“The bold type”, una serie tv femminista

the-bold-type-2

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler.

The bold type è il titolo di un eccellente telefilm uscito recentemente (estate 2017) e creato da Sarah Watson. La serie, ambientata a New York ed erede del celeberrimo Sex and the City, è spirato alla vita di Joanna Coles, ex capo redattore di Cosmopolitan.

Si tratta delle avventure di tre amiche che lavorano per Scarlet, una rivista femminile femminista. Impeccabili nel vestire, aggiornatissime sui social network e trasgressive nello stile di vita, le tre ventenni in carriera sperimentano l’amore, la sessualità, l’amicizia, il femminismo, il giornalismo, la moda, la politica, la prevenzione contro il tumore al seno e molto altro ancora.

Jane Sloan (Katie Stevens) è una tenera ragazza dai capelli corvini e due occhioni indimenticabili che ha perso la madre da piccola per un tumore al seno; ha uno straordinario talento come giornalista e ha appena ricevuto una promozione all’interno della rivista. Il suo capo Jacqueline, autoritaria ma comprensiva, la metterà alla prova proponendole dei pezzi imbarazzanti dalle tematiche sessuali, la farà avvicinare al giornalismo politico e la guiderà in una controversia giudiziaria contro una spogliarellista femminista. Nonostante Jane abbia avuto il primo orgasmo piuttosto tardi, avrà una breve ma bollente relazione con Ryan, scrittore di articoli a tematica sessuale.

L’afroamericana Kat Edison (Aisha Dee) è figlia di due ricchi strizzacervelli ed è responsabile dei social media di Scarlet. Spesso si troverà in difficoltà nella gestione dei media e per questo dovrà confrontarsi con Jacqueline, inoltre affronterà il licenziamento di una sua sottoposta. Kat è bisessuale e si innamora per la prima volta di un’affascinante fotografa femminista musulmana, Adena El-Amin. La relazione tra le due donne è ostacolata da Coco, la bella parigina che Adena fatica a lasciare, e dalle origini straniere della fotografa … ma non vogliamo certo spoilerarvi il finale!

Sutton Brady (Meghann Fahy) è una ragazza di umili origini che inizialmente lavora all’interno della rivista come segretaria, ma successivamente riesce a ottenere il tanto agognato posto di aiuto stilista nel settore moda di Scarlet, sotto la direzione dell’esigentissimo Oliver. La bella ragazza dai capelli castani e la carnagione chiara ha una relazione segreta con Richard, un facoltoso direttore e membro del consiglio, nonostante il loro rapporto rischi di compromettere la carriera di entrambi. Nel frattempo il collega Alex si prende una cotta per lei.

Inizialmente potrebbe sembrare un telefilm eccessivamente simile a Sex and the city per l’ambientazione Newyorkese, l’attenzione maniacale al fattore estetico (tutti i personaggi si presentano sempre con un abbigliamento impeccabile e, in particolare, le protagoniste hanno un gusto molto raffinato nel vestire) e la tematica del giornalismo in quanto non dobbiamo dimenticarci che l’indimenticabile Carrie, come Jane, è una giornalista. The bold type tuttavia tratta tematiche femministe di estrema attualità, anche se in un’atmosfera talmente patinata che persino colei che avrebbe dovuto essere un personaggio controcorrente, la fotografa femminista Adena che contrabbanda vibratori, indossa tacchi e vestiti alla moda.

Si tratta di un telefilm estremamente giovane, infatti è uscita solamente la prima stagione, composta da dieci puntate, ciascuna delle quali avente una durata di quarantacinque minuti. Ci auguriamo che escano presto le nuove avventure di Jane, Kat e Sutton e che il telefilm non perda la propria qualità.

 

FONTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Bold_Type

 

 

Annunci

“Le serve” di Genet al Piccolo Teatro di Milano

it_serve-850-nuova_original

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo

Dal 3 ottobre al 15 ottobre è andato in scena presso il teatro Grassi del Piccolo Teatro di Milano Le serve di Genet, ad opera del regista Giovanni Anfuso.

Claire (Anna Bonaiuto) e Solange (Manuela Mandracchia) sono due sorelle francesi in servizio presso la raffinata e prepotente Madame (Vanessa Gravina), per la quale nutrono ambivalenti sentimenti di ammirazione e odio. Tutte le sere, quando la Signora esce, le servette inscenano un inquietante spettacolino: indossando i suoi sontuosi abiti, una delle due interpreta la padrona e l’altra la propria sorella. Il gioco termina sempre con l’omicidio della Padrona. Le serve iniziano tuttavia a confondere la realtà con la finzione: dapprima Claire fa incarcerare il Signore (che non comparirà mai in scena) mediante delle lettere anonime, poi Claire tenta di strangolare Madame. Quando il Signore verrà messo in libertà provvisoria, sarà solo questione di tempo prima che Claire venga scoperta dalla calligrafia delle lettere anonime. A questo punto le due sorelle tentano di avvelenare Madame con una tisana di tiglio corretta, ma falliscono nel tentativo. Non resta loro che rimettere in scena il solito spettacolino con un tragico finale: Claire si suiciderà realmente con la tisana di tiglio indossando gli abiti di Madame e Solange si assumerà la colpa del delitto.

La vicenda è tratta da un triste evento di cronaca nera realmente accaduto. Christine e Léa Papin, due sorelle di 28 e 21 anni in servizio da almeno quattro anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e figlia, massacrano le due donne della famiglia dopo essere state rimproverate per un incidente di poca importanza. Le serve furono spietate: strapparono gli occhi dalle vittime agonizzanti e seviziarono i loro corpi con accanimento, dopodiché si ritirarono nella loro stanza e dormirono nello stesso letto. Le due donne non fornirono alcun movente comprensibile per il loro atto durante le indagini e il processo, si premurarono solamente di condividere interamente la responsabilità dell’accaduto.

Lo spettacolo ci presenta un cast interamente al femminile, composto da sole tre attrici che mostrano due modelli opposti di femminilità: quello raffinato, altezzoso, prepotente e snob della Padrona (e di conseguenza di Claire quando la imita) e quello sottomesso e umile delle due serve che celano malamente i propri reali sentimenti di odio e invidia. E’ stato interessante notare in particolare nel personaggio di Claire come un’attrice possa mutare caratteristiche, trasformandosi, soprattutto attraverso l’uso della voce, da una maestosa signora ad un’umile servetta. Per comprendere l’antefatto e i sentimenti dei personaggi nel corso della rappresentazione è necessario seguire lunghi dialoghi e monologhi che non risultano affatto noiosi grazie alla bravura delle attrici che, pur essendo soltanto in tre sulla scena, riescono a catturare l’attenzione dello spettatore.

Svolgono un ruolo centrale nella rappresentazione i costumi di scena, che le attrici cambieranno più volte sul palcoscenico, sia quando le serve dovranno inscenare il sadico gioco in cui recitano il ruolo di Madame (e di conseguenza quando dovranno tornare alla realtà riordinando la camera da letto della Padrona), sia quando la Signora torna a casa e si spoglia dei suoi sontuosi abiti, oppure quando si prepara ad uscire. Sono stati scelti dei principeschi costumi di scena da sera, in particolare uno rosso e uno bianco, dei raffinati indumenti da camera di seta, un cappotto azzurro con pelliccia e, per le cameriere, dei completini scuri provvisti di grembiulino.

E’ stato allestito con particolare cura anche l’apparato scenografico: una camera da letto verde provvista di un letto matrimoniale con segretaire, uno scrittoio con trucchi, portagioie e fiori freschi, un armadio pieno di costumi  di scena, una finestra, uno specchio fiabesco che si trasforma in porta. Sullo sfondo compaiono delle immagini verdi di sensuali fanciulle nude.

Non è stato certo uno degli spettacoli migliori del Piccolo Teatro di Milano, ma si è comunque trattato di una rappresentazione piacevole, che invita a riflettere sui tanti volti della femminilità e sulla claustrofobica situazione in cui possono trovarsi molti domestici.

 

Fonti:

https://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/le-serve

https://it.wikipedia.org/wiki/Le_serve

 

“Casa di bambola”, la prima opera teatrale femminista

2007bp9005_jpg_lkillercabinet

Questo articolo è stato pubblicato su “Lo sbuffo”

Casa di bambola è un’opera teatrale norvegese scritta nel 1879 da Henrik Ibsen, il secondo drammaturgo più rappresentato al mondo dopo Shakespeare. L’opera è stata scritta durante un soggiorno dell’autore ad Amalfi, infatti l’Italia viene menzionata all’interno dell’opera, ed è stata messa in scena per la prima volta il 21 dicembre 1879 a Copenaghen, suscitando scandalo per i temi trattati.

Nora è una casalinga borghese consacrata al focolare domestico e teneramente innamorata del marito, l’avvocato Helmer, da poco nominato direttore di banca. Civettuola, svampita e sperperatrice di denaro, viene trattata dal marito come una bambina o come un animaletto capriccioso, ma l’avvocato ignora gli enormi sforzi fatti da sua moglie per salvargli la vita. Tempo prima l’avvocato era in pericolo e la sua unica possibilità di salvezza era un costoso viaggio in Italia; la donna racimolò il denaro necessario per il viaggio, indebitandosi di nascosto e compiendo grandi sacrifici per restituire la cifra. Nora avrebbe voluto che suo padre facesse da garante, ma per non rattristarlo falsificò la sua firma; purtroppo la data scritta su tale obbligazione era successiva a quella della morte dell’uomo, così Nora rischia la prigione. Il signor Krogstad, colui che ha prestato la somma di denaro a Nora, è stato licenziato da Helmer per alcune firme false e approfitta della fragile situazione della donna per ricattarla.

