“Il misantropo” di Molière al Carcano

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo

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Dal 13 al 23 dicembre il teatro Carcano di Milano ospita il Misantropo di Molière, una rilettura del capolavoro del genio francese in chiave moderna e irriverente.

La trama del Misantropo è la stessa che debuttò nel 1666 con Molière in scena: Alceste, un uomo che non sopporta le ipocrisie sociali della corte del re di Francia, si innamora perdutamente di una donna che ha fatto di tali falsità la sua ragione di vita. La versione italiana di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti è stata invece reinterpretata in chiave moderna, infatti i personaggi indossano abiti attuali coloratissimi e tendenti al kitch e la traduzione si è concessa qualche libertà, come espressioni moderne (per esempio, togliere dalla rubrica il nome di qualcuno) e parolacce che trasformano i dialoghi in turpiloqui, che abbassano il registro rispetto al testo scritto da Molière. La traduzione dal francese ha inoltre perso le rime, che conferivano al testo una certa poeticità. Unici riferimenti alla società del Re Sole, una canzone cantata in francese, un breve intermezzo al clavicembalo e l’immagine in negativo di un quadro che troneggia sullo sfondo, raffigurante una scena classica: nonostante tali omaggi al passato, la vicenda non è ambientata nella reggia francese, ma ai giorni nostri. Si nomina persino il Presidente della Repubblica, istituzione che chiaramente Molière non avrebbe mai potuto menzionare nelle proprie opere.

Così come Molière recitava le proprie commedie e in particolare il ruolo di Alceste, anche il traduttore e regista Valter Malosti ha indossato i panni del Misantropo. La recitazione degli attori è molto fisica, la gestualità è stata importante soprattutto in alcune scene, come quella che vede come protagonisti i marchesi o quella del flash back in cui Malosti è stato “utilizzato” sul palco dagli altri attori come una marionetta. L’età degli attori era molto eterogenea: Oronte, Alceste e Filinte, che in questa versione non è amico del protagonista ma solo un suo dipendente, sono i più anziani, mentre le ragazze e i due marchesi, trasformati dagli autori in due bellimbusti superficiali, sono molto più giovani; sono del tutto assenti i personaggi minori, come i servitori e la guardia. E’ doveroso ricordare che sono state molto significative anche alcune scene cantate.

Lo scenografo Gregorio Zurla ha realizzato un palco sul palcoscenico per gli attori, ai lati delle sedie sulle quali gli attori attendevano di entrare in scena; tale elemento metateatrale sottolinea l’importanza del tema del teatro nella commedia in quanto la società descritta da Molière può essere paragonata ad una recita, inoltre il personaggio del misantropo si occupa proprio di teatro. Le quinte sono state sostituite da una tenda a frange e sullo sfondo spicca il quadro in negativo già citato: l’immagine classica evoca il passato mentre i colori in negativo la modernità.

L’ambientazione moderna, come dichiarato dagli autori, voleva ricordare l’attualità dei temi trattati in quanto anche oggi in società siamo chiamati ad essere falsi e ruffiani, inoltre la complessità del personaggio del misantropo è tipica del teatro novecentesco. Il povero Alceste è infatti sincero al punto da cacciarsi in situazioni scomode non per stupidità, ma perché persegue i propri ideali, inoltre è un artista molto apprezzato. Gli autori dello spettacolo hanno voluto aggiungere un’interpretazione ulteriore al personaggio, trasformandolo in un amante possessivo, geloso e a tratti violento, che commette tali torti nei confronti della propria amata pur essendo consapevole di avere un atteggiamento sbagliato.

Il testo originale è stato stravolto anche per l’aggiunta della tematica della sessualità: Celimene non solo è ambita dai cortigiani, ma si concede a tutti, inoltre lei e Alceste sono in scena molto intimi, anche se non sono previste scene di nudo come è ultimamente in voga nel teatro sperimentale. Gli autori hanno voluto inoltre introdurre una citazione iniziale del Don Giovanni, infatti l’opera si apre con il misantropo che prova una scena di quest’altra grande opera di Molière. Il donnaiolo spagnolo, con la sua superficiale sete di fanciulle e l’amore per la vita di mondo, si contrappone alla figura del misantropo, anche se entrambi sono dotati di grande vitalità e forza di volontà. La censura che il Don Giovanni ha subito è stata una delle cause del disagio che ha spinto Molière a scrivere il Misantropo, oltre alla censura del Tartuffo, la depressione e l’abbandono della moglie. E’ interessante notare come una situazione di difficoltà possa indurre un uomo a scrivere il proprio capolavoro, un’opera dotata di meno comicità rispetto alle commedie dell’autore ma estremamente profonda.

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“Le cognate”, una commedia con Anna Valle

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Il teatro Martinitt di Milano, dal 29 novembre al 16 dicembre, propone una commedia leggera e frizzante, Cognate – cena in famiglia, che si rivolge ad un pubblico desideroso di divertirsi affrontando temi di evasione. Il testo è di Éric Assous e la regia di Piergiorgio Piccoli, mentre nel cast compare una star del calibro di Anna Valle, che fortunatamente interpreta un ruolo volto ad esaltare le sue doti recitative oltre che la sua straordinaria bellezza, in quanto il suo personaggio è una donna ordinaria e il costume di scena che indossa non sottolinea certo il bel fisico della reginetta di bellezza, Miss Italia 1995.

Il tempo dell’azione è la nostra contemporaneità: non si menziona l’anno preciso in cui si svolgono i fatti, però si nomina il femminicidio e compaiono dei cellulari con una suoneria moderna come elementi appartenenti al nostro presente. Il luogo è un paese di campagna nella periferia di Milano.

La trama è semplice e per nulla intricata. Tre fratelli e le rispettive consorti si ritrovano per una cena nella casa di campagna di uno dei tre. Si preannuncia una serata in nome di relazioni formali e di apparenza, ma una delle mogli ha invitato una giovane, avvenente, civettuola e sessualmente disinibita e libertina ragazza, Talia, che ha rapporti ambigui con ciascuno dei tre uomini: i fratelli sono rispettivamente l’avvocato, il dentista e il datore di lavoro di Talia e non amano parlare di ciò alle mogli. Le tre cognate, Matilde, Cristina e Nicole, diventano immediatamente gelose e iniziano ad indagare un eventuale rapporto amoroso tra i loro mariti e la giovane, mentre gli uomini cadono nel panico e cercano in ogni modo di negare l’evidenza. Scoppiano rancori e bisticci, ma anche alleanze inaspettate che vorrebbero far ridere, ma non riescono a coinvolgere particolarmente lo spettatore. Complici dialoghi troppo lunghi, lenti e difficili da seguire per uno spettacolo che vorrebbe essere comico, le risate tardano ad arrivare, anche se un paio di volte il pubblico si è concesso qualche sorriso tiepido e composto.

Argomento principe della comicità è il sesso, con la seduzione esuberante di Talia e le indagini gelose delle cognate, ma si tratta sempre di battute fini, mai volgari anche quando si racconta che uno dei tre fratelli ha salutato Talia chiamandola “bella gnoccolona”, oppure quando si parla di tradimenti e gravidanze indesiderate. La morale non apertamente specificata della vicenda è che, dietro una cordiale formalità, anche nelle migliori famiglie regna il tradimento, la menzogna e la sessualità promiscua. Tutto ciò fa sorridere e rende lo spettacolo adatto alle famiglie e a quelle persone che non amano il teatro sperimentale, in favore di uno stile più tradizionale.

La recitazione era molto realistica e spontanea, è stata lodevole la scena in cui Cristina e Matilde si picchiano, o quella in cui compiono un gesto quasi analogo i tre fratelli. I dialoghi sono la colonna portante dello spettacolo e, con qualche rara eccezione, la prossemica e i movimenti degli attori sul palcoscenico sono piuttosto statici perché l’intera azione si svolge in un interno: la recitazione diventa così una piccola danza in cui ci si avvicina o ci allontana di poco, ci si alza e ci si siede in uno spazio ristretto. Uno spettatore distratto non se ne accorge nemmeno, ma ogni piccolo spostamento conferisce dinamismo all’azione.

Merita una nota negativa la scenografia, una sala da pranzo di un’ordinaria casa di campagna. Gli arredi erano troppo finti e non caratterizzavano la situazione, perciò risultavano insipidi. In particolare, non avevano alcuna coerenza con il resto dell’arredamento dei cuscini rosa confetto appoggiati su due sedie e la statua di un fenicottero rosa: nessuno arrederebbe in quel modo casa propria e avevano poco a che vedere con la personalità dei padroni dell’abitazione. I costumi maschili erano ordinari e sembravano degli indumenti utilizzati da persone realmente esistenti, ma i personaggi femminili erano vestiti con vestaglie buffe, esteticamente brutte e fuori moda, inoltre non caratterizzavano la loro personalità e non facevano risaltare le forme delle tre attrici, che erano delle belle donne e la cui bellezza avrebbe meritato maggior risalto, anche se il ruolo della femme fatale spettava a Talia. Due di loro indossavano delle sottospecie di vestaglie sformate dai colori spenti, Anna Valle portava invece un vestito marrone. Le foto pubblicate sul sito web del teatro ritraggono gli attori in abiti da sera neri molto eleganti, promettendo una realtà molto diversa. Erano invece molto graziosi il vestitino da sera di Talia e i suoi tacchi.

Consigliamo questo spettacolo a chi desidera trascorrere una serata spensierata, senza riflettere, ma non cerca spettacoli dalla comicità raffinata.

Sogno, amore e magia in “Sogno di una notte di mezza estate”

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In accordo con il tema del mese, il sogno, appare doveroso dedicare due righe a Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare. Si tratta di una commedia che parla d’amore, composta inizialmente per i banchetti di nozze aristocratici portata in scena in rappresentazioni private, fin quando al termine di un periodo di peste fu presentata anche al grande pubblico con l’aggiunta del secondo dei due finali che caratterizzano l’opera.

In assenza di rappresentazioni a Milano, vi proponiamo la lettura del testo su LiberLiber e la visione di un omonimo film del 1999, disponibile su Youtube, anche se l’analisi che segue si riferisce ad un’opera teatrale.

La trama è molto complessa in quanto si intrecciano tre storie parallele. La prima riguarda il magico mondo delle fate, in cui prevale il linguaggio delle canzoni, delle filastrocche e delle formule magiche; è qui protagonista il bisticcio tra Titania, la regina delle fate, e Oberon, il re degli elfi.

La seconda è relativa agli intrighi amorosi di quattro giovani ateniesi, i cui equilibri sentimentali vengono stravolti a causa di un incantesimo maldestro; ora lo stile prevalente è quello della lirica d’amore.

Infine troviamo una compagnia di attori strampalati, che rappresentano la tragedia di Piramo e Tisbe mediante una buffa parodia di versi aulici.

Un tema fondamentale è la magia, essenziale per creare le intricate situazioni in cui si trovano i personaggi. La magia rappresenta l’onnipotente forza dell’amore, che ha sedotto i personaggi mediante il nettare di un fiore magico.

Il sogno è un elemento centrale, che compare sin dall’inizio dell’opera nelle parole di Hippolyta:

Quattro giorni faran presto a svanire con le lor notti, e queste a dileguarsi coi loro sogni; e la novella luna come un arco d’argento teso in cielo salirà a contemplare sulla terra la notte dei solenni nostri riti.

I personaggi menzionano continuamente i sogni nel testo, è particolarmente interessante la canzone che le fate intonano per fare addormentare la loro regina Titania:

Filomela, tu, carina/ culla il sonno alla regina/ con la melodiosa canna, /ninna nanna, ninna nanna. /Dal suo sonno lunge sia /ogni male, ogni malia, /dolce sia del sonno l’ora /all’amabile signora.

Il tema del sogno si presenta specialmente quando i personaggi tentano di dare una motivazione agli eventi assurdi che si verificano, più volte, nella notte in cui si svolge l’azione: Bottom, in particolare, sostiene che gli avvenimenti sovrannaturali che gli sono capitati, siano in realtà semplici sogni.

Shakespeare analizza il modo in cui nel sogno il tempo sembra scorrere diversamente rispetto alla vita reale e come nella dimensione onirica possa accadere l’impossibile. Il Bardo estende tali condizioni anche alla commedia, in particolare quando Puck, al termine dell’opera, chiede al pubblico di considerare lo spettacolo cui ha appena assistito come se fosse un sogno, nel caso in cui non gli sia piaciuto.

“La bisbetica domata”, misoginia cinquecentesca al teatro Carcano

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Al Teatro Carcano è in scena dal 7 al 18 febbraio 2018 La bisbetica domata, una delle prime commedie e certamente la più rappresentata di William Shakespeare, regia di Andrea Chiodi.

La trama, condita con le gag più comiche e irriverenti che una mente cinquecentesca possa concepire, è tutta da ridere. Un ricco gentiluomo di Padova ha due figlie: Caterina, la maggiore, è celebre in tutta la città per il suo caratteraccio indomabile pertanto non ha alcun corteggiatore, Bianca, la più giovane, è celebrata per la propria grazia ed è dunque contesa da diversi galantuomini. L’uomo decide che Bianca potrà sposarsi solamente dopo che Caterina avrà trovato marito, in modo tale da garantire un matrimonio anche alla figlia più grande. Solo Petruccio, un giovane a caccia di dote più che di amore, decide di sfidare il caratteraccio di Caterina sposandola ed escogita uno stratagemma per domarla.

L’opera tratta il rapporto di coppia e l’amore nel cinquecento: padri che detengono il potere assoluto sulle figlie, donne desiderate solo per la dote, sottomissione della moglie al marito, violenza all’interno della coppia, in una parola misoginia. Sarebbe stato impossibile rappresentare un’opera simile ignorando la matrice cinquecentesca, così il regista ha deciso di lasciare l’impronta dell’epoca. Innanzi tutto il cast è composto da soli uomini, proprio come nelle compagnie teatrali all’epoca di Shakespeare; ciò non è affatto un limite per la riuscita dello spettacolo, perché a teatro l’attore non deve necessariamente assomigliare al personaggio. Ciò non accade invece nel cinema hollywoodiano, dove la protagonista è sempre impersonata da una bella ragazza, il belloccio di turno da Brad Pitt o Johnny Depp, il bambino da un ragazzino e via discorrendo. Scegliere degli uomini per i ruoli femminili ha reso tali figure più grottesche, offrendo così l’occasione per criticare implicitamente la misoginia dell’epoca. Altri elementi cinquecenteschi sono i costumi: non si tratta propriamente di riproduzioni di indumenti d’epoca, infatti solo alcuni elementi del vestiario richiamano il periodo storico. Ecco così che i personaggi maschili indossano per esempio una giubba e i jeans. Lo sfondo di una scena infine è un quadro d’epoca raffigurante una scena di caccia.

La misoginia è evidente non solo nel testo shakespeariano, ma anche nelle scelte del regista nella costruzione delle figure femminili, chiaramente con lo scopo di condannare tale concezione della donna. Bianca è bella e composta, ma muta. Solo una volta apre bocca, scatenando la sorpresa dei suoi interlocutori e, di conseguenza, le risa del pubblico. Si tratta di un personaggio piatto, privo di spessore psicologico, il cui unico scopo è rappresentare lo stereotipo dell’ideale di donna cinquecentesca. Caterina risulta più simpatica proprio perché è bisbetica, il pubblico tifa per lei quando Petruccio tenta di soggiogarla e resta deluso quando assiste al monologo finale, in cui la fanciulla afferma la propria sottomissione al marito. Anche Caterina tuttavia è un personaggio vuoto, infatti a Shakespeare non interessa indagare la sua psicologia e le cause del suo caratteraccio. Ci penserà l’attore, con la mimica, a dar voce ai sentimenti della bisbetica domata. Caterina è inizialmente una donna animalesca e spesso si esprime con versi scomposti e irriverenti; una volta domata argomenterà con eloquenza in favore della sottomissione della donna al marito, imparando l’arte della parola. Caterina dunque abbraccia la mentalità patriarcale, adotta la retorica maschile e si sottomette a Petruccio per ricavarne un solo misero vantaggio: essere la regina del focolare.

Nonostante Petruccio risulti vincitore e brilli per la propria astuzia, il pubblico non può che provare disprezzo per la sua brutalità. Al regista non serve trasformarlo in un personaggio caricaturale, sono sufficienti i fatti a renderlo odioso.

Ne La bisbetica domata troviamo, come in Amleto, un caso di metateatro, infatti la vicenda di Caterina è un’opera teatrale messa in scena all’interno di un’altra storia, che le fa da cornice. Un ubriacone addormentato per strada viene trasferito in una sontuosa reggia e, al suo risveglio, viene convinto di essere un signore che ha dormito per anni. A tale personaggio viene proposto di assistere alla commedia della bisbetica domata.

Le scenografie di Matteo Patrucco sono minimaliste, infatti sono composte semplicemente da un paio di impalcature di ferro che gli attori spostano sul palcoscenico mediante delle ruote. Compare inoltre un’altalena in alcune scene. Magistrale la scena di incontro-scontro in cui Petruccio tenta di sedurre Caterina: i due duellano con pallina e mazza da baseball.

Le musiche di Zeno Gabaglio sono straordinarie, spesso infatti la recitazione è interrotta da canzoni allegre, cantate dagli stessi attori. I due tempi in cui è stata divisa la commedia dall’intervallo sono introdotti dal suono di un violino, suonato da Bianca.

L’aspetto più curioso della rappresentazione riguarda i costumi di Ilaria Ariemme, infatti ogni personaggio aveva cucito sulla schiena il proprio nome e un numero, come se fosse uno sportivo. Naturalmente, Caterina era la numero uno.

“Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, il trionfo del metateatro

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Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello è uno dei testi teatrali più importanti dello scenario internazionale ed è il primo capitolo della triologia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Ciascuno a suo modo e Stasera si recita a soggetto. Le tre opere sono state pubblicate da Garzanti in una piccola edizione tascabile. E’ stato interpretato per la prima volta al Teatro Valle nel 1921 e fu un fiasco come accade ad ogni opera rivoluzionaria che si rispetti, successivamente andò in scena nel 1925 e il pubblico lo amò, grazie anche ad una nuova prefazione dell’autore.

In un teatro un capocomico con i suoi attori e collaboratori sta provando Il giuoco delle parti di Pirandello. Le prove vengono interrotte da sei personaggi che, dopo essere stati creati dal proprio autore e abbandonati, stanno cercando qualcuno che metta in scena la loro storia. Si tratta de il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Inizialmente il capocomico non vuole accogliere i nuovi venuti e la compagnia di attori li deride, successivamente viene concessa loro la possibilità di raccontare la propria storia. I personaggi, che dovrebbero venire rappresentati in modo tale che si differenzino radicalmente dagli attori della compagnia, iniziano a riferire il proprio dramma in modo piuttosto confusionario.

Dopo alcuni anni di matrimonio e la nascita de Figlio, la Madre lascia il Padre e il primogenito per il segretario di quest’ultimo, con il quale ha tre figli: la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Alla morte del segretario, la Madre è costretta a crescere i propri figli illegittimi in povertà, effettuando lavori di sartoria per Madama Pace, una donna grassa e appariscente che comparirà come settimo personaggio solo successivamente. Madama Pace in realtà gestisce una casa di appuntamenti e obbliga la Figliastra a lavorarvi. Un giorno il Padre si reca in loco in qualità di cliente e soltanto l’intervento della Madre riuscirà ad impedire che abbia un rapporto incestuoso con la Figlia. Le versioni dei vari personaggi sono inconciliabili tra loro e spesso nascono dei battibecchi.

Il Padre decide di accogliere in casa propria la famiglia ma il Figlio non sopporta la Madre e la Figliastra, sicchè nel nucleo famigliare si creano delle forte tensioni. Un giorno la Bambina, mentre gioca in giardino, affoga in una vasca e il Giovinetto, che ha assistito impotente alla scena dietro ad un albero, si suicida con una rivoltella. La madre urla di terrore.

Gli attori restano ammutoliti di fronte alla tragicità della storia e non capiscono se si tratti di finzione o di realtà. Il capocomico decide di licenziare i personaggi, invitandoli a ritornare. Dietro lo sfondo tuttavia restano quattro grandi ombre: il Padre, la Madre, la Figliastra e il Figlio. La Figliastra si dilegua con un’enigmatica risata stridula.

Ciò che colpisce è l’impronta meta teatrale dell’intera opera, infatti il testo è una riflessione sul teatro e propone la rappresentazione da parte di una compagnia teatrale di due opere, Il giuoco delle parti e il dramma dei personaggi. L’intera azione si svolge inoltre in un teatro. Molte battute riguardano inoltre il teatro, ecco qualche esempio:
-“Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!”

-“Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere.”

-“Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più… Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché -vivi germi- ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l’eternità.”

L’opera rompe la tradizione del teatro aristotelico, infatti non è suddivisa in scene o atti ma è interrotta da due pause apparentemente casuali, che suddividono l’opera in tre parti. Il tema principale della commedia è l’impossibilità di far coincidere i soggetti immaginati dall’autore con quelli interpretati dagli attori, infatti i personaggi si mostrano delusi dalle rappresentazioni del loro dramma effettuate dai membri della compagnia teatrale. Non viene inoltre rappresentato il dramma in sé dei personaggi, ma il loro tentativo di trovare qualcuno che lo porti in scena.

Altri temi dell’opera sono la mescolanza di tragico e comico (come nell’Enrico IV), l’adozione di un punto di vista umoristico, la molteplicità infinita del reale e la sua intima relatività, l’opposizione tra la “forma” e la “vita” come radice dei drammi umani, la sovrapposizione tra realtà e finzione che, con le continue divagazioni metanarrative, provoca straniamento.

Fonti:

Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Ciascuno a suo modo / Questa sera si recita a soggetto, Garzanti, 2015

http://www.frasicelebri.it/s-libro/sei-personaggi-in-cerca-dautore/

http://www.oilproject.org/lezione/luigi-pirandello-metateatro-sei-personaggi-cerca-d-autore-7354.html

“Una fuga d’amore” di Anderson

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Una fuga d’amore, il cui titolo originale è Moonrise Kingdom, è un film del 2012 di Wes Anderson, ambientato in un’isola fittizia del New England nel 1965.

Sam (Jared Gilman) e Suzy (Kara Hayward) sono due emarginati di dodici anni: il primo, un orfano ritenuto psicologicamente instabile e pericoloso, è il membro più impopolare della propria truppa di Scout; la seconda è una cleptomane (si diverte a rubare i libri della biblioteca della scuola), violenta e associale, che appartiene ad una famiglia problematica nonostante la patina di perfetta famigliola borghese. I due si sono innamorati nel corso di una recita parrocchiale in cui venne rappresentata l’opera di Britten Noye’s Fludde, Sam faceva parte del pubblico con la sua truppa di Scout e Suzy interpretava il ruolo del corvo. Dopo essersi scambiati lettere per un anno, i giovani innamorati decidono di fuggire lungo un antico percorso indiano. La fuga è resa possibile in quanto Sam, esperto scoutista, sa come sopravvivere nella natura selvaggia, ma ben presto la coppia verrà scoperta dall’intera truppa Scout di Sam, che si è lanciata all’inseguimento del compagno, i genitori di Suzy e il comandante Sharp.

Dopo quest’ultima bravata, i genitori affidatari di Sam hanno deciso di restituire il ragazzo agli assistenti sociali, i quali hanno già inviato un loro rappresentante (di cui ignoriamo il nome, il regista ha deciso di chiamarlo semplicemente con il minaccioso appellativo di Assistenti sociali) per ritirarlo e trasferirlo in una sorta di orfanotrofio, in cui il ragazzo potrebbe ricevere trattamenti psichiatrici invasivi come l’elettroshock. Sam e Suzy decidono dunque di fuggire ancora, questa volta con l’aiuto della truppa di Scout.

Come colonna sonora è stata effettuata una scelta raffinata: Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell di Benjamin Britten. All’inizio del film vengono ripresi i tre fratellini di Suzy all’interno di una scenetta famigliare mentre ascoltano un vinile che propone un ascolto guidato del brano musicale. Come suggerisce il titolo, il pezzo è costituito da una parte in cui l’intera orchestra suona il tema di Purcell e delle brevi variazioni effettuate dalle varie sezioni dell’orchestra. Tali variazioni compariranno come colonne sonore nel corso dell’opera. Non è la prima volta che Purcell viene scelto come colonna sonora di un film: Music for the funeral of queen Mary the Second è infatti diventata il celeberrimo motivo di Arancia Meccanica di Kubrik.

La presentazione dell’ambientazione non viene affidata soltanto alla cinepresa, infatti compare un personaggio secondario dell’opera, un cartografo che partecipa al ritrovamento dei due fuggiaschi, che pronuncia due brevi discorsi introduttivi. Tutto ciò provoca un effetto di straniamento nello spettatore e l’intervento del regista nella realizzazione del film diventa più evidente.

L’atmosfera del film è fortemente vintage per l’ambientazione negli anni Sessanta e favolistica per le presentazioni del cartografo e per la presenza di scene fortemente teatrali, che rendono la trama piuttosto irreale. Non mancano inoltre situazioni buffe e surreali che rallegrano le varie scene del film: lo spettatore non sa mai cosa aspettarsi.

Il film si conclude con un classico happy end: Suzy ritorna a casa con la famiglia, Sam viene adottato dal comandante Sharp. Si tratta di una conclusione sviluppata in modo poco approfondito, in quanto l’analisi psicologica del poliziotto è piuttosto debole e si può dire altrettanto del suo rapporto con il ragazzino. Nonostante ciò si tratta di un ottimo e insolito film, che tratta l’amore adolescenziale con ironia e rispetto.

“La locandiera” al Teatro Carcano

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La compagnia Proxima Res ha portato in scena a gennaio presso il Teatro Carcano di Milano La locandiera, il capolavoro di Goldoni del 1753.

Si tratta di una commedia in tre atti che narra la storia di Mirandolina, un’intraprendente ostessa che, rimasta orfana, gestisce l’attività di famiglia con il supporto di Fabrizio, segretamente innamorato di lei. Presso la sua locanda alloggiano lo squattrinato ma influente Marchese di Forlipopoli e il ricco Conte d’Albafiorita, i quali si contendono la sua mano. Per non perdere i clienti, Mirandolina inganna entrambi flirtando con loro, ma senza concedersi a nessuno. L’equilibrio viene interrotto dall’arrivo alla locanda del cinico e misogino Cavaliere di Ripafratta, che rifiuta ogni donna; per Mirandolina conquistarlo diventa una questione di principio, ma la bella locandiera non ha tenuto conto dell’imprevedibilità dei sentimenti umani, compresi i propri.

Mirandolina è un “Don Giovanni in gonnella” (il regista ha espressamente consigliato all’attrice di considerarsi tale durante la recitazione), in quanto sfrutta il proprio fascino per sedurre e prendersi gioco degli uomini. Il personaggio si ispira alla figura della servetta scaltra, un topos nella letteratura del settecento, nato in un periodo in cui le donne stavano lentamente iniziando ad emanciparsi svolgendo attività lavorative come quella della domestica. Il personaggio della locandiera è l’evoluzione di Colombina, la servetta scaltra per antonomasia della Commedia dell’arte; rappresenta inoltre la piccola borghesia emergente, che sgomitava per farsi strada nell’economia europea in questo periodo storico. Il personaggio di Mirandolina è inoltre coerente con l’autodeterminazione dell’individuo illuminista. Nonostante si riveli disonesta nei confronti dei personaggi maschili, è evidente che la locandiera sia nelle grazie di Goldoni, infatti non può essere considerato un personaggio negativo nonostante sia disonesta nei confronti del sesso maschile.

Il marchese e il conte erano, all’epoca di Goldoni, due figure di straordinaria attualità in quanto il primo rappresenta la nobiltà, che non aveva ancora perso il proprio prestigio ma si era ormai ridotta sul lastrico ed era diventata una parassita della società, il secondo è invece un esponente della ricca borghesia che tutto può con il denaro ma ancora invidia i titoli nobiliari dell’antica aristocrazia, in quanto ha ereditato da poco il titolo di conte e non ha particolare rilievo in società. L’antagonismo tra i due personaggi per la mano di Mirandolina rappresenta lo scontro tra due classi sociali che ha segnato un periodo storico.

La locandiera è stata una rivoluzione nella storia del teatro. Inizialmente Goldoni scriveva commedie appartenenti al genere della Commedia dell’arte, in cui i personaggi erano maschere stereotipate. Con la commedia di Mirandolina gli attori cessano di indossare delle maschere e possono recitare anche con l’ausilio delle espressioni facciali, inoltre i personaggi hanno una psicologia complessa e sono più simili a uomini appartenenti al quotidiano, anziché essere delle prevedibili macchiette. La trama nella Commedia dell’arte era affidata ad un canovaccio (una sorta di bozza, che lasciava ampio spazio all’improvvisazione), mentre Goldoni realizza un testo teatrale ben strutturato, che limita l’inventiva degli attori ma garantisce una trama profonda e complessa.

Nello spettacolo proposto dal Carcano domina il colore bianco sulla scena e le scenografie e i costumi sono ridotti all’indispensabile: degli appendiabiti contenenti dei costumi disposti ai lati del palco, che consentono agli attori di trasformarsi sulla scena ogni volta che devono cambiare personaggio e un lungo tavolo, attorno il quale si svolge la scena. Il tavolo è un elemento portante della rappresentazione in quanto l’azione può svolgersi anche al di sopra o al di sotto di esso. Gli oggetti di scena sono riposti sotto il tavolo in attesa di essere utilizzati, sul quale vengono continuamente poste delle piccole bamboline che rappresentano i vari personaggi.

I costumi sono per lo più bianchi e sono costituiti dal minimo essenziale per caratterizzare un personaggio. Sono singolari i costumi delle signore, strutturati quanto basta per evocare le ampie gonne settecentesche senza essere altrettanto ingombranti. La struttura  leggera e comoda delle gonne serve soprattutto per consentire alle attrici di corre, saltare, salire sul tavolo o, più semplicemente, muoversi in tutta comodità durante la recitazione, senza l’impaccio di un bellissimo ma assai poco pratico costume storico.

Il testo di Goldoni è immortale: sopravvive allo scorrere dei secoli senza perdere la propria comicità e il suo profondo messaggio. Gli attori hanno saputo intrattenere il pubblico egregiamente, scatenando fragorose risate e attribuendo ad un testo di trecento anni un respiro attuale. Per gli appassionati, su internet sono disponibili le interviste di alcuni degli attori e il testo completo della commedia.