“Questa sera si recita a soggetto” di Pirandello

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

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Questa sera si recita a soggetto è un dramma di Luigi Pirandello, terminato nel 1929.

Si tratta della terza opera della trilogia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Sei personaggi in cerca d’autore e Ciascuno a modo suo.

Portata per la prima volta sul palco del Teatro di Torino il 14 aprile del 1930, con una Compagnia appositamente costituita diretta da Guido Salvini, Questa sera si recita a soggetto indaga sull’autoritarismo del regista, figura allora innovativa nel panorama teatrale, e sulla Mise-en-scène, analizzando i rapporti che intercorrono tra il regista e gli attori, oltre alla connessione tra questi ultimi e il pubblico.

L’opera si fonda su un conflitto che intercorre tra gli attori e il capocomico Hinkfuss che, nella finzione scenica, ha rielaborato la novella Leonora, addio! – scritta da Pirandello nel 1910 nella raccolta Novelle per un anno. Gli attori sono chiamati a recitare a soggetto, vale a dire improvvisando sulla traccia di un canovaccio, ma spesso si ribellano al regista sbagliando volontariamente e inventando scene non previste e finendo per cacciare il regista.

Rappresentazione teatrale filmata dalla RAI nel 1968 per la regia di Paolo Giuranna, protagonista dell’opera è una famiglia non originaria dell’arretrato paesino siciliano in cui vive, composta da una litigiosa coppia di sposi e quattro figlie in età da marito, che sono solite trascorrere il tempo in compagnia di alcuni ufficiali e per questo motivo la famiglia non gode delle simpatie dei paesani. Una sera il padre subisce presso un cabaret un pesante scherzo da parte di uno degli avventori e così la moglie, chiamata La Generala, ordina al marito di tornare a casa. Rincasate dopo essere state a teatro, le ragazze vengono esortate dalla madre a cantare e recitare quando si rendono conto che il marito non c’è, ma questi fa il suo ingresso poco dopo ferito a morte e sorretto da una cantante di jazz e da lì a poco muore tra lo sgomento di tutti. La famiglia cade in miseria e la primogenita Mommina sposa l’ufficiale Verri anche se, da buon siciliano, è terribilmente geloso e, ritenendola una persona dai costumi poco seri per la vita che conduceva con la madre e le sorelle, la segrega in casa con le figlie. La madre e le sorelle si trasferiscono e riescono a risollevare la propria sorte grazie alla figlia Totina, che diventa una cantante lirica. Quando Mommina apprende che la famiglia sta ritornando al paese perché Totina deve cantare nella parte di Leonora nel Trovatore, decide di cantare per le proprie figlie, che mai andranno a teatro per la gelosia del padre. Mommina dopotutto aveva la voce più bella delle quattro figlie della Generala, che durante l’esibizione, per l’emozione, muore. A questo punto il dramma è interrotto dal dottor Hinkfuss, complimentandosi con gli attori perché, anche in sua assenza, hanno saputo recitare a soggetto secondo le istruzioni che egli aveva impartito e dato che il malore mimato dall’attrice di Mommina è reale la compagnia decide che, da quel momento, avrebbero recitato solamente seguendo un copione.

Nonostante il sapiente occhio della telecamera guidi lo sguardo dello spettatore come in una vera e propria opera cinematografica, lo spettacolo è realizzato in un teatro provvisto di palcoscenico, platea e spettatori. L’opera venne rappresentata per la prima volta Könisberg il 25 gennaio 1930, nella versione tedesca tradotta dall’italiano da Harry Kahn col titolo Heute Abend wird aus dem Stegreif gespielt fu un successo. Il dramma venne riproposto a Berlino il 31 maggio 1930 al Lessing Theater, con Gustav Hartung come regista, ma fu un fiasco.

Uno degli aspetti più particolari dell’opera è che gli attori devono interpretare sia il ruolo di personaggio sia quello di un attore sul palcoscenico e alle volte alcuni attori si mescolano agli spettatori in platea, dialogando con i colleghi sul palco come se fossero un pubblico un po’ impertinente e spesso guidando le reazioni del pubblico facendo partire gli applausi.

La scenografia è minimalista: per il magistrale monologo del regista è stata scelta una scena composta da alcune statue antropomorfe, successivamente troviamo qualche panca per rappresentare gli ambienti interni. La scena in cui le figlie si intrattengono la sera con gli ufficiali è stata girata in un vero e proprio caffè, probabilmente il foyer del teatro, secondo i canoni di una ripresa cinematografica. I costumi sono in perfetto stile anni Sessanta ed è divertente osservare tra il pubblico le pettinature dell’epoca.

E’ notevole la trasformazione della bella Mommina in una donna sciupata e morente, una metamorfosi di trucco che Pirandello ha voluto portare sulla scena rappresentando il momento in cui l’attrice si traveste da casalinga addolorata. Grandi assenti sono le sorelle che, per non distogliere l’attenzione dalla morte di Mommina, sono state interpretate da due bambole.

