“I monologhi della vagina”, femminismo a teatro

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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Nella nostra società si nomina continuamente il pene mentre la vagina resta nell’ombra: alcune donne non hanno mai guardato la propria allo specchio, altre non ne parlano nemmeno col ginecologo, poche conoscono e condividono curiosità al riguardo. Per contribuire alla cultura dell’apparato riproduttivo femminile, Eve Ensler nel 1996 ha realizzato una piece teatrale intitolata I monologhi della vagina, che ha vinto un Obie Award per le tematiche provocatorie che affronta e la sua straordinaria attualità. E’ stato realizzato anche un libro con la trascrizione dei monologhi e un programma televisivo, di cui questo articolo propone l’analisi e che è disponibile su Youtube.

Eve Ensler ha intervistato più di duecento donne su tematiche relative alla loro sessualità e alla loro vagina, inoltre ha antropomorfizzato la vagina chiedendo alle intervistate cosa indosserebbe la loro vulva e cosa direbbe. Si tratta di donne diversissime tra loro: manager o artiste, giovani o anziane, ricche o addirittura senzatetto, etero o lesbiche, americane o straniere…

Nella trasmissione televisiva vengono ripresi non solo alcuni monologhi, ma anche alcune interviste e delle riprese effettuate nel camerino (in cui sono stati raccolti oggetti riguardanti la vagina provenienti da tutto il mondo), durante l’intervallo o mentre l’autrice dialoga con dei cameraman. La scenografia è molto semplice: delle tende di svariate sfumature di rosso, una sedia su cui domina la figura di Eve Ensler e un microfono. L’autrice indossa un semplice vestito lungo nero e recita a piedi nudi, con le gambe elegantemente accavallate. Si tratta di una donna giovanile e energica, con un caschetto nero sbarazzino e un sorriso carismatico, ha tutte le carte in regola per conquistarsi l’affetto del pubblico.

Lo spettacolo teatrale si apre con un’introduzione che descrive l’immaginario della vagina, i suoi soprannomi, la difficoltà che hanno le donne nel guardarla allo specchio, l’oscurantismo che domina tale argomento. Il primo monologo riguarda i peli pubici e la disavventura di una donna tradita dal marito, il quale sosteneva di avere bisogno di un’amante perché la moglie non si radeva la vagina. Seguono dei racconti vintage di donne anziane e del loro rapporto con la vagina, in particolare la storia di un’attempata signora che, ogni volta che si eccitava, subiva “un’inondazione”, almeno sino a quando non le hanno asportato l’apparato riproduttivo per un cancro. Successivamente viene raccontato il rapporto sessuale tra una donna che inizialmente non amava la propria vagina e un uomo che si eccitava guardando tra le gambe delle proprie amanti. L’opera parla anche di omosessualità, in particolare del primo rapporto sessuale con una donna e dell’esperienza di una sex workers per lesbiche che pratica sadomaso. L’autrice si occupa anche di stupri, in particolare intervista delle donne che hanno vissuto nei campi di stupro dell’Ex Jugoslavia, oltre ad altre vittime americane. Segue un’accusa delle brutalità che le vagine devono sopportare a causa di tamponi, assorbenti, visite ginecologiche e molto altro. Lo spettacolo affronta anche il tema dell’orgasmo, descrivendo le sensazioni delle intervistate e simulando un’esperienza dal vivo. I monologhi si concludono affrontando il tema del parto. Lo spettacolo televisivo propone solo una parte dei monologhi, infatti ha omesso per esempio il tema delle prime mestruazioni e esperienze sessuali di vario genere.

Si tratta di un’opera importante per le donne perché affronta tematiche che, soprattutto negli anni Novanta, restavano in ombra. Sulla scia del girl power, lo spettacolo è diventato un’icona della sessualità femminile e negli ultimi vent’anni il suo messaggio non ha perso la propria potenza comunicativa. Il tono è ironico e delicato, ma anche rivoluzionario e liberatorio. Lo spettacolo è uno dei pilastri del femminismo a teatro, una donna non può restare indifferente perché scopre un’opportunità di confrontarsi con altre donne su tematiche che spesso vengono taciute. La vagina, che la cultura patriarcale nei secoli ha raffigurato come un oggetto di piacere dell’uomo e una parte anatomica da nascondere e censurare, acquista una propria dimensione nella cultura e molti tabù si infrangono.

Si consiglia la visione di questo spettacolo agli uomini, affinché imparino a conoscere ed ascoltare l’altra metà del cielo. La stessa autrice dialoga e scherza con i cameraman maschi e gli altri addetti ai lavori, coinvolgendoli nello spettacolo.

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“L’altra parte di me”, omosessualità a teatro per le scuole, intervista a Daniele Camiciotti

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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L’Associazione Teatro2 ha intenzione di portare nelle scuole l’adattamento teatrale di L’altra parte di me di Cristina Obber, la storia di due giovani ragazze che si innamorano e vivono la propria storia d’amore attraverso svariate difficoltà. Daniele Camiciotti, presidente e fondatore dell’associazione, ci ha parlato dell’iniziativa.

Ciao Daniele, raccontaci come è nata l’Associazione Teatro2.

L’associazione Teatro2 è nata nel 2002 a Milano ad opera di un gruppo di appassionati di teatro che ha voluto pensare ad un’associazione che avesse come punto di riferimento i giovani. L’associazione è attiva su diversi fronti: l’insegnamento del teatro nelle scuole tra Lombardia e Piemonte, corsi serali intermedi e avanzati, teatro extrascolastico.

Vi occupate spesso di tematiche sociali?

No, ma è capitato che ci occupassimo anche di tematiche sociali, abbiamo fatto per esempio uno spettacolo sulla mafia ambientato a Locri, un testo chiamato Sinfonia del diavolo sulla Shoah. Adesso è il turno di uno spettacolo a tematica LGBT con l’intento preciso di prevenire il bullismo omofobico nelle scuole.

