Il teatro in Africa

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Anche in Africa esiste il teatro, le tradizioni al riguardo nel continente nero sono ricche e preziose. Per approfondire tali tematiche, ci soffermeremo su quanto racconta Ryszard Kapuscinski nel romanzo In viaggio con Erodoto, nel quale sono descritti i viaggi dell’autore intorno al mondo, alternati con un’analisi romanzata delle Storie di Erodoto. L’autore bielorusso rivela alcune interessanti informazioni sul teatro africano in due pagine in prossimità della conclusione dell’opera, in cui racconta le sue avventure in tale terra. Leggendo il romanzo è difficile distinguere l’autore implicito dal narratore omodiegetico e dalla reale persona di Kapucinski, tuttavia le informazioni fornite sembrano essere piuttosto affidabili, perché le vicende trattate sembrano coincidere con la biografia dell’autore e in quanto lo scrittore si presenta come un reporter, una persona che descrive realisticamente i paesi che visita e dunque degna di fiducia.

Secondo Kapucinski, il teatro africano non è costituito da regole rigide come quello Europeo. Nel corso di un festival sulla cultura africana cui partecipa il narratore, gruppi casuali di persone si riuniscono in luoghi qualsiasi della città per creare rappresentazioni dal nulla, senza basarsi su un testo ma improvvisando. Gli argomenti trattati sono umili e l’autore ne menziona alcuni come esempio: una banda di ladri arrestata dalla polizia, i mercanti che protestano contro la decisione di estrometterli dalla piazza del mercato, due mogli che si contendono un marito innamorato di una terza donna. E’ essenziale che la trama sia semplice e il linguaggio accessibile a tutti. Per diventare regista è sufficiente avere un’idea, dopodiché si distribuiscono le parti tra gli attori e si da inizio allo spettacolo.

Il luogo della rappresentazione può essere una strada, una piazza o un cortile, presso cui si raduna il pubblico improvvisato dei passanti, che possono restare se trovano lo spettacolo interessante o andarsene qualora subentrasse la noia. Talvolta l’opera di improvvisazione si interrompe se la meccanica dello spettacolo non funziona, ne consegue che i teatranti si disperdono, lasciando il posto ad altri artisti che partecipano al festival.

Può capitare che la rappresentazione in prosa si interrompa per lasciare spazio ad una danza rituale, cui partecipano anche gli spettatori. L’autore definisce tali balli “gai e spensierati”, ma racconta che può capitare che i danzatori si muovano con serietà e concentrazione, rendendo il rito collettivo grave e importante. Terminata la danza e la trance iniziatica, il dialogo recitativo viene ripreso.

Svolge un ruolo essenziale nella rappresentazione la maschera, che gli attori portano sempre sul volto o, se il caldo non lo consente, sottobraccio. La maschera è un simbolo, un’allusione ad un altro mondo di cui essa è segno, marchio e messaggio. Essa cerca di evocare emozioni, suscitare sentimenti e “sottomettere lo spettatore a sé”. La maschera svolge una funzione molto importante nella religione e nella cultura africana, il suo utilizzo nel teatro è solo una delle molteplici funzioni che assume.

Chiaramente la descrizione del reporter bielorusso è filtrata dalla sua appartenenza al mondo Occidentale, ma sarebbe interessante esaminare anche il punto di vista di un nativo africano. Le informazioni a nostra disposizione sul teatro africano sono state scritte prevalentemente da occidentali, ne consegue che è difficile guardare l’Africa con gli occhi di un suo abitante e lo stesso si può dire del teatro.

Altre fonti ci raccontano dati molto più precisi e puntuali del testo del romanzo, anche se certamente il loro stile è meno piacevole, in quanto non sono caratterizzate dalla leggerezza di un romanzo. In Africa il teatro è molto diverso da quello Occidentale, infatti può essere paragonato ad una festa, una cerimonia o un rituale con richiami evocativi. Lo spazio in cui si muove l’attore non è un palcoscenico ma la piazza di un villaggio, oppure l’ambiente in cui si riuniscono gli anziani della comunità, dunque l’arte drammatica non viene praticata solo in festival come quelli descritti dal reporter bielorusso. Attori e pubblico inoltre non sono completamente distinti, infatti può capitare che gli spettatori, conquistati dal dramma, partecipino attivamente alla rappresentazione, spesso fungendo da coro. La danza e la musica citate dal narratore del romanzo si associano alla coralità del teatro africano, inoltre l’autore del romanzo racconta che il teatro si fonda sull’improvvisazione, ma studiando altre fonti si scopre che sono molto importanti anche le tradizioni tramandate oralmente. Il reporter menziona soltanto i temi ispirati al quotidiano, mentre le opere africane trattano anche di religione, tradizioni, la vita del villaggio, le iniziazioni, il rapporto con la natura e il ciclo delle stagioni. Gli africani non hanno scuole di teatro, la loro abilità è genetica o, al più, viene appresa dai più anziani. Presso alcuni popoli è molto importante anche il mimo, in particolare si imitano i versi degli animali, la curvatura delle piante o la caccia dell’elefante.

Nel Cinquecento compaiono le prime testimonianze di compagnie teatrali africane: presso gli Yoruba, in Nigeria, era per esempio popolare un gruppo di artisti esperti, gli Alarinjo. I drammi religiosi a fondo mitologico erano la loro specialità. Quando aumentarono i contatti con gli occidentali, il teatro africano venne contaminato da nuovi elementi: argomenti biblici vennero trattati negli spettacoli locali e i dialoghi assunsero maggior rilievo rispetto alla danza.

Possiamo concludere che le arti non hanno necessariamente le caratteristiche che assumono in Occidente, infatti ogni popolo ha trovato il proprio modo originalissimo di esprimere la propria creatività. Ciò che accomuna tutti gli uomini è la voglia di condividere esperienze, di fare cultura insieme e di dare libero sfogo alla fantasia.

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“Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie

 

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Grazie ad uno dei video di Cimdrp ho scoperto Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie, una giovane e brillante femminista nigeriana. Si tratta del testo di una conferenza del 2012, successivamente trasformato in libro nel 2014, in cui la speacker racconta la sua esperienza di femminista africana sintetizzando i concetti chiave di femminismo e femminilità applicati alla nostra epoca. Il testo è stato campionato nella canzone Flawless di Beyoncé.

Chimamanda è molto giovane, infatti è nata nel 1977 e, oltre ad essere una bella ragazza dalla pelle color ebano, è anche un medico e un’intellettuale femminista. I suoi libri sono stati tradotti in trenta lingue e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Il blog Hai da spicciare? Ha pubblicato sia il video sia il testo della conferenza. Personalmente ho preferito la conferenza in quanto consente di conoscere il volto e la voce dell’autrice, i vivaci colori del suo abbigliamento africano e la reazione del suo pubblico, un po’ incomprensibile a mio parere in quanto spesso ride senza alcuna ragione. La conferenza non è molto lunga, dura solo mezz’ora, e non è particolarmente impegnativa, di conseguenza il libro è lungo solamente quaranta pagine.

Le parole di Chimamanda sono sintetiche e immediate, trasmettono messaggi forti con esempi semplici, tratti dal suo vissuto personale. La donna non tratta soltanto la condizione femminile in Africa, le sue parole riguardano la parità di genere nel mondo. Ecco uno dei passi che più mi è piaciuto:

