Sogno, amore e magia in “Sogno di una notte di mezza estate”

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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In accordo con il tema del mese, il sogno, appare doveroso dedicare due righe a Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare. Si tratta di una commedia che parla d’amore, composta inizialmente per i banchetti di nozze aristocratici portata in scena in rappresentazioni private, fin quando al termine di un periodo di peste fu presentata anche al grande pubblico con l’aggiunta del secondo dei due finali che caratterizzano l’opera.

In assenza di rappresentazioni a Milano, vi proponiamo la lettura del testo su LiberLiber e la visione di un omonimo film del 1999, disponibile su Youtube, anche se l’analisi che segue si riferisce ad un’opera teatrale.

La trama è molto complessa in quanto si intrecciano tre storie parallele. La prima riguarda il magico mondo delle fate, in cui prevale il linguaggio delle canzoni, delle filastrocche e delle formule magiche; è qui protagonista il bisticcio tra Titania, la regina delle fate, e Oberon, il re degli elfi.

La seconda è relativa agli intrighi amorosi di quattro giovani ateniesi, i cui equilibri sentimentali vengono stravolti a causa di un incantesimo maldestro; ora lo stile prevalente è quello della lirica d’amore.

Infine troviamo una compagnia di attori strampalati, che rappresentano la tragedia di Piramo e Tisbe mediante una buffa parodia di versi aulici.

Un tema fondamentale è la magia, essenziale per creare le intricate situazioni in cui si trovano i personaggi. La magia rappresenta l’onnipotente forza dell’amore, che ha sedotto i personaggi mediante il nettare di un fiore magico.

Il sogno è un elemento centrale, che compare sin dall’inizio dell’opera nelle parole di Hippolyta:

Quattro giorni faran presto a svanire con le lor notti, e queste a dileguarsi coi loro sogni; e la novella luna come un arco d’argento teso in cielo salirà a contemplare sulla terra la notte dei solenni nostri riti.

I personaggi menzionano continuamente i sogni nel testo, è particolarmente interessante la canzone che le fate intonano per fare addormentare la loro regina Titania:

Filomela, tu, carina/ culla il sonno alla regina/ con la melodiosa canna, /ninna nanna, ninna nanna. /Dal suo sonno lunge sia /ogni male, ogni malia, /dolce sia del sonno l’ora /all’amabile signora.

Il tema del sogno si presenta specialmente quando i personaggi tentano di dare una motivazione agli eventi assurdi che si verificano, più volte, nella notte in cui si svolge l’azione: Bottom, in particolare, sostiene che gli avvenimenti sovrannaturali che gli sono capitati, siano in realtà semplici sogni.

Shakespeare analizza il modo in cui nel sogno il tempo sembra scorrere diversamente rispetto alla vita reale e come nella dimensione onirica possa accadere l’impossibile. Il Bardo estende tali condizioni anche alla commedia, in particolare quando Puck, al termine dell’opera, chiede al pubblico di considerare lo spettacolo cui ha appena assistito come se fosse un sogno, nel caso in cui non gli sia piaciuto.

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“La bisbetica domata”, misoginia cinquecentesca al teatro Carcano

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Al Teatro Carcano è in scena dal 7 al 18 febbraio 2018 La bisbetica domata, una delle prime commedie e certamente la più rappresentata di William Shakespeare, regia di Andrea Chiodi.

La trama, condita con le gag più comiche e irriverenti che una mente cinquecentesca possa concepire, è tutta da ridere. Un ricco gentiluomo di Padova ha due figlie: Caterina, la maggiore, è celebre in tutta la città per il suo caratteraccio indomabile pertanto non ha alcun corteggiatore, Bianca, la più giovane, è celebrata per la propria grazia ed è dunque contesa da diversi galantuomini. L’uomo decide che Bianca potrà sposarsi solamente dopo che Caterina avrà trovato marito, in modo tale da garantire un matrimonio anche alla figlia più grande. Solo Petruccio, un giovane a caccia di dote più che di amore, decide di sfidare il caratteraccio di Caterina sposandola ed escogita uno stratagemma per domarla.

