“Fedra” al Piccolo

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Dal 14 al 26 febbraio 2017 è in scena presso il Teatro Grassi del Piccolo Teatro di Milano Fedra di Andrea De Rosa, tratto dalla Phaedra di Lucio Anneo Seneca.

Ippolito, il giovane figlio di Teseo e di un’amazzone, è disinteressato all’amore e si dedica interamente alla caccia, scatenando così l’ira di Venere, la quale vorrebbe che tutti la onorassero dedicandosi all’arte amatoria. Non si tratta della bellissima e seducente dea Afrodite cui ci ha abituato la statuaria greca: Venere è una donna vecchia, ingrigita, androgina, vestita con un comodo tailleur rosso acceso. La dea si vendica della castità del ragazzo facendo innamorare Fedra, la moglie di Teseo, proprio del povero Ippolito, mentre l’antico vincitore del Minotauro e del labirinto di Knosso è sceso negli inferi per rapire Persefone, la regina del regno dei morti. Fedra è in preda di una vera e propria follia d’amore, cui cede dichiarandosi al figliastro. Ippolito la respinge, così Fedra si vendica raccontando a Teseo, dopo che questi fu tornato vincitore, di essere stata violata dal figliastro. Teseo si vendica a sua volta facendo uccidere in modo orribile il proprio figlio; Fedra, attanagliata dal rimorso, si suicida dopo aver confessato al marito la verità. Teseo vorrebbe scendere negli inferi, questa volta per morire come ogni altro mortale, invece organizza i funerali del figlio. Lo spettacolo si chiude con un magistrale monologo di Venere circa la presenza di un dio dentro ciascuno di noi e l’inesistenza degli dei greci.

Sebbene la trama sia identica a quella della Phaedra di Seneca, il testo ha subito qualche variazione e sono presenti estratti dall’Ippolito di Euripide e dalle Lettere di Seneca. La traduzione dal latino ha prediletto uno stile agevole da seguire per lo spettatore e ha riportato fedelmente i lunghi affascinanti monologhi. Le scene impossibili da rappresentare sul palcoscenico, come l’uccisione di Ippolito, sono state affidate alla narrazione degli attori in scena, come in ogni altra tragedia di Seneca. Tali opere teatrali erano destinate alla lettura anziché alla recitazione a causa della decadenza del teatro in tale periodo e, anche per questo, le scene troppo crude erano affidate all’enunciazione a voce anziché alla rappresentazione sul palco.

Le opere di Seneca sono le uniche tragedie latine pervenute sino ai nostri giorni in maniera non frammentaria, pertanto sono di straordinaria importanza per lo studio del teatro latino e, in generale, della letteratura di tale civiltà. Sono aperti ancora diversi dubbi su quali tragedie abbiano ispirato l’opera.  Secondo alcuni il modello principale èl’Ippolito coronato di Euripide e la sua prima versione, Ippolito velato; altri invece sostengono che Seneca si sia ispirato alla perduta Fedra di Sofocle.

La scenografia prevede la presenza di un secondo palcoscenico al centro del palco, una sorta di claustrofobico cubo dalle pareti di vetro all’interno del quale avvengono le scene più importanti, separando o congiungendo tra loro i vari personaggi. I cinque attori che interpretano i personaggi (Fedra, Ippolito, Teseo, Venere, una serva) sono sempre in scena e, quando non sono chiamati a recitare, si aggirano silenziosamente sul palco o siedono su alcune sedie poste sul fondo del palcoscenico. Teseo e Ippolito, quando sono in viaggio rispettivamente per sfidare il regno degli inferi o per scampare alla morte, si nascondono dietro due maschere neutre sul lato destro del palco, respirando affannosamente. La dea Venere apre lo spettacolo parlando sul lato sinistro del palco, ove si trovano uno scranno e diversi microfoni.

Un ruolo importante è rivestito dalla rumoristica, infatti le varie scene sono continuamente accompagnate da suoni sinistri. Le voci degli attori sono sapientemente distorte, soprattutto per creare degli echi suggestivi e drammatici.

Lo spettacolo è stato un successo: gli attori hanno saputo coinvolgere il pubblico e hanno interpretato le rispettive parti con maestria, l’unione tra l’intramontabile fascino delle tragedie classiche e la spettacolaritá della tecnologia odierna è un valido esempio di quanto il teatro possa essere magico. Il pubblico è composto sia da adolescenti, soprattutto scolaresche che hanno affrontato lo studio delle tragedie latine tra i banchi di scuola, sia da giovani e anziani: un gruppo eterogeneo ma ugualmente appassionato della. genialità di Seneca.