Il progetto Teatro in carcere

Articolo scritto per il cartaceo di Lo sbuffo.

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Il teatro è recentemente diventato un ottimo metodo di rieducazione e di reinserimento nella società dei detenuti, grazie soprattutto al progetto Teatro in Carcere, che organizza spettacoli teatrali che coinvolgono come attori e tecnici i carcerati. Diversi professionisti del teatro italiano si sono recati nei penitenziari per trasformare i detenuti in artisti.

Tali iniziative oggi si focalizzano sullo sviluppo della creatività dei detenuti per trasformare l’esperienza in un’attività terapeutica e pedagogica. Lo scopo è quello di guidare il carcerato attraverso il teatro alla riscoperta delle capacità e delle sensibilità personali, per esprimere in maniera positiva le emozioni negative accumulate nella propria tragica esperienza di vita. In questo modo si sostituiscono i meccanismi relazionali basati sulla forza che i detenuti hanno fatto propri con quelli legati alla collaborazione. Le competenze teatrali possono inoltre essere coniugate con quelle tecnico/professionali, in modo tale da rendere il carcere un istituto di cultura.

Il teatro delle carceri ascolta i luoghi in cui opera,  rielabora le biografie delle persone coinvolte, reinventa i linguaggi di scena piegandoli alle particolari necessità della situazione; i detenuti si occupano sia di sperimentazione sia del teatro della grande tradizione italiana ed europea. Non solo vengono proposti testi teatrali classici, ma anche forme di autodrammaturgia, con particolare attenzione per le avanguardie artistiche del Novecento. Il teatro carcerario vuole essere un’esperienza popolare, ma di elevata qualità artistica.

Talvolta sono gli spettatori a recarsi in carcere per assistere alle rappresentazioni, oppure sono i detenuti a calcare le scene dei grandi teatri italiani. Alcuni carcerati, una volta ottenuta la libertà, hanno continuato a lavorare nel settore del teatro come attori o tecnici. In questo modo il teatro si trasforma in un ponte tra gli istituti di pena e il mondo oltre le sbarre e diventa un servizio pubblico che opera per la comunità.

E’ risaputo che oggi purtroppo il carcere si è trasformato in un’esperienza lesiva dei diritti umani, che mira ad una mera esecuzione della pena anziché al reinserimento sociale del detenuto. Questo contesto difficoltoso e le difficoltà economiche degli enti pubblici ostacolano il teatro in carcere.

Otello, il moro di Venezia

Articolo tratto da Lo sbuffo.

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Otello è stato pubblicato per la prima volta nel 1622, il primo infolio risale invece al 1623 ma la prima rappresentazione si tenne a corte nel 1604; da tale informazione si presume che l’opera sia stata scritta tra il 1602 e il 1604.

Otello è un generale moro perfettamente integrato nella società della Repubblica di Venezia, che ha sposato in segreto Desdemona, figlia del senatore Barbantio. Iago, geloso di Cassio perché è stato promosso da Otello, decide di vendicarsi provocando la rovina del generale.

Iago induce Roderigo, innamorato di Desdemona, a rivelare a Barbantio che la donna ha sposato in segreto Otello. Il risentito genitore vorrebbe che fosse fatta giustizia, ma il doge non può punire Otello perché ha bisogno dei suoi servigi per sconfiggere i Turchi. I due sposi dopotutto sono sinceramente innamorati: Desdemona si è invaghita di Otello ascoltando le sue avventure quando questi era ospite a casa di Barbantio.

L’azione si sposta a Cipro, ove i veneziani stanno combattendo contro i Turchi, che vengono dispersi da una tempesta. Iago fa ubriacare Cassio e inscena una rissa tra lui e Roderigo, che costringe Otello a privare Cassio del suo grado militare. Iago convince Cassio a chiedere a Desdemona di intercedere per lui con Otello per fargli recuperare il titolo e l’onore, in questo modo riesce a scatenare la gelosia di Otello. Successivamente, il perfido militare lascia intendere a Otello che Desdemona lo abbia tradito con Cassio dopodiché, con l’aiuto dell’inconsapevole Emilia, sua moglie, entra in possesso di un fazzoletto di Desdemona, il primo regalo ricevuto da Otello. Iago nasconde il fazzoletto nella stanza di Cassio, poi gli chiede davanti ad Otello della sua relazione con una prostituta di nome Bianca. Otello crede che Cassio stia parlando di Desdemona, inoltre scopre il fazzoletto e crede che sia un regalo di Desdemona per il malcapitato.

