“La duchessa” e la triste situazione delle donne nel settecento

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La duchessa è un film del 2008 che racconta la discriminazione e la violazione dei diritti umani subita dalle donne nel Settecento. L’opera è stata nominata agli Oscar 2009 per i migliori costumi e la migliore scenografia, vincendo l’ambita statuetta dorata per la prima categoria. L’unico difetto della pellicola è che si rivolge ad un pubblico solamente femminile, evitando di coinvolgere gli uomini nel dibattito sui diritti delle donne.

Il film è la trasposizione cinematografica di Georgiana, biografia di Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, scritta da Amanda Foreman. Georgiana, simpaticamente chiamata G dai suoi cari, viene data in sposa a diciassette anni al severo e anaffettivo duca di Devonshire. L’uomo è disinteressato a lei come persona, tutto ciò che chiede è un erede maschio e obbedienza. Georgiana diventa una personalità molto apprezzata tra i nobili inglesi e ottiene molti successi in politica schierandosi con i Whing, purtroppo l’erede tarda ad arrivare in quanto nascono due bambine e il conte tradisce ripetutamente la protagonista. La giovane diventa molto amica di Bess, una donna percossa e poi cacciata dal marito che ha perso ogni diritto di frequentare i suoi figli. Bess diventa l’amante del conte e ottiene da lui la facoltà di vivere con i propri ragazzi: G inizialmente soffre molto per il tradimento, in seguito comprende che i due si amano e accetta la loro relazione. Il conte continuerà a stuprare la protagonista per ottenere il tanto desiderato erede maschio, sino all’effettiva nascita del bambino.

Quando G si innamora del giovane politico dei Whing Gray, resta incinta e decide di andare a vivere con lui, non ottiene il benestare dal marito che la ricatta: se la giovane vuole continuare a crescere i propri figli, dovrà cessare di frequentare Gray e lasciare a lui la piccola che porta in grembo. L’amore di madre vince l’amore sentimentale, perciò G decide di restare con il conte, accettando di frequentare la figlia illegittima solamente durante delle brevi visite. Bess, che non è affatto un personaggio negativo come potrebbe sembrare inizialmente, appoggia alla protagonista: la aiuta a intrattenere una relazione clandestina con Gray e la assiste durante la gravidanza illegittima.

Il film è drammatico, tragico, triste e malinconico, l’atmosfera è claustrofobica come la sofferta vita di G. Il ritmo è moderatamente lento: non ci sono scene d’azione, i dialoghi sono la colonna portante. Tutto ciò è condito da una colonna sonora discreta ma efficace nel ricreare un’atmosfera struggente, tipica dei romanzi rosa tristi e travagliati, che si rivolgono prevalentemente ad un pubblico femminile. Non vogliamo criticare a prescindere il genere del film in quanto è giusto che le persone che adorano piangere davanti al grande schermo siano accontentate, tuttavia sarebbe utile che la questione dei diritti delle donne sia proposta anche agli uomini, magari trattando temi che potrebbero piacere ad entrambi i sessi. Per esempio, svolge un ruolo piuttosto importante nel film la politica, tuttavia dei Whing apprendiamo solamente che lottavano per un non meglio precisato concetto di “libertà“; sarebbe stato interessante approfondire la storia dei partiti politici inglesi del Settecento. Sarebbe stato inoltre interessante inserire in alcune scene delle usanze tipiche settecentesche, invece i comportamenti dei personaggi sono piuttosto simili ai nostri.

La protagonista è inoltre una donna perfetta, priva di difetti: giovane, bellissima, determinata, spavalda, carismatica, vincente, con una passione, secondo i canoni dell’epoca tipicamente maschile, come la politica. Il ruolo è stato assegnato ad una celebrità del calibro di Keira Christina Knightley, che ha interpretato protagoniste con una personalità simile (anzi, identica) in altri film, molto spesso in costume come in La duchessa: dopo essersi conquistata l’affetto del pubblico nel 2002 in Sognando Beckham quando era ancora una ragazzina, l’anno seguente ha ottenuto il suo primo grande successo nel primo capitolo dei Pirati dei Caraibi; nel 2005 ha interpretato Elizabeth Bennet in Orgoglio e pregiudizio; nel 2008 ha vinto degli importanti riconoscimenti per Espiazione;  nel 2012 recita in Anna Karenina; nel 2014 escono Tutto può cambiare e The Imitation Game; nel 2016 infine è il turno di Collateral Beauty. La profonda sofferenza della protagonista non viene trasmessa mediante i dialoghi, ma attraverso struggenti primi piani del viso disperato della protagonista; il volto di Keira è estremamente espressivo, riesce a esprimere contemporaneamente determinazione, ribellione, fragilità e dolore. Il solo problema del personaggio di G è un eccessiva perfezione: analizzando la trama, non si troverà un solo difetto nella protagonista, fatta eccezione per una irrimediabile sfortuna che la condanna ad una vita di sofferenza. Si tratta del personaggio ideale per far scattare nella mente delle spettatrici un meccanismo di identificazione, infatti una giovane donna che guarda il film desidera ardentemente di assomigliare a Georgiana, ma al tempo stesso si sente fortunata a non essere lei in quanto, vivendo nel XXI secolo, non subirà mai analoghe ingiustizie. E’ sempre meglio diffidare dei modelli di perfezione: i personaggi ordinari sono più simpatici ed evitano di provocare un senso di inadeguatezza nelle giovani donne.

Anche il personaggio del conte è poco approfondito: le crudeli scelte dell’antagonista infatti non sono solo dettate dal costume dell’epoca, ma anche da un’incapacità di provare empatia, interesse e affetto per i propri simili. Ma cosa ha portato il conte ad essere così? Inoltre nessuno è un concentrato di puro odio e malvagità, ma il conte non sembra possedere alcuna caratteristica positiva a parte la sua passione per i cani oppure, nell’ultima scena, quando confida a Georgiana di invidiare i propri figli poiché, in quanto bambini, possono vivere spensieratamente. Ne risulta un antagonista superficiale, un orco che sembra provenire da una favola anzichè da una storia realmente accaduta, privo di cedimenti o debolezze umani e creato appositamente per risultare odioso, senza approfondire il punto di vista maschile nella rigorosa e soffocante società Settecentesca.

