Intervista con Francesco Guccini, Intervista al Maestrone all’Arcimboldi di Milano

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

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Venerdì 24 febbraio il teatro Arcimboldi di Milano ha ospitato Incontro con Francesco Guccini con la partecipazione dei Musici, il gruppo che accompagnava la voce del Maestrone durante i suoi concerti. Guccini ha ormai cessato di cantare del 2013 ma, fortunatamente per i suoi fan, non ha ancora perso la voglia di scrivere libri e di rilasciare interviste, come quella che si è tenuta a Milano. L’intervista è stata condotta da Bertoncelli, critico musicale e giornalista aspramente contestato nella storica canzone Avvelenata.

Dall’ultima tournée, Guccini si presenta più invecchiato soprattutto nei movimenti, ma non ha abbandonato il pullover rosso che spesso indossa in pubblico. La platea ha accolto il Maestrone con un’ovazione e Guccini ha risposto con l’umiltà che lo caratterizza e un’arguta battuta di spirito. Ha saputo raccontare il proprio passato con una grande abilità oratoria e una straordinaria simpatia, infatti ha divertito il pubblico con non poche esilaranti battute. La qualità dei contenuti non è però stata all’altezza dell’abilità del narratore, infatti gli appassionati di Guccini e coloro che avevano dimestichezza con le sue interviste e biografie non hanno scoperto nulla di nuovo sul cantautore. Altra pecca dell’incontro è stato l’impianto stereo del teatro, infatti coloro che sedevano sui palchi facevano fatica a sentire la voce del Maestrone.

Bertoncelli è rimasto nell’ombra per la maggior parte dell’intervista, restando in silenzio dopo aver posto le proprie sintetiche domande al maestrone. Al termine dell’intervista, il giornalista e il cantautore hanno assicurato di hanno essere amici nonostante l’aspro riferimento a Bertoncelli nell’Avvelenata. Quest’ultimo ha persino ottenuto una certa popolarità grazie a tale episodio.

 

L’intervista è durata un’ora, dopo la quale Guccini si è congedato per lasciare spazio alla musica. I Musici sono composti da cinque componenti: chitarra, basso, batteria, sassofono, tastiera. Tra tutti ricordiamo alla chitarra Juan Carlos Biondini, noto a tutti come Flaco, grande amico del Maestrone. I Musici hanno accompagnato Guccini per gran parte della sua carriera, il loro supporto è stato fondamentale per lui. Ancora oggi, sebbene Guccini abbia smesso di cantare, il complesso porta la musica del cantautore in giro per l’Italia affinché sia ancora possibile gustare le sue note in un live.

Ascoltare i brani di Guccini cantati da un’altra voce trasmette una certa malinconia, eppure il concerto è stato interessante e coinvolgente, soprattutto per gli a soli di sassofono. Il Maestrone era solito aprire i propri concerti con Canzone per un’amica e concluderli con La locomotiva, ma i Musici hanno preferito infrangere la tradizione e seguire un altro ordine. La locomotiva ha ricevuto uno strepitoso applauso dopo il verso “la fiaccola dell’anarchia” per l’evidente riferimento politico, inoltre il pubblico ha manifestato più volte la propria approvazione nel corso dell’intero concerto, ma l’esibizione non ha riscosso l’entusiasmo dei concerti di Guccini di un tempo: dopotutto mancava lui, il grande protagonista. Chissà se Guccini ha seguito il concerto dietro le quinte o se, considerata l’età, se n’era andato a dormire.

L’incontro di Milano, che è riuscito a riempire la platea come molte altre interviste di Guccini, non è stato il primo e non sarà l’ultimo evento di questo genere, infatti Guccini vi aspetta a Sanremo, presso il Teatro Ariston, venerdì 28 aprile e a Cesena, presso il Carisport, sabato 13 maggio. Si spera che il pubblico continui ad essere numeroso, si tratta delle ultime opportunità di incontrare il Maestrone dal vivo prima che il peso degli anni si faccia troppo pesante. Una cosa è certa: Guccini non è più giovane e arzillo, pertanto le sue uscite in pubblico trasmettono solo tanta malinconia.

 

Fonti:

http://www.ticketone.it/

http://teatroarcimboldi.it/event.php?id=592

http://www.francescoguccini.net/i-musici-di-francesco

 

 

The Game (Il Gioco)

 

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Se avete deciso di leggere questo articolo ormai è troppo tardi, siete destinati a partecipare al Gioco sino alla fine dei vostri giorni. In verità state giocando dall’epoca del vostro primo vagito, solo che non lo sapevate. Forse vi state chiedendo cosa sia il Gioco. Sarete subito accontentati, in modo tale da contribuire anche voi alla diffusione di quello che è stato definito un virus mentale.

 

Le origine del Gioco sono ignote, ma è certo che era già presente in Inghilterra vent’anni fa, nel lontano 1996. The Game, chiamato in italiano Il Gioco, è un passatempo per nerd incalliti (come me, come voi, come tutti i lettori di questo blog) il cui scopo è evitare di ricordarsi del gioco stesso. E’ molto più difficile di quanto possa sembrare in quanto, più si cerca di dimenticarsi di qualcosa, più tale concetto si imprime nella nostra mente. WIkipedia, per spiegare il concetto, ha scelto di tirarsela citando Dostoevskij: “cerca di non pensare ad un orso bianco e questo continuerà a venirti in mente”.

