“Rosa fresca aulentissima” nel “Mistero buffo” di Dario Fo.

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

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Il Mistero buffo di Dario Fo, premio Nobel per la letteratura 1997, è un’opera teatrale in un unico atto, composta da una serie di monologhi di argomento biblico, in particolare relativi ai vangeli apocrifi e ai racconti popolari sulla vita di Gesù. L’opera inizia con un’innovativa analisi del componimento Rosa fresca aulentissima di Cielo (o Ciullo, come ci racconta Dario Fo) D’Alcamo.

I vari video della messa in scena rivelano che l’attore e autore Dario Fo racconta a braccio, seguendo un copione in maniera piuttosto libera. Indossando indumenti appartenenti al quotidiano, che non sembrano costumi di scena, si esibisce su un palcoscenico vuoto, dotato in un video solo di un’umile sedia di legno. Per sintetizzare e commentare il testo del monologo non abbiamo utilizzato i video, ma le trasposizioni su carta dell’opera, pubblicati su http://www.classicitaliani.it: Dario Fo, Mistero Buffo, a cura di Franca Rame, Einaudi (Tascabili Stile Libero 487), Torino 1997, pp. 112-123; Dario Fo, Manuale monimo dell’attore, con intervento di Franca Rame, Einaudi (Gli struzzi 315), Torino 1987, pp 112-123. Lo scritto perde la vivacità del parlato, ma consente di soffermarsi più attentamente sul contenuto. Nelle opere comunque troviamo un narratore che parla di se stesso in prima persona, pertanto lo stile è molto simile al recitato, ma la sintassi è ricca e articolata come in qualsiasi testo scritto.

Dario Fo denuncia la “truffa” di cui sono stati vittime gli studenti quando la poesia Rosa fresca aulentissima è stata proposta come un testo dotto e raffinato, opera di un aristocratico che sfoggia un volgare colto. Niente di più sbagliato. Secondo il premio Nobel, si tratterebbe di una poesia del popolo scritta da un giullare, inoltre tratterebbe argomenti osceni. Il più illustre artefice di tale errore sarebbe proprio Dante Alighieri il quale, nel De vulgari eloquentia, scrisse che, nonostante la presenza di qualche “crudezza”, era evidente che l’autore della poesia fosse una persona colta. Anche Benedetto Croce sostenne tale tesi: il popolo, infatti, non sarebbe in grado di creare ma solo di copiare, perciò soltanto una personalità erudita potrebbe produrre un testo così prezioso. Toschi e De Bartholomaeis hanno affossato tale teoria sostenendo che la poesia è sì un capolavoro della letteratura medievale italiana, ma appartiene al popolo.

Ma cosa sarebbe la rosa che sboccia d’estate anziché in primavera e che tutte le donne desiderano? Non certo una fanciulla, afferma Dario Fo, perché difficilmente in una poesia medievale si sarebbe affrontato il tema dell’omosessualità femminile. Probabilmente i professori per secoli hanno evitato di affrontare davanti agli studenti adolescenti questa interpretazione che a loro sarebbe parsa la sola possibile, ma niente paura: la rosa è un fallo, che viene mostrato quando l’esattore alza la gamba (e dunque la gonnella) per sorreggere il libro su cui registrare le riscossioni in denaro.

I due personaggi che dialogano nel testo fingono di essere nobili e di utilizzare un linguaggio elevato, ma sono in verità appartenenti al popolo, è evidente dal fatto che il personaggio maschile allude alle mansioni di lavandaia svolte dalla sua interlocutrice femminile.

Dario Fo si sofferma poi sul nome dell’autore, che non sarebbe Cielo D’Alcamo ma Ciullo D’Alcamo. I giullari infatti solevano assumere soprannomi volgari e Ciullo sarebbe uno dei tanti nomi con cui ci si riferiva al sesso maschile. Da tale nome è evidente l’estrazione popolare dell’autore. Dario Fo chiarisce che l’opera non è stata tramandata dal giullare compositore, ma dal trovatore o dal notaio che l’ha copiata su un codice giuridico, che si è conservato più per la funzione legale che svolgeva all’epoca che per i componimenti poetici che conserva tra le sue pagine.

Segue un dialogo piuttosto volgare in cui il personaggio maschile afferma la propria invincibile volontà di congiungersi con la fanciulla, in una modalità che oggi considereremmo stupro, e la descrizione accurata dei metodi con cui la ragazza afferma di voler cercare di sfuggirgli. Dario Fo non riporta le auliche parole della poesia, ma scrive un dialogo in italiano moderno dal linguaggio fresco, colorito, in una parola popolare. Il commediante denuncia poi una barbara pratica medievale: i ricchi nel Medioevo avevano la possibilità di scampare alla pena per stupro pagando una multa.

Dario Fo diffonde cultura facendo ridere il pubblico, fondendo un tema complesso come la poesia medievale con battute sul sesso da osteria (ma senza precipitare troppo nel volgare). E’ riuscito a demolire l’austerità della cultura universitaria e a portare la conoscenza nei teatri, sulla scia di quella straordinaria rivoluzione che si è verificata negli anni Settanta. Il suo linguaggio semplice e colloquiale, il sorriso irriverente e la straordinaria energia al fianco di Franca Rame lo hanno portato nel pantheon dei premi Nobel alla letteratura.

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“Otello” al teatro Elfo Puccini di Milano

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Dal 27 aprile al 20 maggio è in scena presso il teatro Elfo Puccini di Milano Otello di William Shakespeare, regia di Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli. Lo Sbuffo ha già affrontato le caratteristiche della tragedia dell’affascinante moro di Venezia qui.
Otello è una tragedia che racconta la cieca gelosia che può insinuarsi all’interno della coppia e il male ingiustificato e diabolico impersonato da Iago, che non spiegherà mai le ragioni del suo odio profondo per il moro. L’opera tratta inoltre di razzismo, perché il protagonista, nonostante i suoi meriti, non sarà mai pienamente accettato a Venezia, e di misoginia, poichè Iago disprezza profondamente tutti i personaggi femminili in quanto donne.
La scenografia di Roberta Monopoli è minimalista e lascia allo spettatore il compito di immaginare i canali di Venezia e le vie dell’isola di Cipro, infatti è stato realizzato un “palcoscenico sul palcoscenico” costituito da teloni opachi e semitrasparenti, di cui gli attori cambiano la posizione mediante delle corde, come se fossero dei macchinisti. Si tratta di una scelta suggestiva che, secondo gli artisti, evocherebbe le emozioni dei personaggi. E’ stato particolarmente singolare il momento in cui l’ondeggiare dei teloni trasparenti sospesi in aria ha simulato la tempesta che ha distrutto la flotta turca. Altri elementi della scenografia sono una scala, su cui gli attori si arrampicano agilmente, e delle pedane, spostate sul palcoscenico dagli artisti al termine di ogni scena. Le luci hanno svolto un ruolo fondamentale, ricreando un’ambientazione di chiaro scuro.
La traduzione di Ferdinando Bruni si discosta dall’originale in inglese soprattutto perché sono stati inseriti parolacce e turpiloqui. Nel 1606 con la Profanity act vennero depurate tutte le numerose bestemmie presenti nell’opera, in particolare quelle pronunciate da Iago; probabilmente il traduttore ha voluto rievocare la prima versione, andata perduta. Il testo è moderno e scorrevole, in alcuni tratti simile al parlato, ma non per questo meno impegnativo: sono stati infatti mantenuti il ritmo lento e la profondità dei monologhi che rendono l’ascolto difficoltoso per un pubblico poco esperto. E’ singolare notare come sia stato mantenuto il testo in inglese della canzone intonata dai soldati ubriachi, per non perdere l’originale musicalità del testo. Sono state inserite alcune battute dal sapore moderno, come quando Desdemona flirta con Otello e alcune frasi pronunciate dal buffone.
Quest’ultimo personaggio in particolare è stato costruito con originalità poiché è caratterizzato da alcune movenze tipiche dell’Arlecchino, sebbene tale caratteristica sia evidente solo agli esperti conoscitori della Commedia dell’Arte.
I costumi sono moderni, ma non appartengono ad alcuna epoca in particolare. Le divise dei soldati sono costituite da giacca, pantaloni e fucile anziché spade, Desdemona è un’elegantissima fanciulla in tacchi e abiti lunghi sino al polpaccio, Bianca è una carnale odalisca vestita di rosso. I soli indumenti che rievocano l’epoca in cui è ambientata la tragedia sono quelli del padre di Desdemona.
Il fazzoletto che incrimina Desdemona compare in scena sin dall’inizio, infatti la ragazza esibisce orgogliosa il primo dono ricevuto da Otello. Per evidenziare il suo ruolo centrale nella vicenda è stato scelto un fazzolettone enorme e dai colori sgargianti, riccamente decorato e dai tessuti preziosi.
La rumoristica di sottofondo colpisce lo spettatore nel profondo, evocando il pathos nelle scene cruciali. Si tratta di rumori cupi e sinistri, proprio come la tragedia messa in scena.
Lo spettacolo dura tre ore intervallo escluso, pertanto avrebbero dovuto iniziare la rappresentazione prima delle venti e trenta, per consentire ai visitatori che non abitano nelle vicinanze di rincasare in tutta calma. Fatta eccezione per questo piccolo problema organizzativo, l’opera è stata un successo.

“Pueblo” da voce agli ultimi al Teatro Franco Parenti

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Dal 24 al 29 aprile è in scena presso il Teatro Franco Parenti Pueblo, un toccante monologo di e con Ascanio Celestini, inserito nell’inziativa Passione civile.

La scenografia è semplice ma efficace: una tavola apparecchiata modestamente dietro la quale il fonico Pietro si occupa della musica di sottofondo e seminascosta alla platea da due tende, che simboleggiano la finestra attraverso cui il narratore osserva la cassiera Violetta e sua madre. In scena si trovano inoltre alcune casse, su cui Pietro suona la fisarmonica, e una bicicletta.

Ascanio Celestini racconta la vita di alcuni personaggi che ha intravisto in un centro commerciale; non si tratta della verità perché le sue storie sono semplicemente immaginate, ma hanno comunque valore perché danno importanza a figure che solitamente vivono al margine della società, ignorate da tutti. Violetta è un’umile cassiera orfana di padre che, mentre esegue i suoi ripetitivi compiti di cassiera, finge di essere una regina sul trono. Domenica è una senzatetto che vive sistemando i carrelli del supermercato in cambio di prodotti difettosi o quasi scaduti; prima di trasferirsi nella casetta in plastica, abbandonata dalla guardia giurata, ha avuto un passato di furti, abusi, maltrattamenti e abbandoni. Samir è il suo fidanzato ed è un magazziniere con il vizio delle slot machine, ma è molto premuroso con lei ed è certamente un compagno migliore rispetto al suo primo amore, lo zingaro fumatore che la picchiava.

Sono stati inseriti alcuni elementi magici nel racconto, come i fantasmi degli immigrati morti in mare in cui si è imbattuta Domenica e l’incontro tra la senzatetto e tutte le persone che le hanno voluto bene in vita, durante il suo ultimo giorno. Si tratta di una scelta che svela come il personaggio del narratore si stia inventando ogni parola, ma conferisce all’intera vicenda il sapore del fantastico.

Ascanio Celestini è abile nell’arte del raccontare, arpeggia abilmente con i sentimenti del pubblico suscitando ora il riso ora la malinconia con uno stile apparentemente improvvisato, simile a quello di una persona che parla a braccio e sta facendo una confidenza a qualcuno. Indossa abiti un po’ sformati: dei jeans, una camicia e una giacca che, con la barba e i capelli grigi un po’ lunghi, lo fanno sembrare un cantastorie del popolo.

Il fonico sul palco viene chiamato Pietro ma nell’elenco dei collaboratori non compare questo nome. Suona una tastiera nascosta dietro la tavola apparecchiata, realizzando un accompagnamento che resta sullo sfondo e in certi momenti sembra poco incisivo, ma non importa, perché le parole dell’attore riescono comunque a raggiungere l’effetto desiderato. Più volte Ascanio Celestini sembra voler intonare una canzone, ma dopo un paio di versi s’interrompe per ricominciare a narrare. Si tratta di un espediente efficace per rallegrare l’atmosfera, evidenziare alcuni passaggi importanti della storia e dare una scossa al ritmo dello spettacolo. La voce registrata di una donna commenta le parole del narratore, riportando quelli che potrebbero essere le osservazioni del narratario, anche se il personaggio di Celestini si rivolge a Pietro nel corso del racconto.

Lo spettacolo non spiega la ragione del titolo Pueblo ma possiamo ben immaginarla: i personaggi della storia sono gente del popolo, ultimi nella scala sociale ma altrettanto degni di essere ricordati, anche a costo di inventare le loro storie se nessuno conosce la verità sul loro conto.

 

 

“I monologhi della vagina”, femminismo a teatro

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Nella nostra società si nomina continuamente il pene mentre la vagina resta nell’ombra: alcune donne non hanno mai guardato la propria allo specchio, altre non ne parlano nemmeno col ginecologo, poche conoscono e condividono curiosità al riguardo. Per contribuire alla cultura dell’apparato riproduttivo femminile, Eve Ensler nel 1996 ha realizzato una piece teatrale intitolata I monologhi della vagina, che ha vinto un Obie Award per le tematiche provocatorie che affronta e la sua straordinaria attualità. E’ stato realizzato anche un libro con la trascrizione dei monologhi e un programma televisivo, di cui questo articolo propone l’analisi e che è disponibile su Youtube.

Eve Ensler ha intervistato più di duecento donne su tematiche relative alla loro sessualità e alla loro vagina, inoltre ha antropomorfizzato la vagina chiedendo alle intervistate cosa indosserebbe la loro vulva e cosa direbbe. Si tratta di donne diversissime tra loro: manager o artiste, giovani o anziane, ricche o addirittura senzatetto, etero o lesbiche, americane o straniere…

Nella trasmissione televisiva vengono ripresi non solo alcuni monologhi, ma anche alcune interviste e delle riprese effettuate nel camerino (in cui sono stati raccolti oggetti riguardanti la vagina provenienti da tutto il mondo), durante l’intervallo o mentre l’autrice dialoga con dei cameraman. La scenografia è molto semplice: delle tende di svariate sfumature di rosso, una sedia su cui domina la figura di Eve Ensler e un microfono. L’autrice indossa un semplice vestito lungo nero e recita a piedi nudi, con le gambe elegantemente accavallate. Si tratta di una donna giovanile e energica, con un caschetto nero sbarazzino e un sorriso carismatico, ha tutte le carte in regola per conquistarsi l’affetto del pubblico.

Lo spettacolo teatrale si apre con un’introduzione che descrive l’immaginario della vagina, i suoi soprannomi, la difficoltà che hanno le donne nel guardarla allo specchio, l’oscurantismo che domina tale argomento. Il primo monologo riguarda i peli pubici e la disavventura di una donna tradita dal marito, il quale sosteneva di avere bisogno di un’amante perché la moglie non si radeva la vagina. Seguono dei racconti vintage di donne anziane e del loro rapporto con la vagina, in particolare la storia di un’attempata signora che, ogni volta che si eccitava, subiva “un’inondazione”, almeno sino a quando non le hanno asportato l’apparato riproduttivo per un cancro. Successivamente viene raccontato il rapporto sessuale tra una donna che inizialmente non amava la propria vagina e un uomo che si eccitava guardando tra le gambe delle proprie amanti. L’opera parla anche di omosessualità, in particolare del primo rapporto sessuale con una donna e dell’esperienza di una sex workers per lesbiche che pratica sadomaso. L’autrice si occupa anche di stupri, in particolare intervista delle donne che hanno vissuto nei campi di stupro dell’Ex Jugoslavia, oltre ad altre vittime americane. Segue un’accusa delle brutalità che le vagine devono sopportare a causa di tamponi, assorbenti, visite ginecologiche e molto altro. Lo spettacolo affronta anche il tema dell’orgasmo, descrivendo le sensazioni delle intervistate e simulando un’esperienza dal vivo. I monologhi si concludono affrontando il tema del parto. Lo spettacolo televisivo propone solo una parte dei monologhi, infatti ha omesso per esempio il tema delle prime mestruazioni e esperienze sessuali di vario genere.

Si tratta di un’opera importante per le donne perché affronta tematiche che, soprattutto negli anni Novanta, restavano in ombra. Sulla scia del girl power, lo spettacolo è diventato un’icona della sessualità femminile e negli ultimi vent’anni il suo messaggio non ha perso la propria potenza comunicativa. Il tono è ironico e delicato, ma anche rivoluzionario e liberatorio. Lo spettacolo è uno dei pilastri del femminismo a teatro, una donna non può restare indifferente perché scopre un’opportunità di confrontarsi con altre donne su tematiche che spesso vengono taciute. La vagina, che la cultura patriarcale nei secoli ha raffigurato come un oggetto di piacere dell’uomo e una parte anatomica da nascondere e censurare, acquista una propria dimensione nella cultura e molti tabù si infrangono.

Si consiglia la visione di questo spettacolo agli uomini, affinché imparino a conoscere ed ascoltare l’altra metà del cielo. La stessa autrice dialoga e scherza con i cameraman maschi e gli altri addetti ai lavori, coinvolgendoli nello spettacolo.

Sogno, amore e magia in “Sogno di una notte di mezza estate”

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In accordo con il tema del mese, il sogno, appare doveroso dedicare due righe a Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare. Si tratta di una commedia che parla d’amore, composta inizialmente per i banchetti di nozze aristocratici portata in scena in rappresentazioni private, fin quando al termine di un periodo di peste fu presentata anche al grande pubblico con l’aggiunta del secondo dei due finali che caratterizzano l’opera.

In assenza di rappresentazioni a Milano, vi proponiamo la lettura del testo su LiberLiber e la visione di un omonimo film del 1999, disponibile su Youtube, anche se l’analisi che segue si riferisce ad un’opera teatrale.

La trama è molto complessa in quanto si intrecciano tre storie parallele. La prima riguarda il magico mondo delle fate, in cui prevale il linguaggio delle canzoni, delle filastrocche e delle formule magiche; è qui protagonista il bisticcio tra Titania, la regina delle fate, e Oberon, il re degli elfi.

La seconda è relativa agli intrighi amorosi di quattro giovani ateniesi, i cui equilibri sentimentali vengono stravolti a causa di un incantesimo maldestro; ora lo stile prevalente è quello della lirica d’amore.

Infine troviamo una compagnia di attori strampalati, che rappresentano la tragedia di Piramo e Tisbe mediante una buffa parodia di versi aulici.

Un tema fondamentale è la magia, essenziale per creare le intricate situazioni in cui si trovano i personaggi. La magia rappresenta l’onnipotente forza dell’amore, che ha sedotto i personaggi mediante il nettare di un fiore magico.

Il sogno è un elemento centrale, che compare sin dall’inizio dell’opera nelle parole di Hippolyta:

Quattro giorni faran presto a svanire con le lor notti, e queste a dileguarsi coi loro sogni; e la novella luna come un arco d’argento teso in cielo salirà a contemplare sulla terra la notte dei solenni nostri riti.

I personaggi menzionano continuamente i sogni nel testo, è particolarmente interessante la canzone che le fate intonano per fare addormentare la loro regina Titania:

Filomela, tu, carina/ culla il sonno alla regina/ con la melodiosa canna, /ninna nanna, ninna nanna. /Dal suo sonno lunge sia /ogni male, ogni malia, /dolce sia del sonno l’ora /all’amabile signora.

Il tema del sogno si presenta specialmente quando i personaggi tentano di dare una motivazione agli eventi assurdi che si verificano, più volte, nella notte in cui si svolge l’azione: Bottom, in particolare, sostiene che gli avvenimenti sovrannaturali che gli sono capitati, siano in realtà semplici sogni.

Shakespeare analizza il modo in cui nel sogno il tempo sembra scorrere diversamente rispetto alla vita reale e come nella dimensione onirica possa accadere l’impossibile. Il Bardo estende tali condizioni anche alla commedia, in particolare quando Puck, al termine dell’opera, chiede al pubblico di considerare lo spettacolo cui ha appena assistito come se fosse un sogno, nel caso in cui non gli sia piaciuto.

“L’altra parte di me”, omosessualità a teatro per le scuole, intervista a Daniele Camiciotti

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L’Associazione Teatro2 ha intenzione di portare nelle scuole l’adattamento teatrale di L’altra parte di me di Cristina Obber, la storia di due giovani ragazze che si innamorano e vivono la propria storia d’amore attraverso svariate difficoltà. Daniele Camiciotti, presidente e fondatore dell’associazione, ci ha parlato dell’iniziativa.

Ciao Daniele, raccontaci come è nata l’Associazione Teatro2.

L’associazione Teatro2 è nata nel 2002 a Milano ad opera di un gruppo di appassionati di teatro che ha voluto pensare ad un’associazione che avesse come punto di riferimento i giovani. L’associazione è attiva su diversi fronti: l’insegnamento del teatro nelle scuole tra Lombardia e Piemonte, corsi serali intermedi e avanzati, teatro extrascolastico.

Vi occupate spesso di tematiche sociali?

No, ma è capitato che ci occupassimo anche di tematiche sociali, abbiamo fatto per esempio uno spettacolo sulla mafia ambientato a Locri, un testo chiamato Sinfonia del diavolo sulla Shoah. Adesso è il turno di uno spettacolo a tematica LGBT con l’intento preciso di prevenire il bullismo omofobico nelle scuole.

Parlaci del progetto L’altra parte di me.

Il progetto L’altra parte di me è nato semplicemente leggendo l’omonimo libro. Un paio d’anni fa ho letto il romanzo, mi è piaciuto molto perché è attuale e vero, così ho deciso di contattare l’autrice per proporre un adattamento teatrale. A Cristina Obber l’idea è piaciuta, si è creata una grande sintonia. Abbiamo cercato negli anni scorsi dei finanziamenti, ma a vuoto, soprattutto perché in questo periodo le persone spendono poco così le attività culturali ne risentono. Da circa un mese è partita un’attività di crowdfunding per reperire soldi attraverso donazioni da privati o associazioni. Abbiamo bisogno di 10 000 euro per la prima e dieci rappresentazioni nei teatri di tutta Italia, per questo motivo la cifra è alta e ambiziosa.

Di cosa parla lo spettacolo?

Il tema centrale è essere se stessi e la storia d’amore. La trama segue la vita di due ragazze, è una storia di crescita fatta di esperienze positive ma anche negative come liti e prese in giro. Una delle ragazze, stufa di tutto questo parlare di sé, tappezza tutta una stanza con la parola “lesbica”. Alcune compagne di scuola mettono sul profilo Facebook della ragazza immagini di porno lesbico per prenderla in giro. Il finale è positivo, il messaggio che vuole passare l’autrice è che l’amore vince tutto. “Di amare non si decide, accade”, è frase che ricorre nel testo. Le ragazze superano le difficoltà grazie all’amore, che è un valore universale che va oltre il sesso, alla fine vengono accettate dai genitori e vivono una bella storia d’amore insieme.

Raccontaci qualche informazione sulla compagnia dell’Associazione.

La compagnia stabile è formata da uomini e donne che lavorano insieme da tanti anni, hanno appena prodotto l’Alcesti. L’altra parte di me è una produzione nuova, se riusciremo a raccogliere i fondi necessari faremo dei casting con nuovi attori e la produzione partirà da zero, anche perché noi abbiamo solo due donne nella compagnia, di età troppo matura per interpretare delle ragazze adolescenti.

Come mai avete scelto di parlare proprio di omofobia?

E’ un tema attuale e soprattutto vogliamo prevenire i fenomeni di bullismo omofobico che spesso avvengono nei contesti scolastici. Ci sono ragazzi che sono discriminati a causa del proprio orientamento sessuale in età adolescenziale. Abbiamo deciso di trattare questo tema spinoso per rendere consapevoli dell’origine di queste discriminazioni e fare un discorso di accettazione. Anche recentemente c’è stato un caso di bullismo e si sono verificati dei suicidi. Cerchiamo di partire dalle scuole parlare di apertura e soprattutto per passare l’idea che è profondamente sbagliato essere discriminati per il proprio orientamento sessuale, una persona deve essere libera di essere se stessa, di parlare, di confrontarsi e di acquisire maggiore consapevolezza e rispetto.

Come mai proprio il libro della Obber?

Perché l’ho letto casualmente e mi è piaciuto molto, ha un li linguaggio giovanile, fresco e diretto. Siccome mi occupo per lavoro di teatro per ragazzi ho deciso di unire le due cose. Inoltre non ci sono molti testi che trattano di tematiche adolescenziali legati al mondo delle lesbiche, è una tematica poco affrontata nella letteratura. Si trovano per lo più libri su storie d’amore tra adulte.

Avete già preso contatti con le scuole?

Non abbiamo ancora preso contatti perché la produzione partirà solo se raggiungeremo un budget specifico. Prenderemo però contatti in seguito. La prima si terrà a giugno a milano, ma poi lo spettacolo verrà proposto all’interno dei contesti scolastici. Ci aspettiamo reazioni positive, come quelle che l’autrice ha riscontrato presentando il proprio romanzo nelle scuole di tutta Italia. E’ stato affermato che era ora che ci fosse qualcuno che parlasse di queste tematiche impegnative all’interno dei contesti scolastici perché sono argomenti che non si affrontano tutti i giorni. Io mi aspetto una reazione positiva e di accettazione a questo spettacolo.

Non avete paura che qualcuno vi accusi di portare il gender nelle scuole?

Non abbiamo paura. Mi rendo conto che è una tematica spinosa che potrebbe dar fastidio. Francamente non mi interessano le reazioni perché io considero questo tema molto importante e penso che far prevenzione e far conoscere queste tematiche legate al bullismo omofobico sia fondamentale, lo considero una necessità in un momento come questo in cui i fenomeni di bullismo sono in grande misura presenti. So che ci sarà qualcuno che storcerà il naso, che ci bollerà come eretici e che ci caccerà con dell’acqua santa. Supero però queste cose perché sono molto motivato, credo molto nel testo e nell’adattamento teatrale e ritengo che sia fondamentale trattare di questi temi. Se incontrerò delle persone che storceranno il naso o mi diranno che non sono interessati, benissimo, ci rivolgeremo altrove.

Avete modificato la trama nell’adattamento teatrale?

No, il testo mi è piaciuto molto. Abbiamo fatto modifiche minime legate all’adattamento teatrale. E’ difficile rendere a teatro per esempio il mare o alcuni contesti che ci sono nel libro. Siamo stati molto fedeli nel complesso. Abbiamo anche ripreso parti del testo.

“Medea” di Luca Ronconi al Piccolo Teatro Strehler

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Dal 13 al 29 marzo il Piccolo Teatro Strehler di Milano ospita Medea di Euripide, con la regia del grande Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo. È singolare che, a tre anni dalla morte di Ronconi, i suoi spettacoli vengano ancora proposti in teatro, significa che la sua memoria è viva e il pubblico desidera ancora riflettere sulle sue opere.

Medea, dopo aver aiutato Giasone nella conquista del vello d’oro, lascia la sua terra natia per partire con lui e lo sposa a Corinto. Dieci anni dopo l’eroe decide di ripudiare la moglie e sposare una vera principessa per garantire, a suo dire, un futuro migliore ai figli che ha avuto con Medea. La sua scelta però scatena l’ira della donna e la sua terribile vendetta nei confronti dei propri figli e della nuova sposa: Medea uccide la donna con una veste stregata e assassina i bambini.

La protagonista è interpretata da un uomo: l’attore, in tacchi, vestito lungo e movenze ora femminili ora grottesche, interpreta magistralmente il complesso ruolo assegnatogli. Ogni interpretazione è legittima, tuttavia agli occhi di uno spettatore moderno Medea è una donna a tutti gli effetti e la scelta di Ronconi sembra incomprensibile, nonostante in un’intervista il regista abbia spiegato che in origine Medea appariva come dotata di tratti maschili. Giasone, a differenza della sposa straniera, incarna lo stereotipo dell’oratore greco che sostiene le proprie tesi con elaborate argomentazioni, interpretate con sarcasmo e tono saccente.

Il coro è rappresentato dalle ancelle di Medea, ma si tratta di qualcosa di peculiare, anziché recitare all’unisono le donne si completano, infatti, le frasi a vicenda o cantano singolarmente i versi assegnati come se fossero delle “canzonette” di musica leggera. Si tratta di una scelta originale e innovativa, che rende lo spettacolo più appetibile per un pubblico contemporaneo. Il canto riveste un ruolo molto importante anche per il personaggio della nutrice, che mediante una cantilena manifesta la propria sofferenza per le disgrazie di Medea.

A differenza di molte altre rappresentazioni di Ronconi, la recitazione è realistica e mira ad emozionare lo spettatore, sebbene i personaggi e la scenografia siano surreali, simbolici e sembrino provenire da un ambiente privo di connotazione storica e temporale, che poco ha in comune con la Corinto immaginata da Euripide.

La scenografia è semplice ma efficace: alcune poltroncine di un cinema o di un teatro, un pianoforte, un letto e dei bauli, spostati sul palcoscenico dagli attori nel corso della rappresentazione. Sullo sfondo sono appesi degli schermi che trasmettono delle immagini suggestive mentre a lato una scala a chiocciola consente l’ingresso in scena degli attori. Il carro alato che sostiene Medea dopo gli omicidi è una struttura bianca indefinibile, retta da un braccio metallico mobile. I costumi sono moderni, fatta eccezione per quello indossato dalla nutrice.

Lo spettacolo affronta numerose tematiche attuali ancora oggi. Innanzitutto, Medea può essere considerata un’antenata delle femministe poiché combatte le angherie subite in quanto donna, inoltre si trattano i sentimenti contrastanti che una donna prova nei confronti del marito e dei figli. Viene analizzato il rapporto tra il cittadino, rappresentato dallo scaltro ma crudele Giasone, e lo straniero, incarnato da una Medea che risulta affascinante nonostante difficilmente un cittadino greco si sia immedesimato in lei in passato. Compare il tema della magia, associato ad un personaggio femminile come se, anche prima della nascita delle figure delle streghe, le donne ribelli fossero collegate alla magia e ai veleni.

Lo spettacolo si conclude con il trionfo di Medea, vittima e carnefice, spietata ma dotata di sentimenti, folle vendicatrice e contemporaneamente fredda calcolatrice. Il suo personaggio induce a riflettere sul ruolo della donna nella società e nella famiglia, lo spettatore fatica a scegliere se difenderla o condannarla; quel che è certo è che la figura di Medea sopravvive attraverso i millenni.