La cronaca diventa teatro: “Tutto quello che volevo”

Articolo pubblicato su Modulazioni Temporali

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“Tutto quello che volevo, storia di una sentenza” è un monologo di Cinzia Spanò con la regia di Roberto Recchia, andato in scena dal 2 al 19 maggio presso il Teatro Elfo Puccini di Milano.

Si tratta della vera storia di due ragazzine di quattordici e quindici anni di uno dei licei più prestigiosi di Roma, che si prostituivano in un appartamento della capitale. I clienti erano persone benestanti e insospettabili padri di famiglia, che incontravano le giovani nel pomeriggio, dopo l’orario di scuola. Alla giudice Paola di Nicola è spettato il compito di stabilire quale risarcimento spettasse alle vittime, ma può una cifra in denaro compensare le ragazze di ciò di cui sono state private? Cinzia Spanò da voce alle parole della magistrata: – Com’è possibile risarcire quello che [la ragazza] ha barattato per denaro dandole altro denaro? Se io adesso dispongo di risarcirla in questo modo non farei che ripetere la stessa modalità di relazione stabilita dall’imputato con la vittima, rafforzando in lei l’idea che tutto sia monetizzabile, anche la dignità. E come può inoltre il denaro proveniente dall’imputato, il mezzo cioè con cui lui l’ha resa una merce, rappresentare per quella stessa condotta il risarcimento del danno? – L’attrice reciterà anche la singolare sentenza della giudice, rivelando come si è conclusa la vicenda delle due ragazzine.

I colori dominanti sulla scena sono il bianco e il nero: di tali tonalità sono infatti tinti i pannelli su cui sono proiettati i video in bianco e nero di Paolo Turro, ma nero è anche il colore della toga della giudice e degli indumenti che indossa, vale a dire pantaloni da ufficio, una camicetta elegante, scarpe col tacco e una collana di perle. Due cubi bianchi vengono continuamente spostati sul palco e sono le sedie su cui recita Cinzia Spanò, dei fogli bianchi su cui la giudice evidenzia con un pennarello nero sono i documenti del processo. Colori eleganti e neutri, come le aule di un tribunale. L’opera non è solo il racconto di un fatto di cronaca, ma anche il percorso di crescita interiore di un giudice donna che deve compiere una scelta difficile scavando dentro di sé, in un viaggio nell’onirico. Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro, diceva Nietzsche, le sue parole accompagnano le riflessioni di Paola. L’attrice enuncia i fatti come se si stesse confessando alo spettatore, in una sorta di flusso di coscienza perché il tempo con cui parla è il presente, infatti racconta gli avvenimenti mentre questi si verificano.

Lo spettacolo è inoltre un’occasione per ripercorrere la storia delle donne nei tribunali, da quando hanno potuto indossare la toga da magistrato nonostante coloro che le ritenevano incapaci di esprimere un giudizio sui casi, al Processo per Stupro trasmesso in televisione, che rivelava come le vittime spesso non erano considerate tali. Sono stati proiettati dei video al riguardo, con le dichiarazioni agghiaccianti di quanti si erano pronunciati contro le donne. In tali video le parole rivestono un’importanza fondamentale, così come nella ricostruzione delle telefonate intercettate che hanno permesso ai carabinieri di scoprire la storia delle due ragazzine. Più volte il monologo ritorna sul ruolo cruciale delle parole nella nostra vita: viene raccontato che un uomo ha la facoltà di pronunciare solo un certo numero di parole nella sua vita, quando pronuncia l’ultima parola, muore; per questo motivo, bisogna fare attenzione quando si parla. L’opera è agghiacciante perché racconta una storia realmente accaduta e scava a fondo nella professione di magistrato, nello specifico nei compiti di una giudice donna.

Cinzia Spanò commuove, induce a riflettere e informa, con una voce deformata dal microfono che sembra provenire da lontano, dal mondo onirico da cui recita le sue confessioni. Lo spettacolo parla di donne, ma si rivolge anche agli uomini, sebbene nella storia la figura maschile compaia solo nel ruolo di aguzzino.

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“La duchessa” e la triste situazione delle donne nel settecento

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La duchessa è un film del 2008 che racconta la discriminazione e la violazione dei diritti umani subita dalle donne nel Settecento. L’opera è stata nominata agli Oscar 2009 per i migliori costumi e la migliore scenografia, vincendo l’ambita statuetta dorata per la prima categoria. L’unico difetto della pellicola è che si rivolge ad un pubblico solamente femminile, evitando di coinvolgere gli uomini nel dibattito sui diritti delle donne.

Il film è la trasposizione cinematografica di Georgiana, biografia di Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, scritta da Amanda Foreman. Georgiana, simpaticamente chiamata G dai suoi cari, viene data in sposa a diciassette anni al severo e anaffettivo duca di Devonshire. L’uomo è disinteressato a lei come persona, tutto ciò che chiede è un erede maschio e obbedienza. Georgiana diventa una personalità molto apprezzata tra i nobili inglesi e ottiene molti successi in politica schierandosi con i Whing, purtroppo l’erede tarda ad arrivare in quanto nascono due bambine e il conte tradisce ripetutamente la protagonista. La giovane diventa molto amica di Bess, una donna percossa e poi cacciata dal marito che ha perso ogni diritto di frequentare i suoi figli. Bess diventa l’amante del conte e ottiene da lui la facoltà di vivere con i propri ragazzi: G inizialmente soffre molto per il tradimento, in seguito comprende che i due si amano e accetta la loro relazione. Il conte continuerà a stuprare la protagonista per ottenere il tanto desiderato erede maschio, sino all’effettiva nascita del bambino.

Quando G si innamora del giovane politico dei Whing Gray, resta incinta e decide di andare a vivere con lui, non ottiene il benestare dal marito che la ricatta: se la giovane vuole continuare a crescere i propri figli, dovrà cessare di frequentare Gray e lasciare a lui la piccola che porta in grembo. L’amore di madre vince l’amore sentimentale, perciò G decide di restare con il conte, accettando di frequentare la figlia illegittima solamente durante delle brevi visite. Bess, che non è affatto un personaggio negativo come potrebbe sembrare inizialmente, appoggia alla protagonista: la aiuta a intrattenere una relazione clandestina con Gray e la assiste durante la gravidanza illegittima.

Il film è drammatico, tragico, triste e malinconico, l’atmosfera è claustrofobica come la sofferta vita di G. Il ritmo è moderatamente lento: non ci sono scene d’azione, i dialoghi sono la colonna portante. Tutto ciò è condito da una colonna sonora discreta ma efficace nel ricreare un’atmosfera struggente, tipica dei romanzi rosa tristi e travagliati, che si rivolgono prevalentemente ad un pubblico femminile. Non vogliamo criticare a prescindere il genere del film in quanto è giusto che le persone che adorano piangere davanti al grande schermo siano accontentate, tuttavia sarebbe utile che la questione dei diritti delle donne sia proposta anche agli uomini, magari trattando temi che potrebbero piacere ad entrambi i sessi. Per esempio, svolge un ruolo piuttosto importante nel film la politica, tuttavia dei Whing apprendiamo solamente che lottavano per un non meglio precisato concetto di “libertà“; sarebbe stato interessante approfondire la storia dei partiti politici inglesi del Settecento. Sarebbe stato inoltre interessante inserire in alcune scene delle usanze tipiche settecentesche, invece i comportamenti dei personaggi sono piuttosto simili ai nostri.

La protagonista è inoltre una donna perfetta, priva di difetti: giovane, bellissima, determinata, spavalda, carismatica, vincente, con una passione, secondo i canoni dell’epoca tipicamente maschile, come la politica. Il ruolo è stato assegnato ad una celebrità del calibro di Keira Christina Knightley, che ha interpretato protagoniste con una personalità simile (anzi, identica) in altri film, molto spesso in costume come in La duchessa: dopo essersi conquistata l’affetto del pubblico nel 2002 in Sognando Beckham quando era ancora una ragazzina, l’anno seguente ha ottenuto il suo primo grande successo nel primo capitolo dei Pirati dei Caraibi; nel 2005 ha interpretato Elizabeth Bennet in Orgoglio e pregiudizio; nel 2008 ha vinto degli importanti riconoscimenti per Espiazione;  nel 2012 recita in Anna Karenina; nel 2014 escono Tutto può cambiare e The Imitation Game; nel 2016 infine è il turno di Collateral Beauty. La profonda sofferenza della protagonista non viene trasmessa mediante i dialoghi, ma attraverso struggenti primi piani del viso disperato della protagonista; il volto di Keira è estremamente espressivo, riesce a esprimere contemporaneamente determinazione, ribellione, fragilità e dolore. Il solo problema del personaggio di G è un eccessiva perfezione: analizzando la trama, non si troverà un solo difetto nella protagonista, fatta eccezione per una irrimediabile sfortuna che la condanna ad una vita di sofferenza. Si tratta del personaggio ideale per far scattare nella mente delle spettatrici un meccanismo di identificazione, infatti una giovane donna che guarda il film desidera ardentemente di assomigliare a Georgiana, ma al tempo stesso si sente fortunata a non essere lei in quanto, vivendo nel XXI secolo, non subirà mai analoghe ingiustizie. E’ sempre meglio diffidare dei modelli di perfezione: i personaggi ordinari sono più simpatici ed evitano di provocare un senso di inadeguatezza nelle giovani donne.

Anche il personaggio del conte è poco approfondito: le crudeli scelte dell’antagonista infatti non sono solo dettate dal costume dell’epoca, ma anche da un’incapacità di provare empatia, interesse e affetto per i propri simili. Ma cosa ha portato il conte ad essere così? Inoltre nessuno è un concentrato di puro odio e malvagità, ma il conte non sembra possedere alcuna caratteristica positiva a parte la sua passione per i cani oppure, nell’ultima scena, quando confida a Georgiana di invidiare i propri figli poiché, in quanto bambini, possono vivere spensieratamente. Ne risulta un antagonista superficiale, un orco che sembra provenire da una favola anzichè da una storia realmente accaduta, privo di cedimenti o debolezze umani e creato appositamente per risultare odioso, senza approfondire il punto di vista maschile nella rigorosa e soffocante società Settecentesca.

Infine è doveroso ricordare che, rispetto alla biografia, abbondano le imprecisioni storiche, che piegano la realtà in favore della tragedia. Il pubblico dovrebbe essere educato all’amore per la storia, anzichè ai drammi rosa, soprattutto considerando che la biografia di Georgiana non necessita di essere modificata per risultare avvincente.

Il risultato è un film leggero, ideale per strappare qualche lacrima ad una casalinga, ma privo di profondità. I costumi e le scenografie, apprezzati durante la premiazione degli Oscar 2009, sono realistici ed efficaci, ma non è il caso di spingersi oltre nelle lodi della pellicola. Quando i film sulle problematiche femminili si rivolgeranno anche agli uomini, forse avremo fatto un passo avanti verso la parità dei generi.

 

“Suffragette”, la lotta per i diritti civili delle donne.

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Suffragette

Suffragette è un film del 2015 della regista Sarah Gavron e della sceneggiatrice Abi Morgan, che racconta la lotta delle donne per il diritto di voto nei primi anni del Novecento. Il tema principale sono naturalmente i diritti civili delle donne, ma vengono trattati anche argomenti altrettanto importanti come il lavoro minorile, i diritti dei carcerati, dei lavoratori e quelli dei manifestanti. Alcune scene del film sono state girate nel Palazzo di Westminster, sede del Parlamento del Regno Unito.

La vicenda è ambientata a Londra nel 1912, la protagonista è Maud Watts (Carey Mulligan) che lavora in una lavanderia da quando aveva sette anni in condizioni di sfruttamento, abuso e rischio per la salute. Dipingendo un ritratto della situazione dei lavoratori nelle lavanderie londinesi e la giovanissima età di alcune dipendenti, il film parla dei diritti dei lavoratori e dei bambini. Nonostante la povertà e la difficile condizione sociale, la protagonista si è guadagnata un ruolo di tutto rispetto nella lavanderia e si è sposata con Sonny, con il quale ha avuto il piccolo George.

Maud entra in contatto con le suffragette sul luogo di lavoro e gradualmente si appassiona alla lotta delle femministe, soprattutto grazie alla collega Violet. Maud si avvicina al femminismo al fianco di Edith Ellyn (interpretata dalla bellissima e celebre Helena Bonham Carter), una farmacista locale che gestisce con il marito una base segreta delle suffragette, e Alice, un’attivista dell’alta borghesia. La lotta per i diritti delle donne si è svolta attraverso azioni aggressive da parte di entrambe le fazioni: le femministe hanno dovuto intraprendere azioni radicali e violente di disobbedienza civile perché era l’unico modo per ottenere l’attenzione dello stato, le autorità hanno attuato una politica di repressione che violava i diritti fondamentali dell’uomo. La polizia ha per esempio attaccato le manifestanti indifese, le detenute in prigione vengono sottoposte a torture. La società inoltre isola e diffama le suffragette, infatti Maud perderà il figlio e il lavoro per i propri ideali.

Ciò che colpisce non sono solo le leggi incivili che limitavano la libertà delle donne, ma anche la mentalità con cui i mariti si approcciavano alle consorti: un uomo si sente in dovere non solo di difendere la moglie, ma anche di decidere circa tutto ciò che riguarda la sua vita, perciò il marito di Edith si sente legittimato a rinchiudere la farmacista in un armadio per impedirle di partecipare ad un’azione politica, come se la donna fosse una sua proprietà. Un marito ha inoltre il diritto di cacciare la moglie di casa se lo desidera e di privarla del figlio, su cui una madre non può esercitare alcun diritto.

Le suffragette al cinema sono state rappresentate soprattutto nel film di Mary Poppins, perciò i più le associano all’immagine che tale film diffonde di loro, dipingendole come delle simpatiche borghesi che si riuniscono per bere il tè e sfilano sorridenti per le strade di Londra. In verità le suffragette erano misere operaie sfruttate e abusate, che non avevano nulla da perdere e pertanto erano disposte a tutto per affermare i propri diritti; il film racconta egregiamente la reale condizione di queste eroine della storia. Abi Morgan scava nei diari e negli archivi alla ricerca di donne e ragazze che hanno rinunciato alla propria posizione sociale per la lotta, oppure di persone come Emily Davison, che ha sacrificato la propria vita sotto il cavallo di re Giorgio V per attirare l’attenzione dei media (alcuni tuttavia sospettano che, differentemente da quanto racconta il film, la morte della donna sia stato un incidente, perchè nella tasca del suo cappotto era presente un biglietto per tornare a casa). Emily Davison è un personaggio del film, al termine del quale compaiono alcune scene del suo funerale. La sceneggiatrice si racconta, rivelando alcune preziose informazioni sulla ricerca che ha preceduto la scrittura dell’opera: “Non c’erano molti documenti scritti dalle suffragette perché la maggior parte di loro erano analfabete e non avevano nemmeno il tempo per imparare a scrivere”.

Nella storia di Maud compaiono dei personaggi storici: la professionista di arti marziali Edith Garrud, che nel 1913 organizzò dei corsi simpaticamente chiamati suffrajitsu per insegnare alle suffragette a difendersi con il jujitsu dai poliziotti, fusa con il personaggio di un’altra femminista realmente esistita, Edith New, una delle prime a compiere atti di disobbedienza civile. Compare inoltre Emmeline Pankhurst, interpretata dalla divina Meryl Streep anche se si tratta di un ruolo secondario, fondatrice nel 1903 e leader del WSPU e una delle più note e importanti figure del movimento suffragista. Le due donne sono state interpretate da due star del cinema pur non essendo le protagoniste e compaiono sulla locandina del film; probabilmente le autrici hanno voluto mettere in risalto tali personaggi proprio attraverso la scelta di attrici illustri.

Il film termina con l’elenco delle date in cui tutti gli stati del mondo hanno adottato il suffragio universale maschile e femminile.

Il movimento Me Too

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Aristotele disse che “la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli“. Ne consegue che anche i personaggi che maggiormente possiedono successo e potere nella nostra società, come le star del cinema e del mondo dello spettacolo in generale, possono non avere una dignità, nonostante i molteplici riconoscimenti sociali. Le vicende che circondano il movimento Me Too hanno messo in discussione la dignità di molti artisti e personaggi dello show business, oltre ad aver posto l’accento sulla tematica della violenza sulle donne, in particolare nel mondo del lavoro.

Ma partiamo dal principio. Il movimento Me Too è una campagna femminista finalizzata alla denuncia delle violenze subite dalle donne, in particolare sul posto di lavoro. Tutto è cominciato dopo la pubblicazione delle inchieste giornalistiche sugli abusi sessuali commessi dal produttore statunitense Harvey Weinstein, focalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto ci sia di torbido dietro le quinte dello show business. L’uomo, un potente impunito, è stato accusato da diverse artiste, che sono state credute pur senza processi e prove, un dato non scontato perchè, sino a pochi decenni fa, una donna veniva considerata priva di dignità se subiva un abuso e non sempre veniva creduta. Harvwy Weinstein è stato denunciato da diverse artiste, tra cui  Asia Argento, Salma Hayek, Rose McGowan, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevingne, Mira Sorvino, Rosanna Arquette e Lea Seydoux.

Nell’ottobre 2017 il movimento ha avuto una diffusione virale nel mondo dei social grazie ad un hastag avente la funzione di dimostrare quanto sia alta la frequenza delle molestie sessuali subite dalle donne, raccontando la drammatica storia delle vittime. L’hastag era il nome del movimento che significa “anch’io”, perchè la denuncia di una donna induceva una compagna a prendere la parola e a raccontare un episodio di violenza capitato a lei.

Sempre nel 2017, il movimento Me Too è stato scelto come persone dell’anno dal Time e, sulla copertina del celebre giornale, sono state immortalate, vestite di nero, cinque donne fiere e determinate: Ashley Judd, tra le prime cinque star ad accusare Wensttein; Taylor Swift, che ha vinto una causa per molestie sessuali contro il dj David Muller; Adama Iwu, che ha creato il sito We said enough per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica; Susan Fowler, ex ingegnere informatico di Uber che, con una denuncia per molestie sessuali, ha portato al licenziamento il Ceo e altri venti dipendenti; Isabel Pascual, una raccoglitrice di fragole messicana che ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato gli abusi.

L’italiana che ha maggiormente contribuito al movimento è Asia Argento, che ha parlato pubblicamente dello stupro che ha subito da parte di Weinstein a Cannes nel 1997, quando l’attrice aveva 21 anni. Il suo contribuito è stato fondamentale per la crescita del Me Too, anche se da molti è stata contestata in quanto risulterebbe sospetto denunciare uno stupro a distanza di anni. A ciò altri hanno ribattuto che molte vittime di violenza non trovano la forza per denunciare, contribuendo così a coprire il proprio aggressore, oppure ci riescono solo dopo anni, una volta superato il trauma.

Asia Argento era dunque un’eroina quando Jimmy Bennet, oggi ventiduenne, ha rivelato di aver subito un’aggressione sessuale da parte della star quando l’attore e musicista aveva diciassette anni. L’attrice lo avrebbe risarcito con 380 mila dollari, ma l’esperienza traumatica avrebbe comportato per Bennet un crollo emotivo talmente potente da averlo condizionato sul set. Asia Argento è stata accusata in seguito agli sms divulgati da Rain Dove, la compagna di Rose McGowan, nei quali la figlia del regista di film horror confessa di aver avuto un rapporto sessuale con Bennet, all’epoca minorenne.

Harvey Weinstein ha colto l’occasione al volo per tentare di riscattare la propria immagine e affossare il movimento Me Too infatti, in una dichiarazione a Fox News, il suo avvocato Benjamin Rafman ha accusato l’attrice italiana di “un incredibile livello di ipocrisia”, infatti l’episodio di violenza sul ragazzo “dovrebbe dimostrare a tutti quanto malamente le accuse contro Weinstein siano state effettivamente crollate”. L’episodio potrebbe avere gravi ripercussioni sulla carriera di Asia, infatti persino Sky si è pronunciato al riguardo sostenendo che, se i fatti saranno confermati, la star non parteciperà al programma X Factor.

L’attrice è stata allontanata dal movimento proprio da Rose McGowan, un’artista che l’aveva sostenuta con ardore nelle sue battaglie: la donna non solo ha preso le distanze da lei, ma l’ha paragonata a Weinstein, allontanandola dal Me Too con una lettera facilmente rintracciabile in Internet.

L’episodio ha scatenato un acceso dibattito e ha sollevato opinioni contrastanti. Non è escluso che una vittima possa essere anche un carnefice, pertanto una persona può essere stata violentata in un episodio e aver violentato in un altro; ne consegue che il movimento Me Too non è ipocrita come è stato affermato da Weinstein, soprattutto perché ha avuto degli effetti positivi nello smascherare le molestie nel mondo dello spettacolo e nella difesa delle donne in generale. Ciò non toglie che, se Asia ha veramente commesso uno stupro, merita di essere punita ed è evidente che la donna ha calpestato la propria dignità macchiandosi di una colpa gravissima e, come ha detto il produttore, anche di ipocrisia. Molti sostengono che Asia sia stata incastrata per risollevare l’immagine di Weinstein; anche se non ci sono prove concrete al riguardo, bisogna tenere in considerazione tale ipotesi.

Ma una donna può stuprare? La questione è controversa, perché sicuramente le violenze subite dalle donne sono un fenomeno molto più diffuso e grave, però anche le vittime maschili meritano considerazione. Secondo il giornale online Bossy, anche gli uomini vengono stuprati, nelle stesse dinamiche in cui le vittime sono le donne. Gli uomini però hanno problemi ben maggiori rispetto alle donne perché non esistono centri di accoglienza, numeri verde o sportelli per supportarli inoltre, quando sporgono denuncia, spesso il loro caso viene trattato con sufficienza. L’uomo violentato inoltre si vede privato della propria virilità e accusato di omosessualità da una società omofoba (specie se lo stupratore è un uomo, ma anche se l’aggressore è una donna), pertanto la vittima tenderà a nascondere l’accaduto, coprendo il proprio carnefice.

Il fenomeno Me Too ci mostra come, dietro i lustrini e i riflettori, il mondo dello spettacolo possa anche essere privo di dignità e quanto sia allarmante il fenomeno delle violenze sessuali sul lavoro.

Libertà, non emancipazione. Intervista a Rosaria Guacci della Libreria delle donne

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso Lo Sbuffo.

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Possono le donne perseguire i propri obiettivi in assoluta libertà e aiutandosi a vicenda? Rosaria Guacci è un’energica e carismatica colonna portante della Libreria delle donne, storica cooperativa femminista di Milano. Nata come editor, è stata insegnante, pubblicista e scrittrice, inoltre si è dedicata all’attività di collaboratrice alla radio per trent’anni, per il programma Ciao Belle che si occupava di libri scritti da donne. Rosaria ci accoglie calorosamente nella sede della libreria per rispondere ad alcune nostre domande.

Cos’è la Libreria delle donne e com’è organizzata?

La Libreria delle donne è una cooperativa che si occupa di diversi progetti, ha intenti politici ed è stata fondata nel ‘75 per la libertà delle donne. Abbiamo solo due dipendenti stipendiate al mattino, le restanti sono tutte volontarie. Io ho due turni e, avendo esperienza nel ramo della letteratura, mi occupo di letteratura italiana e autrici donne. Nello specifico mi dedico a presentazioni di libri e di letteratura italiana proprio perché ho curato e scritto opere su scrittrici italiane. Di tutte le organizzazioni che nacquero intorno al 1975, resistettero soltanto la Libreria delle donne e la casa editrice La Tartaruga, che ora è una collana ma che all’epoca pubblicò Le tre ghinee di Virginia Woolf. Le altre librerie delle donne, comprese alcune case editrici al femminile, chiusero. Una importante era Le edizioni delle donne di Roma.

Chi sono i membri della Libreria?

Tra le fondatrici della libreria menzioniamo Lia Cigarini, Luisa Muraro, Giordana Masotto e Silvia Mott. Io ho fondato a Parma la Biblioteca delle donne e mi sono unita successivamente alla Libreria delle donne di Milano, perciò non appartengo alle fondatrici. Sono arrivata a Milano nel 1983, la mia presenza era discontinua perché volevo partecipare alle attività politiche e letterarie della città. La libreria accoglie inoltre altre donne, che si dedicano a turni volontari presso la sede e partecipano alle discussioni. Il gruppo Estia, infine, si dedica alla cucina.

Rosaria Guacci ci offre poi un foglio politico, distribuito dalla Libreria. Lo sfogliamo con curiosità.

Si chiama Sottosopra, è nato come foglio di movimento negli anni Settanta e viene pubblicato ancora oggi, quando la libreria deve prendere posizione e affermare il proprio pensiero. Nell’ultimo numero per esempio Lia Cigarini si occupa del movimento Me Too, Luisa Muraro della Gpa (Gestazione per altri), Giordana Masotto scrive di lavoro e Alessandra Bocchetti si schiera contro la legalizzazione della prostituzione.

Cos’è il femminismo secondo la Libreria?

Il femminismo permette alle donne di essere libere, non emancipate. Emancipazione significa per esempio fare carriera, la libertà è invece la facoltà di scegliere a quale attività dedicarsi. Un altro concetto importante è la relazione tra le donne, è molto importante “fare squadra” per vincere grazie all’aiuto delle altre nei campi ai quali una donna vuole dedicarsi in ogni aspetto della sua esistenza. Relazioni al femminile e libertà sono due punti cardini del femminismo.

Com’è percepito il femminismo in Italia?

Ci sono stati molti cambiamenti e attualmente non esiste un femminismo solo. Milano si distingue come centro teorico italiano ed europeo. La differenza sessuale è un’idea portante per la libreria, noi approviamo quello che sostiene la francese Luce Irigaray in Speculum. L’altra donna. In Italia la fondatrice di tale teoria è Luisa Muraro. Per quanto riguarda la differenza sessuale, ma non tutte le femministe sono d’accordo. Per quanto riguarda la gestazione per altri, la libreria è contraria, mentre la posizione di alcune donne di Roma è più mediata. Non esiste un femminismo unitario in Italia ma più femminismi, ci sono delle discordanze anziché unitarietà. La libreria delle donne è tuttavia la guida più potente ed importante.

Com’è cambiato il femminismo negli ultimi decenni?

Noi rifiutiamo il concetto di ondate di femminismo, a questo proposito si è tenuta una riunione in via Dogana. Lia Cigarini e le altre pensano ad una maturazione del femminismo meno schematica e più fluida.

Qual è il vostro rapporto con i Millennials?

Ti espongo il mio parere personale, ma sarebbe interessante ascoltare anche ciò che pensano le altre. I ragazzi di oggi o ci ignorano o sono interessati alle femministe fondative, qui in libreria potrebbero trovare molte informazioni al riguardo. Lia Cigarini proviene da Demau, Demistificazione autorità patriarcale e ha collaborato con Daniela Pellegrini. Carla Lonzi di Rivolta infine era una critica d’arte che, ad un certo punto della sua carriera, decise di smettere di fare l’ancella del maschile. E’ colei che ha fondato l’autocoscienza, vale a dire il concetto per cui bisogna partire da sé per fare politica. Fu la compagna dello scultore Pietro Consagra, ma ad un certo punto decise di non volere dedicarsi al pensiero degli uomini occupandosi di critica d’arte, fondò così un gruppo di donne di ogni estrazione sociale per interrogarsi non sul mondo degli uomini, ma su chi sono veramente le donne.

Che progetti ha la Libreria per il futuro?

La libreria vorrebbe avvicinare le giovani donne perché sono necessarie delle eredi. Attualmente le donne che si occupano del sito internet, delle cinquantenni, sono le nostre ereditiere. E’ necessario tenere duro sui punti forti politici e creare una generazione che in fondo esiste già. Mentre si sta svolgendo questa intervista, per esempio, la nostra sede sta accogliendo un gruppo femminista del liceo.

In che rapporto siete con gli uomini?

Ammettiamo la relazione con gli uomini, infatti non siamo separatiste. Gli uomini secondo noi possono essere femministi, ma altri gruppi, come le Rad Fem di impronta americana, contestano che si possa parlare con gli uomini. La libreria ha organizzato due riunioni sugli uomini e crede che si possa comunicare con loro.

In effetti, nella sede della libreria è presente anche un uomo, che ci saluta cordialmente.  Le chiedo cosa ne pensa la Libreria dell’uguaglianza tra uomo e donna.

Il femminismo non è uguaglianza tra uomo e donna perché la mente e il corpo di maschi e femmine sono diversi. La libreria si concentra sul concetto di libertà, ma la differenza è dentro di noi. Diventare uguali agli uomini sarebbe un traguardo tipico dell’emancipazione, un valore che non approviamo perché noi vogliamo vincere le sfide della vita, con le altre, nella diversità.

E i trans e le trans dove si inseriscono in questo dibattito?

Noi dialoghiamo molto con le donne trans, ma interloquiamo senza sostituirci a loro. Per approfondire la questione, ti consiglio di analizzare il dibattito tra la Gandini e la Gramolini di Arcilesbica.

E come si fa a vincere insieme alle altre?

Si può vincere seguendo la teoria dell’affidamento, chiedendo aiuto ad una donna più brava per realizzarsi attraverso un rapporto di scambio. E’ un’idea nata tra le donne, che tuttavia hanno dovuto imparare tale concetto, mentre gli uomini lo praticano da sempre. Il patriarcato ha diviso le donne che ora si sono unite per vincere, ma la loro unione è il risultato di lotte.

Quali letture consiglieresti per approfondire le vostre teorie?

Le madri di tutte noi è un catalogo giallo sulle scrittrici considerate le nostre madri politiche, inoltre ti consiglio di leggere assolutamente Non credere di avere dei diritti,dell’autore collettivo Libreria delle donne. E’ molto importante infine L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro. Nel libro si sostiene che è la madre che ti da la vita,  perciò è giusto scegliere di imporre il suo ordine al mondo. Luisa Muraro ha teorizzato tutto ciò non da sola, ma il libro naturalmente è firmato da lei. Non si tratta di matriarcato, ma di fare squadra, di vivere seguendo criteri materni. Noi non vogliamo il matriarcato perché si tratterebbe di imporre un contropotere e noi non siamo in lotta con gli uomini. Non si vogliono né morti nè feriti, si dialoga rimanendo vivi. Ma oggi, nonostante il patriarcato soggettivamente (in altre parole, dentro di noi) sia morto, sentiamo fortissimi i suoi colpi di coda. L’ordine dei padri stenta a venire meno.

In che direzione stanno andando le donne? Qual è il nostro futuro?

E’ duro. Noi pensavamo di stare vincendo. Ad esempio la Lombardia era una regione con più donne al lavoro degli uomini, le lavoratrici erano pagate tanto quanto i colleghi maschi. Ora i tempi sono bui. Noi personalmente siamo contrarie alla legge Pillon, per cui le donne che hanno subito violenza devono sopportare il marito. I bambini sono affidati sia alla madre sia al padre violento e tutto ciò è lesivo sia per le donne sia per i bambini. La libertà delle donne è sotto attacco e noi abbiamo bisogno delle donne giovani per risollevarci.

Certamente è impossibile riassumere il femminismo in poche domande, pertanto questa intervista vorrebbe essere un invito ad approfondire tali tematiche per avere una solida opinione personale al riguardo. Abbiamo salutato Rosaria Guacci con più dubbi che risposte perché il femminismo è una realtà veramente complessa e, come l’intervistata stessa ha affermato, la Libreria delle donne è la voce più autorevole del femminismo italiano, ma naturalmente non l’unica.

La discriminazione delle donne nella musica classica

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Bach, Mozart, Beethoven, Vivaldi, Verdi. I più celebri compositori delle epoche e delle correnti più diverse hanno una sola cosa in comune: sono tutti uomini, solo agli esperti musicologi verrà in mente il nome di una compositrice donna. Eppure le fanciulle di buona famiglia conoscevano la musica, imparavano a cantare e suonare qualche strumento, possibile che nessuna di loro sapesse comporre e possibile che non sia mai nata un genio musicale donna? Studiando tomi polverosi di storia della musica si scopre che le donne musiciste e compositrici sono esistite e hanno prodotto opere di valore.

Il ritardo della comparsa della donna nel mondo della musica è indubbiamente dovuto alla discriminazione femminile e al ruolo subalterno che rivestivano nella società. Come potevano le donne eguagliare gli uomini se erano relegate nel ruolo di madre e di angelo del focolare domestico? E’ tuttavia indubbio che, anche dopo l’emancipazione femminile, nessuno ha pensato di proporre al grande pubblico le opere delle compositrici, che restano sconosciute anche agli uomini di cultura medio-alta. Daniela Domenici ha raccolto in Note di donne, musiciste italiane dal 1542 al 1833 le vite di numerose musiciste italiane. “Ho trovato la biografia online della maggior parte delle compositrici scritta in inglese e non in italiano, come mi sarei aspettata data la loro nazionalità”. Anche se nulla sembra vietare alle donne di raggiungere il successo nel mondo dell’arte, continuano ad essere oscurate dagli uomini.

Nella raccolta viene menzionata Maddalena Casulana, vissuta nel tardo Rinascimento, prima donna ad aver pubblicato delle proprie composizioni nella storia della musica europea. Si trattava di un libro di madrigali, nella cui dedica rivolta a Isabella de’ Medici l’artista dichiara di voler “mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne”. Segue Francesca Caccini, figlia d’arte del celebre Giulio, che contribuì alla fioritura della musica barocca e fu la prima donna a comporre un’opera, La liberazione di Ruggiero. L’elenco continua con Barbara Strozzi, Claudia Sessa, Sulpitia Cesis, Lucrezia Vizzana, Claudia Rusca, Chiara Cozzolani e Isabella Leonarda. Si tratta quasi sempre di monache, perché le religiose erano spesso solite accompagnare la preghiera o le funzioni religiose con il canto e la musica, inoltre avevano la facoltà di studiare. Raffaella Aleotti pubblicò per prima tra le donne composizioni di musica sacra, Maria Calegari si conquistò il titolo di Divina Euterpe, in relazione alla musa della musica. Nella lista troviamo anche una nobile decaduta cresciuta in condizioni svantaggiate, Maddalena Sirmen, educata nell’orfanotrofio veneziano dell’Ospedale dei Mendicanti dove ai trovatelli si insegnavano le arti dei mestieri. Maddalena diventò una violinista e una compositrice apprezzata in tutta Europa.

Si tratta di nomi sconosciuti e spartiti dimenticati, in una cultura dominata da figure maschili. Esistono tuttavia donne che hanno fallito nella loro carriera musicale, non per incapacità o pigrizia bensì per la semplice sfortuna di essere nate di genere femminile. Non tutti sanno che Mozart aveva una sorella maggiore, Maria Anna detta Nannerl, che suonava egregiamente clavicembalo, fortepiano e pianoforte. La fanciulla era talentuosa tanto quanto il fratello e si esibiva con lui da bambina per le corti d’Europa, ma fu costretta ad accantonare lo studio per dedicarsi ad attività femminili. La giovane catturò più del fratello l’approvazione dei critici, tuttavia il padre Leopold decise di puntare sul figlio maschio perché i soldi non erano sufficienti per educare entrambi i figli. Purtroppo all’epoca solamente le famiglie più ricche potevano permettersi di avviare una donna alla professione di pianista, poiché soltanto i maschi ricevevano un compenso per le esecuzioni in pubblico. A diciotto anni la carriera musicale della giovane Mozart fu così interrotta e ben presto sposò un ricco barone.

Sylvia Milo ha scritto l’opera teatrale The other Mozart, utilizzando i documenti e gli scambi epistolari della famiglia Mozart. L’autrice presta la voce a Nannerl citando delle lettere. Il padre Leopold scriveva: “A soli dodici anni, la mia piccola ragazza è tra i migliori pianisti d’Europa” Non mancano le lodi del fratello minore Wolfang: “Sono stupefatto! Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. In una parola, il tuo Lied è bello. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose“. Dai documenti si evince chiaramente che Nannerl era la migliore dei due fratelli, eppure il mondo celebra la gloria del figlio maschio Wolfgang.