Un omaggio a Dario Fo: il “Mistero buffo”di Pirovano al Piccolo Teatro di Milano

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Dall’8 al 20 ottobre il Teatro Grassi di Milano ospita “Mistero Buffo”, un grande classico italiano grazie al quale Dario Fo nel 1997 vinse il Nobel per la Letteratura. L’opera ritorna sempre grazie alla Compagnia Teatrale Fo-Rame, con il solo Mario Pirovano sul palco. La messa in scena, realizzata in occasione dei cinquant’anni dal debutto di Dario Fo, ha il difficile compito di confrontarsi con le testimonianze e i documentari teatrali del Premio Nobel ma, nonostante questo, Pirovano riesce a emozionare e a trasmettere un messaggio universale in difesa degli umili, proprio come accadeva quando le scene erano calcate dall’autore dell’opera. Pirovano ebbe l’occasione di assistere alle esibizioni di Dario Fo, ne ha seguito le lezioni e gli incontri con i giovani attori e il suo omaggio al maestro risulta, in questo modo, brillante. Sebbene reciti con un proprio stile personale, per questa messa in scena Mario Pirovano ha scelto di allinearsi il più fedelmente possibile a Dario Fo, con l’atteggiamento di chi rispetta un maestro.

In occasione di questa particolare messa in scena, lo spettacolo viene presentato da esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo vicini a Dario Fo e Franca Rame. Martedì 8 ottobre tale compito è spettato al loro figlio, Jacopo Fo, scrittore, attore, regista, fumettista, blogger e attivista italiano. Il figlio d’arte ha interpretato magistralmente il ruolo di se stesso che rivolge al pubblico una breve introduzione, esponendo i concetti con carisma e professionalità. Non è stato necessario che si presentasse per nome in quanto il suo volto era noto al pubblico, inoltre il suo rapporto di parentela con Dario Fo è stato chiarito anche per i profani riferendosi a lui come al proprio padre.

Lo spettacolo non ha una trama, ma si fonda su un canovaccio che prevede la messa in scena dei capitoli più importanti del Mistero Buffo: la Resurrezione di Lazzaro, in cui il celebre miracolo viene trasformato in uno show a cui tutti vogliono assistere; la Fame degli Zanni, in cui un villano si identifica con il bisogno stesso di mangiare e desidera abbuffarsi di tutto ciò che lo circonda, compreso il proprio corpo;  uno sfarzoso Bonifacio VIII che incontra Cristo in processione; la nascita del Giullare, il quale prima di intraprendere tale stravagante professione era un contadino che è stato privato dai potenti di tutto ciò che possedeva; il miracolo di Gesù Bambino, che trasforma uccellini di terra in esseri viventi per farsi accettare dai compagni di giochi. La chiusura di ogni scena viene evidenziata dallo spegnimento delle luci e dall’atto, da parte dell’attore, di bere un bicchiere d’acqua. Ogni sequenza è preceduta da una breve introduzione in italiano, mentre l’interpretazione vera è propria è in grammelot, la lingua onomatopeica che prevede una fusione di italiano e di diversi dialetti italiani. Lo spettacolo viene poi interrotto per consentire un cambio d’abiti, e Pirovano sceglie di indossare indumenti simili a quelli che Dario Fo vestiva negli anni d’oro, quando interpretava il Mistero Buffo negli anni Settanta.

Il messaggio di Pirovano non è diverso da quello di Dario Fo: i potenti tiranneggiano sul popolo, oggi come nel Medioevo, la novella di Cristo è preziosa ma la Chiesa è corrotta. Sono presenti alcuni elementi di attualità, come il riferimento alla figlia di Aldo Moro, agli artigiani che si sono suicidati in seguito al fallimento lavorativo, al divieto di appendere striscioni sul balcone per manifestare. Si tratta di un evidente tentativo di attualizzare il messaggio di Fo che, unito ad un dinamico ed energico dialogo con il pubblico, ha personalizzato il messaggio di Pirovano. L’attore ha inoltre fatto alcuni riferimenti alle proprie origini milanesi e il suo grammelot privilegiava tale dialetto.

