“Ciascuno a suo modo” di Pirandello, una miscela di realtà e finzione

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Ciascuno a suo modo è la seconda commedia della Triologia del teatro di Pirandello insieme a Sei personaggi in cerca d’autore e Questa sera si recita a soggetto, di cui Lo Sbuffo si è già occupato in altre recensioni. L’opera è stata composta nel 1923 ed è andata in scena per la prima volta nel 1924.

Il dramma è stato pubblicato in Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Ciascuno a suo modo/ / Questa sera si recita soggetto, Garzanti i grandi libri.

L’azione inizia davanti all’ingresso del teatro, ove alcuni strilloni distribuiscono un fasullo Giornale della sera in cui è raccontata un altrettanto falsa notizia: il dramma di Pirandello in scena quella stessa sera sarebbe ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, il suicidio dello scultore La Vela avvenuto dopo che questi ha sorpreso la propria fidanzata Amelia Moreno in intimità con il barone Nuti, il quale doveva sposare la sorella dell’artista. Davanti al botteghino, gli spettatori possono osservare Amelia Moreno piuttosto affannata che insiste per assistere alla rappresentazione contro tre signori in smoking che tentano invano di condurla via. La donna vuole vedere fin dove si è spinta l’audacia dell’autore nell’ispirarsi ad un fatto di cronaca con irriverenza nei confronti dei reali protagonisti. Anche il barone Nuti compare tra gli spettatori, si è recato a teatro per rivedere Amelia Moreno, per la quale prova ancora dei sentimenti.

Lo spettacolo ha inizio. In un elegante palazzo Donna Livia si dispera per il figlio Doro che la sera prima, durante una discussione con l’amico Francesco Savio, ha difeso animatamente l’attrice Delia Morello, rivelando così di essere attratto da una donna dalla condotta dissoluta. Doro ha sostenuto che l’attrice (che rappresenterebbe Amelia Moreno nella vita reale), poco prima del matrimonio con il pittore Giorgio Salvi (lo scultore), si era intrattenuta con Michele Rocca (il barone Nuti) per dissuadere il fidanzato da nozze infelici; la donna non avrebbe dunque previsto il suicidio dell’artista. Secondo Savio, l’attrice avrebbe invece agito con crudeltà.

Doro cambia opinione e decide di concordare con Francesco, quando questi si reca a casa sua dopo aver cambiato il proprio punto di vista e pronto a scusarsi. Durante una discussione, Doro afferma che Francesco è un pagliaccio e viene sfidato a duello. Delia Morello si presenta da Doro per ringraziarlo per aver preso le sue difese, ma quest’ultimo le espone il suo mutato punto di vista, lasciandola perplessa. Delia tuttavia è intenzionata ad evitare il duello. Al termine del secondo atto Doro non riesce più a comprendere per quale motivo dovrebbe duellare.

Inizia un primo intermezzo corale, nel quale alcuni finti spettatori discutono sullo spettacolo appena andato in scena: alcuni approvano, ma molti sono i pareri negativi. Interviene il barone Nuti, il quale sostiene che lo spettacolo infamia i morti e “calunnia i vivi”. Amelia Moreno afferma infine che le piacerebbe salire sul palcoscenico per punire l’affronto subito.

Il secondo atto si svolge a casa di Francesco, che si sta allenando per il duello con un maestro di scherma e i padrini. Interviene un amico di Francesco e di Doro, Diego Cinci, il quale espone l’opinione di Pirandello sostenendo che la vita è “una tale rapina continua, che se non han forza di resistervi neppure gli affetti più saldi, figuratevi le opinioni, le finzioni che riusciamo a formarci, tutte le idee che appena appena, in questa fuga senza requie, riusciamo a intravedere!”.

Giunge Delia, che vorrebbe evitare il duello, e Michele Rocca, che rivela una diversa versione dell’accaduto: sarebbe stato lui stesso a sedurre Delia per dimostrare a Giorgio la follia che avrebbe commesso sposandola, Salvi lo avrebbe sfidato a farlo per dimostrargli la leggerezza della donna, promettendogli di lasciarla se avesse avuto prova del tradimento. Purtroppo l’artista si uccise. Francesco decide di ritirarsi dal duello. Ricompare in scena Delia ma, tra lo stupore dei presenti, Michele e la donna si abbracciano, svelando l’amore che li unisce.

Nel secondo intermezzo corale scoppia un putiferio in teatro: dei falsi spettatori spargono la voce che Amelia Moreno ha schiaffeggiato la prima attrice perché si è riconosciuta nel suo personaggio e si dice persino che abbia compiuto lo stesso gesto nei confronti dell’autore. Gli attori vorrebbero lasciare il teatro per protesta, mentre il Direttore del Teatro e l’Amministratore della Compagnia tentano invano di trattenerli. Nuti urla frasi contro lo spettacolo e scongiura la Moreno di tornare con lui; la donna cede alle sue richieste, facendo ciò che lo spettacolo aveva predetto sulla scena. Il capocomico è costretto ad annullare la rappresentazione prima dell’esecuzione del terzo atto.

Pirandello ci racconta ciò che accadrebbe se venisse messa in scena una commedia “a chiave”, vale a dire ispirata a una vicenda reale. Ciò fornisce il pretesto per portare in scena non solo attori che recitano i ruoli dei personaggi, ma anche finti spettatori, finti specialisti del teatro come il Capocomico, l’Amministratore della Compagnia e gli attori che impersonano se stessi ma, soprattutto, i fantastici personaggi reali che avrebbero ispirato la storia. L’intero teatro, con il foyer, il botteghino, le gallerie e l’atrio, diventa inoltre lo spazio della rappresentazione, proprio perché l’azione si svolge in un vero e proprio teatro.

L’opera offre uno spunto per riflettere sul rapporto tra arte e realtà, che si influenzano a vicenda: la coppia reale, al termine della rappresentazione, si ricongiunge proprio come i personaggi li impersonano e lo spettacolo stesso, un’opera d’arte, è stato ispirato da un evento realmente accaduto. Questo tema verrà trattato nei decenni successivi dai mezzi di comunicazione di massa.

La commedia ha riscosso un discreto successo, sebbene non sia tra le più celebri di Pirandello. Leggerla sulla carta è risultato piuttosto difficoltoso perché i dialoghi sono lenti ed eccessivamente elaborati, si spera che un regista e degli attori sapienti sappiano renderla più dinamica sulla scena.

 

Fonti:

http://spazioinwind.libero.it/letteraturait/opere/pirandello.htm

https://it.wikipedia.org/wiki/Ciascuno_a_suo_modo

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“Le serve” di Genet al Piccolo Teatro di Milano

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Dal 3 ottobre al 15 ottobre è andato in scena presso il teatro Grassi del Piccolo Teatro di Milano Le serve di Genet, ad opera del regista Giovanni Anfuso.

Claire (Anna Bonaiuto) e Solange (Manuela Mandracchia) sono due sorelle francesi in servizio presso la raffinata e prepotente Madame (Vanessa Gravina), per la quale nutrono ambivalenti sentimenti di ammirazione e odio. Tutte le sere, quando la Signora esce, le servette inscenano un inquietante spettacolino: indossando i suoi sontuosi abiti, una delle due interpreta la padrona e l’altra la propria sorella. Il gioco termina sempre con l’omicidio della Padrona. Le serve iniziano tuttavia a confondere la realtà con la finzione: dapprima Claire fa incarcerare il Signore (che non comparirà mai in scena) mediante delle lettere anonime, poi Claire tenta di strangolare Madame. Quando il Signore verrà messo in libertà provvisoria, sarà solo questione di tempo prima che Claire venga scoperta dalla calligrafia delle lettere anonime. A questo punto le due sorelle tentano di avvelenare Madame con una tisana di tiglio corretta, ma falliscono nel tentativo. Non resta loro che rimettere in scena il solito spettacolino con un tragico finale: Claire si suiciderà realmente con la tisana di tiglio indossando gli abiti di Madame e Solange si assumerà la colpa del delitto.

La vicenda è tratta da un triste evento di cronaca nera realmente accaduto. Christine e Léa Papin, due sorelle di 28 e 21 anni in servizio da almeno quattro anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e figlia, massacrano le due donne della famiglia dopo essere state rimproverate per un incidente di poca importanza. Le serve furono spietate: strapparono gli occhi dalle vittime agonizzanti e seviziarono i loro corpi con accanimento, dopodiché si ritirarono nella loro stanza e dormirono nello stesso letto. Le due donne non fornirono alcun movente comprensibile per il loro atto durante le indagini e il processo, si premurarono solamente di condividere interamente la responsabilità dell’accaduto.

Lo spettacolo ci presenta un cast interamente al femminile, composto da sole tre attrici che mostrano due modelli opposti di femminilità: quello raffinato, altezzoso, prepotente e snob della Padrona (e di conseguenza di Claire quando la imita) e quello sottomesso e umile delle due serve che celano malamente i propri reali sentimenti di odio e invidia. E’ stato interessante notare in particolare nel personaggio di Claire come un’attrice possa mutare caratteristiche, trasformandosi, soprattutto attraverso l’uso della voce, da una maestosa signora ad un’umile servetta. Per comprendere l’antefatto e i sentimenti dei personaggi nel corso della rappresentazione è necessario seguire lunghi dialoghi e monologhi che non risultano affatto noiosi grazie alla bravura delle attrici che, pur essendo soltanto in tre sulla scena, riescono a catturare l’attenzione dello spettatore.

Svolgono un ruolo centrale nella rappresentazione i costumi di scena, che le attrici cambieranno più volte sul palcoscenico, sia quando le serve dovranno inscenare il sadico gioco in cui recitano il ruolo di Madame (e di conseguenza quando dovranno tornare alla realtà riordinando la camera da letto della Padrona), sia quando la Signora torna a casa e si spoglia dei suoi sontuosi abiti, oppure quando si prepara ad uscire. Sono stati scelti dei principeschi costumi di scena da sera, in particolare uno rosso e uno bianco, dei raffinati indumenti da camera di seta, un cappotto azzurro con pelliccia e, per le cameriere, dei completini scuri provvisti di grembiulino.

E’ stato allestito con particolare cura anche l’apparato scenografico: una camera da letto verde provvista di un letto matrimoniale con segretaire, uno scrittoio con trucchi, portagioie e fiori freschi, un armadio pieno di costumi  di scena, una finestra, uno specchio fiabesco che si trasforma in porta. Sullo sfondo compaiono delle immagini verdi di sensuali fanciulle nude.

Non è stato certo uno degli spettacoli migliori del Piccolo Teatro di Milano, ma si è comunque trattato di una rappresentazione piacevole, che invita a riflettere sui tanti volti della femminilità e sulla claustrofobica situazione in cui possono trovarsi molti domestici.

 

Fonti:

https://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/le-serve

https://it.wikipedia.org/wiki/Le_serve

 

Il teatro all’epoca di Shakespeare

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Articolo pubblicato su Lo sbuffo

Il teatro all’epoca di Shakespeare era molto diverso da come lo concepiamo noi oggi.

Innanzi tutto le tragedie venivano considerate opere più elevate rispetto alle commedie, mentre attualmente siamo in grado di apprezzare anche il valore di opere dal contenuto basso. Anche la poesia veniva considerata superiore alla prosa. Quest’ultima infatti sembrava più facile da scrivere e da comprendere, non aveva regole fisse da seguire (come quelle metriche), non era irrigidita in uno schema tradizionale e generalmente trattava argomenti volgari, quotidiani. Anche oggi è diffuso il pregiudizio che la poesia sia per persone colte e la prosa per lettori meno istruiti. Il canone classico divide la tragedia dalla commedia, che in Shakespeare tuttavia si uniscono nella tragicommedia, una forma teatrale consapevole del fatto che nella vita come nella finzione possono verificarsi sia avvenimenti tristi sia eventi comici. Il teatro tende a rappresentare l’esistenza come luogo delle contraddizioni, ma anche la vita stessa è finzione e illusione, proprio come il teatro.

Shakespeare faceva uso del blank verse, vale a dire del pentametro giambico, che nelle nostre traduzioni in italiano non riusciamo mai ad apprezzare. La metrica era molto stretta nel blank verse, il ritmo serrato. Si faceva inoltre scarso uso delle rime.

Shakespeare visse a cavallo tra il XVI secolo e il XVII secolo, nel Rinascimento inglese, che fu tardivo rispetto a quello italiano. In questo periodo nacque la New philosophy: venivano tradotti testi greci e latini, anche se non dagli originali, e emergevano nuove opere tecnico-scientifiche come quelle di Francis Bacon, che si basava sul metodo scientifico, sull’osservazione empirica e sulla deduzione anziché sulla teologia. Venivano creati nuovi strumenti e tecniche ed era in corso il periodo delle grandi esplorazioni. I valori del passato vennero rivisitati, infatti emerse la figura del condottiero, del grande individuo della storia portatore di innovazione e verità e viene meno l’ideologia della provvidenza. Era il periodo della dinastia dei Tudor, garante della nuova riforma. Giacomo I fece tradurre la Bibbia, rendendola testo fondamentale dello stato inglese: l’Authorized version non fu la prima traduzione, ma era quella ufficiale. Era un periodo di conflitti irrisolti tra vecchi e nuovi valori: da una versione chiusa e cristiana ci si avvicinava a una più laica e machiavellica, basata su meccanismi di astuzia e di potere. Figura molto importante nelle opere di Shakespeare era il re, che aveva una doppia caratterizzazione: per un certo verso era sacro, gli erano attribuiti persino poteri taumaturgici; dall’altro poteva commettere violenze ed errori.

In Italia il teatro era chiuso nelle grandi corti, in Inghilterra invece era allestito in strutture pubbliche da compagnie professioniste salariate, protette dal re. Non tutti tuttavia amavano il teatro: i dissenters, gruppi di protestanti estremisti, sostenevano che il teatro fosse luogo di corruzione e sovversione morale.

A teatro recitavano solamente uomini, interpretando anche parti femminili secondo una regola etico-sociale accettata da tutti in quanto la donna doveva occuparsi solamente della casa e dei figli. Per questo motivo però il teatro non era realistico e lo spettatore era molto più consapevole del suo carattere artificiale e illusorio rispetto ad oggi. Il pubblico era londinese e popolare, ma non basso, infatti assistevano alle rappresentazioni per lo più artigiani, marinai, mercanti, membri della piccola-media borghesia; era composto prevalentemente da uomini.

Bisogna tenere presente che all’epoca non esistevano strumenti di amplificazione, pertanto la voce era l’unico ausilio per raggiungere l’ultima fila e ciò comportava che gli attori dovevano avere una discreta forza fisica. Gli spettacoli si tenevano in luoghi aperti, raggiungibili dalla massa, dove si assisteva all’opera in piedi. Potevano verificarsi delle rappresentazioni riservate a personaggi più eminenti in luoghi chiusi. Il teatro del Bardo era il celeberrimo Globe, che purtroppo fu distrutto dal Great Fire del 1666. Il pubblico si disponeva su tre lati rispetto al palcoscenico e non esistevano intervalli, né alcuna suddivisione tra atti e scene. I ruoli non erano fissi: Shakespeare per esempio forniva i testi, era il regista ed proprietario della compagnia. La musica e il canto erano molto ricorrenti nelle rappresentazioni e la prosa non era codificata da regole, infatti si introducevano anche scene colloquiali, personaggi minori e momenti comici. La messa in scena era povera in quanto si trattava di teatro orale anziché di azione, inoltre era difficile realizzare una scenografia adatta ad un palco osservato da tre punti di vista. I costumi erano molto importanti, soprattutto perché gli uomini dovevano sembrare donne. La rappresentazione era solitamente preceduta da un’operetta di carattere comico chiamata gig. Si trattava di opere grottesche, buffe, in cui recitavano dei clown. Anche nelle opere tragiche si inserivano dei siparietti comici, come per esempio la scena dell’ubriacone nel Macbeth. Intorno al luogo fisico del teatro si svolgevano altre fonti di intrattenimento più basse e volgari come il gioco dell’orso: un orso veniva legato a un palo in modo da consentirgli di camminare solo in cerchio intorno ad esso, ma con le zampe libere, e gli venivano aizzati contro dei cani in modo da poter scommettere sul vincitore del combattimento.

Secondo Aristotele tre erano i principi per scrivere un’opera teatrale: unità di azione (l’opera deve avere uno sviluppo coerente), unità di tempo (il tempo dell’azione deve essere circoscritto, dodici o ventiquattro ore massimo in modo tale che tempo dell’azione e tempo della rappresentazione coincidessero), unità di luogo (che deve essere unico). Shakespeare rispettò solo l’unità d’azione, infatti senza varietà di luogo non avrebbe potuto trasportare l’azione in luoghi lontani e senza quella di tempo non avrebbe potuto diluire gli eventi negli anni, analizzando la crescita dei personaggi.

Non ci sono pervenuti manoscritti di Shakespeare, solo firme, probabilmente perché la carta al tempo era un materiale prezioso, deperibile e riciclato di continuo. Le opere erano scritte per essere messe in scena, non interessava la pubblicazione; i testi venivano diffusi solo dopo la rappresentazione. Le varie messe in scena sono testimoniate dagli Accounts of the master of revels, registri in cui venivano annotate le opere rappresentate. Gli stampatori volevano sfruttare la fortuna delle opere, perciò quando le opere diventavano famose cominciavano a pubblicarle anche senza il nome dell’autore. Shakespeare e gli autori in generale non avevano a che fare con la pubblicazione e gli stampatori, per ricostruire il testo, si servivano degli attori o dei ripetitori, per questo si parla di “inquarti pirata”. Il testo teatrale poteva essere modificato dallo stesso autore, per essere ridotto o tagliato per un pubblico di provincia. Nel ‘700 si cominciò a ricostruire le versioni originali secondo indizi filologici e linguistici, ma per molti anni si è ritenuto che le scene grottesche o a fini sessuali non fossero state scritte da Shakespeare perché ritenute immorali.

 

Fonti:
Appunti presi durante il corso di Letteratura inglese del prof. Pagetti, presso l’Università degli Studi di Milano

Macbeth, la tragedia di Scozia

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Macbeth è la più breve tragedia di William Shakespeare ed è stata composta tra il 1599 e il 1605. La prima rappresentazione avvenne nell’estate del 1606, in occasione della visita a Londra di re Crisitano IV di Danimarca; il teatro era solo uno deti tanti intrattenimenti previsti per l’occasione. Il Macbeth compare per la prima volta nell’infolio del 1623, tra Giulio Cesare e Amleto, successivamente nel 1673 in un inquarto, rispetto al quale il primo testo è stato modificato, e nel 1674, in un adattamento di un drammaturgo.

L’opera inizia nella brughiera scozzese del Basso Medioevo, quando tre streghe androgine e barbute decidono che il loro successivo incontro sarebbe dovuto avvenire in presenza di Macbeth. L’azione si sposta presso il re Duncan di Scozia, cui viene annunciato che Macbeth e Banquo sono risultati vincitori in battaglia; il protagonista viene lodato per le proprie doti militari. La scena cambia nuovamente e troviamo Banquo e Macbeth di ritorno dalla guerra che incontrano le tre streghe, ciascuna delle quali pronuncia una profezia: la prima saluta Macbeth con il suo titolo attuale, la seconda lo chiama Barone di Cawdor, la terza si rivolge a lui come re di Scozia. Banquo interpella le tre streghe e gli viene preannunciato che sarà il capostipite di una dinastia di regnanti. Sparite le tre streghe, un messaggero annuncia ai due guerrieri che Macbeth ha ottenuto il titolo di Barone di Cawdor, provocando in Macbeth l’ambizione di diventare re.

Macbeth scrive all’amata Lady Macbeth quanto gli è accaduto così, quando re Duncan decide di pernottare presso il castello dei coniugi, la donna ordisce un piano per ucciderlo e garantire il trono al marito. Inizialmente Macbeth è titubante ad agire, ma la moglie riesce a convincerlo e l’assassinio viene compiuto quella notte stessa. Lady Macbeth si dimostra risoluta e spietata nel dirigere le operazioni: incolpa del delitto le guardie addormentate davanti alla stanza del re cospargendole di sangue e facendo ritrovare presso di loro i pugnali insanguinati utilizzati per compiere l’omicidio.

MacDuff nutre dei sospetti nei confronti di Macbeth ma non si pronuncia apertamente contro di lui. Temendo di essere in pericolo, gli eredi fuggono all’estero così Macbeth ereditare il trono, ma non si sente al sicuro a causa della profezia per cui Banquo dovrebbe diventare padre di re. Macbeth fa uccidere così Banquo da un sicario nel corso di una cavalcata e tenta di eliminare suo figlio Fleance, ma invano. Nello stesso momento, nel corso di un banchetto,  il fantasma di Banquo tormenta Macbeth e il resto degli invitati si spaventa per le reazioni del re, costringendo Lady Macbeth ad intervenire.

Macbeth chiede consiglio alle streghe, che interpellano gli spiriti: una testa armata consiglia al sanguinario re di temere MacDuff, un bambino insanguinato confina che nessun nato da donna può recargli danno, un fanciullo incoronato rivela che Macbeth non sarà sconfitto finchè il bosco di Birnan non si muoverà verso Dusinane. Successivamente un corteo di otto spiriti discendenti di Banquo fanno cadere Macbeth nella disperazione.

Macbeth invia dei sicari presso il castello di MacDuff per ucciderlo, ma questi è assente, così i suoi scagnozzi eliminano la moglie e i figli dell’uomo. Lady Macbeth inizia a manifestare i primi segni di follia.

Macbeth viene considerato da molti un tiranno e Malcolm, l’erede al trono legittimo, e MacDuff conducono un esercito contro il castello di Dusinane, ordinando ai soldati di tagliare i rami degli alberi e trasportarli con sé per mascherare il proprio numero, realizzando così involontariamente la profezia delle streghe. Lady Macbeth si suicida lasciando il marito completamente solo.

MacDuff e Macbeth si scontrano a duello. Inizialmmente Macbeth pensa di non avere nulla da temere, poi scopre che MacDuff non è nato da donna in quanto sua madre ha subito un cesareo, pertando comprende che per lui è finita, ma decide di combattere sino alla fine.

La tragedia non è stata scritta nel periodo elisabettiano, ma in quello giacobino: Macbeth è dunque un jacobean play. Nel 1603 diventa re Giacomo I; a fine encomiastico, l’opera è ambientata in Scozia. La dinastia Stuart, cui appartiene Giacomo I, deriverebbe da quella di Banquo. Il re era interessato a stregoneria e demonismo, per questo nella tragedia compaiono tali componenti. La percezione che gli inglesi avevano degli scozzesi era ambivalente: da un lato il loro re era considerato colto, ma il popolo era giudicato rozzo. Nell’opera è presente un riferimento a una reale nave inglese, la Tiger, un fatto che suggerisce che l’autore attualizzò l’opera fino al momento della prima messa in scena.

Fonti di Shakespeare sono i Chronicles of England, Scotland and Ireland di Holinshed, una storia della Gran Bretagna pubblicata nel 1577. Da tale opera emerge che l’uccisione del re era una pratica che talvolta si verificava, ma certamente non comune, e che designare re il proprio figlio era tipico, ma non obbligatorio (infatti re Duncan deve confermare la propria volontà di lasciare il trono in eredità al figlio). Shakespeare interpreta e presenta la realtà della sua epoca, non inventa, ma attinge dalla storia. Usa un linguaggio teatrale di condensazione, i tempi sono abbreviati e i ritmi incalzanti.

Re Duncan è una figura quasi paterna, si fida ciecamente di Macbeth, che realizzerà la gravità dell’omicidio solo dopo averlo commesso. Il re è per Macbeth è sovrano, padre e ospite, pertanto il regicidio di Duncan è un crimine particolarmente grave.

L’elemento acustico nella tragedia è molto importante: le parole dei personaggi evocano grande sonorità,dal cielo si odono suoni terrificanti, le streghe urlano, nel castello si sentono voci… Emerge una dimensione apocalittica, qualcosa di terribile sta per accadere. Il tamburo ritma le scene di battaglia del primo e dell’ultimo atto.

La guerra circonda l’opera ma in scena ci sono pochi attori, anche per le scene caotiche. L’assassinio del re, avvenuto nella sua stanza, non avviene sul palcoscenico: è un atto troppo efferato per essere inscenato all’epoca, anche se viene rappresentato in altre opere.

La dannazione inizia per il protagonista nella scena di Lady Macbeth nel castello. Leggendo la lettera, la commenta e si affida al marito: è il primo monologo per il golden round, il cerchio d’oro, ossia la corona. Lady Macbeth si appella alle tenebre, l’immaginario deve prevalere e lei deve rinunciare alla sua femminilità. La consapevolezza di ciò è pesante, è una rinuncia necessaria ma non felice. Proprio dall’insistenza con cui parla della sua perduta femminilità, si capisce che la rinuncia è sofferta.

Una volta che il regicidio è compiuto il tempo sembra prendere due direzioni: da un lato si ferma, è bloccato dopo un episodio così grave; dall’altro l’azione comincia, il dramma vero si svolge dopo l’assassinio. Dopo il crimine si svolge l’unico momento comico della tragedia, il comic relief: il portiere del castello, ubriaco, barcolla davanti al portone. Questo momento è l’unico leggero e serve a distogliere per un attimo lo spettatore dalla tensione. Tuttavia quando sorge il sole le gerarchie sono ristabilite, bisogna fare i conti con le conseguenze della sovversione. L’omicidio viene scoperto e Macbeth e Lady Macbeth fingono orrore (forse lo provano realmente per le azioni commesse).

Macbeth non agisce per volere della moglie, sono corresponsabili e partecipi allo stesso modo. Lady Macbeth non gioisce di essere regina, ma è felice che il marito sia re. Prende il suo posto solo in un momento, quando egli vede lo spettro di Banquo: nell’unica scena in cui svolge una funzione regale difende il marito. Non è mossa unicamente da motivazioni personali, ma anche d’amore. Il suo personaggio è destinato a sparire: il destino di Macbeth è la solitudine, ha chiamato le tenebre sulla terra uccidendo e ora, solo, deve affrontarle. Macbeth è la tragedia in cui è più presente il soprannaturale. All’epoca si credeva alla dimensione soprannaturale, lo stesso re Giacomo la studiava. L’opera suscitava negli spettatori vera paura, l’atmosfera che si creava era terrificante. Tuttavia, il soprannaturale non determina l’azione. Le streghe fanno emergere il desiderio di potere e l’inconscio, ma la natura dell’eroe è già incline al crimine. L’azione è regolata dagli individui, gli eroi sono consapevoli e totalmente responsabili delle proprie azioni.

Secondo la tradizione la tragedia di Macbeth porta male e nel mondo del teatro esistono diverse scaramanzie al riguardo; secondo una di queste, non si deve mai nominare l’opera per nome, così viene spesso chiamata “La tragedia di Scozia”.

Fonti:

Letteratura inglese del prof. Pagetti, presso l’Università degli Studi di Milano

“Questa sera si recita a soggetto” di Pirandello

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

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Questa sera si recita a soggetto è un dramma di Luigi Pirandello, terminato nel 1929.

Si tratta della terza opera della trilogia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Sei personaggi in cerca d’autore e Ciascuno a modo suo.

Portata per la prima volta sul palco del Teatro di Torino il 14 aprile del 1930, con una Compagnia appositamente costituita diretta da Guido Salvini, Questa sera si recita a soggetto indaga sull’autoritarismo del regista, figura allora innovativa nel panorama teatrale, e sulla Mise-en-scène, analizzando i rapporti che intercorrono tra il regista e gli attori, oltre alla connessione tra questi ultimi e il pubblico.

L’opera si fonda su un conflitto che intercorre tra gli attori e il capocomico Hinkfuss che, nella finzione scenica, ha rielaborato la novella Leonora, addio! – scritta da Pirandello nel 1910 nella raccolta Novelle per un anno. Gli attori sono chiamati a recitare a soggetto, vale a dire improvvisando sulla traccia di un canovaccio, ma spesso si ribellano al regista sbagliando volontariamente e inventando scene non previste e finendo per cacciare il regista.

Rappresentazione teatrale filmata dalla RAI nel 1968 per la regia di Paolo Giuranna, protagonista dell’opera è una famiglia non originaria dell’arretrato paesino siciliano in cui vive, composta da una litigiosa coppia di sposi e quattro figlie in età da marito, che sono solite trascorrere il tempo in compagnia di alcuni ufficiali e per questo motivo la famiglia non gode delle simpatie dei paesani. Una sera il padre subisce presso un cabaret un pesante scherzo da parte di uno degli avventori e così la moglie, chiamata La Generala, ordina al marito di tornare a casa. Rincasate dopo essere state a teatro, le ragazze vengono esortate dalla madre a cantare e recitare quando si rendono conto che il marito non c’è, ma questi fa il suo ingresso poco dopo ferito a morte e sorretto da una cantante di jazz e da lì a poco muore tra lo sgomento di tutti. La famiglia cade in miseria e la primogenita Mommina sposa l’ufficiale Verri anche se, da buon siciliano, è terribilmente geloso e, ritenendola una persona dai costumi poco seri per la vita che conduceva con la madre e le sorelle, la segrega in casa con le figlie. La madre e le sorelle si trasferiscono e riescono a risollevare la propria sorte grazie alla figlia Totina, che diventa una cantante lirica. Quando Mommina apprende che la famiglia sta ritornando al paese perché Totina deve cantare nella parte di Leonora nel Trovatore, decide di cantare per le proprie figlie, che mai andranno a teatro per la gelosia del padre. Mommina dopotutto aveva la voce più bella delle quattro figlie della Generala, che durante l’esibizione, per l’emozione, muore. A questo punto il dramma è interrotto dal dottor Hinkfuss, complimentandosi con gli attori perché, anche in sua assenza, hanno saputo recitare a soggetto secondo le istruzioni che egli aveva impartito e dato che il malore mimato dall’attrice di Mommina è reale la compagnia decide che, da quel momento, avrebbero recitato solamente seguendo un copione.

Nonostante il sapiente occhio della telecamera guidi lo sguardo dello spettatore come in una vera e propria opera cinematografica, lo spettacolo è realizzato in un teatro provvisto di palcoscenico, platea e spettatori. L’opera venne rappresentata per la prima volta Könisberg il 25 gennaio 1930, nella versione tedesca tradotta dall’italiano da Harry Kahn col titolo Heute Abend wird aus dem Stegreif gespielt fu un successo. Il dramma venne riproposto a Berlino il 31 maggio 1930 al Lessing Theater, con Gustav Hartung come regista, ma fu un fiasco.

Uno degli aspetti più particolari dell’opera è che gli attori devono interpretare sia il ruolo di personaggio sia quello di un attore sul palcoscenico e alle volte alcuni attori si mescolano agli spettatori in platea, dialogando con i colleghi sul palco come se fossero un pubblico un po’ impertinente e spesso guidando le reazioni del pubblico facendo partire gli applausi.

La scenografia è minimalista: per il magistrale monologo del regista è stata scelta una scena composta da alcune statue antropomorfe, successivamente troviamo qualche panca per rappresentare gli ambienti interni. La scena in cui le figlie si intrattengono la sera con gli ufficiali è stata girata in un vero e proprio caffè, probabilmente il foyer del teatro, secondo i canoni di una ripresa cinematografica. I costumi sono in perfetto stile anni Sessanta ed è divertente osservare tra il pubblico le pettinature dell’epoca.

E’ notevole la trasformazione della bella Mommina in una donna sciupata e morente, una metamorfosi di trucco che Pirandello ha voluto portare sulla scena rappresentando il momento in cui l’attrice si traveste da casalinga addolorata. Grandi assenti sono le sorelle che, per non distogliere l’attenzione dalla morte di Mommina, sono state interpretate da due bambole.

Il progetto Teatro in carcere

Articolo scritto per il cartaceo di Lo sbuffo.

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Il teatro è recentemente diventato un ottimo metodo di rieducazione e di reinserimento nella società dei detenuti, grazie soprattutto al progetto Teatro in Carcere, che organizza spettacoli teatrali che coinvolgono come attori e tecnici i carcerati. Diversi professionisti del teatro italiano si sono recati nei penitenziari per trasformare i detenuti in artisti.

Tali iniziative oggi si focalizzano sullo sviluppo della creatività dei detenuti per trasformare l’esperienza in un’attività terapeutica e pedagogica. Lo scopo è quello di guidare il carcerato attraverso il teatro alla riscoperta delle capacità e delle sensibilità personali, per esprimere in maniera positiva le emozioni negative accumulate nella propria tragica esperienza di vita. In questo modo si sostituiscono i meccanismi relazionali basati sulla forza che i detenuti hanno fatto propri con quelli legati alla collaborazione. Le competenze teatrali possono inoltre essere coniugate con quelle tecnico/professionali, in modo tale da rendere il carcere un istituto di cultura.

Il teatro delle carceri ascolta i luoghi in cui opera,  rielabora le biografie delle persone coinvolte, reinventa i linguaggi di scena piegandoli alle particolari necessità della situazione; i detenuti si occupano sia di sperimentazione sia del teatro della grande tradizione italiana ed europea. Non solo vengono proposti testi teatrali classici, ma anche forme di autodrammaturgia, con particolare attenzione per le avanguardie artistiche del Novecento. Il teatro carcerario vuole essere un’esperienza popolare, ma di elevata qualità artistica.

Talvolta sono gli spettatori a recarsi in carcere per assistere alle rappresentazioni, oppure sono i detenuti a calcare le scene dei grandi teatri italiani. Alcuni carcerati, una volta ottenuta la libertà, hanno continuato a lavorare nel settore del teatro come attori o tecnici. In questo modo il teatro si trasforma in un ponte tra gli istituti di pena e il mondo oltre le sbarre e diventa un servizio pubblico che opera per la comunità.

E’ risaputo che oggi purtroppo il carcere si è trasformato in un’esperienza lesiva dei diritti umani, che mira ad una mera esecuzione della pena anziché al reinserimento sociale del detenuto. Questo contesto difficoltoso e le difficoltà economiche degli enti pubblici ostacolano il teatro in carcere.