Infine è doveroso ricordare che, rispetto alla biografia, abbondano le imprecisioni storiche, che piegano la realtà in favore della tragedia. Il pubblico dovrebbe essere educato all’amore per la storia, anzichè ai drammi rosa, soprattutto considerando che la biografia di Georgiana non necessita di essere modificata per risultare avvincente.

Il risultato è un film leggero, ideale per strappare qualche lacrima ad una casalinga, ma privo di profondità. I costumi e le scenografie, apprezzati durante la premiazione degli Oscar 2009, sono realistici ed efficaci, ma non è il caso di spingersi oltre nelle lodi della pellicola. Quando i film sulle problematiche femminili si rivolgeranno anche agli uomini, forse avremo fatto un passo avanti verso la parità dei generi.

 

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Il corpo violato in “La pelle che abito”

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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La pelle che abito (2011) è una storia di violazione del corpo che ha effetti sconvolgenti sulla persona. Pedro Almodòvar si è dimostrato un regista elegante ma anche grottesco, la sceneggiatura è un po’ irrealistica per la singolarità dei temi trattati ma estremamente suggestiva e in grado di turbare profondamente lo spettatore.

Il protagonista è un cupo ed elegantissimo Antonio Banderas nei panni di un chirurgo plastico spagnolo che ha perso tragicamente due volte la propria moglie: prima la donna è rimasta terribilmente ustionata in un incidente d’auto, poi si è suicidata quando non è riuscita a sopportare il suo nuovo orribile aspetto. Il film racconta dunque come la rovina del corpo può portare a uno shock tale da indurre al suicidio. Il corpo dell’attrice è stato sapientemente truccato per realizzare le cicatrici delle ustioni, il cranio rasato e la carnagione resa marroncina. Il protagonista si occupa di trapianti di volto e racconta in una scena quanto sia importante per un uomo avere un volto e un’identità, sia pure il viso di un cadavere.

Il fratellastro di tale personaggio, un criminale mentalmente instabile, vorrebbe mutare il proprio aspetto per un’altra ragione: scampare alla prigione e vivere una nuova vita. In questo caso il cambiamento della propria corporeità offre la possibilità di una rinascita, ma fortunatamente un simile progetto non verrà mai attuato poiché il personaggio morirà prima di poterlo realizzare.

Le tragedie famigliari per il chirurgo plastico non sono terminate in quanto la figlioletta psicologicamente instabile, Norma, peggiorerà drasticamente sino al suicidio in seguito a uno stupro. La violenza viene rappresentata magistralmente dal volto terrorizzato dell’attrice e dalla contrazione delle sue membra per la sofferenza, lo spettatore prova un forte sgomento e disagio proprio grazie alla straordinaria abilità recitativa degli attori, mentre la musica di sottofondo soffusa e raffinata si mantiene in disparte, senza partecipare alla creazione di pathos.

Il protagonista rapisce Vincent, lo stupratore della figlia e commette un abominio degno del Frankenstein di Mary Shelley: mediante la chirurgia plastica, lo trasforma nella sua defunta moglie. Vincent si ritroverà dunque a vivere in un corpo che non gli appartiene, la sua identità risulterà così profondamente mutata e assumerà il nome di Vera. Il film non si sofferma sul disagio psicologico che un simile trauma può comportare e sicuramente questa è una grave mancanza degli sceneggiatori, Vincent invece dimostra di possedere uno straordinario istinto di sopravvivenza e una determinazione notevole. La trasformazione, invece di danneggiarlo, lo migliora, in quanto Vera risulta più sensibile e rispettosa delle altre persone rispetto a Vincent.

Vera verrà stuprata dal fratellastro del protagonista, e anche in questo caso la recitazione dell’attrice è fondamentale per trasmettere la gravità dell’atto. Le espressioni del viso sono più composte e silenziose rispetto a quelle di Norma, tuttavia trasmettono una sofferenza profonda. Anche in questo caso l’atto sessuale è rappresentato in tutto il suo squallore, la corporeità della vittima e del suo carnefice sono in mostra per condannare ogni forma di violenza sessuale.

Il chirurgo plastico si innamora di Vera, ma si tratta di un amore malato e possessivo, l’amore di un carceriere ossessionato dalla propria prigioniera. Il protagonista vorrebbe coronare il proprio amore per lei con un rapporto sessuale, ma Vera non riesce a congiungersi con lui perché non è nella sua natura amare un uomo, men che meno colui che ha violato la sua identità. Corpo e anima sono indissolubilmente uniti, non è sufficiente un’operazione chirurgica per mutare la personalità di un individuo e un volto da donna non può mutare la natura di Vincent.

Il protagonista ha dotato Vincent di una pelle resistentissima mutata geneticamente, realizzata in onore della moglie ustionata. Il film affronta, seppure come argomento marginale, il tema della bioetica e degli esperimenti sugli esseri umani. Non vengono avanzate argomentazioni mediante le parole dei personaggi in favore di una scienza rispettosa della dignità umana, il regista però suscita l’orrore negli spettatori mediante una storia drammatica e scene suggestive.

Durante i giorni di prigionia, Vera si dedica ad attività che riguardano la corporeità. Innanzi tutto si dedica allo yoga per trovare un luogo sicuro dentro di sé in cui evadere da ciò che le succede intorno: anche in questo caso si racconta come corpo e anima siano in simbiosi, in particolare la tutina aderente color carne indossata dalla ragazza sottolinea gli aggraziati movimenti del corpo nella meditazione. Vera inoltre si dedica alla scultura, realizzando busti umani ricoperti da strisce di stoffa color carne, mostrando come il tema della corporeità possa essere affrontato anche dall’arte. Come reazione di rifiuto per il proprio nuovo corpo, Vera distrugge i vestiti femminili che il chirurgo plastico le ha donato.

Nonostante questo i vestiti hanno svolto un ruolo importante nella vita di Vincent in quanto il ragazzo lavorava nel negozio di abbigliamento femminile di sua madre. Il corpo dunque non può subire solo violenza, ma può anche essere abbellito, curato e amato.

Il film racconta il controllo dell’identità di una persona attraverso il corpo e la violenza fisica e psicologica che una persona può subire. Nessun commento moralistico, viene solamente portato in scena l’orrore della sopraffazione e della perdita del controllo di sé in seguito ad un abuso. Gli unici innocenti, la moglie e la figlia del protagonista, muoiono; tutti gli altri hanno violato qualcuno sino a pagarne le conseguenze.

Il sessismo ad Hollywook

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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E’ difficile parlare di sessismo sul grande schermo, Internet abbonda di pareri contrastanti e così numerosi che è difficile trarre delle conclusioni, ma indubbiamente Hollywood discrimina le donne.

Nell’ormai lontano 1985 la fumettista Allison Bechdel realizzò una tavola per denunciare il sessismo nel cinema, creando il celeberrimo Bechdel Test. Per misurare la presenza e l’importanza delle donne nei film, bisogna porsi tre semplici domande. Ci sono almeno due donne con ruoli importanti nel film? Le due donne parlano tra loro? Conversano su qualcosa che non riguardi un uomo? Se si può rispondere affermativamente a tutte e tre le domande, allora il film non è sessista. Molte delle pellicole più amate nella storia del cinema non superano il test, tra queste citiamo Harry Potter, Star Wars, Pulp Fiction; il principale film ad aver passato l’esame negli anni Ottanta è Alien, ma ultimamente sono comparsi anche dei grandi successi come The Hunger Games, The Iron Lady, Frozen e Savages.

Non tutti ritengono che il test sia valido, per esempio il critico cinematografico svedese Hynek Pallas lo giudica inutile e fazioso: “Ci sono fin troppi film che passano il Bechdel Test e non aiutano affatto la società ad essere migliore o più paritaria e altrettanti film che non lo passano ma sono meravigliosi su tanti altri fronti”. E come classificare le opere come Gravity? La trama prevede che un uomo e una donna nuotino soli nello spazio, non è possibile sottoporre il film al test. Infine i film storici, in cui la donna tenderà a ricoprire un ruolo subalterno perché nell’epoca dei fatti sarebbe stata effettivamente discriminata, non supererebbero l’esame.

Un altro criterio per giudicare l’importanza delle donne al cinema è misurare il numero di battute riservate ai personaggi appartenenti a tale genere. La Disney ha avuto un andamento altalenante: Biancaneve prevede un perfetto equilibrio di battute tra i due sessi, ma in Aladin, capolavoro più recente, la bella Jasmin pronuncia solo il 10 percento delle battute; con Brave si è verificato un recupero perché la protagonista ha il 75 percento delle battute. Forse tale criterio non è affidabile.

Secondo un altro metro, si dovrebbero prendere in considerazione le tipologie di complimenti che i personaggi femminili ricevono. Per quanto riguarda la Disney, i primi lungometraggi prevedevano apprezzamenti solo sull’aspetto fisico per le fanciulle, durante il Rinascimento Disney invece sono aumentate le critiche positive sulle capacità e le azioni delle principesse. Nelle ultime pellicole gli stereotipi femminili vengono ribaltati, pertanto le protagoniste sono apprezzate anche per qualità non tipicamente femminili. Sicuramente nel corso degli anni c’è stato un miglioramento da questo punto di vista.

Per quanto riguarda le aspettative di carriera per una donna nel mondo del cinema, Hollywood è sessista: dal 1960 al 2012, solo 4 film con una protagonista donna e prospettiva femminile hanno vinto l’Oscar, la prima regista a vincere il riconoscimento ha inoltre ritirato la statuetta nel 2009, mentre sino al 2012 le registe nominate all’ambito premio sono quattro. Andando al cinema, si incontreranno più film con protagonisti maschili e nel 2012 solo il 16% dei protagonisti sono donne tra tutti i lungometraggi realizzati. I film con protagonisti maschili non solo sono maggiori di numero, ma sono anche più celebrati dagli ascolti e dalla critica e presto scopriremo insieme il motivo. Ma proseguiamo con i numeri: nel 2012 i votanti all’Academy hanno 62 anni d’età media, sono per il 94% bianchi e uomini per il 77%; nello stesso anno il 98% dei film candidati all’Oscar sono stati diretti da uomini, l’84% sono stati scritti da uomini e il 70% hanno un maschio come protagonista. Purtroppo le donne non hanno problemi ad identificarsi in un protagonista maschio, mentre gli uomini farebbero fatica ad appassionarsi alle avventure di un’eroina, secondo una credenza diffusa: per questo motivo Hollywood, affezionato al pubblico maschile, predilige personaggi e artisti uomini.

Anche quando si parla di donne protagoniste, le fanciulle in questione sono sempre giovani, magre, attraenti e, soprattutto, bianche. Negli anni Novanta c’è stato un leggero aumento di donne protagoniste e soprattutto di attrici non caucasiche, ma la percentuale è scesa nel decennio successivo. Queste donne protagoniste sono le regine incontrastate dei film Chick-Flick, un termine denigratorio che indica tutte quelle pellicole rivolte ad un pubblico femminile che trattano temi molto romantici e zuccherosi. Fortunatamente, oggi giorno molte di tali opere sono diventate inguardabili e vengono considerate il trionfo degli stereotipi. Le eroine di tali film sono, per esempio, la manager autoritaria e esigente che ha consacrato la propria vita al successo, che eventualmente rinuncerà alla carriera per l’amore, oppure la sciatta che si trasforma in una prima donna affascinante e bellissima, ma fa innamorare il proprio uomo per le proprie qualità interiori.

