Le donne e il calcio

aisha-nel-milan

Il calcio, come la pallacanestro, è uno sport bellissimo, non saprei dire se è più bella la competizione o i suoi giocatori. Questo è un vantaggio per noi donne, infatti i maschi non riescono a godersi tutto il pacchetto a meno che non inizino a seguire la pallavolo femminile o la ginnastica ritmica.

Quando avevo dieci anni tornavo a casa da scuola con due miei compagni e uno di loro mi faceva sempre arrossire, anche se non ne capivo bene il motivo, così decisi di invitarlo a casa di mia nonna a giocare a calcio, pensando che l’unica cosa che avessi da offrire ad una persona come lui fosse il pratone su cui mio fratello giocava a pallone con i suoi amici. Non ero molto brava, ma imparai a difendere senza tirare calci negli stinchi.

Avevo undici anni quando Kakà venne comprato dal Milan e il mio cuore iniziò a battere forte anche per lui. Adoravo accorrere davanti al televisore acceso per assistere ad ogni suo goal, in particolare al momento in cui si toglieva la maglietta per festeggiare, mostrando il suo fisico scolpito. Col tempo però iniziai ad apprezzare anche l’adrenalina che trasmettevano le azioni agonistiche ed a pormi tante domande sul gioco. Come mai, se l’attaccante si trova oltre la linea dei difensori quando gli viene passata la palla, il suo goal viene annullato? A cosa servono le linee bianche tracciate sul campo? Qual è il ruolo del tizio in giallo con le bandierine in mano? Come vengono determinati i minuti di recupero? Mio padre mi spiegava pazientemente tutto, ma il mio interesse per il calcio sfiorì prima ancora di nascere.

Non lo coltivai perché avevo undici anni e mi sentivo diversa perché ero una ragazzina ansiosa, con i capelli crespi, ricci e corti, che giocava a pallacanestro anziché a pallavolo, ascoltava musica rock fuori moda, non sapeva truccarsi e amava le materie umanistiche più del Cioè. Pensavo di essere già troppo strana di mio per sfidare la morale comune e iniziare a seguire il calcio.

Quidici anni dopo mi sedetti in un bar a fianco del ragazzo più importante che avessi mai incontrato, il quale si rifiutò di dare le spalle al televisore per seguire le imprese dell’Inter durante la conversazione. Siccome sono una ragazza strana, anziché offendermi decisi di seguire la partita insieme a lui e mi feci rispiegare le regole che avevo dimenticato. Come dice la sigla di Holly e Benji, nel mio cuore batteva un pallone. Ma un pallone rosso e nero.

Un anno dopo ho incontrato ragazze come me, appassionate di calcio, ma irrimediabilmente gobbe. Poco importa, noi donne calcistiche siamo solidali tra noi. Noi donne amanti del calcio esistiamo, siamo tante e appassionate, ma soprattutto non crediamo mai che l’esperienza in ambito sportivo dipenda dall’apparato riproduttivo che ci si ritrova fra le gambe, come fanno certi ragazzi.

Munch e il suo rapporto con le donne

Il rapporto tra Munch e le donne è forse un argomento inadeguato per una ragazza in quanto sarebbe più interessante se lo affrontasse una mente maschile, ma le opere di Munch sono così affascinanti che ho deciso di intraprendere questa sfida, seguendo la traccia dell’articolo Le donne di Munch di Lucia Imperatore, pubblicato su Psicozoo.it.

Tutti conosciamo Munch per il celeberrimo Urlo, che rappresenta un attacco di panico e una profonda angoscia esistenziale, ma l’artista ha rappresentato il disagio psicologico anche in molte altre opere, soprattutto in quelle che trattano il suo travagliato rapporto con le donne.

A soli cinque anni Edvard Munch perde la madre che, indebolita dalla tisi, muore nel dare alla luce il quinto figlio. Quando il futuro pittore aveva quindici anni morì di tubercolosi la sorella maggiore Sophie, cui Edvard restò vicino sino alla fine. Il padre, un medico, si chiuse in una profonda depressione e morì qualche tempo dopo. Le tre tragiche perdite segnarono profondamente non solo la vita dell’artista e il suo rapporto con le donne, ma anche la sua arte, infatti l’artista ci ha regalato degli splendidi capolavori sulla morte di Sophie.

La fanciulla malata ritrae proprio la sorella Sophie sul letto di morte; esistono ben sei versioni dell’opera. Nella versione del 1885-1886, la fanciulla dai capelli rossi giace a letto su un grosso cuscino bianco mentre una donna dal capo chino e i capelli raccolti le stringe una mano. In primo piano troviamo un bicchiere, di fianco al letto, su un comodino, si trova una bottiglia. Sul lato destro del dipinto è abbozzata una tenda verde.

NOR Det syke barn, ENG The Sick Child

La morte di Sophie viene rappresentata anche ne La morte nella stanza della malata, del 1893. La ragazzina è ritratta di spalle, seduta su una seggiola, accudita dalla zia Karen, che sacrificò la propria esistenza per accudire i figli della defunta sorella. Il padre è di fronte a Sophie con le mani giunte e il capo chino, sembra che stia pregando; sul lato opposto il figlio Andreas, che morirà di polmonite qualche anno più tardi, si appoggia al muro con una mano. In primo piano troviamo Laura seduta mentre Inger rivolge allo spettatore uno sguardo fisso e sofferente. All’artista preme soprattutto la rappresentazione dell’aspetto psicologico, del fatto che i vari personaggi sono ridotti a mere ombre di loro stessi dall’imminente perdita e sono isolati l’uno dall’altro in una profonda solitudine. I soggetti raffigurati non hanno l’età in cui è morta Sophie ma quella in cui è stato realizzato il dipinto, segno che il lutto si è protratto nel tempo. L’arredamento è minimo, risaltano le superfici vuote del pavimento e delle pareti.

