Libertà, non emancipazione. Intervista a Rosaria Guacci della Libreria delle donne

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso Lo Sbuffo.

195633651-c70c24e8-f82e-4e11-9a68-20e70eb26ca2

Possono le donne perseguire i propri obiettivi in assoluta libertà e aiutandosi a vicenda? Rosaria Guacci è un’energica e carismatica colonna portante della Libreria delle donne, storica cooperativa femminista di Milano. Nata come editor, è stata insegnante, pubblicista e scrittrice, inoltre si è dedicata all’attività di collaboratrice alla radio per trent’anni, per il programma Ciao Belle che si occupava di libri scritti da donne. Rosaria ci accoglie calorosamente nella sede della libreria per rispondere ad alcune nostre domande.

Cos’è la Libreria delle donne e com’è organizzata?

La Libreria delle donne è una cooperativa che si occupa di diversi progetti, ha intenti politici ed è stata fondata nel ‘75 per la libertà delle donne. Abbiamo solo due dipendenti stipendiate al mattino, le restanti sono tutte volontarie. Io ho due turni e, avendo esperienza nel ramo della letteratura, mi occupo di letteratura italiana e autrici donne. Nello specifico mi dedico a presentazioni di libri e di letteratura italiana proprio perché ho curato e scritto opere su scrittrici italiane. Di tutte le organizzazioni che nacquero intorno al 1975, resistettero soltanto la Libreria delle donne e la casa editrice La Tartaruga, che ora è una collana ma che all’epoca pubblicò Le tre ghinee di Virginia Woolf. Le altre librerie delle donne, comprese alcune case editrici al femminile, chiusero. Una importante era Le edizioni delle donne di Roma.

Chi sono i membri della Libreria?

Tra le fondatrici della libreria menzioniamo Lia Cigarini, Luisa Muraro, Giordana Masotto e Silvia Mott. Io ho fondato a Parma la Biblioteca delle donne e mi sono unita successivamente alla Libreria delle donne di Milano, perciò non appartengo alle fondatrici. Sono arrivata a Milano nel 1983, la mia presenza era discontinua perché volevo partecipare alle attività politiche e letterarie della città. La libreria accoglie inoltre altre donne, che si dedicano a turni volontari presso la sede e partecipano alle discussioni. Il gruppo Estia, infine, si dedica alla cucina.

Rosaria Guacci ci offre poi un foglio politico, distribuito dalla Libreria. Lo sfogliamo con curiosità.

Si chiama Sottosopra, è nato come foglio di movimento negli anni Settanta e viene pubblicato ancora oggi, quando la libreria deve prendere posizione e affermare il proprio pensiero. Nell’ultimo numero per esempio Lia Cigarini si occupa del movimento Me Too, Luisa Muraro della Gpa (Gestazione per altri), Giordana Masotto scrive di lavoro e Alessandra Bocchetti si schiera contro la legalizzazione della prostituzione.

Cos’è il femminismo secondo la Libreria?

Il femminismo permette alle donne di essere libere, non emancipate. Emancipazione significa per esempio fare carriera, la libertà è invece la facoltà di scegliere a quale attività dedicarsi. Un altro concetto importante è la relazione tra le donne, è molto importante “fare squadra” per vincere grazie all’aiuto delle altre nei campi ai quali una donna vuole dedicarsi in ogni aspetto della sua esistenza. Relazioni al femminile e libertà sono due punti cardini del femminismo.

Com’è percepito il femminismo in Italia?

Ci sono stati molti cambiamenti e attualmente non esiste un femminismo solo. Milano si distingue come centro teorico italiano ed europeo. La differenza sessuale è un’idea portante per la libreria, noi approviamo quello che sostiene la francese Luce Irigaray in Speculum. L’altra donna. In Italia la fondatrice di tale teoria è Luisa Muraro. Per quanto riguarda la differenza sessuale, ma non tutte le femministe sono d’accordo. Per quanto riguarda la gestazione per altri, la libreria è contraria, mentre la posizione di alcune donne di Roma è più mediata. Non esiste un femminismo unitario in Italia ma più femminismi, ci sono delle discordanze anziché unitarietà. La libreria delle donne è tuttavia la guida più potente ed importante.

Com’è cambiato il femminismo negli ultimi decenni?

Noi rifiutiamo il concetto di ondate di femminismo, a questo proposito si è tenuta una riunione in via Dogana. Lia Cigarini e le altre pensano ad una maturazione del femminismo meno schematica e più fluida.

Qual è il vostro rapporto con i Millennials?

Ti espongo il mio parere personale, ma sarebbe interessante ascoltare anche ciò che pensano le altre. I ragazzi di oggi o ci ignorano o sono interessati alle femministe fondative, qui in libreria potrebbero trovare molte informazioni al riguardo. Lia Cigarini proviene da Demau, Demistificazione autorità patriarcale e ha collaborato con Daniela Pellegrini. Carla Lonzi di Rivolta infine era una critica d’arte che, ad un certo punto della sua carriera, decise di smettere di fare l’ancella del maschile. E’ colei che ha fondato l’autocoscienza, vale a dire il concetto per cui bisogna partire da sé per fare politica. Fu la compagna dello scultore Pietro Consagra, ma ad un certo punto decise di non volere dedicarsi al pensiero degli uomini occupandosi di critica d’arte, fondò così un gruppo di donne di ogni estrazione sociale per interrogarsi non sul mondo degli uomini, ma su chi sono veramente le donne.

Che progetti ha la Libreria per il futuro?

La libreria vorrebbe avvicinare le giovani donne perché sono necessarie delle eredi. Attualmente le donne che si occupano del sito internet, delle cinquantenni, sono le nostre ereditiere. E’ necessario tenere duro sui punti forti politici e creare una generazione che in fondo esiste già. Mentre si sta svolgendo questa intervista, per esempio, la nostra sede sta accogliendo un gruppo femminista del liceo.

In che rapporto siete con gli uomini?

Ammettiamo la relazione con gli uomini, infatti non siamo separatiste. Gli uomini secondo noi possono essere femministi, ma altri gruppi, come le Rad Fem di impronta americana, contestano che si possa parlare con gli uomini. La libreria ha organizzato due riunioni sugli uomini e crede che si possa comunicare con loro.

In effetti, nella sede della libreria è presente anche un uomo, che ci saluta cordialmente.  Le chiedo cosa ne pensa la Libreria dell’uguaglianza tra uomo e donna.

Il femminismo non è uguaglianza tra uomo e donna perché la mente e il corpo di maschi e femmine sono diversi. La libreria si concentra sul concetto di libertà, ma la differenza è dentro di noi. Diventare uguali agli uomini sarebbe un traguardo tipico dell’emancipazione, un valore che non approviamo perché noi vogliamo vincere le sfide della vita, con le altre, nella diversità.

E i trans e le trans dove si inseriscono in questo dibattito?

Noi dialoghiamo molto con le donne trans, ma interloquiamo senza sostituirci a loro. Per approfondire la questione, ti consiglio di analizzare il dibattito tra la Gandini e la Gramolini di Arcilesbica.

E come si fa a vincere insieme alle altre?

Si può vincere seguendo la teoria dell’affidamento, chiedendo aiuto ad una donna più brava per realizzarsi attraverso un rapporto di scambio. E’ un’idea nata tra le donne, che tuttavia hanno dovuto imparare tale concetto, mentre gli uomini lo praticano da sempre. Il patriarcato ha diviso le donne che ora si sono unite per vincere, ma la loro unione è il risultato di lotte.

Quali letture consiglieresti per approfondire le vostre teorie?

Le madri di tutte noi è un catalogo giallo sulle scrittrici considerate le nostre madri politiche, inoltre ti consiglio di leggere assolutamente Non credere di avere dei diritti,dell’autore collettivo Libreria delle donne. E’ molto importante infine L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro. Nel libro si sostiene che è la madre che ti da la vita,  perciò è giusto scegliere di imporre il suo ordine al mondo. Luisa Muraro ha teorizzato tutto ciò non da sola, ma il libro naturalmente è firmato da lei. Non si tratta di matriarcato, ma di fare squadra, di vivere seguendo criteri materni. Noi non vogliamo il matriarcato perché si tratterebbe di imporre un contropotere e noi non siamo in lotta con gli uomini. Non si vogliono né morti nè feriti, si dialoga rimanendo vivi. Ma oggi, nonostante il patriarcato soggettivamente (in altre parole, dentro di noi) sia morto, sentiamo fortissimi i suoi colpi di coda. L’ordine dei padri stenta a venire meno.

In che direzione stanno andando le donne? Qual è il nostro futuro?

E’ duro. Noi pensavamo di stare vincendo. Ad esempio la Lombardia era una regione con più donne al lavoro degli uomini, le lavoratrici erano pagate tanto quanto i colleghi maschi. Ora i tempi sono bui. Noi personalmente siamo contrarie alla legge Pillon, per cui le donne che hanno subito violenza devono sopportare il marito. I bambini sono affidati sia alla madre sia al padre violento e tutto ciò è lesivo sia per le donne sia per i bambini. La libertà delle donne è sotto attacco e noi abbiamo bisogno delle donne giovani per risollevarci.

Certamente è impossibile riassumere il femminismo in poche domande, pertanto questa intervista vorrebbe essere un invito ad approfondire tali tematiche per avere una solida opinione personale al riguardo. Abbiamo salutato Rosaria Guacci con più dubbi che risposte perché il femminismo è una realtà veramente complessa e, come l’intervistata stessa ha affermato, la Libreria delle donne è la voce più autorevole del femminismo italiano, ma naturalmente non l’unica.

Annunci

La discriminazione delle donne nella musica classica

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Bach, Mozart, Beethoven, Vivaldi, Verdi. I più celebri compositori delle epoche e delle correnti più diverse hanno una sola cosa in comune: sono tutti uomini, solo agli esperti musicologi verrà in mente il nome di una compositrice donna. Eppure le fanciulle di buona famiglia conoscevano la musica, imparavano a cantare e suonare qualche strumento, possibile che nessuna di loro sapesse comporre e possibile che non sia mai nata un genio musicale donna? Studiando tomi polverosi di storia della musica si scopre che le donne musiciste e compositrici sono esistite e hanno prodotto opere di valore.

Il ritardo della comparsa della donna nel mondo della musica è indubbiamente dovuto alla discriminazione femminile e al ruolo subalterno che rivestivano nella società. Come potevano le donne eguagliare gli uomini se erano relegate nel ruolo di madre e di angelo del focolare domestico? E’ tuttavia indubbio che, anche dopo l’emancipazione femminile, nessuno ha pensato di proporre al grande pubblico le opere delle compositrici, che restano sconosciute anche agli uomini di cultura medio-alta. Daniela Domenici ha raccolto in Note di donne, musiciste italiane dal 1542 al 1833 le vite di numerose musiciste italiane. “Ho trovato la biografia online della maggior parte delle compositrici scritta in inglese e non in italiano, come mi sarei aspettata data la loro nazionalità”. Anche se nulla sembra vietare alle donne di raggiungere il successo nel mondo dell’arte, continuano ad essere oscurate dagli uomini.

Nella raccolta viene menzionata Maddalena Casulana, vissuta nel tardo Rinascimento, prima donna ad aver pubblicato delle proprie composizioni nella storia della musica europea. Si trattava di un libro di madrigali, nella cui dedica rivolta a Isabella de’ Medici l’artista dichiara di voler “mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne”. Segue Francesca Caccini, figlia d’arte del celebre Giulio, che contribuì alla fioritura della musica barocca e fu la prima donna a comporre un’opera, La liberazione di Ruggiero. L’elenco continua con Barbara Strozzi, Claudia Sessa, Sulpitia Cesis, Lucrezia Vizzana, Claudia Rusca, Chiara Cozzolani e Isabella Leonarda. Si tratta quasi sempre di monache, perché le religiose erano spesso solite accompagnare la preghiera o le funzioni religiose con il canto e la musica, inoltre avevano la facoltà di studiare. Raffaella Aleotti pubblicò per prima tra le donne composizioni di musica sacra, Maria Calegari si conquistò il titolo di Divina Euterpe, in relazione alla musa della musica. Nella lista troviamo anche una nobile decaduta cresciuta in condizioni svantaggiate, Maddalena Sirmen, educata nell’orfanotrofio veneziano dell’Ospedale dei Mendicanti dove ai trovatelli si insegnavano le arti dei mestieri. Maddalena diventò una violinista e una compositrice apprezzata in tutta Europa.

Si tratta di nomi sconosciuti e spartiti dimenticati, in una cultura dominata da figure maschili. Esistono tuttavia donne che hanno fallito nella loro carriera musicale, non per incapacità o pigrizia bensì per la semplice sfortuna di essere nate di genere femminile. Non tutti sanno che Mozart aveva una sorella maggiore, Maria Anna detta Nannerl, che suonava egregiamente clavicembalo, fortepiano e pianoforte. La fanciulla era talentuosa tanto quanto il fratello e si esibiva con lui da bambina per le corti d’Europa, ma fu costretta ad accantonare lo studio per dedicarsi ad attività femminili. La giovane catturò più del fratello l’approvazione dei critici, tuttavia il padre Leopold decise di puntare sul figlio maschio perché i soldi non erano sufficienti per educare entrambi i figli. Purtroppo all’epoca solamente le famiglie più ricche potevano permettersi di avviare una donna alla professione di pianista, poiché soltanto i maschi ricevevano un compenso per le esecuzioni in pubblico. A diciotto anni la carriera musicale della giovane Mozart fu così interrotta e ben presto sposò un ricco barone.

Sylvia Milo ha scritto l’opera teatrale The other Mozart, utilizzando i documenti e gli scambi epistolari della famiglia Mozart. L’autrice presta la voce a Nannerl citando delle lettere. Il padre Leopold scriveva: “A soli dodici anni, la mia piccola ragazza è tra i migliori pianisti d’Europa” Non mancano le lodi del fratello minore Wolfang: “Sono stupefatto! Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. In una parola, il tuo Lied è bello. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose“. Dai documenti si evince chiaramente che Nannerl era la migliore dei due fratelli, eppure il mondo celebra la gloria del figlio maschio Wolfgang.

L’aborto come femminicidio?

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo

aborto-silencio

Lunedì 14 maggio in via Salaria a Roma troneggia un manifesto in bianco e nero che raffigura il pancione di una donna incinta. “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo” è lo slogan, poco più in basso compare l’hastag #stopaborto. E’ il secondo manifesto su tali tematiche in poco più di un mese, ma questo episodio è particolarmente significativo non solo perché il cartellone è stato affisso a pochi giorni dalla Marcia per la vita promossa a Roma dai movimenti pro-life, a una settimana dal quarantesimo anniversario della legge 194 e in vista del referendum irlandese sull’aborto, ma anche perché il testo accosta due elementi inconciliabili come il crimine del femminicidio e la libertà della donna di abortire.

Il manifesto è stato affisso seguendo il regolamento, ma svariate autorità romane e italiane, perplesse per l’improbabile argomentazione e desiderose di difendere le libertà individuali, si stanno movimentando per rimuoverlo. Noi dello Sbuffo abbiamo deciso di analizzare il contenuto del messaggio, ideato dall’associazione spagnola pro-life Citizen Go che, sulla propria pagina di Facebook, tenta di difendersi sostenendo di aver voluto diffondere uno slogan “forte” e “provocatorio”.

Una possibile interpretazione è che si commette un femminicidio ogni volta che si abortisce un feto femmina. Siccome il femminicidio non è la generica uccisione di una donna, ma l’uccisione di una donna in quanto tale, l’aborto di un embrione o un feto XX non può essere considerato un femminicidio perché, se l’interruzione della gravidanza avviene entro i termini consentiti dalla legge, la donna non può sapere se aspetta un bimbo o una bimba quando rinuncia al nascituro.

Nel mondo si verificano numerosi casi di aborti illegali di bambine indesiderate, in quanto i genitori preferirebbero un figlio maschio. Potrebbe essere plausibile che l’associazione si schieri contro questo fenomeno, ma Citizen Go spiega che la chiave interpretativa è ben diversa.

Citizen Go sostiene di non riferirsi nemmeno ai casi in cui la gravidanza o l’aborto sono causa di omicidio volontario o preterintenzionale, oppure di una morte per complicanze medico-sanitarie. L’associazione annovera infatti tra i femminicidi le donne “uccise nella loro intimità psichica e fisica”, dunque il termine comprenderebbe, secondo dati scientifici di ambigua natura, anche coloro che hanno subito traumi post-abortivi. L’associazione non spiega quali siano nello specifico tali traumi.

Analizzando i dati sulle morti per aborto riportate da www.wired.it, è evidente come Citizen Go si contraddica. Ogni anno globalmente muoiono settanta mila donne per aborto e cinque milioni sviluppano disabilità temporanee o permanenti. Si tratta per lo più di aborti clandestini, debellati in Italia dalla legge 194. Attualmente in Italia le morti per aborto sono meno della metà di quelle dovute all’uso di antibiotici e i decessi vengono riportati dai media come casi eclatanti, dunque Citizen Go starebbe combattendo per abolire una legge che ha sconfitto le cause di quelli che chiama femminicidi. I veri femminicidi invece sono una piaga dell’Occidente e del mondo intero, ma l’associazione pro-life non se ne occupa.

Restano da scagionare i traumi psichici. Un aborto non è mai una scelta facile per una donna, ma spesso è inevitabile: la prosecuzione della gravidanza in favore dei diritti di chi non è ancora una persona sarebbe un male per colei che sarebbe costretta a portarlo in grembo contro la sua volontà da una società patriarcale, che la tratta alla stregua di un “forno di gestazione”. E’ indiscusso che le donne che subiscono un aborto procurato soffrono fisicamente e psichicamente, ma è necessario stabilire il grado di tale sofferenza. Una rapida ricerca online propone numerosi siti contro l’aborto che dipingono uno scenario apocalittico: dopo l’aborto sono previsti per le donne ricoveri in reparti psichiatrici, dipendenza da stupefacenti o alcool, autolesionismo, traumi e immani sofferenze. Abbiamo scritto a Obiezione respinta per ricevere opinione differente, ci è stato detto che si tratta di un argomento molto spinoso perché la sindrome post-aborto è un fatto di cui strumentalmente parlano i pro-life per screditare la pratica dell’aborto, trattando l’argomento in maniera generica e strumentale, senza reali dati o articoli competenti. Noi non abbiamo le competenze per giudicare i dati, è certo che numerose testimonianze sostengono di aver vissuto un lutto per la perdita del bambino, senza soffrire le indicibili pene descritte dai pro-life.

E’ un dato di fatto che la storia del diritto all’aborto è strettamente collegata al femminismo, pertanto anche coloro che non si definiscono femministi dovrebbero essere grati al movimento per avere la possibilità di interrompere una gravidanza indesiderata. Abbiamo letto l’intervista della Libreria delle donne alla prof.ssa Luisa Muraro per scoprire la posizione delle femministe al riguardo, in Luisa Muraro: l’aborto non è un diritto. Prima della legge 194 le femministe si riunivano per discutere sull’aborto, un tema conosciuto da tutte in quanto molte avevano abortito o avevano conosciuto persone che si erano sottoposte a tale operazione. Allora si praticava l’aborto clandestino, gli anticoncezionali erano già a disposizione, ma erano invasivi e non di uso comune. Il parere delle femministe non era unanime, infatti per alcune l’aborto era una liberazione, per altre una colpa di cui si erano pentite. Si esigeva però che gli uomini “smettessero di mettere incinte le donne per poi proibire l’aborto”. Le femministe discutevano per accordarsi sulla posizione da assumere, i radicali organizzavano ogni giorno una manifestazione perché “Una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì”. L’aborto tuttavia non sarebbe un diritto poiché tale termine avrebbe una valenza positiva: l’aborto è infatti un “rifiuto, un ripiego, una necessità […] se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini”. La professoressa concorda che nella nostra società ha tuttavia vinto la posizione secondo cui l’aborto sarebbe un diritto, le stesse delibere dell’Onu lo definiscono tale. Per quanto riguarda la legge 194, la professoressa afferma che si tratta di un compromesso raggiunto da democristiani e comunisti per eliminare l’aborto clandestino e evitare che tale pratica diventasse un anticoncezionale. La maternità tuttavia non sarebbe stata tutelata, ma tale tematica non viene approfondita dall’intervista.

Valentina Greco su Internazionale (In Italia abortire è ancora un diritto a metà) ci racconta invece la storia della 194. Gigliola Pierobon si era sottoposta ad un aborto nel 1967 a diciassette anni su un tavolo da cucina, senza anestesia. Il lungo ago che le era stato infilato nella vagina le aveva provocato un’infezione, che la ragazza aveva curato in solitudine. Erano ancora in vigore le leggi del codice penale fascista del 1930 raccolte nel codice Rocco, che considerava l’aborto reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. La pena era severa: da uno a cinque anni di prigione per auto procurato aborto, da due a cinque anni per chi subiva l’operazione e coloro che la praticavano. Era prevista una riduzione della pena

“se il fatto è commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto”. Gigliola Pierobon iniziò a frequentare gruppi femministi e discusse del processo penale cui era sottoposta con le compagne. Nel 1973 le femministe trasformarono il suo problema personale in un fatto pubblico, scendendo in piazza per manifestare per lei: il tribunale venne invaso, molte si autodenunciarono. Il 22 maggio 1978 venne emanata la legge 194. I ventidue articoli erano una legge sulla salvaguardia della maternità e l’aborto veniva trattato solo in un secondo momento, pertanto molte femministe si sentirono truffate.

La storica prosegue con un’analisi della situazione attuale, effettuata sui periodici monitoraggi sul tema dell’aborto che lo stato è obbligato ad effettuare per legge. I dati risalgono al 2015, ma possiamo ancora considerarli significativi. La relazione afferma: “La riduzione dei tassi di abortività osservato 

recentemente anche tra le donne immigrate sembra indicare che tutti gli sforzi fatti in questi anni, specie dai consultori familiari, per aiutare a prevenire le gravidanze indesiderate e il ricorso all’ivg stiano dando i loro frutti anche nella popolazione immigrata”. Secondo la Greco però li sforzi dello stato circa l’educazione sessuale e la promozione dei metodi contraccettivi sarebbero però minimi. Gli aborti clandestini sono ancora praticati e costituiscono un fenomeno in crescita: oggi gli aghi e i tavoli da cucina sono stati sostituiti da farmaci acquistabili online. Valentina Greco cita ancora: “Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di ivg effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 ed è leggermente diminuita la percentuale di ivg effettuate oltre tre settimane di attesa, persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra regioni”. L’autrice però avverte che sedici donne su cento devono attendere più di tre settimane per subire l’operazione dal rilascio del certificato medico; tenendo presente che una donna ha novanta giorni di tempo per abortire, il dato è preoccupante. Secondo il monitoraggio il numero di obiettori di coscienza non ostacolerebbe le donne che intendono abortire, ma la realtà è ben diversa: il tasso di obiezione è del 69,6% per i ginecologi, 47,5% per gli anestesisti, 45% per i medici. La legge 194 è resa inapplicabile in alcune regioni dal tasso di obiezione; è il caso del Molise, dove la percentuale tocca il 90%. Si tratta di un successo per i cattolici e i movimenti pro-life, ma di una sconfitta in chi crede nella libertà delle donne.

In sintesi l’aborto è una possibile scelta, dolorosa ma legittima, per la donna, ma non sempre in Italia è garantito nella realtà dei fatti. Per quanto riguarda il resto del mondo Occidentale, in alcuni stati d’Europa, come l’Irlanda, e in alcuni stati statunitensi tale opportunità non è scontata, perciò la lotta delle femministe (ma non solo!) non è ancora terminata.

Ma tu non sei Tiziano Ferro. Ordinarie storie di una cassiera.

Ho scritto questo racconto breve, ispirato ad una storia vera che mi è capitata lavorando come cassiera, per partecipare ad un concorso letterario. Siccome non lo considero abbastanza incisivo per vincere la competizione, ho deciso di pubblicarlo qui e di scriverne un altro completamente differente. Spero che vi piaccia. In cassa si incontrano persone molto diverse da quelle che siamo abituati a frequentare e la protagonista del racconto mi ha colpito, turbato e commosso. Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione?

25261767

Sono una cassiera, nel mio lavoro ho incontrato persone di ogni sorta. Non era la prima volta che creava problemi, le guardie in borghese iniziavano a seguirla non appena varcava le porte scorrevoli. Un tempo era stata bella ed era molto curata, sebbene i suoi vestiti fossero troppo giovanili per i suoi anni, ma la droga aveva scavato il suo viso. Mi accorsi troppo tardi che era in coda da me perché le cassiere non hanno mai tempo per osservare i clienti, la riconobbi dalla voce quando aveva già iniziato a litigare con una persona che conosceva. Un fratello? Un compagno del centro di recupero? Non ebbi modo di saperlo. L’uomo se ne andò insultandola pesantemente e lei rimase in coda silenziosa ma agitata.
Fu il suo turno. Iniziò a frugare nella borsetta farfugliando “sacchetto”, interpretai il suo gesto come se stesse cercando il portafoglio e avesse bisogno di una borsa. Battei il sacchetto, ma lei mi guardò furente. Non saprei riportare esattamente le sue grida, perché erano confuse come quelle di un ubriaco. O di una drogata. Non so cosa avesse assunto, ma certamente non era sobria.
– Signora, non posso stornare il sacchetto. Sono solo nove centesimi.
Alle mie spalle era comparsa una guardia. Le intimò di attendere che stornassimo il sacchettino, di calmarsi, di rispettare gli altri clienti e di lasciarmi lavorare.
La donna abbandonò la spesa, si concentrò per riordinare le parole nella mente annebbiata e mi gridò:
– Tu sei bella come Laura Pausini, ma lui non é Tiziano Ferro.

Intervista a Erika Pezzoli, fotografa di giovani donne.

Articolo Pubblicato su Lo Sbuffo.
Erika pezzoli è una fotografa freelance classe 1995, che sta realizzando un progetto ambizioso e affascinante: fotografare giovani donne di tutta Italia nella loro camera da letto, con un oggetto che le rappresenti.
E’ stata una chiacchierata lunga e intensa, durante la quale abbiamo conversato sugli argomenti più vari: Erika ha una personalità estroversa e determinata, è appassionata di pallavolo e letteratura e sta andando a convivere con il suo ragazzo, con il quale ha adottato un cagnolino. E’ un dolcissimo e vulcanico maschiaccio, a cui non manca la sensibilità di una fanciulla.

Foto bio
Ciao Erika, vuoi presentarti ai nostri lettori?
Mi occupo di fotografia, in particolare di fotogiornalismo. Ho studiato come perito meccanico all’ITIS Galileo Galilei di Crema, poi ho iniziato a lavorare come disegnatore meccanico, dopo due mesi mi sono accorta che stavo perdendo tempo. Andavo a lavorare a Sesto Marelli a Milano, prendendo la metro da San Donato; alla fermata di Palestro sono scesa dalla metropolitana perché non mi sembrava il caso di continuare a fare una cosa in cui non credevo, sono andata fino a Duomo a piedi e ho chiamato mio nonno, che è il mio compagno di giochi e il mio fratello mancato (sono figlia unica). Il nonno mi ha chiesto se non stessi bene, io ho risposto che non sarei più andata a lavorare e lui ha acconsentito. Durante l’ITIS avevo iniziato a studiare fotografia in maniera amatoriale e autodidatta, sia sui libri sia sperimentando. Due giorni dopo ho iniziato fotografia all’università allo IED, con un mese di ritardo.

Di quali progetti ti occupi di solito?
In generale di fotogiornalismo, mi occupo generalmente di seguire dei soggetti di cui voglio raccontare una storia durante la loro vita quotidiana. Ho lavorato quest’estate ad un progetto che si chiama Vent’anni, durante il quale ho seguito ragazzi di venti- ventinove anni che vivono in Trentino Alto Adige in rifugio. Erano otto ragazzi in cinque posti diversi. Poi ho seguito una ragazza a Crema che studia fisica ed è una credente cattolica praticante. In un progetto ho raccontato la depressione di mia nonna e lo straordinario lavoro che mio nonno ha fatto con lei, descrivere ciò che stava accadendo alla mia famiglia è stato terapeutico per me. Sono tutte esperienze molto belle perché non si tratta solo di raccontare quello che ti sta succedendo, nasce un rapporto con le persone che fotografi che ti arricchisce.

Descrivi a parole le tue fotografie.
Le mie fotografie sono la nascita di un’idea in forma visuale. Io un sacco di volte ragiono per immagini, quindi durante lo scatto trovo la collocazione di qualcosa che è dentro di me. Nel caso del fotogiornalismo si tratta di qualcosa che percepisco quando ho a che fare con una persona. Quando fotografo racconto ciò che sto vedendo e vivendo, conscia che non esiste una visione oggettiva.

Com’è nata l’idea del progetto?
Per il momento si chiama working progress, perché do i titoli ai progetti a lavoro ultimato. L’idea è nata durante un master in fotogiornalismo con il docente Sandro Iovine, mentre si stava parlando della condizione di noi ragazzi giovanissimi, che ci stiamo affacciando sul mondo del lavoro; siamo tendenzialmente calpestati dalle condizioni economiche in cui ci troviamo, spesso non possiamo costruire un futuro e siamo considerati numeri più che persone. Inizialmente pensavo di lavorare su maschi e femmine, poi ho scelto di stringere il campo e focalizzarmi sulle ragazze in quanto sono una donna anche io. L’impianto delle fotografie è sempre lo stesso: ritratti ambientati, sguardo in macchina del soggetto, luce naturale che entra dalla finestra. La scelta della camera è nata perché avevo bisogno di raccontare un luogo in cui le ragazze si sentissero loro stesse e che parlasse di loro. Alle ragazze chiedo di vestirsi e truccarsi come si sentono più belle ed è meraviglioso vedere come tutte abbiano idee differenti. Alcune sono completamente struccate, altre hanno un trucco leggermente più pesante, nessuna è stata particolarmente vistosa, ma se anche fosse ben venga. Siamo tutte diverse ed è meraviglioso.

31914282_10216212617534302_646312300814270464_n
Che macchina fotografica usi?
Per il progetto utilizzo una Canon 5D Mark III, mentre come obiettivo ho scelto un 28 mm f/1.8. Spesso utilizzo anche una Fujifilm xt10, una macchina fotografica mirrorless molto più piccola, con scatto silenziato per seguire le persone in una situazione di vita quotidiana, per evitare che il rumore della macchina distragga i presenti.

Come allestisci il set fotografico delle camere delle ragazze?
Le fotografie sono spontanee, lascio alle ragazze la completa libertà. Non chiedo mai, per esempio, di mettere a posto le camere disordinate. Nel fotogiornalismo non si cerca mai di ricreare un set, l’obiettivo è essere il più fedele possibile a ciò che sto vedendo.

Come reagiscono le ragazze alla situazione? Tu come ti approcci a loro?
Io cerco di essere molto tranquilla e aperta. Non tendo a formalizzare, anzi, più uno si scioglie, meglio è. Con alcune ho scattato subito e poi abbiamo chiacchierato, con altre abbiamo chiacchierato anche due ore e poi scattato la foto. Lo scatto in sé dura cinque minuti, massimo dieci. La
chiacchierata pre o post scatto è uno dei momenti più importanti perché entri in contatto con la persona e questo è il vero valore aggiunto del progetto secondo me.
Ho notato che molte ragazze hanno scelto di posare con un libro. Secondo te, come mai?
Non saprei. C’è sicuramente una passione per la lettura. In verità ci sono sia libri sia manga. Mi fa molto piacere, perché siamo in una società in cui spesso viene anteposto lo strumento elettronico al libro (e-book, tablet). Significa che siamo ragazze che abbiamo voglia di capire, imparare, conoscere.

Silvia, 23 anni, Corsico (MI)
Come possiamo interpretare la scelta di altri oggetti? A me ha colpito il piccolo trattore, ma ci sono anche la palla di pallavolo o gli strumenti musicali.
Sono le passioni delle ragazze. Il trattore appartiene ad una ragazza che studia cura e benessere animale, che è innamorata del mondo dei pastori e ama stare in mezzo alle stalle. La palla da pallavolo appartiene ad una ragazza che gioca ad alti livelli, lo sport per lei è anche una forma di retribuzione.

Come contatti le ragazze in tutta Italia?
Tramite passaparola. Sono partita da una gruppo di amiche, ma sono arrivata al quinto, sesto step di passaparola. Così fotografo ragazze che non conosco.

Cosa prevedi di fare con questo progetto?
Mi piacerebbe proporlo editorialmente soprattutto a riviste femminili, ma anche ad altri. Vorrei realizzare un libro, ma tale progetto avrebbe dei costi elevati.

Come prevedi il tuo futuro tra dieci anni?
Mi piacerebbe moltissimo riuscire ad entrare nell’universo del fotogiornalismo per raccontare il mondo in cui vivo. Viaggiare, zaino in spalla e macchina fotografica … Costerebbe fatica, ma farebbe parte del gioco.

Che città hai visitato grazie al progetto?
Paesini di tutta la Lombardia, ma anche Roma. Sono in programma Padova, Verona, Torino, Firenze e Bologna.

Letizia, 22 anni, Crema (CR)

“I monologhi della vagina”, femminismo a teatro

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

monologhi-01-510x250

Nella nostra società si nomina continuamente il pene mentre la vagina resta nell’ombra: alcune donne non hanno mai guardato la propria allo specchio, altre non ne parlano nemmeno col ginecologo, poche conoscono e condividono curiosità al riguardo. Per contribuire alla cultura dell’apparato riproduttivo femminile, Eve Ensler nel 1996 ha realizzato una piece teatrale intitolata I monologhi della vagina, che ha vinto un Obie Award per le tematiche provocatorie che affronta e la sua straordinaria attualità. E’ stato realizzato anche un libro con la trascrizione dei monologhi e un programma televisivo, di cui questo articolo propone l’analisi e che è disponibile su Youtube.

Eve Ensler ha intervistato più di duecento donne su tematiche relative alla loro sessualità e alla loro vagina, inoltre ha antropomorfizzato la vagina chiedendo alle intervistate cosa indosserebbe la loro vulva e cosa direbbe. Si tratta di donne diversissime tra loro: manager o artiste, giovani o anziane, ricche o addirittura senzatetto, etero o lesbiche, americane o straniere…

Nella trasmissione televisiva vengono ripresi non solo alcuni monologhi, ma anche alcune interviste e delle riprese effettuate nel camerino (in cui sono stati raccolti oggetti riguardanti la vagina provenienti da tutto il mondo), durante l’intervallo o mentre l’autrice dialoga con dei cameraman. La scenografia è molto semplice: delle tende di svariate sfumature di rosso, una sedia su cui domina la figura di Eve Ensler e un microfono. L’autrice indossa un semplice vestito lungo nero e recita a piedi nudi, con le gambe elegantemente accavallate. Si tratta di una donna giovanile e energica, con un caschetto nero sbarazzino e un sorriso carismatico, ha tutte le carte in regola per conquistarsi l’affetto del pubblico.

Lo spettacolo teatrale si apre con un’introduzione che descrive l’immaginario della vagina, i suoi soprannomi, la difficoltà che hanno le donne nel guardarla allo specchio, l’oscurantismo che domina tale argomento. Il primo monologo riguarda i peli pubici e la disavventura di una donna tradita dal marito, il quale sosteneva di avere bisogno di un’amante perché la moglie non si radeva la vagina. Seguono dei racconti vintage di donne anziane e del loro rapporto con la vagina, in particolare la storia di un’attempata signora che, ogni volta che si eccitava, subiva “un’inondazione”, almeno sino a quando non le hanno asportato l’apparato riproduttivo per un cancro. Successivamente viene raccontato il rapporto sessuale tra una donna che inizialmente non amava la propria vagina e un uomo che si eccitava guardando tra le gambe delle proprie amanti. L’opera parla anche di omosessualità, in particolare del primo rapporto sessuale con una donna e dell’esperienza di una sex workers per lesbiche che pratica sadomaso. L’autrice si occupa anche di stupri, in particolare intervista delle donne che hanno vissuto nei campi di stupro dell’Ex Jugoslavia, oltre ad altre vittime americane. Segue un’accusa delle brutalità che le vagine devono sopportare a causa di tamponi, assorbenti, visite ginecologiche e molto altro. Lo spettacolo affronta anche il tema dell’orgasmo, descrivendo le sensazioni delle intervistate e simulando un’esperienza dal vivo. I monologhi si concludono affrontando il tema del parto. Lo spettacolo televisivo propone solo una parte dei monologhi, infatti ha omesso per esempio il tema delle prime mestruazioni e esperienze sessuali di vario genere.

Si tratta di un’opera importante per le donne perché affronta tematiche che, soprattutto negli anni Novanta, restavano in ombra. Sulla scia del girl power, lo spettacolo è diventato un’icona della sessualità femminile e negli ultimi vent’anni il suo messaggio non ha perso la propria potenza comunicativa. Il tono è ironico e delicato, ma anche rivoluzionario e liberatorio. Lo spettacolo è uno dei pilastri del femminismo a teatro, una donna non può restare indifferente perché scopre un’opportunità di confrontarsi con altre donne su tematiche che spesso vengono taciute. La vagina, che la cultura patriarcale nei secoli ha raffigurato come un oggetto di piacere dell’uomo e una parte anatomica da nascondere e censurare, acquista una propria dimensione nella cultura e molti tabù si infrangono.

Si consiglia la visione di questo spettacolo agli uomini, affinché imparino a conoscere ed ascoltare l’altra metà del cielo. La stessa autrice dialoga e scherza con i cameraman maschi e gli altri addetti ai lavori, coinvolgendoli nello spettacolo.

“L’altra parte di me”, omosessualità a teatro per le scuole, intervista a Daniele Camiciotti

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

obber_laltra_parte_di_me_cover_640x420

L’Associazione Teatro2 ha intenzione di portare nelle scuole l’adattamento teatrale di L’altra parte di me di Cristina Obber, la storia di due giovani ragazze che si innamorano e vivono la propria storia d’amore attraverso svariate difficoltà. Daniele Camiciotti, presidente e fondatore dell’associazione, ci ha parlato dell’iniziativa.

Ciao Daniele, raccontaci come è nata l’Associazione Teatro2.

L’associazione Teatro2 è nata nel 2002 a Milano ad opera di un gruppo di appassionati di teatro che ha voluto pensare ad un’associazione che avesse come punto di riferimento i giovani. L’associazione è attiva su diversi fronti: l’insegnamento del teatro nelle scuole tra Lombardia e Piemonte, corsi serali intermedi e avanzati, teatro extrascolastico.

Vi occupate spesso di tematiche sociali?

No, ma è capitato che ci occupassimo anche di tematiche sociali, abbiamo fatto per esempio uno spettacolo sulla mafia ambientato a Locri, un testo chiamato Sinfonia del diavolo sulla Shoah. Adesso è il turno di uno spettacolo a tematica LGBT con l’intento preciso di prevenire il bullismo omofobico nelle scuole.

Parlaci del progetto L’altra parte di me.

Il progetto L’altra parte di me è nato semplicemente leggendo l’omonimo libro. Un paio d’anni fa ho letto il romanzo, mi è piaciuto molto perché è attuale e vero, così ho deciso di contattare l’autrice per proporre un adattamento teatrale. A Cristina Obber l’idea è piaciuta, si è creata una grande sintonia. Abbiamo cercato negli anni scorsi dei finanziamenti, ma a vuoto, soprattutto perché in questo periodo le persone spendono poco così le attività culturali ne risentono. Da circa un mese è partita un’attività di crowdfunding per reperire soldi attraverso donazioni da privati o associazioni. Abbiamo bisogno di 10 000 euro per la prima e dieci rappresentazioni nei teatri di tutta Italia, per questo motivo la cifra è alta e ambiziosa.

Di cosa parla lo spettacolo?

Il tema centrale è essere se stessi e la storia d’amore. La trama segue la vita di due ragazze, è una storia di crescita fatta di esperienze positive ma anche negative come liti e prese in giro. Una delle ragazze, stufa di tutto questo parlare di sé, tappezza tutta una stanza con la parola “lesbica”. Alcune compagne di scuola mettono sul profilo Facebook della ragazza immagini di porno lesbico per prenderla in giro. Il finale è positivo, il messaggio che vuole passare l’autrice è che l’amore vince tutto. “Di amare non si decide, accade”, è frase che ricorre nel testo. Le ragazze superano le difficoltà grazie all’amore, che è un valore universale che va oltre il sesso, alla fine vengono accettate dai genitori e vivono una bella storia d’amore insieme.

Raccontaci qualche informazione sulla compagnia dell’Associazione.

La compagnia stabile è formata da uomini e donne che lavorano insieme da tanti anni, hanno appena prodotto l’Alcesti. L’altra parte di me è una produzione nuova, se riusciremo a raccogliere i fondi necessari faremo dei casting con nuovi attori e la produzione partirà da zero, anche perché noi abbiamo solo due donne nella compagnia, di età troppo matura per interpretare delle ragazze adolescenti.

Come mai avete scelto di parlare proprio di omofobia?

E’ un tema attuale e soprattutto vogliamo prevenire i fenomeni di bullismo omofobico che spesso avvengono nei contesti scolastici. Ci sono ragazzi che sono discriminati a causa del proprio orientamento sessuale in età adolescenziale. Abbiamo deciso di trattare questo tema spinoso per rendere consapevoli dell’origine di queste discriminazioni e fare un discorso di accettazione. Anche recentemente c’è stato un caso di bullismo e si sono verificati dei suicidi. Cerchiamo di partire dalle scuole parlare di apertura e soprattutto per passare l’idea che è profondamente sbagliato essere discriminati per il proprio orientamento sessuale, una persona deve essere libera di essere se stessa, di parlare, di confrontarsi e di acquisire maggiore consapevolezza e rispetto.

Come mai proprio il libro della Obber?

Perché l’ho letto casualmente e mi è piaciuto molto, ha un li linguaggio giovanile, fresco e diretto. Siccome mi occupo per lavoro di teatro per ragazzi ho deciso di unire le due cose. Inoltre non ci sono molti testi che trattano di tematiche adolescenziali legati al mondo delle lesbiche, è una tematica poco affrontata nella letteratura. Si trovano per lo più libri su storie d’amore tra adulte.

Avete già preso contatti con le scuole?

Non abbiamo ancora preso contatti perché la produzione partirà solo se raggiungeremo un budget specifico. Prenderemo però contatti in seguito. La prima si terrà a giugno a milano, ma poi lo spettacolo verrà proposto all’interno dei contesti scolastici. Ci aspettiamo reazioni positive, come quelle che l’autrice ha riscontrato presentando il proprio romanzo nelle scuole di tutta Italia. E’ stato affermato che era ora che ci fosse qualcuno che parlasse di queste tematiche impegnative all’interno dei contesti scolastici perché sono argomenti che non si affrontano tutti i giorni. Io mi aspetto una reazione positiva e di accettazione a questo spettacolo.

Non avete paura che qualcuno vi accusi di portare il gender nelle scuole?

Non abbiamo paura. Mi rendo conto che è una tematica spinosa che potrebbe dar fastidio. Francamente non mi interessano le reazioni perché io considero questo tema molto importante e penso che far prevenzione e far conoscere queste tematiche legate al bullismo omofobico sia fondamentale, lo considero una necessità in un momento come questo in cui i fenomeni di bullismo sono in grande misura presenti. So che ci sarà qualcuno che storcerà il naso, che ci bollerà come eretici e che ci caccerà con dell’acqua santa. Supero però queste cose perché sono molto motivato, credo molto nel testo e nell’adattamento teatrale e ritengo che sia fondamentale trattare di questi temi. Se incontrerò delle persone che storceranno il naso o mi diranno che non sono interessati, benissimo, ci rivolgeremo altrove.

Avete modificato la trama nell’adattamento teatrale?

No, il testo mi è piaciuto molto. Abbiamo fatto modifiche minime legate all’adattamento teatrale. E’ difficile rendere a teatro per esempio il mare o alcuni contesti che ci sono nel libro. Siamo stati molto fedeli nel complesso. Abbiamo anche ripreso parti del testo.