Parlaci del progetto L’altra parte di me.

Il progetto L’altra parte di me è nato semplicemente leggendo l’omonimo libro. Un paio d’anni fa ho letto il romanzo, mi è piaciuto molto perché è attuale e vero, così ho deciso di contattare l’autrice per proporre un adattamento teatrale. A Cristina Obber l’idea è piaciuta, si è creata una grande sintonia. Abbiamo cercato negli anni scorsi dei finanziamenti, ma a vuoto, soprattutto perché in questo periodo le persone spendono poco così le attività culturali ne risentono. Da circa un mese è partita un’attività di crowdfunding per reperire soldi attraverso donazioni da privati o associazioni. Abbiamo bisogno di 10 000 euro per la prima e dieci rappresentazioni nei teatri di tutta Italia, per questo motivo la cifra è alta e ambiziosa.

Di cosa parla lo spettacolo?

Il tema centrale è essere se stessi e la storia d’amore. La trama segue la vita di due ragazze, è una storia di crescita fatta di esperienze positive ma anche negative come liti e prese in giro. Una delle ragazze, stufa di tutto questo parlare di sé, tappezza tutta una stanza con la parola “lesbica”. Alcune compagne di scuola mettono sul profilo Facebook della ragazza immagini di porno lesbico per prenderla in giro. Il finale è positivo, il messaggio che vuole passare l’autrice è che l’amore vince tutto. “Di amare non si decide, accade”, è frase che ricorre nel testo. Le ragazze superano le difficoltà grazie all’amore, che è un valore universale che va oltre il sesso, alla fine vengono accettate dai genitori e vivono una bella storia d’amore insieme.

Raccontaci qualche informazione sulla compagnia dell’Associazione.

La compagnia stabile è formata da uomini e donne che lavorano insieme da tanti anni, hanno appena prodotto l’Alcesti. L’altra parte di me è una produzione nuova, se riusciremo a raccogliere i fondi necessari faremo dei casting con nuovi attori e la produzione partirà da zero, anche perché noi abbiamo solo due donne nella compagnia, di età troppo matura per interpretare delle ragazze adolescenti.

Come mai avete scelto di parlare proprio di omofobia?

E’ un tema attuale e soprattutto vogliamo prevenire i fenomeni di bullismo omofobico che spesso avvengono nei contesti scolastici. Ci sono ragazzi che sono discriminati a causa del proprio orientamento sessuale in età adolescenziale. Abbiamo deciso di trattare questo tema spinoso per rendere consapevoli dell’origine di queste discriminazioni e fare un discorso di accettazione. Anche recentemente c’è stato un caso di bullismo e si sono verificati dei suicidi. Cerchiamo di partire dalle scuole parlare di apertura e soprattutto per passare l’idea che è profondamente sbagliato essere discriminati per il proprio orientamento sessuale, una persona deve essere libera di essere se stessa, di parlare, di confrontarsi e di acquisire maggiore consapevolezza e rispetto.

Come mai proprio il libro della Obber?

Perché l’ho letto casualmente e mi è piaciuto molto, ha un li linguaggio giovanile, fresco e diretto. Siccome mi occupo per lavoro di teatro per ragazzi ho deciso di unire le due cose. Inoltre non ci sono molti testi che trattano di tematiche adolescenziali legati al mondo delle lesbiche, è una tematica poco affrontata nella letteratura. Si trovano per lo più libri su storie d’amore tra adulte.

Avete già preso contatti con le scuole?

Non abbiamo ancora preso contatti perché la produzione partirà solo se raggiungeremo un budget specifico. Prenderemo però contatti in seguito. La prima si terrà a giugno a milano, ma poi lo spettacolo verrà proposto all’interno dei contesti scolastici. Ci aspettiamo reazioni positive, come quelle che l’autrice ha riscontrato presentando il proprio romanzo nelle scuole di tutta Italia. E’ stato affermato che era ora che ci fosse qualcuno che parlasse di queste tematiche impegnative all’interno dei contesti scolastici perché sono argomenti che non si affrontano tutti i giorni. Io mi aspetto una reazione positiva e di accettazione a questo spettacolo.

Non avete paura che qualcuno vi accusi di portare il gender nelle scuole?

Non abbiamo paura. Mi rendo conto che è una tematica spinosa che potrebbe dar fastidio. Francamente non mi interessano le reazioni perché io considero questo tema molto importante e penso che far prevenzione e far conoscere queste tematiche legate al bullismo omofobico sia fondamentale, lo considero una necessità in un momento come questo in cui i fenomeni di bullismo sono in grande misura presenti. So che ci sarà qualcuno che storcerà il naso, che ci bollerà come eretici e che ci caccerà con dell’acqua santa. Supero però queste cose perché sono molto motivato, credo molto nel testo e nell’adattamento teatrale e ritengo che sia fondamentale trattare di questi temi. Se incontrerò delle persone che storceranno il naso o mi diranno che non sono interessati, benissimo, ci rivolgeremo altrove.

Avete modificato la trama nell’adattamento teatrale?

No, il testo mi è piaciuto molto. Abbiamo fatto modifiche minime legate all’adattamento teatrale. E’ difficile rendere a teatro per esempio il mare o alcuni contesti che ci sono nel libro. Siamo stati molto fedeli nel complesso. Abbiamo anche ripreso parti del testo.

Una piccola sportiva

Questo articolo ha partecipato al concorso letterario “Il racconto nel cassetto” e purtroppo non ha vinto. In un post precedente troverete la prima versione del racconto. E’ dedicato ad un vecchio amico che non ce l’ha fatta, che rimarrà fermo per sempre ai suoi venticinque anni mentre la mia vita proseguirà. Ringrazio il mio ragazzo, che mi sprona sempre a scrivere quello che provo e a sperare di vincere qualche concorso letterario. Non sono orgogliosa di questo articolo perché il ritmo è troppo lento, ma spero che vi piaccia.

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Vittoria camminava a passettini svelti stringendo la mano della mamma e compiacendosi dell’orlo della gonnellina che strusciava contro le proprie gambe. Il vestito estivo non era particolarmente elegante per consentire alla bambina di giocare al parco con l’amica e il fratellino ma, ogni volta che lo indossava, Vittoria si sentiva comunque una principessa. Il vestito inoltre era rosso, il suo colore preferito, e aveva degli adorabili fiocchetti cuciti in vita con cui Vittoria si sentiva bellissima. La mamma appoggiava la mano libera sulla schiena del fratellino Lorenzo, che trasportava faticosamente, con entrambe le braccine, un pallone più grande di lui.

  • – Mamma, posso farti una domanda? – chiese timidamente Vittoria mentre cercava di camminare senza calpestare i bordi delle mattonelle
  • – Dimmi, Vicky
  • – Perché Francesca non può giocare a calcio? –

La mamma sospirò. – Francesca può giocare a calcio, può fare tutti i giochi che desidera. –

  • – Allora perché non la iscrivono a scuola di calcio? – insistette la bambina

La donna restò un attimo in silenzio, trattenendo una smorfia di disappunto e cercando disperatamente di evitare un argomento così fastidioso. Non riuscì a trovare alcuna scusa plausibile, così dovette rispondere suo malgrado la verità. – Perché è una femmina.

Vittoria rise. – Allora perché non la iscrivono a una scuola di calcio femminile?

  • – Di fatto non c’è nulla di male se a una bambina piacciono i giochi da maschio, però la gente la guarderebbe male. Non sta bene: le sue compagne di classe la prederebbero in giro. Un conto è consentirle di giocare con i suoi amichetti a calcio ogni tanto, ma iscriverla a scuola di calcio sarebbe troppo. Potrebbe giocare in una squadra femminile, certo, ma qui intorno non ce ne sono. Sono pochissime le bambine che giocano a calcio.

Francesca sussultò, sinceramente dispiaciuta ed irritata per la risposta della madre. – Ma mamma, a Francesca il calcio piace tantissimo, lei vorrebbe smettere di giocare a basket per iscriversi a scuola di calcio.

  • – La sua mamma non vuole, Vicky, e io sono d’accordo con lei – affermò la mamma spazientita, sperando di concludere la conversazione assumendo un tono autoritario
  • – Ma come?? Se io ti chiedessi di giocare a calcio tu non mi faresti felice?

La mamma non rispose subito, per qualche secondo si sentirono solamente i loro passi sulla ghiaia del vialetto.

  • – Per fortuna tu non sei una bambina come Francesca. A te piacciono le bambole e i vestitini

Vittoria si gonfiò di orgoglio e, felice di fare un dispetto la mamma, disse – Nella mia squadra di pallacanestro ci sono un sacco di maschi. A me piace giocare con il mio fidanzato.

La madre rise di gusto. – Ma certo, a scuola di basket giocano sia i maschi sia le femmine. E io sono felice di avere una figlia scatenata come te, che affronta i ragazzi a testa alta e riesce a giocare con loro senza particolari problemi.

Vittoria non aveva affatto intenzione di arrendersi. – Lo sai che io e Francesca giochiamo a calcio insieme?

La madre si spazientì. – Ascoltami bene. Ti ho iscritta a pallacanestro perché sei alta e grintosa, inoltre quando hai provato a frequentare danza e ginnastica artistica eri terribilmente goffa. Tu non sai giocare a calcio, sei una frana, perciò smettila immediatamente di atteggiarti da maschiaccio.

La donna si arrestò di fornte ad una graziosa villetta con giardino e i bambini si fermarono obbedienti al suo fianco. – Eccoci, siamo arrivati. Aspettiamo Francesca e la sua mamma qui. Smettiamola con questi discorsi, mi raccomando, non è educato.

 

La villa, dall’altro lato della strada rispetto al condominio di Vittoria, era particolarmente elegante e aveva un piccolo giardino con dei cespugli fioriti e ben potati. I bambini si avvicinarono al cancello per cercare i scorgere qualcuno dei numerosi gatti appartenenti ai padroni di casa, ma in quel momento erano tutti altrove.

Francesca e la madre uscirono dopo qualche minuto dal portone della villetta inseguite da un gattino dalla pelliccia scura e raggiunsero i tre sorridendo. Francesca portava con se un pallone ma, non appena vide che Lorenzo ne aveva portato uno con sé, lo gettò in un angolo del prato. La piccola aveva un caschetto biondo e un sorriso simpatico, indossava una maglietta a tinta unita e un paio di jeans adatti al gioco che non celavano il suo disinteresse per fiocchi e vestitini. Vittoria voleva molto bene a Francesca, inoltre era a proprio agio nel frequentare una bambina dai gusti sportivi perché aveva la possibilità di essere la migliore nella cura dell’abbigliamento (un gioco che la appassionava molto, sebbene chiedesse sempre aiuto alla mamma quando doveva scegliere cosa indossare) senza necessariamente far sentire inadeguata la propria amica; tuttavia la bambina non era pienamente consapevole delle proprie emozioni poiché era troppo giovane per comprenderle, tutto ciò che sapeva era che amava trascorrere i pomeriggi con Francesca giocando nel parchetto comunale.

Vittoria e Francesca si conoscevano perché erano vicine di casa e, come tutti i bambini troppo piccoli per gestire le relazioni interpersonali al di fuori della scuola, erano diventate amiche per volontà delle loro mamme, ma avevano stretto uno di quei rapporti sinceri e disinteressati che possono nascere solo durante l’infanzia. Inizialmente le bimbe si erano squadrate con diffidenza poiché avevano interessi differenti, ben presto però scoprirono di essere affascinate dalle reciproche differenze e sbocciò un sentimento bellissimo. Francesca era di un anno e qualche mese più grande, ma Vittoria sembrava una sua coetanea grazie alla statura elevata e ad un’ottima proprietà di linguaggio, perciò era perfettamente in grado di tenerle testa durante il gioco.

Il piccolo Lorenzo si adeguava ai giochi delle bambine più grandi con qualche difficoltà, dovuta alla differenza di età ed alla gelosia che Vittoria provava nei suoi confronti, ma era abituato a seguire ovunque la sorella maggiore e le sue amiche senza protestare. Minuto, dolce e introverso, il suo carattere era differente rispetto a quello delle due bambine, inoltre il piccolo si ostinava di imitare costantemente la sorella maggiore in tutto ciò che faceva, provocando suo malgrado l’irritazione della ragazzina.

 

Non appena il gruppo ebbe raggiunto il parchetto, le signore si sedettero su una panchina all’ombra e i bambini iniziarono a scorrazzare. La prima attività cui si dedicarono fu scalare gli scivoli al contrario, arrampicandosi con le braccia esili ma incredibilmente forzute e allenate per la giovane età, mentre il parco risuonava delle loro risa. Ben presto lo scivolo perse ogni interesse l’attenzione dei bambini fu attirata da un albero possente e nodoso, i cui ampi rami potevano facilmente trasformarsi in una nave pirata.

Nonostante Francesca fosse la più grande e si mostrassse molto paziente e protettiva nei confornti dell’amica, i giochi erano organizzati da Vittoria, i cui sforzi per eguagliare l’amica in agilità e velocità erano notevoli. La bimba era consapevole che per divertirsi insieme a Francesca avrebbe dovuto proporre giochi movimentati così, mossa da sincero affetto per lei, si adeguava ai suoi gusti senza che ciò comportasse chissà quale sacrificio: dopotutto, anche lei amava tali attività. Lorenzo ammirava incondizionatamente la forza e il coraggio delle ragazzine e tentava di attirare la loro attenzione con pericolose acrobazie effettuate dondolandosi dai rami più alti, ma non otteneva alcun risultato.

Non appena le due bimbe trovarono due bastoni di sufficiente grandezza scesero dall’albero e improvvisarono un duello di scherma:Vittoria impersonava una bellissima guerriera di cui seguiva le puntate in televisione, Francesca invece il Power Ranger rosso. Purtroppo le urla delle combattenti attirarono più volte l’attenzione delle mamme, che le richiamarono all’ordine: il nuovo gioco era troppo pericoloso per due femminucce.

  • – Anche Lorenzo sta giocando con un bastone! – protestarono le piccole.

Lorenzo aveva individuato nell’erba alta un grosso bastone e stava tiirando di scherma contro un avversario immaginario, ma le due madri non sembravano preoccupate per l’incolumità del bambino: dopotutto i maschi devono sfogare in qualche modo la propria innata aggressività. Le bambine protestarono, non riuscivano a comprendere come mai fossero state sgridate mentre il medesimo comportamento era tollerato se attuato da Lorenzo.

  • – Ho detto no! – la madre di Vittoria interruppe la figlia – Perché non fate un altro gioco? Guardate, Lorenzino ha portato una palla, potreste giocare a Schiaccia sette.

La sola dei tre cui piaceva la pallavolo era Vittoria, perciò Lorenzo e le bambine iniziarono a giocare a calcio. Vittoria era svantaggiata perché aveva poca dimestichezza con il calcio, ma era una ragazzina molto competitiva e riuscì a resistere alla meglio ad alcune azioni di Francesca. Vittoria era molto orgogliosa e avrebbe preferito essere in grado di sconfiggere l’amica, ma il gioco era troppo divertente per interromperlo con un litigio, così continuò a rincorrere la palla spensierata. La bambina però non accettava di essere sopraffatta dal fratello minore, più esperto di lei nell’arte del pallone, così i due bambini iniziarono a litigare e le mamme dovettero intervenire per ripristinare la pace.

 

  • – Ma perché dovete sempre fare i maschiacci? – chiese la mamma di Francesca, senza aspettarsi alcuna risposta
  • – Vittoria, avvicinati, devo rifarti la coda. Guardati, sei tutta spettinata. – ordinò l’altra donna attirando dolcemente a sé la figlia per un braccio.

Effettivamente sugli occhi di Vittoria ricadevano innumerevoli ciocche arruffate e il misero codino pendeva storto sulla sua nuca. La bambina accettò sbuffando di farsi pettinare, essendo impaziente di tornare a giocare: essere belle era importante, ma talvolta era altrettanto divertente correre libera, senza alcuna limitazione dovuta alla salvaguardia dell’aspetto esteriore. Vestirsi da principessa era appassionante quanto lo sport e quando giocava a calcio o a pallacanestro l’estetica assumeva un’importanza secondaria, eppure non per questo si sentiva meno femminile.

  • – Che bei capelli, Vittoria! – sospirò la mamma di Francesca e l’altra donna cinguettò orgogliosa un ringraziamento mentre armeggiava con i lunghi capelli ricci della figlia.
  • – Francesca, guarda com’è bella la tua amica. Non vorresti avere dei capelli lunghi come i suoi?- domandò ancora la madre

Francesca chinò il capo imbronciata e inarcò le spalle, facendosi piccola sulla panchina e nascondendo gio occhi tristi sotto il caschetto biondo. La madre, pur avendo notato la reazione della piccola, non aveva alcuna intenzione di cambiare argomento.

  • – E guarda che bel vestito rosso indossa! Sembra una bambolina. Stasera ne metti uno anche tu?

Vittoria era confusa. Inizialmente si era sentita onorata per i complimenti ricevuti, ma gli occhi angosciati e offesi dell’amica la inquietavano e la facevano sentire in colpa. Aveva sempre considerato Francesca una ribelle per il suo disinteresse nei confronti dei giochi prediletti dalle bambine, una persona che aveva scelto deliberatamente di opporsi al sistema assumendo alcuni comportamenti da maschio, eppure in certi momenti aveva l’impressione che la sua amica non avesse scelta e che soffrisse per le critiche che riceveva costantemente dagli adulti solamente perché aveva gusti differenti rispetto alle amichette.

Vittoria tuttavia era solo una bambina di sei anni e mezzo perciò non voleva sottrarre del tempo prezioso al gioco con simili riflessioni. Non appena la madre ebbe terminato di pettinarla, prese la mano di Francesca e la guidò verso le altalene, dove iniziarono a giocare a Ce l’hai. Inizialmente Francesca era malinconica per le critiche ricevute, ma presto dimenticò il brutto momento e si dedicò interamente al gioco sino alla fine del pomeriggio.

 

Francesca era una bambina rapida e scattante mentre Vittoria faticava a sostenere il suo passo, così per riuscire a toccarla doveva bloccarla con le spalle contro la rete del parco. Purtroppo, durante la corsa, Vittoria perse l’equilibrio inciampando in una radice e travolse il povero Lorenzino. La bimba si rialzò immediatamente, pronta a ripartire all’inseguimento, mentre il fratellino restò a terra in lacrime. La madre dei due bambini accorse e abbracciò Lorenzino.

  • – Forza, cucciolo, non piangere, sei un ometto! – so voltò poi verso Vittoria e sussultò – Vicky, tesoro, ti sei fatta male?
  • – No, tranquilla, mamma. – la rassicurò serenamente la bambina. La donna la guardò dubbiosa, cercando di scorgere segni di sofferenza nella figlia. – No, mamma, tranquilla, è tutto ok . – insistette la bambina.

Lo sguardo di sua madre si incupì. – Guarda, hai bucato l’orlo della gonnellina! Ti avevo detto di non correre troppo velocemente.

Vittoria era sinceramente dispiaciuta di aver rovinato uno dei suoi vestiti preferiti, tuttavia era anche irritata dal comportamento della madre, che insisteva sempre affinché Vittoria fosse perfettamente in ordine anche durante le attività più movimentate. Vittoria era sicura che la donna avrebbe preferito che la figlia perdesse a Ce l’hai ma restasse impeccabile come una bambola, mentre la bambina avrebbe voluto  sacrificare l’estetica per qualche minuto per divertirsi e competere contro Francesca.

 

La sera giunse in un baleno, così Francesca e Vittoria si salutarono con la promessa di rivedersi  dopo cena per giocare nel giardino della villetta. Attraversando la breve via che conduceva a casa, vittoria chiese alla madre:

  • – Mamma, stasera devo incontrare Francesca per giocare. Me lo ricordi tu?
  • – Si, certo, amore. Ti sei divertita oggi?
  • – Sì. Mi piace molto giocare con Francesca – rispose senza esitazioni la bambina.
  • – Non ti sembra di aver partecipato a giochi troppo … movimentati?
  • – E’ stato bello. –
  • – Non avete fatto altro che scorrazzare tutto il tempo. Tu e Francesca siete peggio di due maschi. Inoltre ti sei comportata malissimo con Lorenzo: hai litigato con lui mentre giocavate a calcio e lo hai fatto cadere verso la fine del pomeriggio.

Vittoria non rispose, accettò il rimprovero in silenzio e continuò a camminare. Non si sentiva un maschio, anzi, era una signorinella convinta, ma non sapeva come spiegare alla madre che per lei non esistevano giochi da maschio o da femmina e che la femminilità è un valore che si porta nel cuore. Nonostante le proprie convinzioni, sentiva di aver commesso un errore, qualcosa di sbagliato e di terribilmente vergognoso, ma non riusciva a comprendere di cosa si trattasse. Per la prima volta in vita sua Violetta sperimentò il disagio e l’inadeguatezza: non ne comprendeva il motivo, ma aveva imparato che le bambine che amavano i giochi da maschio erano cattive, mentre praticare attività femminili rende una bambina, una ragazza o una donna più bella e amata da tutti.

 

Era una piacevole serata estiva e le ore trascorsero serenamente: papà tornò a casa dal lavoro, mamma cucinò un ottimo pranzetto, Vittoria si ritirò in camera sua per giocare con le bambole sino a quando calò il buio. La bambina dimenticò le critiche della madre e i malinconici occhi di Francesca mentre veniva criticata e si dedicò interamente alle sue piccole amiche di plastica, immergendosi in un mondo in cui gli adulti non potevano imporre regole strane e incomprensibili ai bambini, in cui anche le femmine potevano giocare a calcio e i vestitini non si strappavano mai, nemmeno quando si inciampava giocando a Ce l’hai. Improvvisamente dalla finestra aperta si udì un lamento.

  • – Perché Vittoria non è venuta a giocare con me? Avevamo un appuntamento! Io voglio giocare con Vittoria.

Vittoria non ebbe alcuna difficoltà a riconoscere a chi appartenesse quella voce: le urla di Francesca erano talmente forti da attraversare la strada e giungere alla sua finestra. Vittoria trattenne il respiro per un istante, attanagliata dal senso di colpa, poi corse dalla madre.

  • – Mamma, ho un appuntamento con Francesca, dobbiamo giocare insieme. Sono in ritardo!
  • – Sarà per un’altra volta, amore. – rispose la donna accarezzando il viso imbronciato di Vittoria
  • – Avevi promesso che mi avresti chiamato. – protestò la bambina con le lacrime agli occhi
  • – Eh, mi sono dimenticata.
  • – Domani io e Francesca possiamo giocare insieme?
  • – Vedremo …

Vittoria scoppiò a piangere e la madre, non sapendo cosa rispondere, cercò di abbracciarla, ma la figlia se ne andò in camera sua, chiudendosi rumorosamente la porta alle spalle. La piccola si gettò sul letto e iniziò a piagnucolare ad alta voce per tentare di commuovere la mamma, ma fu tutto inutile. Intorno a lei c’erano solo il silenzio e gli occhi immobili delle sue bambole.

Vittoria aveva da poco smesso di piangere quando la porta della sua stanza si aprì lentamente e dei passi rapidi e leggeri entrarono nella cameretta.

  • – Vicky, giochi con me con le macchinine? – chiese Lorenzo porgendole un’automobilina.

Vittoria l’afferrò. Era una piccola Ferrari rossa lucente, grande come il palmo della sua mano. Le lamiere di metallo che rivestivano il telaio di plastica erano fredde sulla pelle e le gommine dei copertoni invitavano a fare sfrecciare il piccolo bolide sul palchet della stanza, i cui innumerevoli solchi testimoniavano tutte le volte che i due bambini avevano combinato qualche marachella.

Vittoria scagliò la Ferrari contro la parete della stanza. – No, Lorenzo, è un gioco da maschio, noi non giocheremo mai più insieme alle macchinine – urlò singhiozzando – Vai via, lasciami sola! Violetta pianse nuovamente, questa volta le sue lacrime erano autentiche.

Dopo quel pomeriggio Vittoria e Francesca non avrebbero più giocato insieme. I bambini nei primi anni delle elementari non sono in grado di darsi appuntamento per giocare insieme senza l’intervento delle madri, così Vittoria e Francesca  non si sarebbero mai più riviste, salvo durante rapidi e sporadici incontri casuali. Vittoria avrebbe colmato il vuoto con altre amicizie o inventando nuovi giochi, ma non avrebbe mai dimenticato la spensieratezza e l’affetto che aveva provato giocando con la sua amica Francesca.

 

Vittoria attraversava il chiostro dell’università ancheggiando sui tacchi, mentre chiacchierava con qualche amica e il fidanzato. Il sole di primavera proiettava le ombre oblique delle colonne di marmo sulle antiche mattonelle della pavimentazione e sarebbe stata una giornata spensierata se non fosse stato per gli esami incombenti.

Improvvisamente una voce la chiamò alle sue spalle: – Ciao, Vicky!.

La giovane sì voltò e incontrò lo sguardo di un ragazzino perfettamente sbarbato dall’aria simpatica.

  • – Ci conosciamo? – domandò educatamente la ragazza.
  • – Sì, tanto tempo fa giocavamo insieme – rispose il ragazzo sfiorandosi i capelli biondi ordinatamente spettinati col gel.
  • – Mi spiace ma non ricordo – si scusò Vittoria – per caso hai frequentato le mie stesse scuole medie?
  • – Sì, anche le elementari, ma in classi differenti. Poi mi sono trasferito…
  • – Impossibile, probabilmente ti sbagli perché non mi ricordo affatto di te.

Il ragazzo sorrise malinconico e la guardò dritto negli occhi.

  • – Mi chiamo Francesco.

 

Carol (il romanzo)

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Da qualche mese avevo intenzione di leggere un libro a tema LGBT e la scelta è caduta sul romanzo Carol del 1952, da cui recentemente è stato tratto l’omonimo e celeberrimo film del 2015, per saziare questa mia semplice curiosità.

Anziché procurarmi il volume cartaceo, ho scelto di acquistare l’e-book su Amazon.it per leggerlo di nascosto sul mio Kindle in quanto mi vergognavo delle mie letture, non le avrei confidate nemmeno al mio ragazzo. In seguito mi sono pentita di non essere stata più coraggiosa, non c’è nulla di cui vergognarsi a leggere un romanzo e il giudizio della gente, compresi i più bacchettoni, mi lascia indifferente.

Non sono molto pratica di questioni LGBT, le mie scarse conoscenze derivano dal canale Youtube Cimdrp, che mi interessa più per le generiche tematiche relative al femminismo. Chiedo dunque perdono per l’ingenuità con cui ho intrapreso la lettura di tale romanzo e per qualche eventuale imprecisione. Tuttavia anche la mia opinione ha un valore perché è giusto che anche gli eterosessuali si interessino di storie come quella che vado a raccontarvi.

Il titolo originale del romanzo è The price of salt, ma successivamente è stato modificato in Carol; il nome dell’autrice è Patricia Highsmith, che inizialmente pubblicò il romanzo con lo psedonimo Claire Morgan perché il suo genere prediletto era il poliziesco, un tema troppo differente dall’amore tra donne. Prima di tale romanzo, l’autrice aveva pubblicato un solo romanzo giallo.

New York, anni ’50. La protagonista è Therese, una scenografa orfana di diciannove anni fidanzata con Richard che, per racimolare qualche soldo, lavora in un grande magazzino nel reparto giocattoli nel periodo natalizio. E’ proprio durante il lavoro che incontra Carol, una bellissima donna bionda e impellicciata che cerca una bambola per la propria figlia. Therese si innamora perdutamente e, dopo aver trovato un modo per instaurare un contatto con la donna, tra le due si instaura un rapporto di amicizia. Therese lascia Richard e parte in viaggio per l’Ovest con Carol, durante la vacanza le dichiara il proprio amore e le donne iniziano una relazione amorosa.

Purtroppo Carol sta divorziando dal marito e sta lottando per la custodia della figlia. Un investigatore privato pedina la coppia e registra le loro conversazioni private in quanto il marito di Carol vuole sfruttare la sua relazione con Therese per avere la bambina tutta per sè. Carol è costretta ad interrompere il viaggio per affrontare la situazione, Therese invece ritarda il ritorno in preda allo sconforto. La lontananza da Carol la fa maturare molto, inoltre ottiene dei successi lavorativi come scenografa. Le due donne si incontrano nuovamente a New York: Carol non ha ottenuto la custodia della bambina ma chiede a Therese di andare a vivere con lei. La scenografa inizialmente si rifiuta e prende in considerazione l’ipotesi di provarci con un’attrice, poi però ritorna da Carol e il romanzo si conclude con un lieto fine.

Nella prima parte dell’opera non accade nulla, viene semplicemente raccontato quanto Therese sia segretamente innamorata di Carol e come il suo rapporto con Richard sia in crisi. La narrazione è molto lenta e spesso si sofferma su particolari secondari, ma analizza a fondo la psicologia dei personaggi. Nella seconda parte il racconto si anima, anche se spesso evita di soffermarsi sulle scene più interessanti in favore di una narrazione più monotona e lineare.

Viene descritta una sola scena di sesso con estrema dolcezza e tenerezza. Anziché dedicarsi all’atto fisico compiuto dalle due donne, l’autrice racconta le loro emozioni, rendendo in questo modo la scena accessibile a tutti, anche a coloro che provano disagio nei confronti degli atti omosessuali. Dopotutto, le emozioni sono universali ed è impossibile non commuoversi di fronte all’amore! Per avere un giudizio sull’efficacia della rappresentazione del rapporto omosessuale tra le protagoniste però servirebbe il parere di una ragazza lesbica, non certo il mio.

Leggere questo libro mi ha fatto capire quanto sono fortunata a non appartenere a nessuna minoranza, le sole discriminazioni che ho subito riguardano il fatto di essere donna. Sono contenta che la situazione per le madri lesbiche sia migliorata rispetto agli anni Cinquanta e spero che la società progredisca ulteriormente.

Al termine del romanzo, l’autrice racconta alcune informazioni interessanti sull’opera. Il suo iniziale editore non volle pubblicare Carol, così l’autrice dovette faticare per trovare qualcuno disposto a farlo. L’idea dell’opera nacque mentre la scrittrice lavorava in un grande magazzino nel reparto bambole nel periodo natalizio e dovette servire una sofisticata signora bionda e impellicciata. Il libro riscosse uno straordinario successo soprattutto nell’edizione tascabile, che vendette quasi un milione di copie. Il pubblico sostenne l’autrice inviando numerose lettere in cui soprattutto ringraziavano per aver scritto un romanzo a lieto fine in un periodo in cui le storie relative agli omosessuali dovevano sempre concludersi con la morte, la redenzione o l’infelicità dei protagonisti.

Adesso che ho soddisfatto la mia curiosità, non credo che cercherò altri romanzi a tema di proposito. Se mi capiterà di imbattermi in un bel libro LGBT non esiterò a leggerlo, l’importante è che si tratti di un bel racconto. Una cosa è certa: non esistono romanzi etero e romanzi gay, esistono soltanto i libri.

 

“Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie

 

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Grazie ad uno dei video di Cimdrp ho scoperto Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie, una giovane e brillante femminista nigeriana. Si tratta del testo di una conferenza del 2012, successivamente trasformato in libro nel 2014, in cui la speacker racconta la sua esperienza di femminista africana sintetizzando i concetti chiave di femminismo e femminilità applicati alla nostra epoca. Il testo è stato campionato nella canzone Flawless di Beyoncé.

Chimamanda è molto giovane, infatti è nata nel 1977 e, oltre ad essere una bella ragazza dalla pelle color ebano, è anche un medico e un’intellettuale femminista. I suoi libri sono stati tradotti in trenta lingue e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Il blog Hai da spicciare? Ha pubblicato sia il video sia il testo della conferenza. Personalmente ho preferito la conferenza in quanto consente di conoscere il volto e la voce dell’autrice, i vivaci colori del suo abbigliamento africano e la reazione del suo pubblico, un po’ incomprensibile a mio parere in quanto spesso ride senza alcuna ragione. La conferenza non è molto lunga, dura solo mezz’ora, e non è particolarmente impegnativa, di conseguenza il libro è lungo solamente quaranta pagine.

Le parole di Chimamanda sono sintetiche e immediate, trasmettono messaggi forti con esempi semplici, tratti dal suo vissuto personale. La donna non tratta soltanto la condizione femminile in Africa, le sue parole riguardano la parità di genere nel mondo. Ecco uno dei passi che più mi è piaciuto:

Ma la cosa di gran lunga peggiore che facciamo ai maschi, facendo intendere che devono essere duri, è che li lasciamo con degli ego molto fragili. Più un uomo sente di dover essere un “uomo duro”, più è debole il suo ego. E poi facciamo un lavoro anche peggior con le ragazze, perché le educhiamo a soddisfare i fragili ego degli uomini. Insegniamo alle ragazze come farsi da parte, come farsi più piccole. Diciamo alle ragazze, “Puoi avere ambizione, ma non troppa. Dovresti puntare ad avere successo, ma non troppo successo, altrimenti potresti minacciare l’uomo.” Se in una relazione con un uomo sei tu a portare il pane a casa, devi far finta che non sia così. Soprattutto in pubblico. Altrimenti lo stai castrando. Ma se mettessimo in discussione la premessa stessa? Perché il successo di una donna deve essere una minaccia per un uomo? Che cosa succede se decidiamo di sbarazzarci semplicemente di quella parola, e non credo ci sia una parola inglese che mi piaccia meno di “castrazione”.

La conferenza è piaciuta molto anche oltreoceano a Beyonce, che ha inserito alcune frasi pronunciate da Chimamanda nella propria canzone Flawless, che Cimdrp suona e commenta in questo video. Si tratta di una canzone grintosa e personale, in cui la cantante mostra tutta la propria forza interiore e sprona le ragazze a fare altrettanto, senza lasciarsi chiacciare dalle convenzioni sociali maschiliste. Ma possiamo considerare Beyonce una femminista? A mio parere esistono centinaia di donne che meritano maggiormente tale titolo, tuttavia è importante che i media parlino di femminismo ed è lodevole che la cantante abbia attirato l’attenzione sulla questione.

Questo testo, per la sua semplicità, è indicato per tutti coloro che non hanno molta dimestichezza con il femminismo (come me!), oppure desiderano intraprendere una lettura (o la visione di una conferenza) leggera ma significativa.

Per concludere, ecco il link della canzone Flawless di Beyonce, sperando che vi piaccia:

 

 

Chimamanda Ngozi Adichie

 


 

I ritratti di Sissi

Negli appartamenti dell’Hofburg, il palazzo reale di Vienna, è stato allestito il museo di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nota al mondo come la principessa Sissi, in cui sono stati esposti più di trecento oggetti personali dell’imperatrice.

Non è opportuno presentare un museo di oggettica in una rivista d’arte, ma i curiosi possono apprendere ulteriori informazioni al riguardo cliccando sul seguente link: http://www.hofburg-wien.at/it/informazioni-interessanti/museo-di-sisi.html . Nelle sale del museo abbondavano ritratti e fotografie dell’imperatrice realizzati nelle situazioni più svariate e in età molto diverse della regina. Alcuni dipinti sono noti in tutto il mondo, come quello in cui l’imperatrice è ritratta di spalle e mostra la sua splendida chioma castana, lunga quasi sino a terra, che pettinava per circa tre ore al giorno in quanto era ossessionata dalla bellezza e che raccoglieva in elaborate acconciature ottocentesche; altri ritratti sono invece sconosciuti e mostrano un’immagine poco nota dell’aristocratica fanciulla, ma altrettanto affascinante.

Non ho la possibilità di ricordare e menzionare i quadri e le fotografie più belli in esposizione al museo, mi accontenterò di scrivere questo articolo servendomi delle immagini disponibili in rete.

Non è un caso che un’imperatrice sia stata ritratta così tante volte: si trattava di un preciso progetto di propaganda, il popolo infatti aveva la possibilità di conoscere i propri reali soprattutto attraverso quelle immagini. Veniva proposta un’immagine di Sissi felice, armoniosa e innamorata del proprio marito. La sposa perfetta, insomma. Ma Sissi non era affatto questo genere di donna e la rigida etichetta di corte, le incomprensioni con il marito e l’ostilità della suocera la rendevano profondamente infelice e chiusa in se stessa. I sudditi percepivano l’inadeguatezza dell’imperatrice nei confronti del proprio ruolo e non la amavano particolarmente. In questa incisione vediamo Sissi e Francesco Giuseppe giovanissimi, che passeggiano a braccetto all’aria aperta in una splendida, idilliaca bugia propagandistica.

Le seguenti due foto testimoniano l’infelicità di Elisabetta a corte. Si tratta di due fotografie ufficiali, scattate quando la regina aveva solo sedici anni e si era sposata da poco. Il fotografo si era sforzato di farla sorridere ma Elisabetta restò seria, infatti in quel periodo era profondamente stressata per gli impegni di corte che si erano susseguiti dopo il matrimonio, l’assenza di vita privata, l’invadenza della suocera, la solitudine e le incomprensioni con il marito.

Il dipinto più famoso di Elisabetta è stato realizzato nel 1865 da Franz Xaver Winterhalter. L’imperatrice indossa uno splendido abito bianco da gran galà e tra i suoi capelli intrecciati sono fissate delle preziosissime stelle di diamanti, che sono entrati nella storia dell’oreficeria (per saperne di più, leggete questo articolo: http://www.il-mondo-delle-gemme.juwelo.it/sissi-e-la-leggendaria-stella-di-diamanti/ ). In questo periodo Sissi aveva ventisette anni ed era al massimo del suo splendore. Il quadro è abbastanza fedele anche se l’espressione dell’imperatrice è un po’ troppo sdolcinata; per conoscere il vero volto Elisabetta e le reali espressioni del suo viso, dobbiamo affidarci alle fotografie.

Passano gli anni ed Elisabetta non è più una ragazzina, ma una donna forte e decisa, conscia del proprio potere a corte e decisa a far valere la propria volontà contro la suocera, il marito e le convenzioni sociali, anche a costo di essere considerata stravagante. Nelle fotografie appare come una donna orgogliosa, leggermente maliziosa, raramente sorridente e talvolta dura. Conscia della propria bellezza dalla quale era ossessionata, spesso l’imperatrice non cela una certa vanità.

Dopo i trent’anni Elisabetta smise di farsi ritrarre, nonostante avesse una maniacale cura del corpo ai limiti dell’anoressia; i segni dell’età infatti iniziavano a diventare evidenti e l’imperatrice faticava ad accettare il proprio aspetto. Quando Sissi aveva cinquantasette anni, il pittore Armin Horowitz realizzò uno straordinario falso che divenne piuttosto famoso: pur non avendo mai incontrato la regina, dipinse un suo ritratto mediante un abito nero che Sissi era solita indossare e un dipinto del suo volto, realizzato quando la donna aveva 25-30 anni. L’effetto è straordinario: l’imperatrice cinquantenne appare giovane e fresca come una ragazza nel fiore degli anni.

Siccome anche nell’Ottocento i vips erano paparazzati, Elisabetta non usciva mai senza ventaglio o ombrellino per nascondere il suo volto dall’obiettivo degli invadenti fotografi. In alcune fotografie in cui è riuscita a proteggersi, la regina risulta irriconoscibile.

In altre situazioni i fotografi hanno avuto la meglio e sono riusciti ad immortalare, anche se solo parzialmente, il volto di Elisabetta. Nelle due fotografie che vi abbiamo proposto, Elisabetta compare prima nel corso di una silenziosa passeggiata con il marito, poi in compagnia di una dama di corte.

Abbiamo a disposizione una sola fotografia di Sissi in età matura, scattata quando la regina aveva cinquantaquattro anni. Si tratta di una fotografia privata, realizzata nel Natale del 1891, che fu scoperta in una collezione privata del 1986. Proprio a causa dell’unicità di questo reperto, molti sospettano che si tratti di un falso, ma la sala e la sedia su cui è seduta l’imperatrice coincidono con la realtà e la donna che dovrebbe essere Sissi è straordinariamente somigliante con le immagini che abbiamo dell’Elisabetta più giovane.

 

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