Il sessismo ad Hollywook

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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E’ difficile parlare di sessismo sul grande schermo, Internet abbonda di pareri contrastanti e così numerosi che è difficile trarre delle conclusioni, ma indubbiamente Hollywood discrimina le donne.

Nell’ormai lontano 1985 la fumettista Allison Bechdel realizzò una tavola per denunciare il sessismo nel cinema, creando il celeberrimo Bechdel Test. Per misurare la presenza e l’importanza delle donne nei film, bisogna porsi tre semplici domande. Ci sono almeno due donne con ruoli importanti nel film? Le due donne parlano tra loro? Conversano su qualcosa che non riguardi un uomo? Se si può rispondere affermativamente a tutte e tre le domande, allora il film non è sessista. Molte delle pellicole più amate nella storia del cinema non superano il test, tra queste citiamo Harry Potter, Star Wars, Pulp Fiction; il principale film ad aver passato l’esame negli anni Ottanta è Alien, ma ultimamente sono comparsi anche dei grandi successi come The Hunger Games, The Iron Lady, Frozen e Savages.

Non tutti ritengono che il test sia valido, per esempio il critico cinematografico svedese Hynek Pallas lo giudica inutile e fazioso: “Ci sono fin troppi film che passano il Bechdel Test e non aiutano affatto la società ad essere migliore o più paritaria e altrettanti film che non lo passano ma sono meravigliosi su tanti altri fronti”. E come classificare le opere come Gravity? La trama prevede che un uomo e una donna nuotino soli nello spazio, non è possibile sottoporre il film al test. Infine i film storici, in cui la donna tenderà a ricoprire un ruolo subalterno perché nell’epoca dei fatti sarebbe stata effettivamente discriminata, non supererebbero l’esame.

Un altro criterio per giudicare l’importanza delle donne al cinema è misurare il numero di battute riservate ai personaggi appartenenti a tale genere. La Disney ha avuto un andamento altalenante: Biancaneve prevede un perfetto equilibrio di battute tra i due sessi, ma in Aladin, capolavoro più recente, la bella Jasmin pronuncia solo il 10 percento delle battute; con Brave si è verificato un recupero perché la protagonista ha il 75 percento delle battute. Forse tale criterio non è affidabile.

Secondo un altro metro, si dovrebbero prendere in considerazione le tipologie di complimenti che i personaggi femminili ricevono. Per quanto riguarda la Disney, i primi lungometraggi prevedevano apprezzamenti solo sull’aspetto fisico per le fanciulle, durante il Rinascimento Disney invece sono aumentate le critiche positive sulle capacità e le azioni delle principesse. Nelle ultime pellicole gli stereotipi femminili vengono ribaltati, pertanto le protagoniste sono apprezzate anche per qualità non tipicamente femminili. Sicuramente nel corso degli anni c’è stato un miglioramento da questo punto di vista.

Per quanto riguarda le aspettative di carriera per una donna nel mondo del cinema, Hollywood è sessista: dal 1960 al 2012, solo 4 film con una protagonista donna e prospettiva femminile hanno vinto l’Oscar, la prima regista a vincere il riconoscimento ha inoltre ritirato la statuetta nel 2009, mentre sino al 2012 le registe nominate all’ambito premio sono quattro. Andando al cinema, si incontreranno più film con protagonisti maschili e nel 2012 solo il 16% dei protagonisti sono donne tra tutti i lungometraggi realizzati. I film con protagonisti maschili non solo sono maggiori di numero, ma sono anche più celebrati dagli ascolti e dalla critica e presto scopriremo insieme il motivo. Ma proseguiamo con i numeri: nel 2012 i votanti all’Academy hanno 62 anni d’età media, sono per il 94% bianchi e uomini per il 77%; nello stesso anno il 98% dei film candidati all’Oscar sono stati diretti da uomini, l’84% sono stati scritti da uomini e il 70% hanno un maschio come protagonista. Purtroppo le donne non hanno problemi ad identificarsi in un protagonista maschio, mentre gli uomini farebbero fatica ad appassionarsi alle avventure di un’eroina, secondo una credenza diffusa: per questo motivo Hollywood, affezionato al pubblico maschile, predilige personaggi e artisti uomini.

Anche quando si parla di donne protagoniste, le fanciulle in questione sono sempre giovani, magre, attraenti e, soprattutto, bianche. Negli anni Novanta c’è stato un leggero aumento di donne protagoniste e soprattutto di attrici non caucasiche, ma la percentuale è scesa nel decennio successivo. Queste donne protagoniste sono le regine incontrastate dei film Chick-Flick, un termine denigratorio che indica tutte quelle pellicole rivolte ad un pubblico femminile che trattano temi molto romantici e zuccherosi. Fortunatamente, oggi giorno molte di tali opere sono diventate inguardabili e vengono considerate il trionfo degli stereotipi. Le eroine di tali film sono, per esempio, la manager autoritaria e esigente che ha consacrato la propria vita al successo, che eventualmente rinuncerà alla carriera per l’amore, oppure la sciatta che si trasforma in una prima donna affascinante e bellissima, ma fa innamorare il proprio uomo per le proprie qualità interiori.

Le storie d’amore sono commedie melense e banali: due persone che si odiano ma finiscono per amarsi, si frequentano per scommessa per poi trasformarsi in una coppia stabile, qualcuno che finge di essere diverso comprendendo solo dopo che il segreto del successo è essere se stessi, oppure lei muore, ma sacrificandosi cambia in meglio l’uomo che ama. Naturalmente non tutti i film del genere sono spazzatura: Harry ti ripresento Sally è un capolavoro, Thelma & Louise è addirittura un lungometraggio femminista; purtroppo la maggior parte di tali opere sono assolutamente stereotipate e prive di spessore. Il problema non è l’esistenza in sé di film appartenenti a tale categoria, purtroppo però le donne compaiono solamente in tale genere, come se a loro interessasse solo trovare l’amore.

Ci sarebbero poi le protagoniste degli action movie, da Kill Bill a Tomb Raider o Wonder Woman, ma si tratta di prodotti rivolti ad un pubblico maschile, perché la donna bellissima che interpreta tali ruoli è fortemente sessualizzata. Per quale motivo una donna sentirebbe il bisogno di indossare completini sexy in una situazione in cui ci si deve sporcare le mani come un combattimento?

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La pistola della cassiera. Ordinarie storie di una cassiera.

Questo articolo ha partecipato al concorso Coop for words ed è arrivato in finale.

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Il mestiere della cassiera è molto faticoso e quel bambino rendeva il mio lavoro impossibile: urlava a squarciagola indicando l’ovetto Kinder, mentre la madre appoggiava stressata la spesa sul rullo, tenendo in braccio la sorellina. Mi pulsava la testa e i dieci minuti di pausa erano un miraggio lontano, ma il mio piccolo cliente non aveva intenzione di lasciarmi lavorare tranquilla. Dovevo trovare una soluzione. “Ciao, tesoro, vuoi vedere la mia pistola?” Il piccolo abbandonò gli ovetti e mi guardò con sguardo interrogativo. “Eccola qua!” esclamai orgogliosa, esibendo la pistola con cui battevo i codici a barre. Il bambino allungò la manina per afferrarla, facendomi rabbrividire: non potevo certo offrire uno strumento elettronico a quel piccoletto. “Mi spiace, non posso dartela, mi serve per sconfiggere i cattivi” gli strizzai l’occhio “Però, se vuoi, ti faccio vedere come spara.” La piccola peste annuì impaziente, mentre continuavo a battere i prodotti perché il lavoro non poteva essere interrotto per giocare con un bambino. La madre osservava la scena divertita, scaricando esausta la spesa, mentre io chiedevo al piccolo di mostrarmi il braccio cicciottello. Azionai la pistola sul suo palmo, indicandogli la linea rossa del raggio infrarossi. Il bambino rise, il mio mal di testa ebbe tregua, la madre finì di scaricare la spesa senza rallentare la fila e il centro commerciale incassò il denaro. Tutti vissero felici e contenti e io passai al cliente successivo.

Atypical, una serie tv sull’autismo

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Atypical è una serie tv firmata Netflix, giunta alla seconda stagione, che racconta la storia di formazione di Sam, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, e le vicende che coinvolgono i suoi cari, le cui vite sono fortemente influenzate dalla malattia del protagonista. La serie è nata da un’idea di Robia Rashid ed è diretta da Seth Gordon.

Sam vorrebbe emanciparsi e avere una vita normale e una ragazza, ma incontra svariate difficoltà dovute alla sua malattia: la sua ossessiva passione per i pinguini e l’Antartide lo rendono un personaggio bizzarro, si agita negli spazi affollati e rumorosi al punto da dover indossare una cuffia antirumore nei corridoi a scuola, non riesce a leggere i significati impliciti nelle conversazioni ed è troppo sincero, ha problemi di ansia, pratica dei rituali e gesti ossessivi e, quando si agita, è affetto da tic nervosi. Nonostante ciò il ragazzo riuscirà ad avere successo nella vita, intenerendo il pubblico. Il teenager infatti ha ottimi voti a scuola, soprattutto in biologia, ha successo al lavoro, troverà una ragazza e manterrà degli ottimi rapporti con i suoi parenti e amici, emancipandosi dalla famiglia.

Casey è la sorella minore di Sam, ma siccome suo fratello è autistico è come se fosse la maggiore, infatti è molto protettiva e aiuta l’eroe della serie in molte situazioni. Non è facile avere un fratello con la sindrome di Asperger, ma Casey riuscirà a distinguersi nelle gare di atletica delle high school americane. La mamma dei due ragazzi, Elsa,  è una donna iperprotettiva e talvolta soffocante nei confronti di Sam. Elsa ha investito tutte le proprie energie nella famiglia di cui è la colonna portante, ma tale scelta di vita l’ha resa fortemente insoddisfatta; ne conseguirà che tradirà il marito con un barista. Il padre è la figura genitoriale che ha avuto maggiori difficoltà ad accettare la malattia di Sam perciò in passato ha commesso degli errori, ma si è riscattato. Zahid è il migliore amico e consigliere di Sam, i due ragazzi lavorano insieme presso un negozio di elettronica. Il giovane ha una personalità carismatica, sa persuadere Sam a seguire i propri consigli che spesso si rivelano molto utili, naturalmente quando Sam non li fraintende a causa della sua tendenza a seguire solo il significato letterale delle frasi e all’incapacità di adeguare i suggerimenti alle circostanze. Paige è la prima fidanzata di Sam, una biondina intelligente e sensibile ma spesso logorroica che affronterà una serie di difficoltà per entrare nel complicato mondo del suo ragazzo.

Il telefilm permette di conoscere alcune caratteristiche dell’autismo come i sintomi del disturbo, ma è stato fortemente criticato perché non rappresenta le reali condizioni di vita degli affetti da sindrome di Asperger, come i loro pensieri e le loro difficoltà quotidiane. Il web abbonda di pareri vaghi e discordanti, spesso provenienti da fonti non autorevoli. Sarebbe interessante leggere l’analisi di un esperto di disturbi dello spettro autistico per stabilire quanto Atypical sia realistico, purtroppo in rete non è disponibile nulla di tal genere.

Il telefilm è un’opera su una malattia, certo, ma gli spettatori possono immedesimarsi in Sam perché si tratta di un liceale con tutti i problemi tipici della sua età e non è poi così diverso dagli altri ragazzi. Il disturbo di Sam genera situazioni divertenti, ma la sua peculiarità non viene mai ridicolizzata, perché il pubblico è indotto a provare empatia per lui. La trama è attraversata da una comicità velata, che rende leggeri anche i momenti di maggiore tensione drammatica.

La voce narrante appartiene a Sam, che descrive il comportamento dei vari personaggi paragonandolo a quello degli animali antartici. Si tratta di una scelta particolarmente poetica, che rappresenta la difficoltà con cui l’eroe tenta di interpretare il mondo, nonostante la malattia gli imponga di considerare i suoi simili come degli animali strani e incomprensibili.

La Carmen di Bizet

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Può la sete di libertà, la vitalità e l’indipendenza portare alla morte e all’autodistruzione? Siamo agli inizi del XIX secolo a Siviglia e Carmen è la più sensuale delle gitane, ma per non rinunciare alla propria vita libera tra tarocchi e fughe con i contrabbandieri andrà incontro alla morte per mano di Don Josè, incapace di accettare la fine del loro amore.

L’autore è Georges Bizet e il libretto in francese è di Henri Meilhac e Ludovic Halévy. Carmen debutta sul palcoscenico il 3 marzo 1875 all’Opéra-Comique di Parigi e fu un fiasco perché il pubblico non era ancora maturo per apprezzare la scabrosità e l’eccessivo realismo dei temi trattati. Bizet morì tre mesi dopo a trentasei anni nella delusione, dopo aver composto quest’ultima opera considerata ingiustamente dissoluta e immorale. La Carmen è stata ben preso rivalutata e oggi è una delle rappresentazioni più messe in scena al mondo.

La vicenda è tratta da Carmen, novella di Prosper Mérimée. Sin dall’overture è evidente il tema di eros e thanatos, infatti l’opera inizia con l’inconfondibile tema travolgente ed energico, ma subito un’ombra di inquietudine s’insinua nella melodia: è il destino di morte che attende Carmen. Don Josè è un giovane brigadiere di servizio a Siviglia, fidanzato con la dolce Micaela, sua sorella adottiva. La sua esistenza retta e rispettosa delle regole viene sconvolta dall’incontro con Carmen, una zingara che considera l’amore come un “uccello ribelle, che nessuno potrà mai addomesticare”. Da subito la gitana si presenta come una donna libera e sensuale, una femme fatale sprezzante di ogni autorità che seduce il brigadiere cantando l’habanera, una delle arie più celebri dell’opera lirica. Georges Bizet compose tale aria ispirandosi all’habanera El Arreglito, di moda nei cabaret dell’epoca. Il compositore pensava che si trattasse di musica popolare, solo successivamente apprese che era un brano composto pochi anni prima da Sebastiàn Iradier. Bizet risolse la questione aggiungendo una nota allo spartito.

Dapprima Don Josè non degna la gitana di uno sguardo, poi però si innamora perdutamente di lei. Carmen vorrebbe che Don Josè diventi contrabbandiere per vivere una vita priva di regole e libera: inizialmente il soldato rifiuta tale stile di vita, ma finisce per cedere. Un giorno Micaela avvisa Don Josè che la madre è morta, così il contrabbandiere è costretto a seguirla abbandonando Carmen. Entra in scena il torero Escamillo sulle note del coro Toreador, si innamora di Carmen e la invita ad assistere alla corrida di Siviglia. Fuori dall’edificio dove si svolge la feroce battaglia tra l’uomo e il toro, Don Josè, ormai in rovina per colpa della gitana, incontra Carmen. La donna ha perso ogni interesse per lui, eppure decide di incontrarlo nonostante le carte abbiano preannunciato la sua morte. Don Josè invita la zingara a iniziare una nuova vita insieme in un altro paese, ma Carmen rifiuta. Il soldato, cieco di gelosia e consapevole di aver perso ogni cosa, la uccide con una pugnalata. La scena della morte è carica di pathos perché le note della tragedia sanguinosa si alternano a quelle trionfanti e festose della corrida che si sta svolgendo all’interno dell’edificio presso cui si trovano i protagonisti.

La Spagna è accuratamente ricreata attraverso la presenza dei gitani, la corrida e i toreri, le montagne dei contrabbandieri, la città di Siviglia e i nomi dei personaggi; l’ambientazione latina e la passionalità del popolo spagnolo sono perfetti come scenario per la trama. L’opera appartiene al verismo, infatti i personaggi in scena appartengono prevalentemente al popolo e compaiono elementi molto crudi per l’epoca come il contrabbando, l’illegalità, l’omicidio, il libertinaggio femminile. Non esistono inoltre personaggi completamente positivi o negativi perché la loro psicologia è complessa e articolata: come considerare per esempio Carmen, una perfida seduttrice o un’eroina tragica che lotta per la propria libertà? Carmen non è solo una bella e seducente zingara, ma è soprattutto un personaggio femminile forte e anticonformista, pertanto è estremamente attuale. Il suo gesto estremo di sfidare Don Josè andando incontro alla morte per restare fedele ai propri principi hanno indotto i critici a paragonarla a Don Giovanni, che preferisce sprofondare all’inferno piuttosto che pentirsi dei propri peccati. Il fascino della gitana deriva più dal suo spirito indipendente che dalla leziosità femminile.

Lo spettacolo fu allestito attraverso svariate difficoltà e la direzione artistica insisteva per concludere lo spettacolo con un lieto fine, ma Bizet insistette per un epilogo tragico. E’ magistrale e verrà certamente ricordata nel tempo l’interpretazione di Maria Callas.

Giulia Bossi e Maria Giovanna Piano raccontano Grazia Deledda

Questo articolo è stato pubblicato da Lo Sbuffo

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Sabato 8 settembre la Libreria delle Donne, storico luogo di ritrovo femminista milanese, ha organizzato come evento di apertura della stagione una serata dedicata a Grazia Deledda, scrittrice sarda celebre per essere stata la prima donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1926, estromessa per decenni dal canone ma piacevolmente riscoperta negli ultimi anni.

La conferenza è stata aperta dalla dott.ssa Giulia Bossi, giovane docente di Lettere laureata con una tesi  su Elsa Morante e una profonda passione per le autrici del Novecento, nonchè redattrice de Lo Sbuffo. L’insegnante si è accorta che le autrici donne della letteratura italiana erano presenti nel manuale dei suoi ragazzi segregate in un capitoletto intitolato La sensibilità femminile, inoltre lo spazio a loro dedicato era notevolmente inferiore rispetto a quello riservato ai colleghi uomini. Sembrerebbe dunque che nel Novecento italiano non siano esistite scrittrici donne. Giulia Bossi ha scelto di spiegare alla classe Grazia Deledda, fornendo lei stessa il materiale ai suoi studenti. La giovane donna ha raccontato la propria esperienza alla platea con toni appassionati, trasmettendo il proprio trasporto per la professione di insegnante e le materie umanistiche.

La docente prosegue con la biografia di Grazia Deledda. L’autrice, osteggiata persino dai lettori sardi, studiò sino alla quarta elementare, poi proseguì gli studi come autodidatta anche grazie al padre, giurista amante della poesia. A quindici anni scrisse i primi romanzi d’appendice e subì l’influenza di autori russi come Dostoevskij e Tolstoj. I primi romanzi riguardarono la denuncia sociale, poi lo stile della Deledda assunse le caratteristiche che l’hanno resa popolare. L’autrice raccontò di una forza degli avi radicata nelle coscienze, di un tabù religioso nelle terre di Sardegna, di un forte senso di colpa dovuto al peccato. La Deledda non si abbandonò mai all’introspezione psicoanalitica, preferì invece affidare alla descrizione del paesaggio il compito di raccontare la psiche dei personaggi; infine troviamo una commistione tra riti mitici e Cristianesimo. Il Meriodione atemporale e ancestrale di Elsa Morante è stato indubbiamente influenzato dal premio Nobel sardo.

Pirandello, che la Deledda privò del Nobel, era fortemente geloso dell’autrice, infatti sosteneva che avesse una mente da uomo e nel 1905 descrisse nel romanzo Suo marito il rapporto d’amore catastrofico tra due personaggi che rappresenterebbero la Deledda e il suo consorte e agente letterario Palmiro. In verità la coppia si amava profondamente, mentre Pirandello e la moglie affetta da problemi mentali avevano un rapporto fondato sulla gelosia.

Giulia Bossi dialoga con Maria Giovanna Piano, una filosofa e insegnante sarda curatrice dell’Ifold (Istituto Formazione Lavoro Donne) di Cagliari, nel settore studi e ricerche. La filosofa presenta il proprio libro Onora la madre, relativo all’autorità femminile nei romanzi della Deledda, in vendita presso la Libreria delle donne. Nonostante Giulia Bossi abbia notato l’assenza della Deledda tra gli autori studiati a scuola, la Piano afferma che il canone sia stato fatto dalla Deledda. L’autrice avrebbe inoltre “sardinizzato” l’Italia mentre i connazionali di altre regioni italianizzavano la Sardegna. La trama dei romanzi farebbe scontare ai personaggi la sola colpa di essere vivi. Grande tema dell’opera è il matriarcato mistico: agli uomini spetta l’agire pratico, mentre le donne, anche se apparentemente si “agitano” di meno, sono il vero fulcro dell’azione narrativa.

L’educazione religiosa nei bambini

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso il giornale online Lo Sbuffo.

Se cercate informazioni in rete sull’educazione religiosa resterete delusi, perché la Chiesa raramente diffonde informazioni tecniche sull’argomento: al più troverete titoli di manuali di argomento religioso difficili da reperire, ma sono pochi gli articoli divulgativi al riguardo. Abbondano invece i testi scritti nel sermo humilis con cui il clero si rivolge ai fedeli, in cui si invitano i genitori e le istituzioni ad insegnare ai bambini i basilari valori della Chiesa, l’amore e l’amicizia, oltre naturalmente la fede in Dio. Si tratta di raccomandazioni generiche e lapalissiane. Un argomento di grande interesse è invece il dibattito sull’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole. La rete, come la popolazione italiana, è suddivisa in favorevoli e contrari, in ragazzi che partecipano alle lezioni e altri che abbandono l’aula, con o senza l’appoggio delle famiglie.

Per conoscere il punto di vista della Chiesa, analizzeremo un articolo pubblicato il 9 gennaio 2017 da Orsola Vetri su Famiglia Cristiana: Ora di religione, cinque buoni motivi per non perderla. L’articolo insiste sul fatto che le lezioni non tratterebbero solo la religione cattolica, ma anche cultura e orientamento, necessari a fedeli e non credenti per comprendere il senso della vita. Si lamenta poi la scarsa frequentazione dei ragazzi dell’ora di religione, che viene considerata un momento formativo e di riflessione.

Vengono poi citate le parole del Cardinal Angelo Bagnasco, pronunciate durante la Giornata di sensibilizzazione alla scelta dell’ora di religione: l’insegnamento viene presentato come un elisir contro la fragilità e lo smarrimento interiore, un espediente per imparare a “fare sintesi” e per rendere il giovane non un’enciclopedia, ma una persona matura; anche per il suo valore culturale, l’ora di religione è un momento di chiarificazione e equilibrio, utile per comprendere il tempo e la società che abitiamo e per dialogare con tutti.

Angelo Bertolone, professore di religione e autore di un blog che tratta dell’argomento, afferma che la sua materia affronta la ricerca del senso della vita e elenca cinque motivi per cui i ragazzi non dovrebbero abbandonare le sue lezioni. Innanzi tutto difende il diritto dell’ora di religione di essere una materia scolastica citando la legislazione: “La  Repubblica  Italiana,  riconoscendo  il  valore  della  cultura  religiosa  e  tenendo  conto  che  i  principi  del  cattolicesimo  fanno  parte  del  patrimonio  storico  del  popolo  italiano,  continuerà  ad  assicurare,  nel  quadro  delle  finalità  della  scuola,  l’insegnamento  della  religione  cattolica  nelle  scuole  pubbliche  non  universitarie  di  ogni  ordine  e  grado”. Forse per ragioni di sintesi, non si sofferma sulla storia dell’ora di religione, sullo stimolo ricevuto sotto il fascismo.

Il secondo motivo riprende il tema del dialogo menzionato dal Cardinale, in quanto sostiene che per essere aperti al confronto con tutti è bene conoscere le tradizioni, la religione e la cultura in cui l’Italia affonda le proprie radici; per tale ragione l’IRC non si occupa solo del Cattolicesimo, ma di tutte le religioni, stringendo anche collaborazioni con le comunità religiose non cristiane del territorio italiano. Il decalogo non specifica però che gli insegnanti di religione non sono approvati dalle guide spirituali di tali religioni ma dalla diocesi, pertanto il punto di vista con cui ci si approccia alle realtà non cristiane è sempre cattolico.

Come terzo punto viene sottolineata la preparazione e la competenza degli insegnanti, che seguono corsi di aggiornamento presso università accreditate dal MIUR  e i corsi del Servizio IRC della diocesi. Insegnanti e professori sono competenti non solo nel campo dell’istruzione, ma anche dell’educazione. L’intervento della Chiesa in un compito pubblico come l’istruzione viene dunque presentato come una garanzia di qualità.

La penultima ragione riguarda il fatto che, durante l’ora di religione, si trattano le domande esistenziali, aiutando i giovani ad affrontare più serenamente i momenti di crescita, ad avere uno scopo della vita, a comprendere che l’esistenza è un cammino di ricerca e ad apprezzare lo studio, la cultura e soprattutto la vita. L’autore riconosce dunque implicitamente che l’ora di religione cattolica educa ad essere religiosi e a credere nei valori del Cristianesimo.

Il quinto e ultimo punto apprezza il fatto che l’IRC è l’unica materia che si può scegliere (un’affermazione valida soltanto per gli studenti più giovani), inoltre si ribadisce che non è necessario essere credenti per frequentare le lezioni.

Come controparte abbiamo deciso di analizzare quanto ha affermato l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), che sul suo sito ha dedicato un’intera pagina all’IRC. L’associazione analizza ogni aspetto tecnico dell’ora di religione riportando dati e statistiche e, naturalmente, inserendo la propria opinione in brevi ma incisivi commenti.

L’associazione tratta brevemente la storia dell’IRC, precisando che nella Italia postunitaria gli studenti seguivano l’ora di religione solo durante le scuole elementari, mentre nel 1923 il primo governo fascista lo rese obbligatorio e nel 1929 l’IRC fu esteso alle scuole medie e superiori.

Un protocollo addizionale del concordato afferma che “l’IRC […] è impartito in conformità della dottrina della Chiesa”, pertanto l’UAAR ritiene che l’ora di religione serva alla Chiesa per educare secondo la il Cattolicesimo, cosa che dovrebbe fare solo nelle parrocchie. Durante la lezione possono essere illustrate anche altre religioni, ma secondo un punto di vista cattolico e ciò è estremamente riduttivo.

Come prescrive il Codice di diritto canonico: «L’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica». Con ciò si sostiene che lo stato non ha il controllo di tale insegnamento, a prova di tale mancanza si cita il fatto che Berlinguer, in un’intervista a Famiglia Cristiana, ha affermato di non sapere cosa si insegni durante le lezioni.

L’articolo tratta inoltre le possibili opzioni per uno studente che non vuole avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica: partecipare ad attività didattiche e formative, studiare altre materie, uscire dalla scuola. Quest’ultima opzione non è praticabile per le famiglie che non possono curare i bambini durante le ore di lezione, inoltre la Chiesa si è opposta a collocare la materia a inizio o fine lezioni, una soluzione che potrebbe agevolare gli studenti che non vogliono recarsi a scuola durante l’ora di religione e dunque favorirebbe l’abbandono dell’IRC.

Apprendiamo inoltre che lo studio dell’IRC o dell’ora alternativa offrono un credito scolastico, utile nel punteggio di ammissione all’esame di stato delle scuole superiori. Per tale ragione hanno fatto ricorso la chiesa valdese e le chiese evangeliche, ma hanno fallito perché i ricorrenti “non hanno notificato le controparti”, impresa impossibile dato che si tratterebbe di tutti gli studenti che frequentano l’ora di religione.

Il numero degli studenti che si avvalgono dell’IRC diminuisce proporzionalmente all’aumento della loro età, in coincidenza con la possibilità di scegliere autonomamente se partecipare, dunque è evidente quanto sia influente il condizionamento famigliare. Le regioni centro-settentrionali sono le più laiche, mentre al sud frequentano quasi tutti. In una metropoli come Milano il numero dei partecipanti precipita e quasi duecento classi sono del tutto prive di IRC.

L’articolo evidenzia il fatto che gli insegnanti sono scelti dalla curia e che lo Stato che paga il loro stipendio non ha alcun controllo su di loro; tutto ciò è in contraddizione con la laicità dello Stato. Ogni dodici mesi gli insegnanti devono chiedere il nulla osta alla diocesi, che può anche revocare il permesso di esercitare per motivi come una “condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa”. Una professoressa in stato di gravidanza non approvata dalla diocesi è stata licenziata, la donna ha tentato di riottenere il posto per vie legali, ma invano. Non è dato sapere il costo dell’IRC per lo stato perché i siti ministeriali non ne fanno cenno. L’articolo azzarda un calcolo approssimativo di tale spesa, si tenga presente che, quando in una classe un solo studente si avvale dell’insegnamento della religione Cattolica, gli viene assegnato un insegnante per sé anziché inserirlo in un’altra classe, così lo spreco è notevole. La Chiesa si è opposta alla riduzione di tale spesa, lamentando una riduzione occupazionale.

Per concludere, Famiglia Cristiana difende soprattutto la qualità dei contenuti dell’ora di religione, che sarebbero poi le caratteristiche del Cattolicesimo, invece l’UAAR espone con criterio il funzionamento dell’IRC e ne critica molteplici aspetti, non propone apertamente una soluzione ma implicitamente non solo dissuade i ragazzi dal partecipare alle lezioni, ma consiglia anche di abolire l’insegnamento stesso. E’ un dato di fatto che i ragazzi, non appena sono abbastanza grandi da scegliere autonomamente se partecipare alle lezioni, abbandonano i banchi per dedicarsi ad un’ora di studio o, più comunemente, divertirsi fuori dall’istituto.

Dieci euro in centesimi. Ordinarie storie di una cassiera.

Ci sono persone che risparmiano diligentemente ogni centesimo per pagarsi una cena. Oggi racconterò la loro storia. Bastano 1500 battute per raccontare un’emozione? Sperò di sì, perché queste persone mi hanno colpito nel profondo.

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Una cassiera è tenuta ad accettare qualsiasi forma di pagamento, purché sia valida. Ciò significa che se un cliente desidera pagare dieci euro in centesimi, la malcapitata non può tirarsi indietro. Alcune persone sono così povere da accumulare i ramini per pagarsi la cena, spesso costituita da latte e biscotti qualora se la passino particolarmente male, cosce di pollo e birra se hanno qualche spicciolo in più (lavorando in cassa ho scoperto che gli africani adorano il pollo).

Dopo avermi fatto battere i prodotti, i clienti svuotano sacchettini di plastica colmi di monetine sul bancone, che devo contare una per una. Non riesco a provare pietà per la povertà, perché contare tutti quegli spiccioli è un’attività faticosa, soprattutto a fine giornata. Le cassiere solitamente sono felici di ricevere moneta, ma in questi casi non abbiamo abbastanza spazio nel cassetto, così il cliente viene accolto con una silenziosa imprecazione. Una volta ho dovuto chiedere ad una collega di suddividere il denaro in pacchetti da un euro in una cassa vuota dietro la mia, mentre io mi occupavo dei clienti.

Certe volte la cifra offerta dai clienti è leggermente inferiore al totale, non so se si tratta di una loro svista o se il poveretto sta tentando di risparmiare qualche centesimo. Non posso regalare nulla perché non si tratta di soldi miei, così chiedo inflessibile al cliente il denaro mancante. Mi sento una stronza, ma ho bisogno di lavorare e non posso fare sconti a nessuno.