Per Munch la donna è dunque una creatura malata, morente, una vittima sacrificale. Amare una donna significa soffrire.

morteincamera

Qualche anno più tardi Munch andò a Parigi e successivamente a Berlino, qui frequentó gli ambienti bohemien dell’epoca. E’ in questo ambiente che realizza le quattro dissacranti versioni di Madonna tra il 1894 e il 1895, intrecciando con genialità il sacro ed il profano. La Madonna di Munch è nuda ed ha delle provocanti  forme sinuose (accentuate da linee curve che circondano il corpo), la sua pelle è pallida, le braccia sono sensualmente piegate dietro la testa e i capelli neri si spargono sulla tela come tentacoli; ciò che attira maggiormente l’attenzione è il volto, infatti gli occhi sono socchiusi in una sorta di estasi che rendono la donna estremamente provocante. Un’aureola rossa infine evoca i temi della passione e del sangue, tale colore, insieme al nero, sono un evidente riferimento ad eros e thanatos. Una litografia di tale soggetto è ancor più provocatoria, infatti l’artista raffigura in una cornice degli spermatozoi e, in un angolo, un feto raggomitolato, debole e impaurito che è stato interpretato in vari modi come l’infelicità fuori dal grembo materno, la morte, la profanazione di Cristo, l’annichilimento del maschio nei confronti della madre o della donna amata. In ogni caso, il Cristianesimo ne risulta completamente demistificato e viene sostituito dalla venerazione della donna e della passione, anche qualora conduca alla morte.

edvard_munch_-_madonna_-_google_art_project_495100

Nel 1898 Munch inizió una relazione con Tulla Larsen che si concluse in tragedia: siccome l’artista rifiutava le pressanti richieste di matrimonio della donna, scoppió una violenta lite e Tulla sparó al compagno, che perse così un dito. La donna amata in effetti è per Munch un vampiro, un demone spietato che uccide l’uomo nell’amplesso succhiandogli la linfa vitale. Nonostante ciò l’uomo non può opporsi al desiderio che prova per la donna ed è dunque destinato all’autodistruzione. In Vampiro troviamo un uomo in giacca nera raggomitolato su se stesso mentre una donna, abbracciandolo, si china su di lui per succhiargli il sangue. Il volto della fanciulla è nascosto da lunghi capelli rosso sangue che si spargono come tentacoli sul corpo dell’uomo.

117374

Mi piacerebbe molto conoscere le impressioni di un uomo circa quest’opera, sapere quanti maschi considerano noi donne dei vampiri. Sarebbe interessante se un ragazzo riscrivesse il post dal suo punto di vista, mi piacerebbe scoprire se noi donne siamo veramente dei vampiri o se semplicemente alcuni uomini non sanno amarci in modo sano. Concludo questo articolo con una domanda rivolta a tutti: si può amare ciò che ci distrugge? Si può amare un vampiro?

Quella meravigliosa persona che fu Frida Kahlo

Il 6 luglio è stato il compleanno (l’articolo verrà pubblicato il 15 luglio su  “Are you art?”) di una donna che è diventata un’icona in Messico e in tutto il mondo per la propria arte e per una straordinaria personalità: Frida Kahlo. Definirla solamente un’artista è un affronto perché Frida era anche una militante comunista che amava profondamente il proprio paese, una femminista ed è diventata un’icona molto amata dalla comunità Lgbt perché era bisessuale dichiarata e non celava le proprie avventure amorose con altre donne.

Frida si distingueva inoltre per una personalità affascinante. In un mondo in cui ad una donna è richiesto essenzialmente di essere bella per avere successo, lei non nascondeva i piccoli difetti che la caratterizzavano, come le sopracciglia unite e i baffetti che ben conosciamo attraverso i suoi quadri, eppure, secondo la critica d’arte americana Hayden Herrera, Frida Kahlo sapeva essere incantevole: «Quasi bella, aveva lievi difetti che ne aumentavano il magnetismo. Le sopracciglia formavano una linea continua che le attraversava la fronte e la bocca sensuale era sormontata dall’ombra dei baffi. Chi l’ha conosciuta bene sostiene che l’intelligenza e lo humour di Frida le brillavano negli occhi e che erano proprio gli occhi a rivelarne lo stato d’animo: divoranti, capaci di incantare, oppure scettici e in grado di annientare. Quando rideva era con carcajadas, uno scroscio di risa profondo e contagioso che poteva nascere sia dal divertimento sia come riconoscimento fatalistico dell’assurdità del dolore»

La biografia dell’artista è nota per essere attraversata da una lunga serie di disgrazie, ma Frida Kahlo ha saputo affrontare tali sfide con un’energia straordinaria, la stessa che illumina i suoi quadri di tinte allegre e vivaci anche quando affronta le tematiche più buie. Nonostante sia nata nel 1907, sostenne di essere nata nel 1910 per far coincidere la propria data di nascita con lo scoppio della rivoluzione messicana, segno di una profonda passione politica.

Fu perseguitata dalla sfortuna sin da bambina, infatti a sei anni si ammalò di poliomelite e, sebbene guarì, la gamba destra rimase meno sviluppata. A diciotto anni durante un incidente in tram un corrimano di metallo le trapassò il copro. In seguito all’incidente sarà costretta ad indossare un busto ortopedico cron cui si ritrarrà nell’opera che vedete sotto. Si tratta di una Frida squartata sino a mostrare la colonna vertebrale in frantumi, che indossa il busto ortopedico, dalla pelle disseminata di tanti piccoli chiodi e con le lacrime agli occhi, eppure la giovane sembra fiera e bellissima, la coperta che le cinge la vita sembra una gonna.

In seguito all’incidente inoltre Fida non riuscirà a portare a termine diverse gravidanze e il primo aborto, che risale al 1930, è stato raffigurato nel quadro qui sotto. Frida è sdraiata su un letto nuda, giace sul suo sangue e in una mano tiene dei fili cui sono collegati dei macabri palloncini. Uno tra questi è un feto, che incombe su di lei. L’aborto era un argomento non facile da affrontare in quegli anni e sicuramente Frida Kahlo è stata in anticipo sui tempi. Il suo coraggio è straordinario soprattutto perché l’opera tratta un episodio di vita privata.

I postumi dell’incidente in bus la perseguiranno per tutta la vita, infatti subirà  trentadue interventi chirurgici. Tuttavia fu proprio durante la lunga permanenza a letto che Frida iniziò a dipingere, ritraendo il proprio riflesso in uno specchio appeso sopra il letto.

