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MATERIALE NECESSARIO:

  • Un libro o una vecchia rivista. Le pagine colorate di una rivista illustrata permettono di ottenere un riccio più allegro e variopinto (come nell’immagine qui sopra) ma un libro, specie se di carta rigida, si trasformerà in un riccio molto più resistente ed elegante. Vi prego soltanto di utilizzare dei libri inutilizzabili come un manuale di diritto o di informatica troppo datato, la guida di un elettrodomestico che avete abbandonato in discarica o l’agenda che utilizzavate in un anno ormai concluso. Io ho utilizzato un romanzo della storica collana Le ragazzine che la mia biblioteca aveva destinato al macero perciò non mi sento in colpa per aver sacrificato un romanzo, ma guai a voi se vi azzardate a rovinare un libro che potrebbe essere letto da altre persone!
  • Tre bottoni o qualunque altro oggetto che possa essere trasformato negli occhi o nella boccuccia del vostro riccio.
  • Colla.
  •  Decorazioni varie: fiocchetti, cappellini, baffetti, treccioline, ciuffetti di capelli, nastrini… sbizzarrite la vostra fantasia per attribuire al riccio una personalità!
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COME PROCEDERE:

  • Riccio piramidale o a forma di prisma?

Se la piramide aggrada maggiormente il vostro senso estetico, potete seguire le istruzioni di questo simpatico tutorial, realizzato da una bella bionda dalle unghie laccate e appassionata de Il favoloso mondo di Amélie:

Se preferite invece un riccio dalla forma più allungata, vi consiglio di cliccare su questo link, che vi condurrà ad un sito di lavoretti per bambini (e per ragazze infantili come me):

http://www.cosepercrescere.it/porcospino-portacarte/

Se non siete interessati a conferire al culetto del vostro riccio una forma definita, quest’altro video-tutorial fa al caso vostro:

Se infine siete dei tipi originali e volete creare un riccio unico nel suo genere, vi consiglio di dare un’occhiata a questo video dalla gradevole musichetta zen, che vi mostrerà quasi tutto ciò che è possibile fare con un libro:

  • Gli occhi e la bocca

Due bottoni più piccoli serviranno per gli occhietti, uno più grande ed eventualmente di forma e colore diversi sarà invece la boccuccia del vostro riccio. Vi consiglio di utilizzare Attack o Vinavil e di tenere premuti i bottoncini contro la carta finché la colla non sarà seccata. E’ assolutamente bandito lo scotch perché si stacca facilmente.

Se i bottoni vi sembrano troppo banali per il vostro riccio, potete utilizzare gli occhietti adesivi del Brico, tappi di bottiglia… fate quello che volete, ragazzi, poi mi racconterete cosa avete combinato.

  • Le decorazioni

Potete appiccicare sulla testolina del riccio un fiocco colorato per trasformarlo in una femminuccia, aggiungere dei capelli con un po’ di lana (effetto afro assicurato!) o dei baffi a manubrio di cartone per un riccio alla moda. I fiocchi per i pacchi regalo possono conferire al vostro riccio un tocco natalizio, una barchetta di carta può trasformarsi in un originale cappellino e due cerchietti di carta, magari la stessa del libro che state utilizzando, si potrebbero trasformare nelle orecchie dell’animaletto che avete appena creato.

Resta valido naturalmente il consiglio di utilizzare la colla liquida anziché lo scotch!

  • Il riccio è terminato!

Il mio riccio è stato molto banalmente decorato con un enorme fiocco di seta a righe bianche e verdi. Gli occhi e la bocca sono dei bottoni neri circolari e le pagine di cartoncino del libro che ho utilizzato rendono il mio riccio particolarmente resistente.

Volete vederlo? Eccolo qui:

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Alla scoperta dello Scottish Medieval Rock con i Saor Patrol

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I Saor Patrol sono cinque omoni grandi e grossi con barbone alla Gandalf, tatuaggi tribali e kilt scozzese. Non provate a cercare sul dizionario il nome del loro gruppo perché è composto da antiche parole gaeliche: Saor, che si pronuncia “shore”, deriva dal gaelico Saorsa che significa freedom o liberty, perciò i Saor Patrol possono essere considerati dei freedom guards, dei guardiani della libertà.

Il loro genere musicale è più unico che raro e non lo trovate nei tradizionali negozi di musica, infatti lo Scottish Medieval Rock è una particolare branchia del rock ispirata all’antica musica popolare scozzese.  I Saor Patrol propongono il sound delle più tradizionali ballate scozzesi ma alle liriche note della cornamusa locale, accompagnata dall’epico e marziale battito di grancasse e tamburi, è affiancato il ruggente canto di una chitarra elettrica. Il risultato è la rievocazione della gloriosa storia della terra di Scozia, insaporita con un pizzico di Metal.