Ma la cosa di gran lunga peggiore che facciamo ai maschi, facendo intendere che devono essere duri, è che li lasciamo con degli ego molto fragili. Più un uomo sente di dover essere un “uomo duro”, più è debole il suo ego. E poi facciamo un lavoro anche peggior con le ragazze, perché le educhiamo a soddisfare i fragili ego degli uomini. Insegniamo alle ragazze come farsi da parte, come farsi più piccole. Diciamo alle ragazze, “Puoi avere ambizione, ma non troppa. Dovresti puntare ad avere successo, ma non troppo successo, altrimenti potresti minacciare l’uomo.” Se in una relazione con un uomo sei tu a portare il pane a casa, devi far finta che non sia così. Soprattutto in pubblico. Altrimenti lo stai castrando. Ma se mettessimo in discussione la premessa stessa? Perché il successo di una donna deve essere una minaccia per un uomo? Che cosa succede se decidiamo di sbarazzarci semplicemente di quella parola, e non credo ci sia una parola inglese che mi piaccia meno di “castrazione”.

La conferenza è piaciuta molto anche oltreoceano a Beyonce, che ha inserito alcune frasi pronunciate da Chimamanda nella propria canzone Flawless, che Cimdrp suona e commenta in questo video. Si tratta di una canzone grintosa e personale, in cui la cantante mostra tutta la propria forza interiore e sprona le ragazze a fare altrettanto, senza lasciarsi chiacciare dalle convenzioni sociali maschiliste. Ma possiamo considerare Beyonce una femminista? A mio parere esistono centinaia di donne che meritano maggiormente tale titolo, tuttavia è importante che i media parlino di femminismo ed è lodevole che la cantante abbia attirato l’attenzione sulla questione.

Questo testo, per la sua semplicità, è indicato per tutti coloro che non hanno molta dimestichezza con il femminismo (come me!), oppure desiderano intraprendere una lettura (o la visione di una conferenza) leggera ma significativa.

Per concludere, ecco il link della canzone Flawless di Beyonce, sperando che vi piaccia:

 

 

Chimamanda Ngozi Adichie

 


 

“Africa, la terra degli spiriti” al Mudec di Milano

870x520xAFRICA-exhibition-MUDEC-Milan-Inexhibit-08_jpg_pagespeed_ic_U7r8CYYr15Dal 27 marzo al 30 agosto il Mudec di Milano ospita una straordinaria mostra dedicata all’Africa subsahariana. Dopo aver dedicato un post agli straordinari proverbi locali e ad una poesia di Francis Bebey (https://centauraumanista.wordpress.com/2015/07/16/frasi-dalla-mostra-africa-al-mudec/), vogliamo proporvi gli aspetti più interessanti della mostra.

La prima delle sei sale è dedicata alla statuaria, che la voce dell’audioguida gratuita paragona alle avanguardie europee del Novecento, fortemente influenzate dall’arte degli africani. Si tratta prevalentemente di statue non più alte di un metro in legno (materiale assai raro in Africa, pertanto le statue non sono di grandi dimensioni) o metallo, raffiguranti figure umane maschili o femminili, figure intere o maschere, soggetti singoli come le statue degli antenati e dei re o in coppia come le statue dei gemelli e le maternità, Le opere spesso sono decorate con stoffe, pellicce, perline, chiodi o specchietti; i soggetti possono essere  in piedi, seduti o a cavallo (i cavalli sono poco diffusi sul territorio perciò erano posseduti solamente dai re); alcuni sono delle cariatidi. Le sculture africane non sono realistiche: i genitali sono enormi, i lineamenti stilizzati e le membra sproporzionate, proprio per questo tuttavia si tratta di opere estremamente espressive. Molte statue sono antiche, alcune risalgono persino al XV secolo, e provengono soprattutto dal Congo, dal Mali e dalla Costa d’Avorio. E’ inoltre esposto un singolare strumento musicale antropomorfo costituito da stanghettine da pizzicare; alcune statue sono ricoperte da secoli di incrostazioni di offerte agli spiriti di natura non identificata (che si tratti di cibo? sangue? olii profumati?).