Gli autoritratti sono sempre stati i suoi soggetti preferiti, infatti scrive all’amico Carlos Chavez: «Dato che i miei soggetti sono sempre stati le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le reazioni profonde che man mano la vita suscitava in me, ho spesso oggettivato tutto questo in autoritratti, che erano quanto di più sincero e reale potessi fare per esprimere quel che sentivo dentro e fuori di me». Molte altre artiste seguiranno il suo esempio attingendo alla propria vita e ai propri traumi per realizzare i propri quadri. Tra i numerosi autoritratti di Frida ho scelto di proporvi Autoritratto con scimmie.

06-frida-kahlo-autoritratto-con-scimmie-445x590

In un altro dipinto, Frida si ritrae con una collana di spine avente un uccellino per ciondolo. Intorno a lei svolazzano delle farfalline azzurre e dei fiori alati e posano dietro di lei una scimmia e un gatto.

frida_kahlo_self_portrait_300dpi

Nel 1928 Frida conosce Diego Rivera e nel 1929 i due si sposano. Si tratta di una relazione turbolenta, caratterizzata da tradimenti, separazioni, un breve divorzio, riconciliazioni.

Frida Khalo si spense il 13 luglio 1954, all’età di quarantasette anni, nella sua casa natale, che attualmente è un museo dedicato all’artista, che proprio in questo periodo ritrarrà dei coloratissimi e vivaci cocomeri in un cielo sereno con la scritta “Viva la vida”, per manifestare la propria gioia di vivere. Sul suo diario  lasciò inoltre una scritta provocatoria inneggiante alla vita.

E’ notevole l’impegno politico e sociale che traspare nell’opera Unos cuoantos piquetitos, in cui viene denunciato un caso di femminicidio. Il titolo è un riferimento a come l’assassino definì al processo le coltellate, “solo qualche piccola punzecchiatura”.

Le mie opere preferite di Frida Kahlo sono molto più allegre. La prima è L’abbraccio dell’amore e dell’universo, la terra, io, DIego e il signor Xòlotl, in cui Diego Riviera viene abbracciato da Frida che viene abbracciata dalla terra e da diverse divinità Messicane in un gesto molto materno e femminile. L’opera esprime una concezione femminile del creato e tratta tematiche molto profonde sull’esistenza.

Il secondo raffigura l’immagine che tutti noi vediamo quando facciamo il bagno, vale a dire la punta dei nostri piedi che affiora dall’acqua contro il marmo. Tante piccole fantasiose immagini navigano inoltre nella vasca, animando la fantasia dell’artista.

Su Internet sono disponibili svariate informazioni su Frida, io vi consiglio in particolare questa pagina di citazioni dell’artista e questa galleria.

 

FONTI

Le regine della storia dell’arte

(Articolo pubblicato nella rivista online “Are you art?”)

Scrivere una rubrica dedicata alle donne in un numero dedicato alle rivoluzioni nella storia dell’arte è impossibile perché nella nostra società patriarcale il mondo dell’arte è sempre stato dominato dagli uomini. Ciò non significa che le artiste donne siano una conquista recente in quanto i manuali di storia dell’arte menzionano diversi nomi di grandi creative del passato, tuttavia le rivoluzioni sono sempre state condotte dagli uomini, che hanno dettato le correnti e gli stili in ogni epoca sino al Novecento. Per questa ragione la mia rubrica sarà la sola a non parlare di rivoluzioni, perché le donne non hanno potuto partecipare a nessuna rivoluzione artistica. Darò invece voce a rare personalità eccezionali che hanno dovuto combattere per affermare la propria arte, sfidando i pregiudizi maschilisti della propria epoca e spesso pagandone le conseguenze. La loro rivoluzione consiste nell’aver espresso un punto di vista femminile in un mondo in cui gli artisti erano uomini e le donne dovevano accontentarsi al massimo del ruolo di musa ispiratrice.

Per secoli le donne, pur avendo accesso a lezioni di disegno e potendo realizzare delle modeste opere di disegno (spesso di piccole dimensioni e ritraendo prevalentemente tematiche proveniente dal loro ambiente famigliare), non hanno potuto praticare la professione di artista in quanto era considerato disdicevole per loro dedicarsi a tale attività a livello professionale, eppure qualche fortunata è riuscita, spesso complici anche condizioni familiari ed economiche favorevoli, a coltivare il proprio talento. Ecco dunque una carrellata delle principali regine dell’arte, corredati da link con eventuali approfondimenti.

Nel Medioevo l’arte era considerata un’attività artigianale pertanto le opere d’arte erano create per lo più dagli uomini, i soli che potevano esercitare una professione. Nei conventi tuttavia le monache si dedicavano con zelo ad attività creative coinvolgendo spesso anche le laiche, soprattutto le fanciulle che frequentavano i monasteri per la propria istruzione, che poi praticavano tali attività anche dopo aver terminato gli studi. Tali artiste erano soprattutto miniaturiste e realizzatrici di tessuti ornamentali da parete, stole, paramenti e arazzi, ad uso religioso o profano. Conosciamo anche qualche nome di queste artiste dimenticate, tra tutte ricordiamo Santa Caterina Vigri (1413-1463), che realizzò affreschi, quadri e manoscritti con miniature ed è la protettrice dei pittori. Per saperne di più, ti consiglio di cliccare sul seguente link:
http://guide.supereva.it/donne_e_arte/interventi/2010/09/donne-artiste-nel-medioevo

Nel Rinascimento le donne compaiono nella storia dell’arte per lo più nelle vesti di Muse ispiratrici al servizio di artisti uomini, ma iniziano a farsi notare nel panorama artistico europeo anche alcune pittrici. I loro nomi sono Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, la simpatica olandese Judith Leyster, Rosalba Carriera, Elizabeth Vigée Lebrun, Angelika Kauffmann, Mary Cassatt e Berthe Morisot.

sofonisba-anguissola-ragazzo-morso-dal-granchio-museo_di_capodimonte_napoli

Sifonisba Anguissola è una pittrice piacentina rinascimentale che ottenne grandi riconoscimenti in Italia e all’estero. Pochi sanno che anche le sue sorelle si dedicarono alla pittura. Rivestì un ruolo di spicco nelle corti italiane e il suo talento venne apprezzato persino da Michelangelo, che rimase profondamente colpito da Fanciullo morso da un granchio (vedi sopra). L’artista divenne ritrattista ufficiale della famiglia reale di Spagna e, quando Van Dyck le succedette in tale carica, ammise di nutrire una profonda ammirazione per Sifonisba. E’ molto interessante ciò che Wikipedia scrive sull’argomento: https://it.wikipedia.org/wiki/Sofonisba_Anguissola

gentileschi-judith-slaying-holofernes-uffizi-florence-web-art-academy

Artemisia Gentileschi è forse la più celebre artista femminile dell’età moderna, soprattutto in seguito allo stupro che subì in gioventù e che probabilmente ispirò il suo capolavoro, Giuditta che decapita Oloferne (vedi sopra). Essendo morta prematuramente sua madre, l’artista romana cresce nella bottega del padre manierista di Caravaggio (di cui assimilerà lo stile), un ambiente rigorosamente maschile, e apprende i segreti della pittura al fianco dei suoi fratelli maschi, superandoli in talento. Per apprendere ulteriori informazioni sull’artista, ti consiglio di visitare il sito web in italiano dedicato all’artista: http://www.artemisiagentileschi.net/

rosalba-carriera-xx-allegory-of-painting-xx-national-gallery-of-art

Sempre in Italia, ma questa volta a Venezia, emerge una straordinaria pittrice settecentesca, Rosalba Carriera. Realizza dei ritratti di diamine sulle tabaccherie e successivamente su avorio, un materiale che conferisce alle pitture straordinaria lucentezza e che Rosalba utilizza per prima. Un’altra innovazione apportata dalla Carriera nel mondo della pittura riguarda l’utilizzo dello stile veneziano nella realizzazione di miniature. Sopra potete ammirare Allegory of painting.Ecco una pagina contenente tutte le informazioni da sapere su questa artista poco conosciuta: http://www.finestresullarte.info/Puntate/2012/18-rosalba-carriera.php#cookie-ok

autoritratto-angelica1

Angelica Kaufmann, di cui sopra potete ammirare Autoritratto, è una pittrice Svizzera dello stesso secolo che ha potuto avvalersi del supporto del padre nella propria formazione culturale; nel corso della propria carriera artistica si dedica anche alla musica e al canto; è l’unica donna tra i fondatori della Royal Academy of Arts. Era specializzata nella ritrattistica, nei soggetti storici e nelle incisioni. La sola pagina che sono riuscita a trovare dedicata all’artista appartiene a Wikipedia, ecco il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Angelika_Kauffmann

berthe_morisot_002

Berthe Morisot, nata nel 1841, è una pittrice impressionista francese che, a causa dei pregiudizi dell’epoca, ha difficoltà a dipingere all’aperto o in luoghi pubblici come i propri colleghi maschi. L’artista ripiega dunque su scene domestiche e di interni, privilegiando come soggetti altre donne come lei, di cui effettuava nei dipinti una profonda analisi interiore. Può essere interessante leggere ciò che dice di lei Settemuse.it, dai cui abbiamo tratto l’opera che vedete sopra: http://www.settemuse.it/pittori_scultori_europei/berthe_morisot.htm

Per ultimo citiamo due grandi artiste del Novecento che sono diventate due icone non solo per la loro arte straordinaria, ma anche per aver contribuito all’emancipazione femminile con le loro scelte di vita libere, determinate e anticonformiste.

tamara-de-lempicka-autoritratto-nella-bugatti-verde

Tamara de Lempicka appartiene alla corrente artistica dell’Art Déco molto apprezzata negli anni Venti. Tutti noi la conosciamo soprattutto per L’autoritratto nella Bugatti verde, in cui si raffigura al volante dell’automobile, indossando abiti maschili (erano gli anni in cui le donne iniziavano a far sentire la propria voce) è guardando in lontananza con uno sguardo serio ma terribilmente sensuale. Tamara è un eccellente ritrattista che ama rappresentare soprattutto i suoi amanti, sia uomini sia donne. Meritano di essere menzionate le tele che dedica Rafaela Fano, una delle donne più importanti della sua vita sia in qualità di amante, sia in qualità di musa ispiratrice. L’arte di Tamara è celebre tanto quanto i pettegolezzi sulla sua vita amorosa, si pensi che abbia flirtato in modo piuttosto turbolento con il nostro D’Annunzio. Vi propongo una piacevole carrellata di immagini a ritmo di musica: https://www.youtube.com/watch?v=UxiUn3ELu_g

frida_kahlo_self_portrait_300dpi

Frida Khalo (1907-1954) è forse l’artista femminile più nota al mondo: la sua notevole forza d’animo le ha permesso di affrontare dei gravi problemi di salute, dovuti anche ad un tragico incidente a bordo di un bus, con un’invidiabile vitalità, che traspare nelle tinte vivaci delle sue opere. Frida si dedica soprattutto all’autoritratto, proponendo un’immagine di sé svincolata dal punto di vista maschile e caratterizzato da un’estrema onestà, soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione dei difetti fisici e degli effetti dei propri problemi di salute. Oltre al tema della femminilità, troviamo nelle opere di Frida anche l’amore per il proprio paese e per il folclore messicano. Il seguente link vi permetterà di scoprire tutti i segreti sulla vita di Frida: http://www.mexicoart.it/Ita/kahlo.htm

La lunga lista di artiste proseguirebbe con altre esponenti a noi contemporanee, che preferiamo non citare in questo articolo in quanto operano in un ambiente più aperto e sensibile nei confronti dell’arte femminile grazie all’accesso per le donne all’istruzione e ad una maggiore attenzione alla loro voce nel mondo dell’arte. Questa rubrica ha intenzione di approfondire nei prossimi numeri l’opera delle grandi artiste del passato e del presente, perciò offriremo in futuro uno spazio più ampio sia alle artiste che abbiamo menzionato sia ad altre intellettuali.

 

FONTI:

Recensione di “Lettera a un bambino mai nato”, di Oriana Fallaci

“Povera cara: hai scoperto che pensare significa soffrire, che essere intelligenti significa essere infelici. Peccato che ti sia sfuggito un terzo punto fondamentale: il dolore è il sale della vita e senza di esso non saremmo umani.”

Siamo nel 1975, un periodo di manifestazioni e contestazioni, tre anni prima che, nel 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza diventasse legale in Italia. Il direttore dell’Europeo Tommaso Giglio incarica Oriana Fallaci di realizzare un’inchiesta sull’aborto in quattro mesi, carta bianca sui contenuti. Dopo sei mesi la Fallaci consegna al posto dell’inchiesta un libro, Lettera ad un bambino mai nato. Il direttore non le rivolge la parola per quindici giorni, ma l’opera fu un successo.

Si tratta di un romanzo piuttosto sottile, di appena un centinaio di pagine, costituito da un lungo monologo che una donna incinta dedica a suo figlio. La protagonista si rivolge al bambino essenzialmente per dargli dei consigli sulla vita con un linguaggio estremamente semplice, eppure le sue parole racchiudono perle di infinita saggezza sulla vita, la morte, la gravidanza, la famiglia, la condizione femminile, la religione e molto altro ancora. Uno dei temi principali è se è giusto mettere al mondo un figlio in un mondo così triste e ostile, ignorando la volontà del bambino. Pur apprendendo moltissimo sulla concezione del mondo e la morale della narratrice, non sappiamo nulla sul suo conto perché la Fallaci omette ogni indicazione spazio-temporale: non conosciamo il nome della donna, la sua età, l’anno in cui è ambientata la vicenda e i luoghi in cui vive e in cui si reca nel corso della storia; lo stesso vale per gli altri personaggi del romanzo. Tali informazioni vengono omesse perché, essendo già note alla protagonista, sono scontate in un dialogo interiore, oppure in quanto insignificanti per il narratario, un feto che ancora non conosce le caratteristiche delle persone che vivono nel mondo.

I rapporti con il padre del bambino, il datore di lavoro e i medici non sono semplici, ma la protagonista affronta le difficoltà con tenacia ed è decisa ad intraprendere un viaggio di lavoro nonostante la gravidanza abbia presentato delle complicazioni, in quanto convinta che una madre non debba rinunciare alla sua vita per il proprio figlio. Come preannunciato dal titolo, il bambino non nascerà mai, infatti un aborto spontaneo interromperà la gravidanza. La narratrice sognerà un processo in cui i vari personaggi del libro la giudicheranno colpevole dell’aborto o la assolveranno, il verdetto finale sarà che tutti i giudici, dal più severo ai difensori della donna, avranno ragione poiché ogni loro opinione ha un fondamento di verità. Il libro si conclude nella sofferenza della donna che, incapace di espellere naturalmente il feto morto, viene sottoposta ad un’operazione chirurgica.

La protagonista dell’opera ha molte caratteristiche in comune con Oriana Fallaci: sono entrambe donne nubili, lavoratrici spesso in viaggio per affari (la narratrice sembrerebbe proprio una giornalista che viaggia negli USA), ribelli e determinate, amano pensare con la propria testa, intrattengono relazioni extraconiugali con degli amanti. Ne consegue che il lettore sarà portato a domandarsi se Oriana Fallaci abbia mai avuto un aborto, e se il racconto sia autobiografico, o almeno questo è quanto è accaduto a noi di Acqua e limone e ad una nostra conoscente che ha letto il libro. Oriana Fallaci ebbe due aborti spontanei, il secondo dei quali fu fondamentale per la stesura di Lettera ad un bambino mai nato.

Il romanzo è impregnato di sano e genuino femminismo (Oriana Fallaci rivolgerà aspre critiche alle femministe in La rabbia e l’orgoglio, ma in quest’opera sono presenti delle affermazioni decisamente femministe), infatti sin dalle prime pagine troviamo degli splendidi passi dedicati alle donne:

“Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace.”

“Sarai un uomo o una donna? Vorrei che tu fossi una donna. Vorrei che tu provassi un giorno ciò che provo io: non sono affatto d’accordo con la mia mamma la quale pensa che nascere donna sia una disgrazia. La mia mamma, quando è molto infelice, sospira: «Ah, se fossi nata uomo!». Lo so: il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicare l’assassinio di un uomo e di una donna. Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adamo. Eva arriva dopo, per divertirlo e combinare guai. Nei dipinti che adornano le loro chiese, Dio è un vecchio con la barba: mai una vecchia coi capelli bianchi. E tutti i loro eroi sono maschi: da quel Prometeo che scoprì il fuoco a quell’Icaro che tentò di volare, su fino a quel Gesù che dichiarano figlio del Padre e dello Spirito Santo: quasi che donna da cui fu partorito fosse un’incubatrice o una balia. Eppure, o proprio per questo, essere donna è così affascinante. E’ un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata. Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. E’ solo un diritto fra tanti diritti. Faticherai tanto ad urlarlo. E spesso, quasi sempre, perderai. Ma non dovrai scoraggiarti. Battersi è molto più bello che vincere, viaggiare è molto più divertente che arrivare: quando sei arrivato o hai vinto, avverti un gran vuoto. E per superare quel vuoto devi metterti in viaggio di nuovo, crearti nuovi scopi. Sì, spero che tu sia una donna: non badare se ti chiamo bambino. E spero che tu non dica mai ciò che dice mia madre. Io non l’ho mai detto… Il cuore e il cervello non hanno sesso. Nemmeno il comportamento. Se sarai una persona di cuore e  di cervello, ricordalo, io non starò certo tra quelli che ti ingiungeranno di comportarti in un modo o nell’altro in quanto maschio o femmina. Ti chiederò di sfruttare bene il miracolo d’essere nato…”

Il finale tuttavia lascia insoddisfatti i lettori che si aspettavano un trionfo del femminismo e della liberalizzazione dell’aborto perché nel processo immaginario la protagonista accetta il punto di vista di tutti gli accusatori, compreso il medico conservatore che lottò per la sopravvivenza del feto a scapito delle necessità della madre. Credo che il personaggio del medico rappresenti, più che l’opinione contraria all’aborto, la volontà di portare a compimento la gravidanza nonostante ogni complicazione, una vocazione che è presente in tutte le donne, comprese quelle che scelgono di rinunciare al bambino che portano in grembo. L’aborto dopotutto è una scelta difficile e combattuta, nessuno sospende la gravidanza con leggerezza e senza un certo rammarico. Non ci sono dubbi che Oriana Fallaci partecipò attivamente al dibattito sull’aborto prima del 1978 ed era favorevole all’emanazione della legge italiana sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Le donne e il teatro

Per raccontare il rapporto tra donne e teatro nella storia ho consultato svariati documenti online, tra cui una preziosa ricerca di Maria Rosaria Grifone, intitolata Il teatro e il femminile e pubblicata su www.dramma.it . Il mio articolo può essere considerato un riassunto della sua imponente opera.

L’inizio della storia del teatro occidentale non fu felice per le donne: prive di diritti politici e segregate nei ginecei, le donne greche non solo non potevano recitare (i ruoli femminili erano interpretati da uomini), ma non è nemmeno certo che avessero il permesso di assistere alle rappresentazioni.

Un solo documento riporta una testimonianza di pubblico misto: Ateneo racconta che Alcibiade si vestiva di rosso porpora quando rivestiva il ruolo di corego, sbalordendo sia gli uomini sia le donne. Si narra inoltre che, alla rappresentazione delle Eumenidi, l’entrata in scena di esseri mostruosi avrebbe fatto morire dei bambini e abortire delle gestanti. Nelle Rane di Aristofane inoltre Eschilo accusò Euripide di aver indotto ad uccidersi bevendo la cicuta delle donne per bene, che si sentirono colpevolizzate da tragedie come Bellerofronte.

Nonostante l’assenza di donne in platea, in metà dei titoli delle tragedie greche compaiono nomi femminili. Pur essendo estranee alla vita cittadina, nella letteratura le donne erano spesso protagoniste, infatti scatenavano guerre come la bella Elena, sfidavano i sovrani come l’eroica Antigone o si ribellavano ai mariti come la sventurata Medea.

Nella Repubblica, Platone condanna l’interpretazione di ruoli femminili da parte di uomini, sostenendo che, coloro che recitano personaggi immorali o psicologicamente deboli come una donna che si dispera per amore, acquisiscono le loro caratteristiche nella vita reale. Tale affermazione sarà poi ripresa dai puritani nell’Inghilterra del XVII secolo.

La passione e il dolore femminile era diventata nel teatro greco un modello per la passione e il dolore degli uomini: i personaggi femminili, considerati più emotivi di quelli maschili, venivano utilizzati dagli uomini per esplorare stati psicologici che, secondo la società dell’epoca, erano loro preclusi.

Medea

Medea

Il teatro latino, meno legato a valori civili e religiosi rispetto al teatro greco, era un occasione di divertimento per tutti gli strati sociali, comprese le donne, che potevano assistere alle rappresentazioni.

Le donne avevano la possibilità di calcare il palcoscenico nei mimi, durante i quali recitavano, cantavano e ballavano. Il mimo era uno spettacolo senza trama, in cui veniva imitata la vita quotidiana nei suoi aspetti più grotteschi a suon di musica. Ben presto la presenza femminile sul palco degenerò nell’esibizione del nudo (nudatio mimarum).

Ai tempi di Cesare, Decimo Laberio e Publilio Siro fecero assurgere questo genere a dignità letteraria. Alcuni parlarono del carattere corruttore del teatro per donne: Ovidio infatti racconta che a teatro le donne si affollavano per “vedere e farsi vedere”, offrendosi alle tresche amorose, Giovenale invece nelle Satire scrisse che le fanciulle andavano in estasi per mimi e danzatori, compravano i favori sessuali dei comici e, quando i teatri sono chiusi, si improvvisavano attrici.

Nell’Impero Romano d’Oriente le donne potevano intraprendere la carriera della recitazione, come fece l’imperatrice Teodora prima di sposare Giustiniano, ma spesso tale attività era considerata alla stregua della prostituzione. Le attrici sarebbero state giudicate delle donne di malaffare per molti secoli a venire, sino all’Ottocento.

Nel Medioevo il teatro venne bandito dalla Chiesa e, nelle rare rappresentazioni di carattere in prevalenza religioso, i ruoli femminili erano ancora interpretati da uomini. In quest’epoca sfortunata per il teatro visse la prima drammaturga donna: la badessa Rosvita (935-973 d.C.), che scrisse sei opere ispirandosi a Terenzio, i vangeli apocrifi e le agiografie. In una lettera di presentazione del suo lavoro destinata agli intellettuali di corte, Rosvita rivelò di scrivere drammi ispirandosi a Terenzio per il successo riscosso dall’autore pagano, ma trattando contenuti cristiani.  Nei suoi drammi le donne rivestivano un ruolo centrale e positivo e la fragilità femminile veniva rappresentata nell’atto di vincere la forza maschile grazie alla fede. Si tratta di uno dei rari casi di riscatto dalla mentalità misogina medioevale. La sua opera, destinata alla lettura ad alta voce,  conobbe poca fortuna nel Medioevo ma fu riscoperta nel periodo umanistico.

Nel 1468 a Metz si verificò uno dei pochi episodi documentati di attrici in scena nel Medioevo e fu uno straordinario successo: un gentiluomo chiese persino in sposa la fanciulla che interpretava Santa Caterina. Tali episodi si verificarono per lo più nel tardo Medioevo.

All’inizio del XVI secolo vennero riscoperti i drammi antichi e le loro eroine, spesso rivisitati in chiave moderna. All’incunabolo della tragedia fiorentina del Trissino di Sifonisba, exemplum perfetto di virtù muliebre e di protagonista tragica, si ispireranno molte figure femminili successive. Dotata di onestà, forza e determinazione, Sifonisba è una sovrana con molte qualità allora considerate maschili. E’ una donna protagonista dell’azione, considerata sia vittima sia colpevole e dotata di una psicologia complessa e nuova.

Comparvero in questo periodo nuovi personaggi, che interloquiscono con le protagoniste fungendo da cassa di risonanza dei loro sentimenti: sono le nutrici, apparse per la prima volta nelle tragedie di Seneca, le balie e le mezzane. Ritorna inoltre sulla scena il coro, quasi sempre composto da figure femminili.

A Firenze, tra il 1515 e il 1530, vennero rappresentati i drammi di Giovanni Ruccellai, Alessandro Pazzi de’Medici e Ludovico Martelli; le loro opere avevano attinto agli exempla medioevali e alla storia longobarda, a Virgilio e a Livio. Le nuove protagoniste femminili erano trasgressive nel tentativo di affermare la propria individualità, infatti ingannano, disobbediscono, tradiscono e talvolta uccidono.

Con la Controriforma la donna venne ricondotta all’interno dello schema vergine-moglie-vedova, pertanto ritornò a rivestire ruoli più tradizionali, che spesso coincidevano con quello di vittima della violenza maschile.

Con la Commedia dell’Arte le donne calcarono per la prima volta il palcoscenico, anche se in qualità di “meretrici oneste” (come abbiamo già detto, le attrici erano considerate donne di facili costumi. Il Concilio di Trento le condannò come ciò che rende il teatro l’instrumentum diabuli), e poterono dedicarsi alla recitazione, alla musica e al canto in pubblico. Nel Rinascimento scrissero dei drammi alcune famose cortigiane, ma solo nella Commedia dell’Arte poterono scrivere i canovacci e addirittura diventare capocomiche di professione.

Mentre in Francia e Italia le donne iniziavano conquistare il palcoscenico, in Inghilterra la prima attrice recitò nel 1660. Si trattava di Margaret Hughes, che interpretò Desdemona nell’Otello. Ai tempi di Shakespeare invece le parti femminili erano affidate ai ragazzini, apprendisti quasi sempre figli d’arte, che compivano il loro tirocinio sotto la guida di attori più anziani. L’assenza di donne nelle compagnie teatrali era dettata da motivi pratici: senza attrici nel gruppo, gli attori potevano spostarsi più rapidamente e economicamente, alloggiando tutti insieme negli stanzoni delle locande.

Le lady delle tragedie di Shakespeare sono personaggi a tutto tondo, senza gli stereotipi o la staticità delle maschere; la natura della donna è espressa in tutta la sua profondità e le sue contraddizioni.

La Locandiera

La Locandiera

Nel Settecento i ruoli femminili diventarono il perno dell’azione scenica e Goldoni fu il primo grande ritrattista del femminile nel teatro italiano. Con 51 commedie con titoli al femminile e numerose fanciulle anche nelle opere che hanno per protagonisti dei personaggi maschili, Goldoni creò donne moderne: civette, schiette, furbe, generose, bugiarde, interessate, fedeli, spregiudicate, innamorate, lavoratrici, sofferenti … Il suo personaggio più celebre è Mirandolina, la protagonista de La locandiera.

L’Ottocento è il secolo delle grandi attrici, quasi tutte figlie d’arte: l’eclettica Anna Fiorilli Pellandi, Carlotta Marchionni che, siccome sottostava a un rigido stile di vita di moralità e perbenismo e rectando come un angelo, venne definita il “perfetto ideale della femmina italiana” e Amalia Bettini, apprezzata da Pellico, Tommaseo, Niccolini e Belli. In questo periodo era in voga la donna angelicata e Adelaide Ristori era l’emblema di tale ideale, anche perché era conosciuta in tutto il mondo come patriota italiana e sostenitrice del progresso.

Dopo l’unità d’Italia si verificò un’ondata di rifiuto del perbenismo degli anni precedenti ed è proprio in questo periodo che diventarono famose Fanny Sadowsky e Clementina Cazzola. La Sadowsky non era figlia d’arte e diventò rivale di Adelaide Ristori lavorando in un celebre teatro di Napoli; la Cazzola invece raggiunse la fama grazie al suo sguardo magnetico e le sue amicizie con intellettuali e critici di spicco. Giacinta Pezzana era invece una famosa attrice del teatro dialettale.

A cavallo trail XIX e il XX secolo il teatro era il principale mezzo mediatico e, presentando un’immagine di donna lontane da quelle canoniche attraverso la presenza di attrici acculturate, lavoratrici e indipendenti, ha contribuito all’emancipazione della donna.

La più grande attrice dell’epoca era senza dubbio Eleonora Duse, che divenne celebre in tutto il mondo occidentale. L’artista conobbe personalmente e interpretò opere di Giovanni Verga e Gabriele D’Annunzio, inoltre introdusse Ibsen nei teatri italiani con la sua magistrale interpretazione di Nora in Casa di Bambola. La Duse contribuì a modificare la situazione delle giovani attrici a partire dalla mentalità e dall’educazione fondando la Libreria delle Attrici, che purtroppo fallì dopo pochi mesi. Per tutta la sua vita Eleonora Duse fu circondata da intime amicizie femminili ed ebbe una relazione omosessuale con Cordula Lina Poletti, una famosa poetessa femminista. Anche la Duse partecipò ai congressi femministi e prese parte al movimento.

Nello stesso periodo Italia Vitaliani, cugina della Duse, era una delle attrici italiane più importanti. Tra le due si instaurò una rivalità sottile e silenziosa in cui vinse la Duse grazie al suo carisma (anche se per molti era preferibile Italia). Nel 1892 Italia divenne uno dei primi capocomici donne in Italia ed esercitò talmente bene le sue mansioni da essere considerata un “perfetto gentiluomo”.

Eleonora Duse

Eleonora Duse

Pirandello venne definito da Sciascia un autore femminista: “Non si può dire che sfugga al pregiudizio della ‘donna madre’, della ‘donna istinto’ della sacertà della donna in quanto portatrice e custodia di vita. E quando esce dal mito e guarda la donna dentro la società, dentro la famiglia, vittima appunto di quel pregiudizio antico cui altri ne ha aggiunto l’infima borghesia (e quella siciliana in particolare) che Pirandello diventa, come oggi si direbbe, uno scrittore ‘femminista’ e possiamo anche dire il più femminista che la letteratura italiana annoveri”.

Nel 1925 Pirandello incontrò Marta Abba che diventò la sua musa ispiratrice, infatti scrisse per lei diverse opere e le fece da guida nel campo della recitazione. Lo stile di recitazione della Abba venne definito da lei stessa “moderno”, perché era caratterizzato da molta foga e scarso controllo.

Il XX secolo fu caratterizzato da drammaturghi prevalentemente maschili, anche se le donne erano ormai in scena come attrici e registe. Nel secondo Dopoguerra si assistette ad un generale risveglio culturale: le prime autrici furono Natalia Ginzburg, Alba De Cespedes e Dacia Mariani, che fondarono il Teatro della Maddalena per portare in scena le battaglie sociali delle donne. Si trattava tuttavia di tentativi sperimentali, che negli anni Ottanta dettero finalmente risultati anche a livello nazionale. Nel 1991 nasce il Teatro delle donne, che propone un teatro interamente realizzato da donne. A causa della mancanza di una tradizione teatrale femminile, la produzione teatrale delle donne continua ad essere ancora oggi piuttosto sconosciuta; si spera in un futuro miglioramento della situazione.

Articolo scritto per la mia rubrica “Avventure da palcoscenico”, pubblicata nella rivista online “Eclettica – La voce dei blogger” N. 9

Abbiamo ancora bisogno del femminismo?

Qualche giorno fa in università le mie amiche hanno affermato che non abbiamo più bisogno del femminismo perché ormai la parità tra uomo e donna è stata raggiunta. Lo spiacevole episodio, oltre ad altri preoccupanti eventi accaduti in rete come questo, mi ha indotto a esporre i motivi per cui il femminismo è ancora necessario. Le tematiche sono mutate rispetto agli anni Settanta e la situazione è migliorata, certo, ma la società di oggi non è certo garante dell’uguaglianza tra i due sessi e l’emancipazione femminile è ancora un miraggio.

La legge assicura almeno sulla carta la parità tra uomo e donna, infatti il lavoro di una casalinga è considerato pari a quello del coniuge lavoratore ed è aumentato il numero delle lavoratrici, eppure un sacco di donne rischiano ancora il lavoro o non lo trovano affatto perché la maternità non è gradita al principale, oppure sono costrette a rinunciare all’attività lavorativa per dedicarsi alla famiglia. Essere donna rende inoltre molto più difficile accedere alle cariche più prestigiose. Ho digitato “donne lavoro” su google e le mie opinioni sono state confermate da diversi articoli, mi ha colpito un pezzo pubblicato recentemente da Ansa: Donne, dopo un figlio a lavoro va peggio per il 78%. Si tratta di un articolo riguardante un sondaggio effettuato su 800 neomamme romane e le difficoltà che hanno riscontrato al lavoro dopo la maternità. Come esplicato nel titolo, i dati non sono affatto positivi. Sarebbe questa la parità tra i sessi descritta dagli anti-femminismo?

Non è stata ancora estirpata del tutto la cultura per cui la donna deve temere lo stupro e assumersene la colpa. Molte donne per esempio hanno paura di andare in giro da sole perché temono gli stupratori, spesso capita inoltre che, se una fanciulla subisce una molestia mentre indossa un abitino accattivante o esce da sola in tarda ora, viene colpevolizzata (o, peggio, si colpevolizza da sola) per aver osato vestire in modo succinto o per essersi avventurata di notte senza accompagnatore. Il femminismo sostiene che una donna non debba aver paura di andare in giro da sola e che abbia il diritto di indossare quello che desidera, sono gli uomini che devono essere educati a tenere le mani a posto e rispettare il prossimo, sono loro che devono subire il disprezzo della società in caso di molestie o stupro.

Un altro tema sensibile è l’aborto, dato che sono ancora numerose le persone che condannano l’inalienabile diritto della donna di essere padrona del proprio corpo, scegliendo se portare a termine una gravidanza. Alle informazioni errate diffuse da coloro che si oppongono all’aborto, ai loro tentativi di abolire le leggi in vigore nei vari paesi occidentali per tutelare i diritti della donna e ai medici obiettori di coscienza che ostacolano l’interruzione di gravidanza volontaria si oppone costantemente il femminismo.

La dote principale richiesta ad una donna è la bellezza (e quanto è ardua la vita per le donne brutte!), mentre un uomo non particolarmente attraente può essere giudicato positivamente per altre sue qualità, come l’intelligenza, la simpatia, l’astuzia … ciò significa che la piena realizzazione per una donna è ancora costituita dall’essere bella per trovare un uomo e dunque creare una famiglia, mentre il maschio può costruirsi un’identità a trecentosessanta gradi, trovando gratificazione personale anche al di fuori del nucleo famigliare. Il femminismo difende la personalità di ogni donna, di cui l’aspetto esteriore è soltanto una delle molteplici sfaccettature.
Per quanto riguarda l’ideale di bellezza proposto dalla società occidentale, il femminismo risponde accettando e valorizzando anche i corpi di donna che non sono magrissimi e ritoccati come quelli proposti dai media. Non solo dunque spilungone caucasiche, anoressiche e con seni di plastica, ma anche donne basse, donne grasse, donne vecchie o di mezza età, donne nere o con gli occhi a mandorla, donne musulmane, donne disabili e donne brutte. Il femminismo ci ricorda che la varietà è un valore e che esistono tanti tipi di donna!

“Né puttane né madonne, soltanto donne!” Sono passati quarant’anni, eppure il pregiudizio è ancora radicato nella società. Anche se le ragazze oggi sono più libere rispetto ai tempi andati, non è ancora possibile per una fanciulla dedicarsi al libero amore senza essere giudicata una tr**a. Una donna ha il diritto di avere tutti gli uomini che desidera, da zero a infinito, senza ricevere alcuna etichetta sgradevole, esattamente come avviene per i maschietti.

E’ doveroso rivolgere lo sguardo oltre il Mediterraneo (ma anche nel nostro paese) verso le donne musulmane, che stanno lottando per l’emancipazione. Ritengo che non sia nostro compito “insegnare” loro la strada per la parità dei diritti, è giusto che le donne musulmane trovino la loro strada senza imposizioni. Il femminismo non si dimentica di loro: http://it.wikipedia.org/wiki/Femminismo_islamico .

Il femminismo non dimentica inoltre il femminicidio, che andava molto di moda l’anno scorso e di cui non si sente più parlare, come spesso accade per molte iniziative statali. E’ doveroso ricordare il raccapricciante numero di donne uccise “per amore” da uomini che non sopportavano di perderle e che ritenevano di avere una sorta di diritto di vita e di morte su di loro. Il discorso può essere esteso a tutte le mogli e compagne che subiscono violenze in famiglia: il femminismo aiuta anche loro.

Il femminismo infine difende i diritti delle persone LGBT, che hanno l’appoggio e la simpatia di Acqua e limone.

Se condividete l’urgenza di risolvere questi importanti problemi sociali siete un po’ femministi anche voi.