L’aborto come femminicidio?

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo

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Lunedì 14 maggio in via Salaria a Roma troneggia un manifesto in bianco e nero che raffigura il pancione di una donna incinta. “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo” è lo slogan, poco più in basso compare l’hastag #stopaborto. E’ il secondo manifesto su tali tematiche in poco più di un mese, ma questo episodio è particolarmente significativo non solo perché il cartellone è stato affisso a pochi giorni dalla Marcia per la vita promossa a Roma dai movimenti pro-life, a una settimana dal quarantesimo anniversario della legge 194 e in vista del referendum irlandese sull’aborto, ma anche perché il testo accosta due elementi inconciliabili come il crimine del femminicidio e la libertà della donna di abortire.

Il manifesto è stato affisso seguendo il regolamento, ma svariate autorità romane e italiane, perplesse per l’improbabile argomentazione e desiderose di difendere le libertà individuali, si stanno movimentando per rimuoverlo. Noi dello Sbuffo abbiamo deciso di analizzare il contenuto del messaggio, ideato dall’associazione spagnola pro-life Citizen Go che, sulla propria pagina di Facebook, tenta di difendersi sostenendo di aver voluto diffondere uno slogan “forte” e “provocatorio”.

Una possibile interpretazione è che si commette un femminicidio ogni volta che si abortisce un feto femmina. Siccome il femminicidio non è la generica uccisione di una donna, ma l’uccisione di una donna in quanto tale, l’aborto di un embrione o un feto XX non può essere considerato un femminicidio perché, se l’interruzione della gravidanza avviene entro i termini consentiti dalla legge, la donna non può sapere se aspetta un bimbo o una bimba quando rinuncia al nascituro.

Nel mondo si verificano numerosi casi di aborti illegali di bambine indesiderate, in quanto i genitori preferirebbero un figlio maschio. Potrebbe essere plausibile che l’associazione si schieri contro questo fenomeno, ma Citizen Go spiega che la chiave interpretativa è ben diversa.

Citizen Go sostiene di non riferirsi nemmeno ai casi in cui la gravidanza o l’aborto sono causa di omicidio volontario o preterintenzionale, oppure di una morte per complicanze medico-sanitarie. L’associazione annovera infatti tra i femminicidi le donne “uccise nella loro intimità psichica e fisica”, dunque il termine comprenderebbe, secondo dati scientifici di ambigua natura, anche coloro che hanno subito traumi post-abortivi. L’associazione non spiega quali siano nello specifico tali traumi.

Analizzando i dati sulle morti per aborto riportate da www.wired.it, è evidente come Citizen Go si contraddica. Ogni anno globalmente muoiono settanta mila donne per aborto e cinque milioni sviluppano disabilità temporanee o permanenti. Si tratta per lo più di aborti clandestini, debellati in Italia dalla legge 194. Attualmente in Italia le morti per aborto sono meno della metà di quelle dovute all’uso di antibiotici e i decessi vengono riportati dai media come casi eclatanti, dunque Citizen Go starebbe combattendo per abolire una legge che ha sconfitto le cause di quelli che chiama femminicidi. I veri femminicidi invece sono una piaga dell’Occidente e del mondo intero, ma l’associazione pro-life non se ne occupa.

Restano da scagionare i traumi psichici. Un aborto non è mai una scelta facile per una donna, ma spesso è inevitabile: la prosecuzione della gravidanza in favore dei diritti di chi non è ancora una persona sarebbe un male per colei che sarebbe costretta a portarlo in grembo contro la sua volontà da una società patriarcale, che la tratta alla stregua di un “forno di gestazione”. E’ indiscusso che le donne che subiscono un aborto procurato soffrono fisicamente e psichicamente, ma è necessario stabilire il grado di tale sofferenza. Una rapida ricerca online propone numerosi siti contro l’aborto che dipingono uno scenario apocalittico: dopo l’aborto sono previsti per le donne ricoveri in reparti psichiatrici, dipendenza da stupefacenti o alcool, autolesionismo, traumi e immani sofferenze. Abbiamo scritto a Obiezione respinta per ricevere opinione differente, ci è stato detto che si tratta di un argomento molto spinoso perché la sindrome post-aborto è un fatto di cui strumentalmente parlano i pro-life per screditare la pratica dell’aborto, trattando l’argomento in maniera generica e strumentale, senza reali dati o articoli competenti. Noi non abbiamo le competenze per giudicare i dati, è certo che numerose testimonianze sostengono di aver vissuto un lutto per la perdita del bambino, senza soffrire le indicibili pene descritte dai pro-life.

E’ un dato di fatto che la storia del diritto all’aborto è strettamente collegata al femminismo, pertanto anche coloro che non si definiscono femministi dovrebbero essere grati al movimento per avere la possibilità di interrompere una gravidanza indesiderata. Abbiamo letto l’intervista della Libreria delle donne alla prof.ssa Luisa Muraro per scoprire la posizione delle femministe al riguardo, in Luisa Muraro: l’aborto non è un diritto. Prima della legge 194 le femministe si riunivano per discutere sull’aborto, un tema conosciuto da tutte in quanto molte avevano abortito o avevano conosciuto persone che si erano sottoposte a tale operazione. Allora si praticava l’aborto clandestino, gli anticoncezionali erano già a disposizione, ma erano invasivi e non di uso comune. Il parere delle femministe non era unanime, infatti per alcune l’aborto era una liberazione, per altre una colpa di cui si erano pentite. Si esigeva però che gli uomini “smettessero di mettere incinte le donne per poi proibire l’aborto”. Le femministe discutevano per accordarsi sulla posizione da assumere, i radicali organizzavano ogni giorno una manifestazione perché “Una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì”. L’aborto tuttavia non sarebbe un diritto poiché tale termine avrebbe una valenza positiva: l’aborto è infatti un “rifiuto, un ripiego, una necessità […] se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini”. La professoressa concorda che nella nostra società ha tuttavia vinto la posizione secondo cui l’aborto sarebbe un diritto, le stesse delibere dell’Onu lo definiscono tale. Per quanto riguarda la legge 194, la professoressa afferma che si tratta di un compromesso raggiunto da democristiani e comunisti per eliminare l’aborto clandestino e evitare che tale pratica diventasse un anticoncezionale. La maternità tuttavia non sarebbe stata tutelata, ma tale tematica non viene approfondita dall’intervista.

Valentina Greco su Internazionale (In Italia abortire è ancora un diritto a metà) ci racconta invece la storia della 194. Gigliola Pierobon si era sottoposta ad un aborto nel 1967 a diciassette anni su un tavolo da cucina, senza anestesia. Il lungo ago che le era stato infilato nella vagina le aveva provocato un’infezione, che la ragazza aveva curato in solitudine. Erano ancora in vigore le leggi del codice penale fascista del 1930 raccolte nel codice Rocco, che considerava l’aborto reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. La pena era severa: da uno a cinque anni di prigione per auto procurato aborto, da due a cinque anni per chi subiva l’operazione e coloro che la praticavano. Era prevista una riduzione della pena

“se il fatto è commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto”. Gigliola Pierobon iniziò a frequentare gruppi femministi e discusse del processo penale cui era sottoposta con le compagne. Nel 1973 le femministe trasformarono il suo problema personale in un fatto pubblico, scendendo in piazza per manifestare per lei: il tribunale venne invaso, molte si autodenunciarono. Il 22 maggio 1978 venne emanata la legge 194. I ventidue articoli erano una legge sulla salvaguardia della maternità e l’aborto veniva trattato solo in un secondo momento, pertanto molte femministe si sentirono truffate.

La storica prosegue con un’analisi della situazione attuale, effettuata sui periodici monitoraggi sul tema dell’aborto che lo stato è obbligato ad effettuare per legge. I dati risalgono al 2015, ma possiamo ancora considerarli significativi. La relazione afferma: “La riduzione dei tassi di abortività osservato 

recentemente anche tra le donne immigrate sembra indicare che tutti gli sforzi fatti in questi anni, specie dai consultori familiari, per aiutare a prevenire le gravidanze indesiderate e il ricorso all’ivg stiano dando i loro frutti anche nella popolazione immigrata”. Secondo la Greco però li sforzi dello stato circa l’educazione sessuale e la promozione dei metodi contraccettivi sarebbero però minimi. Gli aborti clandestini sono ancora praticati e costituiscono un fenomeno in crescita: oggi gli aghi e i tavoli da cucina sono stati sostituiti da farmaci acquistabili online. Valentina Greco cita ancora: “Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di ivg effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 ed è leggermente diminuita la percentuale di ivg effettuate oltre tre settimane di attesa, persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra regioni”. L’autrice però avverte che sedici donne su cento devono attendere più di tre settimane per subire l’operazione dal rilascio del certificato medico; tenendo presente che una donna ha novanta giorni di tempo per abortire, il dato è preoccupante. Secondo il monitoraggio il numero di obiettori di coscienza non ostacolerebbe le donne che intendono abortire, ma la realtà è ben diversa: il tasso di obiezione è del 69,6% per i ginecologi, 47,5% per gli anestesisti, 45% per i medici. La legge 194 è resa inapplicabile in alcune regioni dal tasso di obiezione; è il caso del Molise, dove la percentuale tocca il 90%. Si tratta di un successo per i cattolici e i movimenti pro-life, ma di una sconfitta in chi crede nella libertà delle donne.

In sintesi l’aborto è una possibile scelta, dolorosa ma legittima, per la donna, ma non sempre in Italia è garantito nella realtà dei fatti. Per quanto riguarda il resto del mondo Occidentale, in alcuni stati d’Europa, come l’Irlanda, e in alcuni stati statunitensi tale opportunità non è scontata, perciò la lotta delle femministe (ma non solo!) non è ancora terminata.

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Cristina D’Avena, paladina dei Millennials

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Una voce candida e innocente ma spensierata e frizzante, dolce come quella di un bambino ma con l’esperienza di un adulto. Cristina D’Avena è conosciuta in tutta Italia per le sigle dei cartoni animati in onda da quarant’anni su Italia Uno, i Millennials sono cresciuti ascoltando la sua voce e, nonostante l’età, cantano a memoria le sue canzoni con entusiasmo e nostalgia.

Come tutti sanno, le sigle sono importanti tanto quanto l’anime, di cui costituiscono una sorta di trailer in quanto riassumono la trama dell’anime e propongono una serie di scene tratte dalle puntate. La struttura della sigla è elementare e la complessità del testo è a prova di bambino, nonostante ciò i ritornelli sono dei veri e propri tormentoni che restano impressi nella memoria e identificano il cartone animato. La sua voce si presta perfettamente sia ai cartoni animati più romantici come Piccoli problemi di cuore, sia a quelli più avventurosi come Batman, Holly & Benji, All’Arrembaggio (pessima traduzione italiana di One Piece), Lady Oscar.

La carriera di Cristina D’Avena (6 luglio 1964) inizia prima che la cantante possa avere piena consapevolezza del proprio successo: a tre anni e mezzo esordisce allo Zecchino d’Oro con Il valzer del moscerino, aggiudicandosi il terzo posto. Canterà nel Piccolo Coro dell’Antoniano sino al 1976 e, quando sarà troppo cresciuta per farne parte, vi accompagnerà la sorella Clarissa per altri cinque anni.

Inizierà poi a scrivere canzoni per la TV. Tra le prime ricordiamo Canzone dei Puffi del 1982, che vinse un Disco d’Oro, ma anche il Disco di Platino Kiss me Licia del 1985. Dal 1983 al 2000 ha partecipato alla trasmissione Bim Bum Bam, in cui tutti i Millennials la ricordano nel ruolo di guest star. La cantante ha partecipato inoltre a numerose trasmissioni per adulti.

Cristina d’Avena non ha mai fatto dell’aspetto fisico il suo cavallo di battaglia, nonostante ciò è una bella donna. 160 cm per 50 kg, è un’elegante e minuta mora formosa. La cantante è saggiamente riuscita a sottrarre la propria vita privata al mondo dei gossip, infatti si sa pochissimo sul suo conto. Convive con un uomo che dovrebbe chiamarsi Massimo e non ha figli. Ha scelto di non diventare mamma perché ha sempre dato la precedenza al lavoro, rimandando un’eventuale gravidanza sino a quando non è stato più possibile In un’intervista Cristina ha provato a spiegare come mai non si è sposata, ma è stata molto vaga: per una serie di ragioni, tra cui una crisi, hanno continuato a posticipare, ma l’artista non ha accantonato del tutto l’idea di indossare l’abito bianco.

Le canzoni di Cristina d’Avena sono diventate così popolari da attirare l’attenzione del Gem Boy, che ha realizzato delle parodie delle sigle come la celeberrima Orgia Cartoon. Il gruppo demenziale e la dolce cantante hanno deciso di realizzare delle collaborazioni, come per esempio delle tournee insieme. Un paio d’anni fa hanno fatto sold out all’Alcatraz di Milano, incantando una moltitudine di bambini troppo cresciuti con le sigle della loro infanzia e la relativa parodia. Noi dello Sbuffo abbiamo partecipato all’evento e ne siamo stati entusiasti. Cristina sa dunque prendersi in giro e fare il verso a se stessa, conscia che gli adulti hanno bisogno di attribuire significati ulteriori all’innocenza delle sue canzoni, per esempio aggiungendo la tematica sessuale agli argomenti della sigla originale, oppure sottolineando alcune assurdità del cartone.

 

I preservativi. Ordinarie storie di una cassiera.

Bastano 1500 battute per fare ridere? E’ la prima volta che mi cimento in un testo comico e non saprei giudicare il risultato, perciò vi prego di scrivere nei commenti cosa ne pensate. Buona lettura.

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A noi cassiere non importa nulla se comprate dei preservativi. Battiamo i prodotti talmente velocemente da ignorare ciò comprate, spesso non distinguiamo una confezione di profilattici da una crema antiverruche. Eppure voi clienti vi vergognate mentre comprate tali articoli, fareste meno scenate se vi stessimo vendendo della droga.

I maschi ostentano indifferenza: mani in tasca, passo ciondolante, sguardo serio. Giocherellano con le chiavi nervosamente e si rammaricano di non possedere una borsetta come le signore, così nascondono l’acquisto in un sacchetto. Le signore sono più furbe, infatti mimetizzano i preservativi in uno spesone da duecento euro, così i figlioletti non si accorgono del singolare prodotto acquistato dalla mamma, oppure lo scambiano per un medicinale, non sapendo nemmeno che cosa siano gli strani palloncini prodotti dalla Durex.

Le più imbarazzate sono le coppiette che si presentano in cassa per comprare solo i preservativi, in occasione di un’imminente scopata. Timidi e rossi in viso, si tengono per mano come se noi fossimo chiamate a giudicare i loro coiti.

I migliori sono i fidanzati di qualche cassiera:

–          Amore, posso venire in cassa da te? Così non mi vergogno …

Le ragazze pazientemente spiegano che non si possono servire i parenti e che nessuno giudica i clienti per i loro acquisti. Che vadano pure in un centro commerciale lontano se si vergognano tanto.

Siamo talmente abituate a battere preservativi che ormai non ci scandalizziamo più. Mettetevi in coda, pagate e fate l’amore.

Dieci euro in centesimi. Ordinarie storie di una cassiera.

Ci sono persone che risparmiano diligentemente ogni centesimo per pagarsi una cena. Oggi racconterò la loro storia. Bastano 1500 battute per raccontare un’emozione? Sperò di sì, perché queste persone mi hanno colpito nel profondo.

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Una cassiera è tenuta ad accettare qualsiasi forma di pagamento, purché sia valida. Ciò significa che se un cliente desidera pagare dieci euro in centesimi, la malcapitata non può tirarsi indietro. Alcune persone sono così povere da accumulare i ramini per pagarsi la cena, spesso costituita da latte e biscotti qualora se la passino particolarmente male, cosce di pollo e birra se hanno qualche spicciolo in più (lavorando in cassa ho scoperto che gli africani adorano il pollo).

Dopo avermi fatto battere i prodotti, i clienti svuotano sacchettini di plastica colmi di monetine sul bancone, che devo contare una per una. Non riesco a provare pietà per la povertà, perché contare tutti quegli spiccioli è un’attività faticosa, soprattutto a fine giornata. Le cassiere solitamente sono felici di ricevere moneta, ma in questi casi non abbiamo abbastanza spazio nel cassetto, così il cliente viene accolto con una silenziosa imprecazione. Una volta ho dovuto chiedere ad una collega di suddividere il denaro in pacchetti da un euro in una cassa vuota dietro la mia, mentre io mi occupavo dei clienti.

Certe volte la cifra offerta dai clienti è leggermente inferiore al totale, non so se si tratta di una loro svista o se il poveretto sta tentando di risparmiare qualche centesimo. Non posso regalare nulla perché non si tratta di soldi miei, così chiedo inflessibile al cliente il denaro mancante. Mi sento una stronza, ma ho bisogno di lavorare e non posso fare sconti a nessuno.

Le mogli dei giocatori. Ordinarie storie di una cassiera.

Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione? Speriamo che lo scritto di oggi vi trasmetta sensazioni positive, perché vi voglio parlare di un episodio allegro, che contrasti la tristezza di quanto vi ho raccontato le volte precedenti.

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Anche le cassiere hanno dei momenti di gloria. Può capitare infatti che un cliente offra loro un cioccolatino, oppure che si presenti in cassa un vip. L’anno scorso ho servito le compagne e i figli di alcuni famosi giocatori di basket di serie A e l’evento mi ha rallegrato la giornata.

Erano allegre, belle e simpatiche, discorrevano in un americanaccio fitto di cui non comprendevo una parola. Non erano più ragazzine ma vestivano in stile hip hop, così sembravano più delle ballerine di Beyonce che delle madri di famiglia. Avevano comprato un sacco di cose inutili: un giochino per il cane (una di loro era entusiasta perché gingilli simili non se ne trovavano in America), merendine e regali per i figli. Anche i bambini erano vestiti alla moda ed erano bellissimi con i capelli afro acconciati in treccine sottili.

Una delle donne si rivolse a me in inglese, ma non capii una parola. Avete presente quando si guarda un telefilm americano in lingua originale? E’ molto più difficile, perché l’accento marcato rendeva incomprensibile quello che la ragazza stava dicendo.

Pagarono in dollari ed io ero emozionata perché non avevo mai visto una banconota degli USA; avevo l’impressione di maneggiare i soldi del Monopoli. Il denaro americano è enorme, ho dovuto piegare la banconota per inserirla nella cassa. Digitai l’importo in dollari sul computer della cassa e la macchina calcolò in automatico il resto in euro. Consegnai il denaro e lo scontrino alle clienti e mi dedicai felice al cliente successivo.

Dalla parte di chi ruba nei supermercati. Ordinarie storie di una cassiera.

Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione? Probabilmente sì, perché la nuova rubrica “Ordinarie storie di una cassiera” mi sta appassionando molto, così ho deciso di raccontare tutte le avventure che mi capitano al lavoro.  Il prossimo tema riguarda un problema sociale molto importante, spero che questo articolo vi faccia riflettere.

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In ogni supermercato si trova una prigione, anche se nessuno usa questa parola. Nel mio centro commerciale si chiama infermeria, si trova nello spazio riservato ai dipendenti e ci passo davanti ogni volta che vado in bagno. Solitamente è vuota e silenziosa, ma certe volte si sentono le urla delle guardie che sgridano i ladri colti in flagrante. I ladri si riconoscono subito perché sono poveri: i loro vestiti sono logori, i capelli spettinati, i corpi magri e i volti scavati. Una volta è stato fermato anche un ragazzino benestante che voleva rubare dei preservativi, ma si trattava di un’eccezione. I ladri sono quasi tutti italiani, contrariamente da quanto dicono i telegiornali, e sono soprattutto anziani o di mezza età. Tentano di rubare pan bauletto, frutta e biscotti, ma le guardie li sorprendono subito perché non è difficile individuare chi ha fame. Le guardie in borghese conoscono chi ruba e li inseguono non appena questi varcano le porte scorrevoli; i ladri non vengono denunciati perché per il centro commerciale sarebbe solo una perdita di tempo, la guardia semplicemente chiede i documenti per memorizzare l’identità del colpevole, che rimprovera e rispedisce a casa a pancia vuota.

Non esistono buoni o cattivi: la guardia fa il suo lavoro per guadagnarsi il pane, i poveracci rubano per mangiare, il centro commerciale deve incassare per pagare la guardia e le cassiere come me. L’importante è avere del cibo in tavola a fine giornata. 

Attacchi di panico. Ordinarie storie di una cassiera.

Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione? Oggi voglio raccontarvi un’esperienza che mi è capitata mentre lavoravo come cassiera e mi ha colpito per la crudeltà delle persone.

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Per una cassiera i clienti sono solo numeri, nessuna dipendente presta attenzione a ciò che accade alle persone in coda. Mi ero accorta che una signora stava sgridando un gruppo di adolescenti perché non la facevano passare ma, siccome non erano fatti miei, continuavo a battere diligentemente i codici a barre.

Quando fu il turno della signora, i nostri occhi si incontrarono. La donna aveva gli occhi lucidi e il volto imperlato di sudore, le tremavano le mani, i capelli erano spettinati e la voce era roca e cavernosa.

–          Signora, sta bene? Vuole sedersi un attimo?

–          No, grazie, dico solo che quei ragazzi avrebbero potuto lasciarmi passare. Sto male… ho un attacco di panico… è morto mio marito da poco… – Gridò mentre mi porgeva tremando il denaro per pagare la spesa.

Insistetti affinché si sedesse e mi consentisse di chiamare aiuto, ma la signora se ne andò, dandomi dell’incompetente per non averla aiutata.

I clienti successivi non ebbero nessuna pietà:

– I ragazzi non erano tenuti a lasciarla passare. La signora è stata maleducata.

– Se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale.

– Se una persona sta male deve segnalarlo, non aggredire chi la circonda.

Mi indignai. – Durante un attacco di panico si fatica a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. I ragazzi non hanno fatto nulla di male, ma la signora merita comprensione.

Una cliente rise sprezzante.

– Ripeto, se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale.