“Le cognate”, una commedia con Anna Valle

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Il teatro Martinitt di Milano, dal 29 novembre al 16 dicembre, propone una commedia leggera e frizzante, Cognate – cena in famiglia, che si rivolge ad un pubblico desideroso di divertirsi affrontando temi di evasione. Il testo è di Éric Assous e la regia di Piergiorgio Piccoli, mentre nel cast compare una star del calibro di Anna Valle, che fortunatamente interpreta un ruolo volto ad esaltare le sue doti recitative oltre che la sua straordinaria bellezza, in quanto il suo personaggio è una donna ordinaria e il costume di scena che indossa non sottolinea certo il bel fisico della reginetta di bellezza, Miss Italia 1995.

Il tempo dell’azione è la nostra contemporaneità: non si menziona l’anno preciso in cui si svolgono i fatti, però si nomina il femminicidio e compaiono dei cellulari con una suoneria moderna come elementi appartenenti al nostro presente. Il luogo è un paese di campagna nella periferia di Milano.

La trama è semplice e per nulla intricata. Tre fratelli e le rispettive consorti si ritrovano per una cena nella casa di campagna di uno dei tre. Si preannuncia una serata in nome di relazioni formali e di apparenza, ma una delle mogli ha invitato una giovane, avvenente, civettuola e sessualmente disinibita e libertina ragazza, Talia, che ha rapporti ambigui con ciascuno dei tre uomini: i fratelli sono rispettivamente l’avvocato, il dentista e il datore di lavoro di Talia e non amano parlare di ciò alle mogli. Le tre cognate, Matilde, Cristina e Nicole, diventano immediatamente gelose e iniziano ad indagare un eventuale rapporto amoroso tra i loro mariti e la giovane, mentre gli uomini cadono nel panico e cercano in ogni modo di negare l’evidenza. Scoppiano rancori e bisticci, ma anche alleanze inaspettate che vorrebbero far ridere, ma non riescono a coinvolgere particolarmente lo spettatore. Complici dialoghi troppo lunghi, lenti e difficili da seguire per uno spettacolo che vorrebbe essere comico, le risate tardano ad arrivare, anche se un paio di volte il pubblico si è concesso qualche sorriso tiepido e composto.

Argomento principe della comicità è il sesso, con la seduzione esuberante di Talia e le indagini gelose delle cognate, ma si tratta sempre di battute fini, mai volgari anche quando si racconta che uno dei tre fratelli ha salutato Talia chiamandola “bella gnoccolona”, oppure quando si parla di tradimenti e gravidanze indesiderate. La morale non apertamente specificata della vicenda è che, dietro una cordiale formalità, anche nelle migliori famiglie regna il tradimento, la menzogna e la sessualità promiscua. Tutto ciò fa sorridere e rende lo spettacolo adatto alle famiglie e a quelle persone che non amano il teatro sperimentale, in favore di uno stile più tradizionale.

La recitazione era molto realistica e spontanea, è stata lodevole la scena in cui Cristina e Matilde si picchiano, o quella in cui compiono un gesto quasi analogo i tre fratelli. I dialoghi sono la colonna portante dello spettacolo e, con qualche rara eccezione, la prossemica e i movimenti degli attori sul palcoscenico sono piuttosto statici perché l’intera azione si svolge in un interno: la recitazione diventa così una piccola danza in cui ci si avvicina o ci allontana di poco, ci si alza e ci si siede in uno spazio ristretto. Uno spettatore distratto non se ne accorge nemmeno, ma ogni piccolo spostamento conferisce dinamismo all’azione.

Merita una nota negativa la scenografia, una sala da pranzo di un’ordinaria casa di campagna. Gli arredi erano troppo finti e non caratterizzavano la situazione, perciò risultavano insipidi. In particolare, non avevano alcuna coerenza con il resto dell’arredamento dei cuscini rosa confetto appoggiati su due sedie e la statua di un fenicottero rosa: nessuno arrederebbe in quel modo casa propria e avevano poco a che vedere con la personalità dei padroni dell’abitazione. I costumi maschili erano ordinari e sembravano degli indumenti utilizzati da persone realmente esistenti, ma i personaggi femminili erano vestiti con vestaglie buffe, esteticamente brutte e fuori moda, inoltre non caratterizzavano la loro personalità e non facevano risaltare le forme delle tre attrici, che erano delle belle donne e la cui bellezza avrebbe meritato maggior risalto, anche se il ruolo della femme fatale spettava a Talia. Due di loro indossavano delle sottospecie di vestaglie sformate dai colori spenti, Anna Valle portava invece un vestito marrone. Le foto pubblicate sul sito web del teatro ritraggono gli attori in abiti da sera neri molto eleganti, promettendo una realtà molto diversa. Erano invece molto graziosi il vestitino da sera di Talia e i suoi tacchi.

Consigliamo questo spettacolo a chi desidera trascorrere una serata spensierata, senza riflettere, ma non cerca spettacoli dalla comicità raffinata.

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“Tu es libre”, perchè diventare una terrorista islamica?

Articolo scritto per Lo Sbuffo.

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Tu es libre è uno spettacolo pluripremiato, eppure non ci è piaciuto. E’ arrivato in finale al Premio Riccione per il Teatro 2017 ed è stato selezionato dalla Comédie Française tra le novità più significative della stagione 2017/18; nonostante ciò abbiamo alcune critiche negative da segnalare all’autrice Francesca Garolla e al regista Renzo Martinelli.

Haner è un nome inconsueto per una ragazza anche in Francia, dove è ambientata la vicenda: deriva dall’etimologia di Andromaca, il nome della fedele moglie dell’eroe troiano Ettore, ed è composto da Aner, uomo, e Make, battaglia. “Uomo in battaglia”, un nome per una donna forte e coraggiosa, come la protagonista di questa storia. Haner è una studentessa di lettere classiche con la passione per l’Iliade, l’opera che, in qualità di topos del libro feticcio, accompagna l’intera vicenda. È una ragazza curiosa e piena di interrogativi, nessuno si sarebbe mai aspettato che avrebbe lasciato la sua vita ordinaria per andare in Siria e diventare una terrorista. Le persone a lei vicine, nel corso di un’indagine delle autorità, cercheranno di scoprire le motivazioni che hanno spinto Haner a compiere tale scelta, la morale della vicenda però è che non esiste una ragione dietro la partenza della giovane, così lo spettatore lascia la sala con più interrogativi che risposte.

Gli attori in scena sono sei: una madre affettuosa e infuriata per la perdita della figlia, un padre che cerca il dialogo ma non lo trova, un fidanzato immigrato che non condivide le scelte di Haner e un’amica superficiale, egocentrica e appassionata di moda, eccessivamente stereotipata e priva di spessore come personaggio. L’ultimo personaggio è una donna bionda con delle cuffie, una sorta di voce della coscienza di Haner, un narratore o forse l’autore implicito dello spettacolo; il suo ruolo è poco chiaro, ma svolge efficacemente la funzione di far riflettere lo spettatore, pronunciando riflessioni profonde e commentando la vicenda. I personaggi, eccetto Haner e la donna bionda, si agitano per il palco con movimenti nervosi e stressati, ma la loro agitazione non porta a nulla perché non si riuscirà a comprendere le azioni di Haner. I vestiti degli attori sono indumenti semplici, tratti dal quotidiano, non sembrano affatto costumi di scena, così i personaggi sembrano persone estremamente realistiche.

La scenografia è minimalista ed è costituita da un’impalcatura in legno non sopraelevata con una lunga panca sul fondo, su cui siedono i personaggi in attesa di entrare in scena. Non esistono quinte, i personaggi si aggirano continuamente sul palco in attesa di prendere la parola e fornire la propria versione dei fatti; durante questi lunghi minuti di inattività leggono un giornale, si rifanno le unghie o conversano. Sul palco due sedie di legno vengono continuamente spostate con gesti rumorosi che vorrebbero sottolineare la volontà ferma dei personaggi di trovare una soluzione, ma questo strano gesto non porta a niente.

Gli autori hanno indubbiamente avuto la brillante idea di indagare la psicologia di una persona occidentale in giovane età che abbraccia il terrorismo islamico, ma non hanno ben sviluppato l’analisi del personaggio. Le parole di Haner sono riflessioni vaghe, generiche e poco approfondite sulla libertà, sull’umanità della guerra e sulla possibilità di ricostruire dalle macerie.

Il Corano e la cultura islamica non trovano spazio nel testo teatrale, fatta eccezione per una citazione sulla creazione del mondo. Anche in questo caso però il testo musulmano per eccellenza non viene menzionato, il racconto religioso sembra essere un semplice mito molto poetico di una qualunque religione monoteista. E’ assurdo trattare un argomento simile affidando al Corano un ruolo marginale. Ma cosa sta spingendo un numero sempre crescente di persone a convertirsi all’Islam? La7 ha realizzato un servizio televisivo in cui intervista delle donne italiane convertite: tutte argomentano in modo chiaro cosa hanno trovato di suggestivo nel Corano, ma Haner non affronta tali tematiche, sembra più interessata all’esercizio della sua libertà personale che alla religione.

Trova invece spazio nello spettacolo l’Iliade, uno dei libri più importanti per l’Occidente, ma che non ha niente a che vedere con la cultura Islamica, in quanto hanno voluto creare una ragazza normale e acculturata, non una pazza o una fanatica religiosa; ma per compiere un gesto simile bisogna essere dei fanatici o avere subito dei traumi, lo rivelano i numerosi casi di ragazzine europee che nella vita reale hanno veramente lasciato la loro casa per comprare un biglietto aereo con destinazione Siria e diventare delle terroriste. Ancora una volta si è parlato di Occidente, perché a quanto pare noi Europei non sappiamo raccontare culture che non ci appartengono.

Come ultima osservazione, avremmo preferito un finale differente per la storia di Haner: una motivazione dietro le nostre azioni esiste sempre e non sarebbe stato difficile inventarne una con tutti i terroristi islamici che sono stati catturati e interrogati nella realtà. Il profilo psicologico del fanatico è il medesimo indipendentemente dal credo politico o religioso che abbraccia, perciò anche conoscendo poco la realtà del terrorismo islamico non sarebbe stato difficile creare un personaggio più realistico. Tuttavia non si è nemmeno sicuri che l’attentato di cui la giovane è stata accusata sia stato commesso proprio da Haner, perciò l’intera analisi dello psicologia di Haner è futile, in quanto la giovane potrebbe essere scomparsa per altri motivi.

Gli autori hanno avuto un’idea brillante, ma non hanno saputo svilupparla e il personaggio di Haner ha poco a che vedere con le donne e le ragazze che nella realtà hanno abbracciato il fanatismo religioso islamico.

Il teatro in Africa

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Anche in Africa esiste il teatro, le tradizioni al riguardo nel continente nero sono ricche e preziose. Per approfondire tali tematiche, ci soffermeremo su quanto racconta Ryszard Kapuscinski nel romanzo In viaggio con Erodoto, nel quale sono descritti i viaggi dell’autore intorno al mondo, alternati con un’analisi romanzata delle Storie di Erodoto. L’autore bielorusso rivela alcune interessanti informazioni sul teatro africano in due pagine in prossimità della conclusione dell’opera, in cui racconta le sue avventure in tale terra. Leggendo il romanzo è difficile distinguere l’autore implicito dal narratore omodiegetico e dalla reale persona di Kapucinski, tuttavia le informazioni fornite sembrano essere piuttosto affidabili, perché le vicende trattate sembrano coincidere con la biografia dell’autore e in quanto lo scrittore si presenta come un reporter, una persona che descrive realisticamente i paesi che visita e dunque degna di fiducia.

Secondo Kapucinski, il teatro africano non è costituito da regole rigide come quello Europeo. Nel corso di un festival sulla cultura africana cui partecipa il narratore, gruppi casuali di persone si riuniscono in luoghi qualsiasi della città per creare rappresentazioni dal nulla, senza basarsi su un testo ma improvvisando. Gli argomenti trattati sono umili e l’autore ne menziona alcuni come esempio: una banda di ladri arrestata dalla polizia, i mercanti che protestano contro la decisione di estrometterli dalla piazza del mercato, due mogli che si contendono un marito innamorato di una terza donna. E’ essenziale che la trama sia semplice e il linguaggio accessibile a tutti. Per diventare regista è sufficiente avere un’idea, dopodiché si distribuiscono le parti tra gli attori e si da inizio allo spettacolo.

Il luogo della rappresentazione può essere una strada, una piazza o un cortile, presso cui si raduna il pubblico improvvisato dei passanti, che possono restare se trovano lo spettacolo interessante o andarsene qualora subentrasse la noia. Talvolta l’opera di improvvisazione si interrompe se la meccanica dello spettacolo non funziona, ne consegue che i teatranti si disperdono, lasciando il posto ad altri artisti che partecipano al festival.

Può capitare che la rappresentazione in prosa si interrompa per lasciare spazio ad una danza rituale, cui partecipano anche gli spettatori. L’autore definisce tali balli “gai e spensierati”, ma racconta che può capitare che i danzatori si muovano con serietà e concentrazione, rendendo il rito collettivo grave e importante. Terminata la danza e la trance iniziatica, il dialogo recitativo viene ripreso.

Svolge un ruolo essenziale nella rappresentazione la maschera, che gli attori portano sempre sul volto o, se il caldo non lo consente, sottobraccio. La maschera è un simbolo, un’allusione ad un altro mondo di cui essa è segno, marchio e messaggio. Essa cerca di evocare emozioni, suscitare sentimenti e “sottomettere lo spettatore a sé”. La maschera svolge una funzione molto importante nella religione e nella cultura africana, il suo utilizzo nel teatro è solo una delle molteplici funzioni che assume.

Chiaramente la descrizione del reporter bielorusso è filtrata dalla sua appartenenza al mondo Occidentale, ma sarebbe interessante esaminare anche il punto di vista di un nativo africano. Le informazioni a nostra disposizione sul teatro africano sono state scritte prevalentemente da occidentali, ne consegue che è difficile guardare l’Africa con gli occhi di un suo abitante e lo stesso si può dire del teatro.

Altre fonti ci raccontano dati molto più precisi e puntuali del testo del romanzo, anche se certamente il loro stile è meno piacevole, in quanto non sono caratterizzate dalla leggerezza di un romanzo. In Africa il teatro è molto diverso da quello Occidentale, infatti può essere paragonato ad una festa, una cerimonia o un rituale con richiami evocativi. Lo spazio in cui si muove l’attore non è un palcoscenico ma la piazza di un villaggio, oppure l’ambiente in cui si riuniscono gli anziani della comunità, dunque l’arte drammatica non viene praticata solo in festival come quelli descritti dal reporter bielorusso. Attori e pubblico inoltre non sono completamente distinti, infatti può capitare che gli spettatori, conquistati dal dramma, partecipino attivamente alla rappresentazione, spesso fungendo da coro. La danza e la musica citate dal narratore del romanzo si associano alla coralità del teatro africano, inoltre l’autore del romanzo racconta che il teatro si fonda sull’improvvisazione, ma studiando altre fonti si scopre che sono molto importanti anche le tradizioni tramandate oralmente. Il reporter menziona soltanto i temi ispirati al quotidiano, mentre le opere africane trattano anche di religione, tradizioni, la vita del villaggio, le iniziazioni, il rapporto con la natura e il ciclo delle stagioni. Gli africani non hanno scuole di teatro, la loro abilità è genetica o, al più, viene appresa dai più anziani. Presso alcuni popoli è molto importante anche il mimo, in particolare si imitano i versi degli animali, la curvatura delle piante o la caccia dell’elefante.

Nel Cinquecento compaiono le prime testimonianze di compagnie teatrali africane: presso gli Yoruba, in Nigeria, era per esempio popolare un gruppo di artisti esperti, gli Alarinjo. I drammi religiosi a fondo mitologico erano la loro specialità. Quando aumentarono i contatti con gli occidentali, il teatro africano venne contaminato da nuovi elementi: argomenti biblici vennero trattati negli spettacoli locali e i dialoghi assunsero maggior rilievo rispetto alla danza.

Possiamo concludere che le arti non hanno necessariamente le caratteristiche che assumono in Occidente, infatti ogni popolo ha trovato il proprio modo originalissimo di esprimere la propria creatività. Ciò che accomuna tutti gli uomini è la voglia di condividere esperienze, di fare cultura insieme e di dare libero sfogo alla fantasia.

“Una bestia sulla luna” al Teatro Elfo Puccini

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Il genocidio armeno è una delle pagine più buie del Novecento e la storia dei sopravvissuti merita di essere raccontata tanto quanto quella delle vittime. Si occupa di un argomento così delicato Una bestia sulla luna, proposto dal Teatro Elfo Puccini di Milano, ove è in scena dal 16 al 21 ottobre 2018. Lo Spettacolo è di Richard Kalinoski, la traduzione di Beppe Chierici, la regia di Andrea Chiodi.
Aram Tomasian è l’unico sopravvissuto della sua famiglia al genocidio armeno, si trasferisce in America per ricostruirsi una nuova vita con la quindicenne Seta, orfana a causa dell’orrore commesso dai turchi e da lui sposata per procura. Lo spettacolo racconta il difficile fardello di essere scampati ad uno sterminio e l’impossibilità di determinare le proprie esistenze in seguito ai casi che il destino sceglie per ciascuno. Nell’ordinaria esistenza della coppia comparirà Vincenzo, un esuberante orfanello italiano bisognoso di cure e di affetto. La storia d’amore e gli scontri tra Aram e Seta sono narrati da un anziano signore, che svolge l’apparente funzione di narratore extradiegetico, ma successivamente lo spettatore lo identificherà come un personaggio della vicenda.
La scelta del cast è alquanto singolare: se gli attori che interpretano Aram (Fulvio Pepe) e il narratore (Alberto Mancioppi) hanno un aspetto simile a quello dei propri personaggi, i ruoli di Seta e Vincenzo sono stati invece affidati ad artisti molto diversi dal profilo che lo spettatore si immagina ascoltando le battute. Seta dovrebbe essere una ragazzina di quindici anni all’inizio dello spettacolo e poco più vecchia al termine della rappresentazione, ma viene interpretata da Elisabetta Pozzi, una cinquantenne, creando un effetto straniante. Considerando che Seta è prima una bambina costretta a vivere la vita di una signora sposata e successivamente una giovane adulta con la consapevolezza di una donna vissuta, tale effetto di spaesamento conferisce spessore allo spettacolo ed è decisamente appropriato. L’attrice è inoltre la star dello spettacolo sia per la magistrale interpretazione sia per la propria fama presso il pubblico. Il piccolo Vincenzo (Luigi Bignone) infine è interpretato da un ragazzo molto basso e dalla fisionomia pulita da bambino, ma i segni della barba sulle sue guance erano evidenti. Il ruolo dell’orfanello è molto complesso e probabilmente è stato scelto un artista adulto perché un bambino non avrebbe mai avuto l’esperienza necessaria per affrontare una simile sfida.
La scenografia (Matteo Patrucco) è essenziale ma efficace, semplice come sarebbe apparsa la casa dei due armeni: un tavolo, alcune sedie, pannelli scorrevoli per consentire di entrare ed uscire di scena. Svolgono una funzione molto importante i numerosi oggetti di scena che caratterizzano lo spazio molto più delle scenografie, ricordiamo per esempio un ferro da stiro, una carrozzina per neonati, torte realmente commestibili, una macchina fotografica, pacchi regalo, cappotti, uno specchio, una bambola e una foto che raffigura soggetti privi di teste. I costumi (Ilaria Ariemme) sono realistici, umili, non dissimili da quelli che avrebbero potuto indossare degli immigrati americani nel primo Novecento; i personaggi si cambiano d’abito spesso nel corso della rappresentazione, in alcuni casi gli indumenti sono diventati veri e propri oggetti di scena funzionali alla trama. Le luci sono di Cesare Agoni e le musiche di Daniele D’Angelo.


Le fotografie rivestono un ruolo primario nella rappresentazione perché sono l’emblema del ricordo sia della tragedia degli armeni, sia del futuro che Aram e Seta vogliono costruire insieme. Sullo sfondo vengono proiettate fotografie del genocidio, fornite dall’Archivio Wegner, e finte immagini d’epoca che ritraggono gli attori. Questa seconda categoria di fotografie vengono scattate, nella finzione teatrale, da Aram per documentare gli eventi più importanti della sua nuova vita in America durante lo svolgimento della storia, il suo gesto simboleggia la volontà e la necessità di ricostruire una storia famigliare stravolta dal massacro. Le vicende dello sterminio non compaiono mai sulla scena, ma vengono evocate dalle parole dei personaggi; persino le fotografie autentiche non ritraggono mai l’orrore dello sterminio.
Il ritmo della narrazione è molto lento perché la struttura del racconto è fondata sui dialoghi, che devono essere seguiti con attenzione per gustare appieno la rappresentazione. La recitazione è realistica e mira ad emozionare lo spettatore. Non abbiamo compreso la scelta del titolo, pertanto ci chiediamo a cosa si riferisca o chi sia la bestia sulla luna.

“Una classica storia d’amore eterosessuale” al Teatro Fontana

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Una classica storia d’amore eterosessuale, andato in scena al Teatro Fontana di Milano ad opera della compagnia teatrale under 35 Domesticalchimia è la storia di una famiglia infelice. La direzione dello spettacolo è opera di due donne: Francesca Merli alla regia e Camilla Mattiuzzo alla drammaturgia.

Lo spettacolo racconta la triste vicenda di una famiglia i cui membri non hanno nome, ma sono identificati con il loro ruolo -la Madre, il Padre, il Figlio- perché rappresentano l’emblema della famigliola problematica italiana e forse europea. Una casa claustrofobica, priva di comunicazione tra i membri, che dialogano con frasi fatte –hai mangiato? Dov’è tua madre?- , in cui ciascuno è insoddisfatto e non riesce a realizzarsi. I membri della famiglia sono inoltre vittime dei luoghi comuni: una madre non può bere una birra, un padre non può piangere e un figlio è destinato ad assomigliare ai genitori.

Il Figlio è un ragazzino di undici anni in psicanalisi a causa dei problemi che, a suo dire, gli hanno provocato sua madre e in secondo luogo suo padre. Assistendo allo spettacolo è evidente tuttavia che le vere figure problematiche sono i genitori, delle cui difficoltà risente il bambino soltanto di riflesso. Massimo Scola non ha undici anni, anche se il suo volto da ragazzo pulito ben si presta ad interpretare il ruolo di un bambino. L’ingenuità e la spensieratezza del personaggio sono enfatizzate dal tono di voce e dalla mimica, nonché da un casco da ciclista che l’attore indossa per tutto il corso della rappresentazione. Tale personaggio svolge la triplice funzione di attore, narratore e spettatore della storia d’amore dei propri genitori.

Davide Pachera è il Padre, uno scrittore senza talento vittima del proprio narcisismo e pertanto mai realmente presente in famiglia. Occhialetti e giacca beige da intellettuale, si esprime con citazioni letterarie e appare solenne e distaccato. La Madre è Laura Serena, un’attrice carismatica che attira su di sé l’attenzione in quanto unica donna presente sul palcoscenico; la donna è molto giovane per il ruolo che interpreta, tuttavia ciò non intacca la buona riuscita dello spettacolo. La Madre è una casalinga insoddisfatta che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo, cerca di realizzarsi provando gli hobby più vari e strani ma abbandonandoli dopo poco tempo. Se il Padre e il Figlio indossano sempre i soliti sobri vestiti, la Madre cambia continuamente costumi di scena indossando abiti anche molto eccentrici, presenti sul palco appesi su un appendino sin dall’inizio della rappresentazione.

La scenografia è molto sempice: visibile allo spettatore sin dal suo accesso in sala per assenza di sipario, è costituita da un tavolo, delle sedie, l’appendino con i vestiti della madre già menzionato e un microfono, attraverso il quale i personaggi enfatizzano le frasi più importanti tra quelle pronunciate. Sullo sfondo vengono proiettati dei video e le indicazioni cronologiche degli eventi narrati, che non seguono un ordine temporale lineare. La musica e la rumoristica di Federica Furlani svolgono una funzione portante; è presente una breve sequenza cantata e comicamente ballata dai tre personaggi dell’habanera della Carmen di Bizet, in cui gli attori dimostrano di essere molto abili anche nel canto. I movimenti scenici sono opera di Elena Boillat.

Nonostante i temi trattati siano molto seri, l’atmosfera dello spettacolo è leggera, rilassata e spesso comica. Lo spettatore sa che ai momenti più tragici possono seguire da un momento all’altro le battute più spensierate ed esilaranti. Gli attori, soprattutto il Padre e il Figlio, interagiscono attivamente con il pubblico annullando la separazione tra palcoscenico e platea: lo spettacolo inizia quando il figlio si alza in piedi da una poltrona tra il pubblico e porge ad uno spettatore un foglio chiedendo “Dottore, mi psicanalizzi”; il Padre propone al pubblico di prendere una busta fissata sul sedile davanti a loro e di compilare il questionario con una matita dell’Ikea, che verrà restituita in seguito su invito dell’attore. Tutto ciò non sminuisce la gravità delle questioni sollevate dai Domesticalchimia: nell’impossibilità di trovare una soluzione ai dilemmi della società moderna, è possibile solamente affrontare i problemi con il riso.

Lo spettacolo offre una leggera serata di evasione in nome del riso e della riflessione. Non abbiamo tuttavia compreso la scelta del titolo: perché specificare che la famiglia è composta da genitori eterosessuali se l’omosessualità non viene mai menzionata nel corso dell’opera?

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“Rosa fresca aulentissima” nel “Mistero buffo” di Dario Fo.

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

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Il Mistero buffo di Dario Fo, premio Nobel per la letteratura 1997, è un’opera teatrale in un unico atto, composta da una serie di monologhi di argomento biblico, in particolare relativi ai vangeli apocrifi e ai racconti popolari sulla vita di Gesù. L’opera inizia con un’innovativa analisi del componimento Rosa fresca aulentissima di Cielo (o Ciullo, come ci racconta Dario Fo) D’Alcamo.

I vari video della messa in scena rivelano che l’attore e autore Dario Fo racconta a braccio, seguendo un copione in maniera piuttosto libera. Indossando indumenti appartenenti al quotidiano, che non sembrano costumi di scena, si esibisce su un palcoscenico vuoto, dotato in un video solo di un’umile sedia di legno. Per sintetizzare e commentare il testo del monologo non abbiamo utilizzato i video, ma le trasposizioni su carta dell’opera, pubblicati su http://www.classicitaliani.it: Dario Fo, Mistero Buffo, a cura di Franca Rame, Einaudi (Tascabili Stile Libero 487), Torino 1997, pp. 112-123; Dario Fo, Manuale monimo dell’attore, con intervento di Franca Rame, Einaudi (Gli struzzi 315), Torino 1987, pp 112-123. Lo scritto perde la vivacità del parlato, ma consente di soffermarsi più attentamente sul contenuto. Nelle opere comunque troviamo un narratore che parla di se stesso in prima persona, pertanto lo stile è molto simile al recitato, ma la sintassi è ricca e articolata come in qualsiasi testo scritto.

Dario Fo denuncia la “truffa” di cui sono stati vittime gli studenti quando la poesia Rosa fresca aulentissima è stata proposta come un testo dotto e raffinato, opera di un aristocratico che sfoggia un volgare colto. Niente di più sbagliato. Secondo il premio Nobel, si tratterebbe di una poesia del popolo scritta da un giullare, inoltre tratterebbe argomenti osceni. Il più illustre artefice di tale errore sarebbe proprio Dante Alighieri il quale, nel De vulgari eloquentia, scrisse che, nonostante la presenza di qualche “crudezza”, era evidente che l’autore della poesia fosse una persona colta. Anche Benedetto Croce sostenne tale tesi: il popolo, infatti, non sarebbe in grado di creare ma solo di copiare, perciò soltanto una personalità erudita potrebbe produrre un testo così prezioso. Toschi e De Bartholomaeis hanno affossato tale teoria sostenendo che la poesia è sì un capolavoro della letteratura medievale italiana, ma appartiene al popolo.

Ma cosa sarebbe la rosa che sboccia d’estate anziché in primavera e che tutte le donne desiderano? Non certo una fanciulla, afferma Dario Fo, perché difficilmente in una poesia medievale si sarebbe affrontato il tema dell’omosessualità femminile. Probabilmente i professori per secoli hanno evitato di affrontare davanti agli studenti adolescenti questa interpretazione che a loro sarebbe parsa la sola possibile, ma niente paura: la rosa è un fallo, che viene mostrato quando l’esattore alza la gamba (e dunque la gonnella) per sorreggere il libro su cui registrare le riscossioni in denaro.

I due personaggi che dialogano nel testo fingono di essere nobili e di utilizzare un linguaggio elevato, ma sono in verità appartenenti al popolo, è evidente dal fatto che il personaggio maschile allude alle mansioni di lavandaia svolte dalla sua interlocutrice femminile.

Dario Fo si sofferma poi sul nome dell’autore, che non sarebbe Cielo D’Alcamo ma Ciullo D’Alcamo. I giullari infatti solevano assumere soprannomi volgari e Ciullo sarebbe uno dei tanti nomi con cui ci si riferiva al sesso maschile. Da tale nome è evidente l’estrazione popolare dell’autore. Dario Fo chiarisce che l’opera non è stata tramandata dal giullare compositore, ma dal trovatore o dal notaio che l’ha copiata su un codice giuridico, che si è conservato più per la funzione legale che svolgeva all’epoca che per i componimenti poetici che conserva tra le sue pagine.

Segue un dialogo piuttosto volgare in cui il personaggio maschile afferma la propria invincibile volontà di congiungersi con la fanciulla, in una modalità che oggi considereremmo stupro, e la descrizione accurata dei metodi con cui la ragazza afferma di voler cercare di sfuggirgli. Dario Fo non riporta le auliche parole della poesia, ma scrive un dialogo in italiano moderno dal linguaggio fresco, colorito, in una parola popolare. Il commediante denuncia poi una barbara pratica medievale: i ricchi nel Medioevo avevano la possibilità di scampare alla pena per stupro pagando una multa.

Dario Fo diffonde cultura facendo ridere il pubblico, fondendo un tema complesso come la poesia medievale con battute sul sesso da osteria (ma senza precipitare troppo nel volgare). E’ riuscito a demolire l’austerità della cultura universitaria e a portare la conoscenza nei teatri, sulla scia di quella straordinaria rivoluzione che si è verificata negli anni Settanta. Il suo linguaggio semplice e colloquiale, il sorriso irriverente e la straordinaria energia al fianco di Franca Rame lo hanno portato nel pantheon dei premi Nobel alla letteratura.

“Otello” al teatro Elfo Puccini di Milano

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Dal 27 aprile al 20 maggio è in scena presso il teatro Elfo Puccini di Milano Otello di William Shakespeare, regia di Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli. Lo Sbuffo ha già affrontato le caratteristiche della tragedia dell’affascinante moro di Venezia qui.
Otello è una tragedia che racconta la cieca gelosia che può insinuarsi all’interno della coppia e il male ingiustificato e diabolico impersonato da Iago, che non spiegherà mai le ragioni del suo odio profondo per il moro. L’opera tratta inoltre di razzismo, perché il protagonista, nonostante i suoi meriti, non sarà mai pienamente accettato a Venezia, e di misoginia, poichè Iago disprezza profondamente tutti i personaggi femminili in quanto donne.
La scenografia di Roberta Monopoli è minimalista e lascia allo spettatore il compito di immaginare i canali di Venezia e le vie dell’isola di Cipro, infatti è stato realizzato un “palcoscenico sul palcoscenico” costituito da teloni opachi e semitrasparenti, di cui gli attori cambiano la posizione mediante delle corde, come se fossero dei macchinisti. Si tratta di una scelta suggestiva che, secondo gli artisti, evocherebbe le emozioni dei personaggi. E’ stato particolarmente singolare il momento in cui l’ondeggiare dei teloni trasparenti sospesi in aria ha simulato la tempesta che ha distrutto la flotta turca. Altri elementi della scenografia sono una scala, su cui gli attori si arrampicano agilmente, e delle pedane, spostate sul palcoscenico dagli artisti al termine di ogni scena. Le luci hanno svolto un ruolo fondamentale, ricreando un’ambientazione di chiaro scuro.
La traduzione di Ferdinando Bruni si discosta dall’originale in inglese soprattutto perché sono stati inseriti parolacce e turpiloqui. Nel 1606 con la Profanity act vennero depurate tutte le numerose bestemmie presenti nell’opera, in particolare quelle pronunciate da Iago; probabilmente il traduttore ha voluto rievocare la prima versione, andata perduta. Il testo è moderno e scorrevole, in alcuni tratti simile al parlato, ma non per questo meno impegnativo: sono stati infatti mantenuti il ritmo lento e la profondità dei monologhi che rendono l’ascolto difficoltoso per un pubblico poco esperto. E’ singolare notare come sia stato mantenuto il testo in inglese della canzone intonata dai soldati ubriachi, per non perdere l’originale musicalità del testo. Sono state inserite alcune battute dal sapore moderno, come quando Desdemona flirta con Otello e alcune frasi pronunciate dal buffone.
Quest’ultimo personaggio in particolare è stato costruito con originalità poiché è caratterizzato da alcune movenze tipiche dell’Arlecchino, sebbene tale caratteristica sia evidente solo agli esperti conoscitori della Commedia dell’Arte.
I costumi sono moderni, ma non appartengono ad alcuna epoca in particolare. Le divise dei soldati sono costituite da giacca, pantaloni e fucile anziché spade, Desdemona è un’elegantissima fanciulla in tacchi e abiti lunghi sino al polpaccio, Bianca è una carnale odalisca vestita di rosso. I soli indumenti che rievocano l’epoca in cui è ambientata la tragedia sono quelli del padre di Desdemona.
Il fazzoletto che incrimina Desdemona compare in scena sin dall’inizio, infatti la ragazza esibisce orgogliosa il primo dono ricevuto da Otello. Per evidenziare il suo ruolo centrale nella vicenda è stato scelto un fazzolettone enorme e dai colori sgargianti, riccamente decorato e dai tessuti preziosi.
La rumoristica di sottofondo colpisce lo spettatore nel profondo, evocando il pathos nelle scene cruciali. Si tratta di rumori cupi e sinistri, proprio come la tragedia messa in scena.
Lo spettacolo dura tre ore intervallo escluso, pertanto avrebbero dovuto iniziare la rappresentazione prima delle venti e trenta, per consentire ai visitatori che non abitano nelle vicinanze di rincasare in tutta calma. Fatta eccezione per questo piccolo problema organizzativo, l’opera è stata un successo.