“La locandiera” al Teatro Carcano

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La compagnia Proxima Res ha portato in scena a gennaio presso il Teatro Carcano di Milano La locandiera, il capolavoro di Goldoni del 1753.

Si tratta di una commedia in tre atti che narra la storia di Mirandolina, un’intraprendente ostessa che, rimasta orfana, gestisce l’attività di famiglia con il supporto di Fabrizio, segretamente innamorato di lei. Presso la sua locanda alloggiano lo squattrinato ma influente Marchese di Forlipopoli e il ricco Conte d’Albafiorita, i quali si contendono la sua mano. Per non perdere i clienti, Mirandolina inganna entrambi flirtando con loro, ma senza concedersi a nessuno. L’equilibrio viene interrotto dall’arrivo alla locanda del cinico e misogino Cavaliere di Ripafratta, che rifiuta ogni donna; per Mirandolina conquistarlo diventa una questione di principio, ma la bella locandiera non ha tenuto conto dell’imprevedibilità dei sentimenti umani, compresi i propri.

Mirandolina è un “Don Giovanni in gonnella” (il regista ha espressamente consigliato all’attrice di considerarsi tale durante la recitazione), in quanto sfrutta il proprio fascino per sedurre e prendersi gioco degli uomini. Il personaggio si ispira alla figura della servetta scaltra, un topos nella letteratura del settecento, nato in un periodo in cui le donne stavano lentamente iniziando ad emanciparsi svolgendo attività lavorative come quella della domestica. Il personaggio della locandiera è l’evoluzione di Colombina, la servetta scaltra per antonomasia della Commedia dell’arte; rappresenta inoltre la piccola borghesia emergente, che sgomitava per farsi strada nell’economia europea in questo periodo storico. Il personaggio di Mirandolina è inoltre coerente con l’autodeterminazione dell’individuo illuminista. Nonostante si riveli disonesta nei confronti dei personaggi maschili, è evidente che la locandiera sia nelle grazie di Goldoni, infatti non può essere considerato un personaggio negativo nonostante sia disonesta nei confronti del sesso maschile.

Il marchese e il conte erano, all’epoca di Goldoni, due figure di straordinaria attualità in quanto il primo rappresenta la nobiltà, che non aveva ancora perso il proprio prestigio ma si era ormai ridotta sul lastrico ed era diventata una parassita della società, il secondo è invece un esponente della ricca borghesia che tutto può con il denaro ma ancora invidia i titoli nobiliari dell’antica aristocrazia, in quanto ha ereditato da poco il titolo di conte e non ha particolare rilievo in società. L’antagonismo tra i due personaggi per la mano di Mirandolina rappresenta lo scontro tra due classi sociali che ha segnato un periodo storico.

La locandiera è stata una rivoluzione nella storia del teatro. Inizialmente Goldoni scriveva commedie appartenenti al genere della Commedia dell’arte, in cui i personaggi erano maschere stereotipate. Con la commedia di Mirandolina gli attori cessano di indossare delle maschere e possono recitare anche con l’ausilio delle espressioni facciali, inoltre i personaggi hanno una psicologia complessa e sono più simili a uomini appartenenti al quotidiano, anziché essere delle prevedibili macchiette. La trama nella Commedia dell’arte era affidata ad un canovaccio (una sorta di bozza, che lasciava ampio spazio all’improvvisazione), mentre Goldoni realizza un testo teatrale ben strutturato, che limita l’inventiva degli attori ma garantisce una trama profonda e complessa.

Nello spettacolo proposto dal Carcano domina il colore bianco sulla scena e le scenografie e i costumi sono ridotti all’indispensabile: degli appendiabiti contenenti dei costumi disposti ai lati del palco, che consentono agli attori di trasformarsi sulla scena ogni volta che devono cambiare personaggio e un lungo tavolo, attorno il quale si svolge la scena. Il tavolo è un elemento portante della rappresentazione in quanto l’azione può svolgersi anche al di sopra o al di sotto di esso. Gli oggetti di scena sono riposti sotto il tavolo in attesa di essere utilizzati, sul quale vengono continuamente poste delle piccole bamboline che rappresentano i vari personaggi.

I costumi sono per lo più bianchi e sono costituiti dal minimo essenziale per caratterizzare un personaggio. Sono singolari i costumi delle signore, strutturati quanto basta per evocare le ampie gonne settecentesche senza essere altrettanto ingombranti. La struttura  leggera e comoda delle gonne serve soprattutto per consentire alle attrici di corre, saltare, salire sul tavolo o, più semplicemente, muoversi in tutta comodità durante la recitazione, senza l’impaccio di un bellissimo ma assai poco pratico costume storico.

Il testo di Goldoni è immortale: sopravvive allo scorrere dei secoli senza perdere la propria comicità e il suo profondo messaggio. Gli attori hanno saputo intrattenere il pubblico egregiamente, scatenando fragorose risate e attribuendo ad un testo di trecento anni un respiro attuale. Per gli appassionati, su internet sono disponibili le interviste di alcuni degli attori e il testo completo della commedia.

“Il misantropo” di Molière

 

Il misantropo è uno dei capolavori di Molière, si tratta di una commedia in cinque atti messa in scena per la prima volta a Parigi nel 1666.  E’ possibile affrontare un testo teatrale semplicemente leggendolo sulla carta, senza assistere ad una rappresentazione in scena. Può essere un po’ faticoso perché l’opera è composta prevalentemente dalle battute dei personaggi e affida alla nostra immaginazione le descrizioni, le scenografie e, soprattutto, i volti degli attori e la loro gestualità. La comicità del testo purtroppo è meno evidente quando non esplode con tutta la sua energia sul palcoscenico, soprattutto in un’opera come Il misantropo, in cui malinconia e pessimismo compaiono tra gli ingredienti principali. Sicuramente si tratta tuttavia di una commedia geniale, che sul palcoscenico è in grado di intrattenere lo spettatore inducendolo a riflettere sulla condizione umana.

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E’ consigliabile la lettura dell’edizione della Giunti a cura di Patrizia Valduga, un cofanetto sottile rivolto ai professionisti della letteratura, ma online è disponibile il copione gratuitamente. Fortunatamente la traduzione di cui mi sono servita rende giustizia agli esilaranti versi in rima di Molière, le cui agilità e immediatezza, caratteristiche necessarie per rendere efficace una scena teatrale, sono sopravvissute attraverso i secoli e sono facilmente leggibili anche per coloro che non hanno dimestichezza con la lingua francese.

 

Molière scriveva le proprie commedie per la corte francese e i suoi personaggi appartengono proprio a tale classe sociale, perciò il commediografo metteva in scena le contraddizioni della corte, consentendo al proprio pubblico di ridere circa questioni che lo riguardavano. Anche il protagonista Alceste è un cortigiano, come tutti i personaggi della commedia, ed è un misantropo in quanto, volendo vivere senza le ipocrisie, le convenzioni e i compromessi tipici dell’aristocrazia parigina, è incapace di adattarsi alla vita di corte ed alle sue consuetudini sociali. La sorte ha voluto che si innamorasse di Célimène, una giovane civettuola e amante della vita mondana che Alceste vorrebbe sottrarre alla corte e condurre nella propria vita solitaria. Riuscirà Alceste a conquistare una donna così diversa da lui? Unico amico di Alceste è Filinte, il quale non condivide le sue opinioni e sostiene che per sopravvivere nel mondo è necessario adattarsi; costui tenterà di convincere Alceste a mutare il proprio comportamento. La commedia vuole essere una critica rivolta non solo alla corte parigina, ma all’intera società umana e pone in risalto alcuni limiti e difetti dell’animo umano.

 

Per Il misantropo Molière ha tratto ispirazione dalla propria vita privata, dall’abbandono della moglie e dall’iniziale crisi di Don Giovanni e Il Tartuffo, due opere dell’artista che furono censurate. Proprio per questo motivo il misantropo è privo della comicità dirompente che contraddistingue la poetica dell’artista. Non è la prima opera a portare il titolo di misantropo, infatti anche il greco Menandro ha composto un’omonima opera che è stata messa in scena per la prima volta nel 317 a.C. La commedia si contraddistingue dalle comuni farse dell’epoca in quanto presenta personaggi dinamici e a tutto tondo, infatti Alceste e Célimène hanno una psicologia complessa e articolata, non certo come le personalità piatte create dai satiri per criticare la propria società. Si tratta inoltre di un’opera atipica rispetto alle altre composte da Molière perché non si sofferma sull’evoluzione e le sfumature dei personaggi ma sulla trama. Il misantropo è considerato uno dei capolavori di Molière sebbene non riscosse un immediato successo quando venne presentato al pubblico per la prima volta.

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Chi non volesse affrontare una lettura troppo impegnativa può attendere che l’opera sia portata in scena in uno dei teatri della propria città oppure gustarsi Molière in bicicletta, un simpatico film del 2013 di Le Guay che narra il tentavo di Serge e del suo amico Gauthier Valence di mettere in scena proprio Il misantropo.

 

Serge è un anziano attore cinematografico che, dopo un’amara delusione, ha deciso di abbandonare le scene e ritirarsi a vita privata in una spartana casetta sull’isola di La Ré ereditata da un parente. Anche l’ex attore è un misantropo, infatti ha ridotto al minimo i contatti umani per dedicarsi alle proprie passioni, pittura e lettura, in particolare delle opere di Molière. La sua solitudine viene interrotta dall’amio e collega Gauthier Valence, diventato famoso per aver interpretato un personaggio di una telenovela, che lo invita a recitare ne Il misantropo. I due attori recitano a turno il ruolo di Alceste, interrompendo le prove per dedicarsi a piacevoli pedalate in bicicletta sull’isola o intrattenendosi con la bella Francesca, di cui Serge ben presto si innamora.

 

Il misantropo del film è molto diverso da quello dell’opera teatrale in quanto viene considerato tale per il suo desiderio di ritirarsi dal mondo dopo essere stato deluso dalla vita anziché per la sua incapacità di adeguarsi ad essa. Durante la visione è però possibile assistere ad alcuni dialoghi tratti dalla commedia di Molière.

 

“Mandragola” di Jurij al Carcano di Milano

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In questi Giorni sta andando in scena al Carcano di Milano Mandragola di Machiavelli, del regista Jurij Ferrini. L’opera, di datazione controversa, è stata probabilmente scritta nel 1518 ed è una delle prime grandi commedie in volgare ad affrancarsi dai modelli latini, ma trasmette ancora oggi un significato potente e suggestivo.Pur restando fedele al copione cinquecentesco, Ferrini ha saputo valorizzare l’attualità della commedia in cinque atti apportando piccole modifiche che, soprattutto per quanto riguarda la comicità del testo, hanno attribuito alla messa in scena un sapore moderno e innovativo.

Il luogo della rapresentazione è Firenze, l’azione si svolge nell’arco di qualche giorno nel primo Cinquecento. L’epoca viene confermata dalla menzione di alcuni fatti storici: il timore di Fra’ Timoteo dello sbarco o dell’invasione dei Turchi, il saccheggio di Otranto del 1480 e la diffusione della sifilide.

Ripassiamo brevemente la trama per tutti coloro che non hanno frequentato il liceo. L’opera racconta la divertente storia di Nicia, un ricco ma sciocco dottore in legge di età avanzata che non riesce ad avere figli con la sua bellissima moglie Lucrezia, e Callimaco, che ha lasciato Parigi appositamente per conoscere la donna  e vuole escogitare uno stratagemma per giacere insieme a lei. Con l’aiuto del servo Siro e gli astuti consigli di Ligurio, viene escogitato un piano molto audace: Callimaco si finge dottore e consiglia a Nicia di somministrare alla moglie una pozione di mandragola, una pianta medicinale cui nel Medioevo venivano attribuite proprietà curative e la cui radice ricorda spesso un corpo umano stilizzato. L’intruglio consentirebbe alla donna di restare incinta, ma il primo uomo con cui avrebbe rapporti sarebbe destinato a morire, così madonna Lucrezia dovrebbe andare a letto con un’altra persona prima di avere rapporti con il marito. Il gruppo catturerebbe un malcapitato per svolgere tale attività, naturalmente Callimaco farebbe in modo di cadere tra le grinfie dei rapitori. Per convincere Lucrezia a tradire il marito vengono coinvolti sua madre e Frate Timoteo, un prete corrotto. Il piano va a buon fine attraverso divertenti peripezie e intriganti esibizioni di retorica e Nicia, felice dell’esito dell’operazione, consente a Callimaco di risiedere in casa sua e di frequentare Lucrezia.

 

Come è evidente dalla trama, l’opera è caratterizzata da una spietata indagine sulla natura umana e la corruzione della società, della tradizione, della politica e della famiglia. Si tratta di una parodia caricaturale del pensiero serio, in cui la comicità provoca nello spettatore riflessioni profonde e amare perché dietro la commedia si nasconde una tragedia sociale e gli stessi principi trattati nel Principe. Il mondo infatti viene presentato come popolato da personaggi senza scrupoli, falsi, ipocriti, animati da istinti egoisti e malvagi.

I nomi dei personaggi non sono casuali: l’accostamento di un nome greco e un cognome italiano indicano l’unione tra classicità e modernità.
Nicia è un vecchio dottore in legge, molto ricco ma anche molto sciocco. Verrà truffato da Callimaco e Nicia, che lo convinceranno a permettere che sua moglie lo tradisca. Il suo linguaggio è spesso poco comprensibile.
Colui che tesse la trama dell’opera è Ligurio che, anche se viene presentato nel prologo come un parassita, dimostra di essere  astuto, rapido nell’adattare i suoi piani agli eventi e un abile retore nel persuadere i propri interlocutori a suo piacimento. Spesso gioca con parole e significati equivoci.
Callimaco invece viene presentato inizialmente come un “giovane gentile e di buone maniere”, tuttavia dimostrerà di essere nient’altro che una marionetta nella mani di Ligurio, dal quale addirittura fatica a separararsi ad  un certo punto dell’opera. Fingendo di essere un medico, mostrerà notevoli abilità retoriche nel persuadere Nicia ad accettare che sua moglie lo tradisca. Non esita ad esibire la propria conoscenza del latino per abbindolare Nicia.
Anche Fra’ Timoteo non è nient’altro che uno strumento nelle mani di Ligurio, ma si differenzia  da Callimaco in quanto non solo è consapevole del suo meschino ruolo nella vicenda, ma si presta volontariamente a tale attività in cambio delle generose offerte di denaro di Nicia. Il prete corrotto non esiterà ad appellarsi ad argomenti teologici per convincere Lucrezia a tradire il marito.
Sostrata si dimostra una madre alquanto singolare: infatti assiste all’adulterio della figlia e sembra addirittura invidiarla (“E’ ci è cinquanta donne, in questa terra, che ne alzerebbero le mani al cielo”, atto III, scena XI).
Lucrezia viene descritta solamente per quanto riguarda la propria bellezza, decantata  in Italia quanto all’estero. La donna dimostra di avere la qualità, apprezzata nel Principe, di  adeguarsi alle circostanze in quanto accetta di tradire il marito.

 

Avendo eliminato le canzoni, l’opera si apre con il prologo, che il regista ha voluto rappresentare come un talk show, in cui i vari personaggi vengono introdotti sul palco da una presentazione e da un applauso entusiasta del pubblico.

La scenografia è molto semplice ma efficace: si tratta di un ampio sfondo su cui è raffigurata una città ideale in bianco e nero, con alcuni elementi appartenenti alle nostre banconote. Nello sfondo sono ricavate due porte realmente apribili, (le abitazioni di Nicia e Callimaco) e alcuni pannelli possono roteare su se stessi dando vita all’interno della casa di Callimaco e al tabernacolo di Fra’ Timoteo. Gli altri elementi in scena sono minimi: un tavolo e alcune sedie, non sempre presenti.

Il regista ha probabilmente voluto insistere sulla modernità dell’opera non solo vestendo i suoi attori con costumi moderni (giacca e cravatta per gli uomini, vestiti novecenteschi per le due donne), ma intervenendo direttamente sul testo: ha infatti eliminato le canzoni, lontane dal gusto dello spettatore contemporaneo, e ha aggiunto delle battute comiche che rendono più scorrevole il testo cinquecentesco e contraddistinguono la messa in scena stessa. Il risultato è uno spettacolo teatrale tutto da ridere e apprezzabile anche da parte di un pubblico adolescente.

Per concludere, vi consigliamo di guardare i trailer disponibili su YouTube:

 

 

 

Lo “Sponsus”, la prima opera teatrale in lingua romanza

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Lo Sponsus è il primo testo teatrale in lingua romanza. Siamo nell’XI secolo, la Francia si è aggiudicata il primato nella realizzazione di una letteratura romanza, vale a dire nella stesura di documenti in una lingua derivante dal latino (un francese molto arcaico rispetto al francese moderno che tutti conosciamo). La scrittura è in questo periodo praticata soprattutto in ambienti religiosi e lo Sponsus è infatti un dramma liturgico limosino, avente per lo più lo scopo di coinvolgere i fedeli durante la messa che, essendo celebrata in latino, non era comprensibile per il pubblico. L’opera è lunga poco meno di un centinaio di versi, una quarantina dei quali sono costituiti da decasillabi romanzi.

La vicenda messa in scena è la Parabola delle dieci vergini tratta dal Vangelo di San Matteo. Le fanciulle rappresentano l’universo dei credenti, all’interno del quale molti si dedicano solamente alla pratica esteriore della religione o compiono opere buone per mera vanità, come le vergini stolte che sprecano l’olio che è stato loro affidato durante uno sposalizio. Quando giunge lo sposo (che rappresenterebbe Cristo nel giorno del Giudizio), le vergini stolte hanno consumato tutto l’olio delle loro lampade e nessuno sarà in grado di rifornire loro della preziosa sostanza. Le sciagurate si ritrovano così escluse dal corteo dello sposo, come coloro che non sono accolti in Paradiso il giorno del Giudizio Universale, e vengono trascinate all’inferno da un gruppo di diavoli.

Poco importa il significato religioso dell’opera per un’atea come la sottoscritta, è molto più interessanti soffermarsi sulle caratteristiche del testo, che lo rendono un gioiello della letteratura medioevale.

La parabola gode di notevole successo nell’arte figurativa, infatti compare in affreschi catacombali del IV secolo e in alcune miniature di Evangeliari altomedievali sia occidentali sia bizantini, Nell’affresco delle chiesa di San Quirce di Pedret in Catalogna, di datazione tutt’oggi controversa, i personaggi sembrano avere una presenza scenica che evoca un’azione drammatica.

Nel testo sono presenti gli elementi essenziali per considerarlo un’opera teatrale: sono presenti delle rubriche che indicano le battute dei diversi personaggi, inoltre troviamo delle primitive note riguardanti l’azione scenica. Il testo suggerisce infine una rappresentazione dell’inferno decisamente teatrale, con comparse travestite da demoni e qualche rudimentale artificio tecnico in grado di evocare l’inferno. L’azione scenica è indipendente dalla liturgia, pertanto potrebbe rappresentare l’inizio di quella migrazione che, a partire dal secolo successivo, porterà il teatro volgare fuori dalle chiese.

Nel testo vengono alternate la lingua latina e il volgare; la prima ha una funzione lirico-narattiva, la seconda elegiaca. Il volgare è inoltre la lingua adottata dai primi personaggi profani del teatro religioso medioevale, appartenenti alla quotidianità e pertanto caratterizzati da vivido realismo: i mercanti, anzi, i mercatores. Nella parabola i mercanti compaiono solamente in un riferimento indiretto (le vergini stolte si sarebbero rivolte per comprare altro olio su consiglio delle vergini prudenti, se lo sposo non fosse giunto prima che potessero realizzare i loro piani), nello Sponsus invece tali figure diventano dei veri e propri personaggi che calcano la scena.

E’ molto interessante ricostruire la storia linguistica degli inserti romanzi dell’opera. Un’ipotesi minoritaria ha ipotizzato un’origine normanna, mentre la maggioranza la localizza tra il sud-ovest del dominio d’oil e il nord-ovest di quello d’oc, tra Anjou, Poitou e Angoumois. Avalle ha invece individuato un testo pittavino nell’originale del dramma liturgico, poi trascritto da un copista proveniente dalla parte settentrionale dell’area limosina. Tale teoria spiegherebbe l’alternarsi di tratti fonetici settentrionali e meridionali. Si tratta di un’analisi linguistica ci consente di affermare che alla terra del Poitou spetta il merito di aver creato il primo testo letterario parzialmente gallo-romanzo non solo teatrale, ma anche orientato verso una prospettiva profana.

 

Per concludere, facciamo ora un salto temporale di duecento anni, più precisamente nel 1264 quando, durante le celebrazioni del Corpus Domini, il sagrato venne ritenuto inadatto ad ospitare gli spettacoli religiosi, che pertanto vennero trasferiti in piazza. Per la prima volta gli attori non erano chierici ma degli esperti e sul palcoscenico comparvero botole, trabocchetti, gru, fumo per simulare le resurrezioni. Le scene più spettacolari erano le cadute nell’inferno, i voli degli angeli e le rappresentazioni degli antri infernali. Nel XIV secolo le rappresentazioni teatrali non furono più organizzate dalla Chiesa ma dalle corporazioni.

 

FONTI:

  • Maria Luisa Meneghetti, Le origini delle letterature medievali romanze, Editori Laterza

 

 

 

“Callas” di Dario Fo e Paola Cortellesi

Venerdì 4 dicembre è andato in scena su Rai1 Callas, l’ultimo progetto ideato da Dario Fo e Franca Rame prima della recente morte della famosa attrice italiana. Il premio Nobel ha rispolverato l’opera e ha deciso di portarla in scena con Paola Cortellesi in occasione dell’anniversario della nascita della cantante greca. A questo proposito racconta: “Con mia moglie dovevo realizzare un testo breve, poi è venuto fuori uno spettacolo enorme, poi Franca è mancata proprio in quel momento. Da Verona, dove dovevamo fare questo lavoro, è venuto l’invito a continuare e Gianmarco Mazzi mi ha suggerito di farlo con Paola“.

Lo spettacolo mette in scena la biografia completa della Callas dal concepimento in Grecia, avvenuto poco prima che i suoi genitori partissero per gli USA, alla precoce manifestazione delle sue abilità canore, dai suoi studi al conservatorio in Grecia ai traguardi più importanti della sua carriera, fino ai due grandi amori della sua vita, Meneghini e Onassis. Lo spettacolo si conclude con la morte di Maria Callas, di Meneghini e l’ascesa in celo di entrambi, che Dario Fo e Franca Rame hanno immaginato essersi ricongiunti dopo la morte. YouTube offre un interessante documentario che riassume i punti principali della vita della diva e propone degli interessanti filmati.

Lo spettacolo è strutturato come un’opera teatrale ma presenta tutte le caratteristiche necessarie per trasmetterlo in televisione. L’evento si svolge in uno studio televisivo che tuttavia è stato allestito come un vero teatro: troviamo infatti una platea e un palcoscenico su cui recitano Dario Fo e Paola Cortellesi, le telecamere precedono sapientemente ogni movimento degli attori, rendendo più gradevole la visione al pubblico a casa. Le scenografie evocano i grandi teatri all’italiana per ricreare l’ambiente in cui andavano in scena i melodrammi in cui cantava la Callas, al centro del palcoscenico un maxischermo riproduce i dipinti di Dario Fo che, come in molte altre sue opere, accompagnano la narrazione. Nonostante questo espediente sia stato proposto più volte, riesce sempre a vivacizzare l’opera e conquistarsi il favore del pubblico.

Paola Cortellesi interpreta una bella, energica e simpaticissima Maria Callas svolgendo un ruolo da primadonna rispetto a Dario Fo, che assume invece le vesti di tutti i principali personaggi maschili comparsi nella vita della cantante. Nonostante la differenza di età e la scarsa conoscenza reciproca, i due dimostrano di essere non solo dei veri professionisti, ma anche due colleghi in straordinaria sintonia, ciò è evidente dalle battute di spirito, dal modo in cui si spalleggiano, dai gesti affettuosi e, più generalmente, dall’alchimia che si è instaurata nel loro rapporto.

Nonostante sia prossimo ai novanta, Dario Fo si destreggia abilmente sul palco, dimostrando ancora una volta di avere una creatività inesauribile. In uno spettacolo che offre tutti gli ingredienti tipici delle opere di Dario Fo, Paola Cortellesi si presenta come una novità ed è impossibile non paragonarla a Franca Rame, ma la giovane comica sa reggere il confronto con la maestra. Paola Cortellesi stupisce il suo pubblico con un elegantissimo abito da sera nero che lascia scoperte le braccia e le spalle toniche e i capelli castani sono raccolti  in un semplice ma raffinato chignon, ma ciò che conta sono il carisma e la simpatia con cui interpreta magistralmente Maria Callas.

E’ interessante analizzare il ruolo della musica in uno spettacolo che tratta di opera lirica ma è interpretato da persone che mai potrebbero apparire in un melodramma. Più volte volte Paola Cortellesi canta nel corso dello spettacolo sia seriamente, come nel caso dell’inno americano, sia in modo comico; persino Dario Fo azzarda qualche simpatico acuto. L’opera lirica introduce e conclude lo spettacolo solo nelle vesti di sigla, ma forse è giusto così: Dario Fo si occupa di teatro, non di musica.

“Der Park” di Stein al Piccolo

E’ la prima volta che il nostro sito ospita una recensione negativa di uno spettacolo teatrale in quanto solitamente preferiamo non parlare di ciò che non apprezziamo. Sabato 28 novembre abbiamo assistito ad un’opera talmente insensata da sentirci quasi in dovere di avvertire di quanto sia poco gratificante la visione. Il fatto che la critica ne abbia parlato positivamente e che lo spettacolo sia stato persino consigliato agli studenti nel corso di una lezione universitaria ci lascia interdetti e basiti.

L’opera è “Der park” di Botho Strauss, il regista è Peter Stein e il teatro è lo Strehler del Piccolo Teatro di Milano. La sceneggiatura si ispira a “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, ma non è nemmeno vagamente all’altezza della splendida commedia del Bardo.

Oberon e Titania si ritrovano sulla terra in corpi umani e, delusi dalla desolante vita sessuale degli esseri umani, cercano di risvegliare in loro la libido importunando i passanti mostrandosi nudi in un parco, incapaci di comprendere le reazioni schifate e spaventate dei loro interlocutori. Titania vorrebbe accoppiarsi con alcuni esseri umani, ma ciò implicherebbe la perdita della propria natura divina, di conseguenza Oberon la induce con un amuleto a desiderare di accoppiarsi con un toro. Quanto tutto ciò possa essere sensato verrà lasciato alla discrezione del pubblico. L’amuleto è stato prodotto da un artista omosessuale innamorato di un bellissimo ragazzo nero, non ricambiato. Parallelamente a tutto ciò, un uomo sposa una trapezista molto attraente, che tuttavia è innamorata del miglior amico di quest’ultimo. La donna ben presto manifesta opinioni reazionarie e razziste, perciò il marito perde interesse per lei. Talvolta compaiono in scena un gruppo di ragazzi punk; si tratta di personaggi molto accattivanti, ma è poco chiara la loro funzione all’interno del plot.

La trama ci è parsa confusionaria e eccessivamente intricata, inoltre molte scene erano prive di senso, soprattutto quelle ambientate in un bar allestito ai piedi del palcoscenico e il momento in cui un ragazzo punk simula la masturbazione spogliandosi e massaggiando il proprio pene. Noi non siamo affatto contrari alla rappresentazione in teatro di scene di nudo o di atti relativi alla sfera sessuale, tuttavia vorremmo che tali scene siano inserite in modo armonico e sensato nella trama dell’opera e che non siano una inutile esibizione, finalizzata unicamente a stupire gli spettatori.

Gli attori erano abili nel coinvolgere il pubblico e sapevano ben interpretare un copione che nonostante tutto risultava noioso in più scene, soprattutto a causa di dialoghi non incalzanti. I battibecchi tra Titania e Oberon risultavano dunque a tratti avvincenti e a tratti noiosi, mentre i dialoghi più divertenti erano quelli relativi al triangolo amoroso tra i due amici e la trapezista, in cui il ritmo era notevolmente più rapido.

I costumi sono stati realizzati con abilità e sapevano caratterizzare i vari personaggi, tuttavia non abbiamo apprezzato le trasformazioni di Titania in un personaggio malefico che si muoveva a scatti e successivamente in una donna/toro vogliosa di accoppiarsi con un toro. Il modo più semplice per rappresentare la trasformazione di un personaggio è mutare il suo abbigliamento, ma bisogna lasciare qualche elemento invariato per rendere riconoscibile il personaggio stesso, soprattutto considerando che gli spettatori seduti lontano dal palcoscenico faticano a distinguere i lineamenti del viso degli attori. La comprensione degli eventi in scena era dunque estremamente difficoltosa quando Titania cambiava il proprio costume.

L’unica nota pienamente positiva dello spettacolo è la scenografia, che mutava rapidamente e in modo talvolta spettacolare grazie alle tecnologie all’avanguardia del Piccolo Teatro di Milano.

Il giudizio complessivo sull’opera è assolutamente negativo, pertanto non consigliamo a nessuno di recarsi a teatro per assistere allo spettacolo. Riteniamo che altri la pensino come noi  in quanto molta gente ha abbandonato la sala prima del termine degli applausi (probabilmente non si è trattato soltanto di spettatori che avevano fretta di tornare a casa). Il Piccolo inoltre ha reso disponibili dei biglietti a prezzi scontati, forse per riempire le sale vuote.

Abbiamo scoperto degli interessanti video relativi ad un’intervista di Maddalena Crippa, che ha magistralmente interpretato Titania. Pensiamo sia corretto nei confronti del Piccolo Teatro di Milano, che da anni seguiamo in quanto propone dei favolosi spettacoli, condividere tali video per dare voce anche a coloro che hanno realizzato lo spettacolo.