Distrutto dal dolore e dalla gelosia, Otello è determinato ad uccidere la moglie e chiede a Iago di eliminare Cassio. Un messaggio portato Ludovico da parte del Doge richiama Otello in patria e assegna il comando di Cipro a Cassio, ma la gioia di Desdemona per il riscatto dell’amico Cassio e per poter tornare a Venezia con il marito sono interpretati da Otello, ormai folle di gelosia, come ulteriore prova del tradimento, tanto che il generale schiaffeggia e accusa in pubblico la moglie. Dopo una scenata di gelosia di Otello a Desdemona, Iago rassicura la donna sul fatto che il marito è stressato per questioni politiche. Quella sera Desdemona, in preda a un oscuro presagio, fa preparare il letto con le lenzuola nuziali da Emilia.

Iago convince Roderigo a uccidere Cassio, il quale viene ferito da Iago che, grazie alle tenebre, non viene riconosciuto e può quindi fingere di correre in soccorso dell’amico. Iago uccide Roderigo, affinché non parli, poi accusa del tentato delitto Bianca, imprigionandola.

Otello accusa Desdemona di  averlo tradito con Cassio e la inganna dicendole che il suo presunto amante è morto nell’agguato. Desdemona scoppia in lacrime, Otello la soffoca sul letto matrimoniale. All’arrivo di Emilia e degli altri personaggi, Otello confessa di aver ucciso la moglie e adduce come prova il celebre fazzoletto. Emilia comprende la verità ma, nel momento in cui si accinge a svelarla, Iago la uccide, poi fugge. Anche quando viene catturato, Iago si rifiuta di spiegare le ragioni delle sue malefatte, anche se una lettera di Roderigo chiarisce tutti i suoi intrighi. Otello, che ha capito il suo fatale errore, si pugnala a morte e muore sul corpo di Desdemona.

Otello è un moro, con tale termine si appellano varie popolazioni delle coste africane. Il protagonista è circondato da un’aura di ambiguità, infatti non è né bianco né turco: egli è, come i mori, islamico, ma per sposare Desdemona e per essere accettato a Venezia si converte al cristianesimo, infatti alla fine dell’opera sarà consapevole di finire all’inferno per l’assassinio commesso e, in generale, si evince la cristianità del personaggio dal suo linguaggio. Otello viene nominato comandante delle truppe veneziane; ciò dimostra che non c’è una vera e propria barriera razziale a Venezia, anche se il matrimonio con misto non era ben accetto e molto spesso Otello viene discriminato per le proprie origini. Otello è un individuo etnicamente diverso ma non è totalmente un outsider, appartiene ad una categoria intermedia. Non bisogna inoltre dimenticare che Otello è di sangue nobile. L’Inghilterra all’epoca di Shakespeare era alla ricerca di un’identità nazionale che funzionasse secondo un modello binario di opposizione tra bianco e nero: essere inglese doveva significare essere bianco, buono, positivo. Il problema di Otello è che non appartiene né alla categoria dei bianchi positivi, né a quella dei neri “negativi”. I neri sono accusati di praticare la magia: è il caso di Barbantio, che accusa Otello di aver stregato la figlia per indurla a sposarlo. Un tempo il ruolo di Otello veniva interpretato da un bianco dal volto dipinto perché veniva considerato disdicevole che una coppia mista come quella dei protagonisti si scambiasse effusioni in pubblico; oggi invece è considerato razzista attribuire tale ruolo ad una persona che  non sia di colore.

Iago è un personaggio malefico, tale caratteristica è accentuata dal fatto che non vengono specificate le ragioni delle sue malefatte. La sua cattiveria è evidente anche dal linguaggio scurrile che adotta e che contagerà Otello quando questi sarà indotto a credere nel tradimento di Desdemona. Iago è anche un regista: con i suoi intrighi tesse la trama della tragedia e riesce a indurre gli altri personaggi a fare ciò che desidera. Alcuni hanno sospettato che Iago fosse innamorato di Otello, una presunta omosessualità avvalorata anche dal fatto che l’antagonista della vicenda odia e persino insulta le donne. Iago impersona l’oscurità interiore, la malvagità, mentre Otello l’oscurità esteriore, la pelle scura. Su Otello gravano dei pregiudizi falsi perché la sua pelle inganna l’apparenza agli occhi dei razzisti mentre Iago, la vera mente del male, appare innocuo. Ciò dimostra l’infondatezza dei pregiudizi. L’importanza del personaggio di Iago è testimoniata anche dal fatto che nelle compagnie teatrali gli attori maggiori si scambiavano i ruoli di Otello e Iago.

Desdemona è l’ultima dei grandi personaggi ad apparire. Al termine dell’opera è l’unica a  conservare la sua  identità, infatti continuerà a proteggere Otello sino all’ultimo respiro. La differenza d’età tra Otello e Desdemona è notevole, infatti il primo è ormai in età avanzata mentre la seconda è giovane. Iago ha pregiudizi anche verso la città di Venezia e le sue donne: Desdemona sarebbe preda di una passione passeggera, ma per averle ceduto sarebbe corrotta e debole, come tutte le donne veneziane. Desdemona è una donna forte e tiene testa agli insulti che Iago le rivolge. Se Otello è tawny, né bianco né nero, Desdemona è fair; con questa definizione ci si riferisce al fatto che la donna è bionda e bianca, quindi bella esteticamente agli occhi dell’epoca, ma anche giusta; è così la donna ideale nel Seicento a Londra, chiara di pelle e retta nei modi. Desdemona non è la fragile fanciulla travolta per caso dagli eventi, decide consapevolmente di sposare Otello contro il volere del padre e di seguirlo a Cipro. Tuttavia è ancora giovane e inesperta degli uomini, di cui ha una visione idealizzata, cavalleresca. Agisce in buona fede, con innocenza, come quando si dispiace sinceramente per Cassio e il suo buon cuore è demonizzato da Iago e scambiato per amore da Otello. Descritta, chiamata da Otello my fair warrior, è anche donna guerriera. Desdemona incarna l’idea tradizionale di matrimonio e fedeltà.

Emilia è più anziana, ha maggiore esperienza degli uomini e quindi meno fiducia in loro. È una donna forte, conosce il marito, comprende i suoi crimini e riuscirà alla fine a ribellarsi a lui. Iago disprezza le donne e non accetta il sopruso della moglie, così la uccide. Essendo però lei a dare a Iago il fazzoletto di Desdemona, è corresponsabile del dramma, ma si riscatta venendo uccisa. Ha una visione spregiudicata delle donne, infatti stanno cambiando i rapporti tra uomo e donna: in assenza del marito, Emilia si assume gli incarichi sociali, gestisce gli affari

Bianca è una prostituta veneziana innamorata di Cassio, ma non ricambiata. Appare come una peccatrice, opposta a Desdemona, ma non è un personaggio negativo. Paradossalmente, è un’immagine speculare a Desdemona, le due si confondono

Nel 1606 venne emanata la Profanity act, una legge con cui il governo aumentò la censura nelle opere teatrali, ne conseguì che l’opera originaria dovette essere revisionata e in particolare vennero eliminate quasi tutte le bestemmie pronunciate da Iago, un personaggio all’origine estremamente scurrile. Grazie a tale legge venne però offerto più spazio alle figure femminili

E’ possibile effettuare un confronto tra la Londra per cui viene scritta l’opera e la Venezia in cui sono ambientati i fatti. Entrambe le città sono marinare e commerciali. L’Italia è sì il paese della Chiesa, ma di quella corrotta ed è opposta alla riforma protestante e anglicana; inoltre, le donne italiane sono massimo esempio di pessimi costumi in quanto lussuriose e corruttrici. Anche i sistemi di governo sono diversi: a Londra è istituita una monarchia assoluta, Venezia è invece un’oligarchia di nobili.

Nella Londra del primo ‘500 c’era una grande presenza di africani: se la loro pelle era molto scura erano chiamati Blackmores, altrimenti venivano nominati Mores  (mori); questi ultimi appartenevano a popolazioni dell’Africa centrale e della costa settentrionale. I Turchi non compaiono mai in scena, sono una minaccia incombente che non si concretizza mai. L’assenza dei turchi è un escamotage teatrale: si aspetta qualcosa che ci dovrebbe essere ma non arriva, come in Aspettando Godot di Beckett.

Nel 1600-1601 una delegazione del Marocco venne a Londra per trattare con la regina circa un eventuale alleanza contro gli Spagnoli, un evento che non si verificherà. Non è escluso che Shakespeare abbia conosciuto tali ambasciatori e che il  capo della delegazione sia andato al Globe per assistere ad un’oopera del bardo. Forse, subito dopo tale evento Shakespeare ha forse iniziato a scrivere Otello.

Un elemento di opposizione di cui si serve Shakespeare è il contrasto tra giorno e notte. La notte in Otello ha un ruolo fondamentale almeno in tre momenti: l’inizio dell’opera avviene di notte a Venezia; il secondo atto inizia con le tenebre a Cipro, con i festeggiamenti per la dispersione della nave dei Turchi durante una festa pubblica e la consumazione del matrimonio di Desdemona e Otello in una sorta di festa privata; la notte in cui Otello uccide Desdemona e si suicida. La vera tragedia inizia nel secondo atto, a Cipro. Il primo atto è invece comico-grottesco, serve a designare i personaggi.

Otello è un’opera, che è stata soprannominata in modo dispregiativo come la tragedia del fazzoletto in quanto il fulcro dell’azione consisterebbe nel mero ritrovamento dell’oggetto personale di Desdemona, inoltre l’opera è stata criticata per il fatto di trattare della semplice gelosia amorosa. Oggi noi sappiamo invece che si tratta di una tragedia profonda e di notevole spessore, che vi invitiamo caldamente di andare a vedere a teatro.

Fonti: Letteratura inglese del prof. Pagetti, Università degli studi di Milano

“Casa di bambola”, la prima opera teatrale femminista

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Questo articolo è stato pubblicato su “Lo sbuffo”

Casa di bambola è un’opera teatrale norvegese scritta nel 1879 da Henrik Ibsen, il secondo drammaturgo più rappresentato al mondo dopo Shakespeare. L’opera è stata scritta durante un soggiorno dell’autore ad Amalfi, infatti l’Italia viene menzionata all’interno dell’opera, ed è stata messa in scena per la prima volta il 21 dicembre 1879 a Copenaghen, suscitando scandalo per i temi trattati.

Nora è una casalinga borghese consacrata al focolare domestico e teneramente innamorata del marito, l’avvocato Helmer, da poco nominato direttore di banca. Civettuola, svampita e sperperatrice di denaro, viene trattata dal marito come una bambina o come un animaletto capriccioso, ma l’avvocato ignora gli enormi sforzi fatti da sua moglie per salvargli la vita. Tempo prima l’avvocato era in pericolo e la sua unica possibilità di salvezza era un costoso viaggio in Italia; la donna racimolò il denaro necessario per il viaggio, indebitandosi di nascosto e compiendo grandi sacrifici per restituire la cifra. Nora avrebbe voluto che suo padre facesse da garante, ma per non rattristarlo falsificò la sua firma; purtroppo la data scritta su tale obbligazione era successiva a quella della morte dell’uomo, così Nora rischia la prigione. Il signor Krogstad, colui che ha prestato la somma di denaro a Nora, è stato licenziato da Helmer per alcune firme false e approfitta della fragile situazione della donna per ricattarla.

Nora è disperata, non vuole confessare al marito ciò che ha fatto perché offenderebbe il suo orgoglio maschile, così finge che tutto vada per il meglio preparandosi per una festa in maschera. La situazione si risolve inaspettatamente: la migliore amica di Nora riesce a convincere Krogstad a non procedere con il ricatto. Il marito scopre la situazione di Nora e inizialmente si infuria, ma non appena viene a sapere che tutto si è risolto per il meglio la perdona. Qualcosa tuttavia è cambiato in Nora, la donna non vuole più vivere come una bambola del marito e decide di lasciarlo per diventare adulta, conoscere il mondo, educare se stessa.

Casa di Bambola è stato per anni ed è tutt’ora al centro del dibattito femminista in quanto tratta dell’emancipazione di una donna che da minus habentes alla mercè del padre e poi del marito, decide di trovare la propria strada anche a costo di rinunciare ai figli, sfidando la morale comune. Ma l’opera tratta anche il dramma del’individuo borghese contemporaneo, in cui le gravose convenzioni e sovrastrutture sociali gravano sulla coscienza del singolo impedendogli di essere ciò che desidera. In questo caso l’individuo è una donna e Ibsen è un vero e proprio pioniere nella questione femminile. Scriverà nei suoi appunti durante la stesura dell’opera: “Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo”. Il personaggio di Nora fu ispirato a Laura Kieler, una scrittrice amica di Ibsen che fu protagonista all’epoca di uno scandalo non dissimile da quello che riguarda il personaggio dell’opera; tale situazione indica quanto fosse attuale all’epoca il tema dello spettacolo.

Lo stile di vita borghese è sotto accusa. Nora infatti ha sbagliato a falsificare la firma del padre ma lo ha fatto per amore, tutto ciò però è insignificante agli occhi della legge. L’ignoranza di Nora in fatto di diritto è dovuto alla sua condizione di donna soggiogata alla vita domestica, una situazione tipica per la borghesia vittoriana. Il marito di Nora è un borghese meschino e falso, aggrappato alla necessità di rispettare le convenienze esteriori, pronto a sacrificare i legami più autentici per difendere il proprio onore. L’uomo infatti attacca la moglie solo nel momento in cui la propria situazione sociale è compromessa per perdonarla repentinamente quando tutto si risolve e, schiavo della propria mentalità maschilista, non riuscirà mai a comprendere fino in fondo le ragioni dell’allontanamento di Nora. Il signor Krogstad, l’antagonista, è giustificato nel suo agire malvagio dalla triste condizione in cui la società borghese lo ha costretto. Tale situazione non è specificata, ma dalle parole di Krogtad si intuisce che tale personaggio è un crudele ricattatore solo per estrema necessità.

L’opera fu al centro di uno scandalo per i temi trattati, l’autore fu persino costretto a cambiare il finale dell’opera nella rappresentazione tedesca perché l’attrice protagonista rifiutò di recitare una parte che secondo lei rappresentava una madre degenere. Le copie del libro furono esaurite in poco tempo e venne prevista una ristampa, secondo l’autore non per la qualità dell’opera ma per il dilemma morale che poneva agli spettatori.

Molti considerano Casa di bambola un’opera femminista, ma non tutti sono d’accordo. Antonio Gramsci, nel 1917 considerava il gesto di Nora un’elevazione morale da parte della donna a discapito dei ruoli imposti dalla società vittoriana. Secondo altri, come lo psicanalista Georg Groddek, Nora presenta invece alcuni tratti tipici di una bambina viziata e schiava della propria condizione: afferma più volte, mentre chiacchiera con la migliore amica, di essere felice, anche a costo di mettere in imbarazzo l’altra, inoltre è civettuola, frivola, più volte inganna le persone intorno a lei ed è evidente che la situazione viene gestita dai personaggi maschili dell’opera, come il marito, lo strozzino, il dottore amico di famiglia.

E’ un dato di fatto che l’opera abbia sconvolto l’opinione pubblica e che abbia contribuito ad accendere il dibattito sull’emancipazione femminile.

 

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Casa_di_bambola

http://www.klpteatro.it/objects/testi/Ibsen_CasaDiBambola.pdf

http://www.teatroecritica.net/2017/02/nora-helmer-non-e-una-femminista-una-casa-di-bambola-per-andree-ruth-shammah/

http://www.criticaletteraria.org/2009/10/casa-di-bambola-henrik-ibsen.html

 

Credits:

http://diariovittoriano-blanche.blogspot.it/2012/03/dolls-house-killer-cabinet-inghilterra.html

 

Ci scusiamo per il disagio”, un spettacolo anarco-antropologico sulla stazione ferroviaria di Pistoia

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Lo spettacolo Ci scusiamo per il disagio che si è tenuto il 17 maggio nel Teatro Franco Parenti è il frutto di un esperimento anarco-antropologico ad opera della compagnia Gli Omini. Dopo aver osservato i passanti nella stazione ferroviaria di Pistoia, hanno messo in scena i segreti più reconditi delle persone che hanno incontrato: problemi famigliari, sogni proibiti, gusti sessuali, vizi, errori commessi, difetti caratteriali e molto altro ancora. Tre attori, due uomini e una donna, hanno interpretato una carrellata di personaggi dalle caratteristiche più disparate cambiando continuamente mimica e tono di voce. Inizialmente era difficile comprendere la struttura dello spettacolo, ma non appena fu evidente che gli attori stavano mutando continuamente personaggio, la visione è diventata molto più divertente. Attimi di esilarante comicità erano alternati a momenti di malinconia, rendendo unico e indimenticabile questo spettacolo.

La Sala 3 del Teatro Franco Parenti è molto piccola, può infatti ospitare non più di quaranta persone, perciò il clima era molto intimo e informale. Il palcoscenico non era sopraelevato rispetto alla platea ed era semplicemente contrassegnato da una pavimentazione in parquet; al centro si trovava una panchina, non dissimile da quella su cui i passeggeri attendono l’arrivo del proprio treno, e a lato un altoparlante trasmetteva i tipici messaggi registrati delle stazioni ferroviarie. Si trattava dunque di una scenografia minimal, che lasciava allo spettatore il compito di immaginare la stazione in cui si svolgevano i fatti.

I personaggi rappresentati, quasi tutti privi di nome, erano connotati dalla gestualità e dalla voce ed è stato interessante notare quanti volti possa assumere un attore, trasformando radicalmente se stesso in mille personaggi diversi. I tre artisti hanno anche vestito i panni di camerieri, offrendo durante l’intervallo del  caffè solubile e dei cioccolatini agli spettatori.

Lo spettacolo è estremamente suggestivo e invita a riflettere su quanto sia tragico ma meravigliosamente variegato il genere umano: pur essendo schiavi di vizi, debolezze e sfortune differenti, siamo tutti uguali nella nostra autenticità e lo spettatore è implicitamente portato a domandarsi se ci sia speranza per i passanti della stazione esaminata dagli artisti.

Ciò che può lasciare perplessi  è che dei viaggiatori si siano messi a raccontare gli affari propri nel bel mezzo di una stazione. E’ plausibile che un ubriaco abbia iniziato a parlare con un “lampadone” o che una coppia si sfoghi circa la perdita della patria podestà sulle proprie figlie, ma per quale motivo un omosessuale avrebbe dovuto raccontare il suo primo rapporto orale o il fatto che a letto gli piace essere chiamato Soraya, come la regina di Persia? E perché una donna dovrebbe confidare che a suo marito piace masturbarsi guardandola mentre fa l’amore con altri uomini? Simili confidenze sono un po’ troppo intime per essere rilasciate nel cuore di una stazione e, in generale, raramente una persona parlerebbe di argomenti privati con uno sconosciuto.

E’ tuttavia importante trattare simili tematiche a teatro per ricordare che siamo tutti esseri umani e che ciascuno di noi ha le proprie fragilità; questo spettacolo ci insegna a smettere di giudicare gli altri e ad apprezzare il mondo nella sua varietà, anche se alcuni personaggi possono farci un po’ paura.

Fonti:

http://www.teatrofrancoparenti.it/?p=informazioni-spettacolo&i=1495

“Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, il trionfo del metateatro

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello è uno dei testi teatrali più importanti dello scenario internazionale ed è il primo capitolo della triologia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Ciascuno a suo modo e Stasera si recita a soggetto. Le tre opere sono state pubblicate da Garzanti in una piccola edizione tascabile. E’ stato interpretato per la prima volta al Teatro Valle nel 1921 e fu un fiasco come accade ad ogni opera rivoluzionaria che si rispetti, successivamente andò in scena nel 1925 e il pubblico lo amò, grazie anche ad una nuova prefazione dell’autore.

In un teatro un capocomico con i suoi attori e collaboratori sta provando Il giuoco delle parti di Pirandello. Le prove vengono interrotte da sei personaggi che, dopo essere stati creati dal proprio autore e abbandonati, stanno cercando qualcuno che metta in scena la loro storia. Si tratta de il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Inizialmente il capocomico non vuole accogliere i nuovi venuti e la compagnia di attori li deride, successivamente viene concessa loro la possibilità di raccontare la propria storia. I personaggi, che dovrebbero venire rappresentati in modo tale che si differenzino radicalmente dagli attori della compagnia, iniziano a riferire il proprio dramma in modo piuttosto confusionario.

Dopo alcuni anni di matrimonio e la nascita de Figlio, la Madre lascia il Padre e il primogenito per il segretario di quest’ultimo, con il quale ha tre figli: la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Alla morte del segretario, la Madre è costretta a crescere i propri figli illegittimi in povertà, effettuando lavori di sartoria per Madama Pace, una donna grassa e appariscente che comparirà come settimo personaggio solo successivamente. Madama Pace in realtà gestisce una casa di appuntamenti e obbliga la Figliastra a lavorarvi. Un giorno il Padre si reca in loco in qualità di cliente e soltanto l’intervento della Madre riuscirà ad impedire che abbia un rapporto incestuoso con la Figlia. Le versioni dei vari personaggi sono inconciliabili tra loro e spesso nascono dei battibecchi.

Il Padre decide di accogliere in casa propria la famiglia ma il Figlio non sopporta la Madre e la Figliastra, sicchè nel nucleo famigliare si creano delle forte tensioni. Un giorno la Bambina, mentre gioca in giardino, affoga in una vasca e il Giovinetto, che ha assistito impotente alla scena dietro ad un albero, si suicida con una rivoltella. La madre urla di terrore.

Gli attori restano ammutoliti di fronte alla tragicità della storia e non capiscono se si tratti di finzione o di realtà. Il capocomico decide di licenziare i personaggi, invitandoli a ritornare. Dietro lo sfondo tuttavia restano quattro grandi ombre: il Padre, la Madre, la Figliastra e il Figlio. La Figliastra si dilegua con un’enigmatica risata stridula.

Ciò che colpisce è l’impronta meta teatrale dell’intera opera, infatti il testo è una riflessione sul teatro e propone la rappresentazione da parte di una compagnia teatrale di due opere, Il giuoco delle parti e il dramma dei personaggi. L’intera azione si svolge inoltre in un teatro. Molte battute riguardano inoltre il teatro, ecco qualche esempio:
-“Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!”

-“Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere.”

-“Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più… Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché -vivi germi- ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l’eternità.”

L’opera rompe la tradizione del teatro aristotelico, infatti non è suddivisa in scene o atti ma è interrotta da due pause apparentemente casuali, che suddividono l’opera in tre parti. Il tema principale della commedia è l’impossibilità di far coincidere i soggetti immaginati dall’autore con quelli interpretati dagli attori, infatti i personaggi si mostrano delusi dalle rappresentazioni del loro dramma effettuate dai membri della compagnia teatrale. Non viene inoltre rappresentato il dramma in sé dei personaggi, ma il loro tentativo di trovare qualcuno che lo porti in scena.

Altri temi dell’opera sono la mescolanza di tragico e comico (come nell’Enrico IV), l’adozione di un punto di vista umoristico, la molteplicità infinita del reale e la sua intima relatività, l’opposizione tra la “forma” e la “vita” come radice dei drammi umani, la sovrapposizione tra realtà e finzione che, con le continue divagazioni metanarrative, provoca straniamento.

Fonti:

Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Ciascuno a suo modo / Questa sera si recita a soggetto, Garzanti, 2015

http://www.frasicelebri.it/s-libro/sei-personaggi-in-cerca-dautore/

http://www.oilproject.org/lezione/luigi-pirandello-metateatro-sei-personaggi-cerca-d-autore-7354.html

“Il bugiardo” di Goldoni in scena al Teatro Carcano di Milano

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

Martedì 4 aprile presso il Teatro Carcano di Milano è andato in scena Il bugiardo di Carlo Goldoni, rappresentato per la prima volta a Mantova nel 1750 e stampato poi a Firenze qualche anno dopo, nel 1753. L’opera in tre atti è ispirata alla Verdad sospechosa dello spagnolo Juan Ruiz de Alarcòn. La commedia è diretta da Alfredo Arias, uno dei più importanti registi internazionali, argentino naturalizzato francese.

A Venezia vivono Rosaura (Marianella Bargilli) e Beatricia, le due splendide figlie di un dottore in età da marito. Lelio (Geppy Gleijeses) è un donnaiolo napoletano intenzionato a conquistare il cuore di Rosaura avvalendosi del proprio talento nell’inventare bugie, da lui chiamate “meravigliose invenzioni”. Inizialmente il piano sembra funzionare, soprattutto perché l’uomo racconta di aver cantato una serenata effettuata invece da un’altra persona, Florindo, troppo timido per dichiararsi a Rosaura. In seguito invece le menzogne diventano troppo strampalate per essere credute, come quella secondo cui Napoli si troverebbe in Lombardia, e il Bugiardo perderà tutto, compresa la stima del proprio padre e la mano di Rosaura.

Carlo Goldoni ha effettuato una straordinaria riforma del teatro. Prima del suo intervento in Italia era in voga la Commedia dell’Arte, il teatro delle maschere italiane che recitavano senza un copione predefinito, improvvisando seguendo come traccia un canovaccio. Ne conseguiva che le maschere erano piatte, stereotipate e prive di spessore psicologico inoltre, in seguito all’eccessivo spazio lasciato all’improvvisazione, spesso la trama si intricava creando situazioni senza soluzione e doveva intervenire un deus ex machina per offrire una lieta conclusione della vicenda. Goldoni introduce una sceneggiatura teatrale completa e definita, in cui i personaggi hanno caratteristiche realistiche e una psicologia articolata, in modo tale da ricreare scene più vicine al quotidiano. Ne Il bugiardo le maschere (Pantalone, Brighella, Arlecchino e la maschera che introduce i personaggi nel prologo e canta in alcune scene) non hanno perso la propria energica comicità antica ma hanno tratti più umani. E’ invece assente rispetto alla sceneggiatura originale il personaggio di Colombina.

La morale della commedia potrebbe essere riassunta con il celebre detto “Le bugie hanno le gambe corte”, infatti le menzogne si ritocono contro Lelio, facendo fallire i suoi piani. L’opera sarebbe un romanzo di formazione in quanto il Bugiardo è costretto a pagare per le proprie malefatte ed evolve nel corso della vicenda, ma tale aspetto è in secondo piano rispetto alla comicità generale. Le bugie di Lelio tuttavia sono estremamente creative (il personaggio stesso afferma che le sue poesie hanno successo in quanto ha la fortuna di essere un creativo) e favolistiche, pertanto la commedia celebra la gioia di avere una visione romanzesca della vita per opporsi all’insopportabile monotonia del quotidiano, anche quando ciò comporta dire qualche menzogna e venire inevitabilmente smascherati. Lelio può dunque essere paragonato ad uno scrittore di una commedia umana.

Alla commedia originale sono state apportate alcune modifiche. Innanzi tutto l’opera non è stata recitata in dialetto veneziano ma in italiano. I vari personaggi avevano l’accento della provincia di provenienza: Lelio parlava con un accento napoletano, Pantalone, il padre di Lelio, aveva invece una cadenza veneziana, l’amante di Lelio parlava con una forte pronuncia romanesca, Arlecchino aveva un accento bergamasco.

Nella commedia si finge inoltre che una compagnia d’attori stia effettuando le prove dello spettacolo. I vari attori compaiono dunque in scena vestiti con abiti comuni  e gradualmente si cambiano, travestendosi con i costumi di scena. Anziché inserire un intervallo al termine del primo atto, gli attori interrompono la recita della commedia e fingono di conversare sul palcoscenico, facendo battute e proponendo di realizzare un’opera dal sapore contemporaneo, che tratti per esempio di tematiche moderne. E’ interessante notare come gli attori cambino movenze e impostazione della voce nell’interpretare delle persone comuni, che si discostano profondamente dai personaggi della commedia goldoniana. Nel prologo la maschera presenta gli attori come i membri della famiglia Cannavacciuolo, una compagnia famigliare, e gli spettatori che non hanno letto la locandina sono portati a credere che gli artisti in  scena appartengano realmente a tale compagnia.

Le scenografie sono semplici ma efficaci: uno fondale dipinto di un paesaggio veneziano e degli edifici abbozzati da palafitte di legno verticali. Scenografie e costumi sono firmati da Chloe Obolensky, artista di fama internazionale, che ha lavorato a lungo con Peter Brook.

Lo spettacolo è eccellente, verrà apprezzato dallo spettatore soprattutto per la frizzante comicità. Sarà in scena fino al 9 aprile.