Le storie d’amore sono commedie melense e banali: due persone che si odiano ma finiscono per amarsi, si frequentano per scommessa per poi trasformarsi in una coppia stabile, qualcuno che finge di essere diverso comprendendo solo dopo che il segreto del successo è essere se stessi, oppure lei muore, ma sacrificandosi cambia in meglio l’uomo che ama. Naturalmente non tutti i film del genere sono spazzatura: Harry ti ripresento Sally è un capolavoro, Thelma & Louise è addirittura un lungometraggio femminista; purtroppo la maggior parte di tali opere sono assolutamente stereotipate e prive di spessore. Il problema non è l’esistenza in sé di film appartenenti a tale categoria, purtroppo però le donne compaiono solamente in tale genere, come se a loro interessasse solo trovare l’amore.

Ci sarebbero poi le protagoniste degli action movie, da Kill Bill a Tomb Raider o Wonder Woman, ma si tratta di prodotti rivolti ad un pubblico maschile, perché la donna bellissima che interpreta tali ruoli è fortemente sessualizzata. Per quale motivo una donna sentirebbe il bisogno di indossare completini sexy in una situazione in cui ci si deve sporcare le mani come un combattimento?

“Suffragette”, la lotta per i diritti civili delle donne.

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Suffragette

Suffragette è un film del 2015 della regista Sarah Gavron e della sceneggiatrice Abi Morgan, che racconta la lotta delle donne per il diritto di voto nei primi anni del Novecento. Il tema principale sono naturalmente i diritti civili delle donne, ma vengono trattati anche argomenti altrettanto importanti come il lavoro minorile, i diritti dei carcerati, dei lavoratori e quelli dei manifestanti. Alcune scene del film sono state girate nel Palazzo di Westminster, sede del Parlamento del Regno Unito.

La vicenda è ambientata a Londra nel 1912, la protagonista è Maud Watts (Carey Mulligan) che lavora in una lavanderia da quando aveva sette anni in condizioni di sfruttamento, abuso e rischio per la salute. Dipingendo un ritratto della situazione dei lavoratori nelle lavanderie londinesi e la giovanissima età di alcune dipendenti, il film parla dei diritti dei lavoratori e dei bambini. Nonostante la povertà e la difficile condizione sociale, la protagonista si è guadagnata un ruolo di tutto rispetto nella lavanderia e si è sposata con Sonny, con il quale ha avuto il piccolo George.

Maud entra in contatto con le suffragette sul luogo di lavoro e gradualmente si appassiona alla lotta delle femministe, soprattutto grazie alla collega Violet. Maud si avvicina al femminismo al fianco di Edith Ellyn (interpretata dalla bellissima e celebre Helena Bonham Carter), una farmacista locale che gestisce con il marito una base segreta delle suffragette, e Alice, un’attivista dell’alta borghesia. La lotta per i diritti delle donne si è svolta attraverso azioni aggressive da parte di entrambe le fazioni: le femministe hanno dovuto intraprendere azioni radicali e violente di disobbedienza civile perché era l’unico modo per ottenere l’attenzione dello stato, le autorità hanno attuato una politica di repressione che violava i diritti fondamentali dell’uomo. La polizia ha per esempio attaccato le manifestanti indifese, le detenute in prigione vengono sottoposte a torture. La società inoltre isola e diffama le suffragette, infatti Maud perderà il figlio e il lavoro per i propri ideali.

Ciò che colpisce non sono solo le leggi incivili che limitavano la libertà delle donne, ma anche la mentalità con cui i mariti si approcciavano alle consorti: un uomo si sente in dovere non solo di difendere la moglie, ma anche di decidere circa tutto ciò che riguarda la sua vita, perciò il marito di Edith si sente legittimato a rinchiudere la farmacista in un armadio per impedirle di partecipare ad un’azione politica, come se la donna fosse una sua proprietà. Un marito ha inoltre il diritto di cacciare la moglie di casa se lo desidera e di privarla del figlio, su cui una madre non può esercitare alcun diritto.

Le suffragette al cinema sono state rappresentate soprattutto nel film di Mary Poppins, perciò i più le associano all’immagine che tale film diffonde di loro, dipingendole come delle simpatiche borghesi che si riuniscono per bere il tè e sfilano sorridenti per le strade di Londra. In verità le suffragette erano misere operaie sfruttate e abusate, che non avevano nulla da perdere e pertanto erano disposte a tutto per affermare i propri diritti; il film racconta egregiamente la reale condizione di queste eroine della storia. Abi Morgan scava nei diari e negli archivi alla ricerca di donne e ragazze che hanno rinunciato alla propria posizione sociale per la lotta, oppure di persone come Emily Davison, che ha sacrificato la propria vita sotto il cavallo di re Giorgio V per attirare l’attenzione dei media (alcuni tuttavia sospettano che, differentemente da quanto racconta il film, la morte della donna sia stato un incidente, perchè nella tasca del suo cappotto era presente un biglietto per tornare a casa). Emily Davison è un personaggio del film, al termine del quale compaiono alcune scene del suo funerale. La sceneggiatrice si racconta, rivelando alcune preziose informazioni sulla ricerca che ha preceduto la scrittura dell’opera: “Non c’erano molti documenti scritti dalle suffragette perché la maggior parte di loro erano analfabete e non avevano nemmeno il tempo per imparare a scrivere”.

Nella storia di Maud compaiono dei personaggi storici: la professionista di arti marziali Edith Garrud, che nel 1913 organizzò dei corsi simpaticamente chiamati suffrajitsu per insegnare alle suffragette a difendersi con il jujitsu dai poliziotti, fusa con il personaggio di un’altra femminista realmente esistita, Edith New, una delle prime a compiere atti di disobbedienza civile. Compare inoltre Emmeline Pankhurst, interpretata dalla divina Meryl Streep anche se si tratta di un ruolo secondario, fondatrice nel 1903 e leader del WSPU e una delle più note e importanti figure del movimento suffragista. Le due donne sono state interpretate da due star del cinema pur non essendo le protagoniste e compaiono sulla locandina del film; probabilmente le autrici hanno voluto mettere in risalto tali personaggi proprio attraverso la scelta di attrici illustri.

Il film termina con l’elenco delle date in cui tutti gli stati del mondo hanno adottato il suffragio universale maschile e femminile.

Libertà, non emancipazione. Intervista a Rosaria Guacci della Libreria delle donne

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso Lo Sbuffo.

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Possono le donne perseguire i propri obiettivi in assoluta libertà e aiutandosi a vicenda? Rosaria Guacci è un’energica e carismatica colonna portante della Libreria delle donne, storica cooperativa femminista di Milano. Nata come editor, è stata insegnante, pubblicista e scrittrice, inoltre si è dedicata all’attività di collaboratrice alla radio per trent’anni, per il programma Ciao Belle che si occupava di libri scritti da donne. Rosaria ci accoglie calorosamente nella sede della libreria per rispondere ad alcune nostre domande.

Cos’è la Libreria delle donne e com’è organizzata?

La Libreria delle donne è una cooperativa che si occupa di diversi progetti, ha intenti politici ed è stata fondata nel ‘75 per la libertà delle donne. Abbiamo solo due dipendenti stipendiate al mattino, le restanti sono tutte volontarie. Io ho due turni e, avendo esperienza nel ramo della letteratura, mi occupo di letteratura italiana e autrici donne. Nello specifico mi dedico a presentazioni di libri e di letteratura italiana proprio perché ho curato e scritto opere su scrittrici italiane. Di tutte le organizzazioni che nacquero intorno al 1975, resistettero soltanto la Libreria delle donne e la casa editrice La Tartaruga, che ora è una collana ma che all’epoca pubblicò Le tre ghinee di Virginia Woolf. Le altre librerie delle donne, comprese alcune case editrici al femminile, chiusero. Una importante era Le edizioni delle donne di Roma.

Chi sono i membri della Libreria?

Tra le fondatrici della libreria menzioniamo Lia Cigarini, Luisa Muraro, Giordana Masotto e Silvia Mott. Io ho fondato a Parma la Biblioteca delle donne e mi sono unita successivamente alla Libreria delle donne di Milano, perciò non appartengo alle fondatrici. Sono arrivata a Milano nel 1983, la mia presenza era discontinua perché volevo partecipare alle attività politiche e letterarie della città. La libreria accoglie inoltre altre donne, che si dedicano a turni volontari presso la sede e partecipano alle discussioni. Il gruppo Estia, infine, si dedica alla cucina.

Rosaria Guacci ci offre poi un foglio politico, distribuito dalla Libreria. Lo sfogliamo con curiosità.

Si chiama Sottosopra, è nato come foglio di movimento negli anni Settanta e viene pubblicato ancora oggi, quando la libreria deve prendere posizione e affermare il proprio pensiero. Nell’ultimo numero per esempio Lia Cigarini si occupa del movimento Me Too, Luisa Muraro della Gpa (Gestazione per altri), Giordana Masotto scrive di lavoro e Alessandra Bocchetti si schiera contro la legalizzazione della prostituzione.

Cos’è il femminismo secondo la Libreria?

Il femminismo permette alle donne di essere libere, non emancipate. Emancipazione significa per esempio fare carriera, la libertà è invece la facoltà di scegliere a quale attività dedicarsi. Un altro concetto importante è la relazione tra le donne, è molto importante “fare squadra” per vincere grazie all’aiuto delle altre nei campi ai quali una donna vuole dedicarsi in ogni aspetto della sua esistenza. Relazioni al femminile e libertà sono due punti cardini del femminismo.

Com’è percepito il femminismo in Italia?

Ci sono stati molti cambiamenti e attualmente non esiste un femminismo solo. Milano si distingue come centro teorico italiano ed europeo. La differenza sessuale è un’idea portante per la libreria, noi approviamo quello che sostiene la francese Luce Irigaray in Speculum. L’altra donna. In Italia la fondatrice di tale teoria è Luisa Muraro. Per quanto riguarda la differenza sessuale, ma non tutte le femministe sono d’accordo. Per quanto riguarda la gestazione per altri, la libreria è contraria, mentre la posizione di alcune donne di Roma è più mediata. Non esiste un femminismo unitario in Italia ma più femminismi, ci sono delle discordanze anziché unitarietà. La libreria delle donne è tuttavia la guida più potente ed importante.

Com’è cambiato il femminismo negli ultimi decenni?

Noi rifiutiamo il concetto di ondate di femminismo, a questo proposito si è tenuta una riunione in via Dogana. Lia Cigarini e le altre pensano ad una maturazione del femminismo meno schematica e più fluida.

Qual è il vostro rapporto con i Millennials?

Ti espongo il mio parere personale, ma sarebbe interessante ascoltare anche ciò che pensano le altre. I ragazzi di oggi o ci ignorano o sono interessati alle femministe fondative, qui in libreria potrebbero trovare molte informazioni al riguardo. Lia Cigarini proviene da Demau, Demistificazione autorità patriarcale e ha collaborato con Daniela Pellegrini. Carla Lonzi di Rivolta infine era una critica d’arte che, ad un certo punto della sua carriera, decise di smettere di fare l’ancella del maschile. E’ colei che ha fondato l’autocoscienza, vale a dire il concetto per cui bisogna partire da sé per fare politica. Fu la compagna dello scultore Pietro Consagra, ma ad un certo punto decise di non volere dedicarsi al pensiero degli uomini occupandosi di critica d’arte, fondò così un gruppo di donne di ogni estrazione sociale per interrogarsi non sul mondo degli uomini, ma su chi sono veramente le donne.

Che progetti ha la Libreria per il futuro?

La libreria vorrebbe avvicinare le giovani donne perché sono necessarie delle eredi. Attualmente le donne che si occupano del sito internet, delle cinquantenni, sono le nostre ereditiere. E’ necessario tenere duro sui punti forti politici e creare una generazione che in fondo esiste già. Mentre si sta svolgendo questa intervista, per esempio, la nostra sede sta accogliendo un gruppo femminista del liceo.

In che rapporto siete con gli uomini?

Ammettiamo la relazione con gli uomini, infatti non siamo separatiste. Gli uomini secondo noi possono essere femministi, ma altri gruppi, come le Rad Fem di impronta americana, contestano che si possa parlare con gli uomini. La libreria ha organizzato due riunioni sugli uomini e crede che si possa comunicare con loro.

In effetti, nella sede della libreria è presente anche un uomo, che ci saluta cordialmente.  Le chiedo cosa ne pensa la Libreria dell’uguaglianza tra uomo e donna.

Il femminismo non è uguaglianza tra uomo e donna perché la mente e il corpo di maschi e femmine sono diversi. La libreria si concentra sul concetto di libertà, ma la differenza è dentro di noi. Diventare uguali agli uomini sarebbe un traguardo tipico dell’emancipazione, un valore che non approviamo perché noi vogliamo vincere le sfide della vita, con le altre, nella diversità.

E i trans e le trans dove si inseriscono in questo dibattito?

Noi dialoghiamo molto con le donne trans, ma interloquiamo senza sostituirci a loro. Per approfondire la questione, ti consiglio di analizzare il dibattito tra la Gandini e la Gramolini di Arcilesbica.

E come si fa a vincere insieme alle altre?

Si può vincere seguendo la teoria dell’affidamento, chiedendo aiuto ad una donna più brava per realizzarsi attraverso un rapporto di scambio. E’ un’idea nata tra le donne, che tuttavia hanno dovuto imparare tale concetto, mentre gli uomini lo praticano da sempre. Il patriarcato ha diviso le donne che ora si sono unite per vincere, ma la loro unione è il risultato di lotte.

Quali letture consiglieresti per approfondire le vostre teorie?

Le madri di tutte noi è un catalogo giallo sulle scrittrici considerate le nostre madri politiche, inoltre ti consiglio di leggere assolutamente Non credere di avere dei diritti,dell’autore collettivo Libreria delle donne. E’ molto importante infine L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro. Nel libro si sostiene che è la madre che ti da la vita,  perciò è giusto scegliere di imporre il suo ordine al mondo. Luisa Muraro ha teorizzato tutto ciò non da sola, ma il libro naturalmente è firmato da lei. Non si tratta di matriarcato, ma di fare squadra, di vivere seguendo criteri materni. Noi non vogliamo il matriarcato perché si tratterebbe di imporre un contropotere e noi non siamo in lotta con gli uomini. Non si vogliono né morti nè feriti, si dialoga rimanendo vivi. Ma oggi, nonostante il patriarcato soggettivamente (in altre parole, dentro di noi) sia morto, sentiamo fortissimi i suoi colpi di coda. L’ordine dei padri stenta a venire meno.

In che direzione stanno andando le donne? Qual è il nostro futuro?

E’ duro. Noi pensavamo di stare vincendo. Ad esempio la Lombardia era una regione con più donne al lavoro degli uomini, le lavoratrici erano pagate tanto quanto i colleghi maschi. Ora i tempi sono bui. Noi personalmente siamo contrarie alla legge Pillon, per cui le donne che hanno subito violenza devono sopportare il marito. I bambini sono affidati sia alla madre sia al padre violento e tutto ciò è lesivo sia per le donne sia per i bambini. La libertà delle donne è sotto attacco e noi abbiamo bisogno delle donne giovani per risollevarci.

Certamente è impossibile riassumere il femminismo in poche domande, pertanto questa intervista vorrebbe essere un invito ad approfondire tali tematiche per avere una solida opinione personale al riguardo. Abbiamo salutato Rosaria Guacci con più dubbi che risposte perché il femminismo è una realtà veramente complessa e, come l’intervistata stessa ha affermato, la Libreria delle donne è la voce più autorevole del femminismo italiano, ma naturalmente non l’unica.

La discriminazione delle donne nella musica classica

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Bach, Mozart, Beethoven, Vivaldi, Verdi. I più celebri compositori delle epoche e delle correnti più diverse hanno una sola cosa in comune: sono tutti uomini, solo agli esperti musicologi verrà in mente il nome di una compositrice donna. Eppure le fanciulle di buona famiglia conoscevano la musica, imparavano a cantare e suonare qualche strumento, possibile che nessuna di loro sapesse comporre e possibile che non sia mai nata un genio musicale donna? Studiando tomi polverosi di storia della musica si scopre che le donne musiciste e compositrici sono esistite e hanno prodotto opere di valore.

Il ritardo della comparsa della donna nel mondo della musica è indubbiamente dovuto alla discriminazione femminile e al ruolo subalterno che rivestivano nella società. Come potevano le donne eguagliare gli uomini se erano relegate nel ruolo di madre e di angelo del focolare domestico? E’ tuttavia indubbio che, anche dopo l’emancipazione femminile, nessuno ha pensato di proporre al grande pubblico le opere delle compositrici, che restano sconosciute anche agli uomini di cultura medio-alta. Daniela Domenici ha raccolto in Note di donne, musiciste italiane dal 1542 al 1833 le vite di numerose musiciste italiane. “Ho trovato la biografia online della maggior parte delle compositrici scritta in inglese e non in italiano, come mi sarei aspettata data la loro nazionalità”. Anche se nulla sembra vietare alle donne di raggiungere il successo nel mondo dell’arte, continuano ad essere oscurate dagli uomini.

Nella raccolta viene menzionata Maddalena Casulana, vissuta nel tardo Rinascimento, prima donna ad aver pubblicato delle proprie composizioni nella storia della musica europea. Si trattava di un libro di madrigali, nella cui dedica rivolta a Isabella de’ Medici l’artista dichiara di voler “mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne”. Segue Francesca Caccini, figlia d’arte del celebre Giulio, che contribuì alla fioritura della musica barocca e fu la prima donna a comporre un’opera, La liberazione di Ruggiero. L’elenco continua con Barbara Strozzi, Claudia Sessa, Sulpitia Cesis, Lucrezia Vizzana, Claudia Rusca, Chiara Cozzolani e Isabella Leonarda. Si tratta quasi sempre di monache, perché le religiose erano spesso solite accompagnare la preghiera o le funzioni religiose con il canto e la musica, inoltre avevano la facoltà di studiare. Raffaella Aleotti pubblicò per prima tra le donne composizioni di musica sacra, Maria Calegari si conquistò il titolo di Divina Euterpe, in relazione alla musa della musica. Nella lista troviamo anche una nobile decaduta cresciuta in condizioni svantaggiate, Maddalena Sirmen, educata nell’orfanotrofio veneziano dell’Ospedale dei Mendicanti dove ai trovatelli si insegnavano le arti dei mestieri. Maddalena diventò una violinista e una compositrice apprezzata in tutta Europa.

Si tratta di nomi sconosciuti e spartiti dimenticati, in una cultura dominata da figure maschili. Esistono tuttavia donne che hanno fallito nella loro carriera musicale, non per incapacità o pigrizia bensì per la semplice sfortuna di essere nate di genere femminile. Non tutti sanno che Mozart aveva una sorella maggiore, Maria Anna detta Nannerl, che suonava egregiamente clavicembalo, fortepiano e pianoforte. La fanciulla era talentuosa tanto quanto il fratello e si esibiva con lui da bambina per le corti d’Europa, ma fu costretta ad accantonare lo studio per dedicarsi ad attività femminili. La giovane catturò più del fratello l’approvazione dei critici, tuttavia il padre Leopold decise di puntare sul figlio maschio perché i soldi non erano sufficienti per educare entrambi i figli. Purtroppo all’epoca solamente le famiglie più ricche potevano permettersi di avviare una donna alla professione di pianista, poiché soltanto i maschi ricevevano un compenso per le esecuzioni in pubblico. A diciotto anni la carriera musicale della giovane Mozart fu così interrotta e ben presto sposò un ricco barone.

Sylvia Milo ha scritto l’opera teatrale The other Mozart, utilizzando i documenti e gli scambi epistolari della famiglia Mozart. L’autrice presta la voce a Nannerl citando delle lettere. Il padre Leopold scriveva: “A soli dodici anni, la mia piccola ragazza è tra i migliori pianisti d’Europa” Non mancano le lodi del fratello minore Wolfang: “Sono stupefatto! Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. In una parola, il tuo Lied è bello. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose“. Dai documenti si evince chiaramente che Nannerl era la migliore dei due fratelli, eppure il mondo celebra la gloria del figlio maschio Wolfgang.

L’aborto come femminicidio?

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo

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Lunedì 14 maggio in via Salaria a Roma troneggia un manifesto in bianco e nero che raffigura il pancione di una donna incinta. “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo” è lo slogan, poco più in basso compare l’hastag #stopaborto. E’ il secondo manifesto su tali tematiche in poco più di un mese, ma questo episodio è particolarmente significativo non solo perché il cartellone è stato affisso a pochi giorni dalla Marcia per la vita promossa a Roma dai movimenti pro-life, a una settimana dal quarantesimo anniversario della legge 194 e in vista del referendum irlandese sull’aborto, ma anche perché il testo accosta due elementi inconciliabili come il crimine del femminicidio e la libertà della donna di abortire.

Il manifesto è stato affisso seguendo il regolamento, ma svariate autorità romane e italiane, perplesse per l’improbabile argomentazione e desiderose di difendere le libertà individuali, si stanno movimentando per rimuoverlo. Noi dello Sbuffo abbiamo deciso di analizzare il contenuto del messaggio, ideato dall’associazione spagnola pro-life Citizen Go che, sulla propria pagina di Facebook, tenta di difendersi sostenendo di aver voluto diffondere uno slogan “forte” e “provocatorio”.

Una possibile interpretazione è che si commette un femminicidio ogni volta che si abortisce un feto femmina. Siccome il femminicidio non è la generica uccisione di una donna, ma l’uccisione di una donna in quanto tale, l’aborto di un embrione o un feto XX non può essere considerato un femminicidio perché, se l’interruzione della gravidanza avviene entro i termini consentiti dalla legge, la donna non può sapere se aspetta un bimbo o una bimba quando rinuncia al nascituro.

Nel mondo si verificano numerosi casi di aborti illegali di bambine indesiderate, in quanto i genitori preferirebbero un figlio maschio. Potrebbe essere plausibile che l’associazione si schieri contro questo fenomeno, ma Citizen Go spiega che la chiave interpretativa è ben diversa.

Citizen Go sostiene di non riferirsi nemmeno ai casi in cui la gravidanza o l’aborto sono causa di omicidio volontario o preterintenzionale, oppure di una morte per complicanze medico-sanitarie. L’associazione annovera infatti tra i femminicidi le donne “uccise nella loro intimità psichica e fisica”, dunque il termine comprenderebbe, secondo dati scientifici di ambigua natura, anche coloro che hanno subito traumi post-abortivi. L’associazione non spiega quali siano nello specifico tali traumi.

Analizzando i dati sulle morti per aborto riportate da www.wired.it, è evidente come Citizen Go si contraddica. Ogni anno globalmente muoiono settanta mila donne per aborto e cinque milioni sviluppano disabilità temporanee o permanenti. Si tratta per lo più di aborti clandestini, debellati in Italia dalla legge 194. Attualmente in Italia le morti per aborto sono meno della metà di quelle dovute all’uso di antibiotici e i decessi vengono riportati dai media come casi eclatanti, dunque Citizen Go starebbe combattendo per abolire una legge che ha sconfitto le cause di quelli che chiama femminicidi. I veri femminicidi invece sono una piaga dell’Occidente e del mondo intero, ma l’associazione pro-life non se ne occupa.

