“I monologhi della vagina”, femminismo a teatro

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Nella nostra società si nomina continuamente il pene mentre la vagina resta nell’ombra: alcune donne non hanno mai guardato la propria allo specchio, altre non ne parlano nemmeno col ginecologo, poche conoscono e condividono curiosità al riguardo. Per contribuire alla cultura dell’apparato riproduttivo femminile, Eve Ensler nel 1996 ha realizzato una piece teatrale intitolata I monologhi della vagina, che ha vinto un Obie Award per le tematiche provocatorie che affronta e la sua straordinaria attualità. E’ stato realizzato anche un libro con la trascrizione dei monologhi e un programma televisivo, di cui questo articolo propone l’analisi e che è disponibile su Youtube.

Eve Ensler ha intervistato più di duecento donne su tematiche relative alla loro sessualità e alla loro vagina, inoltre ha antropomorfizzato la vagina chiedendo alle intervistate cosa indosserebbe la loro vulva e cosa direbbe. Si tratta di donne diversissime tra loro: manager o artiste, giovani o anziane, ricche o addirittura senzatetto, etero o lesbiche, americane o straniere…

Nella trasmissione televisiva vengono ripresi non solo alcuni monologhi, ma anche alcune interviste e delle riprese effettuate nel camerino (in cui sono stati raccolti oggetti riguardanti la vagina provenienti da tutto il mondo), durante l’intervallo o mentre l’autrice dialoga con dei cameraman. La scenografia è molto semplice: delle tende di svariate sfumature di rosso, una sedia su cui domina la figura di Eve Ensler e un microfono. L’autrice indossa un semplice vestito lungo nero e recita a piedi nudi, con le gambe elegantemente accavallate. Si tratta di una donna giovanile e energica, con un caschetto nero sbarazzino e un sorriso carismatico, ha tutte le carte in regola per conquistarsi l’affetto del pubblico.

Lo spettacolo teatrale si apre con un’introduzione che descrive l’immaginario della vagina, i suoi soprannomi, la difficoltà che hanno le donne nel guardarla allo specchio, l’oscurantismo che domina tale argomento. Il primo monologo riguarda i peli pubici e la disavventura di una donna tradita dal marito, il quale sosteneva di avere bisogno di un’amante perché la moglie non si radeva la vagina. Seguono dei racconti vintage di donne anziane e del loro rapporto con la vagina, in particolare la storia di un’attempata signora che, ogni volta che si eccitava, subiva “un’inondazione”, almeno sino a quando non le hanno asportato l’apparato riproduttivo per un cancro. Successivamente viene raccontato il rapporto sessuale tra una donna che inizialmente non amava la propria vagina e un uomo che si eccitava guardando tra le gambe delle proprie amanti. L’opera parla anche di omosessualità, in particolare del primo rapporto sessuale con una donna e dell’esperienza di una sex workers per lesbiche che pratica sadomaso. L’autrice si occupa anche di stupri, in particolare intervista delle donne che hanno vissuto nei campi di stupro dell’Ex Jugoslavia, oltre ad altre vittime americane. Segue un’accusa delle brutalità che le vagine devono sopportare a causa di tamponi, assorbenti, visite ginecologiche e molto altro. Lo spettacolo affronta anche il tema dell’orgasmo, descrivendo le sensazioni delle intervistate e simulando un’esperienza dal vivo. I monologhi si concludono affrontando il tema del parto. Lo spettacolo televisivo propone solo una parte dei monologhi, infatti ha omesso per esempio il tema delle prime mestruazioni e esperienze sessuali di vario genere.

Si tratta di un’opera importante per le donne perché affronta tematiche che, soprattutto negli anni Novanta, restavano in ombra. Sulla scia del girl power, lo spettacolo è diventato un’icona della sessualità femminile e negli ultimi vent’anni il suo messaggio non ha perso la propria potenza comunicativa. Il tono è ironico e delicato, ma anche rivoluzionario e liberatorio. Lo spettacolo è uno dei pilastri del femminismo a teatro, una donna non può restare indifferente perché scopre un’opportunità di confrontarsi con altre donne su tematiche che spesso vengono taciute. La vagina, che la cultura patriarcale nei secoli ha raffigurato come un oggetto di piacere dell’uomo e una parte anatomica da nascondere e censurare, acquista una propria dimensione nella cultura e molti tabù si infrangono.

Si consiglia la visione di questo spettacolo agli uomini, affinché imparino a conoscere ed ascoltare l’altra metà del cielo. La stessa autrice dialoga e scherza con i cameraman maschi e gli altri addetti ai lavori, coinvolgendoli nello spettacolo.

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Sogno, amore e magia in “Sogno di una notte di mezza estate”

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In accordo con il tema del mese, il sogno, appare doveroso dedicare due righe a Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare. Si tratta di una commedia che parla d’amore, composta inizialmente per i banchetti di nozze aristocratici portata in scena in rappresentazioni private, fin quando al termine di un periodo di peste fu presentata anche al grande pubblico con l’aggiunta del secondo dei due finali che caratterizzano l’opera.

In assenza di rappresentazioni a Milano, vi proponiamo la lettura del testo su LiberLiber e la visione di un omonimo film del 1999, disponibile su Youtube, anche se l’analisi che segue si riferisce ad un’opera teatrale.

La trama è molto complessa in quanto si intrecciano tre storie parallele. La prima riguarda il magico mondo delle fate, in cui prevale il linguaggio delle canzoni, delle filastrocche e delle formule magiche; è qui protagonista il bisticcio tra Titania, la regina delle fate, e Oberon, il re degli elfi.

La seconda è relativa agli intrighi amorosi di quattro giovani ateniesi, i cui equilibri sentimentali vengono stravolti a causa di un incantesimo maldestro; ora lo stile prevalente è quello della lirica d’amore.

Infine troviamo una compagnia di attori strampalati, che rappresentano la tragedia di Piramo e Tisbe mediante una buffa parodia di versi aulici.

Un tema fondamentale è la magia, essenziale per creare le intricate situazioni in cui si trovano i personaggi. La magia rappresenta l’onnipotente forza dell’amore, che ha sedotto i personaggi mediante il nettare di un fiore magico.

Il sogno è un elemento centrale, che compare sin dall’inizio dell’opera nelle parole di Hippolyta:

Quattro giorni faran presto a svanire con le lor notti, e queste a dileguarsi coi loro sogni; e la novella luna come un arco d’argento teso in cielo salirà a contemplare sulla terra la notte dei solenni nostri riti.

I personaggi menzionano continuamente i sogni nel testo, è particolarmente interessante la canzone che le fate intonano per fare addormentare la loro regina Titania:

Filomela, tu, carina/ culla il sonno alla regina/ con la melodiosa canna, /ninna nanna, ninna nanna. /Dal suo sonno lunge sia /ogni male, ogni malia, /dolce sia del sonno l’ora /all’amabile signora.

Il tema del sogno si presenta specialmente quando i personaggi tentano di dare una motivazione agli eventi assurdi che si verificano, più volte, nella notte in cui si svolge l’azione: Bottom, in particolare, sostiene che gli avvenimenti sovrannaturali che gli sono capitati, siano in realtà semplici sogni.

Shakespeare analizza il modo in cui nel sogno il tempo sembra scorrere diversamente rispetto alla vita reale e come nella dimensione onirica possa accadere l’impossibile. Il Bardo estende tali condizioni anche alla commedia, in particolare quando Puck, al termine dell’opera, chiede al pubblico di considerare lo spettacolo cui ha appena assistito come se fosse un sogno, nel caso in cui non gli sia piaciuto.

“L’altra parte di me”, omosessualità a teatro per le scuole, intervista a Daniele Camiciotti

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L’Associazione Teatro2 ha intenzione di portare nelle scuole l’adattamento teatrale di L’altra parte di me di Cristina Obber, la storia di due giovani ragazze che si innamorano e vivono la propria storia d’amore attraverso svariate difficoltà. Daniele Camiciotti, presidente e fondatore dell’associazione, ci ha parlato dell’iniziativa.

Ciao Daniele, raccontaci come è nata l’Associazione Teatro2.

L’associazione Teatro2 è nata nel 2002 a Milano ad opera di un gruppo di appassionati di teatro che ha voluto pensare ad un’associazione che avesse come punto di riferimento i giovani. L’associazione è attiva su diversi fronti: l’insegnamento del teatro nelle scuole tra Lombardia e Piemonte, corsi serali intermedi e avanzati, teatro extrascolastico.

Vi occupate spesso di tematiche sociali?

No, ma è capitato che ci occupassimo anche di tematiche sociali, abbiamo fatto per esempio uno spettacolo sulla mafia ambientato a Locri, un testo chiamato Sinfonia del diavolo sulla Shoah. Adesso è il turno di uno spettacolo a tematica LGBT con l’intento preciso di prevenire il bullismo omofobico nelle scuole.

Parlaci del progetto L’altra parte di me.

Il progetto L’altra parte di me è nato semplicemente leggendo l’omonimo libro. Un paio d’anni fa ho letto il romanzo, mi è piaciuto molto perché è attuale e vero, così ho deciso di contattare l’autrice per proporre un adattamento teatrale. A Cristina Obber l’idea è piaciuta, si è creata una grande sintonia. Abbiamo cercato negli anni scorsi dei finanziamenti, ma a vuoto, soprattutto perché in questo periodo le persone spendono poco così le attività culturali ne risentono. Da circa un mese è partita un’attività di crowdfunding per reperire soldi attraverso donazioni da privati o associazioni. Abbiamo bisogno di 10 000 euro per la prima e dieci rappresentazioni nei teatri di tutta Italia, per questo motivo la cifra è alta e ambiziosa.

Di cosa parla lo spettacolo?

Il tema centrale è essere se stessi e la storia d’amore. La trama segue la vita di due ragazze, è una storia di crescita fatta di esperienze positive ma anche negative come liti e prese in giro. Una delle ragazze, stufa di tutto questo parlare di sé, tappezza tutta una stanza con la parola “lesbica”. Alcune compagne di scuola mettono sul profilo Facebook della ragazza immagini di porno lesbico per prenderla in giro. Il finale è positivo, il messaggio che vuole passare l’autrice è che l’amore vince tutto. “Di amare non si decide, accade”, è frase che ricorre nel testo. Le ragazze superano le difficoltà grazie all’amore, che è un valore universale che va oltre il sesso, alla fine vengono accettate dai genitori e vivono una bella storia d’amore insieme.

Raccontaci qualche informazione sulla compagnia dell’Associazione.

La compagnia stabile è formata da uomini e donne che lavorano insieme da tanti anni, hanno appena prodotto l’Alcesti. L’altra parte di me è una produzione nuova, se riusciremo a raccogliere i fondi necessari faremo dei casting con nuovi attori e la produzione partirà da zero, anche perché noi abbiamo solo due donne nella compagnia, di età troppo matura per interpretare delle ragazze adolescenti.

Come mai avete scelto di parlare proprio di omofobia?

E’ un tema attuale e soprattutto vogliamo prevenire i fenomeni di bullismo omofobico che spesso avvengono nei contesti scolastici. Ci sono ragazzi che sono discriminati a causa del proprio orientamento sessuale in età adolescenziale. Abbiamo deciso di trattare questo tema spinoso per rendere consapevoli dell’origine di queste discriminazioni e fare un discorso di accettazione. Anche recentemente c’è stato un caso di bullismo e si sono verificati dei suicidi. Cerchiamo di partire dalle scuole parlare di apertura e soprattutto per passare l’idea che è profondamente sbagliato essere discriminati per il proprio orientamento sessuale, una persona deve essere libera di essere se stessa, di parlare, di confrontarsi e di acquisire maggiore consapevolezza e rispetto.

Come mai proprio il libro della Obber?

Perché l’ho letto casualmente e mi è piaciuto molto, ha un li linguaggio giovanile, fresco e diretto. Siccome mi occupo per lavoro di teatro per ragazzi ho deciso di unire le due cose. Inoltre non ci sono molti testi che trattano di tematiche adolescenziali legati al mondo delle lesbiche, è una tematica poco affrontata nella letteratura. Si trovano per lo più libri su storie d’amore tra adulte.

Avete già preso contatti con le scuole?

Non abbiamo ancora preso contatti perché la produzione partirà solo se raggiungeremo un budget specifico. Prenderemo però contatti in seguito. La prima si terrà a giugno a milano, ma poi lo spettacolo verrà proposto all’interno dei contesti scolastici. Ci aspettiamo reazioni positive, come quelle che l’autrice ha riscontrato presentando il proprio romanzo nelle scuole di tutta Italia. E’ stato affermato che era ora che ci fosse qualcuno che parlasse di queste tematiche impegnative all’interno dei contesti scolastici perché sono argomenti che non si affrontano tutti i giorni. Io mi aspetto una reazione positiva e di accettazione a questo spettacolo.

Non avete paura che qualcuno vi accusi di portare il gender nelle scuole?

Non abbiamo paura. Mi rendo conto che è una tematica spinosa che potrebbe dar fastidio. Francamente non mi interessano le reazioni perché io considero questo tema molto importante e penso che far prevenzione e far conoscere queste tematiche legate al bullismo omofobico sia fondamentale, lo considero una necessità in un momento come questo in cui i fenomeni di bullismo sono in grande misura presenti. So che ci sarà qualcuno che storcerà il naso, che ci bollerà come eretici e che ci caccerà con dell’acqua santa. Supero però queste cose perché sono molto motivato, credo molto nel testo e nell’adattamento teatrale e ritengo che sia fondamentale trattare di questi temi. Se incontrerò delle persone che storceranno il naso o mi diranno che non sono interessati, benissimo, ci rivolgeremo altrove.

Avete modificato la trama nell’adattamento teatrale?

No, il testo mi è piaciuto molto. Abbiamo fatto modifiche minime legate all’adattamento teatrale. E’ difficile rendere a teatro per esempio il mare o alcuni contesti che ci sono nel libro. Siamo stati molto fedeli nel complesso. Abbiamo anche ripreso parti del testo.

“Medea” di Luca Ronconi al Piccolo Teatro Strehler

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Dal 13 al 29 marzo il Piccolo Teatro Strehler di Milano ospita Medea di Euripide, con la regia del grande Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo. È singolare che, a tre anni dalla morte di Ronconi, i suoi spettacoli vengano ancora proposti in teatro, significa che la sua memoria è viva e il pubblico desidera ancora riflettere sulle sue opere.

Medea, dopo aver aiutato Giasone nella conquista del vello d’oro, lascia la sua terra natia per partire con lui e lo sposa a Corinto. Dieci anni dopo l’eroe decide di ripudiare la moglie e sposare una vera principessa per garantire, a suo dire, un futuro migliore ai figli che ha avuto con Medea. La sua scelta però scatena l’ira della donna e la sua terribile vendetta nei confronti dei propri figli e della nuova sposa: Medea uccide la donna con una veste stregata e assassina i bambini.

La protagonista è interpretata da un uomo: l’attore, in tacchi, vestito lungo e movenze ora femminili ora grottesche, interpreta magistralmente il complesso ruolo assegnatogli. Ogni interpretazione è legittima, tuttavia agli occhi di uno spettatore moderno Medea è una donna a tutti gli effetti e la scelta di Ronconi sembra incomprensibile, nonostante in un’intervista il regista abbia spiegato che in origine Medea appariva come dotata di tratti maschili. Giasone, a differenza della sposa straniera, incarna lo stereotipo dell’oratore greco che sostiene le proprie tesi con elaborate argomentazioni, interpretate con sarcasmo e tono saccente.

Il coro è rappresentato dalle ancelle di Medea, ma si tratta di qualcosa di peculiare, anziché recitare all’unisono le donne si completano, infatti, le frasi a vicenda o cantano singolarmente i versi assegnati come se fossero delle “canzonette” di musica leggera. Si tratta di una scelta originale e innovativa, che rende lo spettacolo più appetibile per un pubblico contemporaneo. Il canto riveste un ruolo molto importante anche per il personaggio della nutrice, che mediante una cantilena manifesta la propria sofferenza per le disgrazie di Medea.

A differenza di molte altre rappresentazioni di Ronconi, la recitazione è realistica e mira ad emozionare lo spettatore, sebbene i personaggi e la scenografia siano surreali, simbolici e sembrino provenire da un ambiente privo di connotazione storica e temporale, che poco ha in comune con la Corinto immaginata da Euripide.

La scenografia è semplice ma efficace: alcune poltroncine di un cinema o di un teatro, un pianoforte, un letto e dei bauli, spostati sul palcoscenico dagli attori nel corso della rappresentazione. Sullo sfondo sono appesi degli schermi che trasmettono delle immagini suggestive mentre a lato una scala a chiocciola consente l’ingresso in scena degli attori. Il carro alato che sostiene Medea dopo gli omicidi è una struttura bianca indefinibile, retta da un braccio metallico mobile. I costumi sono moderni, fatta eccezione per quello indossato dalla nutrice.

Lo spettacolo affronta numerose tematiche attuali ancora oggi. Innanzitutto, Medea può essere considerata un’antenata delle femministe poiché combatte le angherie subite in quanto donna, inoltre si trattano i sentimenti contrastanti che una donna prova nei confronti del marito e dei figli. Viene analizzato il rapporto tra il cittadino, rappresentato dallo scaltro ma crudele Giasone, e lo straniero, incarnato da una Medea che risulta affascinante nonostante difficilmente un cittadino greco si sia immedesimato in lei in passato. Compare il tema della magia, associato ad un personaggio femminile come se, anche prima della nascita delle figure delle streghe, le donne ribelli fossero collegate alla magia e ai veleni.

Lo spettacolo si conclude con il trionfo di Medea, vittima e carnefice, spietata ma dotata di sentimenti, folle vendicatrice e contemporaneamente fredda calcolatrice. Il suo personaggio induce a riflettere sul ruolo della donna nella società e nella famiglia, lo spettatore fatica a scegliere se difenderla o condannarla; quel che è certo è che la figura di Medea sopravvive attraverso i millenni.

Bocciato “Il teatro comico” del Piccolo Teatro di Milano

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Cosa vi aspettereste dalla commedia intitolata Il teatro comico, scritta da Goldoni? Probabilmente le esilaranti gag della commedia dell’arte. Dimenticatevi tutto ciò. Lo spettacolo di Roberto Latini in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 20 febbraio al 25 marzo delude le aspettative dello spettatore e, nel disperato tentativo di realizzare un’opera moderna, produce “una schifezza”.

La trama è inesistente: inizialmente sembrerebbe che una compagnia stia provando uno spettacolo, in perfetto stile Pirandelliano, poi un poeta impacciato chiede di entrare a far parte della compagnia prima come drammaturgo in seguito come comico; infine si racconta la storia di una fanciulla corteggiata contemporaneamente da un ragazzo e dal padre di quest’ultimo. Compare inoltre una cantante lirica che, alla disperata ricerca di lavoro, accetta di fare la comica. Tali brevi storie sono intervallate da scene mute di spaesante teatro contemporaneo. Sono presenti le maschere della commedia dell’arte, ma la recitazione straniante – simile a quella di Luca Ronconi (nonostante la predilezione del mimo) – impedisce di ridere appieno delle loro battute. Lo scopo è di indurre a riflettere sulle caratteristiche del teatro comico anziché divertire, infatti i vari personaggi disquisiscono sulle caratteristiche di tale genere teatrale, creando una conversazione metateatrale sulla teoria del teatro.

La scenografia è minimal: un palco ondeggiante su cui gli spettatori recitano in bilico e dei manichini travestiti da Arlecchino. Compensano gli attrezzi di scena: microfoni che pendono dal soffitto, monopattini, sedie a rotelle, fori nel sipario da cui gli attori si affacciano per rivolgersi alla platea e l’imbragatura, che ha permesso ad una delle attrici di recitare sospesa nel vuoto. La sovrabbondanza di elementi che evocano Arlecchino è in contrasto con la grande assenza di tale personaggio, infatti i soli Arlecchini che compaiono in scena sono dei manichini, oppure attori muti, caotici e assolutamente privi di funzionalità.

I costumi, molto ricercati, ricreano fedelmente l’ambientazione della commedia dell’arte e forse sono i soli elementi che rispettano le caratteristiche del teatro di Goldoni. Il loro gusto barocco è in piacevole contrasto con la scenografia essenziale e con la modernità esasperata dell’opera nel suo complesso.

Lo spettacolo è risultato difficile da seguire e comprendere, infatti alcune persone hanno abbandonato la sala prima del termine della rappresentazione. La pagella finale prevede una sonora bocciatura.

“Hearthbreak hotel, Stanza 207”, una coppia in crisi al Teatro i

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Dal 21 al 26 febbraio è andato in scena al Teatro i Hearthbreak Hotel, Stanza 207, con la regia di Fulvio Vanacore. Si tratta della coinvolgente storia di Veronica e Brad, una coppia che, dopo un primo periodo spumeggiante d’amore, entra in crisi e riesce a ritrovare l’armonia grazie al pernottamento in un misterioso e solitario hotel in riva al lago. I problemi della coppia sono molto comuni: i due avevano cessato di comunicare, diventando lentamente estranei: la ragazza, per esempio, non sapeva che i fuochi artificiali sul lago di Capodanno erano stati organizzati dal compagno e, pertanto, non riusciva a spiegarsi la sua eccitazione. Inoltre i due avevano perso la complicità e il gusto per lo scherzo, che i primi tempi li inducevano a fantasticare insieme. Inizialmente tali questioni ristagnano in silenzi magistralmente interpretati dagli attori, finché non iniziano a tradursi in forti liti connotate da espressioni di vera e propria rabbia. Fortunatamente, una volta toccato il fondo, si intravede uno spiraglio di luce…

Il modesto e alternativo spazio del Teatro i è stato rivoluzionato per l’occasione: le poltroncine sono disposte a ferro di cavallo e l’azione si svolge al centro di esse, sullo stesso livello degli spettatori. Un piccolo sipario si trova in fondo alla sala ed è riservato al chitarrista Alberto Sansone, che accompagna con il suo strumento la recitazione. Si tratta di una soluzione che crea un clima di intimità tra spettatore e attore, accorciando la distanza tra i soggetti.

Sul palco sono presenti sin dall’inizio tutti gli oggetti e le semplici ed economiche scenografie necessarie per la rappresentazione; ad ogni cambio di scena spetta agli attori il compito di modificare la loro posizione sul palcoscenico con gesti rapidi e precisi, gli stessi con cui si cambiano d’abito velocemente sul palco. Ogni gesto è studiato con attenzione, ogni oggetto deve essere posizionato in un punto specifico del palco per poter essere utilizzato a tempo debito (il tutto naturalmente rispettando le tempistiche della recitazione e compiendo tali operazioni con naturalezza).

Gli attori sono giovani e belli, perciò è facile identificarsi nella loro storia. Veronica è una ragazza solare e spiritosa, Alice Spisa riesce con uno sguardo a raccontare i suoi pensieri. Brad è un ragazzo semplice e buono, la voce di Vincenzo Giordano muta abilmente la propria intonazione per trasmettere le sue emozioni. Brandendo un microfono vintage vengono inoltre cantate delle canzoni che partecipano alla trasmissione del significato dello spettacolo. La recitazione è spontanea e apparentemente non costruita, proprio per dare l’impressione che i protagonisti siano semplici e genuini come due ragazzi realmente esistenti.

Un ruolo non secondario viene svolto dai costumi di scena, che gli attori cambiano più volte sul palcoscenico durante alcune brevi pause. Si tratta di indumenti ordinari ed economici, che tuttavia riescono a scandire l’evolversi della relazione tra i due.

Un tratto caratteristico dello spettacolo è la scelta di fare entrare in scena Brad mentre gli spettatori stanno prendendo posto: il ragazzo annuncia l’imminente inizio dello spettacolo, consiglia di spegnere i telefoni cellulari e tamburella al ritmo di una musichetta di sottofondo tipica delle sale d’attesa, aspettando che lo spettacolo abbia inizio. Tale soluzione rende l’atmosfera particolarmente informale, rompe la parete divisoria tra attore e spettatore e conquista la simpatia del pubblico.

All’uscita del teatro è stata allestita una mostra di tavole di fumetti che raccontano i momenti salienti della storia, si tratta di un’occasione per effettuare un confronto tra linguaggi artistici differenti. È interessante notare soprattutto come i protagonisti perdano le sembianze degli attori per assumere quelle immaginate dai fumettisti, che possono essere anche molto differenti tra loro.

Questo spettacolo è la prova che con un budget ristretto è comunque possibile produrre un’opera di qualità e trasmettere molto: in appena un’ora di tempo sono garantite grandi emozioni.

“Dieci piccoli indiani… e non rimase nessuno!” al Teatro Carcano di Milano

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Dal 20 febbraio al 4 marzo è andato in scena presso il Teatro Carcano di Milano Dieci piccoli indiani … e non rimase nessuno! di Agatha Christie, regia di Ricard Reguant. Si tratta della sceneggiatura teatrale del capolavoro della regina del giallo, uno dei libri più venduti al mondo.

Come tutti sanno, è la storia di dieci uomini riuniti su una lussuosa isola. Ciascuno di loro ha commesso un delitto, ma nessuno è perseguibile. Ad uno ad uno gli ospiti dell’isola iniziano a morire nelle circostanze descritte da una filastrocca e l’assassino è uno di loro. Come rivela il titolo, nessuno resterà vivo. Nella sceneggiatura teatrale originaria – curata da Agatha Christie- Vera e Lombard si salvano perché innocenti, ma il Teatro Carcano non ha avuto pietà: infatti ha scelto il finale del romanzo.

E’ stata rispettata la traccia del romanzo nonostante qualche innocua revisione. Siccome l’intera storia doveva andare in scena nello spazio ristretto del palcoscenico, hanno ambientato l’intera azione nel salotto. Alcuni omicidi si sono svolti dietro le quinte per l’impossibilità di metterli in scena o per dare l’impressione che lo spazio dell’azione coincidesse con quello dell’intera villa.

La poesia dei dieci negretti, tradotti con “soldatini” – forse per evitare riferimenti razzisti – è stata scritta su una colonna, sopra le famose statuine. Nel corso della rappresentazione veniva illuminata la strofa corrispondente all’omicidio in atto ed erano oscurate le parti relative ai delitti già compiuti.

Lo spettacolo dura più di due ore, ma lo spettatore non se ne accorge: è completamente immerso nella ricerca del colpevole, che diventa un’ossessione. L’inizio dell’opera è lento, vengono presentati tutti i personaggi, ma il ritmo diventa presto incalzante. Un limite della messa in scena in teatro è la difficoltà da parte del pubblico di immagazzinare le informazioni attraverso le veloci parole dei personaggi: inevitabilmente si perde qualcosa rispetto alla lettura del romanzo.

E’ difficile spaventare il pubblico di un teatro, eppure Reguant ci riesce: il masso a forma di orso che uccide Blore precipita inaspettatamente dal soffitto terrorizzando persino coloro che avevano letto il libro. Le tempistiche sono fondamentali: i momenti di maggiore tensione sono alleggeriti da altri più distesi e persino comici, con l’inserimento di battute assenti nel romanzo.

La vicenda mostra un affresco della società inglese degli anni Trenta, con nobili, borghesi e servitori. Ciascun personaggio è lo stereotipo di una categoria – infatti abbiamo il vecchio generale, il giovane scapestrato, il poliziotto, la bambinaia femme fatale, la zitella acida, il giudice inflessibile. I costumi, che mutano più volte, sono essenziali nella caratterizzazione dei personaggi e sono molto eleganti.

Rispetto agli altri romanzi di Agatha Christie, in cui un detective ripristina l’ordine sociale come un deus ex machina svelando il colpevole, nessuno riveste tale ruolo salvifico. Si crea così un’atmosfera di tensione e di angoscia che non si allenta nemmeno alla conclusione della storia.

Non si svela come i delitti siano stati commessi e, inoltre, non si svolgono indagini. La rappresentazione è riuscita, ma è un peccato che si sia stato sacrificato l’aspetto investigativo, così essenziale nella vicenda.