La poesia nell’attivismo

Articolo proposto alla casa editrice Tlon in collaborazione con il giornale online Lo Sbuffo.

Quando l’uomo concepisce un pensiero politico, sente la necessità di comunicarlo alla propria comunità per confrontarsi, persuadere i propri simili e tentare di migliorare la società in cui vive. La poesia, come ogni forma d’arte, può essere una forma di attivismo; non è un atto politico che provoca direttamente un cambiamento, ha però il potere di scuotere gli animi e diffondere le opinioni. Ma quando scrivere una poesia diventa attivismo politico? E’ sufficiente scrivere la propria opinione politica in un’opera d’arte in versi, con l’intento di diffondere un’idea.

Si avvalgono continuamente delle norme della poesia negli slogan politici i partiti (ma anche i manifestanti che inventano frasi ad effetto per i propri striscioni o gli anonimi writers di strada), si tratta però di una forma di comunicazione analoga alla pubblicità e alla comunicazione di massa, che non merita certo di essere considerata letteratura. Questo articolo propone una panoramica dei principali poeti italiani e stranieri che hanno scritto poesie su tematiche politiche, realizzando delle vere e proprie opere letterarie.

E’ singolare notare come in questi testi poetici compaiano termini propri del linguaggio settoriale della politica (rivoluzione, partito, comunismo, borghesia…), che raramente in altre circostanze avrebbero a che fare con la poesia. I poeti tendono a privilegiare i versi liberi e le rime sono rare, ma forse ciò è dovuto al fatto che l’articolo propone solo autori del Novecento.

Vladimir Majakovskil (1983-1930) è il principale poeta della Rivoluzione d’Ottobre. Nato in Georgia, si trasferì a Mosca alla morte del padre, dove studiò al ginnasio sino a quando si dedicò all’attività rivoluzionaria, venendo più volte arrestato dalla polizia zarista. Si iscrisse all’Accademia di pittura, scultura e architettura, ma il suo destino erano la poesia e la drammaturgia. Aderì al cubofuturismo russo, firmando insieme ad altri il relativo manifesto; siglò inoltre il manifesto “Schiaffo al gusto corrente”.  Allo scoppio della rivoluzione bolscevica si impegnò per “consegnare tutta la letteratura a tutto il popolo”, creando un’arte nuova, priva delle convenzioni borghesi e fruibile da parte dei proletari, per capovolgere i valori e l’ideologia del passato e propagandare la rivoluzione. Anziché di guerra e fascismo come in Italia, il futurismo russo parlava di pace e libertà. L’adesione alla Rivoluzione d’Ottobre rese il poeta ancor più popolare e amato. Si uccise con un colpo di pistola al cuore per motivi non del tutto chiariti, probabilmente una delusione amorosa o il disappunto per le l’esito politico della rivoluzione. Tra le principali poesie di argomento politico, citiamo “Ottobre” (Aderire o non aderire? / La questione non si pone per me / E’ la mia rivoluzione) e Il Partito, in cui viene propagandata una fede nel Partito estrema, in quando solo in gruppo si riuscirebbe ad essere forti e sconfiggere il male.

Bertolt Brecht (1898-1956) è il principale drammaturgo tedesco e proprio per questo motivo è più conosciuto per il teatro, su cui non ci soffermeremo, che per le poesie. Noto per aver aderito all’ideologia marxista, dovette lasciare la Germania quando Hitler salì al potere, ma nel 1948 fondò un teatro a Berlino Est. Nonostante le sue idee politiche, fu spesso in contrasto con le autorità della Germania dell’Est. Le sue opere sono state raccolte in Poesie politiche, a cura di Enrico Ganni, Einaudi. La lingua di Brecht non indulge mai a vuoti artifici retorici, ma è asservita al fine pratico della conoscenza, inoltre con i suoi versi lotta e persuade in nome della libertà e della democrazia. L’opera è una lezione morale in cui si effettua uno slancio polemico contro l’arroganza e la violenza del potere.

Non sarebbe sufficiente un articolo per trattare tutti i poeti attivisti politici del mondo, pertanto ci soffermeremo sugli autori italiani.

 

Pierpaolo Pasolini (1922-1975) esordisce molto giovane come poeta, componendo versi in friulano. Il dialetto rappresenta un espediente per privare la Chiesa dell’egemonia culturale sulle masse e vuole essere anche un approfondimento culturale anche per la sinistra. Si iscrive al PCI, ma è in contrasto con gli intellettuali del partito per ragioni linguistiche: i suoi colleghi scrivono servendosi della lingua del novecento, Pasolini invece adotta la lingua del popolo, senza trattare argomenti politici; le sue scelte vengono interpretate come disinteresse per il realismo socialista, cosmopolitismo e eccessiva focalizzazione sulla cultura borghese. Viene accusato di corruzione di minore, diventando così un bersaglio ideale per la sinistra tanto quanto per la DC; viene espulso dal PCI e perde l’impiego da insegnante. Trasferitosi a Roma, scrive poesie in dialetto romano e nasce in lui il mito del sottoproletariato romano. Per quanto riguarda la contestazione studentesca, assume una posizione originale: appoggia le idee degli studenti ma, siccome questi sono dei borghesi, sono destinati secondo lui a fallire nella rivoluzione. Viene ucciso in circostanze misteriose. Tra le poesie politiche ricordiamo Alla bandiera rossa, Alla mia nazione, Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano. E’ celebre Il PCI ai giovani!!, in cui afferma che gli studenti negli scontri contro i poliziotti avevano torto perché, pur avendo delle idee positive, erano economicamente agiati, mentre i poliziotti erano figli di contadini. Pasolini fonda con i compagni di scuola Leonetti e Roversi la rivista Officina; anche questi ultimi scrivono poesie di attivismo politico.

 

Franco Fortini (1917-1994) si laurea in giurisprudenza e storia dell’arte, durante il periodo universitario collabora con numerose riviste, comprese alcune testate fasciste, ma col tempo assume posizioni antifasciste, al punto che viene espulso dal Gruppo Universitari Fascisti; viene inoltre battezzato presso la chiesa valdese. Nel 1941 si arruola, ma diserta per rifugiarsi in Svizzera. In questo periodo si iscrive al Partito Socialista. Nel 1944 partecipa alla resistenza in Val d’Ossola e scrive Canto degli ultimi partigiani, quattro strofe che raccontano gli orrori dei resti dei partigiani impiccati e fucilati. Questo articolo non considera le poesie di guerra attivismo politico perché rientrerebbero in una sottocategoria particolare del genere, tuttavia abbiamo voluto nominare questa poesia perché si tratta di una denuncia nei confronti dei crimini subiti dai partigiani. Ha un forte connotato politico soprattutto il verso conclusivo: Ma noi s’è letta negli occhi dei morti /e sulla terra faremo libertà/Ma l’hanno stretta i pugni dei morti/La giustizia che si farà.

 

Nanni Balestrini (1935-…) è uno degli esponenti della neoavanguardia e degli scrittori intorno all’antologia I Nuovissimi, fondatori del Gruppo 63. E’ autore di poesie sperimentali e romanzi politicamente impegnati circa le lotte degli anni Sessanta e gli anni di Piombo. Quando dal 7 aprile del 79 molti vengono arrestati con l’accusa di essere a capo di organizzazioni sovversive, è costretto a rifugiarsi in Francia.

 

L’elenco di autori potrebbe essere molto più lungo e probabilmente non tutti avrebbero privilegiato i poeti presentati in questo articolo. Concludiamo con quanto ha affermato il filosofo Adorno: “La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”; secondo Adorno, dopo Auschwitz “tutta la cultura (…) compresa l’urgente critica a essa, è spazzatura”;  “Dopo Auschwitz, nessuna poesia,  nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di no man’s land filosofica”. Ciò significa che la storia e la politica possono influenzare l’arte e determinare la sorte della poesia, infatti Auschwitz è la realizzazione dell’inferno in terra, perciò dopo i campi di concentramento non ha più senso comporre opere in versi.

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Recensione de “Il mio corpo mi appartiene” di Amina Sboui

Amina Sboui, celebre in tutto il mondo per aver postato su Facebook delle foto a seno nudo per combattere contro la condizione della donna in Tunisia, ha deciso di raccontare la sua breve ma intensa vita in un libro. L’autobiografia è intitolata come lo slogan che la ragazza aveva scritto sul suo corpo nella seconda fotografia da lei pubblicata: “Il mio corpo mi appartiene”. Si tratta di un libro molto breve (154 pagine) e adatto anche ad un pubblico di cultura medio-bassa per la sua semplicità, che Amina ha scritto in francese con il supporto della scrittrice Caroline Glorion. In copertina spicca la fotografia con il quale tutto il mondo ha imparato a conoscerla, con il seno nudo coperto dalla scritta del titolo e un ribelle rossetto rosso che, come scopriremo leggendo l’autobiografia, in Tunisia le ragazze non possono usare pubblicamente senza essere additate come delle puttane. Amina racconta la sua storia con chiarezza, sintesi e semplicità, senza lasciare spazio a descrizioni o sentimentalismi inutili, e soffermandosi spesso per esprimere le proprie opinioni politiche e talvolta filosofiche.

Amina è giovanissima, è nata nel 1994 e nel febbraio 2013 aveva solo 19 anni quando rimase colpita dalle immagini di alcune donne indiane che protestavano nude contro le violenze subite dall’esercito nazionale. La scoperta la emozionò profondamente: “Ero soprattutto stupita di scoprire che quelle donne avevano avuto il coraggio di adottare una soluzione tanto coraggiosa: mostrare il proprio corpo nudo in risposta all’oppressione maschile”. Approfondendo l’argomento su Google Amina conobbe le Femen e, dopo averle contattate e aver discusso con Inna, la loro leader, decide di prendere parte al movimento e di postare alcune sue foto a seno nudo su Facebook.

Le performance delle Femen sono contestate da molti per i loro metodi estremisti, ma per comprendere a fondo questo fenomeno non dobbiamo dimenticarci che le ragazze sfruttano l’immagine del loro corpo nudo o parzialmente nudo per trasmettere un messaggio politico che, senza il supporto delle loro esibizioni fuori dagli schemi, verrebbe ignorato dai media. Ecco cosa sostiene, in un’intervista su MilanoX, Inna circa l’atto di “mettere a nudo il corpo delle donne e farne uno strumento di lotta e di libertà. Un messaggio forte, che rischia di essere frainteso e confuso in un sistema mediatico ad alto tasso di pornografia, come quello della televisione italiana. «Noi vogliamo dare una nuova interpretazione del corpo della donna, vogliamo distruggere la visione della donna come oggetto sessuale, una Barbie. Il nostro corpo non è più sotto il controllo di uomini come Berlusconi, che lo comprano, lo usano a proprio piacimento, facendo show alla tv. Noi vi offriamo è una nuova visione e interpretazione del corpo delle donne»”. Spogliarsi è dunque un modo per attirare l’attenzione dei media e lottare contro il sistema.

Oggi Amina non è più una Femen, infatti nel suo libro racconta: “alcune di loro avevano fatto pubblicità per una marca di intimo, e non capivo bene il perché. Non mi sentivo come loro. E mi sembrava anche che la fonte di finanziamento delle loro azioni non fosse del tutto chiara. […] ho trovato che gli ultimi interventi pubblici delle Femen fossero poco intelligenti, provocatori senza essere costruttivi: che senso aveva, per esempio, che venissero a simulare una preghiera musulmana a seni nudi davanti all’ambasciata tunisina a Parigi? Loro si trovavano in Francia, dove non rischiavano niente, mentre la mia famiglia era sempre più minacciata in Tunisia. Per me era un’azione sterile ed egoista. Si servivano del mio caso per fare più rumore possibile, senza essersi prima interrogate sull’efficacia reale del loro gesto. Stessa cosa per l’azione di Notre-Dame. Quel monumento oggi ha un valore più storico e turistico, che religioso; la Francia poi è un paese laico, a differenza della Tunisia, dove lo Stato finanzia le moschee. Anche in quel caso, non capivo cosa stessero cercando di dimostrare. […] I posti non sono tutti uguali. […] ogni paese deve agire in base ai suoi problemi. […] Ma non ho mai tradito nessuno, sono sempre stata indipendente: anche per quanto riguarda le Femen, non ho mai chiesto il parere di nessuno prima di realizzare le mie azioni.

Ma torniamo alle foto a seno nudo di Amina. Inizialmente le fotografie vennero visualizzate da una ristretta cerchia di persone, amici di Facebook e amici di amici, ma quando la giovane pubblicò una foto scattata da un professionista si scatenò quello che lei nell’autobiografia definisce “un uragano”: la Tunisia e il mondo intero conobbero la sua storia e il suo messaggio così la ragazza fu costretta a scappare di casa. La sua famiglia riuscì a rapirla e a segregarla in casa, sottoponendola ad esorcismi e drogandola con antidepressivi per convincere l’opinione pubblica che Amina avesse agito in seguito a problemi psicologici, con lo scopo di salvaguardarla dalla violenza dei sefarditi o di altre forze religiose o politiche. Fortunatamente Amina riuscì a scappare e a continuare la sua lotta.

Nel romanzo Amina racconta la sua infanzia in un’agiata famiglia di Tunisi. Figlia di un medico e di una maestra che non divorziarono mai per non scontrarsi con l’opinione pubblica, Amina era una bambina ribelle: giocava con i maschi, non rispettava le regole a casa e a scuola e si batteva nelle risse con maschi e femmine; i suoi gusti anticonformisti facevano disperare la famiglia. Durante una permanenza in Arabia Saudita scoprì una condizione femminile assai più dura di quella tunisina, ma anche in questo caso riuscì a ribellarsi. L’infanzia di questo simpatico diavoletto fu purtroppo segnata da abusi sessuali in famiglia sin dall’età di quattro anni; quando Amina fu abbastanza grande per comprendere la gravità della situazione e trovò il coraggio di denunciare le violenze alla madre, venne accusata di aver mentito e non fu sporta denuncia contro i violentatori. Il padre di Amina, in quanto uomo, non venne nemmeno informato dell’accaduto.

Crescendo Amina conobbe alcune persone che contribuirono alla formazione della sua coscienza politica e riuscì a liberarsi definitivamente dai condizionamenti subiti dalla società oppressiva in cui aveva sempre vissuto. Dalle sue parole scopriamo che in Tunisia non vivono soltanto estremisti religiosi e persone favorevoli alla dittatura come spesso siamo abituati a pensare, molti amici e conoscenti di Amina hanno infatti opinioni democratiche (più o meno dichiarate apertamente) e sono favorevoli all’emancipazione femminile. Prima di sviluppare delle opinioni politiche radicali e femministe Amina si avvicinò al Cristianesimo, ma abbandonò tale religione poiché non approvava diversi precetti e storie scritti nella Bibbia, e ricevette dei violenti schiaffi dai poliziotti dopo aver ingenuamente chiesto alla polizia di Ben Ali “l’autorizzazione a manifestare per la fine della guerra a Gaza e contro i crimini verso la popolazione civile.” In seguito amina iniziò a frequentare attivisti e ribelli come lei e a provvedere alla propria cultura personale leggendo soprattutto libri di filosofia.

Amina aveva sedici anni quando scoppiò la Primavera Araba, cui partecipò organizzando scioperi a scuola e aderendo alle manifestazioni di cui non vi racconterò le amare conseguenze per non guastarvi la lettura del romanzo. Le pagine dedicate all’argomento sono una preziosa testimonianza di una persona che ha vissuto questo periodo storico “dal basso”, prendendo parte attivamente alle azioni politiche e seguendo gli sviluppi sui media (soprattutto su Internet): la macrostoria si fonde alla microstoria e la biografia alla cronaca di una nazione, mentre la giovane Amina cresce e diventa un’attivista politica a tutti gli effetti.

Avere opinioni diverse dalla massa non è facile per nessuno, soprattutto se si vive in un paese sotto dittatura, in cui sono malviste le persone non musulmane come Amina, che si professa atea. Amina è diversa per le sue opinioni politiche, filosofiche e religiose, per i suoi vestiti (viene menzionata una maglietta dei Nirvana), per il vizio del fumo (era vietato fumare in collegio), per essere diventata l’amante di un professore della scuola e per il suo caratteraccio indomabile, ma la ragazza sa trasformare la sua anarchica personalità in un punto di forza.

Dopo aver imbrattato le mura di un cimitero nel corso di una manifestazione sefardita (estremisti religiosi musulmani), Amina venne arrestata e incarcerata per due mesi e mezzo. La ragazza si scontrò così con le quotidiane ingiustizie che le detenute tunisine sono costrette a subire e i soprusi di una giustizia che voleva a tutti costi privarla della sua libertà, ma Amina si batté coraggiosamente sotto lo sguardo dei giornalisti di tutto il mondo. Nonostante la giovane età  riuscì a trasformare la prigionia in un’esperienza di arricchimento e crescita personale.

Siccome Amina è un personaggio pubblico, non ho timore di spoilerarvi il finale del romanzo: la storia si conclude con la nostra eroina felicemente al sicuro in Francia, dove può studiare e dedicarsi alla politica senza correre alcun pericolo. Leggendo la pagina a lei dedicata su Wikipedia scopro tuttavia dei fatti assai spiacevoli: nel luglio 2014, qualche mese prima della pubblicazione del libro, Amina denunciò su un social network di essere stata aggredita nel Metro di Parigi da cinque sefarditi. Il gruppo l’avrebbe trascinata fuori dalla metropolitana a forza per minacciarla di stupro, costringerla a leggere alcuni passi del Corano e rasarle capelli e sopracciglia. La gendarmerie indagò e scoprì grazie alle telecamere di sicurezza che si trattava di una menzogna, per rimediare Amina confessò sul Liberation di essersi inventata tutto e fu avviato un procedimento penale per “denuncia di reati immaginari”. Il 20 agosto 2014 Amina e il suo compagno furono sottoposti ad una misura restrittiva della libertà con sorveglianza a vista in quanto accusati di aver aggredito una donna che indossava il velo islamico.

Non sappiamo le ragioni che hanno spinto amina a compiere tali gesti, che imbrattano l’immagine positiva trasmessa dalla biografia. Ci auguriamo che Amina sia una persona equilibrata e razionale e che i suoi recenti misfatti siano solo degli incidenti di percorso.