Restano da scagionare i traumi psichici. Un aborto non è mai una scelta facile per una donna, ma spesso è inevitabile: la prosecuzione della gravidanza in favore dei diritti di chi non è ancora una persona sarebbe un male per colei che sarebbe costretta a portarlo in grembo contro la sua volontà da una società patriarcale, che la tratta alla stregua di un “forno di gestazione”. E’ indiscusso che le donne che subiscono un aborto procurato soffrono fisicamente e psichicamente, ma è necessario stabilire il grado di tale sofferenza. Una rapida ricerca online propone numerosi siti contro l’aborto che dipingono uno scenario apocalittico: dopo l’aborto sono previsti per le donne ricoveri in reparti psichiatrici, dipendenza da stupefacenti o alcool, autolesionismo, traumi e immani sofferenze. Abbiamo scritto a Obiezione respinta per ricevere opinione differente, ci è stato detto che si tratta di un argomento molto spinoso perché la sindrome post-aborto è un fatto di cui strumentalmente parlano i pro-life per screditare la pratica dell’aborto, trattando l’argomento in maniera generica e strumentale, senza reali dati o articoli competenti. Noi non abbiamo le competenze per giudicare i dati, è certo che numerose testimonianze sostengono di aver vissuto un lutto per la perdita del bambino, senza soffrire le indicibili pene descritte dai pro-life.

E’ un dato di fatto che la storia del diritto all’aborto è strettamente collegata al femminismo, pertanto anche coloro che non si definiscono femministi dovrebbero essere grati al movimento per avere la possibilità di interrompere una gravidanza indesiderata. Abbiamo letto l’intervista della Libreria delle donne alla prof.ssa Luisa Muraro per scoprire la posizione delle femministe al riguardo, in Luisa Muraro: l’aborto non è un diritto. Prima della legge 194 le femministe si riunivano per discutere sull’aborto, un tema conosciuto da tutte in quanto molte avevano abortito o avevano conosciuto persone che si erano sottoposte a tale operazione. Allora si praticava l’aborto clandestino, gli anticoncezionali erano già a disposizione, ma erano invasivi e non di uso comune. Il parere delle femministe non era unanime, infatti per alcune l’aborto era una liberazione, per altre una colpa di cui si erano pentite. Si esigeva però che gli uomini “smettessero di mettere incinte le donne per poi proibire l’aborto”. Le femministe discutevano per accordarsi sulla posizione da assumere, i radicali organizzavano ogni giorno una manifestazione perché “Una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì”. L’aborto tuttavia non sarebbe un diritto poiché tale termine avrebbe una valenza positiva: l’aborto è infatti un “rifiuto, un ripiego, una necessità […] se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini”. La professoressa concorda che nella nostra società ha tuttavia vinto la posizione secondo cui l’aborto sarebbe un diritto, le stesse delibere dell’Onu lo definiscono tale. Per quanto riguarda la legge 194, la professoressa afferma che si tratta di un compromesso raggiunto da democristiani e comunisti per eliminare l’aborto clandestino e evitare che tale pratica diventasse un anticoncezionale. La maternità tuttavia non sarebbe stata tutelata, ma tale tematica non viene approfondita dall’intervista.

Valentina Greco su Internazionale (In Italia abortire è ancora un diritto a metà) ci racconta invece la storia della 194. Gigliola Pierobon si era sottoposta ad un aborto nel 1967 a diciassette anni su un tavolo da cucina, senza anestesia. Il lungo ago che le era stato infilato nella vagina le aveva provocato un’infezione, che la ragazza aveva curato in solitudine. Erano ancora in vigore le leggi del codice penale fascista del 1930 raccolte nel codice Rocco, che considerava l’aborto reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. La pena era severa: da uno a cinque anni di prigione per auto procurato aborto, da due a cinque anni per chi subiva l’operazione e coloro che la praticavano. Era prevista una riduzione della pena

“se il fatto è commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto”. Gigliola Pierobon iniziò a frequentare gruppi femministi e discusse del processo penale cui era sottoposta con le compagne. Nel 1973 le femministe trasformarono il suo problema personale in un fatto pubblico, scendendo in piazza per manifestare per lei: il tribunale venne invaso, molte si autodenunciarono. Il 22 maggio 1978 venne emanata la legge 194. I ventidue articoli erano una legge sulla salvaguardia della maternità e l’aborto veniva trattato solo in un secondo momento, pertanto molte femministe si sentirono truffate.

La storica prosegue con un’analisi della situazione attuale, effettuata sui periodici monitoraggi sul tema dell’aborto che lo stato è obbligato ad effettuare per legge. I dati risalgono al 2015, ma possiamo ancora considerarli significativi. La relazione afferma: “La riduzione dei tassi di abortività osservato 

recentemente anche tra le donne immigrate sembra indicare che tutti gli sforzi fatti in questi anni, specie dai consultori familiari, per aiutare a prevenire le gravidanze indesiderate e il ricorso all’ivg stiano dando i loro frutti anche nella popolazione immigrata”. Secondo la Greco però li sforzi dello stato circa l’educazione sessuale e la promozione dei metodi contraccettivi sarebbero però minimi. Gli aborti clandestini sono ancora praticati e costituiscono un fenomeno in crescita: oggi gli aghi e i tavoli da cucina sono stati sostituiti da farmaci acquistabili online. Valentina Greco cita ancora: “Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di ivg effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 ed è leggermente diminuita la percentuale di ivg effettuate oltre tre settimane di attesa, persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra regioni”. L’autrice però avverte che sedici donne su cento devono attendere più di tre settimane per subire l’operazione dal rilascio del certificato medico; tenendo presente che una donna ha novanta giorni di tempo per abortire, il dato è preoccupante. Secondo il monitoraggio il numero di obiettori di coscienza non ostacolerebbe le donne che intendono abortire, ma la realtà è ben diversa: il tasso di obiezione è del 69,6% per i ginecologi, 47,5% per gli anestesisti, 45% per i medici. La legge 194 è resa inapplicabile in alcune regioni dal tasso di obiezione; è il caso del Molise, dove la percentuale tocca il 90%. Si tratta di un successo per i cattolici e i movimenti pro-life, ma di una sconfitta in chi crede nella libertà delle donne.

In sintesi l’aborto è una possibile scelta, dolorosa ma legittima, per la donna, ma non sempre in Italia è garantito nella realtà dei fatti. Per quanto riguarda il resto del mondo Occidentale, in alcuni stati d’Europa, come l’Irlanda, e in alcuni stati statunitensi tale opportunità non è scontata, perciò la lotta delle femministe (ma non solo!) non è ancora terminata.