Le regine della storia dell’arte

(Articolo pubblicato nella rivista online “Are you art?”)

Scrivere una rubrica dedicata alle donne in un numero dedicato alle rivoluzioni nella storia dell’arte è impossibile perché nella nostra società patriarcale il mondo dell’arte è sempre stato dominato dagli uomini. Ciò non significa che le artiste donne siano una conquista recente in quanto i manuali di storia dell’arte menzionano diversi nomi di grandi creative del passato, tuttavia le rivoluzioni sono sempre state condotte dagli uomini, che hanno dettato le correnti e gli stili in ogni epoca sino al Novecento. Per questa ragione la mia rubrica sarà la sola a non parlare di rivoluzioni, perché le donne non hanno potuto partecipare a nessuna rivoluzione artistica. Darò invece voce a rare personalità eccezionali che hanno dovuto combattere per affermare la propria arte, sfidando i pregiudizi maschilisti della propria epoca e spesso pagandone le conseguenze. La loro rivoluzione consiste nell’aver espresso un punto di vista femminile in un mondo in cui gli artisti erano uomini e le donne dovevano accontentarsi al massimo del ruolo di musa ispiratrice.

Per secoli le donne, pur avendo accesso a lezioni di disegno e potendo realizzare delle modeste opere di disegno (spesso di piccole dimensioni e ritraendo prevalentemente tematiche proveniente dal loro ambiente famigliare), non hanno potuto praticare la professione di artista in quanto era considerato disdicevole per loro dedicarsi a tale attività a livello professionale, eppure qualche fortunata è riuscita, spesso complici anche condizioni familiari ed economiche favorevoli, a coltivare il proprio talento. Ecco dunque una carrellata delle principali regine dell’arte, corredati da link con eventuali approfondimenti.

Nel Medioevo l’arte era considerata un’attività artigianale pertanto le opere d’arte erano create per lo più dagli uomini, i soli che potevano esercitare una professione. Nei conventi tuttavia le monache si dedicavano con zelo ad attività creative coinvolgendo spesso anche le laiche, soprattutto le fanciulle che frequentavano i monasteri per la propria istruzione, che poi praticavano tali attività anche dopo aver terminato gli studi. Tali artiste erano soprattutto miniaturiste e realizzatrici di tessuti ornamentali da parete, stole, paramenti e arazzi, ad uso religioso o profano. Conosciamo anche qualche nome di queste artiste dimenticate, tra tutte ricordiamo Santa Caterina Vigri (1413-1463), che realizzò affreschi, quadri e manoscritti con miniature ed è la protettrice dei pittori. Per saperne di più, ti consiglio di cliccare sul seguente link:
http://guide.supereva.it/donne_e_arte/interventi/2010/09/donne-artiste-nel-medioevo

Nel Rinascimento le donne compaiono nella storia dell’arte per lo più nelle vesti di Muse ispiratrici al servizio di artisti uomini, ma iniziano a farsi notare nel panorama artistico europeo anche alcune pittrici. I loro nomi sono Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, la simpatica olandese Judith Leyster, Rosalba Carriera, Elizabeth Vigée Lebrun, Angelika Kauffmann, Mary Cassatt e Berthe Morisot.

sofonisba-anguissola-ragazzo-morso-dal-granchio-museo_di_capodimonte_napoli

Sifonisba Anguissola è una pittrice piacentina rinascimentale che ottenne grandi riconoscimenti in Italia e all’estero. Pochi sanno che anche le sue sorelle si dedicarono alla pittura. Rivestì un ruolo di spicco nelle corti italiane e il suo talento venne apprezzato persino da Michelangelo, che rimase profondamente colpito da Fanciullo morso da un granchio (vedi sopra). L’artista divenne ritrattista ufficiale della famiglia reale di Spagna e, quando Van Dyck le succedette in tale carica, ammise di nutrire una profonda ammirazione per Sifonisba. E’ molto interessante ciò che Wikipedia scrive sull’argomento: https://it.wikipedia.org/wiki/Sofonisba_Anguissola

gentileschi-judith-slaying-holofernes-uffizi-florence-web-art-academy

Artemisia Gentileschi è forse la più celebre artista femminile dell’età moderna, soprattutto in seguito allo stupro che subì in gioventù e che probabilmente ispirò il suo capolavoro, Giuditta che decapita Oloferne (vedi sopra). Essendo morta prematuramente sua madre, l’artista romana cresce nella bottega del padre manierista di Caravaggio (di cui assimilerà lo stile), un ambiente rigorosamente maschile, e apprende i segreti della pittura al fianco dei suoi fratelli maschi, superandoli in talento. Per apprendere ulteriori informazioni sull’artista, ti consiglio di visitare il sito web in italiano dedicato all’artista: http://www.artemisiagentileschi.net/

rosalba-carriera-xx-allegory-of-painting-xx-national-gallery-of-art

Sempre in Italia, ma questa volta a Venezia, emerge una straordinaria pittrice settecentesca, Rosalba Carriera. Realizza dei ritratti di diamine sulle tabaccherie e successivamente su avorio, un materiale che conferisce alle pitture straordinaria lucentezza e che Rosalba utilizza per prima. Un’altra innovazione apportata dalla Carriera nel mondo della pittura riguarda l’utilizzo dello stile veneziano nella realizzazione di miniature. Sopra potete ammirare Allegory of painting.Ecco una pagina contenente tutte le informazioni da sapere su questa artista poco conosciuta: http://www.finestresullarte.info/Puntate/2012/18-rosalba-carriera.php#cookie-ok

autoritratto-angelica1

Angelica Kaufmann, di cui sopra potete ammirare Autoritratto, è una pittrice Svizzera dello stesso secolo che ha potuto avvalersi del supporto del padre nella propria formazione culturale; nel corso della propria carriera artistica si dedica anche alla musica e al canto; è l’unica donna tra i fondatori della Royal Academy of Arts. Era specializzata nella ritrattistica, nei soggetti storici e nelle incisioni. La sola pagina che sono riuscita a trovare dedicata all’artista appartiene a Wikipedia, ecco il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Angelika_Kauffmann

berthe_morisot_002

Berthe Morisot, nata nel 1841, è una pittrice impressionista francese che, a causa dei pregiudizi dell’epoca, ha difficoltà a dipingere all’aperto o in luoghi pubblici come i propri colleghi maschi. L’artista ripiega dunque su scene domestiche e di interni, privilegiando come soggetti altre donne come lei, di cui effettuava nei dipinti una profonda analisi interiore. Può essere interessante leggere ciò che dice di lei Settemuse.it, dai cui abbiamo tratto l’opera che vedete sopra: http://www.settemuse.it/pittori_scultori_europei/berthe_morisot.htm

Per ultimo citiamo due grandi artiste del Novecento che sono diventate due icone non solo per la loro arte straordinaria, ma anche per aver contribuito all’emancipazione femminile con le loro scelte di vita libere, determinate e anticonformiste.

tamara-de-lempicka-autoritratto-nella-bugatti-verde

Tamara de Lempicka appartiene alla corrente artistica dell’Art Déco molto apprezzata negli anni Venti. Tutti noi la conosciamo soprattutto per L’autoritratto nella Bugatti verde, in cui si raffigura al volante dell’automobile, indossando abiti maschili (erano gli anni in cui le donne iniziavano a far sentire la propria voce) è guardando in lontananza con uno sguardo serio ma terribilmente sensuale. Tamara è un eccellente ritrattista che ama rappresentare soprattutto i suoi amanti, sia uomini sia donne. Meritano di essere menzionate le tele che dedica Rafaela Fano, una delle donne più importanti della sua vita sia in qualità di amante, sia in qualità di musa ispiratrice. L’arte di Tamara è celebre tanto quanto i pettegolezzi sulla sua vita amorosa, si pensi che abbia flirtato in modo piuttosto turbolento con il nostro D’Annunzio. Vi propongo una piacevole carrellata di immagini a ritmo di musica: https://www.youtube.com/watch?v=UxiUn3ELu_g

frida_kahlo_self_portrait_300dpi

Frida Khalo (1907-1954) è forse l’artista femminile più nota al mondo: la sua notevole forza d’animo le ha permesso di affrontare dei gravi problemi di salute, dovuti anche ad un tragico incidente a bordo di un bus, con un’invidiabile vitalità, che traspare nelle tinte vivaci delle sue opere. Frida si dedica soprattutto all’autoritratto, proponendo un’immagine di sé svincolata dal punto di vista maschile e caratterizzato da un’estrema onestà, soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione dei difetti fisici e degli effetti dei propri problemi di salute. Oltre al tema della femminilità, troviamo nelle opere di Frida anche l’amore per il proprio paese e per il folclore messicano. Il seguente link vi permetterà di scoprire tutti i segreti sulla vita di Frida: http://www.mexicoart.it/Ita/kahlo.htm

La lunga lista di artiste proseguirebbe con altre esponenti a noi contemporanee, che preferiamo non citare in questo articolo in quanto operano in un ambiente più aperto e sensibile nei confronti dell’arte femminile grazie all’accesso per le donne all’istruzione e ad una maggiore attenzione alla loro voce nel mondo dell’arte. Questa rubrica ha intenzione di approfondire nei prossimi numeri l’opera delle grandi artiste del passato e del presente, perciò offriremo in futuro uno spazio più ampio sia alle artiste che abbiamo menzionato sia ad altre intellettuali.

 

FONTI:

Annunci

Frasi dalla mostra “Africa” al Mudec

Ecco alcuni dei  proverbi  e delle poesie che più mi hanno colpito alla mostra Africa, la terra degli spiriti del Mudec a Milano.

 

Chi sei? 

.

E tu, chi sei?

Sono Mamadi, figlio di Diubaté.

Da dove vieni?

Dal mio villaggio.

E dove vai?

All’altro villaggio.

Quale altro villaggio?

Cosa importa?

Vado dovunque ci siano degli uomini.

.

Che fai nella vita?

.

Sono griot, capisci?

Sono griot, com’era mio padre,

Com’era il padre di mio padre,

Come lo saranno i miei figli

E i figli dei miei figli.

.

Sono griot, mi capisci?

Sono griot come al tempo dei padri

Che aprivano il cuore al nascere del giorno

E la casa ospitale al viandante sconosciuto

Attardato sulla via.

.

Sono progenie di Dieli,

L’uomo cui suo fratello diede

La propria carne e il sangue

Per eludere la fame terribile

Pronta sul sentiero in fiamme della foresta

Con la maschera minacciosa del teschio della morte.

.

Sono figlio della Guinea,

Sono figlio del Mali,

Nasco dal Ciad o dal profondo Benin.

Sono figlio dell’Africa…

Addosso ho un gran-bubù bianco.

E i Bianchi ridono vedendomi

Trottare a piedi nudi nella polvere della strada.

.

Ridono.

Ridano pure.

Quanto a me, batto le mani e il grande sole dell’Africa

Si ferma sullo Zenit per guardarmi e ascoltare.

E canto e danzo,

E canto e danzo.

.

Francis Bebey, artista camerunense

 

E’ QUANDO NON SI SA DOVE SI VA CHE E’ BENE SAPERE DA DOVE SI VIENE.

.

NON PARLARE DEL COCCODRILLO PRIMA DI ESSERE USCITO DAL FIUME.

.

QUANDO LANCI LA FRECCIA DELLA VERITA’, PRIMA IMMERGILA NEL MIELE.

.

LA PAROLA E’ COME L’ACQUA, UNA VOLTA VERSATA NON LA RACCOGLI PIU’.

.

IL GRIDO DI SGOMENTO DI UN SOLO SUDDITO NON SOVRASTA IL SUONO DEL TAMBURO.

.

L’ELEFANTE MUORE MA LE SUE ZANNE RIMANGONO.

.

 

Immagini tratte da http://www.inexhibit.com/it/case-studies/milano-africa-la-terra-degli-spiriti-per-lapertura-del-mudec/

Ritratto di Lucrezia Panciatichi, di Agnolo Bronzino

Angelo_Bronzino_-_Portrait_of_Lucrezia_Panciatichi_-_WGA3266

Ritratto di Lucrezia Panciatichi” è un dipinto olio su tavola (104×84 cm) realizzato nel 1541 da Agnolo Bronzino e conservato agli Uffizi di Firenze insieme al ritratto del marito della giovane donna Bartolomeo Panciatichi, realizzato dallo stesso artista. Probabilmente il quadro è stato commissionato quando Bartolomeo Panciatichi venne ammesso nell’Accademia Fiorentina. I ritratti dei coniugi si trovarono a palazzo Panciatichi sino al 1634, anno della morte di Carlo Panciatichi o forse dell’estinzione del suo ramo famigliare, dopodichè vennero trasferiti nel palazzo del ramo fiorentino della famiglia e successivamente nelle Gallerie fiorentine.

La fanciulla, dalla carnagione eburnea, l’incantevole sguardo e il collo lungo ed elegante, è seduta su un sedile di legno leggermente di tre quarti; sulla mano sinistra appoggiata sul bracciolo intagliato spicca la fede nuziale, la mano destra invece è appoggiata su un libro di preghiere aperto, del quale è possibile leggere alcune righe.

Il sontuoso vestito rosso è ornato da pizzi e da una cintura con pietre preziose montate in oro. Le maniche hanno un pregevole sbuffo arricciato e terminano con maniche aderenti estraibili, fissate al vestito da lacci. I monili preziosi confermano non solo l’appartenenza della fanciulla ad un’elevata classe sociale ma raccontano anche alcuni aspetti della sua personalità, attraverso la simbologia delle gemme e la frase “Amour dure sans fin”, incisa in smalto nero sull’ampia catena d’oro. La frase sarebbe essere un riferimento all’amore coniugale o all’amore di Dio per gli uomini. Lucrezia è seduta in una nicchia scura tra due colonne ioniche, simbolo di bellezza e castità.

Il ritratto di Lucrezia è una delle icone della ritrattistica cinquecentesca. Vasari lodò i ritratti dei coniugi Panciatichi dicendo che sono “tanto naturali che paiono vivi veramente, e che non manchi loro se non lo spirito”.

.

Fonti:

 

Villa Carlotta sul Lago di Como

Villa Carlotta è una magnifica dimora signorile situata a Tremezzo, una cittadina che sorge sul ramo del lago di Como che NON volge a mezzogiorno, e si specchia nelle acque del lago rivolgendosi verso Bellagio. Le magnifiche sale da museo e il paro botanico possono essere un piacevole intrattenimento per coloro che desiderano visitare il mio lago.

La villa venne costruita alla fine del 1600 per volere di Giorgio Clerici che desiderava un edificio imponente ma sobrio, circondato da un giardino all’italiana con statie, scale e fontane.

Per accedere alla villa è necessario percorrere un’incantevole scalinata decorata da fontane e geranei rossi, all’interno dell’edificio sono state allestite delle magnifiche sale da museo. Quando nel XIX secolo la villa venne acquistata dal suo secondo proprietario, Gian Battista Sommariva, le sale dell’edificio si arricchirono infatti dei meravigliosi capolavori. Vila Carlotta ospita infatti opere di Canova, della sua scuola e Thorvaldsen, come Parmenide, Amore e Psiche, Tersicore, la Maddalena e il monumentale fregio con i trionfi di Alessandro Magno. L’opera più ambita dai visitatori è il manifesto dell’arte romantica italiana, L’ultimo bacio di Romeo e Giulietta di Hayez.
Le opere esposte si trovano prevalentemente al piano inferiore, mentre all’ultimo piano si possono ammirare straordinari esempi di arredamento d’epoca, come la sala da pranzo e la camera da letto di Carlotta.

Ma chi fu Carlotta? Nel 1850 l’edificio venne acquistato dalla principessa Marianna di Nassau, che lo donò alla figlia Carlotta come dono di nozze. Il marito della fanciulla, Giorgio II duca di Saxe-Meiningen, era un appassionato di botanica che si prodigò per trasformare il giardino della villain un ricco parco botanico, che oggi comprende 150 varietà di rododendri, azalee, antiche camelie, cedri e sequoie secolari, platani ed essenze esotiche. Il segreto del successo del parco di villa Carlotta è la fertilità del terreno dovuta al deposito da parte di antichi ghiacciai di un sedimento particolarmente acido.

Recensione di ‘Chisciotte e gli invincibili’

“Il cavaliere dell’eterna giovinezza
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.”

.

‘Chisciotte e gli invincibili’ è uno spettacolo teatrale del 2006 che è stato trasformato in un cofanetto costituito da libricino e dvd. Gli autori sono Polmone, il cui vero nome è Gabriele Mirabassi, uno dei massimi virtuosi odierni al clarinetto a livello internazionale, Trinità, Gianmaria Testa, colui che “le canzoni le canta, le suona e le fa“, e Erri de luca, la mente e la voce narrante di tutto lo spettacolo.

Qui non si mette in scena Chisciotte, si prende Chisciotte come titolo di una figura perfetta di eroe non raggiungibile, ma sotto questo nome solenne andiamo a individuare un po’ di storie affini, di perone che potrebbero iscriversi alla sua discendenza.” Afferma Erri de Luca per descrivere la trama del suo spettacolo e in effetti, più che raccontare le avventure di Don Chisciotte (senza il don, perché per i napoletani risulterebbe equivoco), si tratta di una summa dei suoi personaggi letterari, storici o di attualità preferiti.

La scenografia è un tavolo attorno al quale sono seduti i tre amici, una sedia vuota invece da le spalle alla platea ed è per tutti coloro, uomo o donna, che meritano di essere i Don Chisciotte di oggi. Ogni volta che il pubblico applaude gli artisti si versano un bicchiere di vino, come se fossero in osteria. Erri De Luca al proposito racconta: “ […] questo tavolo di osteria. Uscire sulla scena senza questa certezza… insomma io vengo qua, da tante serate passate all’osteria a cantare e raccontare, e a sentir cantare. Dunque senza questa solida base sulla quale mi appoggio mi sarebbe difficile affacciarmi su una platea così solenne, davanti alle persone che si spostano da casa per venirmi a sentire. Mi avvalgo della facoltà di essere cliente di questo tavolo da molto tempo, e di avere amato questo modo di passare insieme le serate.

Altri oggetti di scena sono il fantoccio di Don Chisciotte rappresentato da un attaccapanni che brandisce un ombrello e indossa uno scolapasta (che poi diventerà in alcuni punti dello spettacolo anche il copricapo degli artisti); sullo sfondo sono proiettate delle immagini molto suggestive e la luce in scena viene accesa da Erri De Luca azionando simbolicamente una lampada che pende dal soffitto.

Lo spettacolo inizia considerando i primi Don Chisciotte i migranti, sia gli italiani nel passato sia gli africani di oggi, poi gli scalatori e gli amanti. Anche una radice come la patata può essere un Don Chisciotte perché ha salvato molti dalla fame, oppure un personaggio biblico e balbuziente come Mosè o l’intellettuale Izet Sarajlic, che non fuggì da Sarajevo per la convinzione che ogni intellettuale debba restare vicino al suo popolo. I tre artisti aprono poi un paragrafo dedicato alla guerra e in particolare alla poesia di Ungaretti (“Un’intera nottata buttato vicino ad un compagno massacrato” a versi alterni), all’olocausto, agli aviatori italiani morti per nulla e al cantautore francese Boris Vian, reinterpretando in italiano la canzone Il Disertore. Ne proponiamo una versione in italiano di Ivano Fossati.

De Luca parla poi dell’indifferenza, di cui sono affetti gli ipocriti che non sanno distinguere la realtà dalla finzione e si comportano come se fossero gli spettatori di uno spettacolo di fantasia, cui sono chiamati ad applaudire anziché intervenire. Lo stesso Don Chisciotte, in un passo del libro, interverrà in uno spettacolo di marionette. Viene poi cantata la canzone di De Andrè dedicata ai suicidi. Lo spettacolo continua con “Canzone per una prigioniera” e infine un “Elogio ai piedi“, recitata da Testa dopo essersi tolto le scarpe.

Oltre al racconto di storie vere o fantastiche, nel corso dell’opera si ascoltano emozionanti a oli al clarinetto, canzoni e poesie musicate.

 

Eclettica – La voce dei blogger #3

Eclettica3

Clicca QUI per sfogliare la rivista!

Eclettica – La voce dei Blogger è una raccolta di articoli di carattere culturale scritti da blogger amatoriali italiani e organizzati in formato rivista. Nella terza uscita pubblicata ieri sera su ISSUU compare anche un mio articolo, pubblicato nella rubrica Avventure da palcoscenico, in cui mi occupo di teatro.

L’articolo, dedicato al musical Sugar tratto dall’intramontabile successone holliwoodiano A qualcuno piace caldo, costituisce il mio primo tentativo di oltrepassare i confini di questo blog e di scrivere in altri ambienti virtuali. Spero che vi piaccia, così come mi auguro che troviate altrettanto interessanti gli articoli dei miei colleghi eclettici e della nostra “direttrice” Giovanna Ricchiuti che, insieme a sua sorella Chiara, responsabile dell’impaginazione e della grafica, ha reso possibile la nascita del nostro giornale.

 

Piero fornasetti, 100 anni di follia pratica in mostra alla Triennale di Milano

“Immaginazione, fantasia e creatività sono cibi insopprimibili per l’anima e per lo spirito: è un dovere per chi ne ha il darne agli altri, ed è così, che la fantasia chiama la fantasia e che la poesia invita alla poesia per tutti, a tempo pieno”

La Triennale di Milano ha ospitato fino al 9 febbraio una retrospettiva dedicata a Piero Fornasetti, uno dei più importanti designer italiani del XX secolo. I circa mille pezzi esposti offrono una vasta e coloratissima panoramica della produzione dell’artista e, in occasione del centenario della sua nascita, ci invitano ad immergerci in un universo surreale, onirico, ironico e metafisico, seguendo l’evoluzione della poetica di Fornasetti dagli esordi sino agli ultimi anni.

La straordinaria vitalità dell’arte di Fornasetti vale pienamente il prezzo del biglietto, che in questi duri tempi di crisi si è fatto un po’ troppo costoso: il prezzo della visita è infatti di 8,00 € e si riduce a 6,50 € per gli studenti universitari; inoltre è venuta meno la possibilità di rinnovare la tessera della Triennale. Nonostante un pizzico di disappunto, abbiamo pagato il pegno richiesto e ci siamo immersi nel design di Fornasetti.

.

Tutto ebbe inizio nella bottega di uno stampatore che collezionava immagini

Piero Fornasetti fu un pittore, scultore, decoratore d’interni, stampatore di libri d’arte, designer, scenografo, costumista, organizzatore d’esposizioni e iniziative e molto altro ancora.

Fornasetti nasce il 10 novembre 1913 in una ricca famiglia borghese di milano e nel 1939 entra nell’Accademia di Belle Arti di Brera, ma due anni dopo viene espulso per insubordinazione. Rivela infatti l’artista in un’intervista: – Sono stato espulso dalla scuola. Da Brera. Non mi insegnavano quello che volevo imparare. Non insegnavano il disegno dal vero, disegnare il nudo. – Fornasetti riteneva infatti che “per imparare a essere un buon designer una persona deve andare a scuola di nudo. Quando uno sa disegnare il nudo sa anche disegnare un palazzo, o il motore di un’automobile. Qualsiasi cosa. Ma se non sa disegnare il nudo è un vero problema.”

Si iscrive dunque alla Scuola Superiore d’Arti Applicate all’Industria del Castello Sforzesco e divenne uno stampatore, ma Fornasetti ha sempre sostenuto di essere più che altro un autodidatta e di non dovere molto alle scuole che ha frequentato: – Sono nato pittore. Ho cominciato all’età di dieci anni. Nessuno nei laboratori dove mi sono presentato, mi ha potuto insegnare. Ho imparato dai libri. Ho imparato la litografia, l’incisione. Ho imparato tutto questo prima che nascessero le scuole per le varie tecniche. […] Guardavo le riviste che non sapevo leggere. Così ho imparato. Però disegnavo, sempre, dalla mattina alla sera, il corpo umano: lo schizzo, l’abbozzo, poi l’opera. Da un po’ di tempo ho la fortuna di avere mio figlio che si è messo a lavorare con me, facendosi le ossa nel restauro di vecchi edifici contadini toscani. Farsi le ossa è quello che ho sempre sostenuto: il laboratorio. Cioè lavorare in cantiere. Capire i problemi nel fare una casa è la più bella delle scuole, perché si imparano tutti i mestieri, dal carpentiere al muratore, dal marmista all’elettricista, al falegname. –

Fornasetti sin dagli esordi non ebbe timore di manifestare la propria eccentricità di artista: era infatti solito ritagliare e collezionare immagini e archiviarle nei possenti cataloghi di cartone marrone esposti alla mostra. Tali ritagli potevano provenire da qualsiasi fonte, anche la più insolita: libri economici, volumi pregiati, riviste d’epoca, quotidiani, manifesti, cataloghi, archivi storici, enciclopedie…  La triennale ha scelto di esporre tali cataloghi nella retrospettiva, affiancandoli ad un paio di vecchie forbici arruginite per ricordare il metodo grezzo e irriverente con cui Fornasetti componeva le sue collezioni di immagini.

Iniziò la sua carriera artistica come stampatore di litografie, ragion per cui il disegno, con il marcato contorno nero tipico delle stampe, sarà il fondamento della sua cultura artistica in ogni periodo della sua vita.

Ben presto Fornasetti ebbe modo di farsi conoscere, infatti molti grandi intellettuali dell’epoca si recarono nella sua bottega per chiedergli di stampare libri d’arte e litografie. Tra i suoi clienti più illustri ricordiamo De Chirico, Lucio Fontana, Manzù e Sassu. La Triennale si è premurata di esporre anche alcune di queste opere per raccontare al visitatore questa fase iniziale della carriera di Fornasetti.

Fornasetti eccelleva anche nella pittura, così si è deciso di esporre nella retrospettiva della Triennale una preziosa quadreria d’autore. che consente di ritrovare sulla tela alcuni dei soggetti che siamo soliti osservare stampati sugli oggetti di design. Piero Fornasetti era infatti destinato a diventare un designer ma nella sua vita non amò mai definirsi tale, infatti storpiava scherzosamente tale termine nel lombardo desinger. Fornasetti si considerava più che altro un artista, di stampo rinascimentale.

Immagine tratta da artslife.com

.

Il rifiuto della Triennale e l’amicizia con Gio Ponti

Nel ’33 Fornasetti fece domanda per partecipare alla prima Triennale con alcuni foulard di sua realizzazione, ma gli fu negato il permesso in quanto le sue produzioni erano troppo diverse dal razionalismo imperante all’epoca, che bandiva come deviante ogni sorta di decorativismo in favore della celebrazione della pura forma. Come molti altri precursori dell’arte e del design, la carriera di Fornasetti iniziò così con un rifiuto, dettato semplicemente dal fatto che la sua epoca era ancora troppo immatura per comprenderlo.

Quella stessa sconfitta riservò per l’artista una piacevole ed inaspettata sorpresa: l’amicizia e la collaborazione artistica con Gio Ponti. Nacque così un duo inseparabile, che soltanto la morte riuscì a separare. Purtroppo anche negli anni successivi, più precisamente dal ’53 al ’73, mentre Piero Fornasetti e Gio Ponti progettavano alcuni degli oggetti più belli della storia del design italiano, la Triennale si ostinò a respingere ed emarginare Fornasetti dallo scenario artistico milanese (e la retrospettiva di questo inverno è stata un’ottima occasione per la Triennale di rimediare all’antico rifiuto).

Nonostante le delusioni e le difficoltà economiche, Fornasetti non aveva alcuna intenzione di adeguarsi ai gusti dell’epoca, infatti racconta in un’intervista: – Un artista che vuole avere successo non è più un artista. E’ una persona che vuole avere successo. Se si adegua alle mode arriva in ritardo perché ormai si sono adeguati tutti. Quindi forse l’idea è quella di non adeguarsi, di essere originale. Per esempio sto proponendo l’idea di creare delle cose per la moda che non passino di moda. –

djinn-i-jinn-genie-invocation-summoning-binding-spell-e68b7

.

Design tra artigianato, industria e arte

Inizialmente Fornasetti chiedeva di realizzare i propri prototipi agli artigiani brianzoli, che realizzavano le singolari ordinazioni del maestro con una certa perplessità. E’ tuttavia normale reagire con un una certa diffidenza ai progetti di un precursore, ma gli artigliani dovettero ricredersi quando Fornasetti si ripresentò in bottega con centinaia, e in seguito migliaia, di ordinazioni.

Le produzioni di Fornasetti erano di alta qualità e rigorosamente realizzate a mano, ma nell’organizzazione dell’attività di lavorazione era già evidente il concetto di industrializzazione (che si stava tra l’altro sviluppando proprio in quegli anni), proprio perché Fornasetti voleva realizzare oggetti che, pur essendo di elevata qualità, fossero economicamente alla portata di tutti e si basassero sulla variazione di un tema. Lo scopo? Diffondere l’arte e portarla nelle case, attraverso oggetti di uso quotidiano. Nonostante il pensiero proiettato verso il mondo dell’industria, la produzione di Fornasetti avveniva comunque con tecniche artigianali nel tradizionale ambiente della bottega, ogni oggetto di sua creazione era un pezzo unico. Proprio per questo motivo Ponti lo definì “un vero italiano“, anche se l’artista preferiva rifiutare ogni sorda di nazionalismo e considerarsi quantomeno europeo, poiché amava approcciarsi a tematiche provenienti da ogni parte del mondo.

Naturalmente il marchio Fornasetti è estremamente costoso poiché solo agli oggetti di lusso viene riconosciuto il fattore qualità, ma l’intento originario di Fornasetti era produrre oggetti a basso prezzo. Disse infatti Piero Fornasetti in un’intervista: – Il design dovrebbe essere la produzione di oggetti di alta qualità a basso prezzo. La situazione si è invertita, è diventato sì il buon disegno, il più delle volte, ma ad alto prezzo. Per un élite. Allora è sbagliato. La sedia su cui Lei è seduta è un piccolo gioiello di esecuzione. Ma non è stata inventata da nessuno. Non l’ha disegnata nessun designer. Si è perfezionata attraverso il tempo. Le posso dire che all’origine costa meno di 10 dollari. Tutto nasce dal bisogno, dalle necessità. – Geniale, non trovate? Eppure la Triennale bocciò per decenni i suoi prototipi.

L’artista applicò i suoi disegni agli oggetti più svariati, anch’essi di sua progettazione: portaombrelli, posacenere, vasi, cravatte, gilet, soprammobili, teiere, piatti, armadietti, scrivanie, lampade, separé, tavolini, vassoi, vasche da bagno, lampade… Portare l’arte nelle case di tutti sotto forma di oggetto potrebbe dare l’impressione di dissacrarla così come spegnere una sigaretta sopra un dipinto è un sacrilegio, ma non è affatto così: l’arte, facendosi oggetto, diventava alla portata di tutti e ciascuno impara ad amare e collezionare il bello.

“Non c’è confine tra l’artigianato e l’opera d’arte. E’ tutto opera d’arte. Ma la creazione in molti casi la si fa per necessità.”

Nonostante il disegno e la decorazione siano i caratteri fondamentali della produzione di Fornasetti, il designer milanese era intenzionato a produrre soprattutto oggetti che fossero utili: una sedia non doveva essere soltanto bella, ma anche comoda, altrimenti perdeva la sua funzione primaria! Per questo motivo, nonostante il disprezzo riscontrato nei primi anni, Fornasetti era un designer fortemente razionalista, che riservava una cura maniacale alla forma e alla funzionalità degli oggetti. Raccontò infatti: – Non credo nelle epoche né nelle date. Non ci credo. Mi rifiuto di stabilire un valore di una cosa in base alla data. Non pongo limiti e niente è troppo esoterico per essere usato come ispirazione. Io voglio liberare la mia ispirazione dai confini del solito. Ma sono un razionalista. Contro la Scapigliatura. –

djinn-i-jinn-genie-invocation-summoning-binding-spell-e68b7

Immagine tratta da prundercover.com

.

La decorazione e le immagini

“Il pubblico mi ha spiegato che quello che facevo era qualcosa di più di una decorazione. Era un invito alla fantasia, a pensare, a evadere dalle cose che ci circondano, troppo meccanizzate ed inumane. Erano dei biglietti di viaggio per il regno dell’immaginazione”

“La decorazione nasce dalla necessità di illustrare ed abbellire le cose di tutti i giorni oltre che di esaltare le forme. Se si ama una donna si desidera che sia ben vestita, adorna di gioielli; è noto che la bellezza risalta se è incorniciata. Ciò vale anche per gli oggetti”

L’elemento caratterizzante della poetica di Fornsetti è la decorazione, infatti ogni opera è a tal punto ricoperta da disegni e motivi ornamentali da poter parlare di horror vacui, la tendenza artistica a non lasciare spazi vuoti. La decorazione, realizzata soprattutto mediante la tecnica della stampa e del disegno, per Fornasetti è tutto: essa infatti trasmette gioia di vivere e offre una marcia in più ad oggetti che altrimenti sarebbero anonimi. Barnaba Fornasetti, il figlio ed erede artistico di Piero, afferma in un’intervista a siamodonne.it che “La decorazione è come la musica: non è essenziale, ma rende tutto più bello“.

L’iconografia delle sue decorazioni è inconfondibile per il carattere ironico, surrealista, onirico e allegro, sebbene sia stata spudoratamente “copiata” dalle immagini rubate e archiviate nei suoi cataloghi. I soggetti più ricorrenti nelle decorazioni derivano dalla cultura classica, che Fornasetti rielabora con humour e ironia. Ricordiamo per esempio il piede romano, alcuni ritratti ispirati ad Arcimboldicostruzioni di architettura classica per armadietti, scrittoi e cassettoni e reperti archeologici come motivi ornamentali. Non mancano inoltre riferimenti a temi medioevali come spade e armature, e rinascimentali come gli strumenti musicali o le decorazioni dei mobili in perfetto stile “Studiolo di Federico da Montefeltro di Urbino“. Fornasetti rielabora anche fiori fiamminghi, volti in stile Arcimboldi e tematiche tipicamente postmoderne come città e castelli di carte che sembrerebbero usciti da un racconto di Calvino.

L’arte di Fornasetti è sempre portatrice di allegria attraverso un inesauribile sense of humour. Talvolta la sua ironia era implicita, come nel caso delle pareti della dimora del proibizionista americano contrario alle scene di nudo, che furono decorate da Fornasetti con delle fanciulle dal corpo completamente nascosto da armature medioevali;  altre volte invece la sua vulcanica allegria esplodeva con vivacità, come nel caso di divertentissimi disegni dai toni satirici su piccoli oggetti di uso quotidiano. Le sue decorazioni poi erano spesso insolite come l’enorme occhio azzurro al centro di un posacenere, proprio nel punto in cui si spengono le sigarette.

Fornasetti non esita a provocare la propria generazione creando degli oggetti decorati disinibitamente con attributi sessuali primari e secondari, maschili e femminili: Fornasetti realizzò infatti dei graziosissimi falli all’uncinetto, salvadanai-vagine, soprammobili e chitarre a forma di deretani maschili, piatti decorati con pubi femminili e molto altro ancora.

Non mancano inoltre motivi astrologici  e stagionali (soprattutto per i famosissimi calendari), mongolfiere, pesci, astri, fiori, frutti, gatti soprammobili, farfalle… Cercare di enumerare tutti i soggetti trattati da Fornasetti nelle sue opere risulterebbe soporifero per voi lettori, perciò affideremo tale compito ai simpatici video di Toni Meneguzzo, realizzati proprio in occasione della retrospettiva della triennale.

“Mi piace per esempio, in questi ultimi tempi, dipingere all’acquerello dei fiori delicati. E che sulla carta ci sia il meno possibile, avendo cercato di capire la lezione di Morandi. La teoria dello Zen. Guarda il bambù per dieci anni, poi dimenticalo, poi dipingi il bambù. Interiorizzare, creare, produrre. Non faccio i ritratti dal vero, li estraggo dalla memoria. Magari faccio degli schizzi ma poi produco tutto a memoria altrimenti che ritratti sono! Sarebbero una copia. Io mangio mele perché mi piacciono, poi faccio disegni di mele: l’essenza della mela.”

.

Temi & variazioni

Fornasetti ebbe l’idea geniale di scegliere un tema e riproporlo in una vasta serie di variazioni, ciascuna differente dall’altra. A differenza di Warhol, che realizzava le sue variazioni di un tema con una rapidissima tecnica che potremmo definire industriale, le opere di Fornasetti sono rigorosamente lavorate a mano e non ne esistono due uguali. Per il designer milanese ogni idea era un’ispirazione sufficiente per creare una miriade di variazioni e forse proprio per questo motivo gran parte del suo lavoro si fonda sull’evoluzione di temi specifici, tra l’altro facilmente identificabili e memorizzabili dagli acquirenti. Tra i soggetti più utilizzati nella realizzazione di variazioni troviamo gli astri, le carte da gioco, gli arlecchini e le mani.

La più celebre delle variazioni di Fornasetti, per il quale coniò proprio il titolo Tema e Variazioni,  riguarda i 350 piatti dedicati a Lina Cavaleri, un soprano ed attrice cinematografica che Fornasetti considerava “la donna più bella del mondo“. Il designer recuperò un’antica immagine d’epoca della fanciulla in una rivista francese del XIX secolo e ripropose il suo dolce volto in un’infinità di modi diversi, molti dei quali anche ironici, irriverenti e surreali.

L’inconfondibile viso acqua e sapone, con le gote morbide, i boccoli scuri e gli incantevoli occhioni da cerbiatto, è diventato così famoso da poter essere considerato una sorta di logo per Fornasetti che, terminata la serie di piatti, decise di riutilizzare il volto della musa per decorare altri oggetti. Dopo i piatti arrivarono così le teiere, i vasi, i vassoi, i soprammobili, i posacenere, i barattoli, i cofanetti, i portaombrelli e ogni sorta di articolo per la casa concepibile da un uomo del Novecento. Lina Cavalieri divenne per Piero un archetipo, la quintessenza di una bellezza classica come una statua greca, ma unica ed enigmatica come la Gioconda. L’artista rimase affascinato dalla Cavaleri più per la fisionomia del volto che per la carriera artistica e la trasformò nel suo motivo ultimo e duraturo.

Anche gli autoritratti furono per Fornasetti un tema su cui realizzare delle variazioni, così sono state esposte alla Triennale in sequenza, in un lungo corridoio, una serie di tele raffiguranti il volto dell’artista. Tali dipinti hanno un effetto surreale e ipnotico, soprattutto perché la testa dell’artista, trasformata in un contenitore, viene letteralmente scoperchiata e sezionata sotto gli occhi dell’osservatore. L’ossessione per i volti di Fornasetti è evidente anche nella notevole quantità di variazioni del tema del sole antropomorfo, i cui raggi sembrano quasi la criniera di un leone, e della mezza luna sorridente.

djinn-i-jinn-genie-invocation-summoning-binding-spell-e68b7

Tema & Variazioni, immagine tratta da camacom.it

.

L’oggettistica più richiesta

«Mi reputo anche l’inventore del vassoio, perché ad un certo momento della nostra civiltà non si sapeva più come porgere un bicchiere, un messaggio, una poesia. Sono nato in una famiglia di pessimo buon gusto e faccio del pessimo buon gusto la chiave di liberazione della fantasia». Il vassoio si trasforma per Fornasetti in una tela su cui stampare o dipingere ogni sua fantasia. La Triennale ha dedicato un’intera sala alla vastissima varietà di forme, immagini e colori dei vassoi dell’artista.

I paraventi, i cui due lati erano decorati con motivi differenti tra loro, sono invece dei meravigliosi palcoscenici di storie surreali, attraverso i quali tutto poteva accadere.

Celebre è anche il Trumeau vintage, decorato con disegni di architettura antica. La sobrietà razionalista della forma è in evidente contrasto con la fitta decorazione bianco e nero, che realizza delle vere e proprie costruzioni architettoniche in prospettiva, che creano l’illusione di nuove spazi laddove non si trova altro che una superficie di legno dipinta di bianco.

La Triennale ha realizzato due stanze interamente arredate con mobili e oggettistica di Fornasetti, che si presentano al visitatore come una scenografia surreale di vita quotidiana. Il singolare allestimento trasmette l’atmosfera vivace, eccentrica e raffinata dell’abitazione privata di Piero e Barnaba Fornasetti.

djinn-i-jinn-genie-invocation-summoning-binding-spell-e68b7

.

La casa di Piero Fornasetti, ereditata dal figlio Barnaba

Piero Fornasetti aveva organizzato la propria attività professionale secondo l’antica tradizione della bottega: ogni opera era rigorosamente realizzata a mano e il laboratorio e il marchio Fornasetti venne ereditato dal figlio Barnaba, che seguì fedelmente le orme del padre.

Barnaba era veramente piccolo quanto si occupò della sua prima collaborazione con il padre: il bimbo raccolse un piccolo fiore appoggiato su una foglia d’ortensia e li donò al padre, che ne trasse l’ispirazione per un vassoio. Essere il figlio di Piero Fornasetti è stata per Barnaba un’esperienza meravigliosa, nonostante le difficili condizioni economiche in cui si trovò inizialmente la famiglia, ed è stata fondamentale nella sua formazione artistica.

Oggi Barnaba è infatti un talentuoso artista di mezza età che riedita i disegni del padre occupandosi del laboratorio di famiglia e delle esposizioni dedicate al padre; Barnaba stesso per esempio si è occupato della retrospettiva in Triennale. Barnaba ha anche ereditato la favolosa casa del padre, interamente arredata con i mobili creati da entrambi.

La loro abitazione è un palazzo di fine Ottocento situato nella Città Studi di Milano; negli anni l’edificio si è ampliato seguendo la logica dell’immediata funzionalità, proprio come se si trattasse di un’antica casa contadina. All’ultimo piano si trovano le stanze private di Barnaba (tra cui lo studio in cui progetta le nuove preziosissime opere del marchio Fornasetti), mentre nei piani inferiori è stata realizzata l’affascinante guest house, arredata con uno stile unico al mondo. Si riconosce ovunque l’impronta dei Fornasetti attraverso gli oggetti di loro creazione, ricordi di ogni sorta e gli antichi libri e cataloghi di Piero, che all’epoca aveva allestito all’interno dell’abitazione il proprio laboratorio.

Nonostante siano presenti nell’edificio opere dal valore incalcolabile, l’abitazione è realmente utilizzata e vissuta dal proprietario il cui padre, pur non essendo affatto contrario al collezionismo, voleva che i propri oggetti venissero adoperati per ciò che erano stati progettati in modo tale da essere apprezzati sino in fondo. Un simpatico gattone è il principe della casa e sono numerosissimi i soprammobili e le statuette a forma di gatto.

Tra le stanze più importanti ricordiamo la sala da pranzo gialla con la collezione di specchi, la camera degli ospiti matrimoniale verde, la cameretta rossa con una piccola libreria di libri rilegati di rosso e contenenti nel titolo proprio la parola “rosso”, il bagno nero con il volto di Lina Cavalieri su alcune piastrelle. Nell’ingresso il visitatore è accolto da una vetrina straripante di oggetti realizzati dai Fornasetti, fra cui il celebre vassoio con la foglia di ortensia e il piccolo fiore. Il disordine che regna in alcuni punti della casa è solo apparente, si tratta infatti dello stile un po’ sovrabbondante ma raffinatissimo ed inimitabile dei padroni di casa.

Alla casa appartiene anche un rigoglioso giardino con un piccolo orto (non dimentichiamoci che, non molti decenni fa, al posto della periferia di Milano di trovava la campagna), la sola ragione per cui Barnaba Fornasetti non ha lasciato la trafficatissima Milano dei nostri giorni.

.

Non soltanto design

Pochi sanno che Fornasetti si occupava anche di teatro e di esposizioni.

“Io organizzo esposizioni. Ne ho fatte tante. Ho organizzato una mostra di automobili viste sotto il profilo della scultura, non come automobili. Ho scelto le più belle automobili di tutti i tempi. Era negli anni settanta. Si chiamava «Bolide Design». Ho fatto progetti di promozione all’estero. Ho avuto stupendi incontri, come quando feci una promozione italiana a Zurigo e Basilea. Il presidente di un grande magazzino è venuto da me e ha detto: «Fornasetti, Lei è l’Italia, ci dia delle idee, ci dica cosa possiamo fare». E’ stato uno sposalizio fra me e i loro vetrinisti, i loro designers, i loro interior decorators. Partì dall’idea che le persone, entrando, subito dovevano capire che c’era qualcosa di diverso. Feci una tavolozza di colori, otto o dieci colori, e tutto quello che hanno comprato, da quel giorno in poi, è stato tutto solo in quei colori. E le persone entravano in un bouquet di colori fatto di camicie, di stoffe, di mobili, di lampade, di oggetti. Ed è risultata una mostra meravigliosa, si chiamava «Globissimo» perché il negozio si chiamava Globus. E’ sempre una questione di immaginazione. E’ fondamentale in tutto. Adesso ci sarà il cambio della lira in Italia e io vorrei che si disegnassero delle belle banconote fatte dagli artisti.”

“Il nostro mestiere è senza limite, a tempo pieno Non c’è orario. Giorno, anche notte. I miei sogni li traduco in realtà, qualunque cosa faccia”

.

Fonti: