“Una classica storia d’amore eterosessuale” al Teatro Fontana

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Una classica storia d’amore eterosessuale, andato in scena al Teatro Fontana di Milano ad opera della compagnia teatrale under 35 Domesticalchimia è la storia di una famiglia infelice. La direzione dello spettacolo è opera di due donne: Francesca Merli alla regia e Camilla Mattiuzzo alla drammaturgia.

Lo spettacolo racconta la triste vicenda di una famiglia i cui membri non hanno nome, ma sono identificati con il loro ruolo -la Madre, il Padre, il Figlio- perché rappresentano l’emblema della famigliola problematica italiana e forse europea. Una casa claustrofobica, priva di comunicazione tra i membri, che dialogano con frasi fatte –hai mangiato? Dov’è tua madre?- , in cui ciascuno è insoddisfatto e non riesce a realizzarsi. I membri della famiglia sono inoltre vittime dei luoghi comuni: una madre non può bere una birra, un padre non può piangere e un figlio è destinato ad assomigliare ai genitori.

Il Figlio è un ragazzino di undici anni in psicanalisi a causa dei problemi che, a suo dire, gli hanno provocato sua madre e in secondo luogo suo padre. Assistendo allo spettacolo è evidente tuttavia che le vere figure problematiche sono i genitori, delle cui difficoltà risente il bambino soltanto di riflesso. Massimo Scola non ha undici anni, anche se il suo volto da ragazzo pulito ben si presta ad interpretare il ruolo di un bambino. L’ingenuità e la spensieratezza del personaggio sono enfatizzate dal tono di voce e dalla mimica, nonché da un casco da ciclista che l’attore indossa per tutto il corso della rappresentazione. Tale personaggio svolge la triplice funzione di attore, narratore e spettatore della storia d’amore dei propri genitori.

Davide Pachera è il Padre, uno scrittore senza talento vittima del proprio narcisismo e pertanto mai realmente presente in famiglia. Occhialetti e giacca beige da intellettuale, si esprime con citazioni letterarie e appare solenne e distaccato. La Madre è Laura Serena, un’attrice carismatica che attira su di sé l’attenzione in quanto unica donna presente sul palcoscenico; la donna è molto giovane per il ruolo che interpreta, tuttavia ciò non intacca la buona riuscita dello spettacolo. La Madre è una casalinga insoddisfatta che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo, cerca di realizzarsi provando gli hobby più vari e strani ma abbandonandoli dopo poco tempo. Se il Padre e il Figlio indossano sempre i soliti sobri vestiti, la Madre cambia continuamente costumi di scena indossando abiti anche molto eccentrici, presenti sul palco appesi su un appendino sin dall’inizio della rappresentazione.

La scenografia è molto sempice: visibile allo spettatore sin dal suo accesso in sala per assenza di sipario, è costituita da un tavolo, delle sedie, l’appendino con i vestiti della madre già menzionato e un microfono, attraverso il quale i personaggi enfatizzano le frasi più importanti tra quelle pronunciate. Sullo sfondo vengono proiettati dei video e le indicazioni cronologiche degli eventi narrati, che non seguono un ordine temporale lineare. La musica e la rumoristica di Federica Furlani svolgono una funzione portante; è presente una breve sequenza cantata e comicamente ballata dai tre personaggi dell’habanera della Carmen di Bizet, in cui gli attori dimostrano di essere molto abili anche nel canto. I movimenti scenici sono opera di Elena Boillat.

Nonostante i temi trattati siano molto seri, l’atmosfera dello spettacolo è leggera, rilassata e spesso comica. Lo spettatore sa che ai momenti più tragici possono seguire da un momento all’altro le battute più spensierate ed esilaranti. Gli attori, soprattutto il Padre e il Figlio, interagiscono attivamente con il pubblico annullando la separazione tra palcoscenico e platea: lo spettacolo inizia quando il figlio si alza in piedi da una poltrona tra il pubblico e porge ad uno spettatore un foglio chiedendo “Dottore, mi psicanalizzi”; il Padre propone al pubblico di prendere una busta fissata sul sedile davanti a loro e di compilare il questionario con una matita dell’Ikea, che verrà restituita in seguito su invito dell’attore. Tutto ciò non sminuisce la gravità delle questioni sollevate dai Domesticalchimia: nell’impossibilità di trovare una soluzione ai dilemmi della società moderna, è possibile solamente affrontare i problemi con il riso.

Lo spettacolo offre una leggera serata di evasione in nome del riso e della riflessione. Non abbiamo tuttavia compreso la scelta del titolo: perché specificare che la famiglia è composta da genitori eterosessuali se l’omosessualità non viene mai menzionata nel corso dell’opera?

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I preservativi. Ordinarie storie di una cassiera.

Bastano 1500 battute per fare ridere? E’ la prima volta che mi cimento in un testo comico e non saprei giudicare il risultato, perciò vi prego di scrivere nei commenti cosa ne pensate. Buona lettura.

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A noi cassiere non importa nulla se comprate dei preservativi. Battiamo i prodotti talmente velocemente da ignorare ciò comprate, spesso non distinguiamo una confezione di profilattici da una crema antiverruche. Eppure voi clienti vi vergognate mentre comprate tali articoli, fareste meno scenate se vi stessimo vendendo della droga.

I maschi ostentano indifferenza: mani in tasca, passo ciondolante, sguardo serio. Giocherellano con le chiavi nervosamente e si rammaricano di non possedere una borsetta come le signore, così nascondono l’acquisto in un sacchetto. Le signore sono più furbe, infatti mimetizzano i preservativi in uno spesone da duecento euro, così i figlioletti non si accorgono del singolare prodotto acquistato dalla mamma, oppure lo scambiano per un medicinale, non sapendo nemmeno che cosa siano gli strani palloncini prodotti dalla Durex.

Le più imbarazzate sono le coppiette che si presentano in cassa per comprare solo i preservativi, in occasione di un’imminente scopata. Timidi e rossi in viso, si tengono per mano come se noi fossimo chiamate a giudicare i loro coiti.

I migliori sono i fidanzati di qualche cassiera:

–          Amore, posso venire in cassa da te? Così non mi vergogno …

Le ragazze pazientemente spiegano che non si possono servire i parenti e che nessuno giudica i clienti per i loro acquisti. Che vadano pure in un centro commerciale lontano se si vergognano tanto.

Siamo talmente abituate a battere preservativi che ormai non ci scandalizziamo più. Mettetevi in coda, pagate e fate l’amore.

Sogno, amore e magia in “Sogno di una notte di mezza estate”

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In accordo con il tema del mese, il sogno, appare doveroso dedicare due righe a Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare. Si tratta di una commedia che parla d’amore, composta inizialmente per i banchetti di nozze aristocratici portata in scena in rappresentazioni private, fin quando al termine di un periodo di peste fu presentata anche al grande pubblico con l’aggiunta del secondo dei due finali che caratterizzano l’opera.

In assenza di rappresentazioni a Milano, vi proponiamo la lettura del testo su LiberLiber e la visione di un omonimo film del 1999, disponibile su Youtube, anche se l’analisi che segue si riferisce ad un’opera teatrale.

La trama è molto complessa in quanto si intrecciano tre storie parallele. La prima riguarda il magico mondo delle fate, in cui prevale il linguaggio delle canzoni, delle filastrocche e delle formule magiche; è qui protagonista il bisticcio tra Titania, la regina delle fate, e Oberon, il re degli elfi.

La seconda è relativa agli intrighi amorosi di quattro giovani ateniesi, i cui equilibri sentimentali vengono stravolti a causa di un incantesimo maldestro; ora lo stile prevalente è quello della lirica d’amore.

Infine troviamo una compagnia di attori strampalati, che rappresentano la tragedia di Piramo e Tisbe mediante una buffa parodia di versi aulici.

Un tema fondamentale è la magia, essenziale per creare le intricate situazioni in cui si trovano i personaggi. La magia rappresenta l’onnipotente forza dell’amore, che ha sedotto i personaggi mediante il nettare di un fiore magico.

Il sogno è un elemento centrale, che compare sin dall’inizio dell’opera nelle parole di Hippolyta:

Quattro giorni faran presto a svanire con le lor notti, e queste a dileguarsi coi loro sogni; e la novella luna come un arco d’argento teso in cielo salirà a contemplare sulla terra la notte dei solenni nostri riti.

I personaggi menzionano continuamente i sogni nel testo, è particolarmente interessante la canzone che le fate intonano per fare addormentare la loro regina Titania:

Filomela, tu, carina/ culla il sonno alla regina/ con la melodiosa canna, /ninna nanna, ninna nanna. /Dal suo sonno lunge sia /ogni male, ogni malia, /dolce sia del sonno l’ora /all’amabile signora.

Il tema del sogno si presenta specialmente quando i personaggi tentano di dare una motivazione agli eventi assurdi che si verificano, più volte, nella notte in cui si svolge l’azione: Bottom, in particolare, sostiene che gli avvenimenti sovrannaturali che gli sono capitati, siano in realtà semplici sogni.

Shakespeare analizza il modo in cui nel sogno il tempo sembra scorrere diversamente rispetto alla vita reale e come nella dimensione onirica possa accadere l’impossibile. Il Bardo estende tali condizioni anche alla commedia, in particolare quando Puck, al termine dell’opera, chiede al pubblico di considerare lo spettacolo cui ha appena assistito come se fosse un sogno, nel caso in cui non gli sia piaciuto.

“Hearthbreak hotel, Stanza 207”, una coppia in crisi al Teatro i

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Dal 21 al 26 febbraio è andato in scena al Teatro i Hearthbreak Hotel, Stanza 207, con la regia di Fulvio Vanacore. Si tratta della coinvolgente storia di Veronica e Brad, una coppia che, dopo un primo periodo spumeggiante d’amore, entra in crisi e riesce a ritrovare l’armonia grazie al pernottamento in un misterioso e solitario hotel in riva al lago. I problemi della coppia sono molto comuni: i due avevano cessato di comunicare, diventando lentamente estranei: la ragazza, per esempio, non sapeva che i fuochi artificiali sul lago di Capodanno erano stati organizzati dal compagno e, pertanto, non riusciva a spiegarsi la sua eccitazione. Inoltre i due avevano perso la complicità e il gusto per lo scherzo, che i primi tempi li inducevano a fantasticare insieme. Inizialmente tali questioni ristagnano in silenzi magistralmente interpretati dagli attori, finché non iniziano a tradursi in forti liti connotate da espressioni di vera e propria rabbia. Fortunatamente, una volta toccato il fondo, si intravede uno spiraglio di luce…

Il modesto e alternativo spazio del Teatro i è stato rivoluzionato per l’occasione: le poltroncine sono disposte a ferro di cavallo e l’azione si svolge al centro di esse, sullo stesso livello degli spettatori. Un piccolo sipario si trova in fondo alla sala ed è riservato al chitarrista Alberto Sansone, che accompagna con il suo strumento la recitazione. Si tratta di una soluzione che crea un clima di intimità tra spettatore e attore, accorciando la distanza tra i soggetti.

Sul palco sono presenti sin dall’inizio tutti gli oggetti e le semplici ed economiche scenografie necessarie per la rappresentazione; ad ogni cambio di scena spetta agli attori il compito di modificare la loro posizione sul palcoscenico con gesti rapidi e precisi, gli stessi con cui si cambiano d’abito velocemente sul palco. Ogni gesto è studiato con attenzione, ogni oggetto deve essere posizionato in un punto specifico del palco per poter essere utilizzato a tempo debito (il tutto naturalmente rispettando le tempistiche della recitazione e compiendo tali operazioni con naturalezza).

Gli attori sono giovani e belli, perciò è facile identificarsi nella loro storia. Veronica è una ragazza solare e spiritosa, Alice Spisa riesce con uno sguardo a raccontare i suoi pensieri. Brad è un ragazzo semplice e buono, la voce di Vincenzo Giordano muta abilmente la propria intonazione per trasmettere le sue emozioni. Brandendo un microfono vintage vengono inoltre cantate delle canzoni che partecipano alla trasmissione del significato dello spettacolo. La recitazione è spontanea e apparentemente non costruita, proprio per dare l’impressione che i protagonisti siano semplici e genuini come due ragazzi realmente esistenti.

Un ruolo non secondario viene svolto dai costumi di scena, che gli attori cambiano più volte sul palcoscenico durante alcune brevi pause. Si tratta di indumenti ordinari ed economici, che tuttavia riescono a scandire l’evolversi della relazione tra i due.

Un tratto caratteristico dello spettacolo è la scelta di fare entrare in scena Brad mentre gli spettatori stanno prendendo posto: il ragazzo annuncia l’imminente inizio dello spettacolo, consiglia di spegnere i telefoni cellulari e tamburella al ritmo di una musichetta di sottofondo tipica delle sale d’attesa, aspettando che lo spettacolo abbia inizio. Tale soluzione rende l’atmosfera particolarmente informale, rompe la parete divisoria tra attore e spettatore e conquista la simpatia del pubblico.

All’uscita del teatro è stata allestita una mostra di tavole di fumetti che raccontano i momenti salienti della storia, si tratta di un’occasione per effettuare un confronto tra linguaggi artistici differenti. È interessante notare soprattutto come i protagonisti perdano le sembianze degli attori per assumere quelle immaginate dai fumettisti, che possono essere anche molto differenti tra loro.

Questo spettacolo è la prova che con un budget ristretto è comunque possibile produrre un’opera di qualità e trasmettere molto: in appena un’ora di tempo sono garantite grandi emozioni.

“Romeo e Giulietta”, amore e morte a teatro

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Romeo e Giulietta è una delle più celebri tragedie Shakespeariane e tutti hanno recitato almeno una volta il verso “o Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?”, spesso senza essere nemmeno in grado di terminare la battuta di Giulietta. L’opera è stata composta tra il 1594 e il 1596 ed è stata interpretata da numerosi registi teatrali e cinematografici.

E’ risaputo che la vicenda inizia con due famiglie in disaccordo e termina con il suicidio dei protagonisti, ma è interessante ripercorrere ciò che porta alla tragica fine dei due amanti. A Verona, nel Basso Medioevo,  due benestanti famiglie, i Montecchi e i Capuleti, si scontrano da generazioni ed è proprio con uno scontro cittadino che si apre la tragedia. Benvolio, un Montecchi, si ritrova coinvolto suo malgrado, mentre tentava di sedare la faida. Interviene il Principe di Verona, il quale placa gli animi dei combattenti e dichiara che, da quel momento in poi, avrebbe condannato a morte chiunque fosse stato scoperto a combattere. I capofamiglia dei Montecchi chiedono a Benvolio di scoprire cosa affligge il loro primogenito Romeo. L’impresa non è difficile: l’adolescente ha il cuore infranto perché la bella Rosalina ha fatto voto di castità e non può ricambiare il suo amore. Benvolio propone a Romeo di introdursi ad una festa dei Capuleti per confrontare Rosalina con altre dame e distrarsi dalle sofferenze d’amore.

Quella sera tuttavia Romeo dimentica Rosalina perché si innamora perdutamente di Giulietta, primogenita dei Capuleti ma destinata al giovane Paride. Romeo e Giulietta si scambiano un bacio prima di scoprire le rispettive identità, nel frattempo Tebaldo riconosce e sorveglia Romeo, ma non può cacciarlo per volere dello zio, che teme per la serenità dei suoi ospiti. Termina qui il primo atto.

Il secondo atto si apre con la celebre scena del balcone. Romeo si intrufola sotto il balcone di Giulietta e ascolta la ragazza ragionar d’amore, dichiarando i propri sentimenti per lui e temendo l’opposizione delle famiglie. Romeo sceglie allora di mostrarsi e dichiararsi. Giulietta decide di inviare un messaggero all’amato per farsi comunicare dove e quando celebrare il matrimonio. Il giorno seguente Romeo si reca da Frate Lorenzo per convincerlo a celebrare la funzione. Il religioso acconsente, sperando che l’unione dei due giovani possa riappacificare le loro famiglie. Giulietta invia dunque a Romeo la propria nutrice, cui il giovane confida il proprio piano: Giulietta dovrà recarsi da Frate Lorenzo per la confessione, così potrà essere celebrato il matrimonio, dopodiché Romeo raggiungerà Giulietta nelle stanze della fanciulla mediante una scala data in custodia alla balia.

L’inizio del terzo atto prevede che Tebaldo vada in cerca di Romeo per sfidarlo a duello, ma il giovane sposo non vuole scontrarsi in quanto ormai è sposato con Giulietta. Mercuzio avanza per difenderlo ma resta ucciso, così Romeo si vendica trafiggendo Tebaldo. I Capuleti chiedono al Principe la condanna a morte di Romeo, ma siccome Mercuzio era parente del sovrano e Romeo ha agito per vendicare un amico, viene semplicemente emessa una sentenza di esilio e entrambe le famiglie vengono multate. Giuliettà è disperata per la morte del parente Tebaldo e per la condanna del marito, la nutrice tuttavia la rassicura dicendole che Romeo è nascosto da Frate Lorenzo e le promette di andare a trovarlo. Romeo e Giulietta dormono insieme, ma al mattino seguente il giovane Montecchi deve partire per Mantova. Nel frattempo i Capuleti organizzano il matrimonio tra Giulietta e Paride; la ragazza inizialmente si rifiuta e il padre minaccia di diseredarla, ma acconsente alle nozze quando scopre che la nutrice non è più sua segreta alleata e che la madre sta progettando di vendicarsi di Romeo.

Nel quinto atto Giulietta esegue l’astuto piano di Frate Lorenzo per ricongiungersi a Romeo: la fanciulla beve un filtro che la fa giacere come morta e viene seppellita nella tomba dei Capuleti; al suo risveglio potrà riabbracciare Romeo. Frate Lorenzo invia Frate Giovanni da Romeo per avvisarlo dello stratagemma.

Nel quinto atto un terribile ostacolo impedisce a Frate Giovanni di recapitare il messaggio: la città di Mantova è in quarantena per un’epidemia di peste e nessuno può accedervi. Dopo aver appreso del funerale di Giulietta dal servo Baldassarre, Romeo acquista del veleno e, dopo aver raccontato tutta la storia al padre in una lettera, parte per Verona per suicidarsi accanto al corpo di Giulietta. Giunto al sepolcro, romeo si scontra e uccide Paride, che ha stava portando dei fiori sulla tomba della promessa sposa. Prima di morire, Paride chiede di essere seppellito accanto a Giulietta e Romeo acconsente. Romeo beve il veleno e si suicida sul corpo di Giulietta. Frate Lorenzo giunge sulla scena e, vedendo che Giulietta sta per svegliarsi, cerca di convincerla a fuggire, ma la giovane vede il corpo di Romeo e, dopo averlo baciato nella speranza di morire avvelenata, si trafigge con il pugnale dello sposo.

Giungono i genitori degli sposi e il Principe, cui Frate Lorenzo rivela il matrimonio segreto; la lettera di Romeo testimonia la celebrazione delle nozze. Commosse e addolorate, le due famiglie si riappacificano e decidono di seppellire insieme i due innamorati.

Nel 1597 fu pubblicato un volumetto in-quarto, privo di indicazioni relative all’autore e all’editore, contenente la tragedia. Si tratta di un’edizione abusiva, nata da una ricostruzione mnemonica di una rappresentazione teatrale, colma di omissioni, aggiunte e manipolazioni (specie di riassunti e parafrasi) e pertanto dotata di scarso valore testuale. Le numerose didascalie relative ai movimenti di scena sono invece una preziosa testimonianza per quanto riguarda la storia del teatro. Nel 1599 fu pubblicata invece una seconda edizione, priva di una divisione in scene e colma di errori, ma che nonostante ciò rappresenta la versione più autorevole di Romeo e Giulietta.

Una tragica vicenda di amanti compare già nella letteratura classica nei testi di Senofonte e nelle Metamorfosi di Ovidio, in cui i protagonisti si chiamano Piramo e Tisbe. Nel Novellino di Masuccio Salernitano viene narrata la storia di Giannozza e Mariotto da Siena, che Luigi da Porto sessant’anni più tardi riscrive come Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti, trasferendo la vicenda a Verona e battezzando i due amanti Romeo Montecchi e Giulietta Cappelletti. I cognomi dei due personaggi ricompaiono nel canto VI del Purgatorio di Dante, dove appartengono a due famiglie rivali, una guelfa e una ghibellina. Nel 1542 comparve un adattamento francese di Adrien Sévin, pubblicato successivamente a Venezia, è fu ripresa dal Bandello nelle Novelle; la sua versione, con ampi cambiamenti, fu tradotta in francese da Pierre Boaistuau. Shakespeare non lesse tali opere, conosceva solamente le due traduzioni inglesi dell’opera di Boaistuau, un poemetto di Arthur Brooke su Romeo e Giulietta e un racconto di William Painter. Nonostante il tema fosse molto popolare, solo Shakespeare ha saputo elevare al mito la vicenda di Romeo e Giulietta.

Shakespeare piegò il materiale narrativo del poema alle esigenze della comunicazione teatrale, operando su di esso con la tecnica già collaudata nei primi drammi storici: la vicenda, che nel poema copre un periodo di nove mesi, nella tragedia viene concentrata in soli cinque giorni, in un incalzare di avvenimenti che non offrono respiro ai protagonisti e che danno allo spettatore l’impressione che sia in atto un meccanismo fatale, che travolge ogni possibilità di controllo del destino. Tale scelta di gestione della cronologia ha comportato alcune modifiche: Tebaldo compare sin dalla prima scena, e Paride compare sin dalla seconda scena, inoltre gli sposi giacciono insieme una sola notte. Nell’opera teatrale assume un rilievo maggiore la dimensione pubblica e politica della rivalità tra le due famiglie (sin dalla prima scena assistiamo allo scontro, prima comico e poi drammatico, tra le due fazioni rivali) e viene attribuito ampio spazio ai personaggi della nutrice e di Mercuzio.

L’opera attraversa tutti i registri, dal più rozzo al più raffinato e lirico. L’opera tratta un amore limpido e puro, dalle tinte neoplatoniche, in cui il rapporto carnale passa in secondo piano (i due amanti giacciono insieme una sola volta). Le faide cittadine evocano le lotte, dettate soprattutto da motivi religiosi, che animavano le strade ai tempi di Shakespeare e il personaggio del Principe ricorda Macchiavelli e il machiavellismo diffuso in Inghilterra all’epoca del Bardo.

 

Fonti:

http://www.oilproject.org/lezione/riassunto-romeo-e-giulietta-william-shakespeare-trama-12554.html

http://lafrusta.homestead.com/rec_shakespeare_romeo_giulietta.html

Shakespeare, Romeo e Giulietta, Oscar Mondatori, 1997

 

Credits:

http://events.veneziaunica.it

 

 

 

Le donne e il calcio

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Il calcio, come la pallacanestro, è uno sport bellissimo, non saprei dire se è più bella la competizione o i suoi giocatori. Questo è un vantaggio per noi donne, infatti i maschi non riescono a godersi tutto il pacchetto a meno che non inizino a seguire la pallavolo femminile o la ginnastica ritmica.

Quando avevo dieci anni tornavo a casa da scuola con due miei compagni e uno di loro mi faceva sempre arrossire, anche se non ne capivo bene il motivo, così decisi di invitarlo a casa di mia nonna a giocare a calcio, pensando che l’unica cosa che avessi da offrire ad una persona come lui fosse il pratone su cui mio fratello giocava a pallone con i suoi amici. Non ero molto brava, ma imparai a difendere senza tirare calci negli stinchi.

Avevo undici anni quando Kakà venne comprato dal Milan e il mio cuore iniziò a battere forte anche per lui. Adoravo accorrere davanti al televisore acceso per assistere ad ogni suo goal, in particolare al momento in cui si toglieva la maglietta per festeggiare, mostrando il suo fisico scolpito. Col tempo però iniziai ad apprezzare anche l’adrenalina che trasmettevano le azioni agonistiche ed a pormi tante domande sul gioco. Come mai, se l’attaccante si trova oltre la linea dei difensori quando gli viene passata la palla, il suo goal viene annullato? A cosa servono le linee bianche tracciate sul campo? Qual è il ruolo del tizio in giallo con le bandierine in mano? Come vengono determinati i minuti di recupero? Mio padre mi spiegava pazientemente tutto, ma il mio interesse per il calcio sfiorì prima ancora di nascere.

Non lo coltivai perché avevo undici anni e mi sentivo diversa perché ero una ragazzina ansiosa, con i capelli crespi, ricci e corti, che giocava a pallacanestro anziché a pallavolo, ascoltava musica rock fuori moda, non sapeva truccarsi e amava le materie umanistiche più del Cioè. Pensavo di essere già troppo strana di mio per sfidare la morale comune e iniziare a seguire il calcio.

Quidici anni dopo mi sedetti in un bar a fianco del ragazzo più importante che avessi mai incontrato, il quale si rifiutò di dare le spalle al televisore per seguire le imprese dell’Inter durante la conversazione. Siccome sono una ragazza strana, anziché offendermi decisi di seguire la partita insieme a lui e mi feci rispiegare le regole che avevo dimenticato. Come dice la sigla di Holly e Benji, nel mio cuore batteva un pallone. Ma un pallone rosso e nero.

Un anno dopo ho incontrato ragazze come me, appassionate di calcio, ma irrimediabilmente gobbe. Poco importa, noi donne calcistiche siamo solidali tra noi. Noi donne amanti del calcio esistiamo, siamo tante e appassionate, ma soprattutto non crediamo mai che l’esperienza in ambito sportivo dipenda dall’apparato riproduttivo che ci si ritrova fra le gambe, come fanno certi ragazzi.

Carol (il romanzo)

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Da qualche mese avevo intenzione di leggere un libro a tema LGBT e la scelta è caduta sul romanzo Carol del 1952, da cui recentemente è stato tratto l’omonimo e celeberrimo film del 2015, per saziare questa mia semplice curiosità.

Anziché procurarmi il volume cartaceo, ho scelto di acquistare l’e-book su Amazon.it per leggerlo di nascosto sul mio Kindle in quanto mi vergognavo delle mie letture, non le avrei confidate nemmeno al mio ragazzo. In seguito mi sono pentita di non essere stata più coraggiosa, non c’è nulla di cui vergognarsi a leggere un romanzo e il giudizio della gente, compresi i più bacchettoni, mi lascia indifferente.

Non sono molto pratica di questioni LGBT, le mie scarse conoscenze derivano dal canale Youtube Cimdrp, che mi interessa più per le generiche tematiche relative al femminismo. Chiedo dunque perdono per l’ingenuità con cui ho intrapreso la lettura di tale romanzo e per qualche eventuale imprecisione. Tuttavia anche la mia opinione ha un valore perché è giusto che anche gli eterosessuali si interessino di storie come quella che vado a raccontarvi.

Il titolo originale del romanzo è The price of salt, ma successivamente è stato modificato in Carol; il nome dell’autrice è Patricia Highsmith, che inizialmente pubblicò il romanzo con lo psedonimo Claire Morgan perché il suo genere prediletto era il poliziesco, un tema troppo differente dall’amore tra donne. Prima di tale romanzo, l’autrice aveva pubblicato un solo romanzo giallo.

New York, anni ’50. La protagonista è Therese, una scenografa orfana di diciannove anni fidanzata con Richard che, per racimolare qualche soldo, lavora in un grande magazzino nel reparto giocattoli nel periodo natalizio. E’ proprio durante il lavoro che incontra Carol, una bellissima donna bionda e impellicciata che cerca una bambola per la propria figlia. Therese si innamora perdutamente e, dopo aver trovato un modo per instaurare un contatto con la donna, tra le due si instaura un rapporto di amicizia. Therese lascia Richard e parte in viaggio per l’Ovest con Carol, durante la vacanza le dichiara il proprio amore e le donne iniziano una relazione amorosa.

Purtroppo Carol sta divorziando dal marito e sta lottando per la custodia della figlia. Un investigatore privato pedina la coppia e registra le loro conversazioni private in quanto il marito di Carol vuole sfruttare la sua relazione con Therese per avere la bambina tutta per sè. Carol è costretta ad interrompere il viaggio per affrontare la situazione, Therese invece ritarda il ritorno in preda allo sconforto. La lontananza da Carol la fa maturare molto, inoltre ottiene dei successi lavorativi come scenografa. Le due donne si incontrano nuovamente a New York: Carol non ha ottenuto la custodia della bambina ma chiede a Therese di andare a vivere con lei. La scenografa inizialmente si rifiuta e prende in considerazione l’ipotesi di provarci con un’attrice, poi però ritorna da Carol e il romanzo si conclude con un lieto fine.

Nella prima parte dell’opera non accade nulla, viene semplicemente raccontato quanto Therese sia segretamente innamorata di Carol e come il suo rapporto con Richard sia in crisi. La narrazione è molto lenta e spesso si sofferma su particolari secondari, ma analizza a fondo la psicologia dei personaggi. Nella seconda parte il racconto si anima, anche se spesso evita di soffermarsi sulle scene più interessanti in favore di una narrazione più monotona e lineare.

Viene descritta una sola scena di sesso con estrema dolcezza e tenerezza. Anziché dedicarsi all’atto fisico compiuto dalle due donne, l’autrice racconta le loro emozioni, rendendo in questo modo la scena accessibile a tutti, anche a coloro che provano disagio nei confronti degli atti omosessuali. Dopotutto, le emozioni sono universali ed è impossibile non commuoversi di fronte all’amore! Per avere un giudizio sull’efficacia della rappresentazione del rapporto omosessuale tra le protagoniste però servirebbe il parere di una ragazza lesbica, non certo il mio.

Leggere questo libro mi ha fatto capire quanto sono fortunata a non appartenere a nessuna minoranza, le sole discriminazioni che ho subito riguardano il fatto di essere donna. Sono contenta che la situazione per le madri lesbiche sia migliorata rispetto agli anni Cinquanta e spero che la società progredisca ulteriormente.

Al termine del romanzo, l’autrice racconta alcune informazioni interessanti sull’opera. Il suo iniziale editore non volle pubblicare Carol, così l’autrice dovette faticare per trovare qualcuno disposto a farlo. L’idea dell’opera nacque mentre la scrittrice lavorava in un grande magazzino nel reparto bambole nel periodo natalizio e dovette servire una sofisticata signora bionda e impellicciata. Il libro riscosse uno straordinario successo soprattutto nell’edizione tascabile, che vendette quasi un milione di copie. Il pubblico sostenne l’autrice inviando numerose lettere in cui soprattutto ringraziavano per aver scritto un romanzo a lieto fine in un periodo in cui le storie relative agli omosessuali dovevano sempre concludersi con la morte, la redenzione o l’infelicità dei protagonisti.

Adesso che ho soddisfatto la mia curiosità, non credo che cercherò altri romanzi a tema di proposito. Se mi capiterà di imbattermi in un bel libro LGBT non esiterò a leggerlo, l’importante è che si tratti di un bel racconto. Una cosa è certa: non esistono romanzi etero e romanzi gay, esistono soltanto i libri.