La ballata di Hua Mulan

Alle ragazze della mia generazione il personaggio di cui mi accingo a scrivere è noto forse più come Fa Mulan che con il suo nome originario, Hua Mulan. Si tratta dell’eroina della ballata cinese di VI secolo che ha ispirato l’omonimo lungometraggio disneyano del 1998.
Pur con numerose variazioni, il cartone animato ripercorre i momenti fondamentali della leggenda: la giovane Mulan, per impedire che il padre venga arruolato nelle milizie imperiali destinate ad arginare la minaccia unna, veste le armi (secondo il mito, i genitori, pur riluttanti, accettano la sua decisione, mentre nella versione disneyana ella fugge di notte) e si unisce all’esercito, dove, senza che nessuno dubiti della sua identità, compie grandi imprese, fino a guadagnarsi il grado di generale e un’offerta di entrare nell’entourage imperiale, che Mulan declina per ricongiungersi finalmente alla famiglia. Il testo della ballata è andato perduto, ma se ne conservano alcuni frammenti, che mi fanno rimpiangere di non poterli ascoltare nella loro lingua originaria, poiché trovo che la poesia abbia tutt’altro sapore se goduta attraverso i suoni da cui scaturisce. Ad ogni modo, il racconto è davvero suggestivo:
Mulan sull’uscio tesseva al telaio,
non sentì il rumore della spoletta,
sentì solo il sospirare della ragazza.
A chi pensava, cosa la tormentava?
«Non penso a nessuno,
nulla mi tormenta,
ieri notte ho visto le insegne,
il Khan arruolava le truppe,
hanno dodici rotoli di nomi di soldati,
in ogni rotolo, il nome di mio padre.
Egli non ha un figlio adulto,
Mulan non ha fratelli maggiori,
voglio al mercato comprare sella e cavallo,
con cui mettermi in marcia al posto di mio padre.»
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Al mercato dell’Est comprò un fiero cavallo,
al mercato dell’Ovest comprò una sella,
al mercato del Sud comprò le briglie,
al mercato del Nord comprò una lunga frusta.
All’alba salutò padre e madre,
al tramonto dormì al Fiume Giallo.
Non sentiva le voci dei genitori che la chiamavano,
solo sentiva il pianto del corso del fiume, jen jen.
All’alba salutò il Fiume Giallo,
al tramonto dormi sui Monti Neri.
Non sentiva le voci dei genitori che la chiamavano,
solo sentiva il pianto dei cavalli sul Monte Yan, chiu chiu.
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L’esercito in guerra percorse grandi distanze,
e superò come in volo i passi montani.
Il vento del Nord trasportava clangore di armi,
la luce fredda invernale si rifletteva sulle ferree armature.
Generali morirono in cento battaglie,
valorosi soldati tornarono a casa dopo dieci anni.
Al suo ritorno vide il Figlio del Cielo,
il Figlio del Cielo che risiedeva nel Palazzo Splendente.
Rifiutò promozioni di dodicesimo grado,
premi da oltre centomila,
alla domanda del Khan espresse il suo desiderio:
«A Mulan non serve una carica ufficiale,
vorrebbe una cavalcatura veloce,
per tornare presto alla sua casa.»
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Il padre e la madre, udito il ritorno della figlia,
uscirono dalla valle sostenendosi a vicenda.
La sorella minore, udito il ritorno della sorella,
la attese ornata di rosso sulla porta di casa.
Il fratello minore, udito il ritorno della sorella,
affilò il coltello e uccise maiali e capre.
«Apro la porta della mia camera orientale,
riposo sul letto della mia camera occidentale.
Mi tolgo la divisa del tempo della guerra,
riprendo le vecchie sembianze.
Alla finestra acconcio i capelli,
davanti allo specchio mi cospargo della polvere del fiore giallo.
Esco dalla porta, vedo i miei vecchi compagni che sussultano sorpresi.»
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«Con noi ha passato dodici anni,
non sapevamo che Mulan fosse una donna.»
Le zampe della lepre maschio saltano veloci,
gli occhi della lepre femmina sono confusi e turbati.
Se due lepri corrono insieme,
chi potrà più riconoscere se sono maschio o femmina?
Il brano della ballata ripercorre i momenti fondamentali del mito: la decisione di Mulan di sostituirsi al padre malato nell’esercito, la sua partenza, il viaggio, le imprese a seguito dell’armata cinese, l’incontro con l’imperatore (il Figlio del Cielo), il rifiuto della carica amministrativa e il ritorno all’aspetto e alle mansioni abituali. Pare che tutte queste vicende occupino ben dodici anni della vita di Mulan. Due aspetti mi hanno particolarmente colpita dei versi cinesi: innanzitutto la ripetizione di alcuni moduli e frammenti, che mi ricordano la dizione formulare dell’epica classica, basata in larga parte sul montaggio di parti di verso o di intere sequenze reiterate; in seconda battuta, la chiusa, che coniuga l’antichità delle metafore animali con un pensiero che sa di modernità e dolcezza.
cfv
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Questo meraviglioso articolo proviene dal blog Athenae Noctua. Grande Cri, sei stata bravissima!
Le immagini invece provengono da weheartit.com
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Verona e il suo antico arsenale

L’anno scorso mi recai a Verona per visitare la città. Avevo intenzione di seguire l’itinerario classico, quello che da secoli attira i turisti di tutto il mondo per le sue romantiche attrazioni Shakespeariane, ma una piccola stellina in grassetto sulla mappa scaricata da Internet mi ha indotto a scegliere la strada meno battuta dai turisti in direzione dell’Arsenale Franz Josef I, antica caserma austriaca.

Non si trattò poi di chissà quale scelta particolare: l’arsenale si trova esattamente di fronte al Ponte Scaligero, a trecento metri o poco più da Castelvecchio, perciò non avrebbe comportato una grande perdita di tempo se, rivelatosi una fregatura, avessi voluto ritornare sui miei passi.

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L’arsenale (rosso grassetto), il Ponte Scaligero (giallo) e Castelvecchio (rosso) su Google Maps.

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La progettazione dell’arsenale
C’era una volta un tempo in cui il Lombardo-Veneto non era territorio italiano e gli austriaci erano non dei simpatici vicini di casa, ma i nostri conquistatori. Non riesco nemmeno ad immaginare cosa significa essere dominati da un popolo straniero e sono felicissima di non saperlo, perciò fa una certa impressione sapere che, se fossi vissuta centocinquant’anni fa, l’Impero Prussiano per me avrebbe significato soltanto una parola: usurpatori.

Negli anni 1850-1860 Verona non era la città dell’amore, ma una “fortificazione permanente” dell’organizzazione strategica austriaca in cui erano raccolti tutti i servizi tecnici d’artiglieria. L’arsenale Francesco Giuseppe I nacque proprio per adeguare le strutture militari della città a questo ruolo nella politica militare austrica, per volere del feldmaresciallo Radetzky. Esso sorse nella zona della “Campagnola”, di fronte a Castelvecchio, ed era destinato ad accogliere la Direzione d’Artiglieria e ad essere un importante supporto logistico per tutte le piazzeforti del Lombardo-Veneto, ma venne impiegato prevalentemente per la manutenzione ed il deposito delle armi.

Nel 1854 gli uffici del Genio militare elaborarono un primo progetto, sotto la direzione del tenente colonnello Conrad Petrasch, realizzato tra il 1849 e il 1857. La costruzione dell’arsenale si basò tuttavia su un secondo progetto molto diverso dal primo, i cui lavori furono ultimati tra il 1855 e il 1861. Nel 1866 il destino dell’arsenale mutò radicalmente in seguito all’annessione del Veneto al Regno d’Italia: l’edificio continuò ad essere utilizzato per scopi bellici fino al 1945, ma da parte dell’esercito italiano. Lo stato di abbandono di alcune aree del complesso edilizio lasciano dedurre che l’arsenale sia rimasto abbandonato per molti anni prima della sua trasformazione in un parco pubblico.

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Una foto del 1866 rubata a Wikipedia

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Un perfetto centro di comando

L’arsenale è dotato di nove corpi di fabbrica di uno o due piani ed ampi cortili, inoltre è circondato da un’imponente muro di cinta lungo 392 m e largo 176 m, munito ai quattro angoli di torri di guardia.

Sebbene sia faticoso riconoscere dall’esterno le sue imponenti dimensioni, l’arsenale ha l’aspetto di un massiccio castello medioevale di ben 62 mila mq, costruito in stile Neoromanico Tedesco o dell’Arco Rotondo; tale scelta architettonica non solo riflette la tendenza dell’epoca di riscoprire l’architettura del Medioevo, ma richiama anche i numerosi edifici medioevali di Verona. Il pavimento murario di tufo a lastrature orizzontali, molto simile a quelli di S. Zeno e del Palazzo Comunale, non è il solo elemento medievalizzante dell’edificio, che è stato decorato anche con listrature in tufo e cotto, archetti pensili, lesene e bifore con ghiere in laterizio policrome. I pilastri ottagonali appartengono al neogotico inglese ed è evidente nella struttura generale dell’edificio un richiamo all’arsenale di Vienna, ultimato pochi anni prima della costruzione dell’edificio veronese.

Chiudete gli occhi e provate ad immaginare l’imponente scalone d’onore all’ingresso, gli uffici, le sale dei trofei e delle armi del corpo principale, oppure i laboratori di fabbri, carradori, carpentieri e sellai nella corte centrale. Nei corpi laterali avreste trovato i magazzini e le scuderie, nel lato meridionale erano invece situati gli edifici dei disegnatori, i settori amministrativi e l’archivio dei modelli.

All’interno dell’Arsenale c’era anche presente un reparto di fonderia, dove tuttavia sembra che siano stati prodotti più attrezzi per il lavoro agricolo che bocche da fuoco, e una piscina per la scuola militare di nuoto, situata dove adesso zampilla l’acqua di una splendida fontana. Per ragioni di sicurezza, il laboratorio pirotecnico era invece posto tra le mura dello splendido Castelvecchio, cui si poteva accedere rapidamente attraverso il ponte scaligero.

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Un parco giochi per bambini

Centocinquant’anni dopo non ci sono più soldati, fonderie, magazzini o cannoni. Non conosco le consuetudini della vita veronese perciò non conosco con esattezza come venga impiegato attualmente l’edificio, ma varcando quell’antico portone mi sono imbattuta in un parco giochi, alcune giostre, manifesti di attività culturali organizzate in loco ed una moltitudine di vecchietti che si godono la propria pensione passeggiando nelle aree verdi. L’arsenale è infatti dotato di splendidi parchetti, viali alberati e spazi verdi che dal 1995 sono stati consacrati allo svago e al benessere della popolazione.

Abbiamo vinto la guerra e Verona, in cui ormai è rimasto ben poco dell’antica città-fortezza militare di un tempo, è ritornata ad essere soltanto la città dell’amore. I ruderi delle antiche fortificazioni veronesi faticano a trasmettere l’antico significato di guerra e oppressione che trasmettevano un tempo, ma non dobbiamo dimenticare che non viviamo in una società senza conflitti: il fronte esiste ancora, si è solo spostato in altri continenti.

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Fonti:

Un inno ad Iside da un papiro del III-IV secolo (Nag-Hammadi, Egitto)

Una dea magnifica, un fuoco di onnipotente femminilità. Ave o Iside!!!

Studia Humanitatis - παιδεία

Perché io sono la prima e l’ ultima
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la madre e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità,
Io sono la Madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica.

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Atena, prima in battaglia

Eccomi di nuovo qui, cari lettori, dopo una settimana di assenza. Purtroppo ho dovuto accantonare il blog per motivi di studio, ma staera sono finalmente tornata con un’altra ricerca.

Atena dallo sguardo scintillante, Atena industriosa, Atena la vergine, Atena prima in battaglia …

Sappiamo tutti chi è Atena: l’alta, mora, bellissima e invincibile dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, dell’artigianato e degli aspetti più nobili della guerra (ammesso che esistano); spesso Minerva è affiancata da Nike, l’alata dea della vittoria o della vendetta. Il semplice peplo con cui Atena viene raffigurata non è provcante come lo “scollacciato” chitone di Venere e le sue armi possono fronteggiare la furia di un esercito.

Atena

Ma quali sono le armi dea? Provate a ripensare alle antiche monetine d’argento da 100 lire che utilizzavamo dieci anni fa (io ne sto stringendo in mano una proprio in questo momento), sulla testa del nichelino la dea è riconoscibile, oltre che per il fatto che sta afferrando un ulivo, la pianta a lei consacrata, grazie all’elmo, la corazza di pelle di capra e la lancia. La Banca d’Italia si è dimenticata tuttavia di raffigurare l’elemento più importante: l’Elgide, il potentissimo scudo ricevuto in dono dal padre Zeus su cui la dea ha raffigurato la testa di Medusa, ricevuta in dono da Perseo.

Un’arma poco nota della gran donna è … Excalibur! Esatto, proprio lei, la lama in grado di tagliare ogni materiale che, qualche secolo più tardi, ricomparirà in una certa leggenda sassone. Un altro simbolo di Minerva è la civetta, guarda caso un rapace che, come il cugino gufo, è ancora oggi simbolo di saggezza.

Circolano molte storie sulla nascita di Atena, una più incredibile dell’altra. Secondo alcuni Minerva è semplicemente la figlia di prediletta di Zeus, nata già adulta ed armata dalla testa o dal polpaccio del padre degli dei. Un’antichissima leggenda tratta dai frammenti dell’autore mitologico Sanchunimathon affermano invece che la dea sia figlia di Crono, re dei titani e padre infanticida e cannibale di Zeus, Poseidone e Ade, che fu poi ucciso per mano dei figli e gettato nel Tartaro, la parte più oscura e impenetrabile degli Inferi.

La legeda più celebre sulla nascita della bella Minerva è a mio parere un po’ inquietante. Si racconta infatti che Zeus giacque con Metide, la dea della prudenza e della saggezza, ma quando la donna restò incinta temette che si avverasse una profezia piuttosto scomoda per il padre degli dei: fu predetto infatti che i figli di Metide sarebbero stati più potenti del padre. Zeus decise di attuare una drastica contromisura per evitare di essere spodestato, così trasformò la donna in una goccia d’acqua (in una mosca o in una cicala a seconda delle versioni del mito) e la inghiottì.

Fu tutto inutile, infatti la dea riuscì a sopravvivere all’interno del corpo dell’amante e iniziò a realizzare un elmo e una veste per la figlia che portava in grembo, sferrando dei tremendi colpi di martello che facevano soffrire a Zeus le pene dell’Inferno.  Il dio fu salvato da Efesto o da Prometeo, uno di loro infatti spaccò in due il cranio di Zeus con un’ascia bipenne, provocando un solco da cui fuoriuscì un’Atena già adulta vestita dei doni della madre.

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ATENA NERA, di Martin Bernal

Atena nera è il titolo del libro di Martin Bernal che ha sconvolto i dipartimenti di antichità di ogni università. Mi dovete scusare se mi sono appoggiata prevalentemente alla rozza Wikipedia (it.wikipedia.org/wiki/Atena_nera) per scrivere ciò che segue, quindi siate clementi se ho riportato qualche sciocchezza. Dopotutto scribacchio solo per divertimento, strappando tra l’altro delle ore preziose ai miei studi di economia, perciò non sempre posso permettermi di svolgere delle ricerche accurate.

Il titolo provocatorio sbaraglia il lettore proponendo l’immagine di un’Atena inedita, completamente diversa da quella che da secoli siamo abituati ad apprezzare nei capolavori di storia dell’arte. Atena aveva la pelle nera, perché non era dalle nostre parti, ma dall’Egitto e dalla Mesopotamia.

Il titolo dell’opera di Martin Bernal attribuisce origini “extracomunitarie” non solo ad Atena, ma a tutto il pantheon greco, anzi, all’intera cultura ellenica. L’opera non parla infatti di divinità esotiche, ma vuole avvertirci che la nostra cultura non europea, ma ha origine lontane, negre per l’esattezza. Alla facciazza di Hitler e dei puristi della razza!

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Da secoli i secchioni del classico si domandano le origini della civiltà greca per capire chi siamo, come abbiamo fatto ad arrivare fin qui e per insaporire l’esistenza con lo quello speziato sapore di esotico e antico che rende tutto più affascinante. Nel corso della storia sono state formulate diverse teorie al riguardo:

  1. MODELLO ANTICO: dall’antica grecia al XVIII secolo abbiamo ritenuto di avere ereditato il sapere degli antichi egizi e della Mezzaluna Fertile, in quanto le principali città dell’età arcaica e classica (Micene, Cnosso, Tebe e Atene, per citarne qualcuna) sarebbero nate come colonie egizie e fenicie. A sostegno di questa tesi, Secondo Bernal, ci sarebbero varti miti e leggende, come queli di Danao o Cadmo.
  1. MODELLO ARIANO: con la nascita del romanticismo nel tardo XVIII gli occidentali sono diventati un po’ presuntuosetti. La cultura occidentale che sta dominando il mondo è made in Europe al 110%, perché noi (e i popoli indoeuropei da cui discendiamo e che hanno invaso la grecia alla fine nei secoli bui dell’età ellenica. ) saremmo superiori ad un Oriente asiatico e africano considerato immobile e decadente. Tale modello viene suddiviso da Bernal in due arianti: il modello ariano ampio, il quale ammette l’apporto delle civiltà afroasiatiche nel patrimonio culturale ellenico con il solo scopo di sminuirlo, e il modello ariano estremo, che nega ogni isorta di influenza subita dai popoli greci.

Purtroppo, il modello ariano ha surclassato il modello antico negli ultimi duecento anni per l’impulso esercitato dalle fenomeni culturali dell’epoca, in particolar modo il romanticismo, l’ascesa del razzismo europeo in relazione al colonialismo e l’antisemitismo. Tale teoria, che nel corso degli anni non è stata necessariamente collegata all’estrema destra (anzi, uno storico di sinistra potrebbe sostenerla senza rischiare di cadere in contraddizione), ha raggiunto l’apice del successo con il nazismo.

Il metodo ariano mi ricorda la deleteria lezione di storia tenuta da un professore nazista ai suoi ragazzi ne L’amico ritrovato di Fred Uhlman: “-Signori,- esordì all’inizio della lezione –c’è storia e storia. C’è la storia contenuta nei vostri libri e quella che lo sarà tra poco. Sapete tutto della prima, ma nulla della seconda perché alcune potenze oscure, di cui mi auguro di potervi parlare presto, hanno tutto l’interesse a tenervela nascosta. […] Verso il 1800 a.C. un gruppo di tribù ariane, i Dori, fece la sua comparsa in Grecia. Fino a quell’epoca la Grecia, paese povero e montuoso, abitato da popolazioni di razza inferiore, era rimasta immersa nel sonno dell’impotenza. Patria di barbari, senza passato e senza futuro. Ma poco dopo l’arrivo degli ariani il quadro mutò completamente finché, come tutti sappiamo, la Grecia fiorì, fino a trasformarsi nella civiltà più fulgida della storia dell’umanità.”

Bernal non propone una restaurazione del più plausibile modello antico rispetto al modello ariano, ma propone il modello antico riveduto, una sua rielaborazione personale secondo cui la civiltà greca sarebbe nata inizialmente dalle colonie fondate da egizi e fenici nella penisola Balcanica e, in seguito, avrebbe ricevuto un apporto secondario da parte degli invasori indoeuropei.

L’autore vuole in particolare contestare l’opinione secondo cui la società greca è stata la prima e la sola a realizzare una visione del mondo e che tale filosofia sia superiore a quelle formulate dalle culture asiatiche e africane, incapaci di una riflessione autonoma e oppresse dalla religione e dal dispotismo. Il pensiero greco sarebbe dunque solo una variante delle filosofie mediorientali, delle culture autonome e di valore certamente non inferiore.

Basandosi su riferimenti archeologici e filologici, Bernal propone una rivoluzione: metà del vocabolario greco, privi di una propria etimologia, derivano da radici semitiche, in particolare i nomi propri di toponimi ei divinità, che sarebbero di origine egizia. E non è tutto! I parallelismi tra età greche e egizie effettuati durante l’ellenismo non furono altro che il ripescaggio di relazioni che erano già note da secoli.

MA SARA’ VERO? LE NUMEROSE CONTESTAZIONI …

Le tesi scioccanti di Atena nera hanno scatenato un bel polverone. I metodi filologici adottati da Bernal sono stati giudicati deboli, disinvolti, privi di sufficiente rigore e alcune delle tesi dello studioso sono state confutate dagli specialisti.

Un altro errore commesso dallo scrittore riguarda la scelta delle opere consultate nel corso della ricerca: “molti dei testi ricondotti da Bernal alla cultura egizia, ad esempio il Corpus Hermeticum, sono compilazioni greche di età cristiana, ed in qualche caso (la simbologia egizia dei rituali massonici o nel Flauto Magico di Mozart) derivano addirittura da opere moderne inventate di sana pianta (il romanzo Sethos dell’abate Jean Terrason, scritto nel 1731).” (Citazione tratta dalla cara vecchia Wiki)

Errori e mancanze a parte, l’opera ha ricevuto numerosi apprezzamenti dagli studiosi africani e dagli Stati Uniti, con il solo risultato di ricondurre l’opera ad una dimensione ideologica anziché scientifica.

Innanzi tutto, Bernal è stato accusato di eurocentrismo perché, con il suo tentativo esasperatissimo di esaltare le culture africane come precursori di quelle europee, sembra non considerarle degne di interesse per se stesse.

Bernal è inoltre stato accusato di una particolare forma di razzismo, che prevede la discriminazione dei popoli che non conoscono la scrittura a vantaggio delle civiltà alfabetizzate.

Alcuni critici hanno inoltre etichettato l’autore come comunista, sostenendo che egli sia stato influenzato dalle opinioni del padre marxista. Bernal tuttavia nega fermamente: l’influenza subita dal padre non riguarda necessariamente le sue opinioni marxiste, inoltre moltissimi comunisti hanno abbracciato il modello ariano, che non è necessariamente collegato ad opinioni di destra.

Il fenomeno Atena Nera, che ha segnato in modo indelebile la vita di Bernal, non lascia indifferente nessuno di noi perché capovolge radicalmente tutte le teorie che sono state formulate sulle nostre origini. Secondo l’articolo di Maurizio Bettini Incubo Atena nera, pubblicato su La Repubblica il 1 Agosto 1995, Atena nera sarebbe l’espressione di un occidente liberale che desidera distaccarsi dai rimasugli del proprio passato eurocentrico e riscrivere la propria identità.  E’ molto significativa la conclusione dell’articolo: “Non siamo sicuri del fatto che studiosi come Bernal stiano davvero rifacendo la storia della civiltà greca e occidentale: ma di certo stanno redigendo il palinsesto dei nostri incubi passati, così come dei nostri sogni a venire.”

MA ALLORA QUALI SONO LE ORIGINI DI ATENA?

Purtroppo mi tocca ammettere di aver organizzato male i contenuti: ho esordito presentando l’affascinante figura della dea Atena e, paragrafo dopo paragrafo, mi sono ritrovata a parlare delle origini della cultura occidentale. A questo punto del discorso, dopo essermi ripromessa di tagliuzzare qua e la le sezioni dedicate ad Atena nera per armonizzare l’argomento del post, ho deciso di indagare sulle origini di Atena, indipendentemente dalle teorie di Bernal.

Esordirò con una brutta delusione per voi lettori: Minerva può anche essere egiziana, ma sicuramente non era nera. Oggi gli Egiziani hanno la pelle più scura della nostra, è vero, ma qualche millennio addietro le popolazioni del Maghreb erano considerate simili a quelle europee poiché avevano avuto pochi contatti con i popoli “Neri”, definiti genericamente Etiopi.

Niente Atena nera, quindi, cancellate dalle vostre menti la bella giovane color cioccolato dell’immagine che vedete sopra in favore di una dea dalla pelle bianca e caucasica. E’ certo tuttavia che Platone ed Erodoto ci rivelino che nella città egiziana di Sais veniva celebrato il culto della divinità egiziana Neith, che ricollegavano ad Atena.

Atena si ricollega chiaramente alle divinità femminili che erano adorate in Europa nel corso della Preistoria, ed è proprio in questa epoca che compaiono i primi riferimenti ad Atena, che nell’antichità era essa stessa rappresentata come una civetta, una Dea-uccello simile a Lilith o una dea alata. L’armatura che indossa nell’iconografia più recente potrebbe derivare proprio dalle ali di cui era dotata, che invece compaiono sulle decorazioni dei vasi più antichi.

La divinazione: strani rituali per predire il futuro

Si può predire il futuro? Assolutamente no, scordatevelo! Eppure sono millenni che tentiamo di scoprire cosa ci accadrà scrutando le stelle o esaminando le macchioline rimaste sul fondo di una tazzina di caffè.

Oggi sappiamo che simili credenze non sono altro che giochetti su cui scherzare dal parrucchiere, ma un tempo l’umanità prendeva la faccenda molto seriamente: le tecniche divinatorie che ci hanno tramandato gli antichi sono così articolate e meticolose da essersi attrbuite il titolo di pseudoscienze.

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LE PSEUDOSCIENZE: QUANDO LA FANTASIA SI SPACCIA PER SCIENZA

Il termine “pseudoscienza” non è una birbonata di mia invenzione, provate a consultare lo Zingarelli se non ci credete: “pseudoscienza: teoria, disciplina e sim., che si attribuisce un carattere scientifico pur non avendo i requisiti, spec. Metodologici, propri delle scienze”.

Un esempio classico di pseudoscienza è l’astrologia, che propone di svelare il nostro avvenire con antiche leggende greche e complicatissimi calcoli matematici, ma esistono anche discipline che non effetuano predizioni come la fisiognomica, che tenta di rivelare i tratti psicologici e caratteriali di una persona attraverso le sue caratteristiche fisiche.

Eppure esistono moltissime materie che effettuano delle previsioni scientifiche, come la meteorologia e la matematica finanziaria, i cui responsi sono ritenuti autorevoli pur non essendo attendibili al 100%. Su cosa si foda dunque la fondatezza di tali discipline? La scienza si differenzia dall supestizione perché le sue previsioni sono basate su causalità dimostrate tra il segno interpretato e l’evento previsto.

Facciamo qualche esempio. “A determinate condizioni di umidità e temperatura scoppierà un temporale” è una previsione scientifica; “Se rompo il televisore mia madre si infurierà” non è una supposizione relativa alla vita quotidiana e non ad una scieza, ma è comunque un’affermazione autorevole (povera mamma!). “Se peschi picche da un mazzo di carte morirai giovane” è una delle tante assurdità che può dirvi una cartomante.

La pseudoscienza giustificheà i suoi responsi appellandosi alle stelle, ai santi, alle misterise forze della natura o ai poteri paranormali rivendicati da qualche ciarlatano. Le riconoscerete facilmente, perchè le giustificazioni ai raporti causa-effetto che collegano i fenomeni alle predizioni si appellano alla religione, alla magia o a qualche assurda credenza popolare.

In questo articolo non ho nessuna intenzione di parlare di scienze serie, affronterò invece le discipline più assurde che l’essere umano abbia mai inventato.

Attenzione, miei cari lettori, non pensate che le pseudoscienze siano materie prive di importanza: non solo si tratta di argomenti interessanti da un punto di vista sociologico e storico, ma molte pseudoscienze hanno anche costituito una tappa fondamentale nello sviluppo tecnologico umano. Basti pensare all’alchimia, un complesso intreccio di scienza e magia che ha permesso all’umanità di acquisire l’approccio scientifico necessario per apprendere i segreti della chimica.

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LA DIVINAZIONE

Il termine divinazione deriva dal latino divinus, che significa “ispirato dal dio”, eppure non è necessariamente collegata alla sfera religiosa, come mlti sono portati a pensare.

Si tratta di un’antica arte (per non chiamarla buffonata) che permette di ottenere informazioni appartennti appartenenti ad una dimensione spazio-temporale inaccessibile. In parole povere, consente di dare una sbirciatina al passato, al futuro o a ciò che si trova in un luogo diverso dal nostro.

La divinazione o mantica è una pratica incodificabile, sospesa tra la il razionale e l’irrazionale. Secondo alcuni le sue arti sono accessibili a tutti, per altri invece le predizioni sono riservate ad alcuni individui “speciali” chiamati indovini, vati o Mantis, che in latino significa “colui che è in grado di instaurare  un contatto con le divinità”.

LE PRINCIPALI TECNICHE DIVINATORIE

Le arti divinatorie sono veramente numerose e i loro nomi, quasi sempre di illustre origine greca (in effetti, i popoli antichi erano dei veri esperti in materia di divinazione, ne hanno inventata una più del diavolo), sono degni di comparire nei più difficili quiz televisivi.  Siete curiosi? Ecco l’elenco delle discipline più celebri:

  • Aeromanzia, che consiste nell’interpretazione delle condizioni atmosferiche;
  • Ailuromanzia, lo studio del comportamento dei gatti (specie se neri);
  • Antropomanzia, la quale permette di conoscere il futuro attraverso i sacrifici umani;
  • Apantomanzia, basata sull’avvistamento di animali;
  • Artimanzia, che indica le le pratiche divinatorie che utilizzano numeri e lettere;
  • Aruspicina, l’analisi delle viscere degli animali sacrificati agli dei (è dalla seconda elementare che, ogni volta che penso a questa cosa, mi viene spontaneo manifestare il mio disgusto con un “BLEAH”!);
  • Bibliomanzia, la divinazione attraverso alcuni libri particolari, tra cui la Bibbia;
  • Caffeomanzia, la lettura dei fondi di caffè;
  • Tasseografia, la lettura delle foglie di tè;
  • Cartomanzia, la lettura di carte e tarocchi;
  • Ceromanzia, l’interpretazione della cera fusa versata in acqua fredda;
  • Chiromanzia, la celebre lettura della mano;
  • Cleromanzia, l’estrazione a sorte;
  • Cometomanzia, lo studio delle code delle comete (vi ricorda qualcosa?);
  • Cristallomanzia, la dvinazione mediante l’impiego di cristalli e sfere di cristallo;
  • Cybermanzia, gli oracoli elettronici (tutti quei giochetti che si fanno su Internet);
  • Demonomanzia, la divinazione dei demoni;
  • Geomanzia, la divinazione della Terra;
  • Giromanzia, la lettura delle vertigini di una persona;
  • Oniromanzia, l’interpretazione dei sogni;
  • Negromanzia, la divinazione attraverso l’evocazione dei defunti;
  • Ornitomanzia, l’osservazione del volo degli uccelli (Romolo e Remo docet).

Gli oggetti impiegati nella divinazione sono praticamente infiniti. Nel corso della storia sono stati utilizzati infatti anche farina e derivati, orzo, sale, vino, galli e galline, vento, nubi, tuoni, fulmini, asce, frecce, dadi, bioritmi, piante bruciate, corone di alloro incenerite, germogli di cipolla,acqua, fiamme, fumo,incenso, bastoni, specchi e oggetti riflettenti, tessere del domino, bruciature, ruote, chiavi, setacci pendenti, cavalli, pesci, serpenti, topi, formiche, allucinogeni (dagli antichi greci agli indiani, ogni popolo antico conosceva un paio di metodi interessanti per avere delle visioni. Eheheheheh … ), pietre preziose, perle, meteore, imperfezioni di vario genere, cordoni ombelicali, nomi di persona, uova, le crepe provocate dal calore sui gusci delle tartarughe.

Una pratica interessane è la somatomanzia, sarebbe possibile leggere il nostro futuro sul nostro stesso corpo. Occhi, palpebre, piedi, cranio, fronte, dita, petto, unghie … sono veramente numerose le parti anatomiche che possono servire a questo scopo. Molte tecniche impiegano anche alcune caratteristiche comportamentali, come la calligrafia, l’abbigliamento o la risata.

Quando non esistevano ancora i ginecologi e il sesso del nascituro restava un mistero sino al momento del parto, i genitori si affidavano alla divinazione per scoprire il sesso del loro bambino, studiando il comportamento e la forma del pancione di mamma secondo i princpi della genomanza. Per scoprire invece quali sorti avrebbe riservato la vita al neonato, si studiavano le membrane che lo avevano avvolto nel grembo della madre e il cordone ombelicale (a questo punto, propongo di urlare il secondo “BLEAH” della gornata!).

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LE STRATEGIE OBLIQUE: LA DIVINAZIONE AL SERVIZIO DELLA CREATIVITA’

Siamo nel 1974 e sappiamo tutti che aria si respirava in quegli anni. I giovani artisti Brian Eno (vi ricordate la musichetta onirica con cui si apriva Windows ’95? Ebbene, lui ne è l’autore.) e Peter Schmidt realizzarono le Strategie oblique, un mazzo di carte, su ognuna delle quali era presente una sentenza oracolare che aveva lo scopo di assistere il creativo nel processo decisionale che conduce al compimento dell’opera artistica.

La creazione delle carte è chiaramente influenzata dalla filosofia orientale e dall’I Ching ed è la dimostrazione di come il meccanismo delle sentenze oracolari possa essere sfruttato positivamente dall’uomo, anziché costituire una mera perdita di tempo per superstiziosi.

Qualche esempio delle frasi che avreste potuto pescare? “Usa meno note”, “Lavora con un ritmo differente”, “Torna sui tuoi passi”, “Solo una parte, non il tutto” o “Non si tratta di costruire un muro, ma di fare un mattone”; si tratta di sentenze che, pur non essendo sempre pertinenti con l’attività svolta dall’artista, possono essere un ottimo metodo per avere nuove idee, osservare la propria opera da un punto di vista diverso o semplicemente stimolare la fantasia.

L’invenzione sfrutta quella che secondo me è la sola caratteristica positiva dei testi oracolari, la capacità di indurre a vedere le cose in un modo diverso dall’usuale: invece di incaponirsi cercando una soluzione con i soliti mezzi, l’artista può sfruttare le Strategie Oblique per trovare una via trasversale per la realizzazione di un capolavoro.

“Queste carte si sono sviluppate a partire dall’osservazione dei principi che regolano le nostre creazioni.
Talvolta [i suddetti principi] sono stati riconosciuti retrospettivamente (facendo così coincidere intelletto e intuizione), a volte sono stati identificati osservando ciò che è successo, altre volte si è trattato di formule.
Possono essere utilizzate come un tutto (una serie di possibilità costantemente riportate alla memoria) opure isolatamente, estraendo una carta dal mazzo mescolato quando si presenta un dilemma a un certo punto del lavoro. In questo caso, ci si rimette alla carta anche se l’applicazione non è chiara.
Le carte non danno responsi definitivi, nel senso che nuove idee si presenteranno spontaneamente mentre altre diventeranno via via evidenti”
[Eno, Schmidt, 1975]

Carissimi amici bloggers, volete sperimentare anche voi le Strategie Oblique e trarre l’ispirazione da un metodo brevettato da due grandi artisti come Eno e Schimdt? Potete utilizzare le carte originali, realizzare un mazzo di carte fai-da-te con oracoli di vostra creazione, oppure sfruttare l’applicazione di questo simpatico sito in inglese.

“CLICCA QUI!”
Per pescare una sentenza delle Strategie Oblique

La Giubiana, una strega della Brianza

“C’era una volta Canturium, una ricca città medioevale che sorgeva in una posizione strategica per l’epoca: si trovava infatti esattamente a metà strada tra la grande Milano e la piccola città lacustre di Como. Un’ottima posizione per commerciare, ma in tempi di guerra la cittadella brianzola era letteralmente tra l’incudine e il martello.

I canturini erano sotto assedio da mesi, tuttavia erano un popolo fiero (e anche un po’ testardo, ma questa è un’altra storia) e stavano tenendo testa al nemico con onore. Avrebbero anche potuto vincere quella dannata guerra, se non fosse stato per una donna.

La Giubiana era una bella castellana innamorata di un soldato nemico o una creatura demonica; sono numerose e contradditorie le voci sul suo conto, perciò nessuno saprebbe dire con certezza quale sia la verità. Sfruttò il suo fascino e chissà quale diavoleria magica per impossessarsi delle chiavi della città e le consegnò al nemico, condannando i concittadini alla sconfitta.

Il suo gesto fu giudicato alla massima pena: il rogo.”

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(Il rogo della Giubiana di Cantù)

Una notte di fuoco

L’ultimo giovedì di gennaio è una notte di fuoco: moltissime città del Piemonte e della Lombardia accendono dei grandi roghi nelle piazze principali delle città per bruciare la Giubiana (o Giobia, Gibiana, Giobbiana … il nome varia a seconda della località), un fantoccio vestito di stracci di una vecchia, di una strega dalle calze rosse o di una giovane donna.

La storia e le fattezze del pupazzo mutano a seconda del territorio e sono fortemente influenzati dalle leggende locali; in questo articolo tratteremo solamente la Giubiana del territorio di Cantù, una città brianzola famosa per la squadra di basket Pallacanetro Cantù, i mobili e il merletto. In questa zona della provincia di Como la tradizione della Giubiana assue dei tratti molto particolari, perchè non viene immolata alle fiamme una delle tante vecchine malefiche da cui ci mettono in guardia i racconti popolari, bensì una giovane donna accusata di alto tradimento e stregoneria.

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(La festa in piazza, ai piedi della chiesetta medioevale di S.Paolo)

Le origini della leggenda

Le leggende relative all’ultimo giovedì di gennaio (guarda caso, quest’anno sarà anche il giorno del mio compleanno, quindi fatemi gli auguri!!!) sono state tramandate oralmente da generazioni di contadini, perciò non abbiamo fonti scritte al riguardo e l’origine del nome è andata perduta.

Gli studiosi hanno tentato di riscoprire l’etimologia del termine formulando alcune teorie: la festività potrebbe derivare da un antico culto in onore di Giunone (da qui il nome Joviana), oppure potrebbe essere stata un rito in onore di Giove, a cui tra l’altro è stato dedicato il giorno settimanale del giovedì. Quest’ultima soluzione permetterebbe di far derivare il nome dal dio latino Jupiter-Jovis, da cui l’aggettivo Giovia e, successivamente, Giobia, strettamente collegato alle feste contadine di inizio anno per propiziare le forze della natura e ottenere un buon raccolto.

Si tratta di mere supposizioni, perciò non possiamo affermare nulla con certezza; certo è che la notte della Giubiana coincide con la festività romana delle Ferie Sementive, che segnavano la fine del periodo della semina.

Per quanto riguarda le credenze popolari canturine, non sappiamo con certezza in quale periodo la Giubiana tradì la cittadella. Forse la leggenda nacque nel XIV secolo, durante uno scontro tra comaschi e milanesi in cui Canturium (il nome medioevale della città) era alleata con questi ultimi. Alcuni invece sostengono che la vicenda si sia verificata nel corso di un’invasione del territorio canturino da parte dei Visconti in cui i Grassi, signori della città, furono spodestati.

La bella castellana potrebbe non essere mai esistita: i canturini, in seguito ad un’umiliante sconfitta in battaglia, avrebbero potuto incolpare una fanciulla inesistente. Siamo nell’epoca della caccia alle streghe e non era raro accusare una donna di avere provocato le sventure di una città.

La Giubiana di generazione in generazione

Fino a qualche decennio fa ogni famiglia, soprattutto se di origini contadine, allestiva un piccolo rogo casalingo in giardino. L’antico rito pseudo-pagano era anche un’occasione per liberarsi dei rifiuti: i roghi infatti erano composti soprattutto dalle sterpaglie che aveano invaso i campi durante l’inverno, truccioli, foglie secche, bucce delle arance consumate a Natale o di patate, fogli di carta e cartone impossibili da riciclare, gusci di noce, stracci.

Stiamo parlando di un’epoca in cui non si buttava via nulla perciò si trattava di roghi di piccole dimensioni, ma i ragazzi di allora non volevano rinunciare ad una serata di festa e si divertivano un sacco nel corso dei preparativi.

Una decina di anni fa, tornando a casa dalla grande manifestazione organizzata nel cetro del paese, era possibile osservare un piccolo fuocherello in ogni giardino. Oggi purtroppo i carabinieri sono diventati molto severi al riguardo e gli anziani, gli ultimi “fuochisti” rimasti, devono (o dovrebbero) accontentarsi del rogo nella piazza principale della città.

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(Un cumulo di sterpaglie)

La morte di una strega

La vera festa non si svolge nei giardini delle abitazioni ma nella piazza principale della città, dove i paesani si raccolgono per assistere all’esecuzione.

Il fantoccio a Cantù non è di paglia come nelle altre città, bensì un avvenente manichino femminile donato da una generosa boutique. Le vesti del fantoccio cambiano ogni anno: abbiamo avuto Giubiane di alta moda, in blue jeans, in sontuosi abiti d’epoca o la sobria tunica di sacco della condannata a morte. Da piccola giocavo con le altre bambine ad indovinare il colore dei capelli e il vestito che avrebbe indossato.

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(una Giubiana bionda e impellicciata esposta presso il Basket Point di Cantù, Gennaio 2010)

Qualche giorno prima dell’evento, la strega viene esposta nella vetrina del negozio ufficiale della squadra di basket della città (anche se nel Medioevo si utilizzava la crudele gogna), mentre i ragazzi e i pompieri costruiscono la pira.

Quando giunge la notte fatidica, la Giubiana viene condotta in piazza su un carro, scortata da un corteo in costume in cui figurano, oltre alle immancabili damigelle medioevali, degli armigeri, un frate e un boia. Il momento è solenne e il manichino viene fissato in cima alla pira con un agghiacciante rullo di tamburi. Prima di appiccare il fuoco, viene recitata a gran voce il testo di un’ipotetica condanna a morte.

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(Una Giubiana vestita di rosso condotta in piazza dagli aguzzini)

Il rogo viene incendiato sotto lo sguardo dei canturini sadicamente eccitati. Se il fuoco attecchirà bene e il manichino brucerà velocemente, l’anno appena iniziato sarà fortunato per tutti, altrimenti saranno guai seri per il raccolto (ehm ehm, sarebbe meglio dire per le aziende padronali, visto che i campi coltivati si contano sulla punta delle dita) …

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(Lo scontento dei paesani nel 2008: la sagoma in plastica del manichino non è stata consumata dalle fiamme)

Incenerito il fantoccio, canturini assistono ad uno spettacolo pirotecnico e mangiano il tradizionale risotto con la salsiccia offerto dal comune, incuranti di avere assistito alla simulazione di un omicidio. Morire sul rogo è terribile, infatti il condannato può solo sperare di perdere i sensi a causa del fumo prima di essere ustionato dalle fiamme. i miei concittadini dovrebbero riflettere prima di cedere all’aspetto ludico della festicciola.