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Il teatro dell’assurdo e il cabaret in“Opera panica” al Teatro Franco Parenti

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“Opera panica” di Alejandro Jodorowsky, regia di Fabio Cherstich, è una straordinaria opera in scena al Teatro Franco Parenti di Milano dal 24 settembre al 13 ottobre 2019. In primavera il teatro ospiterà il secondo capitolo dello spettacolo, una nuova produzione da cui ci aspettiamo un altro straordinario successo.

Si tratta di 26 mini-pièce che fondono il teatro dell’assurdo e il cabaret comico e tragico, scene surreali e violente, che per certi tratti si potrebbero definire persino politiche. Dialoghi, canti, balletti e pantomime sembrano provenire dritti dall’inconscio e che forse proprio dell’io più nascosto vogliono parlarci, facendo affiorare ciò che di malato e contorto si cela nell’essere umano. L’universo di Jodorowsky è inoltre claustrofobico, poiché propone delle situazioni senza soluzione, che rivelano quanto sia grottesco e inetto il genere umano, ma  a tratti anche dissacratorio, in quanto sembra trattare temi esistenziali con un’ironia disarmante. Non esiste una trama portante, ma tante situazioni paradossali che inducono a riflettere sull’insensatezza della condizione umana, sulla ricerca della felicità e sulla fatica di vivere.

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In scena recitano quattro attori (Valentina Picello, Francesco Brandi, Loris Fabiani e Francesco Sferrazza Papa), rigorosamente vestiti in All Star nere, pantaloni neri, camicia bianca e bretelle, ma anche indumenti kitsch e coloratissimi come nella penultima pièce, quando viene portata in scena una parodia della televisione. I vari episodi sono intervallati da piacevoli e altrettanto tragicomici intermezzi musicali eseguiti dai DUPERDU (Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf), che hanno scritto e interpretato le canzoni originali, cantandole su un piacevole sottofondo di carillon, con tono buffo ma anche straniante.

Le situazioni portate in scena sono tra le più svariate: tre nuotatori che non si decidono a tuffarsi per discutere su argomenti assurdi e paradossali e che, persi nel loro argomentare, non salveranno una persona che sta affogando in piscina; due persone che, pur volendo disperatamente litigare, non riescono a trovarsi in disaccordo e che decideranno poi di essere amici; un aristocratico oppresso dai propri servitori e dal fardello di comandare al punto da richiedere di essere percosso; persone che, grazie all’ipnosi, riescono a concepire profondi pensieri filosofici; una coppia in cui regna il maschilismo più brutale, che cena mentre un soldato sfila davanti a loro per condurre dei cadaveri al forno crematorio. Lo spettacolo parla anche della difficile condizione delle donne, come una fanciulla disposta a tutto pur di compiacere l’uomo, oppure una donna che vuole disperatamente rinunciare al proprio corpo. La scenografia è minimalista e costituita solo dagli oggetti essenziali per la realizzazione delle varie scene, come una sorta di carretto su cui Fabio Wolf suona una piccola tastiera, tavoli, sedie e un fucile con una canna talmente lunga da impedire che venga usato per suicidarsi, poiché è impossibile puntarlo alla propria tempia e contemporaneamente premere il grilletto. L’oggetto che colpisce maggiormente lo spettatore è un prisma deformante attraverso cui, in alcune scene, gli attori si rivolgono alla platea, assumendo una dimensione sacrale, onirica e spaventosa. Altri oggetti fondamentali sono la telecamera e la televisione, che sono trasformati in una sorta di personaggio inquietante, la cui opprimente presenza nel nostro quotidiano viene messa in discussione. Il momento cruciale dello spettacolo consiste nella richiesta di un personaggio in mutande e pattini in linea, che boicotta un programma televisivo per invitare gli spettatori a salire sul palco e a lanciare un urlo, forse per indurli a sentirsi vivi e prendere in mano la propria vita. Nessuno ha osato accogliere la richiesta, ma chissà cosa sarebbe accaduto se uno spettatore temerario avesse accettato di mettersi in gioco.

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“Madre”, dove la danza diventa recitazione

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Tutto ha inizio con una donna incinta assorta nella lettura al centro del palco, presente sulla scena sin da quando lo spettatore si accomoda in sala, poi lo spettacolo ha inizio. Madre, regia, coreografia e ideazione di Michela Lucenti, è un’opera senza trama che propone diverse riflessioni sul tema della maternità attraverso la danza e la recitazione, in un miscuglio di linguaggi all’insegna della sinestesia.

L’opera vuole essere un omaggio al drammaturgo e poeta tedesco Heiner Müller e in particolare ai suoi drammi Medea e Descrizione di un quadro. Il riferimento a Medea è evidente in una scena in cui una donna lascia cadere a terra i suoi due figli neonati, due fantocci di argilla, e li trasforma in una maschera che pone sul proprio viso.

I temi principali sono il sesso, portato in scena attraverso danze che evocano un rapporto sessuale, la storia di Adamo ed Eva, le contraddizioni del ruolo di madre e la sua concezione nel passato, quando ad una regina spettava il compito di concepire un figlio maschio. Non sarebbe corretto collocare l’opera nel genere del teatro di prosa in quanto si tratta per lo più di balletti, danze simboliche e metaforiche, che non si limitano ad incantare con elaborate scenografie, poiché caratterizzano i personaggi e raccontano storie. I vari racconti portati in scena vengono narrati dall’inquietante figura di un pagliaccio, una sorta di Jocker minaccioso. La donna incinta che compare all’inizio dello spettacolo è una presenza costante per tutta la rappresentazione, una figura silenziosa e rassicurante in contrasto con il clown. Solo al termine dello spettacolo il pubblico potrà sentire la sua voce in un monologo in cui si rivolge al figlio che porta in grembo, poi il colpo di scena: la pancia è finta, si trattava di una bandiera della lotta femminista.

La danza è per lo più senza musica, fatta eccezione per un brano in francese, che ha accompagnato un sorta di festicciola di compleanno claustrofobica, e La follia di Vivaldi, su cui tre coppie hanno intrecciato i propri corpi in infiniti abbracci, in un piacevole contrasto tra antica musica barocca e danza contemporanea. Si tratta di una danza moderna, in cui le membra si contorcono in uno stile apparentemente convulso, eppure perfetto e curato in ogni dettaglio. Ogni attore è anche un danzatore e il significato dello spettacolo viene espresso per lo più attraverso il corpo, solo in secondo luogo mediante la parola.

La recitazione prevede l’utilizzo di più lingue: italiano, francese e inglese, in un piacevole eppure difficilmente comprensibile miscuglio di idiomi. Alcune scene risultano incomprensibili per gli spettatori che non comprendono le tre lingue straniere, un vero peccato considerando che i dialoghi sono pochi ma significativi. Dei microfoni sparsi per il palco amplificano inoltre le voci degli attori, trasformando le urla in echi e il respiro in sospiri.

La scenografia è minimalista, consiste un ampio fondale del colore di un cielo un po’ spento e il palco libero per consentire ai danzatori di muoversi liberamente. Talvolta vengono portati in scena alcuni oggetti necessari alle coreografie, come un tavolo e delle sedie. Si tratta di una soluzione estremamente suggestiva perché il corpo umano è il protagonista di questo spettacolo, la scenografia non è necessaria.

I costumi sono comodi per consentire agli attori di ballare, si tratta per lo più di indumenti semplici ma colorati, in cui in alcuni casi è evidente dell’ironia come nel caso delle foglie di fico di Adamo ed Eva, oppure sontuosi come nel caso della scena della madre regina. Troviamo inoltre un chiaro riferimento alle statue steatopigie, per quanto riguarda una sorta di madre natura un po’ in carne, con un’ampia gonna da gitana e il seno nudo.

Al termine dello spettacolo gli attori trasmettono un messaggio molto importante, scritto sulle magliette che indossano: “i morti sono fantasmi, noi siamo la storia”. SI tratta di un augurio di speranza e di vita, che commuove lo spettatore.

“Il sogno di un uomo ridicolo”, l’amore salverà il mondo secondo Dostoevskij

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Il teatro Out Off ha presentato Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij, un monologo che induce alla riflessione trattando tematiche profonde e importanti come il suicidio, l’amore per la vita e la solitudine. La traduzione e la drammaturgia sono di Fausto Malcovati e Mario Sala, la regia di Lorenzo Loris, che in questi ultimi anni sta trattando il rapporto tra letteratura e teatro e non è la prima volta che affronta uno scritto di Dostoevskij.

Il sogno di un uomo ridicolo venne inizialmente concepito da Dostoevskij come un racconto fantastico: fu iniziato nel 1876 e fu inserito nel Diario di uno scrittore, che spicca per le riflessioni severe e conservatrici che rovesciano completamente il pensiero progressista dei primi anni dell’autore .

Il protagonista è un uomo ridicolo che, stanco di essere deriso dai propri simili, decide un giorno di suicidarsi ammirando una stella che brilla nel cielo. Viene però distratto da una bambina che chiede aiuto e a cui rifiuta assistenza in quanto troppo preso dalle proprie aspirazioni di morte. Quando torna a casa si addormenta ed inizia a sognare; le oniriche fantasie di quella notte saranno cruciali nel determinare le sue scelte.

Il messaggio può essere riassunto in alcune citazioni tratte dallo spettacolo: “Bisogna soffrire per amare”, “Bisogna soffrire per scoprire la verità”, ma soprattutto “Amare salverà il mondo”, la frase conclusiva con cui l’attore protagonista saluta la platea. Solo amando il prossimo è infatti possibile dare un senso alla propria vita e perseguire la felicità, una rivelazione che dissuaderà il protagonista dal suicidio.

La scenografia di Daniela Gardinazzi è alquanto singolare: poche panche riservate al pubblico sono disposte intorno alla zona centrale del palcoscenico; in scena si trovano semplicemente una poltrona e un tavolo ai lati opposti dello spazio del palco destinato alla recitazione, mentre al fianco di ciascuno di essi si trova un lumino. La platea è nascosta da un tendone e verrà rivelata al pubblico quando l’attore protagonista inizierà a recitare tra le poltroncine vuote nel monologo conclusivo, quando platea e palcoscenico invertiranno le proprie funzioni. Si tratta di una soluzione estremamente suggestiva ed efficace da un punto di vista artistico, ma piuttosto scomoda per gli spettatori, che sono costretti a restare seduti su dure panche di legno e il cui sguardo fatica a farsi largo tra le schiene di chi è seduto davanti. Le luci e la fonica di Luigi Chiaormonte hanno accompagnato la rappresentazione silenziosamente ma con efficacia.

I costumi di Nicoletta Ceccolini hanno trasformato l’Uomo Ridicolo in un pagliaccio con scarpe tricolore consumate, un vestito a righe bianco e blu, un cappellaccio beige, un cappotto blu e un naso dipinto di rosso. Mario Sala si è trasformato in un personaggio dall’andatura e dalla voce buffa, eppure ciò che diceva era serio, malinconico e tragico, così il vestiario variopinto rendeva ancora più struggenti le sue parole. A tratti la voce diventava cupa o persino rabbiosa, rendendo estremamente profondo il personaggio e per nulla simile ad una macchietta comica. Mario Sala ha interpretato egregiamente il personaggio, trasformandosi in un Uomo Ridicolo che, anziché divertire, induce a riflettere e commuove, nonostante il naso rosso da clown. L’unico personaggio in scena racconta in prima persona, ripercorrendo un sogno avvenuto nel passato e adoperandosi per svolgere quella che nel finale rivelerà essere la sua missione, vale a dire testimoniare come ha superato la volontà di suicidarsi e ha iniziato ad amare la vita.

Nonostante la gravità delle tematiche trattate, lo spettacolo è leggero perché il linguaggio è semplice e scorrevole. Il messaggio di speranza finale rallegra l’animo dello spettatore, strappando un sorriso e inducendo alla riflessione.

 

“Parenti serpenti”, la storia di una famiglia apparentemente idilliaca

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“Parenti serpenti” di Carmine Amoroso ha piacevolmente intrattenuto il pubblico del Teatro Carcano di Milano affrontando un tema spinoso per la società odierna, vale a dire il rapporto tra figli adulti e genitori anziani, bisognosi di cure. L’opera si ispira ad un film del 1992 diretto da Mario Monicelli.
Saverio, un carabiniere in pensione con problemi di memoria e un carattere pedante, e la moglie Trieste attendono tutto l’anno per rivedere i figli durante le vacanze di Natale. Il primo atto dello spettacolo presenta una famiglia affiatata e allegra, una serie di scene si susseguono senza costituire una vera e propria trama, poi però si verifica un inaspettato colpo di scena: i genitori anziani chiedono di essere accuditi dai figli, in quanto non si sentono più autosufficienti e non si sentirebbero a proprio agio in un ospizio. I figli iniziano a litigare perché nessuno può occuparsi dei genitori, infatti due hanno figli, una si occupa già dei suoceri e uno è omosessuale e non vuole dichiararsi ai genitori. La soluzione trovata dagli spietati familiari è drastica e paradossale: regalano una stufetta difettosa alla coppia anziana, provocandone la morte. Una famiglia apparentemente perfetta dimostra così di essere composta da persone crudeli e senza scrupoli: sono bravissimi a dimostrare affetto con gesti superficiali, quando si tratta di compiere un sacrificio per i propri genitori nessuno è disponibile. Si evidenzia il difficile rapporto nella società attuale tra genitori anziani e figli che non vogliono rinunciare alla propria indipendenza. I giovani non trovano posto nel cast della famiglia di Saverio: i nipotini dell’anziana coppia non si sono recati a casa dei nonni pertanto il fulcro dello spettacolo gira intorno alle figure più anziane, con cui il pubblico si confronta. Nonostante ciò, le gag comiche permettono di coinvolgere anche gli spettatori più giovani.
Il cast è numeroso e molti attori recitano sul palco contemporaneamente per rappresentare il caos di una casa che ospita una famiglia numerosa. Trovarsi fisicamente sul palco non significa però prendere necessariamente parte all’azione: le feste di Natale possono essere noiose in certi momenti, infatti alcuni si isolano per giocare con il cellulare, parlottare, praticare yoga o semplicemente rilassarsi. La prossemica è stata curata con maestria per gestire l’elevato numero di attori, creando l’impressione di un ambiente famigliare caotico, in cui però l’attore sa perfettamente come muoversi. La scenografia è molto elaborata, infatti è costituita da una sorta di casetta a due piani girevole, che rappresenterebbe due interni della casa di Saverio e Trieste; spesso l’azione si sposta in platea, dove gli attori recitano con energia e trasporto. I costumi sono colorati e vivaci, non di rado inoltre i personaggi si cambiano d’abito, anche sulla scena. Si tratta di indumenti che imitano ciò che indossiamo ogni giorno, sebbene sia evidente che si tratta di costumi di scena. La registrazione è stata magistrale, soprattutto per quanto riguarda il monologo in cui Saverio racconta il profondo rispetto che ha sempre portato per i propri genitori.
Lello Arena e Giorgia Trasselli hanno dimostrato di essere due grandi attori, un’abilità che notiamo accresciuta con l’esperienza. Lo spettacolo tratta tematiche estremamente attuali con la leggerezza di un sorriso ed è stato realizzato da menti esperte. Un’opera semplice ma profonda, difficile da dimenticare.

La cronaca diventa teatro: “Tutto quello che volevo”

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“Tutto quello che volevo, storia di una sentenza” è un monologo di Cinzia Spanò con la regia di Roberto Recchia, andato in scena dal 2 al 19 maggio presso il Teatro Elfo Puccini di Milano.

Si tratta della vera storia di due ragazzine di quattordici e quindici anni di uno dei licei più prestigiosi di Roma, che si prostituivano in un appartamento della capitale. I clienti erano persone benestanti e insospettabili padri di famiglia, che incontravano le giovani nel pomeriggio, dopo l’orario di scuola. Alla giudice Paola di Nicola è spettato il compito di stabilire quale risarcimento spettasse alle vittime, ma può una cifra in denaro compensare le ragazze di ciò di cui sono state private? Cinzia Spanò da voce alle parole della magistrata: – Com’è possibile risarcire quello che [la ragazza] ha barattato per denaro dandole altro denaro? Se io adesso dispongo di risarcirla in questo modo non farei che ripetere la stessa modalità di relazione stabilita dall’imputato con la vittima, rafforzando in lei l’idea che tutto sia monetizzabile, anche la dignità. E come può inoltre il denaro proveniente dall’imputato, il mezzo cioè con cui lui l’ha resa una merce, rappresentare per quella stessa condotta il risarcimento del danno? – L’attrice reciterà anche la singolare sentenza della giudice, rivelando come si è conclusa la vicenda delle due ragazzine.

I colori dominanti sulla scena sono il bianco e il nero: di tali tonalità sono infatti tinti i pannelli su cui sono proiettati i video in bianco e nero di Paolo Turro, ma nero è anche il colore della toga della giudice e degli indumenti che indossa, vale a dire pantaloni da ufficio, una camicetta elegante, scarpe col tacco e una collana di perle. Due cubi bianchi vengono continuamente spostati sul palco e sono le sedie su cui recita Cinzia Spanò, dei fogli bianchi su cui la giudice evidenzia con un pennarello nero sono i documenti del processo. Colori eleganti e neutri, come le aule di un tribunale. L’opera non è solo il racconto di un fatto di cronaca, ma anche il percorso di crescita interiore di un giudice donna che deve compiere una scelta difficile scavando dentro di sé, in un viaggio nell’onirico. Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro, diceva Nietzsche, le sue parole accompagnano le riflessioni di Paola. L’attrice enuncia i fatti come se si stesse confessando alo spettatore, in una sorta di flusso di coscienza perché il tempo con cui parla è il presente, infatti racconta gli avvenimenti mentre questi si verificano.

Lo spettacolo è inoltre un’occasione per ripercorrere la storia delle donne nei tribunali, da quando hanno potuto indossare la toga da magistrato nonostante coloro che le ritenevano incapaci di esprimere un giudizio sui casi, al Processo per Stupro trasmesso in televisione, che rivelava come le vittime spesso non erano considerate tali. Sono stati proiettati dei video al riguardo, con le dichiarazioni agghiaccianti di quanti si erano pronunciati contro le donne. In tali video le parole rivestono un’importanza fondamentale, così come nella ricostruzione delle telefonate intercettate che hanno permesso ai carabinieri di scoprire la storia delle due ragazzine. Più volte il monologo ritorna sul ruolo cruciale delle parole nella nostra vita: viene raccontato che un uomo ha la facoltà di pronunciare solo un certo numero di parole nella sua vita, quando pronuncia l’ultima parola, muore; per questo motivo, bisogna fare attenzione quando si parla. L’opera è agghiacciante perché racconta una storia realmente accaduta e scava a fondo nella professione di magistrato, nello specifico nei compiti di una giudice donna.

Cinzia Spanò commuove, induce a riflettere e informa, con una voce deformata dal microfono che sembra provenire da lontano, dal mondo onirico da cui recita le sue confessioni. Lo spettacolo parla di donne, ma si rivolge anche agli uomini, sebbene nella storia la figura maschile compaia solo nel ruolo di aguzzino.

Il Globe, teatro di Shakespeare e simbolo di Londra

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Il Globe Theatre era un famoso teatro di Londra in cui, dal 1599, venivano messe in scena le opere di Shakespeare, che ha anche calcato il palcoscenico nei panni di attore. Ancora oggi a Londra esiste un Globe Theatre, che propone opere di Shakespeare secondo lo stile Elisabettiano. Il Bardo, che faceva parte dei Lord Chamberlain’s Men, la più importante compagnia teatrale sotto Elisabetta la Grande, pagò per costruire il Globe il 12.5% della cifra che la compagnia teatrale investì nel progetto, diventando l’azionista principale del teatro e promuovendo un’operazione economica di straordinaria importanza per l’arte teatrale londinese, che comportò grandi profitti per Shakespeare e per tutti i Lord Chamberlain’s Ma Men. All’epoca solamente due compagnie erano autorizzate a recitare nel perimetro della città di Londra, le altre dovevano accontentarsi del Rose Theatre.
Shakespeare e la sua compagnia costruirono il Globe solo perché non potevano usare la struttura coperta del Blackfriars Theatre, che James Burbage, il padre del primo attore Richard Burbage, costruì nel 1956 entro il perimetro della città insieme a suo fratello. Burbage aveva una lunga esperienza come imprenditore teatrale: nel 1576 aveva costruito un teatro di grande successo, chiamato The Theatre, nei sobborghi di Londra. Vent’anni più tardi, quando il contratto di affitto del terreno del Theatre stava per scadere, costruì il Blackfriars per sostituirlo. Purtroppo i ricchi cittadini che vivevano in prossimità del nuovo teatro riuscirono ad impedire l’uso del locale per finalità artistiche, perciò il capitale che Burbage aveva investito risultò perso. Nel 1597 l’uomo morì, lasciando incompiuti i suoi piani per la drammaturgia londinese e, per questo motivo, i Lord Chamberlain’s Men decisero di costruire un teatro con le proprie risorse finanziarie: Shakespeare, i due figli di Burbage e altri quattro attori diventarono i proprietari del Globe.
Per costruire il teatro furono utilizzati i materiali appartenenti al Theatre, il cui contratto d’affitto era scaduto e pertanto doveva essere smantellato. Il nuovo teatro venne costruito nella zona di Bankside, nel quartiere di Southwark, in prossimità del Tamigi. La struttura era priva di tetto per consentire l’ingresso della luce naturale e aveva forma ottagonale, venne soprannominato “wooden o”, che significa “O di legno”. Tre gallerie erano riservate agli spettatori benestanti al costo di due penny, i meno abbienti invece per l’esigua somma di un penny potevano assistere alla rappresentazione in piedi, sotto il palco, com’era in uso all’epoca di Elisabetta la Grande. Il teatro di Shakespeare poteva ospitare sino a 3200 persone; una tettoia proteggeva in caso di pioggia i costosi costumi degli attori, che erano solo maschi in quanto solo dal 1660 le donne potevano calcare il palcoscenico. Lo spettacolo iniziava di giorno e terminava in tarda serata, alla luce di pericolose torce. Sulla bandiera che sventolava sulla struttura era riportato il motto “Totus mundus agit histrionem”, che significa “Tutto il mondo recita”. La frase è un riferimento al celebre aforisma di Petronio e può aver ispirato il nome del Globe.
Purtroppo il Globe ebbe vita breve: nel 1613, nel corso di una messa in scena dell’Enrico VIII, un cannone di scena incendiò il tetto; le fiamme incenerirono il teatro in un’ora. Il Globe fu ricostruito sull’altra sponda del Tamigi, con un tetto di tegole; fu un’impresa assai ardua, poiché non esisteva un progetto cui attenersi. Purtroppo il Globe fu chiuso nel 1642 per volontà dei Puritani, che consideravano il teatro una pratica peccaminosa. La struttura fu abbattuta nel 1644 ma, nel 1996, il Globe fu ricostruito nei pressi del Bloackfriars Bridge sul Tamigi (nel sito originario sorgeva un condominio) ed è tutt’ora funzionante. Il suo nome è Shakespeare’s Globe.
La tradizione sostiene che Shakespeare abbia scritto Come vi piace per l’apertura del nuovo teatro e molte opere del Bardo, come Giulio Cesare, Macbeth, Re Lear e Amleto, debuttarono proprio sul palcoscenico del Globe. Attualmente il Globe è un teatro con un proprio cartellone da maggio a ottobre, proprio come all’epoca di Shakespeare, e ogni anno propone almeno un’opera del Bardo realizzata secondo lo stile Elisabettiano, con costumi d’epoca e una compagnia di soli attori maschi. Sono disponibili anche delle visite guidate del teatro, purtroppo però spesso le guide sono inglesi. La città di Roma ha deciso di emulare gli inglesi costruendo un Globe tutto italiano, in vero legno di quercia.
Il Globe è attualmente un simbolo di Londra e un monumento al genio del Bardo, che merita di essere visitato da ogni turista in viaggio a Londra.