 

Il Gioco funziona in modo molto semplice:

 

·         L’intera umanità sta partecipando al gioco;

 

·         Non tutti sono consapevoli di stare giocando (si tratta di coloro che non sono venuti a conoscenza dell’esistenza del Gioco);

 

·         Se si pensa al Gioco, si perde;

 

·         Non è possibile vincere al Gioco, al massimo si può evitare di perdere non pensando ad esso;

 

·         Se si perde, bisogna informare di tale avvenimento un’altra persona, che perderà a sua volta. Per fare ciò è sufficiente affermare di avere perso, oppure di aver appena fatto perdere il vostro interlocutore. In questo modo, anche il vostro compagno perderà; 

 

·         Dopo aver perso, un giocatore può pensare al Gioco senza perdere nella mezz’ora successiva, in quanto non è possibile smettere di pensare volutamente a qualcosa, si può solo attendere che il flusso dei pensieri si allontani spontaneamente da quell’argomento;

 

·         Lo scopo è informare l’intera umanità dell’esistenza del Gioco.

 

Esistono altre varianti del gioco che personalmente non conosco. Secondo la nostra cara WIkipedia, il gioco finirà quando il primo ministro britannico annuncerà pubblicamente “The Game is up”, che significa “Il Gioco è finito”. Una petizione mondiale ha tentato di convincere i politici a porre fine ad un gioco che è stato definito un virus mentale, ma invano. E’ stata realizzata una seconda petizione per far entrare Il Gioco nella legge inglese, obbligando l’intero stato a rispettarne le regole, ma è stata rifiutata in quanto “umoristica e di nessuna rilevanza per le attività statali”.

 

Ora che sapete anche voi in che cosa consiste Il Gioco, andate nel mondo e diffondete il verbo. Prima di leggere questo articolo non avevate alcuna possibilità di perdere in quanto non eravate a conoscenza dell’esistenza del Gioco, ma da questo momento siete destinati a perdere, di tanto in tanto, quanto vi ricorderete di questo articolo e dell’esistenza del Gioco.

 

A proposito, AVETE PERSO!

 

La regina della notte

Mi chiamo Astrifiammante, sono la regina della notte

Ho sconfitto infinite stelle che brillavano meno di me

E combatterò fino alla morte per essere la prima, per risplendere sola tra le stelle

Eppure mi inchino al sole tutte le mattine

Getto la spada per  strappargli un sorriso e un bacio

Sarastro è il migliore

Siamo così diversi che possiamo regnare assieme

Se ogni tanto cerco di ucciderlo

E’ solo perché l’amore è un controsenso

Io voglio brillare nella notte

Ma le stelle non si vedono di giorno, quando sorge il sole

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Il 1816, l’anno senza estate

In seguito all’eruzione dello stratovulcano Tambora dell’isola indonesiana di Sumbawa, si verificarono delle singolari condizioni climatiche che ebbero numerose conseguenze, alcune terribili e altre straordinarie, nel 1815 e soprattutto nel 1816. Il 1816 conobbe delle condizioni climatiche tali da essere ricordato come l’”anno senza estate” o, nei paesi anglofoni, come l’Eighteen hundred and froze to death (1800 e si moriva di freddo). Secondo lo storico John D. Post si trattò de “l’ultima grande crisi di sopravvivenza nel mondo occidentale”.

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Prima di trattare le curiosità storiche è necessario occuparsi della geografia dei luoghi, più precisamente del piccolo paradiso terrestre dell’isola di Sumbawa, appartenente all’arcipelago delle Piccole Isole della Sonda. Il terreno arido dell’isola è stato fortunatamente risparmiato dal turismo di massa ed è invece una delle mete preferite da chi ama i viaggi avventurosi a contatto con la natura e popoli lontani oppure il soggiorno in spiagge paradisiache, perfette per il surf. L’isola ha ospitato diverse celebrities in fuga dalla civiltà, come la principessa Diana e Mick Jagger.

L’Isola di Sumbawa è tanto affascinante quanto temibile, infatti sorge sulla Cintura di Fuoco dell’Oceano Pacifico, nota per i più sconvolgenti movimenti tellurici e i più pericolosi vulcani del mondo. Sull’isola si trova il vulcano Tambora che è amatissimo dagli scalatori (la cima è raggiungibile attraverso due giorni di trekking), ma purtroppo è anche il secondo vulcano al mondo per indice di esplosività VEI, stimata a 7 (su una scala di 8). La sua più raccapricciante esplosione è stata proprio quella del 1815, le cui scorie hanno sconvolto il clima dell’anno successivo provocando climi freddi e carestie in tutto il mondo.

Per ricostruire da un punto di vista scientifico ciò che accadde durante quel terribile periodo mi sono avvalsa di fonti discordanti tra loro. La catastrofe iniziò il 5 aprile e durò sino al 15, ì primi segnali di attività vulcanica si manifestarono intorno al tramonto dell’11 aprile, quando avvenne l’esplosione più imponente sotto forma di violentissimi tuoni che allarmarono le truppe britanniche, le quali si erano da poco stanziate sull’isola scacciando gli olandesi. I boati cessarono dopo non molto, ma il 19 si verificarono esplosioni più intense e emissioni di nubi piroclastiche che oscurarono il cielo per giorni e crearono cumuli di polveri nei villaggi e sulla superficie del mare, si pensi che le navi avrebbero incontrato isolotti di pomice galleggiante per i successivi quattro anni. I fenomeni vulcanici durarono tre mesi e provocarono una diminuzione della quota dell’imponente vulcano di 1300 m (oggi il Tambora misura 3800 m). Vennero emessi 140 kmq di magma e una colonna di ceneri di 40 km. Si trattò di una delle più imponenti eruzione vulcaniche dell’ultima Era Glaciale.

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L’eruzione vulcanica provocò la morte di 90 000 persone e venne sterminato un popolo indonesiano, di cui dal 2004 gli archeologi stanno riportando alla luce i resti. E’ stato ritrovato un villaggio sviluppato, con pianta regolare e edifici allineati. Sono stati inoltre rinvenuti scheletri in posizione di fuga, simili ai calchi di gesso dei deceduti a Pompei, in quanto l’eruzione sorprese gli abitanti mentre erano intenti nelle loro occupazioni quotidiane. Su alcune salme sono stati ritrovati ornamenti reali come gioielli di bronzo e alcuni caratteristici pugnali reali, utilizzati sia come armi sia come strumenti cerimoniali. Secondo alcune leggende incise sui pugnali stessi, tali strumenti sarebbero stati forgiati con materiali celesti, proveniente da meteoriti. La religione diffusa presso questo popolo era animista e proveniva da un passato remoto.

L’esorbitante quantità di ceneri emesse, sommandosi a quelle prodotte negli anni precedenti dai vulcani Soufrière e Mayon, impedivano parzialmente alla luce solare di attraversare l’atmosfera e riscaldare adeguatamente la superficie terrestre. La sfortuna volle che proprio in quel periodo si verificò il minimo di Dalton, durante il quale il sole emanò poca energia, ed era ancora in corso la piccola era glaciale, un periodo di raffreddamento del clima terrestre in corso dal Medioevo e terminato nel 1850. Tutto ciò provocò nell’anno successivo, il 1816, un’estate particolarmente fredda, con raccolti catastrofici e terribili carestie in tutto il luogo.

Le zone più colpite dalle anomalie climatiche furono quelle dell’America del nordest, nelle province canadesi del Maritimes e del Terranova. A maggio il ghiaccio devastò i raccolti, a giugno nel Canada e nel New England si verificarono tempeste di neve che uccisero molte persone e a luglio e agosto i fiumi e i laghi della Pennsylvania ghiacciarono. Il prezzo dei cereali subì un notevole aumento e l’economia ne risentì, i contadini patirono la miseria e molti capi di bestiame morirono. Tutto ciò ebbe però un effetto inaspettato: fu incentivata la conquista del West e l’ampliamento degli stanziamenti nel Midwest.

Per quanto riguarda l’estate europea, si verificarono tempeste, piogge anomale, inondazioni dei maggiori fiumi (come il reno) e presenza di ghiaccio. In Ungheria cadde neve sporca, mentre in Italia avvennero precipitazioni di neve rossa, probabilmente dovuta alla cenere presente nell’atmosfera. Nemmeno l’Europa fu risparmiata dalla carestia, infatti in Francia e in Inghilterra ci furono rivolte per il cibo e i magazzini vennero saccheggiati. La Svizzera dichiarò lo stato di emergenza nazionale.

Alcune ipotesi sostengono che il freddo del 1816 provocò la prima pandemia di colera della storia. I test medici rivelano infatti che prima dell’”anno senza estate” il colera era circoscritto alla zona di pellegrinaggio sul Gange, la carestia invece diffuse la malattia in modo lento ma costante anche nel Bengala, in Afghanistan e nel Nepal, fino al Mar Caspio, per poi trasferirsi nel mar Baltico e nel Medio Oriente

Il catastrofico clima del 1815 e del 1816 ebbe un impatto non solo sull’economia, ma anche sugli eventi storici a partire dalle campagne di Napoleone, che tra il 17 e il 18 giugno 1815 venne sconfitto a Waterloo a causa di una pioggia incessante. L’artiglieria del condottiero, l’arma decisiva del suo esercito, non fu in grado di fermare le forze avversarie in seguito all’inagibilità del terreno e fu esclusa dal campo di battaglia.

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L’eruzione del vulcano ebbe conseguenze anche in ambito letterario, fortunatamente positive: costretti al chiuso in una villa sul lago di Ginevra in seguito al clima ostile dell’estate 1816, P.B Shelley, la futura moglie Mary Godwin, Lord Byron e il suo segretario Polidori ebbero l’idea di trascorrere il tempo scrivendo racconti gotici. P.B.Shelley e Byron rinunciarono, ma Polidori scrisse Il vampiro e Mary Shelley, nonostante un inizio difficoltoso, concepì un abbozzo di Frankenstein. L’idea venne concepita grazie ad un sogno circa la nascita della creatura; il romanzo, scritto successivamente, venne poi pubblicato nel 1831 e fu il capolavoro della scrittrice.

Il clima catastrofico ebbe come conseguenza positiva anche lo stimolo dell’ingegno umano, più precisamente del tedesco Karl Drais. L’inventore ideò la bicicletta con lo scopo di sostituire i cavalli che, in seguito alla carestia, venivano lasciati morire di fame. La prima “carrozza senza cavalli” venne presentata al Congresso di Vienna nel 1815 e fu progettata in seguito al maltempo provocato dalle eruzioni vulcaniche del 1812. SI trattava di  un veicolo a quattro ruote pilotabile mediante una scomoda manovella ubicata nella parte posteriore e proprio per questo non riscosse particolare successo.
Durante l’anno senza estate, Drais decise di fare un secondo tentativo e realizzò una rudimentale bicicletta a due ruote con un sellino e un manubrio montato nella parte anteriore; il veicolo venne brevettato con il nome di Laufmaschine (macchina da corsa) il 17 febbraio 1818.
Drais non aveva pensato di aggiungere pedali, freno e trasmissione a catena, ma tali e altri accorgimenti sarebbero stati gradualmente aggiunti nel corso degli anni, sino alla creazione della moderna bicicletta.

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Le ceneri e i gas presenti nell’atmosfera crearono degli spettacolari effetti cromatici durante il tramonto, che ispirarono all’artista J. M. W. Turner dei magnifici dipinti che, oltre ad essere delle preziose opere d’arte, sono le sole testimonianze a nostra disposizione dei mutamenti del colore del cielo in questo periodo storico. L’eruzione del vulcano provocò dei meravigliosi tramonti aranciati nei tre anni successivi; sarebbe meraviglioso avere delle fotografie al riguardo.

 

Fonti:

Libri da colorare (per adulti)

In diversi paesi d’Europa, come la Francia e il Regno Unito, stanno conquistando il mercato dell’editoria dei nuovi prodotti molto particolari, si tratta dei libri da colorare per adulti! Gli psicologi hanno scoperto che l’attività di colorare ha delle straordinarie proprietà rilassanti, inoltre consentirebbe di sviluppare la creatività anche a coloro che non sono portati per il disegno.

I libri da colorare sono diventati dei veri best seller in Europa, ma sono appena sbarcati in Italia ed è ancora troppo presto per sapere se saranno apprezzati anche dagli italiani. In libreria per il momento sono disponibili solo gli album della collana Art therapy dell’editore francese Hachette, ma online sono disponibili anche i volumi venduti negli altri paesi. Poco importa se un italiano non capisce nulla di quello che c’è scritto, l’importante è che ci siano tante fantasiose immagini da colorare.
Nel Regno Unito, Mel Simone Elliot ha creato Colour Me Good, che contiene disegni di celebrità famose; in Spagna invece esiste una collana creata dall’illustratore Antonio Fraguas, chiamata Coloréitor.
Una rapida ricerca su Internet consente inoltre di scaricare e stampare numerose immagini, i siti di immagini da colorare per adulti stanno infatti diventando sempre più numerosi. Questo sito, per esempio, contiene delle bellissime illustrazioni: http://www.dacolorare.com/per-adulti .

Abbiamo deciso di acquistare uno dei pochi album da colorare per adulti disponibili in libreria per sperimentare questa nuova moda e avere un’opinione personale al riguardo. La collana di Art Therapy offre libri sui temi più svariati: Giardini in fiore, Giappone, Art Déco & Liberty, Maya e Atzechi, Buddhismo, e Celtico, oltre ad album di temi vari già parzialmente colorati. Noi abbiamo scelto, per la modesta cifra di 9,90 €, il libro di arte celtica e, muniti di pennarelli, abbiamo iniziato a colorare, un’attività che, come predetto dagli psicologi, si è rivelata molto rilassante perché aiuta a “disconnettere” il cervello da ogni preoccupazione dedicandosi ad un’attività futile.

Gli album da colorare per adulti sono molto diversi da quelli per bambini. Innanzi tutto sono innovativi i soggetti: i motivi geometrici, gli intricati disegni floreali, le tavole a tematica storico-artistica o gli sfondi fantasia sono i temi dei disegni rivolti agli adulti, molto diversi dai pupazzi sorridenti prediletti dai più piccini. L’album che abbiamo acquistato presenta inoltre una prefazione scritta da Gael Hily, del Centro di ricerca bretone e celtica dell’Università di Rennes, in cui si specifica che le illustrazioni del libro si ispirano al Libro di Kells, un evangeliario del IX secolo con illustrazioni celtiche.
Le illustrazioni per i grandi sono molto più complicate di quelle per i bambini, così un adulto è spronato a ragionare per creare degli accostamenti cromatici gradevoli. Le tavole sono inoltre caratterizzate da un certo horror vacui, infatti il foglio è interamente cosparso di piccoli e fitti disegnini che occupano l’intero spazio a disposizione, così per colorare l’intera figura è spesso richiesta una massiccia  dose di pazienza.

Nella speranza che presto arrivino in Italia nuovi album da colorare, ci auguriamo che questo nuovo e interessante passatempo possa diffondersi anche nella nostra nazione.

Il riccio libro

portaposta_riccio_di_carta-71977Immagine tratta da it.artesanum.com

La mia bibliotecaria mi ha consigliato un simpatico passatempo: il riccio libro, un origami realizzato riciclando libri o riviste ormai inutilizzabili. Il riccio può essere un simpatico soprammobile, un’idea divertente per divertire i vostri bambini o un originale porta e bigliettini. Se volete realizzare il vostro riccio personale non vi resta che seguire le istruzioni che trovate in questo post e raccontarmi com’è andata in un commento.
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MATERIALE NECESSARIO:

  • Un libro o una vecchia rivista. Le pagine colorate di una rivista illustrata permettono di ottenere un riccio più allegro e variopinto (come nell’immagine qui sopra) ma un libro, specie se di carta rigida, si trasformerà in un riccio molto più resistente ed elegante. Vi prego soltanto di utilizzare dei libri inutilizzabili come un manuale di diritto o di informatica troppo datato, la guida di un elettrodomestico che avete abbandonato in discarica o l’agenda che utilizzavate in un anno ormai concluso. Io ho utilizzato un romanzo della storica collana Le ragazzine che la mia biblioteca aveva destinato al macero perciò non mi sento in colpa per aver sacrificato un romanzo, ma guai a voi se vi azzardate a rovinare un libro che potrebbe essere letto da altre persone!
  • Tre bottoni o qualunque altro oggetto che possa essere trasformato negli occhi o nella boccuccia del vostro riccio.
  • Colla.
  •  Decorazioni varie: fiocchetti, cappellini, baffetti, treccioline, ciuffetti di capelli, nastrini… sbizzarrite la vostra fantasia per attribuire al riccio una personalità!
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COME PROCEDERE:

  • Riccio piramidale o a forma di prisma?

Se la piramide aggrada maggiormente il vostro senso estetico, potete seguire le istruzioni di questo simpatico tutorial, realizzato da una bella bionda dalle unghie laccate e appassionata de Il favoloso mondo di Amélie:

Se preferite invece un riccio dalla forma più allungata, vi consiglio di cliccare su questo link, che vi condurrà ad un sito di lavoretti per bambini (e per ragazze infantili come me):

http://www.cosepercrescere.it/porcospino-portacarte/

Se non siete interessati a conferire al culetto del vostro riccio una forma definita, quest’altro video-tutorial fa al caso vostro:

Se infine siete dei tipi originali e volete creare un riccio unico nel suo genere, vi consiglio di dare un’occhiata a questo video dalla gradevole musichetta zen, che vi mostrerà quasi tutto ciò che è possibile fare con un libro:

  • Gli occhi e la bocca

Due bottoni più piccoli serviranno per gli occhietti, uno più grande ed eventualmente di forma e colore diversi sarà invece la boccuccia del vostro riccio. Vi consiglio di utilizzare Attack o Vinavil e di tenere premuti i bottoncini contro la carta finché la colla non sarà seccata. E’ assolutamente bandito lo scotch perché si stacca facilmente.

Se i bottoni vi sembrano troppo banali per il vostro riccio, potete utilizzare gli occhietti adesivi del Brico, tappi di bottiglia… fate quello che volete, ragazzi, poi mi racconterete cosa avete combinato.

  • Le decorazioni

Potete appiccicare sulla testolina del riccio un fiocco colorato per trasformarlo in una femminuccia, aggiungere dei capelli con un po’ di lana (effetto afro assicurato!) o dei baffi a manubrio di cartone per un riccio alla moda. I fiocchi per i pacchi regalo possono conferire al vostro riccio un tocco natalizio, una barchetta di carta può trasformarsi in un originale cappellino e due cerchietti di carta, magari la stessa del libro che state utilizzando, si potrebbero trasformare nelle orecchie dell’animaletto che avete appena creato.

Resta valido naturalmente il consiglio di utilizzare la colla liquida anziché lo scotch!

  • Il riccio è terminato!

Il mio riccio è stato molto banalmente decorato con un enorme fiocco di seta a righe bianche e verdi. Gli occhi e la bocca sono dei bottoni neri circolari e le pagine di cartoncino del libro che ho utilizzato rendono il mio riccio particolarmente resistente.

Volete vederlo? Eccolo qui:

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THE DARK SIDE OF BARBIE: gravidanze, burqa, ventri deformi e ideologie naziste (versione corretta)

Fatta eccezione per qualche pacifista contrario ai videogiochi violenti, i giocattoli da maschio non hanno mai destato scandalo, invece è in corso da decenni un dibattito sui balocchi in cellulosa più amati dalle bambine, le bambole. Che siano troppo frivole, bionde e esteticamente ineguagliabili come la Barbie, volgari e sessualmente provocanti come le Bratz o caratterizzate da atteggiamenti adolescenziali che poco hanno a che fare con l’infanzia come le Winx, le fashion dolls sono costantemente analizzate e commentate dai genitori, preoccupati dall’influenza che possano avere sulle loro pargolette.

Siccome le vacanziere delizie del mese d’agosto mi hanno lasciato a secco di idee per il blog, ho deciso di accantonare le tematiche umanistiche in favore di un simpatico articolo da leggere sotto l’ombrellone: The dark side of Barbie, perché la biondina più famosa d’America nasconde non pochi scheletri nell’armadio.

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Le origini naziste di Barbie

La giovane Ruth Handler, nel corso di una vacanza in Svizzera con il marito Elliot e i figli, si imbatté in una bambolina di nome Bild Lilli, prodotta dal 1955 da un’industria tedesca che si era arricchita vendendo soldatini sotto il nazismo. Lilli era alta, bionda e aveva gli occhi azzurri… vi ricorda qualche altra bambolina? Non tutti sanno però che Lilli si ispirava al modello di bellezza tedesca (capelli biondi, occhi azzurri) che, nonostante la caduta di Hitler, era ancora largamente diffuso in Germania. Ruth tuttavia era origini ebree ed era certamente inconsapevole dell’ideologia dell’industria tedesca: la donna era semplicemente rimasta folgorata dall’esposizione in una vetrina di sei bamboline identiche che indossavano una tenuta da sci diversa dall’altra e decise di realizzare un prodotto simile in America seguendo il suo istinto di imprenditrice.

Ritornata in America, Ruth realizzò la prima Barbie. Nel 1959 venne venduta la prima bambolina, in versione bionda o mora, con un costumino zebrato; ben presto la bionda sconfisse la gemella dai capelli neri e diede inizio al mito della bambola che conquistò il cuore di miliardi di bambine occidentali.

[Informazioni tratte da questo articolo]

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Un corpo perfettamente deforme

Oltre all’assenza di genitali, all’impossibilità di piegare le ginocchia e alla condanna di camminare in punta di piedi per indossare le scarpe col tacco, una delle critiche più aspre rivolte alla bambolina è l’accusa di promuovere una bellezza ineguagliabile, creando delle bambine insoddisfatte del proprio corpo.

Dietro tale perfezione si nascondono tuttavia malattie e deformità, infatti Barbie è dotata di un collo troppo lungo per un essere umano, fianchi eccessivamente stretti (se fosse una donna reale, sarebbe priva di ovaie e irsuta) e un bacino così corto che, nel 1997, la Mattel è stata costretta ad adeguarlo alle normali proporzioni umane in quanto era un evidente richiamo all’anoressia.

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Immagine tratta da arteesalute.blogsfere.it

Ken è stato concepito per essere il fidanzato perfetto di una donna perfetta: bello, palestrato, amante della moda e sensibile. Peccato che il biondo non sia meno deforme della propria dolce metà, in quanto per ragioni estetiche è stato dotato di collo taurino, gambe troppo corte e un torace così stretto da provocargli problemi respiratori.

Le demenziali misure promosse da Barbie fanno tuttavia gola a molte fanatiche dello stile: Valeria Lukyanova, la giovane russa che è ricorsa alla chirurgia estetica per assomigliare a Barbie, ha voluto un bacino di 42 cm nonostante i chirurghi temano che ben presto la ragazza sconterà le conseguenze della sua scelta, infatti per ottenere un bacino così sottile è stato necessario spostare la collocazione di alcuni organi all’interno del suo corpo e nel lungo periodo potrebbero manifestarsi dei gravi problemi di salute.

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ll flop commerciale della Barbie incinta

Finalmente, nel lontano 2002, la Mattel inventa un giocattolo educativo: la Barbie incinta, utile per spiegare più serenamente alle bimbe come nascono i bambini. A voler essere precisi non è la bionda ad essere in dolce attesa ma la sua amica castana Midge, che viene commercializzata con un pancione removibile nel quale è possibile inserire un bebè. Il pancione assomiglia molto ad un uovo cavo ed è stato omesso ogni particolare relativo a parto: vagina, sague, cordone ombelicale o placenta.

La piccola gestante, vestita con una camicia da notte lilla, apparteneva alla collezione The Happy Family insieme al proprio compagno Allan e il figlioletto di tre anni Ryan; nella custodia erano contenuti il feto, un fasciatoio e alcuni piccoli accessori di plastica necessari per la cura dei neonati. Alla Mattel sembrava un’idea geniale, ma i genitori delle bambine si sono opposti alla vendita del prodotto in quanto Midge, troppo giovane per avere un figlio, avrebbe potuto incentivare il fenomeno delle gravidanze giovanili.

A me non sembra un’idea pericolosa in quanto Barbie non rappresenta un’adolescente ma una giovane donna che potrebbe tranquillamente avere più di 25 anni, voi cosa ne pensate?

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Le bambole musulmane

C’era una volta una potentissima multinazionale di nome Mattel che fatturava miliardi e miliardi di dollari all’anno grazie alle vendite di una bambola chiamata Barbie. La geniale invenzione aveva tuttavia una pecca: era bionda, emancipata, sensuale, scollacciata e felicemente fidanzata con Ken, in una parola troppo occidentale per essere venduta nelle giocattolerie islamiche. Fu così che Barbie venne bandita dall’Arabia Saudita, il Comitato per la Diffusione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dichiarò che le”Bambole ebree Barbie, con i loro vestiti e le loro pose da sgualdrine, sono un simbolo della decadenza del perverso Occidente“.

La Mattel, dal canto suo, si dimostrò più abile nella creazione di giocattoli che in mediazione culturale quando scatenò un gran baccano con l’uscita di Layla, la danzatrice del ventre schiava di un sultano turco che avrebbe dovuto rappresentare la cultura musulmana nella serie Ragazze del mondo. Ma il fallimento di Barbie nei territori musulmani non è solamente dovuto alle scelte razziste della Mattel poiché non sarebbe bastato un velo per adattare la bionda alle esigenze dei genitori non occidentali, era necessaria l’invenzione di un nuovo personaggio.

In Iran furono commercializzate nel 2002 Sara e Dara, delle bambole che indossano gli abiti tradizionali della nazione, ma il loro volto da bambina poco convince le ragazzine che, come le vicine europee negli anni cinquanta, preferiscono giocare con un pupazzo adulto.

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Razanne in arabo significa modestia ed è il nome della prima bambola musulmana, una dolce bambolina priva di parti anatomiche femminili (fianchi e seni compresi) che indossa un hijab dai colori poco appariscenti. “Pudore, reverenza, umiltà: queste le virtù che ogni donna musulmana, giovane e perbene, dovrebbe incarnare” afferma Ammar Saadeh, che insieme alla moglie Sherie ha creato la bambola, sfruttando la proibizione religiosa per far guadagnare cospicue somme alla propria azienda nel Michigan. Egli afferma che Razanne “E’ più che un giocattolo, è uno strumento che può insegnare alle ragazze musulmane valori come l’educazione alla religiosità, e dissuaderle dal concentrarsi sul proprio corpo e sugli aspetti meno significativi dell’esistenza”.

La bambola non favorisce alcuna delle diverse etnie umane, infatti è disponibile in versione bionda, mora, olivastra e nera, e viene venduta in differenti modelli: la scolara con cartella, libri e matite, la maestra, la devota con corano e tappetino per la preghiera, la vezzosa in abito da festa, la bella in abito occidentale e filo di trucco (concessi entro le mura domestiche), la fanciulla dotata di hijab per uscire di casa. Dopotutto la confezione parla chiaro, Razanne “Incoraggia un comportamento conforme ai precetti islamici“, “Aiuta a costruire l’identità musulmana e l’autostima” e “Rappresenta un esempio di rigore islamico“.

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Razanne è un modello perfetto per le bambine musulmane ma le manca ancora qualcosa per raggiungere il successo: una “pennellata fashion”. Nel 2003 il vuoto lasciato da Barbie nelle camerette arabe viene colmato da Fulla, la creatura della New Boy di Dubai.

Fulla, ideata nel 1999 e idolatrata dalle bambine musulmane dal 2003, è una sedicenne dai folti capelli neri, occhi nocciola, un visino pressoché identico a quello di Barbie e una smodata passione per lo shopping: la bambolina vanta infatti una collezione di vestitini colorati e raffinatissimi, ma tali indumenti “da casa” sono sempre venduti insieme ad un hijab per consentire alla fanciulla di uscire all’esterno senza mostrare il proprio corpo.

Fulla, che dovrebbe avere circa sedici anni, vive in una maestosa e vezzosissima casa delle bambole e viene costantemente rappresentata nell’atto di annusare fiori (il suo logo è infatti un fiorellino rosa, la stessa parola fulla in arabo è il nome di un fiore), inseguire farfalle o volteggiare estasiata su se stessa, i colori e i simboli con cui viene presentato il prodotto sono identici a quelli della collega europea.

Le professioni e gli interessi di Fulla, a differenza di Barbie, si contano sulla punta delle dita: la bambola si diletta a leggere, cucinare torte per le amiche, rifare i letti, giocare a tennis, aiutare i fratellini a confezionare dei regali per gli amichetti e giocare con loro, viaggiare (ma solo come passeggera), divertirsi con le amiche Yasmeen e Nada, pregare rivolta verso La Mecca e dedicarsi con devozione ad ogni altra attività religiosa musulmana. Presto verranno inoltre distribuite una Fulla dottoressa e una Fulla insegnante, due attività che l’azienda di produzione considera delle “rispettabili carriere per donne che le bambine andrebbero incoraggiate a seguire.” Non è inoltre prevista una controparte maschile, un Ken con cui Fulla possa fidanzarsi, perciò la bambola sarà destinata a restare single.

I creatori non amano definire Fulla un giocattolo mussulmano bensì la considerano una “bambola globale”, infatti esiste una versione di Fulla con il sari indiano e una con le vesti tradizionali della Malesia per tali nazioni. Fulla inoltre non può essere spogliata completamente: sul suo corpicino di cellulosa è stato disegnato una sorta di tutina intima stile ‘700, che nasconde il seno e le copre il corpo sino alle ginocchia.

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A differenza delle altre bambole islamiche , il successo di Fulla è stato strepitoso e ha surclassato le vendite di Barbie nei paesi arabi. E’ inoltre stata ideata una linea di prodotti Fulla rigorosamente in rosa e decorati con il sorriso gentile della bambola in hijab, come per esempio zainetti, cereali, merendine, caramelle, un monopattino, vestiti per bambine e molto altro ancora.

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Personalmente trovo inevitabile che le bambine arabe abbiano una bambolina che rispecchi la loro cultura, tutto ciò non centra nulla con la condizione della donna nei paesi arabi. E’ tuttavia evidente la polemica che si nasconde dietro il prodotto: i giocattoli devono essere purgati dalla depravazione della cultura occidentale per crescere delle donne oneste, rispettose, umili e perbene, a scapito della loro piena realizzazione e della loro dignità. Non me la sento tuttavia di esporre un’opinione definitiva perché i siti italiani che ho potuto consultare sono apertamente filo-americani e sfruttano Fulla per fare gossip spazzatura o sostenere apertamente Israele.

Ritengo inoltre che siano di pessimo gusto i numerosi messaggi e commenti politici sulla pagina Facebook di Fulla, molti dei quali scritti in inglese o francese da musulmani conservatori di ogni parte del mondo: i bambini dovrebbero essere lasciati liberi di giocare lontano da ogni condizionamento culturale e politico.

Non ho apprezzato nemmeno i continui riferimenti religiosi presenti nei video pubblicati sulla pagina ufficiale di Youtube: sono infatti numerosissime le scene in cui vediamo Fulla pregare, effettuare pellegrinaggi o dedicarsi ad altre attività religiose che non ho saputo riconoscere. Spesso è utile unire il dovere al piacere ideando dei giocattoli educativi, ma gli adulti devono porsi un limite; anche la nostra Barbie propone un modello da seguire alle bambine, ma non la vedremo mai fare i compiti, aiutare ad apparecchiare la tavola, andare a messa… Le bambole dovrebbero consentire alle bambine di liberare la propria fantasia e l’educazione dovrebbe essere insegnata mediante altri espedienti.

Fulla è dunque un espediente per promuovere la sottomissione della donna musulmana senza rinunciare la “fascino rosa” Occidentale di Barbie (a scapito, tra l’altro, dei colori e della meravigliosa arte araba). Confido che le bambine sappiano coltivare quella libertà e quell’intraprendenza che tutto ciò che circonda i prodotti Fulla cerca di soffocare.

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Ci sarebbe molto altro da dire…

Le colpe di Barbie nei confronti della società non finiscono qui. Dietro il suo sorrisetto angelico si nasconde infatti la “dittatura del rosa”, un colorecon cui le bambine vengono marchiate sin dalla più tenera infanzia per indottrinarle alla frivolezza e alla remissività, trasmettendo loro un angosciante messaggio implicito: se non sei “rosa” non sarai perfetta come Barbie, non troverai il principe azzurro, non sarai una vera donna.

Dagli anni Ottanta, dopo un periodo di crisi dovuto all’impoverimento collettivo degli anni Settanta e alle critiche femministe, Barbie si è trasformata in una superdonna in carriera in grado di eguagliare i maschi in ogni campo, dal football ai viaggi sulla luna, dalla guida di auto da corsa alla paleontologia, dalla politica (è stata ambasciatrice per la pace) alla carriera da manager.

Tutte frottole, la parità tra sessi promossa da Barbie è solo ipocrita perbenismo: per una rara collezione di bambole con le magliette dell’NBA i negozi sono affollati di principesse e fatine, per una donna in carriera abbiamo schiere di baby sitter, per una tuta da astronauta migliaia di anonimi vestitini rosa. Si tratterebbe dunque di una truffa, al pari della Barbie in carrozzina, ritirata in imbarazzo dal commercio per non poter passare attraverso le porte della casa di Barbie, o della bambolina senza capelli, regalata ai reparti di oncologia infantile per “rallegrare” le bimbe ricoverate.

Esistono sei versioni di Barbie militare perché, è risaputo, le ragazzine devono apprendere sin da piccole a rispettare la divisa, mentre mancano ancora all’appello Barbie scienziata, scrittrice, archeologa, meccanico… Barbie è emancipata per quanto riguarda solo le professioni che richiedono di far passare in secondo piano il glamour ma non la mondanità e il prestigio, è disposta a indossare temporaneamente i panni del maschiaccio solo per incrementare la propria aura di superdonna (e senza scalfire minimamente l’aspetto vezzoso della sua immagine), ma non sarà mai disposta ad indossare la sporca tuta di un meccanico o a rintanarsi in un laboratorio di chimica. Non sia mai che la sua femminilità ne risulti scalfita!

Barbie è stata inoltre il primo giocattolo ad effettuare un bombardamento pubblicitario in televisione per ingraziarsi il pubblico dei consumatori più giovani, aprendo la strada a quella che sarebbe poi diventata una prassi nella promozione dei balocchi per bambini. E’ infine necessario ricordare che il fanatismo di Barbie per lo shopping è una dichiarata promozione non solo dell’idolatria del corpo, ma anche del consumismo. Insomma, forse è proprio vero che il diavolo veste Prada.

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Nulla di ciò che ho scritto vuole essere un’offesa nei confronti delle aziende produttrici di giocattoli citate nell’articolo o un tentativo di ledere l’immagine del loro marchio, ho semplicemente posto delle critiche costruttive ai loro prodotti. Lo stesso si può dire nei confronti della cultura musulmana, che rispetto e ammiro al pari di ogni altra.