L’opera tratta il rapporto di coppia e l’amore nel cinquecento: padri che detengono il potere assoluto sulle figlie, donne desiderate solo per la dote, sottomissione della moglie al marito, violenza all’interno della coppia, in una parola misoginia. Sarebbe stato impossibile rappresentare un’opera simile ignorando la matrice cinquecentesca, così il regista ha deciso di lasciare l’impronta dell’epoca. Innanzi tutto il cast è composto da soli uomini, proprio come nelle compagnie teatrali all’epoca di Shakespeare; ciò non è affatto un limite per la riuscita dello spettacolo, perché a teatro l’attore non deve necessariamente assomigliare al personaggio. Ciò non accade invece nel cinema hollywoodiano, dove la protagonista è sempre impersonata da una bella ragazza, il belloccio di turno da Brad Pitt o Johnny Depp, il bambino da un ragazzino e via discorrendo. Scegliere degli uomini per i ruoli femminili ha reso tali figure più grottesche, offrendo così l’occasione per criticare implicitamente la misoginia dell’epoca. Altri elementi cinquecenteschi sono i costumi: non si tratta propriamente di riproduzioni di indumenti d’epoca, infatti solo alcuni elementi del vestiario richiamano il periodo storico. Ecco così che i personaggi maschili indossano per esempio una giubba e i jeans. Lo sfondo di una scena infine è un quadro d’epoca raffigurante una scena di caccia.

La misoginia è evidente non solo nel testo shakespeariano, ma anche nelle scelte del regista nella costruzione delle figure femminili, chiaramente con lo scopo di condannare tale concezione della donna. Bianca è bella e composta, ma muta. Solo una volta apre bocca, scatenando la sorpresa dei suoi interlocutori e, di conseguenza, le risa del pubblico. Si tratta di un personaggio piatto, privo di spessore psicologico, il cui unico scopo è rappresentare lo stereotipo dell’ideale di donna cinquecentesca. Caterina risulta più simpatica proprio perché è bisbetica, il pubblico tifa per lei quando Petruccio tenta di soggiogarla e resta deluso quando assiste al monologo finale, in cui la fanciulla afferma la propria sottomissione al marito. Anche Caterina tuttavia è un personaggio vuoto, infatti a Shakespeare non interessa indagare la sua psicologia e le cause del suo caratteraccio. Ci penserà l’attore, con la mimica, a dar voce ai sentimenti della bisbetica domata. Caterina è inizialmente una donna animalesca e spesso si esprime con versi scomposti e irriverenti; una volta domata argomenterà con eloquenza in favore della sottomissione della donna al marito, imparando l’arte della parola. Caterina dunque abbraccia la mentalità patriarcale, adotta la retorica maschile e si sottomette a Petruccio per ricavarne un solo misero vantaggio: essere la regina del focolare.

Nonostante Petruccio risulti vincitore e brilli per la propria astuzia, il pubblico non può che provare disprezzo per la sua brutalità. Al regista non serve trasformarlo in un personaggio caricaturale, sono sufficienti i fatti a renderlo odioso.

Ne La bisbetica domata troviamo, come in Amleto, un caso di metateatro, infatti la vicenda di Caterina è un’opera teatrale messa in scena all’interno di un’altra storia, che le fa da cornice. Un ubriacone addormentato per strada viene trasferito in una sontuosa reggia e, al suo risveglio, viene convinto di essere un signore che ha dormito per anni. A tale personaggio viene proposto di assistere alla commedia della bisbetica domata.

Le scenografie di Matteo Patrucco sono minimaliste, infatti sono composte semplicemente da un paio di impalcature di ferro che gli attori spostano sul palcoscenico mediante delle ruote. Compare inoltre un’altalena in alcune scene. Magistrale la scena di incontro-scontro in cui Petruccio tenta di sedurre Caterina: i due duellano con pallina e mazza da baseball.

Le musiche di Zeno Gabaglio sono straordinarie, spesso infatti la recitazione è interrotta da canzoni allegre, cantate dagli stessi attori. I due tempi in cui è stata divisa la commedia dall’intervallo sono introdotti dal suono di un violino, suonato da Bianca.

L’aspetto più curioso della rappresentazione riguarda i costumi di Ilaria Ariemme, infatti ogni personaggio aveva cucito sulla schiena il proprio nome e un numero, come se fosse uno sportivo. Naturalmente, Caterina era la numero uno.

“Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, il trionfo del metateatro

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello è uno dei testi teatrali più importanti dello scenario internazionale ed è il primo capitolo della triologia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Ciascuno a suo modo e Stasera si recita a soggetto. Le tre opere sono state pubblicate da Garzanti in una piccola edizione tascabile. E’ stato interpretato per la prima volta al Teatro Valle nel 1921 e fu un fiasco come accade ad ogni opera rivoluzionaria che si rispetti, successivamente andò in scena nel 1925 e il pubblico lo amò, grazie anche ad una nuova prefazione dell’autore.

In un teatro un capocomico con i suoi attori e collaboratori sta provando Il giuoco delle parti di Pirandello. Le prove vengono interrotte da sei personaggi che, dopo essere stati creati dal proprio autore e abbandonati, stanno cercando qualcuno che metta in scena la loro storia. Si tratta de il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Inizialmente il capocomico non vuole accogliere i nuovi venuti e la compagnia di attori li deride, successivamente viene concessa loro la possibilità di raccontare la propria storia. I personaggi, che dovrebbero venire rappresentati in modo tale che si differenzino radicalmente dagli attori della compagnia, iniziano a riferire il proprio dramma in modo piuttosto confusionario.

Dopo alcuni anni di matrimonio e la nascita de Figlio, la Madre lascia il Padre e il primogenito per il segretario di quest’ultimo, con il quale ha tre figli: la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Alla morte del segretario, la Madre è costretta a crescere i propri figli illegittimi in povertà, effettuando lavori di sartoria per Madama Pace, una donna grassa e appariscente che comparirà come settimo personaggio solo successivamente. Madama Pace in realtà gestisce una casa di appuntamenti e obbliga la Figliastra a lavorarvi. Un giorno il Padre si reca in loco in qualità di cliente e soltanto l’intervento della Madre riuscirà ad impedire che abbia un rapporto incestuoso con la Figlia. Le versioni dei vari personaggi sono inconciliabili tra loro e spesso nascono dei battibecchi.

Il Padre decide di accogliere in casa propria la famiglia ma il Figlio non sopporta la Madre e la Figliastra, sicchè nel nucleo famigliare si creano delle forte tensioni. Un giorno la Bambina, mentre gioca in giardino, affoga in una vasca e il Giovinetto, che ha assistito impotente alla scena dietro ad un albero, si suicida con una rivoltella. La madre urla di terrore.

Gli attori restano ammutoliti di fronte alla tragicità della storia e non capiscono se si tratti di finzione o di realtà. Il capocomico decide di licenziare i personaggi, invitandoli a ritornare. Dietro lo sfondo tuttavia restano quattro grandi ombre: il Padre, la Madre, la Figliastra e il Figlio. La Figliastra si dilegua con un’enigmatica risata stridula.

Ciò che colpisce è l’impronta meta teatrale dell’intera opera, infatti il testo è una riflessione sul teatro e propone la rappresentazione da parte di una compagnia teatrale di due opere, Il giuoco delle parti e il dramma dei personaggi. L’intera azione si svolge inoltre in un teatro. Molte battute riguardano inoltre il teatro, ecco qualche esempio:
-“Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!”

-“Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere.”

-“Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più… Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché -vivi germi- ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l’eternità.”

L’opera rompe la tradizione del teatro aristotelico, infatti non è suddivisa in scene o atti ma è interrotta da due pause apparentemente casuali, che suddividono l’opera in tre parti. Il tema principale della commedia è l’impossibilità di far coincidere i soggetti immaginati dall’autore con quelli interpretati dagli attori, infatti i personaggi si mostrano delusi dalle rappresentazioni del loro dramma effettuate dai membri della compagnia teatrale. Non viene inoltre rappresentato il dramma in sé dei personaggi, ma il loro tentativo di trovare qualcuno che lo porti in scena.

Altri temi dell’opera sono la mescolanza di tragico e comico (come nell’Enrico IV), l’adozione di un punto di vista umoristico, la molteplicità infinita del reale e la sua intima relatività, l’opposizione tra la “forma” e la “vita” come radice dei drammi umani, la sovrapposizione tra realtà e finzione che, con le continue divagazioni metanarrative, provoca straniamento.

Fonti:

Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Ciascuno a suo modo / Questa sera si recita a soggetto, Garzanti, 2015

http://www.frasicelebri.it/s-libro/sei-personaggi-in-cerca-dautore/

http://www.oilproject.org/lezione/luigi-pirandello-metateatro-sei-personaggi-cerca-d-autore-7354.html

“Una fuga d’amore” di Anderson

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Una fuga d’amore, il cui titolo originale è Moonrise Kingdom, è un film del 2012 di Wes Anderson, ambientato in un’isola fittizia del New England nel 1965.

Sam (Jared Gilman) e Suzy (Kara Hayward) sono due emarginati di dodici anni: il primo, un orfano ritenuto psicologicamente instabile e pericoloso, è il membro più impopolare della propria truppa di Scout; la seconda è una cleptomane (si diverte a rubare i libri della biblioteca della scuola), violenta e associale, che appartiene ad una famiglia problematica nonostante la patina di perfetta famigliola borghese. I due si sono innamorati nel corso di una recita parrocchiale in cui venne rappresentata l’opera di Britten Noye’s Fludde, Sam faceva parte del pubblico con la sua truppa di Scout e Suzy interpretava il ruolo del corvo. Dopo essersi scambiati lettere per un anno, i giovani innamorati decidono di fuggire lungo un antico percorso indiano. La fuga è resa possibile in quanto Sam, esperto scoutista, sa come sopravvivere nella natura selvaggia, ma ben presto la coppia verrà scoperta dall’intera truppa Scout di Sam, che si è lanciata all’inseguimento del compagno, i genitori di Suzy e il comandante Sharp.

Dopo quest’ultima bravata, i genitori affidatari di Sam hanno deciso di restituire il ragazzo agli assistenti sociali, i quali hanno già inviato un loro rappresentante (di cui ignoriamo il nome, il regista ha deciso di chiamarlo semplicemente con il minaccioso appellativo di Assistenti sociali) per ritirarlo e trasferirlo in una sorta di orfanotrofio, in cui il ragazzo potrebbe ricevere trattamenti psichiatrici invasivi come l’elettroshock. Sam e Suzy decidono dunque di fuggire ancora, questa volta con l’aiuto della truppa di Scout.

Come colonna sonora è stata effettuata una scelta raffinata: Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell di Benjamin Britten. All’inizio del film vengono ripresi i tre fratellini di Suzy all’interno di una scenetta famigliare mentre ascoltano un vinile che propone un ascolto guidato del brano musicale. Come suggerisce il titolo, il pezzo è costituito da una parte in cui l’intera orchestra suona il tema di Purcell e delle brevi variazioni effettuate dalle varie sezioni dell’orchestra. Tali variazioni compariranno come colonne sonore nel corso dell’opera. Non è la prima volta che Purcell viene scelto come colonna sonora di un film: Music for the funeral of queen Mary the Second è infatti diventata il celeberrimo motivo di Arancia Meccanica di Kubrik.

La presentazione dell’ambientazione non viene affidata soltanto alla cinepresa, infatti compare un personaggio secondario dell’opera, un cartografo che partecipa al ritrovamento dei due fuggiaschi, che pronuncia due brevi discorsi introduttivi. Tutto ciò provoca un effetto di straniamento nello spettatore e l’intervento del regista nella realizzazione del film diventa più evidente.

L’atmosfera del film è fortemente vintage per l’ambientazione negli anni Sessanta e favolistica per le presentazioni del cartografo e per la presenza di scene fortemente teatrali, che rendono la trama piuttosto irreale. Non mancano inoltre situazioni buffe e surreali che rallegrano le varie scene del film: lo spettatore non sa mai cosa aspettarsi.

Il film si conclude con un classico happy end: Suzy ritorna a casa con la famiglia, Sam viene adottato dal comandante Sharp. Si tratta di una conclusione sviluppata in modo poco approfondito, in quanto l’analisi psicologica del poliziotto è piuttosto debole e si può dire altrettanto del suo rapporto con il ragazzino. Nonostante ciò si tratta di un ottimo e insolito film, che tratta l’amore adolescenziale con ironia e rispetto.

“La locandiera” al Teatro Carcano

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La compagnia Proxima Res ha portato in scena a gennaio presso il Teatro Carcano di Milano La locandiera, il capolavoro di Goldoni del 1753.

Si tratta di una commedia in tre atti che narra la storia di Mirandolina, un’intraprendente ostessa che, rimasta orfana, gestisce l’attività di famiglia con il supporto di Fabrizio, segretamente innamorato di lei. Presso la sua locanda alloggiano lo squattrinato ma influente Marchese di Forlipopoli e il ricco Conte d’Albafiorita, i quali si contendono la sua mano. Per non perdere i clienti, Mirandolina inganna entrambi flirtando con loro, ma senza concedersi a nessuno. L’equilibrio viene interrotto dall’arrivo alla locanda del cinico e misogino Cavaliere di Ripafratta, che rifiuta ogni donna; per Mirandolina conquistarlo diventa una questione di principio, ma la bella locandiera non ha tenuto conto dell’imprevedibilità dei sentimenti umani, compresi i propri.

Mirandolina è un “Don Giovanni in gonnella” (il regista ha espressamente consigliato all’attrice di considerarsi tale durante la recitazione), in quanto sfrutta il proprio fascino per sedurre e prendersi gioco degli uomini. Il personaggio si ispira alla figura della servetta scaltra, un topos nella letteratura del settecento, nato in un periodo in cui le donne stavano lentamente iniziando ad emanciparsi svolgendo attività lavorative come quella della domestica. Il personaggio della locandiera è l’evoluzione di Colombina, la servetta scaltra per antonomasia della Commedia dell’arte; rappresenta inoltre la piccola borghesia emergente, che sgomitava per farsi strada nell’economia europea in questo periodo storico. Il personaggio di Mirandolina è inoltre coerente con l’autodeterminazione dell’individuo illuminista. Nonostante si riveli disonesta nei confronti dei personaggi maschili, è evidente che la locandiera sia nelle grazie di Goldoni, infatti non può essere considerato un personaggio negativo nonostante sia disonesta nei confronti del sesso maschile.

Il marchese e il conte erano, all’epoca di Goldoni, due figure di straordinaria attualità in quanto il primo rappresenta la nobiltà, che non aveva ancora perso il proprio prestigio ma si era ormai ridotta sul lastrico ed era diventata una parassita della società, il secondo è invece un esponente della ricca borghesia che tutto può con il denaro ma ancora invidia i titoli nobiliari dell’antica aristocrazia, in quanto ha ereditato da poco il titolo di conte e non ha particolare rilievo in società. L’antagonismo tra i due personaggi per la mano di Mirandolina rappresenta lo scontro tra due classi sociali che ha segnato un periodo storico.

La locandiera è stata una rivoluzione nella storia del teatro. Inizialmente Goldoni scriveva commedie appartenenti al genere della Commedia dell’arte, in cui i personaggi erano maschere stereotipate. Con la commedia di Mirandolina gli attori cessano di indossare delle maschere e possono recitare anche con l’ausilio delle espressioni facciali, inoltre i personaggi hanno una psicologia complessa e sono più simili a uomini appartenenti al quotidiano, anziché essere delle prevedibili macchiette. La trama nella Commedia dell’arte era affidata ad un canovaccio (una sorta di bozza, che lasciava ampio spazio all’improvvisazione), mentre Goldoni realizza un testo teatrale ben strutturato, che limita l’inventiva degli attori ma garantisce una trama profonda e complessa.

Nello spettacolo proposto dal Carcano domina il colore bianco sulla scena e le scenografie e i costumi sono ridotti all’indispensabile: degli appendiabiti contenenti dei costumi disposti ai lati del palco, che consentono agli attori di trasformarsi sulla scena ogni volta che devono cambiare personaggio e un lungo tavolo, attorno il quale si svolge la scena. Il tavolo è un elemento portante della rappresentazione in quanto l’azione può svolgersi anche al di sopra o al di sotto di esso. Gli oggetti di scena sono riposti sotto il tavolo in attesa di essere utilizzati, sul quale vengono continuamente poste delle piccole bamboline che rappresentano i vari personaggi.

I costumi sono per lo più bianchi e sono costituiti dal minimo essenziale per caratterizzare un personaggio. Sono singolari i costumi delle signore, strutturati quanto basta per evocare le ampie gonne settecentesche senza essere altrettanto ingombranti. La struttura  leggera e comoda delle gonne serve soprattutto per consentire alle attrici di corre, saltare, salire sul tavolo o, più semplicemente, muoversi in tutta comodità durante la recitazione, senza l’impaccio di un bellissimo ma assai poco pratico costume storico.

Il testo di Goldoni è immortale: sopravvive allo scorrere dei secoli senza perdere la propria comicità e il suo profondo messaggio. Gli attori hanno saputo intrattenere il pubblico egregiamente, scatenando fragorose risate e attribuendo ad un testo di trecento anni un respiro attuale. Per gli appassionati, su internet sono disponibili le interviste di alcuni degli attori e il testo completo della commedia.

“Il misantropo” di Molière

 

Il misantropo è uno dei capolavori di Molière, si tratta di una commedia in cinque atti messa in scena per la prima volta a Parigi nel 1666.  E’ possibile affrontare un testo teatrale semplicemente leggendolo sulla carta, senza assistere ad una rappresentazione in scena. Può essere un po’ faticoso perché l’opera è composta prevalentemente dalle battute dei personaggi e affida alla nostra immaginazione le descrizioni, le scenografie e, soprattutto, i volti degli attori e la loro gestualità. La comicità del testo purtroppo è meno evidente quando non esplode con tutta la sua energia sul palcoscenico, soprattutto in un’opera come Il misantropo, in cui malinconia e pessimismo compaiono tra gli ingredienti principali. Sicuramente si tratta tuttavia di una commedia geniale, che sul palcoscenico è in grado di intrattenere lo spettatore inducendolo a riflettere sulla condizione umana.

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E’ consigliabile la lettura dell’edizione della Giunti a cura di Patrizia Valduga, un cofanetto sottile rivolto ai professionisti della letteratura, ma online è disponibile il copione gratuitamente. Fortunatamente la traduzione di cui mi sono servita rende giustizia agli esilaranti versi in rima di Molière, le cui agilità e immediatezza, caratteristiche necessarie per rendere efficace una scena teatrale, sono sopravvissute attraverso i secoli e sono facilmente leggibili anche per coloro che non hanno dimestichezza con la lingua francese.

 

Molière scriveva le proprie commedie per la corte francese e i suoi personaggi appartengono proprio a tale classe sociale, perciò il commediografo metteva in scena le contraddizioni della corte, consentendo al proprio pubblico di ridere circa questioni che lo riguardavano. Anche il protagonista Alceste è un cortigiano, come tutti i personaggi della commedia, ed è un misantropo in quanto, volendo vivere senza le ipocrisie, le convenzioni e i compromessi tipici dell’aristocrazia parigina, è incapace di adattarsi alla vita di corte ed alle sue consuetudini sociali. La sorte ha voluto che si innamorasse di Célimène, una giovane civettuola e amante della vita mondana che Alceste vorrebbe sottrarre alla corte e condurre nella propria vita solitaria. Riuscirà Alceste a conquistare una donna così diversa da lui? Unico amico di Alceste è Filinte, il quale non condivide le sue opinioni e sostiene che per sopravvivere nel mondo è necessario adattarsi; costui tenterà di convincere Alceste a mutare il proprio comportamento. La commedia vuole essere una critica rivolta non solo alla corte parigina, ma all’intera società umana e pone in risalto alcuni limiti e difetti dell’animo umano.

 

Per Il misantropo Molière ha tratto ispirazione dalla propria vita privata, dall’abbandono della moglie e dall’iniziale crisi di Don Giovanni e Il Tartuffo, due opere dell’artista che furono censurate. Proprio per questo motivo il misantropo è privo della comicità dirompente che contraddistingue la poetica dell’artista. Non è la prima opera a portare il titolo di misantropo, infatti anche il greco Menandro ha composto un’omonima opera che è stata messa in scena per la prima volta nel 317 a.C. La commedia si contraddistingue dalle comuni farse dell’epoca in quanto presenta personaggi dinamici e a tutto tondo, infatti Alceste e Célimène hanno una psicologia complessa e articolata, non certo come le personalità piatte create dai satiri per criticare la propria società. Si tratta inoltre di un’opera atipica rispetto alle altre composte da Molière perché non si sofferma sull’evoluzione e le sfumature dei personaggi ma sulla trama. Il misantropo è considerato uno dei capolavori di Molière sebbene non riscosse un immediato successo quando venne presentato al pubblico per la prima volta.

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Chi non volesse affrontare una lettura troppo impegnativa può attendere che l’opera sia portata in scena in uno dei teatri della propria città oppure gustarsi Molière in bicicletta, un simpatico film del 2013 di Le Guay che narra il tentavo di Serge e del suo amico Gauthier Valence di mettere in scena proprio Il misantropo.

 

Serge è un anziano attore cinematografico che, dopo un’amara delusione, ha deciso di abbandonare le scene e ritirarsi a vita privata in una spartana casetta sull’isola di La Ré ereditata da un parente. Anche l’ex attore è un misantropo, infatti ha ridotto al minimo i contatti umani per dedicarsi alle proprie passioni, pittura e lettura, in particolare delle opere di Molière. La sua solitudine viene interrotta dall’amio e collega Gauthier Valence, diventato famoso per aver interpretato un personaggio di una telenovela, che lo invita a recitare ne Il misantropo. I due attori recitano a turno il ruolo di Alceste, interrompendo le prove per dedicarsi a piacevoli pedalate in bicicletta sull’isola o intrattenendosi con la bella Francesca, di cui Serge ben presto si innamora.

 

Il misantropo del film è molto diverso da quello dell’opera teatrale in quanto viene considerato tale per il suo desiderio di ritirarsi dal mondo dopo essere stato deluso dalla vita anziché per la sua incapacità di adeguarsi ad essa. Durante la visione è però possibile assistere ad alcuni dialoghi tratti dalla commedia di Molière.

 

“Mandragola” di Jurij al Carcano di Milano

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In questi Giorni sta andando in scena al Carcano di Milano Mandragola di Machiavelli, del regista Jurij Ferrini. L’opera, di datazione controversa, è stata probabilmente scritta nel 1518 ed è una delle prime grandi commedie in volgare ad affrancarsi dai modelli latini, ma trasmette ancora oggi un significato potente e suggestivo.Pur restando fedele al copione cinquecentesco, Ferrini ha saputo valorizzare l’attualità della commedia in cinque atti apportando piccole modifiche che, soprattutto per quanto riguarda la comicità del testo, hanno attribuito alla messa in scena un sapore moderno e innovativo.

Il luogo della rapresentazione è Firenze, l’azione si svolge nell’arco di qualche giorno nel primo Cinquecento. L’epoca viene confermata dalla menzione di alcuni fatti storici: il timore di Fra’ Timoteo dello sbarco o dell’invasione dei Turchi, il saccheggio di Otranto del 1480 e la diffusione della sifilide.

Ripassiamo brevemente la trama per tutti coloro che non hanno frequentato il liceo. L’opera racconta la divertente storia di Nicia, un ricco ma sciocco dottore in legge di età avanzata che non riesce ad avere figli con la sua bellissima moglie Lucrezia, e Callimaco, che ha lasciato Parigi appositamente per conoscere la donna  e vuole escogitare uno stratagemma per giacere insieme a lei. Con l’aiuto del servo Siro e gli astuti consigli di Ligurio, viene escogitato un piano molto audace: Callimaco si finge dottore e consiglia a Nicia di somministrare alla moglie una pozione di mandragola, una pianta medicinale cui nel Medioevo venivano attribuite proprietà curative e la cui radice ricorda spesso un corpo umano stilizzato. L’intruglio consentirebbe alla donna di restare incinta, ma il primo uomo con cui avrebbe rapporti sarebbe destinato a morire, così madonna Lucrezia dovrebbe andare a letto con un’altra persona prima di avere rapporti con il marito. Il gruppo catturerebbe un malcapitato per svolgere tale attività, naturalmente Callimaco farebbe in modo di cadere tra le grinfie dei rapitori. Per convincere Lucrezia a tradire il marito vengono coinvolti sua madre e Frate Timoteo, un prete corrotto. Il piano va a buon fine attraverso divertenti peripezie e intriganti esibizioni di retorica e Nicia, felice dell’esito dell’operazione, consente a Callimaco di risiedere in casa sua e di frequentare Lucrezia.

 

Come è evidente dalla trama, l’opera è caratterizzata da una spietata indagine sulla natura umana e la corruzione della società, della tradizione, della politica e della famiglia. Si tratta di una parodia caricaturale del pensiero serio, in cui la comicità provoca nello spettatore riflessioni profonde e amare perché dietro la commedia si nasconde una tragedia sociale e gli stessi principi trattati nel Principe. Il mondo infatti viene presentato come popolato da personaggi senza scrupoli, falsi, ipocriti, animati da istinti egoisti e malvagi.

I nomi dei personaggi non sono casuali: l’accostamento di un nome greco e un cognome italiano indicano l’unione tra classicità e modernità.
Nicia è un vecchio dottore in legge, molto ricco ma anche molto sciocco. Verrà truffato da Callimaco e Nicia, che lo convinceranno a permettere che sua moglie lo tradisca. Il suo linguaggio è spesso poco comprensibile.
Colui che tesse la trama dell’opera è Ligurio che, anche se viene presentato nel prologo come un parassita, dimostra di essere  astuto, rapido nell’adattare i suoi piani agli eventi e un abile retore nel persuadere i propri interlocutori a suo piacimento. Spesso gioca con parole e significati equivoci.
Callimaco invece viene presentato inizialmente come un “giovane gentile e di buone maniere”, tuttavia dimostrerà di essere nient’altro che una marionetta nella mani di Ligurio, dal quale addirittura fatica a separararsi ad  un certo punto dell’opera. Fingendo di essere un medico, mostrerà notevoli abilità retoriche nel persuadere Nicia ad accettare che sua moglie lo tradisca. Non esita ad esibire la propria conoscenza del latino per abbindolare Nicia.
Anche Fra’ Timoteo non è nient’altro che uno strumento nelle mani di Ligurio, ma si differenzia  da Callimaco in quanto non solo è consapevole del suo meschino ruolo nella vicenda, ma si presta volontariamente a tale attività in cambio delle generose offerte di denaro di Nicia. Il prete corrotto non esiterà ad appellarsi ad argomenti teologici per convincere Lucrezia a tradire il marito.
Sostrata si dimostra una madre alquanto singolare: infatti assiste all’adulterio della figlia e sembra addirittura invidiarla (“E’ ci è cinquanta donne, in questa terra, che ne alzerebbero le mani al cielo”, atto III, scena XI).
Lucrezia viene descritta solamente per quanto riguarda la propria bellezza, decantata  in Italia quanto all’estero. La donna dimostra di avere la qualità, apprezzata nel Principe, di  adeguarsi alle circostanze in quanto accetta di tradire il marito.

 

Avendo eliminato le canzoni, l’opera si apre con il prologo, che il regista ha voluto rappresentare come un talk show, in cui i vari personaggi vengono introdotti sul palco da una presentazione e da un applauso entusiasta del pubblico.

La scenografia è molto semplice ma efficace: si tratta di un ampio sfondo su cui è raffigurata una città ideale in bianco e nero, con alcuni elementi appartenenti alle nostre banconote. Nello sfondo sono ricavate due porte realmente apribili, (le abitazioni di Nicia e Callimaco) e alcuni pannelli possono roteare su se stessi dando vita all’interno della casa di Callimaco e al tabernacolo di Fra’ Timoteo. Gli altri elementi in scena sono minimi: un tavolo e alcune sedie, non sempre presenti.

Il regista ha probabilmente voluto insistere sulla modernità dell’opera non solo vestendo i suoi attori con costumi moderni (giacca e cravatta per gli uomini, vestiti novecenteschi per le due donne), ma intervenendo direttamente sul testo: ha infatti eliminato le canzoni, lontane dal gusto dello spettatore contemporaneo, e ha aggiunto delle battute comiche che rendono più scorrevole il testo cinquecentesco e contraddistinguono la messa in scena stessa. Il risultato è uno spettacolo teatrale tutto da ridere e apprezzabile anche da parte di un pubblico adolescente.

Per concludere, vi consigliamo di guardare i trailer disponibili su YouTube: