Porta Torre di Como

 

Porta torrePorta torre è un’imponente fortezza medioevale che sovrasta Piazza Vittoria a Como, le cui mura cingono la città vecchia. Alta 40 metri, la torre è stata edificata nel 1192 su iniziativa del podestà Uberto de’Olevano per proteggere l’ingresso più importante della città di como.

Anticamente la città era cinta da mura romane, che furono abbattute dai milanesi nella guerra dei dieci anni (1118-1127). Nel 1154 Federico Barbarossa giunse in Italia per combatere contro i milanesi e i comaschi, divenuti suoi alleati, ricostruiscono le mura della città. Più tardi verranno costruite anche la torre di Porta Nuova a ovest e la torre di San Vitale ad est. Verso la fine del ‘700 la città non ebbe più bisogno della protezione delle mura, che vennero parzialmente demolite o fagocitate da giardini signorili.

Porta Torre è uno straordinario esempio di architettura militare di tradizione romanica. Il lato rivolto verso piazza Vittoria ha un aspetto massiccio e impenetrabile, quello rivolto verso la città vecchia invece presenta quattro ordini di arcate che corrispondono ai piani interni, le cui pavimentazioni sono andate distrutte. Sulla sommità delle arcate si trova una piccola finestrella a forma di arco a tutto sesto, oltre la quale si trovava la campana che veniva suonata in caso di pericolo per allertare i cittadini.

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Analisi di “Agora”, un film di Alejandro Amenàbar

Agora è un film di Alejandro Amenàbar del 2009 che racconta il sacrificio di Ipazia, unica brillante studiosa donna della biblioteca di Alessandria, uccisa da alcuni monaci fondamentalisti protocristiani.

Si tratta di un lungo che ha saputo sin dall’inizio conquistarsi un occhio di riguardo dai parte dei media per non poche ragioni: oltre al fascino che circonda il personaggio di Ipazia e alla costruzione di una TRAMA avvincente e apprezzabile nonostante le numerose forzature storiche, si tratta di una delle poche pellicole della storia del grande schermo ad aver sfidato il dissenso del Vaticano per aver osato raccontare i massacri e le ingiustizie commesse dai proto cristiani in epoca tardo antica.

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Un’eroina bellissima

Kαλὸς καὶ ἀγαθός, bello e buono: con questa espressione si indicava nell’antica Grecia l’ideale di perfezione umana da un punto di vista etico ed estetico, vale a dire un individuo in cui fossero riscontrabili sia la bellezza fisica sia il valore morale.

Come ogni eroina che si rispetti, Ipazia è sempre stata rappresentata nel corso dei secoli con una massiccia dose di bellezza e bontà e Amenàbar, ben consapevole di quanto il carisma e il sex appeal degli attori sia determinante nella riuscita di un progetto cinematografico, non ha nessuna intenzione di opporsi alla tradizione: la scienziata alessandrina viene infatti interpretata da Rachel Weisz, che la triologia de La mummia ci ha abituati a riconoscere nei panni di una romantica, avventurosa e un po’ maldestra bibliotecaria degli anni d’oro dell’archeologia. Come cantava Guccini, “Gli eroi son tutti giovani e belli”, e Ipazia, che per quel che ne sappiamo avrebbe anche potuto essere una topa di biblioteca racchia e bisbetica, non fa eccezione.

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Consacrata alla scienza

Corpo mozzafiato sotto la severa tunica da studiosa alessandrina, capelli raccolti in una sobria ma raffinata treccia francese per scoprire lo splendido viso, caratterino autoritario, intraprendente e dolcissimo. Sebbene non si abbandoni mai ad atteggiamenti provocatori, Ipazia ha tutte le carte in regola per sbaragliare il cuoricino e gli ormoni di ogni maschione della biblioteca della capitale d’Egitto e, essendo l’unica studiosa donna tra soli uomini, non c’è studioso, docente o discepolo che non cada ai suoi piedi. L’avvenente filosofa tuttavia è decisa ad evitare ogni coinvolgimento sessuale o affettivo. Ma come fa a resistere?

Il povero Oreste, il ricciolino più affascinante d’Egitto interpretato da Oscar Isaac (che figo!), non esita a paragonarla alla perfezione della musica pur di conquistarla, ma la giovane non solo ignora le sue avance con la piena approvazione del padre Teone (quale donna avrebbe accettato di sottomettersi ad un marito padrone, in tempi duri come quelli? Quale padre degno di tale nome vorrebbe soffocare con il matrimonio la libertà della figlia? Nemmeno io lo avrei sposato, ma sarei stata più che favorevole alla convivenza o ad una semplice avventura perrchè si tratta veramente di un bel ragazzo!), ma umilia pubblicamente il giovanotto offrendogli in dono un fazzolettino sporco del proprio sangue mestruale. Un gesto un po’ eccessivo nei confronti di un ometto innamorato e di noi donne tutte soprattutto in quanto, nel porgere il singolare omaggio, Ipazia ha insinuato che nella femmina ci sia qualcosa di impuro rispetto al maschio. Speriamo che il gesto di Ipazia si tratti di una provocazione…

Il regista racconta in un’intervista: “Le cronache dell’epoca raccontano che non si sposò e non ebbe figli e dedicò tutta la sua vita alla filosofia e alla scienza. Ho discusso del personaggio con Rachel Weisz, l’interprete di Ipazia, le ho spiegato che non volevo nessuna implicazione sessuale o amorosa con i suoi studenti perché l’ipotesi più attendibile è che sia morta vergine. Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Si tratta di una scelta che non è stata affatto apprezzata dal pubblico, perché le questioni sentimentali al cinema non possono essere solo accennate: o si omettono completamente, o si inventano di sana pianta qualora le fonti storiche non vengano in aiuto, oppure si specifica per quale motivo la protagonista è determinata a restare vergine. Il pubblico vuole sapere!

Da un punto di vista contenutistico invece Amenàbar è stato saggio a non manipolare, almeno sotto questo aspetto, la biografia di Ipazia: la scienziata è infatti una martire della scienza, una scomoda macchia di sangue sulla coscienza della Chiesa e un’icona nella storia e nella scienza femminile, non sarebbe giusto attribuirle una scelta di vita che non fosse veramente sua soltanto per intrattenere gli spettatori. Qualunque siano le ragioni della studiosa, è triste notare come un gran numero di donne elleniche abbiano dovuto rinunciare all’amore, al sesso e agli affetti famigliari per dedicarsi ad occupazioni un tempo precluse al genere femminile: non è necessario restare vergini per studiare matematica, ipotizzare un collegamento tra le due cose è estremamente offensivo nei confronti di tutte le donne ed è dunque giusto rispettare la triste scelta di Ipazia.

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La mia analisi

Non sono un’esperta di cinema, però secondo me Ipazia vorrebbe trovare il moroso. Il suo problema è che è circondata da maschietti un po’… stronzi!

Innanzi tutto la poverina viene costretta a decidere tra matrimonio e carriera, tra libertà e amore; si tratta di una scelta che nessuna donna dovrebbe mai compiere, a cui molto spesso non viene nemmeno concessa la facoltà di decidere autonomamente, così il matrimonio si trasforma in sottomissione. Oreste sembrerebbe un ottimo partito ma commette un errore essenziale: per conquistare Ipazia la paragona alla musica. Ipazia ride e gli risponde con un fazzoletto sporco di sangue per ricordare che le donne devono essere ammirate in ogni aspetto della loro femminilità, non c’è nessun bisogno di idealizzarle per negare quelle parti che a molti piace considerare impure. Anche la scena in cui non si lascia sedurre per osservare le stelle non sarebbe disinteresse verso Oreste, il ragionamento alla base del comportamento della ragazza è molto simile a quello che induce i maschietti a rifiutare il sesso il giorno della finale dei mondiali: se stai per risolvere un dilemma matematico che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità il sesso è rimandato… o no?

Infine arrivano i Cristiani, che sembrano incapaci di scindere amore e sottomissione; la libertà individuale di Ipazia si trasforma a questo punto in uno scomodo ideale politico da soffocare. La matematica riesce a salvarsi proprio grazie all’amore, seppur non ricambiato. Cari maschietti, madre natura vi ha fatto più forti di noi non per sottometterci, ma per aiutarci. E voi chi vorreste essere, degli amici o dei despoti?

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La violenza sulle donne

E’ doveroso aprire una piccola parentesi dal sapore femminista.

Ipazia non viene massacrata soltanto per essersi rifiutata di abbandonare la propria filosofia pagana e di sottomettersi al predominio cristiano, ma anche in quanto donna indipendente e influente nella comunità alessandrina. Nel marzo del 415 infatti la studiosa fu brutalmente catturata mentre faceva ritorno alla sua abitazione in lettiga, dopodiché fu spogliata e uccisa mediante dei cocci ed ogni sorta di atroce sevizia (le furono per esempio cavati gli occhi) per volere del vescovo Cirillo. Le sue spoglie furono poi smembrate e date alle fiamme.

«Secondo le cronache Ipazia fu letteralmente fatta a pezzi, volevo una fine più sopportabile per il pubblico, ho scelto la lapidazione, che fa anche parte della realtà di oggi in alcuni paesi.» (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Nel film infatti il massacro viene notevolmente addolcito: rifiutatasi di fuggire, Ipazia si consegna spontaneamente ai monaci parabolani che, dopo averla svestita, le tolgono la vita mediante la lapidazione ma poco prima del massacro l’ex schiavo Davo, innamorato follemente della padrona, l’aiuta a perdere i sensi per non provare dolore mentre la donna osserva con rimpianto l’oculus della cupola che in prospettiva assume la forma di un ellisse,  una figura geometrica che Ipazia studiò approfonditamente. Ipazia non è dunque di un normale individuo, poiché della donna chiamata Ipazia sono sopravvissute pochissime testimonianze, ma di una martire della scienza, anzi, di più, di un Cristo ateo sacrificatosi per l’umanità, come il regista stesso racconta in un’intervista.

Amenàbar ha reso la vicenda di Ipazia accessibile al grande pubblico anche grazie a interventi che addolciscono la realtà storica, tuttavia forse sarebbe stato più corretto non celare la sofferenza di Ipazia dietro esigenze narrative e raccontare tutto il male che ha dovuto subire.

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Una studiosa in anticipo sui tempi

Siccome le opere di Ipazia sono state distrutte, nessuno conosce quale sia stato il suo contributo alla scienza; le fonti dell’epoca sono tuttavia concordi nell’affermare che ha rivestito un ruolo primario tra gli intellettuali dell’epoca.

Amenàbar attribuisce alla studiosa teorie che poco hanno a che vedere con le conoscenze scientifiche dell’Ellenismo, ma che appartengono invece alla Rivoluzione Scientifica. “Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista. Ma è un peccato che non sia rimasto niente.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Attribuendole delle verità che mai la studiosa avrebbe potuto affermare, il regista rende immediatamente evidente il falso, trasformando così un brillante contributo alla scienza in qualcosa di straordinario, conferendo all’intera vicenda un sapore più gustoso per gli amanti del grande schermo. Scegliendo nello specifico le scoperte di Galileo e Keplero, Amenàbar decide di trattare degli argomenti conosciuti anche dai meno acculturati, rendendo l’opera accessibile ad un pubblico molto ampio.

Nel film Ipazia è un’insigne maestra del Sistema Tolemaico, che all’epoca si stava consolidando a scapito di tutte le altre teorie formulate, e riflette con i propri discepoli su quesiti che sarebbero poi stati risolti solo durante la Rivoluzione Scientifica. Rielaborando le teorie di Aristarco  e intuendo l’esistenza del principio d’inerzia, il primo a teorizzare un sistema eliocentrico, l’Ipazia del film ipotizza che la Terra gira intorno al Sole e, mediante il cono di Apollonio, intuisce la forma ellittica delle orbite dei corpi celesti.  Il regista lascia inoltre intendere che, se la studiosa non fosse stata uccisa, il modello astronomico di Keplero sarebbe stato anticipato di 12 secoli.

La filosofa riflette inoltre sulla possibile esistenza di altri mondi oltre a quello terrestre. Dimostrando di possedere una visione dell’universo e dell’esistenza umana molto simile a quella contemporanea, caratterizzata da una sensazione di smarrimento nei confronti del caos dell’esistenza. Un tale approccio può anche essere dovuto ai considerevoli mutamenti politici in atto in quel periodo.

Il regista a mio parere avrebbe dovuto elaborare più accuratamente l’aspetto scientifico-filosofico del film. Come avrebbe potuto infatti Ipazia anticipare Galileo senza effettuare alcuna osservazione empirica dell’universo? E una volta giunta alle sue stesse conclusioni, perché non considera il suo modello una speculazione su cui discutere con gli altri filosofi? Dopotutto non possedeva un cannocchiale per scrutare la volta celeste e l’astrolabio di sua invenzione non era sufficiente per dribblare i maestri del Seicento.

Mi rendo conto che ipotizzare che la bella Ipazia avesse anche inventato il pensiero scientifico sarebbe risultato eccessivo, ma mi stupisco che il regista non abbia percepito la necessità di ipotizzare con quale approccio filosofico la scienziata del film si sia relazionata con le sue stesse teorie.

Mi sorprende inoltre che il regista non abbia affrontato le implicazioni filosofiche della teorizzazione di un sistema eliocentrico con orbite ellittiche sulla percezione dell’universo. Prima delle straordinarie intuizioni di Keplero, l’umanità era abituata ad immaginare l’essere come una meccanismo perfetto costituito da forme perfette: stiamo parlando di sfere e circonferenze, figure dotate di un solo fuoco. Considerando le orbite dei corpi celesti come degli imperfetti ellissi, i fuochi da prendere in considerazione diventano due, di cui uno solo è occupato da una stella; l’universo geometrico e finito di Tolomeo si trasforma così in un enorme entità informe e priva di centro, dove la Terra occupa solo una posizione marginale.

Mi si spezza il cuore senza un centro” afferma un’emozionatissima Ipazia nel corso dell’elaborazione della rivoluzionaria teoria, descrivendo lo smarrimento che devono aver provato gli scienziati del ‘600 scoprendo di non essere altro che degli insignificanti puntini dispersi nell’universo. Ci sarebbe piaciuto molto fantasticare su quali avrebbero potuto essere le teorie filosofiche formulate da uno studioso alessandrino sulle basi di scoperte scientifiche dell’età moderna, purtroppo il regista non era affatto interessato ad approfondire tale argomento.

Il regista si è inoltre dimenticato di menzionare il fatto che Ipazia non era soltanto un’eccellente astronoma, ma era anche a capo della scuola neoplatonica presso la biblioteca della città. Si tratta di un’omissione tutt’altro che trascurabile, considerando che avrebbe permesso di giustificare l’importanza di Ipazia nella biblioteca senza appellarsi a scoperte scientifiche effettuate 12 secoli dopo la sua nascita.

Mi rendo conto, caro Amenàbar, che preferisci l’astronomia alla filosofia, ma avresti dovuto cercare di accontentare un po’ tutti, affrontando entrambi gli argomenti!

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Il sistema eliocentrico di Copernico, da Wikipedia

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La biblioteca di Alessandria

Secondo me se non avessero distrutto la Biblioteca alessandrina oggi l’uomo sarebbe arrivato su Marte” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

La scene cruciali della vicenda sono ambientate nella biblioteca di Alessandria, ove Ipazia è uno degli insegnanti e degli studiosi più apprezzati. La biblioteca di Alessandria è rappresentata nel film come un enorme palazzo in pietra cui si accede attraverso un’imponente scalinata e ornato con elementi decorativi egizi; al centro della cupola dell’edificio principale è situato un oculus non dissimile da quello del Pantheon di Roma. Innumerevoli papiri sono conservati su scaffali di legno, sebbene è più probabile che nella realtà fossero inseriti in loculi scavati all’interno delle pareti.

Nel film i tesori della biblioteca vengono distrutti in una scena memorabile, enfatizzata dapprima dall’inquadratura dei papiri lanciati in aria che “svolazzano” in prossimità dell’oculus e dal capovolgimento della telecamera che riprende i parabolani intenti nella loro spaventosa opera di distruzione, successivamente da un’inquadratura aerea che riprende, accellerandoli, i caotici movimenti dei monaci che si aggirano come tante minacciose formichine nere per i cortili della biblioteca. In seguito gli edifici della biblioteca verrano utilizzati dai cristiani per attività pubbliche di vario genere.

In verità la distruzione della biblioteca iniziò molti anni prima della nascita di Ipazia, a causa di un incendio inavvertitamente provocato dalle truppe di Giulio Cesare; un’intera sezione dell’edificio chiamata Serapeum fu invece distrutta dal fuoco nel corso del III secolo. Altri tumulti, capitanati dal patriarca della città (cristianizzata) Teofilo, avvennero nel 415 e culminarono proprio con la morte di Ipazia, come ci viene raccontato dal film, tuttavia la biblioteca venne definitivamente distrutta solo dopo la conquista islamica dell’Egitto.

Nel 642 o 646 (la datazione è controversa), il secondo califfo dell’Islam Omar ibn al-Khattāb pronunciò la famosa frase: “Se il contenuto dei libri si accorda con il Corano, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c’è alcun bisogno di conservarli.” E i rotoli della biblioteca iniziarono ad essere impiegati come combustibile per i bagni termali di Alessandria. Secondo Eutichio erano circa quattromila, perciò ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.

I volumi conservati nella biblioteca erano circa 700 000 e la loro distruzione fu una terribile perdita per l’umanità. Il regista trasmette magistralmente la drammaticità dell’evento con un memorabile scambio di battute avvenuto poco prima dell’ingresso dei parabolani nella biblioteca. Ipazia ordina angosciata al proprio schiavo Davo: “Salva solo le opere importanti! Lascia stare quelle minori!” e l’allievo risponde smarrito: “Quali sono le opere minori?”.

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I cristiani come antagonisti

Agora è il primo film in cui i protocristiani rivestono un ruolo da antagonista: i monaci vengono infatti rappresentati come dei rozzi, barbuti e ignoranti fanatici nerovestiti che impongono con la violenza e l’inganno la propria fede, interpretando letteralmente le Scritture e utilizzando la religione per giustificare i crimini più ignobili nei confronti delle altre dottrine religiose e correnti di pensiero. La telecamera si trasforma nel critico occhio del giornalista per riprendere le scene di barbarie, raccontando i fatti come se si trattassero di eventi di cronaca; dei dialoghi estremamente incisivi portano invece in scena le riflessioni alla base dei folli gesti dei fanatici.

Agora critica inoltre l’incapacità dei credenti di qualsiasi religioni di accantonare le differenze e le ostilità per convivere in amicizia, apprezzando le somiglianze che li accomunano e stimandosi reciprocamente. Secondo il regista infatti il film “Ma non vuole offendere la Chiesa, è contro l’intolleranza e il fanatismo, da qualunque parte provenga.”

La filosofia pagana non permette all’umanità soltanto di interrogarsi sui grandi misteri della natura senza fidarsi ottusamente di un libro per progredire scientificamente, ma anche di continuare a dubitare per migliorare se stessi e evitare di commettere errori. Proprio per questo motivo Ipazia si rifiuta di convertirsi alla religione dominante: non può esserci libertà, ricerca e pace nella sottomissione, inoltre l’uomo ha bisogno di potersi mettere costantemente in discussione. “Voi non potete dubitare delle cose in cui credete” afferma Ipazia in una memorabile scena del film “Io devo”.

La salvezza dunque risiede nel dubbio, nella ricerca e nel confronto con gli altri; la fede non è errata in sé, ma può portare all’incapacità di ragionare con la propria testa e di accettare la diversità altrui, inoltre può essere sfruttata per la manipolazione delle masse, com’è evidente nella sua strumentalizzazione da parte delle prime autorità cristiane per prendere il potere.

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Il Cristianesimo secondo Amenàbar

Il Cristianesimo è stata la prima dottrina schierata contro la schiavitù: essendo tutti uguali in quanto figli di Dio, abbiamo il diritto all’uguaglianza sociale e il dovere di amarci reciprocamente. Il risultato di tale affermazione è stata la diffusione a macchia d’olio della nuova religione soprattutto tra gli schiavi e i ceti meno abbienti, che per la prima volta si sentivano considerati e rispettati dalla società; nel film lo schiavo Davo abbandonerà per lo stesso motivo la propria padrona Ipazia, nonostante la stima e l’amore che prova per lei, per vivere in libertà.

Nel conflitto ideologico che costituisce uno dei temi centrali del film Amenàbar evoca la polemica nietzschiana nei confronti del Cristianesimo: sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita (per essere poi trasformata in servitù della gleba nel Medioevo, ma questo è un altro discorso), siamo diventati tutti schiavi nei confronti di una nuova autorità oppressiva, Dio stesso. L’uguaglianza quindi non è un presupposto per perseguire la massima felicità, ma un minimo comune denominatore che annienta la liberta e la diversità di ciascuno e la vita stessa è una forma di schiavitù nei confronti dei Cieli: uno solo Dio sostituisce tutte le divinità, una sola dottrina schiaccia ogni possibile pensiero.

In Agora la contrapposizione tra fede e filosofia si concretizza anche in due differenti scuole di retorica: da una parte troviamo infatti la scuola attica dei filosofi, che privilegia un’esposizione chiara e razionale dei contenuti per condividere con razionalità e chiarezza le proprie opinioni con gli interlocutori, dall’altra la retorica asiana, con cui i cristiani tentano di impressionare emotivamente i fedeli con uno stile “stupefacente”, che nel film è accompagnato anche da falsi miracoli e da insulsi gesti rituali.

La scuola ateniese può essere anche sfruttata per persuadere del falso (i sofisti ne erano maestri), ma nel caso specifico del film gli studiosi se ne avvalgono per condividere le proprie conoscenze e ricercare il vero insieme ai propri colleghi, perseguendo il bene comune; i cristiani invece mirano al predominio e non esitano ad ingannare e offendere pur di riuscire nei propri scopi, ciò è evidente per esempio nella scena in cui camminano sulle braci pur di impressionare le masse e gettano un filosofo tra le fiamme, oppure quando celebrano i funerali di un vescovo tra enfatiche cerimoniosità per commuovere i fedeli raccolti in preghiera. [NB: si tratta di un mio parere personale, mi assumo le responsabilità di quanto ho scritto in questi due paragrafi]

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Un film scomodo per il Vaticano

Agora è stato distribuito nelle sale dei cinema occidentali nel 2009, ma è giunto in Italia con un anno di ritardo, più precisamente il 23 aprile 2010, in seguito alle polemiche scatenate dalla Chiesa.

Dopo che le barbarie dei parabolani, la crudeltà di un vescovo venerato come un santo e le responsabilità della chiesa nella distruzione della meravigliosa cultura pagana furono accolte dalla Cei con un ostile silenzio stampa e qualche commento stizzito tra i membri della commissione, iniziò una lunga serie di polemiche circa la proiezione del filmnella nostra penisola. Sono ancora visibili oline i commenti del popolo di Internet al riguardo, è stata persino indetta una petizione per richiedere la distribuzione in Italia di Agora.

Consapevole delle polemiche che avrebbe suscitato il film si dice lo stesso regista: «Quello che abbiamo raccontato spiega l’autore di Mare dentro è un periodo del cristianesimo mai portato al cinema. Ma il film non vuol essere offensivo nei confronti dei cristiani, piuttosto un forte atto di denuncia contro l’intolleranza. Volevo far vedere che la storia di allora non è così diversa dal nostro presente: certo, il cristiano di oggi non uccide, ma altre forme di estremismo sì». Pensate a proposito, prosegue Amenábar, «che Agora è stato vietato ad Alessandria d’Egitto per timore che potesse scatenare violenze da parte dei musulmani nei confronti della minoranza cristiana. Come vedete la storia si ripete»” (Gabriella Gallozzi, 20.04.2010, “Alejandro Amenábar: Il Vaticano ha nascosto la mia «Ipazia» con una coltre di silenzio”, l’Unità).

E’ inoltre significativo notare come il trailer italiano abbia subito delle modifiche per non affrontare direttamente le tematiche bollenti del film. A questo proposito, vi consigliamo di leggere l’interessante articolo di donnapratica.com:

http://www.donnapratica.com/articoli/2010/04/06/esce-in-italia-il-film-agor%C3%A0-ipazia-ma-il-trailer-italiano-%C3%A8-diverso-dallestero

E’ infine molto triste apprendere che il film è stato censurato nella città di Alessandria perché avrebbe potuto provocare delle aggressioni nei confronti delle minoranze cristiane in cità da parte delle maggioranze islamiche. Mutano le dottrine in conflitto, dunque, ma non le ragioni che inducono gli uomini a massacrarsi a vicenda.

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Un film contro i crimini protocristiani, ma non contro il Cristianesimo

Contrariamente da quanto hanno pensato in molti, Agora non è affatto ostile al messaggio di libertario ed egualitario di Cristo. I veri cristiani credono infatti che gli uomini debbano essere tutti uguali e si aiutano l’un l’altro, poiché ritengono che il miracolo di Cristo sia visibile nello sguardo di chi chiede aiuto.

Il regista dunque non ha nulla contro la dottrina cristiana in sé, ma condanna aspramente ogni situazione in cui il credo di una religione viene elevato a modello unico (immagine) di ciò che dovrebbe pensare e pronunciare l’essere umano, precludendo così il pensiero umano, oppure quando la religione viene strumentalizzata dalle autorità.

Secondo Amenàbar inoltre anche alla cultura pagana spetta una massiccia dose di critiche per non aver mai riconosciuto alcun diritto agli schiavi. La stessa Ipazia non è un esempio di perfezione proprio per l’atteggiamento autoritario e schiavista con cui si rivolge ai suoi servi, pur trattandoli con una considerazione maggiore rispetto a molti altri aristocratici pagani. Il film non è dunque una cieca critica contro i cristiani, ma una costruttiva proposta di riflessioni su tematiche sociali riguardanti avvenimenti che, pur essendosi verificati più di un millennio fa, ci riguardano ancora da vicino.

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Anacronismi

Il regista ha manipolato, forse un po’ brutalmente, le fonti storiche per rendere più accattivante la trama del film. Oltre alle modifiche descritte in precedenza, è singolare notare come Sinesio, ispirato ad un religioso realmente esistito sia stato trasformato in una persona completamente differente dal personaggio storico.

Come si viene a sapere da Encomio alla calvizie, uno scritto di Sinesio di Cirene, il discepolo di Ipazia  era calvo, non dotato della folta criniera dell’attore del film; lo studioso inoltre non era celibe e nemmeno casto, ma era sposato ed era padre di tre figli e non avrebbe potuto trovarsi ad Alessandria nel 415, quando morì Ipazia, poiché morì due anni prima, nel 413. In vita fu un intellettuale tollerante e animato da un convinto spirito filosofico ma non fu mai dogmatico, infatti scrisse in una lettera indirizzata al fratello nel 410: «Non mi stancherò mai di ripetere che il saggio non deve forzare le opinioni degli altri, né lasciarsi forzare nelle proprie».

Altra grave imprecisazione, l’accusa di stregoneria rivolta ad Ipazia: i protocristiani ne combinarono parecchie, ma la caccia alle streghe non aveva ancora avuto inizio, o semplicemente aveva un altro nome.

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Giudizio finale: 8

Ho apprezzato moltissimo questo film poiché ha trattato delle tematiche che mi stanno molto a cuore, tuttavia non gli ho attribuito un voto troppo alto perché avrei preferito che il regista si attenesse maggiormente alle fonti storiche, anche a costo di realizzare un film di nicchia, accessibile soltanto a pochi intellettualoidi. Il film inoltre presenta alcune imperfezioni per quanto riguarda il montaggio e il ritmo della narrazione, troppo lento e non sufficiente armonico per garantire il giusto coinvolgimento emotivo; il regista inoltre non è stato capace di amalgamare correttamente le tre tematiche del film (il filone politico, scientifico e sentimentale), facendo così risultare la narrazione sbrigativa e poco esaustiva in diverse scene del film.

Ciò non significa che non vi sto consigliando di correre in biblioteca a prenotare il dvd di Agora, si tratta di un film che tutti dovrebbero conoscere, soprattutto noi donne.

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Verona e il suo antico arsenale

L’anno scorso mi recai a Verona per visitare la città. Avevo intenzione di seguire l’itinerario classico, quello che da secoli attira i turisti di tutto il mondo per le sue romantiche attrazioni Shakespeariane, ma una piccola stellina in grassetto sulla mappa scaricata da Internet mi ha indotto a scegliere la strada meno battuta dai turisti in direzione dell’Arsenale Franz Josef I, antica caserma austriaca.

Non si trattò poi di chissà quale scelta particolare: l’arsenale si trova esattamente di fronte al Ponte Scaligero, a trecento metri o poco più da Castelvecchio, perciò non avrebbe comportato una grande perdita di tempo se, rivelatosi una fregatura, avessi voluto ritornare sui miei passi.

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L’arsenale (rosso grassetto), il Ponte Scaligero (giallo) e Castelvecchio (rosso) su Google Maps.

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La progettazione dell’arsenale
C’era una volta un tempo in cui il Lombardo-Veneto non era territorio italiano e gli austriaci erano non dei simpatici vicini di casa, ma i nostri conquistatori. Non riesco nemmeno ad immaginare cosa significa essere dominati da un popolo straniero e sono felicissima di non saperlo, perciò fa una certa impressione sapere che, se fossi vissuta centocinquant’anni fa, l’Impero Prussiano per me avrebbe significato soltanto una parola: usurpatori.

Negli anni 1850-1860 Verona non era la città dell’amore, ma una “fortificazione permanente” dell’organizzazione strategica austriaca in cui erano raccolti tutti i servizi tecnici d’artiglieria. L’arsenale Francesco Giuseppe I nacque proprio per adeguare le strutture militari della città a questo ruolo nella politica militare austrica, per volere del feldmaresciallo Radetzky. Esso sorse nella zona della “Campagnola”, di fronte a Castelvecchio, ed era destinato ad accogliere la Direzione d’Artiglieria e ad essere un importante supporto logistico per tutte le piazzeforti del Lombardo-Veneto, ma venne impiegato prevalentemente per la manutenzione ed il deposito delle armi.

Nel 1854 gli uffici del Genio militare elaborarono un primo progetto, sotto la direzione del tenente colonnello Conrad Petrasch, realizzato tra il 1849 e il 1857. La costruzione dell’arsenale si basò tuttavia su un secondo progetto molto diverso dal primo, i cui lavori furono ultimati tra il 1855 e il 1861. Nel 1866 il destino dell’arsenale mutò radicalmente in seguito all’annessione del Veneto al Regno d’Italia: l’edificio continuò ad essere utilizzato per scopi bellici fino al 1945, ma da parte dell’esercito italiano. Lo stato di abbandono di alcune aree del complesso edilizio lasciano dedurre che l’arsenale sia rimasto abbandonato per molti anni prima della sua trasformazione in un parco pubblico.

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Una foto del 1866 rubata a Wikipedia

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Un perfetto centro di comando

L’arsenale è dotato di nove corpi di fabbrica di uno o due piani ed ampi cortili, inoltre è circondato da un’imponente muro di cinta lungo 392 m e largo 176 m, munito ai quattro angoli di torri di guardia.

Sebbene sia faticoso riconoscere dall’esterno le sue imponenti dimensioni, l’arsenale ha l’aspetto di un massiccio castello medioevale di ben 62 mila mq, costruito in stile Neoromanico Tedesco o dell’Arco Rotondo; tale scelta architettonica non solo riflette la tendenza dell’epoca di riscoprire l’architettura del Medioevo, ma richiama anche i numerosi edifici medioevali di Verona. Il pavimento murario di tufo a lastrature orizzontali, molto simile a quelli di S. Zeno e del Palazzo Comunale, non è il solo elemento medievalizzante dell’edificio, che è stato decorato anche con listrature in tufo e cotto, archetti pensili, lesene e bifore con ghiere in laterizio policrome. I pilastri ottagonali appartengono al neogotico inglese ed è evidente nella struttura generale dell’edificio un richiamo all’arsenale di Vienna, ultimato pochi anni prima della costruzione dell’edificio veronese.

Chiudete gli occhi e provate ad immaginare l’imponente scalone d’onore all’ingresso, gli uffici, le sale dei trofei e delle armi del corpo principale, oppure i laboratori di fabbri, carradori, carpentieri e sellai nella corte centrale. Nei corpi laterali avreste trovato i magazzini e le scuderie, nel lato meridionale erano invece situati gli edifici dei disegnatori, i settori amministrativi e l’archivio dei modelli.

All’interno dell’Arsenale c’era anche presente un reparto di fonderia, dove tuttavia sembra che siano stati prodotti più attrezzi per il lavoro agricolo che bocche da fuoco, e una piscina per la scuola militare di nuoto, situata dove adesso zampilla l’acqua di una splendida fontana. Per ragioni di sicurezza, il laboratorio pirotecnico era invece posto tra le mura dello splendido Castelvecchio, cui si poteva accedere rapidamente attraverso il ponte scaligero.

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Un parco giochi per bambini

Centocinquant’anni dopo non ci sono più soldati, fonderie, magazzini o cannoni. Non conosco le consuetudini della vita veronese perciò non conosco con esattezza come venga impiegato attualmente l’edificio, ma varcando quell’antico portone mi sono imbattuta in un parco giochi, alcune giostre, manifesti di attività culturali organizzate in loco ed una moltitudine di vecchietti che si godono la propria pensione passeggiando nelle aree verdi. L’arsenale è infatti dotato di splendidi parchetti, viali alberati e spazi verdi che dal 1995 sono stati consacrati allo svago e al benessere della popolazione.

Abbiamo vinto la guerra e Verona, in cui ormai è rimasto ben poco dell’antica città-fortezza militare di un tempo, è ritornata ad essere soltanto la città dell’amore. I ruderi delle antiche fortificazioni veronesi faticano a trasmettere l’antico significato di guerra e oppressione che trasmettevano un tempo, ma non dobbiamo dimenticare che non viviamo in una società senza conflitti: il fronte esiste ancora, si è solo spostato in altri continenti.

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Fonti:

Racconto un po’ pagano di una visita al Duomo di Pisa

Una storia più o meno veritiera su un viaggio di tanto tempo fa.

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Due anni fa stavo visitando il Duomo di Pisa , quando una gentile e anglofona vocina mi chiese:

“Excuse me, could you take me a photograph?”.

Non ero in grado di formulare una risposta adeguata: a cosa serve trascorrere anni a copiare gli esercizi di inglese dal compagno di banco, se l’emozione impedisce di ricordare la lingua nel corso delle prime conversazioni fuori dai banchi di scuola?

“Yes” risposi, tirandomela da finta disinvolta, e ci infilai pure un bell’”I do”.

file3751347490490(Questa ragazza non assomiglia nemmeno vagamente a Sapie, mi serviva un’immagine free sulla fotografia e ho trovato questa)

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La osservai attraverso l’obiettivo mentre la fotografavo proprio sotto il famoso pulpito, chiedendomi per l’ennesima volta se l’autore fosse Nicola o Giovanni Pisano: 24 anni, alta, mora, pelle liscia e ambrata, fianchi morbidi e accoglienti, sguardo e sorriso luminoso, polsi sottilissimi. Bella, insomma, anche se un po’ troppo magrolina per i miei canoni estetici. Notai che la ragazza era un po’ troppo svestita per essere in chiesa perché, sfortunatamente, sono stata educata troppo “bene” per impedire a me stessa una simile osservazione. L’ambiente, più che la famiglia, mi aveva insegnato a giudicare in modo ostile certi comportamenti, ma subito le mie cosce timidamente scoperte mi ricordarono l’assurdità di certi divieti imposti dalle autorità e l’importanza di essere padroni del proprio corpo e di non vergognarsi di quello che siamo: umani di carne e sangue, sensuali e orgogliosi dei corpi di cui la Natura ci ha dotato.

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Iniziamo a chiacchierare e, dato che Sapie (strano nome per una Londinese!) si trovava in vacanza da sola come me, ci scegliemmo come compagne di visita. Sapie sapeva poco di arte così le raccontai alcune cose, sbalordendomi di quanto fosse facile organizzare i contenuti del discorso in inglese senza una professoressa che ti interrompe continuamente per correggere gli errori di grammatica: riuscii a spiegarle tutto, persino il significato delle cariatidi, ciascuna delle quali rappresenta una virtù cardinale. Le raccontai con il mio inglese scimmiesco (cosa vi aspettatavate, da una che copiava gli esercizi dal compagno di banco?) del poemetto Urania di Manzoni, di come le Virtù non fossero nient’altro che la triste cristianizzazione delle assai più affascinanti Muse. A malincuore mi trattenni dall’esprimere le mie paganissime opinioni personali al riguardo poichè la paura di fare figuracce mi ha sempre impedito, anche con una certa ansia, di esprimere quello che penso senza farmi troppi problemi, ma non so se in quel contesto sia stato un bene.

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Sapie era una ragazza particolare. Pur abitando a Londra, il suo accento era infatti molto diverso dall’impeccabile pronuncia londinese dei CD allegati ai libri di scuola, inoltre la ragazza, pur essendo molto educata e composta, si comportava come se non fosse mai stata in una chiesa, nemmeno in una anglicana: si fece immortalare con le mani giunte e un foulard in testa come se non avesse mai visto una suora, calpestò più volte l’altare, derise ingenuamente le tuniche dei preti “Matrix style” e mi pose un sacco di banalissime domande sulle reliquie, i santi e sul tabernacolo. Il suo atteggiamento ingenuamente curioso e spontaneo mi faceva sorridere e tuttavia mi affascinava, così riuscii a superare senza difficoltà la mia solita timidezza e ad instaurare, difficoltà linguistiche permettendo, un clima di vivace complicità.

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Sapie sapeva guardare una chiesa con occhi diversi, era in grado di mostrarmi quello che i miei occhi assuefatti di cattolicesimo sin dall’infanzia non erano in grado di guardare. Certe volte bisogna gettare le guide turistiche nel cestino e dimenticare tutto ciò che si conosce, solo così si possono apprezzare i particolari, come le armi lucenti e i bicipiti in bella vista dei guerrieri raffigurati su quell’arazzo secondario, l’elaborato pizzo della “tovaglia” (pardon, non ricordo il nome specifico) dell’altare, l’espressione buffa di una vecchina in preghiera, la somiglianza del leggio del pulpito con quello di Albus Silente. Senza di lei inoltre non mi sarei mai chiesta quale sia la funzione dell’incenso, l’ennesimo simbolo di una cultura pagana ingiustamente soppressa e piegata alle necessità dell’Unico Credo.

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Uscimmo dalla chiesa e ci sedemmo in un barettino poco lontano per farci una birra. Sapie, che studiava letteratura a Londra, mi raccontò del Riccardo III al Royal National Theatre, recitò Byron, nonostante non riuscissi a comprendere una sola parola di quell’inglese così poeticamente incasinato, e mi fece promettere di leggere qualcosa dell’americano Tennessee, un giuramento che purtroppo non ho ancora onorato perché ho una lunghissima lista d’attesa di libri da leggere. Mi chiese di raccontarle del Decameron e di Dante e obbediente l’accontentai, appellandomi ai ricordi delle superiori, esprimendomi con un inglese fluido, un lessico forbito (dico sul serio!) e senza la solita timidezza da interrogazione. Errori di grammatica permettendo, non credo di essere andata poi così male: sono comunque riuscita a dire tutto quello che volevo dire, non è cosa da tutti.

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Terminata la birretta, ci salutammo: Sapie aveva prenotato la visita alla Torre, io invece volevo visitare il Camposanto  (gli affreschi di Buonamico Buffalmacco sono semplicemente meravigliosi, guardate un po’ qui!) e gironzolare per la città prima di prendere il treno che mi avrebbe riportato a casa. Ci scambiammo i contatti di Facebook, promettendoci di restare in contatto. Il nome impronunciabile che scrisse sul bigliettino che mi consegnò inisinuò in me i primi sospetti…

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Immagine tratta da Wikipedia e modificata da un bambino del web.

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Sapie era musulmana: sulla sua bacheca di Facebook, un po’ in inglese e un po’ in arabo, ci sono un sacco di coloratissime illustrazioni di un poema iraniano che Sapie ha paragonato alla nostra Odissea. Mi era venuto il sospetto che non fosse cristiana quando aveva commentato maliziosamente la malcelata sensualità di una Vergine scolpita in una posa piuttosto provocante (Sapie però aveva visto bene, quella tipa sarà stata sicuramente scolpita da un artista un po’ mattacchione) e criticato aspramente il pessimo gusto con cui i cattolici ostentano gli aspetti più cruenti del martirio dei santi, ma avevo creduto che fosse solo protestante. A me non interessa niente, uno è libero di pensare quello che vuole. Purtroppo non sempre riesco ad essere di ampie vedute come potrebbe sembrare, perché altre volte ho dato prova di non riuscire a comprendere e rispettare le altre persone, però non mi è mai piaciuto criticare le opinioni altrui o avere la presunzione di essere migliore. Sono nata in un claustrofobico paesino di provincia e i libri possono poco contro l’educazione che riceviamo dall’ambiente che ci circonda: il solo modo per imparare a stare tra la gente è abbandonare la tana, uscire tra la gente e imparare a conoscersi. Solo così è possibile liberarsi dagli stereotipi e dalla necessità di classificare tutto quello che ci circonda, come io ho fatto con Sapie.

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In fondo non era nemmeno colpa mia se non avevo capito che fosse musulmana: Sapie aveva detto di essere di Londra ed era una perfetta londinese. Ripensai alla vistosa scollatura, alle belle cosce in vista e il biondo boccale di birra che si era scolata e al biondino che aveva molto poco discretamente assaporato con gli occhi all’interno del Duomo. Certo, i numerosi gruppi di Facebook sui diritti delle donne arabe e le problematiche del suo paese lasciano intendere molto sulle sue opinioni politiche… Effettivamente c’erano degli indizi sulle sue origini: orecchini etnici un po’ arabeschi che, tutto sommato, erano uguali ai miei, accento anglo-iraniano impossibile da identificare per una misera brianzola come me, ignoranza assoluta sulla religione cattolica, carnagione impercettibilmente olivastra (ma non più di quella che i luoghi comuni attribuiscono ad una siciliana o di una spagnola). Gli indizi c’erano, insomma, ma avrebbero anche potuto non significare nulla perché erano impercettibili, inoltre la fanciulla disquisiva disinvoltamente di letteratura inglese e la sua gonnellina a fiorellini era molto English… in effetti era tutta molto English!
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Può anche darsi che lei mi abbia accennato di non essere londinese di nascita nel suo inglese esotico e super-velocissimo e che io non abbia capito un tubo! Sapete una cosa? Ma anche chissenefrega: la nazionalità di una persona non è poi così importante quando si sta bene in sua compagnia. E’ stata una bellissima giornata e conserverò sempre il ricordo del nostro incontro e della magnifica città di Pisa.

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Questo post ha vinto il premio Owl Prize del blog Athenae Noctua:

OWL PRIZE LOGO

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/07/owl-prize-2.html

https://centauraumanista.wordpress.com/2013/07/07/owl-prize-quando-un-articolo-merita-un-premio/

Arte e shopping a Milano

Quante volte vi è capitato di ammirare la vetrina di un negozio di abbigliamento come se fosse un’opera d’arte?

In occasione del Fuori Salone 2013 della Milano Design Week, il negozio di Zara di Corso Vittorio Emanuele II ha deciso di accontentare gli amanti dell’arte (e dello shopping) ospitando Plastica Millenaria, un’opera dell’artista emergente israeliana Hagar Fletcher.

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Non ho potuto fotografare frontalmente i manichini a causa di alcuni pannelli, perciò accontentatevi di questa fotografia mediocre.

Presso il flagship store di Zara l’impiego di opere d’arte per l’allestimento dello spazio espositivo non è una novità: sotto lo scintillante lampadario di cristallo, tra gli sfarzosi mosaici e le scenografiche scalinate che abbracciano l’ingresso circolare, siamo abituati ad ammirare la creazione del designer spagnolo Josè Froján, un sinuoso capolavoro che funge da palcoscenico per i manichini del negozio.

Per realizzare l’allestimento stagionale del negozio, l’installazione di Josè Frojàn è stata temporaneamente sostituita da un’opera che non svolge soltanto una funzione decorativa e di promozione dei prodotti in vendita. Plastica Millenaria di Hagar Fletcher vuole infatti trasmetterci un importante significato ideologico, coerentemente con la mia personale concezione dell’arte: amo la creatività al servizio della comunicazione e del confronto, la tensione artistica proiettata verso la ricerca e il miglioramento della condizione umana. Non mi interessa l’asettica esaltazione della bellezza e dello stile, soprattutto se associata al mondo della moda.

Plastica Millenaria è la rappresentazione di un lussureggiante giardino popolato da fitti e variopinti cespugli fioriti. E’ stato realizzato con circa duemila sacchetti di plastica piegati, strappati, legati e deformati nelle modalità più svariate e con l’ingegnoso utilizzo di a guanti di lattice, bottiglie, tubi di gomma, bicchierini e ogni altra sorta di materiale inquinante ma coloratissimo e facilmente manipolabile dalle fantasiose mani di un’artista attenta alle tematiche di ecologia e ecocompatibilità.

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Sul sito web di Hagar Fletcher è possibile osservare alcune fotografie dell’opera, creata su una pavimentazione pianeggiante; nelle immagini talvolta compare una donna vestita di celofan che si rilassa nel giardino di plastica come se si trovasse in un parco vero e proprio.

In Corso Vittorio Emanuele II l’installazione è stata riprodotta con una piccola variante: gli arbusti ricoprono un piccolo rilievo circolare sul quale poggiano tre manichini bianchi, che indossano i variopinti indumenti della collezione primaverile di Zara e che sfoggiano un vistoso sopracciglio colorato.

L’opera è perfettamente inserita nel contesto commerciale del negozio e promuove con efficacia gli articoli in vendita, pur riuscendo a trasmettere efficacemente il significato originario dell’opera di Hagar Fletcher. “Se nessuno sa cosa fare con tutta quella plastica che inevitabilmente inquinerà il nostro bellissimo pianeta per migliaia di anni, allora perché non creare un’opera d’arte che durerà migliaia di anni proprio con quei sacchetti di plastica?”

Venerdì pomeriggio stavo gironzolando per il centro senza alcuno scopo in particolare, quando ho avuto la fortuna di imbattermi nella realizzazione dell’opera. Il giardino era praticamente ultimato perciò ho potuto ammirarlo in tutto il suo verdeggiante splendore, ma Hagar Fletcher stava ancora accartocciando e spiegazzando gli ultimi sacchetti di plastica. L’artista è una signora molto simpatica e disponibile, che è perfino riuscita a trovare il tempo per scambiare qualche parola in inglese con i clienti del negozio. Se siete interessati alle sue creazioni, vi consiglio di dare un’occhiata al suo sito web.

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Sperando che le fotografie amatoriali che ho scattato vi siano piaciute (povera me, sono una fotografa piuttosto scadente!), vi aspetto tutti quanti da Zara, questa volta non solo per lo shopping!

Una sorpresa alla stazione di Monza

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Stazione di Monza, binario 1. Uno di quei tanti luoghi che si attraversano velocemente, perché non c’è nulla di interessante da vedere: il paesaggio di marmo grigiastro è annerito dallo smog, i ciottoli sui cui giacciono i binari nascondono cumuli di mozziconi e una spontanea fioritura di sterpaglie varie.

Mi stavo dirigendo verso l’uscita quando intravidi con la oda dell’occhio un bagliore color ottone, quella strana tinta che assume l’oro nella penombra. Mi fermai di scatto e mi voltai verso la bizzarra fonte di luce e non credetti ai miei occhi: stucchi dorati! Nella stazione di Monza!

Ebbene sì, un anonimo portone di fianco ai cessi si apriva su uno sfarzoso salone d’altri tempi, la sala d’aspetto e di ricevimento in cui i Savoia attendevano la carrozza per recarsi alla Villa Reale.

La sala d’aspetto era piccola, appartata e priva di finestre, un ambientino perfetto per un re desideroso ritirarsi lontano dagli sguardi curiosi del popolaccio. Le pareti erano decorate in stile neorinascimentale, con boiseries color crema e oro e stucchi decorativi in oro che incorniciano pannelli dipinti con trionfi floreali e putti. Niente male, no?

Se ricordo bene, nella saletta si trovavano un camino di marmo, un tavolo in legno dorato e una specchiera sormontata da un grosso, vistoso, inconfondibile stemma sabaudo.

Temendo che lo stemma sulla specchiera passasse inosservato, l’arredatore ne aggiunse altri più piccoli sugli stucchi, creando un motivo decorativo che si ripeteva in tutta la stanza. Sentii un formicolio alla nuca, una sensazione di istantanea ribellione: La locomotiva di Francesco Guccini inizia a fischiarmi nelle orecchie.

Come in ogni elegante sala ottocentesca che si rispetti, non poteva mancare l’affresco sul soffitto. Il genio dei Savoia in tempera su base di gesso è l’unico affresco di Mosé Bianchi, realizzato nel 1884. L’opera di pregievole raffinatezza raffigura l’immancabile stemma sabaudo coronato, i vessilli tricolore e sabaudo e le insegne della regalità (ma non erano sufficienti la specchiera e gli stucchi?? Che sboroni questi reali!) sorretti da un angelo e da una schiera di putti.

Considerata l’insistenza con cui lo stemmone è stato riprodotto nella saletta, approfittiamone per dare qualche piccola informazione al riguardo. Innanzitutto, lo stemma sabaudo è questo qui; un tempo sventolava al centro del tricolore sulla bandiera italiana. Nel corso degli anni ha subito delle modifiche: sulla croce bianca fu infatti inserita l’insegna di Monza con la Corona ferrea.

Ma oggi siamo in democrazia e di re, a parte Berlusconi, non ce ne sono più, così della gloria dei Savoia resta solo lo stemma e qualche paparazzata su Novella 2000; la sala d’aspetto di Monza si è trasformata in uno spazio dedicato alle mostre di giovani artisti.

E’ stata una bella sorpresa ritrovarsi circondata da stucchi ed affreschi in una giornata come tante. Se passate dalla stazione di Monza vi consiglio di dare un’occhiata anche voi alla regale sala d’aspetto, può essere un modo piacevole per aspettare il treno facendo qualcosa di diverso!

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On Space time foam, un’avventra fluttuante all’HangarBicocca

Una delle mete più popolari dell’ambiente culturale milanese è sicuramente HangarBicocca, un ex stabilimento della Brera che è stato trasformato in una galleria d’arte “extra large”: le colossali dimensioni del capannone consentono l’esposizione di opere enormi, che non riuscirebbero mai a varcare la soglia di un museo qualsiasi.

 

Il segreto del recente successo è On Space Time Foam di Tomas Saraceno, una struttura gonfiabile sospesa nel vuoto a 24 m di altezza costituita da tre membrane, sule quali il pubblico può muoversi liberamente osservando lo spazio sottostante. Smettiamo di fare i secchioni e ammettiamolo: si tratta di un enorme gioco gonfiabile per adulti che, oltre a trasmettere un profondo significato artistico e essere il risultato di una seria e impegnata ricerca dell’architetto argentino, è maledettamente divertente. Camminare, gattonare e rotolare su un gigantesco materasso morbidoso (dopo aver superato abbondantemente gli 11 anni di età) e poter ancora affermare di essere una persona seria e acculturata è il motivo per cui HangarBicocca è diventato una meta ambita per i milanesi in queste ultime settimane.

Nonostante le aspettative del pubblico e l’entusiasta pubblicità dei media, On Space Time Foam ha avuto una partenza molto deludente: il giorno dell’inaugurazione la struttura realizzata da Saraceno era chiusa per manutenzione e non è necessario prenotare telefonicamente per accedervi, contrariamente a quanto è stato comunicato durante i primi giorni di vita dell’evento. Un passo falso che è stato subito dimenticato, infatti la folla è accorsa numerosa e si è mostrata entusiasta dell’inusuale opera d’arte.

Ma chi sono i seguaci della creatività di Saraceno? Studenti universitari, soprattutto architetti, artisti dell’Accademia di Brera e umanisti, ma ho incontrato anche numerosi trentenni e quarantenni in cerca di uno svago alternativo e giovanile. Sono rimasta profondamente colpita da una coppia di amiche over 60 che zampettava sul telone con lo stesso entusiasmo dei visitatori più giovani e allenati. Isomma, si può tranquillamente affermare che l’opera è aperta a tutti, purché siate maggiorenni e in salute.

La vostra centaura, accompagnata da un gruppetto di amici scatenati, si è recata sul luogo del delitto per raccontarvi anche questa emozione.

 

Un’avventura fluttuante

Attraversata la silenziosa anticamera, una sorta di non-luogo che crea una silenziosa atmosfera di suspance, troverete di fronte a voi le scale di un’altissima torre di ferro. Le percorrerete eccitati e incuriositi, con un penetrante odore di plastica nelle narici che vi riporterà all’infanzia, al profumo della cellulosa di salvagenti, materassini e braccioli. Finalmente siete arrivati in cima; sotto di voi ci sono 24 m di vuoto, ma non abbiate paura: la gabbia di ferro e l’opacità della plastica vi impediscono di percepire l’altezza a cui vi trovate, perciò non proverete alcuna vertigine. Sedetevi sulla scaletta, chinatevi dolcemente verso il telone della prima membrana e … lasciatevi fluttuare.

Potete camminare, strisciare, saltare o rotolare. Siete sostenuti dalla pressione di  7000 metri cubi di aria calda che si muovono sotto di voi, assecondando ogni vostro spostamento. Sembra di camminare sulla superficie di uno strano liquido che non vi fa sprofondare. Sopra di voi c’è l’ampia volta del soffitto e una finestra affacciata su Milano, sotto la membrana che vi sostiene potete osservar la vita e il moviento di altre due membrane, su cui altre persone stanno provando le vostre stesse sensazioni. Osservate i loro sorrisi e l’eccitazione che brilla nei loro occhi, ma non cercate di udire le parole che pronunciano, perché i suoni non possono attraversare la plastica che vi sostiene. “Ogni spostamento d’aria si ripercuote in tutto lo spazio: l’apertura della porta, il movimento di un visitatore, il respiro di una singola persona cambiano la forma dell’installazione come se si trattasse di un organismo vivente.” (www.hangarbicocca.org)

La membrana si gonfia e sprofonda assecondando i movimenti vostri e degli amici che vi accompagnano, ci vuole coordinazione per evitare di sprofondare tutti quanti in un “cratere” o di sbilanciarsi. A volte la membrana sotto di voi si solleva sino al soffitto, oppure vi fa precipitare al livello del telone sottostante. Lasciatevi fluttuare, sentitevi liberi di muovervi come preferite e rilassatevi.

Trascorsi quindici minuti, un’hostess vi inviterà ad abbandonare la membrana superiore e di scegliere una delle due membrane sottostanti per trascorrere un altro quarto d’ora indimenticabile. Vi accorgete che le membrane sono differenti tra loro: il secondo telone è sottoposto ad una pressione inferiore rispetto agli altri due perciò sprofonda con maggiore semplicità, inoltre permette di interagire contemporaneamente con persone che si trovano sia sopra di voi (sulla prma membrana), sia al di sotto; il terzo livello è più indicato, a mio parere, a chi desidera rilassarsi osservando gli amici che zampettano sopra di lui.

Terminato il gioco? Benissimo, adesso scendete le scale e ammirate l’architettura dell’opera da terra. Dal basso è tutta un’altra storia: le persone sembrano tanti bambini sospesi nell’aria e le membrane sono delle lontane pellicole. L’altezza della struttura questa volta si fa sentire in tutti i suoi 24 metri da brividi!

 

Un’opera per gli amanti della fisica

Ci sarebbero un infinità di argomenti di cui parlare in relazione all’installazione del Cubo di HangarBicocca e ai progetti “utopici e visionari” dell’artista e architetto Tomas Saraceno, o il possibile trasferimento di On Space Time Foam alle Maldive. Per apprendere tutte queste interessanti curiosità, vi consiglio di consultare il sito di HangarBicocca e, in particolare, la pagina dedicata all’opera dell’artista argentino. Noi approfondiremo invece il significato dell’opera, che si ispira ad un disegno del celebre fisico Paul Davies.

Ma chi è costui? E cosa posso scrivere io sulle recenti torie sullo spazio-tempo? Purtroppo le mie conoscenze sono piuttosto scarse per quanto riguarda la fisica e non me la sentirei di scrivere un articolo sull’argomento, però il nostro caro amico Google mi ha permesso di scoprire molti articoli interessanti.

E’ evidente che le membrane di Saraceno possono essere interpretate come delle line temporali differenti o degli universi paralleli. In questo articolo troverete una facile spiegazione sulla teoria della relatività generale e quella della relatività ristretta, che renderebbero possibili i viaggi nel tempo anche con le tecnologie che abbiamo a disposizione ai nostri giorni. http://diamante.uniroma3.it/hipparcos/davies.htm

Per quanto riguarda invece gli universi paralleli, ecco un altro articolo che vi spiegherà tutto con un linguaggi elementare: http://www.ditadifulmine.com/2010/02/universi-paralleli-il-mondo-della.html On space time foam vole soprattutto proporci la “coesistenza di universi multipli, in cui l’azione del singolo può avere ripercussioni in un universo parallelo: sulle membrane di On Space Time Foam il movimento di una persona concentrato su un punto dello strato influisce su quello sottostante, modificando il paesaggio nella sua interezza.”

“On Space Time Foam trae ispirazione, inoltre, dalle teorie della fisica quantistica in base alla quale lo strato fondamentale dell’esistenza, la conformazione dell’universo sulla scala più piccola – definita “scala di Planck” – è strutturata come una schiuma (in inglese Foam). Il titolo stesso racchiude queste tre dimensioni, “Spazio-tempo-schiuma”, annunciando un luogo nel quale spazio e tempo cambiano coordinate, come avviene nella Cosmic Foam, la quale non può essere pensata nei parametri fisici a cui siamo abituati. Il Quantum Foam è un concetto della meccanica quantistica, descrizione del tempo-spazio subatomico in relazione al quale oggi esistono solo speculazioni: On Space time Foam esplora, simboleggia ed è metafora di queste infinite possibilità.”

Come avrete notato dalle virgolette e dal corsivo, il paragrafo precedente deriva da un volgare copia-incolla dal sito di HangarBicocca. Non ho potuto fare altrimenti in quanto, pur essendo affascinata dalla fisica, conosco molto poco questi argomenti e sarebbe iporita da parte mia scrivere un articolo al riguardo. Posso tuttavia descrivere delle figure che Saraceno propone come chiavi di interpretazione per l’opera: la pelle tesa di un tamburo in cui tutto si ripercuote e quella del Cubo come un grande strumento musicale che vibra al passaggio dell’aria.

L’Hangar Bicocca è consapevole della difficoltà dei concetti cardine dell’opera e ha trovato una soluzione brillante: l’espsizione del  significato dell’opera è proposta in chiave narrativa, attraverso film e racconti proposti da Saraceno stesso appositamente per l’occasione. In questo modo è sicuramente possibile instaurare un dialogo con persone con la fisica non hanno niente da spartire, ma avrei preferito che fosse stata proposta anche una soluzione intermedia per coloro che, come me, possiedono un’infarinatura di base e sono intenzionati ad approfondire l’argomento.

I film selezionati dall’artista argentino vengono proiettati presso l’Hangar proprio in questo periodo. Io non ho la possibilità di recarmi a Milano per assistere all’evento, ma state pur certi che guarderò i più interessanti durante le vacanze di Natale. Per ulteriori informazioni sulle date delle serate o i titoli delle opere, consultate il sito dell’associazione HagarBicocca: http://www.hangarbicocca.org/hb-public/news-eventi/ Per quanto riguarda i libri, citamo il racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano della raccolta Finzioni di Jorge Luis Borges, in cui  si ritrovano, ad esempio, i temi del labirinto, della ramificazione del tempo, di diverse possibili linee temporali.

Non sentitevi tuttavia vincolati alle chiavi interpretative proposte da Tomas Saraceno, in quanto l’artista vuole permettere al pubblico di sentirsi libero di proporre delle letture personali.

 

E adesso parliamo di burocrazia … 

Regola numero uno: prendetevi un pomeriggio libero, perché la lista delle prenotazioni è lunghissima e bisogna attendere un sacco di tempo. Regola numero due: coinvolgete solo qualche amico fidato in quanto possono entrare solo 15 persone alla volta e, se non siete un gruppetto numeroso, avrete maggiori possibilità di entrare prima. Il banchetto per le prenotazioni è situato in una specie di vestibolo silenzioso realizzato mediante due tendoni che, come un sipario, separano la hall dallo spazio espositivo. Forza, gente, mettevi in coda, vi aspetta una lunga attesa!

Quando arriverà il vostro turno, dovrete esibire un documento di identità per dimostrare di essere maggiorenni e firmare un inquietante pila di scartoffie in cui vi assumete la responsabilità di ogni eventuale danno e infortunio (niente paura, i rischi sono minimi). Dovrete inoltre dichiarare di conoscere il lungo e complicato regolamento della struttura, ma non è necessario leggere l’intero documento perchè lungo i percorso incontrerete numeosissime hostess che vi impediranno di “sgarrare”..

Io e i miei amici abbiamo terminato gli aspetti burocratici della questione alle due del pomeriggio e abbiamo avuto accesso all’opera alle cinque e mezza. Si è trattata di una lunga attesa, ma il pomeriggio è trascorso piacevolmente. L’HangarBicocca è infatti un ambiente molto confortevole, in cui sono presenti un dopolavoro economico ma raffinato e un laboratorio ove è possibile trovare numerosi approfondimenti sulle opre esposte e partecipare alla visione di interessanti documentari a tema.

L’attrazione principale dell’hangar è naturalmente l’arte. Oltre a On Space Time Foam, sono presenti tre imponenti opere: La sequenza, una monumentale composizione di Fausto Melotti, uno dei più celebri esponenti dell’arte moderna del secolo scorso (se la sua poetica geometria vi affascina, potrete ammirare molte altre sue opere presso il Museo del Novecento in Piazza Duomo);  I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, un’opera costituita da fantascientifiche torri di cemento armato intrise di metafisica e di simbologia ebraica e l’ipnotico Undisplay di Carsten Nicolai, che metterà in discussione la vostra personale concezione dello spazio e del tempo.