L’insolita band, fondata nel 1999, è richiesta nei festival e nelle sagre celtiche di tutto il mondo, soprattutto nel Regno unito (ma va!?) e in Australia, Africa, Stati Uniti, Giappone, Taiwan, Norvegia, Austria, Svizzera, Olanda e Germania. Siccome stiamo parlando di vere e proprie autorità nel campo della musica popolare scozzese, ogni volta che dalle colline di Hollywood qualcuno decide di realizzare un film in costume (ma anche spettacoli teatrali o sceneggiati televisivi) i Saor Patrol sono i primi ad essere contattati per la colonna sonora. Avete presente Braveheart? La colonna sonora del film è opera loro…

Io ho avuto il piacere di conoscere il sound dei cinque scozzesi alla Fiera dell’Artigianato di Milano, una divertente iniziativa pre-natalizia che attira un sacco di ragazzi con la promessa di mercatini etnici e stuzzichini gratis, e ne sono rimasta profondamente colpita: i Saor Patrol sanno evocare l’affascinante atmosfera di terre ed epoche lontane, trasformando un evento folcloristica in un’esperienza indimenticabile.

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Per ascoltare qualche pezzo dei Saol Patrol vi consiglio di visitare il loro sito web. Su Youtube troverete inoltre moltissimi video amatoriali dedicati alla band, ma vi consiglio di selezionare attentamente i video perchè i registratori di scarsa qualità degli smartphone non sono in grado di valorizzare i bassi, costituiti essenzialmente dal solenne rimbombare dei tamburi.

http://www.saorpatrol.com/about-us

Se invece questo articolo vi ha annoiato perchè non ritenete che la musica popolare scozzese sia all’altezza delle ineguagliabili note di David Guetta, vi consiglio di sturarvi le orecchie e dare un’occhiata a duesti due video di youbube. Si tratta di due brani che sicuramente avrete ascoltato e apprezzato un miliardo di volte, in cui la cornamusa regna sovrana evocando i trascorsi del glorioso popolo celtico e tutta la fierezza delle grulle lande di Scozia.

Le immagini sono state tratte dal sito ufficiale della band

Islands. l’arte si decompone all’Hangar Bicocca

Siamo abituati a percepire l’arte come qualcosa di eterno e immutabile, invece non è così: la pulsione creativa dell’artista si concretizza nella struttura fisica dell’opera, costituita da materiali destinati inevitabilmente a decomporsi e dunque a subire una continua ed inarrestabile trasformazione nel corso del tempo sino a tramutarsi in polvere. In questi giorni l’Hangar Bicocca ospita le strordinarie opere di Dieter Roth (1930-1998), il figlio Bjorn ed altri membri della famiglia, un artista e poeta artistico che ha rivoluzionato il mondo dell’arte aprendo le porte dei musei ai materiali decomponibili come spezie, alimenti, scarti destinati alla spazzatura e formaggio ammuffito.

State tranquilli, le 37 valigie di vermi, muffa e formaggio realizzate nel 1970 furono ritirate dagli spazi espositivi di Los Angeles per volere delle autorità sanitarie e, essendo rimaste invendute, furono abbandonate nel deserto dal marito della gallerista.

Che cos’hanno in comune i materiali privilegiati dall’artista? La decomponibilità, la capacità di cambiare forma e aspetto più rapidamente (e più disgustosamente) di altri materiali e di farlo in modo molto più spettacolare. L’arte, costituita da materiali che mutano nel tempo, viene dunque presentata come una creatura in lento e inesorabile mutamento: da uno stadio iniziale, in cui assume l’aspetto conferitogli dalla mano sapiente dell’artista, l’opera è destinata a trasformarsi in qualcosa d’altro per mano degli agenti naturali o di altri esseri umani poiché l’arte è vita e, naturalmente, la vita è arte. Per Dieter Roth si tratta inoltre di creare delle opere d’arte con oggetti mai inutilizzati prima e di sperimentare l’impiego in abito artistico di materiali … improbabili!

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Il riciclaggio

La prima opera, intitolata Economy Bar, è un vero e proprio pub  realizzato con materiali di scarto, in cui è possibile sedersi al bancone, interagire con un barman e ordinare della birra alla spina. E’ un’opera singolare poiché ai tipici elementi che costituiscono un bar come lavandini, frigo, liquori in bella vista, zucchero e via dicendo sono accostati i materiali di scarto con cui è composta l’opera, tra cui citiamo una fioriera realizzata con scarti di utensili meccanici, un telefono che trasmette le voci dei barman ad un amplificatore cui è collegato un violino, mensole stracolme di libri e lampade come elementi decorativi, plantari anzichè quadretti alle pareti, un pianoforte scassato e dei monitor in cui è possibile vedere alcune scene della costruzione del bar stesso. L’azione involontaria dei barman e dei clienti e la sostituzione degli utensili da scartare consentono all’opera di evolversi anche dopo la morte dell’artista, l’effetto complessivo è quello di trascorrere una piacevole serata in un intrigante covo abusivo di pirati, carbonari o banditi…

Economy bar in un video

The relatively new Sculpture è stata realizzata da Bjorn e figli appositamente per Hangar Bicocca ed è un’enorme piattaforma realizzata con materiali di recupero e alcuni degli utensili da lavoro dell’artista. La prima impressione è quella di trovarsi in una casetta costruita da Tom Sawyer e Huckleberry Finn in cui si trovano tutte le diavolerie necessarie per vivere una favolosa avventura d’infanzia: dei lettini in cui riposare durante le fughe da casa, un magazzino di vasetti di vetro ricolmi di ogni sorta di melma schifosa, studioli con scrivanie e mensole ricche di interessanti libricini, una macchina mezza scassata in cui è stato installato un maxi schermo, angolini studio in cui sono stati riposti tutti gli utensili necessari per realizzare l’opera stessa, una cassa di cocci di vetro, degli angolini in cui fare musica con strumenti scassati e non… ho dimenticato qualcosa? Probabilmente sì, perciò vi linko un interessante sito in cui potrete ammirare delle fotografie spettacolari di questa insolita costruzione. L’oggetto più affascinante di tutti è una sorta di batteria automatica che suona dei tamburi ad intervalli più o meno regolari.

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Un autobiografia di oggetti personali

Solo Szenen è una sorta di reality in cui Dieter Roth riprende a telecamera fissa alcune scene di vita privata vissuta all’interno della sua abitazione ed espone ininterrottamente le sequenze video in 131 monitor. L’artista ci offre uno squarcio della sua esistenza “senza veli”, infatti è possibile spiarlo mentre dorme, cucina, mangia, evaqua al gabinetto, si lava, lavora nel proprio studio, si scaccola seduto sul letto, fa la lavatrice, ciondola in catalessi per casa … sono inoltre presenti delle sequenze video in cui le stanze riprese da Dieter Roth sono assolutamente vuote e non accade nulla. I video non sono affascinanti quanto le luccicanti Case del Grande Fratello che siamo abituati ad osservare in tv poiché non c’è nulla di interessante in ciò che vediamo (un uomo obeso e canuto nella propria disordinatissima abitazione) e la prima sensazione che ho provato è stata un forte imbarazzo, come se stessi violando l’intimità di una persona. L’artista era ossessionato dalla propria biografia e che, come vedremo nelle opere successive, ha voluto trasformare in arte tutto ciò che riguardava la propria persona per documentare la propria attività artistica.

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Solo Szenen, immagine tratta da http://www.hauserwirth.com

L’opera successiva è un archivio costituito da un alcune librerie e degli espositori su cui sono riposti dei raccoglitori da ufficio. All’interno dei raccoglitori, catalogato in ordine cronologico in buste di plastica trasparente, troviamo ogni sorta di materiale di scarto: strofinacci, scontrini, etichette, cartacce, schifezze di plastica raccolte da terra e.. sì, anche un fazzoletto sporco di feci umane (potete immaginare lo schifo provato quando le mie manine si sono appoggiate sulla busta contenente l’insolita reliquia!). L’opera s’intitola Flacher Abfall e non è stata ideata soltanto per inorridire i visitatori, l’artista vuole infatti invitarci a riflettere sulla temporaneità degli esseri umani e degli oggetti che questi utilizzano, realizzando una sorta di autobiografia con i prodotti di scarto con cui è venuto a contatto. Dieter Roth inoltre vuole rifletter sul consumismo della nostra epoca: <Ogni pezzo di carta di tocca…, qualsiasi cosa – una stupida busta di plastica per il pane di segale: qualcuno l’ha disegnata… qualcuno si è seduto e ne ha fatto un disegno>. In seguito al decomporsi dei materiali organici conservati nell’archivio, l’opera è in continuo divenire e testimonia il trascorrere del tempo.

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Clothes Pictures, immagine tratta da dennecultura.eu

Sono inoltre numerosi i collage realizzati da Dieter Roth per sperimentare l’impiego di oggetti di uso comune nella creazione artistica. Si tratta per lo più di oggetti appartenenti al quotidiano come giocattoli, materiali di recupero, vestiti, barattoli di tempera, pennelli e attrezzi da lavoro, cui si associa una forte componente pittorica. I Clothes Pictures, per esempio, sono dei grandi dipinti realizzati con colla, pigmenti, abiti e scarpe appartenenti all’artista stesso, i quali perdono la propria funzione originaria trasformandosi in componenti dell’opera d’arte. E’ singolare notare come gli indumenti evochino la presenza umana, trasformando l’opera in una sorta di autoritratto giocato sull’assenza dell’artista.

55 Shits for Rosanna è invece la documentazione fotografica degli escrmenti prodotto quotidianamente nel corso di un soggiorno presso la casa dell’amica Rosanna Chiessi in Italia.

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Exhibitions, immagine tratta da http://www.hauserwirth.it

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L’Islanda

L’Islanda è una terra in cui, in seguito a violenti fenomeni geologici, l’ambiente muta il proprio aspetto con la stessa rapidità e impetuosità con cui l’artista percepisce lo scorrere del tempo, perciò è stata scelta dall’artista come patria d’adozione. Il risultato è Surtsey, in cui l’omonima isola islandese nata nel non molto lontano 1963 è stata raffigurata in 18 stampe, che rappresentano in sequenza la sua graduale trasformazione in un piatto di cibo fumante.

Reykjavík Slides è un altro omaggio all’Islanda. Si tratta di 16 proiettori posizionati su alcuni piedistalli che riproducono più di 30.ooo diapositive, raffiguranti ogni edificio di Reykjavík in ogni stagione per immortalare l’essenza della città. Le fotografie, realizzate insieme ai figli e ad alcuni amici, sono state realizzate in due periodi differenti: uno compreso tra il 1973 e il 1975, il secondo invece tra il 1990 e il 1998. Si tratta di un imponente opera di archiviazione che documenta l’evoluzione di una città nel corso del tempo, avente lo scopo chiaramente fallimentare di fermare il tempo per bloccare il lento procedimento che conduce ogni cosa esistente all’oblio.

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Surtsey

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La collaborazione con amici e parenti

Dieter Roth si è rifiutato di aderire ai vari movimenti artistici a lui contemporanei e ha preferito collaborare con amici e famigliari nella realizzazione delle proprie opere, così ha chiesto la collaborazione della famiglia al completo nella realizzazione di Carpet, un tappeto allegramente “pasticciato” dai Roth, in cui è ben visibile anche la pista tracciata dal nipotino Oddur per giocare con le macchinine. Si noti come le opere siano state parzialmente create anche durante il naturale svolgimento delle vite dell’artista e dei suoi cari: l’opera è nata da un processo vitale di cui è essa stessa testimonianza.

Ausicht/Ansicht, prodotta nel corso di una ristrutturazione di una scuola in Svizzera, è stata realizzata mediante una tecnica grafico-pittorica giocata su forme e colori vivaci e in certi punti ricorda molto l’arte dei graffiti. Qualsiasi studente avrebbe potuto partecipare alla creazione dell’opera grazie ai pennarelli lasciati a disposizione per alcuni mesi, tuttavia furono effettuati pochissimi interventi.

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The floor I , da www.hauserwirth.com

Diether Roth ha trasformato in opera d’arte intere sezioni del proprio lavoratorio. Anche The floor I e The floor II testimoniano il grande attaccamento dell’artista per l’Islanda. Si tratta delle pavimentazioni di uno studio in cui Dieter Roth ha lavorato per circa vent’anni che, decontestualizzate ed esposte in una galleria, appaiono come due imponenti tavole di legno dipinte con vernice, colla, polveri e schizzi di pittura. I Tischmatten non sono nient’altro che i rivestimenti in cartone dei tavoli del suo studio, che proteggevano i ripiani da eventuali macchie. Oltre agli schizzi accidentali di tempera, colla, polveri e residui domestici di vario tipo, su tali superfici troviamo anche scarabocchi, appunti e schizzi di vario genere.

Avvicinandosi all’installazione Grosse Tischruine si entra invece nello studio dell’artista stesso, poiché l’artista non ha fatto altro che esporre i mobili del proprio laboratorio e l’incredibile disordine che si è accumulato nel corso degli anni al suo interno. L’opera “può essere considerata un sistema di riciclaggio autosufficiente” poiché ad ogni nuova installazione si aggiungono gli attrezzi utilizzati dagli operai addetti ai lavori, nonché gli schizzi e i video di ogni ricostruzione. L’opera dunque è in continua trasformazione nonostante l’artista sia morto da ormai quindici anni e si evolve indipendentemente dalla volontà del suo creatore.

The studio of Dieter and Bjorn Roth è stato realizzato nel medesimo modo, esponendo tutto ciò che si trovava nello studio dei due artisti, compresi avanzi di cibo. E’ possibile intuire che lo studio non era soltanto un luogo di lavoro, ma anche un ambiente di socialità e vita quotidiana. La collaborazione tra padre e figlio ha le sue fondamenta nella pratica dello studio nella sua accezione medioevale-rinascimentale, infatti Bjorn ha imparato il “mestiere” dal padre-maestro, di cui porta avanti l’opera come una vera e propria ereditarietà. Negli ultimi vent’anni di vita di Dieter, il rapporto tra padre e figlio era diventato particolarmente intenso da un punto di vista sia artistico sia affettivo.

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 Grosse Tischruine, immagine tratta da artnews.org

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Sculture di … cibo!

Dieter Roth ha inoltre realizzato delle imponenti torri di busti umani realizzati con… tonnellate di cioccolato fondente Novi di pregiata qualità. Non si tratta solamente di sperimentare l’impiego di un’insolito materiale scultoreo, l’opera infatti subisce una perpetua trasformazione anche grazie alle muffe che si accumulano sulla superficie di cioccolato. L’opera garantisce inoltre al visitatore una piacevole esperienza olfattiva poichè diffonde nell’aria una piacevole fragranza di cacao. Mediante l’impiego di zucchero colorato, Dieter roth ha inoltre realizzato una torre di cagnolini colorati e dei simpatici nani da giardino. I forni, i pentoloni ancora sporchi e le casse di cioccolato avanzato sono stati accuratamente conservati ed esposti per documentare la creazione dell’opera.

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L’artista mentre realizza la torre di statuette di cioccolato, immagine tratta da theartworlddaily.com

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Un’ineguagliabile stampatore

The Piccadilly Project ricorda molto alcune opere di Andy Warhol, infatti si tratta di svariate rielaborazioni dell’immagine di una cartolina ricevuta in regalo dalla moglie dell’artista pop inglese Richard Hamilton. Dieter Roth ha ingrandito stampato e laminato l’immagine su più facce, dopodiché ha “fotoshoppato” le varie copie con metodi serigrafici nuovi, ideati dall’artista stesso. Dalle serigrafie di Piccadilly possiamo notare l’interesse dell’artista per l’iconografia popolare e la negazione, attraverso la sua riproduzione, dell’unicità dell’opera d’arte stessa.

[title not known] 1970 by Dieter Roth 1930-1998

The Piccadilly Project, immagine tratta da http://www.tate.org.uk

Richard Hamilton racconta che “Come stampatore [Dieter Roth] ha avuto pochi rivali: dalla serigrafia, all’incisione, alla litografia, all’offset, alla fotografia, o alla fotocopia. Se un metodo di stampa non fosse esistito lui lo avrebbe scoperto.” Dieter Roth inoltre rivaluta come opere d’arte anche le piastre sbagliate, destinate a diventare scarti, conferendo così dignità artistica a soggetti comunementi disprezzati. Die Die DIE VERDAMMTE SCHEISSE (the The THE DAMNED SHIT) non è nient’altro che la raccolta di 52 piastre “sbagliate” inserite in una scatola di legno, che, esposte in serie, costituiscono un’insolita opera d’arte.

Nonostante tutto Roth sosteneva di sentirsi più poeta che artista figurativo, infatti realizzò più di duecento libri tra notebook, testi, libri per bambini, versi e poesie visive, racconti, diari e libri d’artista. Essendo un esperto stampatore e tipografo, si occupò in prima persona della realizzazione delle copie del suo libro Scheisse, con l’aiuto degli studenti della Rhode Island School of Design.

“L’amore è un cane blu” di Paolo Rossi, qualche barzellettosa anticipazione

Venerdì 4 Ottobre ho assistito allo spettacolo L’amore è un cane blu, l’ultimo show di Paolo Rossi, presso il Teatro Streheler di Milano. La recensione dello spettacolo è già in cantiere, nel frattempo potete gustarvi alcune delle barzellette che più mi hanno fatto sbellicare nel corso della serata.

Le tre barzellette sono state estrapolate dal contesto narrativo dello spettacolo e trasformate da un monologo in stile giullarata (vi ricordate Dario Fo? La giullarata è un monologo in cui l’attore interpreta due o più personaggi differenziandoli l’uno dall’altro mediante il tono della voce, la postura e la direzione in cui volge il suo sguardo) in un dialogo per due. Se non ho riportato fedelmente ogni parola di Paolo Rossi non fate i bacchettoni e gustatevi la barzelletta così come me la ricordo io.

Attenzione: questo post è spoiler allo stato puro perciò, se avete già comprato i biglietti per lo spettacolo e non volete rovinarvi le battute, vi consiglio di Iscrivervi al mio blog e ripassare…

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La nonnina

Nipote: Ciao nonna, ti accompagno a fare una passeggiata?

Nonna: No, caro, non riesco ad alzarmi.

Nipote: Oh cielo, cos’hai?

Nonna: Mi sento le gambe molli così, quando cammino, mi sembra di galleggiare e mi sento svenire.

Nipote: Chiamo un’ambulanza?

Nonna: Perché? Sto una favola!

Nipote: Nonna, ma cosa stai dicendo? Hai appena detto che ti senti male …

Nonna: Ma va! Mi sono fatta di eroina.

Nipote: Ma sei impazzita??? Ti sembra il caso di drogarti a 87 anni? E’ una follia!

Nonna: A 16 anni è follia, a 87 è geniale. Pirla!

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Quando papà sposa una giovane rumena

Papà: Figliolo, ho intenzione di sposare Inga, una ragazza rumena di 25 anni.

Figlio: Papà, ma sei fuori?

Papà: E che problema c’è?

Figlio:  Beh, insomma… è giovanissima, ti tradirà!

Papà: Meglio una torta buonissima da dividere con tante persone, che una fetta di pane secco da solo!

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I due tassisti

Alla stazione centrale di Milano due tassisti si stanno concedendo una breve pausa.

1: Sono distrutto, mi scoppia la testa. Mi sembra che ci sia un martello pneumatico che mi sta fracassando il cranio.

2: Ti capisco, succede anche a me, ma conosco un rimedio infallibile …

1: Ah sì? E quale?

2: Torno a casa e mi faccio fare un pompino da mia moglie. Spettacolare!

1: Oh, sì! Mi ci vorrebbe proprio…. Mi dai il suo numero?

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L’economia italiana spiegata ad un allevamento di mucche

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Su internet esistono diverse versioni di questo testo e, non essendo in grado di memorizzare un racconto così lungo dopo averlo ascoltato una volta sola, ho preferito crearne uno personale, attingendo alcune frasi dalle numerosi versioni disponibili online e altri da ciò che ricordo sullo spettacolo, creando qualcosa che sia assolutamente soggettivo anche da un punto di vista ideologico. Non so se i blogger che ho scovato sul web hanno copiato il racconto delle due mucche di Paolo Rossi o se è stato invece il comico a rubacchiare da internet alcuni spunti per realizzare il suo show; in ogni caso si tratta di un geniale racconto di satira

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Lezione di Politica Economica: Hai 2 mucche..

mucca

FEUDALESIMO: Hai 2 mucche.
Il feudatario prende metà del latte e si tromba tua moglie.

SOCIALISMO: Hai 2 mucche.
Il tuo vicino ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui.

COMUNISMO RUSSO: Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti fornisce il latte secondo quelli che reputa i tuoi bisogni.

COMUNISMO CINESE: Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti fa lavorare giorno e notte per mungerle. Fai sciopero e cerchi di comunicarlo via blog alle fabbriche vicine, ma il governo oscura il tuo sito web.

FASCISMO: Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti vende il latte.

NAZISMO: Hai 2 mucche.
Il governo prende la vacca bianca ed uccide quella nera.

DITTATURA MILITARE: Hai 2 mucche.
La polizia te le confisca e ti propone una scelta: o ti arruoli nell’esercito o vieni fucilato.

DEMOCRAZIA: Hai 2 mucche.
Si vota per decidere a chi spetta il latte.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA: Hai 2 mucche.
Si vota per chi eleggerà la persona che gestirà le mucche (e regalerà il latte a suo cognato).

DEMOCRAZIA AMERICANA
Lo stato promette di darti due mucche se voti per lui. Dopo le elezioni, il presidente viene messo in stato d’accusa (impeachment) per aver speculato in Borsa con le mucche. La stampa crea l’affare “vaccagate”.

ANARCHIA: Hai 2 mucche.
Lasci che le mucche si organizzino in autogestione. Sorprese dalla DIGOS a mungersi a vicenda nel praticello di un centro sociale, vengono arrestate per atti osceni in luogo pubblico.

BUROCRAZIA
Hai due mucche. All’inizio il governo decide come nutrirle e quando mungerle. Quindi ti paga per NON mungerle. Quindi le prende entrambe, ne uccide una, munge l’altra e scarica il latte nelle fogne. Quindi ti chiede di riempire dei moduli per le due mucche perdute.

CAPITALISMO: Hai 2 mucche.
Fai macellare la prima mucca ed obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 mucche.
Alla fine licenzi l’operaio che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca di sfinimento e, con i soldi risparmiati, comperi un toro e avvii un allevamento di vitelli.

CAPITALISMO DELLE ISOLE CAYMAN: Hai 2 mucche.
Vendi 3 mucche alla tua Società quotata in borsa, utilizzando lettere di credito aperte da tuo fratello sulla tua banca. Poi fai uno scambio delle lettere di credito, con una partecipazione in una Società soggetta ad offerta pubblica e nell’operazione guadagni 4 mucche beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 mucche. I diritti sulla produzione del latte di 6 mucche vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una Società con sede alle Isole Cayman, posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla tua Società i diritti sulla produzione del latte di 7 mucche.
Nei libri contabili di questa Società figurano 8 ruminanti con l’opzione d’acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo hai abbattuto le 2 mucche perchè sporcano e puzzano. Quando stanno per beccarti, diventi Presidente del Consiglio.

BERLUSCONISMO: Hai 2 vacche.
Il presidente se le scopa.

LEGA: Hai 2 mucche.
La mucca bianca, dopo essersi laureata in Albania, si fa fotografare mentre finge di lavorare come contadina, perché lei sì che ce l’ha duro! La mucca nera viene rispedita nel suo paese.

GOVERNO TECNICO: Hai due mucche.
Con il latte della prima mucca pachi l’Imu, con quello prodotto dalla seconda paghi l’Irpef, con quello della terza paghi l’Iva. Se non possiedi una terza mucca, sono cazzi tuoi.

CATTOLICI: Hai due mucche.
E’ contro natura che due mucche convivano nella stessa stalla e allevino vitellini insieme. Se vuoi continuare a produrre latte, una delle due deve assolutamente travestirsi da toro.

PD: Hai 2 mucche.
Le mucche brucano l’erba, promettendoti che presto si faranno mungere.

GRILLO: Hai due mucche.
Con le loro strabilianti abilità oratorie e un blog avvincente, i grillini tentano di convincere il latte a fuoriuscire spontaneamente dalla mammella, senza effettuare alcuna mungitura.

Piccoli momenti di gloria

Lipperini

Vi ricordate la recensione di Ancora dalla parte delle bambine che ho scritto qualche giorno fa? Ebbene, Loredana Lipperini, l’autrice del libro, ha apprezzato il mio articolo!

Può sembrare strano che una professionista del suo calibro si prenda la briga di visitare un insignificante blog di periferia come il mio, eppure tutto ciò è accaduto. Il merito del mitico Mohawk, un follower di vecchia data, che ringrazierò con un po’ di pubblicità…

Se non conoscete il mio amico Mohawk, correte subito a leggere il suo blog cliccando su questo LINK, scoprirete un sacco di interessantissimi articoli su musica, viaggi, squadre di Beach Rugby (ma non sarebbe preferibile giocare a rugby sul fango, che non provoca fastidiosi pruriti ai bulbi oculari come la sabbia?) e molto altro ancora.

Scoprire che la Lipperini si è interessata a me è stata una magnifica sorpresa… Mi stavo godendo una serata tranquilla, spaparanzata nel lettone e immersa in un romanzo di Crichton, quando appare tra le notifiche un messaggio di Mohawk: “Pare che anche Loredana abbia letto ed apprezzato la tua recensione :-) “. Apro Facebook e clicco sul gruppo di Loredana Lipperini, ma non trovo nulla. Con il fiato sospeso apro allora la sua pagina personale. Bingo! Mohawk è stato così gentile da linkare il mio post nella bacheca della scrittrice, tra i commenti relativi all’ultimo articolo di La repubblica sul saggio della scrittrice femminista.

Loredana Lipperini non scrive per gioco come noi bloggers da strapazzo di WordPress: non solo è una scrittrice di successo, ma è anche una giornalista, una conduttrice radiofonica e un’autrice di programmi televisivi. Ebbene, Loredana Lipperini, una che il nostro mestiere lo fa sul serio, ha dedicato parte del suo tempo alla lettura di un mio articolo, dopodiché ha risposto al link di Mohawk.

Letta, è davvero bellissima. Grazie“.

Mi rendo conto che quel “bellissima” può significare un sacco di cose… Per esempio, si dice “bellissimo” anche ai pensierini sgrammaticati di un ragazzetto di seconda elementare, oppure all’ingenuità con cui certi studenti delle superiori sostengono ideologie politiche di cui non conoscono il significato. Ma cercherò di non farmi troppe paranoie e di incassare con orgoglio il complimento: un intellettuale del calibro di Loredana Lipperini è stata qui, ha letto un mio articolo e ha apprezzato quello che ho scritto, perciò mi godo la magica (quanto illusoria) sensazione di essere una blogger di successo.

Questo episodio dovrebbe ricordarci che gli sforzi di noi blogger da quattro soldi non sono vani poiché i nostri post non si perdono nel cyberspazio: migliaia di occhi sono puntati su di noi e altrettante migliaia di dita cliccano rapide sui nostri link. Internet è un enorme mare in cui chiunque può dire la propria e confrontarsi con altre persone. La rete è anche l’habitat perfetto per liberare nell’aria l’energia di una vecchissima canzone di Jovanotti, che dedico a tutti i blogger come me che, pur non essendo nessuno nessuno nel panorama virtuale italiano, hanno abbastanza coraggio da accendere il computer e dire la loro.

PS: Grande Mohawk, grazie ancora!!!!!

Chi non risika non rosika: la febbre del Risiko

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Siete pacifici? Amate la cooperazione e l’armonia? Dimenticatevi tutto e sfogate i vostri bellicosi istinti primordiali con Risiko!: l’unico gioco da tavolo in cui la guerra non uccide nessuno, anzi, aiuta a fare amicizia.

Il piano di gioco è un planisfero suddiviso in regioni, lo scopo è raggiungere l’obiettivo segreto scritto sulla carta pescata del mazzo prima di iniziare a giocare. Per vincere dovrete sottrarre con i vostri carrarmatini i territori della mappa ai vostri avversari, ottenendo un punteggio più alto al lancio dei dadi. Le regole sono piuttosto complesse, ma gli appassionati di strategia impareranno alla svelta e si ritroveranno ben presto coinvolti in un’avventurosa guerra globale.

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Ecco le regole per organizzare una seratona di Risiko:

1)      Casa libera!

Vi serve uno spazio libero in cui invitare dai quattro ai sei amici. Cacciate i genitori fuori di casa, acquistate una cassa di birra e spargete la voce su Facebook.

2)      Qualcuno che sappia giocare a Risiko

Il libretto di istruzioni sembra sottile ma è un mattone straripo di nozioni, divertente quanto un breviario e meno comprensibile di un manuale di macroeconomia. Invitate un amico nerd appassionato di giochi di strategia e chiedetegli di insegnare a tutti quanti le regole. Per convincerlo a farvi da professore, fate leva sul suo orgoglio di supergiocatore invincibile… funziona!

3)      Una dolce fanciulla disposta a giocare con i carrarmatini rosa

Una leggenda metropolitana narra che i carri armati rosa siano destinati a perdere in seguito alla scarsa bellicosità di questo colore. In compagnia non manca mai tuttavia un’appassionata di Hello Kitty disposta a sacrificarsi.

4)      Tanto culo

Non importa quanti carrarmatini possedete e quanto siano inferiori le abilità strategiche del vostro avversario, perché l’esito finale di ogni combattimento è determinato dai dadi.  Ci sarà sempre un bastardissimo carretto che, grazie al solo ausilio della dea bendata, riuscirà a decimare le vostre armate. La fortuna è un’alleata importante!

5)       Emozioni malvagie… per finta!

Dentro ogni essere umano si nasconde un piccolo imperialista sadico con deliri di onnipotenza, Risiko serve proprio per sfogare pacificamente il lato oscuro del nostro carattere senza farsi male. Preparatevi dunque a competere, ad accanirvi contro il vostro migliore amico o a lasciarvi sedurre dal fascino del potere: Risiko è un po’ come la playstation perchè ci si immedesima, si pregusta la catarsi e alla fine del gioco… amici come prima!

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Non possedete una scatola di risiko? Siete troppo associali per riunire tre o quattro amici intorno ad un tavolo? Niente paura, potete accontentarvi della versione tarocca online, un divertentissimo ripiego gratuito ideale per i pomeriggi di pioggia o le ore buche in università. Il suo nome è Wolrd Wars ed è uno dei tanti giochini disponibili online. Ecco il link:

http://www.flashgames.it/world.wars.html

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Cari amici, in questi giorni ho davvero poco tempo da dedicare al blog. Sono in guerra (o spaparanzata in riva al lago).