L’educazione religiosa nei bambini

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso il giornale online Lo Sbuffo.

Se cercate informazioni in rete sull’educazione religiosa resterete delusi, perché la Chiesa raramente diffonde informazioni tecniche sull’argomento: al più troverete titoli di manuali di argomento religioso difficili da reperire, ma sono pochi gli articoli divulgativi al riguardo. Abbondano invece i testi scritti nel sermo humilis con cui il clero si rivolge ai fedeli, in cui si invitano i genitori e le istituzioni ad insegnare ai bambini i basilari valori della Chiesa, l’amore e l’amicizia, oltre naturalmente la fede in Dio. Si tratta di raccomandazioni generiche e lapalissiane. Un argomento di grande interesse è invece il dibattito sull’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole. La rete, come la popolazione italiana, è suddivisa in favorevoli e contrari, in ragazzi che partecipano alle lezioni e altri che abbandono l’aula, con o senza l’appoggio delle famiglie.

Per conoscere il punto di vista della Chiesa, analizzeremo un articolo pubblicato il 9 gennaio 2017 da Orsola Vetri su Famiglia Cristiana: Ora di religione, cinque buoni motivi per non perderla. L’articolo insiste sul fatto che le lezioni non tratterebbero solo la religione cattolica, ma anche cultura e orientamento, necessari a fedeli e non credenti per comprendere il senso della vita. Si lamenta poi la scarsa frequentazione dei ragazzi dell’ora di religione, che viene considerata un momento formativo e di riflessione.

Vengono poi citate le parole del Cardinal Angelo Bagnasco, pronunciate durante la Giornata di sensibilizzazione alla scelta dell’ora di religione: l’insegnamento viene presentato come un elisir contro la fragilità e lo smarrimento interiore, un espediente per imparare a “fare sintesi” e per rendere il giovane non un’enciclopedia, ma una persona matura; anche per il suo valore culturale, l’ora di religione è un momento di chiarificazione e equilibrio, utile per comprendere il tempo e la società che abitiamo e per dialogare con tutti.

Angelo Bertolone, professore di religione e autore di un blog che tratta dell’argomento, afferma che la sua materia affronta la ricerca del senso della vita e elenca cinque motivi per cui i ragazzi non dovrebbero abbandonare le sue lezioni. Innanzi tutto difende il diritto dell’ora di religione di essere una materia scolastica citando la legislazione: “La  Repubblica  Italiana,  riconoscendo  il  valore  della  cultura  religiosa  e  tenendo  conto  che  i  principi  del  cattolicesimo  fanno  parte  del  patrimonio  storico  del  popolo  italiano,  continuerà  ad  assicurare,  nel  quadro  delle  finalità  della  scuola,  l’insegnamento  della  religione  cattolica  nelle  scuole  pubbliche  non  universitarie  di  ogni  ordine  e  grado”. Forse per ragioni di sintesi, non si sofferma sulla storia dell’ora di religione, sullo stimolo ricevuto sotto il fascismo.

Il secondo motivo riprende il tema del dialogo menzionato dal Cardinale, in quanto sostiene che per essere aperti al confronto con tutti è bene conoscere le tradizioni, la religione e la cultura in cui l’Italia affonda le proprie radici; per tale ragione l’IRC non si occupa solo del Cattolicesimo, ma di tutte le religioni, stringendo anche collaborazioni con le comunità religiose non cristiane del territorio italiano. Il decalogo non specifica però che gli insegnanti di religione non sono approvati dalle guide spirituali di tali religioni ma dalla diocesi, pertanto il punto di vista con cui ci si approccia alle realtà non cristiane è sempre cattolico.

Come terzo punto viene sottolineata la preparazione e la competenza degli insegnanti, che seguono corsi di aggiornamento presso università accreditate dal MIUR  e i corsi del Servizio IRC della diocesi. Insegnanti e professori sono competenti non solo nel campo dell’istruzione, ma anche dell’educazione. L’intervento della Chiesa in un compito pubblico come l’istruzione viene dunque presentato come una garanzia di qualità.

La penultima ragione riguarda il fatto che, durante l’ora di religione, si trattano le domande esistenziali, aiutando i giovani ad affrontare più serenamente i momenti di crescita, ad avere uno scopo della vita, a comprendere che l’esistenza è un cammino di ricerca e ad apprezzare lo studio, la cultura e soprattutto la vita. L’autore riconosce dunque implicitamente che l’ora di religione cattolica educa ad essere religiosi e a credere nei valori del Cristianesimo.

Il quinto e ultimo punto apprezza il fatto che l’IRC è l’unica materia che si può scegliere (un’affermazione valida soltanto per gli studenti più giovani), inoltre si ribadisce che non è necessario essere credenti per frequentare le lezioni.

Come controparte abbiamo deciso di analizzare quanto ha affermato l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), che sul suo sito ha dedicato un’intera pagina all’IRC. L’associazione analizza ogni aspetto tecnico dell’ora di religione riportando dati e statistiche e, naturalmente, inserendo la propria opinione in brevi ma incisivi commenti.

L’associazione tratta brevemente la storia dell’IRC, precisando che nella Italia postunitaria gli studenti seguivano l’ora di religione solo durante le scuole elementari, mentre nel 1923 il primo governo fascista lo rese obbligatorio e nel 1929 l’IRC fu esteso alle scuole medie e superiori.

Un protocollo addizionale del concordato afferma che “l’IRC […] è impartito in conformità della dottrina della Chiesa”, pertanto l’UAAR ritiene che l’ora di religione serva alla Chiesa per educare secondo la il Cattolicesimo, cosa che dovrebbe fare solo nelle parrocchie. Durante la lezione possono essere illustrate anche altre religioni, ma secondo un punto di vista cattolico e ciò è estremamente riduttivo.

Come prescrive il Codice di diritto canonico: «L’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica». Con ciò si sostiene che lo stato non ha il controllo di tale insegnamento, a prova di tale mancanza si cita il fatto che Berlinguer, in un’intervista a Famiglia Cristiana, ha affermato di non sapere cosa si insegni durante le lezioni.

L’articolo tratta inoltre le possibili opzioni per uno studente che non vuole avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica: partecipare ad attività didattiche e formative, studiare altre materie, uscire dalla scuola. Quest’ultima opzione non è praticabile per le famiglie che non possono curare i bambini durante le ore di lezione, inoltre la Chiesa si è opposta a collocare la materia a inizio o fine lezioni, una soluzione che potrebbe agevolare gli studenti che non vogliono recarsi a scuola durante l’ora di religione e dunque favorirebbe l’abbandono dell’IRC.

Apprendiamo inoltre che lo studio dell’IRC o dell’ora alternativa offrono un credito scolastico, utile nel punteggio di ammissione all’esame di stato delle scuole superiori. Per tale ragione hanno fatto ricorso la chiesa valdese e le chiese evangeliche, ma hanno fallito perché i ricorrenti “non hanno notificato le controparti”, impresa impossibile dato che si tratterebbe di tutti gli studenti che frequentano l’ora di religione.

Il numero degli studenti che si avvalgono dell’IRC diminuisce proporzionalmente all’aumento della loro età, in coincidenza con la possibilità di scegliere autonomamente se partecipare, dunque è evidente quanto sia influente il condizionamento famigliare. Le regioni centro-settentrionali sono le più laiche, mentre al sud frequentano quasi tutti. In una metropoli come Milano il numero dei partecipanti precipita e quasi duecento classi sono del tutto prive di IRC.

L’articolo evidenzia il fatto che gli insegnanti sono scelti dalla curia e che lo Stato che paga il loro stipendio non ha alcun controllo su di loro; tutto ciò è in contraddizione con la laicità dello Stato. Ogni dodici mesi gli insegnanti devono chiedere il nulla osta alla diocesi, che può anche revocare il permesso di esercitare per motivi come una “condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa”. Una professoressa in stato di gravidanza non approvata dalla diocesi è stata licenziata, la donna ha tentato di riottenere il posto per vie legali, ma invano. Non è dato sapere il costo dell’IRC per lo stato perché i siti ministeriali non ne fanno cenno. L’articolo azzarda un calcolo approssimativo di tale spesa, si tenga presente che, quando in una classe un solo studente si avvale dell’insegnamento della religione Cattolica, gli viene assegnato un insegnante per sé anziché inserirlo in un’altra classe, così lo spreco è notevole. La Chiesa si è opposta alla riduzione di tale spesa, lamentando una riduzione occupazionale.

Per concludere, Famiglia Cristiana difende soprattutto la qualità dei contenuti dell’ora di religione, che sarebbero poi le caratteristiche del Cattolicesimo, invece l’UAAR espone con criterio il funzionamento dell’IRC e ne critica molteplici aspetti, non propone apertamente una soluzione ma implicitamente non solo dissuade i ragazzi dal partecipare alle lezioni, ma consiglia anche di abolire l’insegnamento stesso. E’ un dato di fatto che i ragazzi, non appena sono abbastanza grandi da scegliere autonomamente se partecipare alle lezioni, abbandonano i banchi per dedicarsi ad un’ora di studio o, più comunemente, divertirsi fuori dall’istituto.

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L’autista del trenino. Ordinarie storie di una cassiera.

Bastano 1500 battute per raccontare un’emozione? Oggi vi parlerò di un lavoro fuori dall’ordinario. 

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Quell’estate il supermercato aveva messo a disposizione dei bambini un trenino, sul quale fare il giro della galleria ascoltando le canzoni dei cartoni animati. Il trenino iniziava la sua corsa alle otto del mattino, quando il supermercato apriva, e terminava il suo viaggio alle sette di sera, un’ora prima della chiusura; per tutto questo tempo l’autista, una simpatica ragazza di trent’anni, doveva guidare ascoltando ininterrottamente lo stesso cd delle canzoni di Cristina D’Avena. Il suo lavoro era monotono e stressante, l’unico diversivo era suonare la campanella per avvertire i passanti di spostarsi. La giovane autista però non si perdeva d’animo e cantava a squarciagola, con un allegro sorriso sul viso, le canzoni dei cartoni animati. Le casse dell’impianto stereo sovrastavano la sua voce, così nessuno seppe mai se era stonata o intonata, però la sua allegria era contagiosa. Noi cassiere ci domandavamo come facesse a resistere senza avere un esaurimento, perché ascoltare lo stesso cd per una giornata intera può essere destabilizzante. Per quanto mi riguardava, l’arrivo del trenino vicino alle casse mi rallegrava perché mi distraeva dal lavoro ricordandomi l’infanzia. Poco importa se si trattava di una manciata di secondi (il trenino impiegava un attimo ad allontanarsi), ogni occasione era buona per cantare Holly e Benji, Lady Oscar, Robin Hood, Batman… I bambini poi erano una gioia a vedersi, avrebbero dato qualunque cosa pur di salire su quel lento mezzo colorato.

Cristina D’Avena, paladina dei Millennials

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Una voce candida e innocente ma spensierata e frizzante, dolce come quella di un bambino ma con l’esperienza di un adulto. Cristina D’Avena è conosciuta in tutta Italia per le sigle dei cartoni animati in onda da quarant’anni su Italia Uno, i Millennials sono cresciuti ascoltando la sua voce e, nonostante l’età, cantano a memoria le sue canzoni con entusiasmo e nostalgia.

Come tutti sanno, le sigle sono importanti tanto quanto l’anime, di cui costituiscono una sorta di trailer in quanto riassumono la trama dell’anime e propongono una serie di scene tratte dalle puntate. La struttura della sigla è elementare e la complessità del testo è a prova di bambino, nonostante ciò i ritornelli sono dei veri e propri tormentoni che restano impressi nella memoria e identificano il cartone animato. La sua voce si presta perfettamente sia ai cartoni animati più romantici come Piccoli problemi di cuore, sia a quelli più avventurosi come Batman, Holly & Benji, All’Arrembaggio (pessima traduzione italiana di One Piece), Lady Oscar.

La carriera di Cristina D’Avena (6 luglio 1964) inizia prima che la cantante possa avere piena consapevolezza del proprio successo: a tre anni e mezzo esordisce allo Zecchino d’Oro con Il valzer del moscerino, aggiudicandosi il terzo posto. Canterà nel Piccolo Coro dell’Antoniano sino al 1976 e, quando sarà troppo cresciuta per farne parte, vi accompagnerà la sorella Clarissa per altri cinque anni.

Inizierà poi a scrivere canzoni per la TV. Tra le prime ricordiamo Canzone dei Puffi del 1982, che vinse un Disco d’Oro, ma anche il Disco di Platino Kiss me Licia del 1985. Dal 1983 al 2000 ha partecipato alla trasmissione Bim Bum Bam, in cui tutti i Millennials la ricordano nel ruolo di guest star. La cantante ha partecipato inoltre a numerose trasmissioni per adulti.

Cristina d’Avena non ha mai fatto dell’aspetto fisico il suo cavallo di battaglia, nonostante ciò è una bella donna. 160 cm per 50 kg, è un’elegante e minuta mora formosa. La cantante è saggiamente riuscita a sottrarre la propria vita privata al mondo dei gossip, infatti si sa pochissimo sul suo conto. Convive con un uomo che dovrebbe chiamarsi Massimo e non ha figli. Ha scelto di non diventare mamma perché ha sempre dato la precedenza al lavoro, rimandando un’eventuale gravidanza sino a quando non è stato più possibile In un’intervista Cristina ha provato a spiegare come mai non si è sposata, ma è stata molto vaga: per una serie di ragioni, tra cui una crisi, hanno continuato a posticipare, ma l’artista non ha accantonato del tutto l’idea di indossare l’abito bianco.

Le canzoni di Cristina d’Avena sono diventate così popolari da attirare l’attenzione del Gem Boy, che ha realizzato delle parodie delle sigle come la celeberrima Orgia Cartoon. Il gruppo demenziale e la dolce cantante hanno deciso di realizzare delle collaborazioni, come per esempio delle tournee insieme. Un paio d’anni fa hanno fatto sold out all’Alcatraz di Milano, incantando una moltitudine di bambini troppo cresciuti con le sigle della loro infanzia e la relativa parodia. Noi dello Sbuffo abbiamo partecipato all’evento e ne siamo stati entusiasti. Cristina sa dunque prendersi in giro e fare il verso a se stessa, conscia che gli adulti hanno bisogno di attribuire significati ulteriori all’innocenza delle sue canzoni, per esempio aggiungendo la tematica sessuale agli argomenti della sigla originale, oppure sottolineando alcune assurdità del cartone.