L’audioguida fornisce per lo più inutili descrizioni delle opere, ma ha anche proposto delle informazioni interessanti, come il fatto che molte statue, per esempio, sono dei reliquiari che venivano posti sopra le ceste contenenti le ossa degli antenati, oppure la storia di Cibinda Lunga (spero di averlo scritto correttamente), un cacciatore straniero che sposò Luei, dando inizio ad una nuova dinastia. Scopriamo inoltre che la danza secondo gli africani consentiva di mettersi in contatto con i feticci e che i balafon sono degli strumenti musicali simili a xilofoni che venivano suonati solo in occasione dei funerali degli Ogon, eremiti che vivevano in grotte isolate, raggiungibili solo mediante delle corde.

 

Il cucchiaio era simbolo di accudimento per le comunità, ne è esposto uno enorme in legno, dal manico antropomorfo, e molti altri in avorio dalle elaboratissime incisioni, rivenduti nelle corti europee. Il comune di Torino ha gentilmente offerto alla mostra un pregiato olifante d’avorio realizzato in Africa, un antico dono di nozze presso la corte del capoluogo piemontese. Secoli orsono gli europei compresero immediatamente le potenzialità dell’arte africana, anche se nutrirono dei crudeli pregiudizi nei confronti dei nativi, come è visibile nelle illustrazioni di alcuni libri antichi della seconda sala.

La terza sala è dedicata alla religione, che invade ogni aspetto della vita quotidiana e sociale. Gli africani pregano gli spiriti della natura e degli antenati affinché questi intercedano per loro nei confronti di un dio supremo. Tutte le cose esistenti, compresi gli uomini, sono permeati di un’energia vitale regolata dagli antenati. I personaggi più importanti di una comunità sono il sacerdote sacrificante e il membro più anziano. Gli anziani sono molto stimati dalla comunità perché, essendo in età avanzata e prossimi alla morte, sono più vicini agli antenati. Oltre alle statue rituali e ai proverbi appartenenti alla cultura orale, ci hanno colpito delle scatole di legno in cui vengono inseriti dei topi prima di farli cadere su alcune conchiglie sparse a terra; a seconda di come cadono e fuggono i topi, viene predetto il futuro.

Molti si domandano come mai la cultura scritta sia giunta tardi in Africa. La risposta è che, siccome tutto è in divenire (noi europei diremmo “Panta rei”), ogni cosa cambia continuamente forma, pertanto non avrebbe senso trascrivere la propria cultura orale.

La sala successiva è dedicata al sovrano, legittimato dagli spiriti che conferiscono l’ordine che desiderano alla terra. Non sempre la sovranità è ereditaria, in Camerun per esempio il re viene eletto tra gli aristocratici radunati in consiglio. Tra gli oggetti raccolti in questa sala troviamo armi cerimoniali (il metallo è molto raro in Africa, pertanto viene utilizzato per realizzare delle armi molto elaborate da indossare solo durante le cerimonie), sgabelli decorati con piccolissime perline dai colori sgargianti, due pilastri di legno intagliato del palazzo reale e una fotografia raffigurante un re in abiti tradizionali.

Nella sala successiva troviamo degli esemplari di design africano: coppe, statuaria di piccole dimensioni, elaborati poggiatesta utilizzati per dormire o come sgabello, pipe; si tratta per lo più di oggetti in legno di straordinaria fattura. Gli artisti africani lavoravano spesso in prossimità delle corti dei re ma il loro nome era sconosciuto, fortunatamente nella seconda metà del Novecento gli studiosi hanno ricostruito la loro storia e si sono recati in loco per studiare gli atelier e i metodi di lavorazione.

Una saletta più piccola è occupata da un gruppo di statue vudù e da un altarino su cui è possibile lasciare delle offerte per “nutrire” e intrattenere le statue. Le offerte non devono necessariamente essere oggetti di valore (ma sono presenti anche monetine, santini cristiani, elastici per capelli, …), sono sufficienti dei bigliettini da buttare, una scarpa vecchia, aggeggi inutili… Noi, per esempio, abbiamo offerto alle statue vudù i nostri biglietti della metro usati. Sarebbe possibile prelevare qualche oggetto dall’altare, ma non credo che qualcuno voglia inimicarsi gli spiriti vudù…

L’ultima sala è dedicata alle cerimonie religiose, che consistevano in allegre danze al ritmo di musica indossando delle maschere. Troviamo qui esposti alcuni strumenti musicali (tamburi, una specie di chitarra e una campana), maschere di ogni forma, dimensione e materiale, singolari copricapi di legno a forma di animali.

La cultura africana è uno straordinario patrimonio dell’umanità che andrebbe conservato e valorizzato, la mostra del Mudec di Milano offre un piccolo squarcio su questo vasto e misterioso universo.

Immagini tratte da http://www.inexhibit.com/it/case-studies/milano-africa-la-terra-degli-spiriti-per-lapertura-del-mudec/

Articolo pubblicato nella rivista online Are you art? N.6

Frasi dalla mostra “Africa” al Mudec

Ecco alcuni dei  proverbi  e delle poesie che più mi hanno colpito alla mostra Africa, la terra degli spiriti del Mudec a Milano.

 

Chi sei? 

.

E tu, chi sei?

Sono Mamadi, figlio di Diubaté.

Da dove vieni?

Dal mio villaggio.

E dove vai?

All’altro villaggio.

Quale altro villaggio?

Cosa importa?

Vado dovunque ci siano degli uomini.

.

Che fai nella vita?

.

Sono griot, capisci?

Sono griot, com’era mio padre,

Com’era il padre di mio padre,

Come lo saranno i miei figli

E i figli dei miei figli.

.

Sono griot, mi capisci?

Sono griot come al tempo dei padri

Che aprivano il cuore al nascere del giorno

E la casa ospitale al viandante sconosciuto

Attardato sulla via.

.

Sono progenie di Dieli,

L’uomo cui suo fratello diede

La propria carne e il sangue

Per eludere la fame terribile

Pronta sul sentiero in fiamme della foresta

Con la maschera minacciosa del teschio della morte.

.

Sono figlio della Guinea,

Sono figlio del Mali,

Nasco dal Ciad o dal profondo Benin.

Sono figlio dell’Africa…

Addosso ho un gran-bubù bianco.

E i Bianchi ridono vedendomi

Trottare a piedi nudi nella polvere della strada.

.

Ridono.

Ridano pure.

Quanto a me, batto le mani e il grande sole dell’Africa

Si ferma sullo Zenit per guardarmi e ascoltare.

E canto e danzo,

E canto e danzo.

.

Francis Bebey, artista camerunense

 

E’ QUANDO NON SI SA DOVE SI VA CHE E’ BENE SAPERE DA DOVE SI VIENE.

.

NON PARLARE DEL COCCODRILLO PRIMA DI ESSERE USCITO DAL FIUME.

.

QUANDO LANCI LA FRECCIA DELLA VERITA’, PRIMA IMMERGILA NEL MIELE.

.

LA PAROLA E’ COME L’ACQUA, UNA VOLTA VERSATA NON LA RACCOGLI PIU’.

.

IL GRIDO DI SGOMENTO DI UN SOLO SUDDITO NON SOVRASTA IL SUONO DEL TAMBURO.

.

L’ELEFANTE MUORE MA LE SUE ZANNE RIMANGONO.

.

 

Immagini tratte da http://www.inexhibit.com/it/case-studies/milano-africa-la-terra-degli-spiriti-per-lapertura-del-mudec/

Said, mi racconti il Senegal?

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Said è un bel ragazzo di 22 anni ricoverato nel mio stesso reparto che, dopo aver letto la bozza degli articoli dedicati a Manuel (clicca qui e qui per leggerli), ha deciso di farsi intervistare sul suo paese d’origine, il Senegal.

– Grazie, Said! Allora, cosa mi vuoi raccontare? – domando con un ampio sorriso d’incoraggiamento.

Said resta in silenzio, il suo sguardo si abbassa, serra le labbra carnose e i suoi occhi grandi diventano pensierosi, poi mi risponde un timido e cavernoso: – Non lo so

– Dai, su, non essere timido, puoi raccontarmi quello che vuoi!- lo incito

Potrei raccontarti la storia di Kirikù

– Solo se è diversa dal cartone animato – rispondo con gentile fermezza.

Bè, Kirikù è uscito da solo dal ventre di sua madre e, appena nato, sapeva già correre. – Niente da fare, non ci siamo proprio, siamo anni luce da una storia interessante per il mio blog.

– Said, scusami ma questa storia la conosco già… – Rispondo, mentre il mio amico sospira deluso e, dopo qualche secondo, ricomincia a raccontare.

Vedi, il Senegal è un paese molto diverso dal vostro. Da noi le persone sono sempre allegre e cordiali, voi invece siete sempre seri e vi arrabbiate per niente. In Senegal la gente si aiuta a vicenda e le famiglie non vivono separate… Non so come spiegarmi… Una coppia vive vicino ai cognati e ai cugini, insieme si aiutano; non come fate voi. Poi noi abbiamo un grande rispetto per gli anziani, non li trattiamo come voi. Qui in Italia, non appena uno diventa troppo vecchio, lo sbattete in un ospizio. Noi no, noi lo rispettiamo, non ci verrebbe mai in mente di fare una cosa del genere.

Mi sento un po’ offesa dalle sue parole: mi rendo conto che tutto ciò che ha detto è vero, però sono troppo schifosamente “politically correct” per parlare così sfacciatamente dei paesi altrui e le sue critiche mi hanno un pochino offesa. Istintivamente cerco una giustificazione storica alle mancanze di cui l’Italia è stata appena accusata: – Anche da noi era così prima, ai tempi dei miei nonni, quando l’Italia era un paese contadino… – mi zittisco immediatamente, ricordandomi che lo scopo di un’intervistatrice mettere a proprio agio l’intervistato restando imparziale. C’era mancato poco che gli sbrodolassi in faccia una lezione sulla graduale mutazione della famiglia italiana dal dopoguerra ad oggi, le drammatiche conseguenze dell’invecchiamento della popolazione in una società che rinnega la vecchiaia e la morte o le analogie tra le critiche che lui aveva appena rivolto all’Italia e ciò che i Meridionali rimproverano ai Settentrionali.

Vorrei non aver mai aperto bocca, ma ormai Said deve avere avvertito la mia irritazione perché ha bruscamente cambiato argomento: – In Senegal c’è un lago rosa. – Afferma solennemente.

– Ah sì? Ma che figata!!!

Sì, l’acqua è rosa. E tu puoi andare in barca, pescare e fare il bagno nel salatissimo Lago Rosa, il Lago Retba.

– Perché è rosa? –

In che senso?

Per quale motivo l’acqua è rosa? C’è qualche sostanza particolare nell’acqua? Oppure il fondale è costituito da materiale rosa? –

Non lo so… boh!

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Avevo appena ricevuto quel genere di risposta che avrebbe fatto venire il latte alle ginocchia di qualunque intervistatore. e si inizia a parlare di un argomento, poi devi trattarlo in maniera approfondita, non si può rispondere “Non lo so”! Questa volta però non dico nulla, cerco di mettere a mio agio l’intervistato con il più gentile dei sorrisi. Il sorrisone falso e ruffiano ha funzionato, infatti Said ricomincia a parlare!

Devi sapere che in Senegal non si può fare del male ai gatti perché ciascuno di loro è protetto da un angelo custode. Se si osa maltrattarne uno porta sfiga, un po’ come da voi per i gatti neri. Non so cosa siano questi esseri, puoi chiamarli angeli custodi o… spiriti. Anche gli uccelli sono protetti dagli spiriti, perciò fare loro del male porta sfortuna. In verità tutti gli animali hanno degli spiriti protettori, anche se non viene detto in modo esplicito.

Oh, finalmente del buon materiale su cui scrivere!

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– E poi? – domando incuriosita

E poi cosa?

– Come continua la storia?

Finisce così, è solo una credenza del Senegal. Cos’altro vuoi sapere?

– Raccontami quello che vuoi – chiedo spazientita, ormai ho perso ogni speranza di ottenere un racconto esauriente dal mio amico.

Per esempio?

– Raccontami una storia. Che ne so… Parlami di una festa popolare.

Beh, in Senegal non ci sono feste nazionali religiose perché nel mio paese convivono religioni differenti: oltre ai Musulmani ci sono i Cristiani Copti… Io sono Musulmano e una festa che mi piace molto è la grande preghiera collettiva che si svolge al termine del Ramadam.

– Chissà che festeggiamenti …

No, è una grande preghiera, preghiamo tutti insieme. E basta.

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Immagine tratta da http://www.atlantic.com

Mi rendo conto che Said è un uomo di poche parole: enuncia i fatti in maniera sintetica e precisa, senza perdere troppo tempo nelle descrizioni dettagliate e particolareggiate che invece servirebbero a me. E’ impossibile ottenere da lui i dati necessari per scrivere un articolo scorrevole e non soltanto perché Said non sa raccontare, ma anche perché mi ritiene troppo italiana per comprendere il suo paese E come si fa a raccontare il Senegal ad un’italianotta che non c’è mai stata? Come sradicarla dalla malinconica corsia d’ospedale in cui si trova e farle assaporare i suoni e i colori dell’Africa? Said non ha nulla di cui parlarmi, eppure sembra deciso a proseguire l’intervista, infatti mi rivela:

Quando eravamo piccoli giocavamo a far rotolare in avanti dei cerchi di ferro, sospingendoli con dei bastoni. Era un gioco molto divertente, ma anche molto difficile: per non far cadere il cerchio era necessario colpirlo solo dal basso e in maniera non troppo forte. Dovevamo inoltre cercare un terreno senza sassi e ben spianato, altrimenti le pietre ostacolano la sua corsa.

– Ma dai?! Ci giocavano anche i nostri nonni!

Già. Ci giocano un po’ dappertutto.

Serro le labbra per non iniziare uno dei miei soliti monologhi da sapputella su I giochi dei fanciulli di Brugel o sull’Antica Grecia e continuo ad ascoltare.

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E poi ci sono i Serign. I Serign sono degli eruditi studiosi di religione musulmana che sostengono di avere il dono della veggenza e mettono le loro capacità al servizio della popolazione. Il Serign ti offre una bottiglia d’acqua in cui ha pregato e che devi usare per lavarti, in modo tale da purificarti dal male; dopo aver pregato, devi bere tre sorsi d’acqua da una seconda bottiglia. Solitamente ci si rivolge ai Serign per purificarsi dal male, dal malocchio o dalle malattie, oppure per richiedere una pozione magica.
Ci sono un sacco di incantesimi per curare le malattie… Uno di questi, utilizzato da un popolo che non è il mio, prevede di strofinare alcune piante su un sasso per poi applicarle sulle ferite.
Infine ci sono gli Imam, che riescono a far rinvenire i matti pregando mentre pongono le mani sulla loro nuca. L’Imam è una sorta di sacerdote, ma a differenza dei vostri preti si può
sposare. In città l’Imam è più che altro uno studioso del Corano, perciò le sue preghiere sono più potenti di quelle delle persone comuni. Alcuni Imam studiano anche il francese.

– Ecco Said, questa si che è una storia!

Sì, è interessante. Adesso però sono stanco, vado a dormire, buonanotte!

Mi ritrovo così tutta sola nella corsia dell’ospedale semideserta con il quadernetto ancora aperto sulla pagina che avevo riservato a Said, con tante tracce interessanti e nessuna vera storia da raccontare.

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Immagini tratte da weheartit.it