Nora è disperata, non vuole confessare al marito ciò che ha fatto perché offenderebbe il suo orgoglio maschile, così finge che tutto vada per il meglio preparandosi per una festa in maschera. La situazione si risolve inaspettatamente: la migliore amica di Nora riesce a convincere Krogstad a non procedere con il ricatto. Il marito scopre la situazione di Nora e inizialmente si infuria, ma non appena viene a sapere che tutto si è risolto per il meglio la perdona. Qualcosa tuttavia è cambiato in Nora, la donna non vuole più vivere come una bambola del marito e decide di lasciarlo per diventare adulta, conoscere il mondo, educare se stessa.

Casa di Bambola è stato per anni ed è tutt’ora al centro del dibattito femminista in quanto tratta dell’emancipazione di una donna che da minus habentes alla mercè del padre e poi del marito, decide di trovare la propria strada anche a costo di rinunciare ai figli, sfidando la morale comune. Ma l’opera tratta anche il dramma del’individuo borghese contemporaneo, in cui le gravose convenzioni e sovrastrutture sociali gravano sulla coscienza del singolo impedendogli di essere ciò che desidera. In questo caso l’individuo è una donna e Ibsen è un vero e proprio pioniere nella questione femminile. Scriverà nei suoi appunti durante la stesura dell’opera: “Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo”. Il personaggio di Nora fu ispirato a Laura Kieler, una scrittrice amica di Ibsen che fu protagonista all’epoca di uno scandalo non dissimile da quello che riguarda il personaggio dell’opera; tale situazione indica quanto fosse attuale all’epoca il tema dello spettacolo.

Lo stile di vita borghese è sotto accusa. Nora infatti ha sbagliato a falsificare la firma del padre ma lo ha fatto per amore, tutto ciò però è insignificante agli occhi della legge. L’ignoranza di Nora in fatto di diritto è dovuto alla sua condizione di donna soggiogata alla vita domestica, una situazione tipica per la borghesia vittoriana. Il marito di Nora è un borghese meschino e falso, aggrappato alla necessità di rispettare le convenienze esteriori, pronto a sacrificare i legami più autentici per difendere il proprio onore. L’uomo infatti attacca la moglie solo nel momento in cui la propria situazione sociale è compromessa per perdonarla repentinamente quando tutto si risolve e, schiavo della propria mentalità maschilista, non riuscirà mai a comprendere fino in fondo le ragioni dell’allontanamento di Nora. Il signor Krogstad, l’antagonista, è giustificato nel suo agire malvagio dalla triste condizione in cui la società borghese lo ha costretto. Tale situazione non è specificata, ma dalle parole di Krogtad si intuisce che tale personaggio è un crudele ricattatore solo per estrema necessità.

L’opera fu al centro di uno scandalo per i temi trattati, l’autore fu persino costretto a cambiare il finale dell’opera nella rappresentazione tedesca perché l’attrice protagonista rifiutò di recitare una parte che secondo lei rappresentava una madre degenere. Le copie del libro furono esaurite in poco tempo e venne prevista una ristampa, secondo l’autore non per la qualità dell’opera ma per il dilemma morale che poneva agli spettatori.

Molti considerano Casa di bambola un’opera femminista, ma non tutti sono d’accordo. Antonio Gramsci, nel 1917 considerava il gesto di Nora un’elevazione morale da parte della donna a discapito dei ruoli imposti dalla società vittoriana. Secondo altri, come lo psicanalista Georg Groddek, Nora presenta invece alcuni tratti tipici di una bambina viziata e schiava della propria condizione: afferma più volte, mentre chiacchiera con la migliore amica, di essere felice, anche a costo di mettere in imbarazzo l’altra, inoltre è civettuola, frivola, più volte inganna le persone intorno a lei ed è evidente che la situazione viene gestita dai personaggi maschili dell’opera, come il marito, lo strozzino, il dottore amico di famiglia.

E’ un dato di fatto che l’opera abbia sconvolto l’opinione pubblica e che abbia contribuito ad accendere il dibattito sull’emancipazione femminile.

 

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Casa_di_bambola

http://www.klpteatro.it/objects/testi/Ibsen_CasaDiBambola.pdf

http://www.teatroecritica.net/2017/02/nora-helmer-non-e-una-femminista-una-casa-di-bambola-per-andree-ruth-shammah/

http://www.criticaletteraria.org/2009/10/casa-di-bambola-henrik-ibsen.html

 

Credits:

http://diariovittoriano-blanche.blogspot.it/2012/03/dolls-house-killer-cabinet-inghilterra.html

 

Le donne e il calcio

aisha-nel-milan

Il calcio, come la pallacanestro, è uno sport bellissimo, non saprei dire se è più bella la competizione o i suoi giocatori. Questo è un vantaggio per noi donne, infatti i maschi non riescono a godersi tutto il pacchetto a meno che non inizino a seguire la pallavolo femminile o la ginnastica ritmica.

Quando avevo dieci anni tornavo a casa da scuola con due miei compagni e uno di loro mi faceva sempre arrossire, anche se non ne capivo bene il motivo, così decisi di invitarlo a casa di mia nonna a giocare a calcio, pensando che l’unica cosa che avessi da offrire ad una persona come lui fosse il pratone su cui mio fratello giocava a pallone con i suoi amici. Non ero molto brava, ma imparai a difendere senza tirare calci negli stinchi.

Avevo undici anni quando Kakà venne comprato dal Milan e il mio cuore iniziò a battere forte anche per lui. Adoravo accorrere davanti al televisore acceso per assistere ad ogni suo goal, in particolare al momento in cui si toglieva la maglietta per festeggiare, mostrando il suo fisico scolpito. Col tempo però iniziai ad apprezzare anche l’adrenalina che trasmettevano le azioni agonistiche ed a pormi tante domande sul gioco. Come mai, se l’attaccante si trova oltre la linea dei difensori quando gli viene passata la palla, il suo goal viene annullato? A cosa servono le linee bianche tracciate sul campo? Qual è il ruolo del tizio in giallo con le bandierine in mano? Come vengono determinati i minuti di recupero? Mio padre mi spiegava pazientemente tutto, ma il mio interesse per il calcio sfiorì prima ancora di nascere.

Non lo coltivai perché avevo undici anni e mi sentivo diversa perché ero una ragazzina ansiosa, con i capelli crespi, ricci e corti, che giocava a pallacanestro anziché a pallavolo, ascoltava musica rock fuori moda, non sapeva truccarsi e amava le materie umanistiche più del Cioè. Pensavo di essere già troppo strana di mio per sfidare la morale comune e iniziare a seguire il calcio.

Quidici anni dopo mi sedetti in un bar a fianco del ragazzo più importante che avessi mai incontrato, il quale si rifiutò di dare le spalle al televisore per seguire le imprese dell’Inter durante la conversazione. Siccome sono una ragazza strana, anziché offendermi decisi di seguire la partita insieme a lui e mi feci rispiegare le regole che avevo dimenticato. Come dice la sigla di Holly e Benji, nel mio cuore batteva un pallone. Ma un pallone rosso e nero.

Un anno dopo ho incontrato ragazze come me, appassionate di calcio, ma irrimediabilmente gobbe. Poco importa, noi donne calcistiche siamo solidali tra noi. Noi donne amanti del calcio esistiamo, siamo tante e appassionate, ma soprattutto non crediamo mai che l’esperienza in ambito sportivo dipenda dall’apparato riproduttivo che ci si ritrova fra le gambe, come fanno certi ragazzi.

Munch e il suo rapporto con le donne

Il rapporto tra Munch e le donne è forse un argomento inadeguato per una ragazza in quanto sarebbe più interessante se lo affrontasse una mente maschile, ma le opere di Munch sono così affascinanti che ho deciso di intraprendere questa sfida, seguendo la traccia dell’articolo Le donne di Munch di Lucia Imperatore, pubblicato su Psicozoo.it.

Tutti conosciamo Munch per il celeberrimo Urlo, che rappresenta un attacco di panico e una profonda angoscia esistenziale, ma l’artista ha rappresentato il disagio psicologico anche in molte altre opere, soprattutto in quelle che trattano il suo travagliato rapporto con le donne.

A soli cinque anni Edvard Munch perde la madre che, indebolita dalla tisi, muore nel dare alla luce il quinto figlio. Quando il futuro pittore aveva quindici anni morì di tubercolosi la sorella maggiore Sophie, cui Edvard restò vicino sino alla fine. Il padre, un medico, si chiuse in una profonda depressione e morì qualche tempo dopo. Le tre tragiche perdite segnarono profondamente non solo la vita dell’artista e il suo rapporto con le donne, ma anche la sua arte, infatti l’artista ci ha regalato degli splendidi capolavori sulla morte di Sophie.

La fanciulla malata ritrae proprio la sorella Sophie sul letto di morte; esistono ben sei versioni dell’opera. Nella versione del 1885-1886, la fanciulla dai capelli rossi giace a letto su un grosso cuscino bianco mentre una donna dal capo chino e i capelli raccolti le stringe una mano. In primo piano troviamo un bicchiere, di fianco al letto, su un comodino, si trova una bottiglia. Sul lato destro del dipinto è abbozzata una tenda verde.

NOR Det syke barn, ENG The Sick Child

La morte di Sophie viene rappresentata anche ne La morte nella stanza della malata, del 1893. La ragazzina è ritratta di spalle, seduta su una seggiola, accudita dalla zia Karen, che sacrificò la propria esistenza per accudire i figli della defunta sorella. Il padre è di fronte a Sophie con le mani giunte e il capo chino, sembra che stia pregando; sul lato opposto il figlio Andreas, che morirà di polmonite qualche anno più tardi, si appoggia al muro con una mano. In primo piano troviamo Laura seduta mentre Inger rivolge allo spettatore uno sguardo fisso e sofferente. All’artista preme soprattutto la rappresentazione dell’aspetto psicologico, del fatto che i vari personaggi sono ridotti a mere ombre di loro stessi dall’imminente perdita e sono isolati l’uno dall’altro in una profonda solitudine. I soggetti raffigurati non hanno l’età in cui è morta Sophie ma quella in cui è stato realizzato il dipinto, segno che il lutto si è protratto nel tempo. L’arredamento è minimo, risaltano le superfici vuote del pavimento e delle pareti.

Per Munch la donna è dunque una creatura malata, morente, una vittima sacrificale. Amare una donna significa soffrire.

morteincamera

Qualche anno più tardi Munch andò a Parigi e successivamente a Berlino, qui frequentó gli ambienti bohemien dell’epoca. E’ in questo ambiente che realizza le quattro dissacranti versioni di Madonna tra il 1894 e il 1895, intrecciando con genialità il sacro ed il profano. La Madonna di Munch è nuda ed ha delle provocanti  forme sinuose (accentuate da linee curve che circondano il corpo), la sua pelle è pallida, le braccia sono sensualmente piegate dietro la testa e i capelli neri si spargono sulla tela come tentacoli; ciò che attira maggiormente l’attenzione è il volto, infatti gli occhi sono socchiusi in una sorta di estasi che rendono la donna estremamente provocante. Un’aureola rossa infine evoca i temi della passione e del sangue, tale colore, insieme al nero, sono un evidente riferimento ad eros e thanatos. Una litografia di tale soggetto è ancor più provocatoria, infatti l’artista raffigura in una cornice degli spermatozoi e, in un angolo, un feto raggomitolato, debole e impaurito che è stato interpretato in vari modi come l’infelicità fuori dal grembo materno, la morte, la profanazione di Cristo, l’annichilimento del maschio nei confronti della madre o della donna amata. In ogni caso, il Cristianesimo ne risulta completamente demistificato e viene sostituito dalla venerazione della donna e della passione, anche qualora conduca alla morte.

edvard_munch_-_madonna_-_google_art_project_495100

Nel 1898 Munch inizió una relazione con Tulla Larsen che si concluse in tragedia: siccome l’artista rifiutava le pressanti richieste di matrimonio della donna, scoppió una violenta lite e Tulla sparó al compagno, che perse così un dito. La donna amata in effetti è per Munch un vampiro, un demone spietato che uccide l’uomo nell’amplesso succhiandogli la linfa vitale. Nonostante ciò l’uomo non può opporsi al desiderio che prova per la donna ed è dunque destinato all’autodistruzione. In Vampiro troviamo un uomo in giacca nera raggomitolato su se stesso mentre una donna, abbracciandolo, si china su di lui per succhiargli il sangue. Il volto della fanciulla è nascosto da lunghi capelli rosso sangue che si spargono come tentacoli sul corpo dell’uomo.

117374

Mi piacerebbe molto conoscere le impressioni di un uomo circa quest’opera, sapere quanti maschi considerano noi donne dei vampiri. Sarebbe interessante se un ragazzo riscrivesse il post dal suo punto di vista, mi piacerebbe scoprire se noi donne siamo veramente dei vampiri o se semplicemente alcuni uomini non sanno amarci in modo sano. Concludo questo articolo con una domanda rivolta a tutti: si può amare ciò che ci distrugge? Si può amare un vampiro?

Quella meravigliosa persona che fu Frida Kahlo

Il 6 luglio è stato il compleanno (l’articolo verrà pubblicato il 15 luglio su  “Are you art?”) di una donna che è diventata un’icona in Messico e in tutto il mondo per la propria arte e per una straordinaria personalità: Frida Kahlo. Definirla solamente un’artista è un affronto perché Frida era anche una militante comunista che amava profondamente il proprio paese, una femminista ed è diventata un’icona molto amata dalla comunità Lgbt perché era bisessuale dichiarata e non celava le proprie avventure amorose con altre donne.

Frida si distingueva inoltre per una personalità affascinante. In un mondo in cui ad una donna è richiesto essenzialmente di essere bella per avere successo, lei non nascondeva i piccoli difetti che la caratterizzavano, come le sopracciglia unite e i baffetti che ben conosciamo attraverso i suoi quadri, eppure, secondo la critica d’arte americana Hayden Herrera, Frida Kahlo sapeva essere incantevole: «Quasi bella, aveva lievi difetti che ne aumentavano il magnetismo. Le sopracciglia formavano una linea continua che le attraversava la fronte e la bocca sensuale era sormontata dall’ombra dei baffi. Chi l’ha conosciuta bene sostiene che l’intelligenza e lo humour di Frida le brillavano negli occhi e che erano proprio gli occhi a rivelarne lo stato d’animo: divoranti, capaci di incantare, oppure scettici e in grado di annientare. Quando rideva era con carcajadas, uno scroscio di risa profondo e contagioso che poteva nascere sia dal divertimento sia come riconoscimento fatalistico dell’assurdità del dolore»

La biografia dell’artista è nota per essere attraversata da una lunga serie di disgrazie, ma Frida Kahlo ha saputo affrontare tali sfide con un’energia straordinaria, la stessa che illumina i suoi quadri di tinte allegre e vivaci anche quando affronta le tematiche più buie. Nonostante sia nata nel 1907, sostenne di essere nata nel 1910 per far coincidere la propria data di nascita con lo scoppio della rivoluzione messicana, segno di una profonda passione politica.

Fu perseguitata dalla sfortuna sin da bambina, infatti a sei anni si ammalò di poliomelite e, sebbene guarì, la gamba destra rimase meno sviluppata. A diciotto anni durante un incidente in tram un corrimano di metallo le trapassò il copro. In seguito all’incidente sarà costretta ad indossare un busto ortopedico cron cui si ritrarrà nell’opera che vedete sotto. Si tratta di una Frida squartata sino a mostrare la colonna vertebrale in frantumi, che indossa il busto ortopedico, dalla pelle disseminata di tanti piccoli chiodi e con le lacrime agli occhi, eppure la giovane sembra fiera e bellissima, la coperta che le cinge la vita sembra una gonna.

In seguito all’incidente inoltre Fida non riuscirà a portare a termine diverse gravidanze e il primo aborto, che risale al 1930, è stato raffigurato nel quadro qui sotto. Frida è sdraiata su un letto nuda, giace sul suo sangue e in una mano tiene dei fili cui sono collegati dei macabri palloncini. Uno tra questi è un feto, che incombe su di lei. L’aborto era un argomento non facile da affrontare in quegli anni e sicuramente Frida Kahlo è stata in anticipo sui tempi. Il suo coraggio è straordinario soprattutto perché l’opera tratta un episodio di vita privata.

I postumi dell’incidente in bus la perseguiranno per tutta la vita, infatti subirà  trentadue interventi chirurgici. Tuttavia fu proprio durante la lunga permanenza a letto che Frida iniziò a dipingere, ritraendo il proprio riflesso in uno specchio appeso sopra il letto.

Gli autoritratti sono sempre stati i suoi soggetti preferiti, infatti scrive all’amico Carlos Chavez: «Dato che i miei soggetti sono sempre stati le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le reazioni profonde che man mano la vita suscitava in me, ho spesso oggettivato tutto questo in autoritratti, che erano quanto di più sincero e reale potessi fare per esprimere quel che sentivo dentro e fuori di me». Molte altre artiste seguiranno il suo esempio attingendo alla propria vita e ai propri traumi per realizzare i propri quadri. Tra i numerosi autoritratti di Frida ho scelto di proporvi Autoritratto con scimmie.

06-frida-kahlo-autoritratto-con-scimmie-445x590

In un altro dipinto, Frida si ritrae con una collana di spine avente un uccellino per ciondolo. Intorno a lei svolazzano delle farfalline azzurre e dei fiori alati e posano dietro di lei una scimmia e un gatto.

frida_kahlo_self_portrait_300dpi

Nel 1928 Frida conosce Diego Rivera e nel 1929 i due si sposano. Si tratta di una relazione turbolenta, caratterizzata da tradimenti, separazioni, un breve divorzio, riconciliazioni.

Frida Khalo si spense il 13 luglio 1954, all’età di quarantasette anni, nella sua casa natale, che attualmente è un museo dedicato all’artista, che proprio in questo periodo ritrarrà dei coloratissimi e vivaci cocomeri in un cielo sereno con la scritta “Viva la vida”, per manifestare la propria gioia di vivere. Sul suo diario  lasciò inoltre una scritta provocatoria inneggiante alla vita.

E’ notevole l’impegno politico e sociale che traspare nell’opera Unos cuoantos piquetitos, in cui viene denunciato un caso di femminicidio. Il titolo è un riferimento a come l’assassino definì al processo le coltellate, “solo qualche piccola punzecchiatura”.

Le mie opere preferite di Frida Kahlo sono molto più allegre. La prima è L’abbraccio dell’amore e dell’universo, la terra, io, DIego e il signor Xòlotl, in cui Diego Riviera viene abbracciato da Frida che viene abbracciata dalla terra e da diverse divinità Messicane in un gesto molto materno e femminile. L’opera esprime una concezione femminile del creato e tratta tematiche molto profonde sull’esistenza.

Il secondo raffigura l’immagine che tutti noi vediamo quando facciamo il bagno, vale a dire la punta dei nostri piedi che affiora dall’acqua contro il marmo. Tante piccole fantasiose immagini navigano inoltre nella vasca, animando la fantasia dell’artista.

Su Internet sono disponibili svariate informazioni su Frida, io vi consiglio in particolare questa pagina di citazioni dell’artista e questa galleria.

 

FONTI

Le regine della storia dell’arte

(Articolo pubblicato nella rivista online “Are you art?”)

Scrivere una rubrica dedicata alle donne in un numero dedicato alle rivoluzioni nella storia dell’arte è impossibile perché nella nostra società patriarcale il mondo dell’arte è sempre stato dominato dagli uomini. Ciò non significa che le artiste donne siano una conquista recente in quanto i manuali di storia dell’arte menzionano diversi nomi di grandi creative del passato, tuttavia le rivoluzioni sono sempre state condotte dagli uomini, che hanno dettato le correnti e gli stili in ogni epoca sino al Novecento. Per questa ragione la mia rubrica sarà la sola a non parlare di rivoluzioni, perché le donne non hanno potuto partecipare a nessuna rivoluzione artistica. Darò invece voce a rare personalità eccezionali che hanno dovuto combattere per affermare la propria arte, sfidando i pregiudizi maschilisti della propria epoca e spesso pagandone le conseguenze. La loro rivoluzione consiste nell’aver espresso un punto di vista femminile in un mondo in cui gli artisti erano uomini e le donne dovevano accontentarsi al massimo del ruolo di musa ispiratrice.

Per secoli le donne, pur avendo accesso a lezioni di disegno e potendo realizzare delle modeste opere di disegno (spesso di piccole dimensioni e ritraendo prevalentemente tematiche proveniente dal loro ambiente famigliare), non hanno potuto praticare la professione di artista in quanto era considerato disdicevole per loro dedicarsi a tale attività a livello professionale, eppure qualche fortunata è riuscita, spesso complici anche condizioni familiari ed economiche favorevoli, a coltivare il proprio talento. Ecco dunque una carrellata delle principali regine dell’arte, corredati da link con eventuali approfondimenti.

Nel Medioevo l’arte era considerata un’attività artigianale pertanto le opere d’arte erano create per lo più dagli uomini, i soli che potevano esercitare una professione. Nei conventi tuttavia le monache si dedicavano con zelo ad attività creative coinvolgendo spesso anche le laiche, soprattutto le fanciulle che frequentavano i monasteri per la propria istruzione, che poi praticavano tali attività anche dopo aver terminato gli studi. Tali artiste erano soprattutto miniaturiste e realizzatrici di tessuti ornamentali da parete, stole, paramenti e arazzi, ad uso religioso o profano. Conosciamo anche qualche nome di queste artiste dimenticate, tra tutte ricordiamo Santa Caterina Vigri (1413-1463), che realizzò affreschi, quadri e manoscritti con miniature ed è la protettrice dei pittori. Per saperne di più, ti consiglio di cliccare sul seguente link:
http://guide.supereva.it/donne_e_arte/interventi/2010/09/donne-artiste-nel-medioevo

Nel Rinascimento le donne compaiono nella storia dell’arte per lo più nelle vesti di Muse ispiratrici al servizio di artisti uomini, ma iniziano a farsi notare nel panorama artistico europeo anche alcune pittrici. I loro nomi sono Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, la simpatica olandese Judith Leyster, Rosalba Carriera, Elizabeth Vigée Lebrun, Angelika Kauffmann, Mary Cassatt e Berthe Morisot.

sofonisba-anguissola-ragazzo-morso-dal-granchio-museo_di_capodimonte_napoli

Sifonisba Anguissola è una pittrice piacentina rinascimentale che ottenne grandi riconoscimenti in Italia e all’estero. Pochi sanno che anche le sue sorelle si dedicarono alla pittura. Rivestì un ruolo di spicco nelle corti italiane e il suo talento venne apprezzato persino da Michelangelo, che rimase profondamente colpito da Fanciullo morso da un granchio (vedi sopra). L’artista divenne ritrattista ufficiale della famiglia reale di Spagna e, quando Van Dyck le succedette in tale carica, ammise di nutrire una profonda ammirazione per Sifonisba. E’ molto interessante ciò che Wikipedia scrive sull’argomento: https://it.wikipedia.org/wiki/Sofonisba_Anguissola

gentileschi-judith-slaying-holofernes-uffizi-florence-web-art-academy

Artemisia Gentileschi è forse la più celebre artista femminile dell’età moderna, soprattutto in seguito allo stupro che subì in gioventù e che probabilmente ispirò il suo capolavoro, Giuditta che decapita Oloferne (vedi sopra). Essendo morta prematuramente sua madre, l’artista romana cresce nella bottega del padre manierista di Caravaggio (di cui assimilerà lo stile), un ambiente rigorosamente maschile, e apprende i segreti della pittura al fianco dei suoi fratelli maschi, superandoli in talento. Per apprendere ulteriori informazioni sull’artista, ti consiglio di visitare il sito web in italiano dedicato all’artista: http://www.artemisiagentileschi.net/

rosalba-carriera-xx-allegory-of-painting-xx-national-gallery-of-art

Sempre in Italia, ma questa volta a Venezia, emerge una straordinaria pittrice settecentesca, Rosalba Carriera. Realizza dei ritratti di diamine sulle tabaccherie e successivamente su avorio, un materiale che conferisce alle pitture straordinaria lucentezza e che Rosalba utilizza per prima. Un’altra innovazione apportata dalla Carriera nel mondo della pittura riguarda l’utilizzo dello stile veneziano nella realizzazione di miniature. Sopra potete ammirare Allegory of painting.Ecco una pagina contenente tutte le informazioni da sapere su questa artista poco conosciuta: http://www.finestresullarte.info/Puntate/2012/18-rosalba-carriera.php#cookie-ok

autoritratto-angelica1

Angelica Kaufmann, di cui sopra potete ammirare Autoritratto, è una pittrice Svizzera dello stesso secolo che ha potuto avvalersi del supporto del padre nella propria formazione culturale; nel corso della propria carriera artistica si dedica anche alla musica e al canto; è l’unica donna tra i fondatori della Royal Academy of Arts. Era specializzata nella ritrattistica, nei soggetti storici e nelle incisioni. La sola pagina che sono riuscita a trovare dedicata all’artista appartiene a Wikipedia, ecco il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Angelika_Kauffmann

berthe_morisot_002

Berthe Morisot, nata nel 1841, è una pittrice impressionista francese che, a causa dei pregiudizi dell’epoca, ha difficoltà a dipingere all’aperto o in luoghi pubblici come i propri colleghi maschi. L’artista ripiega dunque su scene domestiche e di interni, privilegiando come soggetti altre donne come lei, di cui effettuava nei dipinti una profonda analisi interiore. Può essere interessante leggere ciò che dice di lei Settemuse.it, dai cui abbiamo tratto l’opera che vedete sopra: http://www.settemuse.it/pittori_scultori_europei/berthe_morisot.htm

Per ultimo citiamo due grandi artiste del Novecento che sono diventate due icone non solo per la loro arte straordinaria, ma anche per aver contribuito all’emancipazione femminile con le loro scelte di vita libere, determinate e anticonformiste.

tamara-de-lempicka-autoritratto-nella-bugatti-verde

Tamara de Lempicka appartiene alla corrente artistica dell’Art Déco molto apprezzata negli anni Venti. Tutti noi la conosciamo soprattutto per L’autoritratto nella Bugatti verde, in cui si raffigura al volante dell’automobile, indossando abiti maschili (erano gli anni in cui le donne iniziavano a far sentire la propria voce) è guardando in lontananza con uno sguardo serio ma terribilmente sensuale. Tamara è un eccellente ritrattista che ama rappresentare soprattutto i suoi amanti, sia uomini sia donne. Meritano di essere menzionate le tele che dedica Rafaela Fano, una delle donne più importanti della sua vita sia in qualità di amante, sia in qualità di musa ispiratrice. L’arte di Tamara è celebre tanto quanto i pettegolezzi sulla sua vita amorosa, si pensi che abbia flirtato in modo piuttosto turbolento con il nostro D’Annunzio. Vi propongo una piacevole carrellata di immagini a ritmo di musica: https://www.youtube.com/watch?v=UxiUn3ELu_g

frida_kahlo_self_portrait_300dpi

Frida Khalo (1907-1954) è forse l’artista femminile più nota al mondo: la sua notevole forza d’animo le ha permesso di affrontare dei gravi problemi di salute, dovuti anche ad un tragico incidente a bordo di un bus, con un’invidiabile vitalità, che traspare nelle tinte vivaci delle sue opere. Frida si dedica soprattutto all’autoritratto, proponendo un’immagine di sé svincolata dal punto di vista maschile e caratterizzato da un’estrema onestà, soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione dei difetti fisici e degli effetti dei propri problemi di salute. Oltre al tema della femminilità, troviamo nelle opere di Frida anche l’amore per il proprio paese e per il folclore messicano. Il seguente link vi permetterà di scoprire tutti i segreti sulla vita di Frida: http://www.mexicoart.it/Ita/kahlo.htm

La lunga lista di artiste proseguirebbe con altre esponenti a noi contemporanee, che preferiamo non citare in questo articolo in quanto operano in un ambiente più aperto e sensibile nei confronti dell’arte femminile grazie all’accesso per le donne all’istruzione e ad una maggiore attenzione alla loro voce nel mondo dell’arte. Questa rubrica ha intenzione di approfondire nei prossimi numeri l’opera delle grandi artiste del passato e del presente, perciò offriremo in futuro uno spazio più ampio sia alle artiste che abbiamo menzionato sia ad altre intellettuali.

 

FONTI: