“Rosa fresca aulentissima” nel “Mistero buffo” di Dario Fo.

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

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Il Mistero buffo di Dario Fo, premio Nobel per la letteratura 1997, è un’opera teatrale in un unico atto, composta da una serie di monologhi di argomento biblico, in particolare relativi ai vangeli apocrifi e ai racconti popolari sulla vita di Gesù. L’opera inizia con un’innovativa analisi del componimento Rosa fresca aulentissima di Cielo (o Ciullo, come ci racconta Dario Fo) D’Alcamo.

I vari video della messa in scena rivelano che l’attore e autore Dario Fo racconta a braccio, seguendo un copione in maniera piuttosto libera. Indossando indumenti appartenenti al quotidiano, che non sembrano costumi di scena, si esibisce su un palcoscenico vuoto, dotato in un video solo di un’umile sedia di legno. Per sintetizzare e commentare il testo del monologo non abbiamo utilizzato i video, ma le trasposizioni su carta dell’opera, pubblicati su http://www.classicitaliani.it: Dario Fo, Mistero Buffo, a cura di Franca Rame, Einaudi (Tascabili Stile Libero 487), Torino 1997, pp. 112-123; Dario Fo, Manuale monimo dell’attore, con intervento di Franca Rame, Einaudi (Gli struzzi 315), Torino 1987, pp 112-123. Lo scritto perde la vivacità del parlato, ma consente di soffermarsi più attentamente sul contenuto. Nelle opere comunque troviamo un narratore che parla di se stesso in prima persona, pertanto lo stile è molto simile al recitato, ma la sintassi è ricca e articolata come in qualsiasi testo scritto.

Dario Fo denuncia la “truffa” di cui sono stati vittime gli studenti quando la poesia Rosa fresca aulentissima è stata proposta come un testo dotto e raffinato, opera di un aristocratico che sfoggia un volgare colto. Niente di più sbagliato. Secondo il premio Nobel, si tratterebbe di una poesia del popolo scritta da un giullare, inoltre tratterebbe argomenti osceni. Il più illustre artefice di tale errore sarebbe proprio Dante Alighieri il quale, nel De vulgari eloquentia, scrisse che, nonostante la presenza di qualche “crudezza”, era evidente che l’autore della poesia fosse una persona colta. Anche Benedetto Croce sostenne tale tesi: il popolo, infatti, non sarebbe in grado di creare ma solo di copiare, perciò soltanto una personalità erudita potrebbe produrre un testo così prezioso. Toschi e De Bartholomaeis hanno affossato tale teoria sostenendo che la poesia è sì un capolavoro della letteratura medievale italiana, ma appartiene al popolo.

Ma cosa sarebbe la rosa che sboccia d’estate anziché in primavera e che tutte le donne desiderano? Non certo una fanciulla, afferma Dario Fo, perché difficilmente in una poesia medievale si sarebbe affrontato il tema dell’omosessualità femminile. Probabilmente i professori per secoli hanno evitato di affrontare davanti agli studenti adolescenti questa interpretazione che a loro sarebbe parsa la sola possibile, ma niente paura: la rosa è un fallo, che viene mostrato quando l’esattore alza la gamba (e dunque la gonnella) per sorreggere il libro su cui registrare le riscossioni in denaro.

I due personaggi che dialogano nel testo fingono di essere nobili e di utilizzare un linguaggio elevato, ma sono in verità appartenenti al popolo, è evidente dal fatto che il personaggio maschile allude alle mansioni di lavandaia svolte dalla sua interlocutrice femminile.

Dario Fo si sofferma poi sul nome dell’autore, che non sarebbe Cielo D’Alcamo ma Ciullo D’Alcamo. I giullari infatti solevano assumere soprannomi volgari e Ciullo sarebbe uno dei tanti nomi con cui ci si riferiva al sesso maschile. Da tale nome è evidente l’estrazione popolare dell’autore. Dario Fo chiarisce che l’opera non è stata tramandata dal giullare compositore, ma dal trovatore o dal notaio che l’ha copiata su un codice giuridico, che si è conservato più per la funzione legale che svolgeva all’epoca che per i componimenti poetici che conserva tra le sue pagine.

Segue un dialogo piuttosto volgare in cui il personaggio maschile afferma la propria invincibile volontà di congiungersi con la fanciulla, in una modalità che oggi considereremmo stupro, e la descrizione accurata dei metodi con cui la ragazza afferma di voler cercare di sfuggirgli. Dario Fo non riporta le auliche parole della poesia, ma scrive un dialogo in italiano moderno dal linguaggio fresco, colorito, in una parola popolare. Il commediante denuncia poi una barbara pratica medievale: i ricchi nel Medioevo avevano la possibilità di scampare alla pena per stupro pagando una multa.

Dario Fo diffonde cultura facendo ridere il pubblico, fondendo un tema complesso come la poesia medievale con battute sul sesso da osteria (ma senza precipitare troppo nel volgare). E’ riuscito a demolire l’austerità della cultura universitaria e a portare la conoscenza nei teatri, sulla scia di quella straordinaria rivoluzione che si è verificata negli anni Settanta. Il suo linguaggio semplice e colloquiale, il sorriso irriverente e la straordinaria energia al fianco di Franca Rame lo hanno portato nel pantheon dei premi Nobel alla letteratura.

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“Dario e Dio”, di Dario Fo e Giuseppina Manin

Copertina Dario Fo

“Come diceva Voltaire, Dio è la più grande invenzione della storia. “

Quest’anno è uscito l’ultimo libro di Dario Fo e Giuseppina Manin, intitolato “Dario e Dio”. Si tratta di una lunga ipotetica intervista cui viene sottoposto Dario Fo circa l’esistenza di Dio. L’opera è suddivisa in venti capitoli in cui il celebre attore, pittore  e regista affronta tutte le tematiche principali della religione cristiana, dalla trinità alla madonna, dalla creazione alla figura di Giuda, inserendo inoltre molte confessioni personali riguardanti la sua carriera di artista, i propri genitori e la sua toccante storia d’amore con Franca Rame.

Tra le personali teorie di Dario Fo sulla religione non compare nulla di nuovo, in quanto l’artista semplicemente riprende le affermazioni di filosofi venuti prima di lui. Ciò che colpisce tuttavia è la vitalità e l’entusiasmo con cui Fo trasmette i valori in cui crede, inoltre non sono rare le battute di spirito e i dialoghi con cui diverte il lettore. Dopotutto in copertina spicca su sfondo bianco un’illustrazione di Quipos, che promette tanta comicità e allegria.

Dovendo recensire questo libro ero incerta su come procedere, infatti riassumere i punti cruciali del libro avrebbe trasformato l’opera in un mero trattato di filosofia privo della comicità che lo caratterizza, ma non volevo nemmeno focalizzare l’attenzione sulle mie opinioni circa le idee di Fo (che nella maggioranza dei casi condivido), in quanto lo ritengo poco rispettoso nei confronti  di un grande artista del suo calibro.

Un aspetto affascinante di Dario Fo è che, pur essendo ateo convinto, dimostra di conoscere profondamente la religione cattolica, molto più di molti cattolici praticanti, e effettua nel suo  libro (come in altre opere, prima fra tutte il Mistero buffo) una critica approfondita della nostra religione. Mi piacerebbe molto domandargli cosa lo spinge a trattare così spesso di religione se si professa ateo. Un altro aspetto interessante è l’attenta analisi che effettua degli ultimi papi: personalmente, in qualità di atea, sono assolutamente disinteressata a ciò che accade in Vaticano e mi domando perché Dario Fo non faccia altrettanto, indipendentemente da quanto sia rivoluzionario Papa Francesco.

L’argomento più affascinante e sconvolgente del libro riguarda non la relazione amorosa tra Maddalena e Cristo, non il falso tradimento di Giuda, ma la natura femminile dello Spirito Santo. “E difatti uno dei Vangeli apocrifi, quello di Tommaso, parla proprio  di  uno Spirito Santo femminile, nuova versione dell’antica madre terra. La trinità aveva così una scansione più logica: il Padre, la Madre e il Figlio .Ma quella parte femminile, insita in origine nel divino dei primi cristiani, risultava intollerabile e pericolosa per una chiesa maschile e maschilista a oltranza. Che appena ha potuto si è premurata di spazzar via quella scomoda presenza trasformando lo Spirito Santo in quell’entità asessuata e di scarso carattere che ci hanno insegnato. Sancire che Dio è maschile e femminile insieme avrebbe infatti creato non pochi problemi. Intanto avrebbe garantito la parità della donna, le avrebbe aperto le porte del sacerdozio con il rischio che prima o poi se ne trovasse una seduta sul soglio di Pietro…”

“Callas” di Dario Fo e Paola Cortellesi

Venerdì 4 dicembre è andato in scena su Rai1 Callas, l’ultimo progetto ideato da Dario Fo e Franca Rame prima della recente morte della famosa attrice italiana. Il premio Nobel ha rispolverato l’opera e ha deciso di portarla in scena con Paola Cortellesi in occasione dell’anniversario della nascita della cantante greca. A questo proposito racconta: “Con mia moglie dovevo realizzare un testo breve, poi è venuto fuori uno spettacolo enorme, poi Franca è mancata proprio in quel momento. Da Verona, dove dovevamo fare questo lavoro, è venuto l’invito a continuare e Gianmarco Mazzi mi ha suggerito di farlo con Paola“.

Lo spettacolo mette in scena la biografia completa della Callas dal concepimento in Grecia, avvenuto poco prima che i suoi genitori partissero per gli USA, alla precoce manifestazione delle sue abilità canore, dai suoi studi al conservatorio in Grecia ai traguardi più importanti della sua carriera, fino ai due grandi amori della sua vita, Meneghini e Onassis. Lo spettacolo si conclude con la morte di Maria Callas, di Meneghini e l’ascesa in celo di entrambi, che Dario Fo e Franca Rame hanno immaginato essersi ricongiunti dopo la morte. YouTube offre un interessante documentario che riassume i punti principali della vita della diva e propone degli interessanti filmati.

Lo spettacolo è strutturato come un’opera teatrale ma presenta tutte le caratteristiche necessarie per trasmetterlo in televisione. L’evento si svolge in uno studio televisivo che tuttavia è stato allestito come un vero teatro: troviamo infatti una platea e un palcoscenico su cui recitano Dario Fo e Paola Cortellesi, le telecamere precedono sapientemente ogni movimento degli attori, rendendo più gradevole la visione al pubblico a casa. Le scenografie evocano i grandi teatri all’italiana per ricreare l’ambiente in cui andavano in scena i melodrammi in cui cantava la Callas, al centro del palcoscenico un maxischermo riproduce i dipinti di Dario Fo che, come in molte altre sue opere, accompagnano la narrazione. Nonostante questo espediente sia stato proposto più volte, riesce sempre a vivacizzare l’opera e conquistarsi il favore del pubblico.

Paola Cortellesi interpreta una bella, energica e simpaticissima Maria Callas svolgendo un ruolo da primadonna rispetto a Dario Fo, che assume invece le vesti di tutti i principali personaggi maschili comparsi nella vita della cantante. Nonostante la differenza di età e la scarsa conoscenza reciproca, i due dimostrano di essere non solo dei veri professionisti, ma anche due colleghi in straordinaria sintonia, ciò è evidente dalle battute di spirito, dal modo in cui si spalleggiano, dai gesti affettuosi e, più generalmente, dall’alchimia che si è instaurata nel loro rapporto.

Nonostante sia prossimo ai novanta, Dario Fo si destreggia abilmente sul palco, dimostrando ancora una volta di avere una creatività inesauribile. In uno spettacolo che offre tutti gli ingredienti tipici delle opere di Dario Fo, Paola Cortellesi si presenta come una novità ed è impossibile non paragonarla a Franca Rame, ma la giovane comica sa reggere il confronto con la maestra. Paola Cortellesi stupisce il suo pubblico con un elegantissimo abito da sera nero che lascia scoperte le braccia e le spalle toniche e i capelli castani sono raccolti  in un semplice ma raffinato chignon, ma ciò che conta sono il carisma e la simpatia con cui interpreta magistralmente Maria Callas.

E’ interessante analizzare il ruolo della musica in uno spettacolo che tratta di opera lirica ma è interpretato da persone che mai potrebbero apparire in un melodramma. Più volte volte Paola Cortellesi canta nel corso dello spettacolo sia seriamente, come nel caso dell’inno americano, sia in modo comico; persino Dario Fo azzarda qualche simpatico acuto. L’opera lirica introduce e conclude lo spettacolo solo nelle vesti di sigla, ma forse è giusto così: Dario Fo si occupa di teatro, non di musica.

Recensione di ‘C’è un re pazzo in Danimarca’ di Dario Fo

E’ stato recentemente pubblicato da Narrazioni Chiarelettere C’è un re pazzo in Danimarca, l’ultimo romanzo storico di Dario Fo.

Il Premio Nobel racconta: “La vicenda di C’è un re pazzo in Danimarca è invasa da personaggi a dir poco eccezionali. Le carte ritrovate ci hanno permesso di ricostruire gli eventi tragici e grotteschi che hanno segnato in Scandinavia il periodo che va dal Settecento alla metà dell’Ottocento e che è rimasto per secoli quasi interamente sconosciuto a tutti noi.

Una nota precede la narrazione: “L’idea di questo testo è nata in seguito ad un’inchiesta condotta da mio figlio Jacopo sui re di Danimarca del XVIII secolo. […]

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L’opera racconta la vita di re Cristiano VII di Danimarca, un monarca affetto da problemi psichici ma intenzionato a rinnovare il proprio paese introducendo riforme di stampo illuminista ben prima che la Rivoluzione Francese mutasse per sempre la mentalità degli statisti europei. Re Cristiano VII avviò un primo tentativo di modernizzare lo stato, fallito a causa di un colpo di stato organizzato dalla regina madre; alla caduta del governo seguì l’esecuzione del ministro e amico Dottor Struensee e la reclusione della regina Carolina Matilde di Hannover. Qualche anno più tardi il figlio del re Federico VI di Danimarca porterà avanti il progetto creando uno stato moderno in cui sono abolite la tortura e la pena di morte, vige la libertà di stampa, sono abbattuti i privilegi di casta ed è promossa la cultura e l’istruzione. Sullo sfondo della trama politica si susseguono coinvolgenti storie d’amore: la corrispondenza amorosa tra il re e la sua futura moglie Carolina Matilde e il tradimento della regina con il Dottor Struensee, da cui nascerà la principessa Luisa Augusta di Danimarca.

Dario Fo cita nel corso della narrazione le fonti da cui ha tratto la vicenda: i diari privati di alcuni dei protagonisti e altri documenti. Tali scritti mi hanno incuriosito perciò mi sarebbe piaciuto apprendere maggiori informazioni al riguardo, ma l’autore sotto questo punto di vista non ha scritto nulla; spero che tale silenzio sia dettato dalla necessità di non rallentare il ritmo della narrazione.

Il romanzo è stato realizzato sullo stesso stampo de La figlia del papa, con il quale ha molti aspetti in comune oltre alla struttura della copertina e l’impaginazione. Entrambe le opere sono innanzi tutto il frutto di una meticolosa documentazione storica e diversi passi sono la rielaborazione in chiave romanzesca dei documenti ritrovati. I testi sono suddivisi in capitoli non numerati, preceduti da una breve introduzione in corsivo in cui si riassume (sovente in prima persona) ciò che si è in procinto di narrare, si menzionano le fonti o si fornisce un breve commento alla vicenda. Per entrambi i romanzi Dario Fo ha scelto uno ritmo della narrazione lineare, spesso interrotto da riflessioni, citazioni delle fonti o puntualizzazioni di carattere storico. Mentre La figlia del papa è caratterizzato da una conclusione un po’ pesante che mi ha indotto ad interrompere la lettura, C’è un re pazzo in Danimarca è un romanzo coinvolgente che mi ha entusiasmato sino al termine del racconto.

Dario Fo è solito introdurre nei suoi romanzi alcune illustrazioni a colori di sua realizzazione (l’artista, che ha studiato presso l’Accademia di Brera di Milano, è anche un celebre pittore). Nel suo ultimo romanzo l’autore ha realizzato alcune reinterpretazioni di alcuni ritratti realmente esistenti dei protagonisti della vicenda ma, in alcuni casi, ha semplicemente ravvivato con pennellate più elettriche e vivaci le immagini pensate dai ritrattisti settecenteschi. E’ il caso per esempio del ritratto di Federico VI e quello di sua sorella Luisa Augusta, che sono identici a opere facilmente rintracciabili su Google. Nel complesso tuttavia i variopinti ritratti di Fo rallegrano e impreziosiscono il libro.

Consiglio a tutti gli appassionati di storia questo romanzo vivace e intelligente, l’ennesimo successo del Premio Nobel.