Il corpo violato in “La pelle che abito”

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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La pelle che abito (2011) è una storia di violazione del corpo che ha effetti sconvolgenti sulla persona. Pedro Almodòvar si è dimostrato un regista elegante ma anche grottesco, la sceneggiatura è un po’ irrealistica per la singolarità dei temi trattati ma estremamente suggestiva e in grado di turbare profondamente lo spettatore.

Il protagonista è un cupo ed elegantissimo Antonio Banderas nei panni di un chirurgo plastico spagnolo che ha perso tragicamente due volte la propria moglie: prima la donna è rimasta terribilmente ustionata in un incidente d’auto, poi si è suicidata quando non è riuscita a sopportare il suo nuovo orribile aspetto. Il film racconta dunque come la rovina del corpo può portare a uno shock tale da indurre al suicidio. Il corpo dell’attrice è stato sapientemente truccato per realizzare le cicatrici delle ustioni, il cranio rasato e la carnagione resa marroncina. Il protagonista si occupa di trapianti di volto e racconta in una scena quanto sia importante per un uomo avere un volto e un’identità, sia pure il viso di un cadavere.

Il fratellastro di tale personaggio, un criminale mentalmente instabile, vorrebbe mutare il proprio aspetto per un’altra ragione: scampare alla prigione e vivere una nuova vita. In questo caso il cambiamento della propria corporeità offre la possibilità di una rinascita, ma fortunatamente un simile progetto non verrà mai attuato poiché il personaggio morirà prima di poterlo realizzare.

Le tragedie famigliari per il chirurgo plastico non sono terminate in quanto la figlioletta psicologicamente instabile, Norma, peggiorerà drasticamente sino al suicidio in seguito a uno stupro. La violenza viene rappresentata magistralmente dal volto terrorizzato dell’attrice e dalla contrazione delle sue membra per la sofferenza, lo spettatore prova un forte sgomento e disagio proprio grazie alla straordinaria abilità recitativa degli attori, mentre la musica di sottofondo soffusa e raffinata si mantiene in disparte, senza partecipare alla creazione di pathos.

Il protagonista rapisce Vincent, lo stupratore della figlia e commette un abominio degno del Frankenstein di Mary Shelley: mediante la chirurgia plastica, lo trasforma nella sua defunta moglie. Vincent si ritroverà dunque a vivere in un corpo che non gli appartiene, la sua identità risulterà così profondamente mutata e assumerà il nome di Vera. Il film non si sofferma sul disagio psicologico che un simile trauma può comportare e sicuramente questa è una grave mancanza degli sceneggiatori, Vincent invece dimostra di possedere uno straordinario istinto di sopravvivenza e una determinazione notevole. La trasformazione, invece di danneggiarlo, lo migliora, in quanto Vera risulta più sensibile e rispettosa delle altre persone rispetto a Vincent.

Vera verrà stuprata dal fratellastro del protagonista, e anche in questo caso la recitazione dell’attrice è fondamentale per trasmettere la gravità dell’atto. Le espressioni del viso sono più composte e silenziose rispetto a quelle di Norma, tuttavia trasmettono una sofferenza profonda. Anche in questo caso l’atto sessuale è rappresentato in tutto il suo squallore, la corporeità della vittima e del suo carnefice sono in mostra per condannare ogni forma di violenza sessuale.

Il chirurgo plastico si innamora di Vera, ma si tratta di un amore malato e possessivo, l’amore di un carceriere ossessionato dalla propria prigioniera. Il protagonista vorrebbe coronare il proprio amore per lei con un rapporto sessuale, ma Vera non riesce a congiungersi con lui perché non è nella sua natura amare un uomo, men che meno colui che ha violato la sua identità. Corpo e anima sono indissolubilmente uniti, non è sufficiente un’operazione chirurgica per mutare la personalità di un individuo e un volto da donna non può mutare la natura di Vincent.

Il protagonista ha dotato Vincent di una pelle resistentissima mutata geneticamente, realizzata in onore della moglie ustionata. Il film affronta, seppure come argomento marginale, il tema della bioetica e degli esperimenti sugli esseri umani. Non vengono avanzate argomentazioni mediante le parole dei personaggi in favore di una scienza rispettosa della dignità umana, il regista però suscita l’orrore negli spettatori mediante una storia drammatica e scene suggestive.

Durante i giorni di prigionia, Vera si dedica ad attività che riguardano la corporeità. Innanzi tutto si dedica allo yoga per trovare un luogo sicuro dentro di sé in cui evadere da ciò che le succede intorno: anche in questo caso si racconta come corpo e anima siano in simbiosi, in particolare la tutina aderente color carne indossata dalla ragazza sottolinea gli aggraziati movimenti del corpo nella meditazione. Vera inoltre si dedica alla scultura, realizzando busti umani ricoperti da strisce di stoffa color carne, mostrando come il tema della corporeità possa essere affrontato anche dall’arte. Come reazione di rifiuto per il proprio nuovo corpo, Vera distrugge i vestiti femminili che il chirurgo plastico le ha donato.

Nonostante questo i vestiti hanno svolto un ruolo importante nella vita di Vincent in quanto il ragazzo lavorava nel negozio di abbigliamento femminile di sua madre. Il corpo dunque non può subire solo violenza, ma può anche essere abbellito, curato e amato.

Il film racconta il controllo dell’identità di una persona attraverso il corpo e la violenza fisica e psicologica che una persona può subire. Nessun commento moralistico, viene solamente portato in scena l’orrore della sopraffazione e della perdita del controllo di sé in seguito ad un abuso. Gli unici innocenti, la moglie e la figlia del protagonista, muoiono; tutti gli altri hanno violato qualcuno sino a pagarne le conseguenze.

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