Elisabeth Siddal, la musa maledetta dei Preraffaelliti

In occasione della mostra dei Preraffaelliti a Palazzo Reale di Milano, vogliamo presentarvi Elisabeth Siddal, poetessa, pittrice e soprattutto musa prediletta dei pittori appartenenti alla corrente artistica che sta celebrando il capoluogo lombardo.

Correva l’anno 1848, epoca di grandi tumulti e rivoluzioni che influenzarono anche l’arte, quando in Gran Bretagna venne fondata la Confraternita dei Preraffaelliti, ascrivibile al simbolismo e che può essere considerata l’equivalente del decadentismo letterario. I tre fondatori furono Millais, soprannominato il Bambino per essere entrato in Accademia a soli dodici anni, Rossetti e Hunt, a cui si unirono in seguito, Brown, Trost RIchrds, Morris, Brune-Jones e Waterhouse. Il loro nome deriva dal fatto che prediligono l’arte medievale e antecedente a Raffaello.

I Preraffaelliti sono dei ribelli: si oppongono infatti ai valori vittoriani e alla pittura accademica, ricreando sulla tela un fiabesco, idealizzato e nostalgico mondo medievale, in contrasto con l’industrializzazione Ottocentesca. Prediligono i temi sociali come per esempio l’immigrazione, argomenti biblici, che trovano ampio spazio alla mostra di Milano, i temi nazionalisti, scene tratte da Shakespeare o da Dante e i paesaggi. Anche l’amore era un tema fondamentale, soprattutto la passione ostacolata dalla diversa condizione sociale dei due amanti, in quanto i Preraffaelliti erano dei bohemien controcorrente, che non necessariamente frequentavano fanciulle della loro stessa estrazione sociale. Solitamente si ispirano ad una scena immaginata, che poi realizzano osservando attentamente il reale.

Elisabeth Siddal non era conforme ai canoni estetici vittoriani, ma era perfetta come modella preraffaellita: magrissima al punto da essere sospettata di anoressia, splendida nelle vesti medievali così diverse dai corsetti vittoriani, incarnava lo stereotipo della donna bisognosa di cure in quanto cagionevole di salute e rossa di capelli, una caratteristica che all’epoca veniva associata al diavolo e alla stregoneria. Il suo aspetto angelico nascondeva un carattere determinato e fiero e un’indole artistica di grande talento.

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Elisabeth Siddal, Lizzie o Sid per parenti e amici, è nota a tutti per aver posato come modella per il più celebre dipinto preraffaellita, l’Ofelia di Millais, in cui la donna vestita di bianco e circondata da fiori viene trascinata morente dalle acque di un fiume. Il poeta realizzò innanzi tutto la vegetazione che circonda il pallido corpo della protagonista, morta suicida per la follia che le causò l’amato Amleto; il paesaggio venne ispirato dipingendo en plein air il fiume Hogsmill, nel Surrey. Successivamente ritrasse Lizzie immersa in una vasca da bagno indossando un abito bianco d’epoca. La modella resistette stoicamente in posa anche quando una delle lampade che dovevano riscaldare l’acqua si spense, ciò le provocò una bronchite (o una polmonite? Le fonti online sono in disaccordo) cronica, che indusse suo padre a chiedere al pittore un risarcimento per le cure mediche. La malattia, che secondo molti era psicosomatica, la indusse ad assumere del laudano, da cui divenne dipendente.

La Siddal apparteneva ad una famiglia benestante di Sheffield nel Middlesex che, quando migrò a Londrà, precipitò alla base della scala sociale. Suo padre Charles era un coltellinaio, ma nonostante ciò ricevette un’istruzione tipica del ceto elevato perché la madre Elisabeth Eleonor Evans era una donna molto orgogliosa e ambiziosa. Elisabeth Siddal nacque, terza di otto figli, un anno dopo la migrazione della famiglia, che abitava a Hatton Garden, un quartiere abitato da persone di diversa estrazione sociale, ma più tardi si trasferì nel distretto di Southwark, a sud di Londra, poiché le condizioni economiche dei Siddal erano peggiorate.

Prima di diventare un’artista e una modella, Lizzie fece la commessa in un negozio di cappelli a Leicester Square, a Cranbourne Street 3, presso la boutique di Mrs Tozer. Fu proprio in tale boutique che il destino di Elisabeth cambiò drasticamente: un giorno entrò in qualità di cliente il giovane pittore Walter Howell Deverell, che fu presentato alla ragazza da un amico che usciva con l’altra commessa del negozio. Elisabeth fu scelta da Deverell come modella per La dodicesima notte, un dipinto a tema Shakespeariano. Il pittore dovette chiedere alla madre di intercedere per lui, in quanto fare la modella era un mestiere malvisto. Fu così che Sid entrò nella cerchia dei Preraffaelliti. Elisabeth Siddal veniva considerata dai Preraffaelliti una stunner, termine utilizzato dalla cerchia per indicare una donna dalla bellezza conforme ai canoni estetici del gruppo, perfetta per diventare la loro musa. Fu modella non solo di Deverell, ma anche di Hunt, Brown e Millais, almeno sino a quando il suo amante e futuro marito Rossetti lo permise.

Ben presto Elisabeth si innamorò si uno dei fondatori della Confraternita, Dante Gabriel Rossetti, un pittore di origini italiane che apparteneva ad un ceto più elevato rispetto a lei. Il vero nome di battesimo del pittore era Charles Gabriel Dante, ma l’artista invertì l’ordine dei nomi in onore di Dante Alighieri, suo soggetto prediletto in molte opere che ritraevano il suo ideale di amore, una passione tormentata e non corrisposta come quella che il poeta fiorentino provava per Beatrice. Rossetti era anche un giornalista ed un poeta, devoto alla corrente del romanticismo.

Per amore Sid lasciò la famiglia e si trasferì in un appartamento in affitto al centro di Londra. Rossetti non fu mai fedele a Elisabeth: la tradì con molte donne, tra cui modelle e alcune compagne di colleghi preraffaelliti, come Annie Miller, l’amante di Hunt, e Jane Burden, che sarebbe diventata la moglie di Morris e con cui Rossetti strinse una relazione stabile alla morte della Siddal, un rapporto che durò molto anni nell’indifferenza o nella negazione del marito della donna.

Lizzie sfruttava la malattia per attirare l’amante, costruendo un rapporto tra malata-bisognosa e galante soccorritore. Come abbiamo già accennato, i malori di Elisabeth erano probabilmente psicosomatici, ma si è ipotizzato che soffrisse anche di depressione, inoltre mangiava molto poco al punto da essere sospettata di anoressia ed era affetta da dipendenza da laudano

La Siddal era l’unica tra le donne dei preraffaelliti ad essere dotata di buone maniere, di un’educazione elevata e a dedicarsi alla poesia e alla pittura, infatti realizzò alcuni splendidi autoritratti. Le altre amanti e modelle provenivano per lo più dai bassifondi e venivano perciò educate dai loro amanti ribelli ma di ceto più elevato. Alcuni dipinti di Sid vennero esposti presso le mostre dei colleghi preraffaelliti e il celebre critico John Ruskin divenne il suo mecenate, fornendole una somma mensile; tale condizione di artista indipendente era molto rara per una donna all’epoca. Con le sue entrate, Lizzie si pagò diversi viaggi: visitò infatti la Francia e, per riprendersi dalla malattia cronica, fece lunghi soggiorni ad Hastings e Bath, note località termali. Quando le sue condizioni di salute si aggravarono, Rossetti la sposò contro il volere della famiglia, che la giudicava una donna dai modi bizzarri e di ceto sociale inferiore; era il maggio 1860, le nozze si celebrarono nella chiesa di S. Clement.

Lizzie si riprese dalla malattia e, quando rimase incinta, e si trasferì nella Red House dei Morris, un’abitazione in perfetto stile preraffaellita, mentre il marito era impegnato a lavorare. Sid purtroppo nel 1861 diede alla luce una bambina morta e la depressione post-partum accrebbe i sintomi della malattia.

L’anno seguente Lizzie e Rossetti andarono a cena con il poeta Swinburne al ristorante La Sablonière. Quando la coppia rincasò ci fu una discussione, così Dante lasciò la moglie a casa per recarsi al Working Men’s College. Quando l’artista ritornò, trovò la Siddal agonizzante poiché aveva ingerito mezza bottiglietta di laudano. Al fianco della donna trovò una lettera d’addio, in cui la modella chiedeva al marito di prendersi cura del fratello Henry, affetto da problemi psichici. La missiva fu bruciata dall’amico Ford Madox per non lasciare prove del suicidio, che all’epoca non solo non consentiva di essere sepolti in terra consacrata, ma gettava disonore sulla famiglia ed era considerato un reato. Lizzie aveva trentadue anni ed era incinta, il suo ultimo atto fu un suicidio proprio come l’eroina shakespeariana Ofelia, a cui prestò il volto nel dipinto di Millais. La polizia aprì un indagine e la morte fu catalogata come accidentale, tuttavia per Londra si sparse il pettegolezzo che Sid si era tolta la vita volontariamente o che addirittura Rossetti l’avesse uccisa.

Nella bara, tra i capelli di Lizzie, venne deposta l’unica copia manoscritta delle poesie che Rossetti aveva composto ispirandosi a lei. L’artista si sentiva perseguitato dal fantasma della moglie: raccontò ad alcuni intimi che la donna gli faceva visita in sogno ogni notte e cercava di mettersi in contatto con lei attraverso sedute spiritiche e medium. Nel 1869 decise di riesumare Elisabeth per recuperare il libro di poesia, che fu dissotterrato di notte per non destare pettegolezzi. Si diffuse la diceria che la salma fosse integra e bellissima, i capelli erano cresciuti a dismisura riempiendo la bara. Rossetti trascorse gli ultimi anni della sua vita tormentato dai propri fantasmi, in preda di depressione e squilibri mentali e affetto da dipendenza dal clorario.

In Beata Beatrix, ritrasse Elisabeth come una bellezza angelicata nei panni di Beatrice, la fanciulla che, con la sua morte, lasciò solo Dante Alighieri. Beatrice, in una scena della Vita Nova, è ritratta in estasi mistica, con gli occhi socchiusi e il volto rilassato. L’incarnato pallido è simbolo della morte precoce, mentre le mani giunte si protendono verso un papavero di oppio, necessario per produrre il laudano. Il fiore è stretto nel becco di una colomba aureolata rossa, il colore della passione e della morte; l’uccello è simbolo dello Spirito Santo. Lizzie era soprannominata anche “the Dove”, colomba, perciò non è casuale la presenza dell’animale, la cui lettura allegorica è confermata da un lettera che Rossetti scrisse all’amico Robertson. Le vesti di Beatrice sono verdi, il colore della speranza e della vita, ma anche grigie, emblema del dolore sepolcrale e della morte.  La meridiana alle spalle di Beatrice indica le nove, ora in cui muore il personaggio dantesco, e età che aveva la ragazza quando Dante la incontrò per la prima volta; il numero nove è anche ricorrente nella struttura della Divina Commedia. Dietro un muretto sono visibili Cupido e Dante che osservano Beatrice lasciare la vita terrena; sullo sfondo spicca la sagoma del Ponte Vecchio di Firenze.

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FONTI:

 

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Dio nella macchina da scrivere. Vita e morte di una poetessa.

Articolo pubblicato su Cultweek.

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Anne Sexton, una delle più brillanti e problematiche penne femminili del Novecento: è lei la protagonista del romanzo di Irene di Caccamo Dio nella macchina da scrivere, pubblicato da La Nave di Teseo e candidato nel 2019 al Premio Strega.
Anne è una donna bella, intelligente e affascinante, ma complessa: soffre infatti di disturbo bipolare, un male che comporta l’assunzione di pesanti psicofarmaci e l’alternarsi di estenuanti periodi di depressione, cui seguono anche ricoveri in ospedale psichiatrico. La sua unica ancora di salvezza è la scrittura di poesie, un talento innato che presto inizierà a coltivare anche attraverso lo studio.
Prima di scoprire la propria abilità di poetessa, Anne Sexton è una casalinga americana insoddisfatta.
Il rapporto con le due figlie è complicato, infatti le ama eppure le trascura, oppure sfoga su di loro le proprie crisi di nervi:
“non sono riuscita più a controllarmi e ho schiaffeggiato come una furia Margherita davanti a tutti, anche se in realtà era Rosa a fare i capricci, ma lei non diceva niente a sua sorella e io non ne potevo proprio più e dovevo sfogarmi. Alla fine mi sono chiusa nella mia stanza e ho preso delle pillole per calmarmi.”
Anne è consapevole delle proprie difficoltà nel ruolo di madre:
“Vorrei stringere i loro corpi a me ma non lo faccio per timore di svegliarle. Soltanto quando dormono riesco a stare vicino alle mie figlie senza provare paura.”
E, ancora:
“Margherita e Rosa le ha chiamate il loro padre, come i fiori che preferisce. Io le mie due bambine le ho chiamate prima e seconda.”
Il marito viene continuamente tradito con uomini cui Anne dedica lettere d’amore colme di passione e contorta follia, eppure il consorte è una salda ancora per la sua vita:
“-Sono una donna fragile e squilibrata e piena di paure, ogni volta che mio marito si allontana vado a cercarmi qualcuno.- -Perché lo fa?- -Forse perché ho bisogno dello sguardo innamorato di un uomo per sapere chi sono?-“
Gli incontri con lo psichiatra sono un espediente per scavare ulteriormente dentro di sé, ma la verità che ne emerge è ancora ambigua: la donna rivela al dottore di essere stata molestata dal padre, eppure si tratta di un racconto fittizio, di cui ogni volta muta la versione; lo psichiatra propone a Anne di registrare le sedute per consentirle di prendere coscienza:
“Nella mia testa tutto pensa, le idee scambiano altre idee e si perdono in direzioni diverse che non portano a niente non vanno da nessuna parte, è sempre un ricominciare tutto dallo stesso punto, e poi quando esco da qui non ricordo neanche quello che ci siamo detti l’ultima volta.”
Il suggerimento di scrivere è determinante: una svolta. Le parole, i pensieri, la scrittura, invadono ogni spazio della mente di Anne, la vivono e la fanno vivere: ma tutto è tormento, esistere fuori di sé e guardare dentro di sé.
“Lui prende appunti su di me e io scrivo sul mio quaderno versi su me stessa. è meglio che faccia qualcosa di costruttivo piuttosto che stare lì a pensare di uccidermi, dico.”
Le mire di suicidio iniziano durante l’adolescenza, quando la giovane Anne inscena la propria morte; successivamente si susseguono diversi tentativi di suicidio, sino a quello in cui la poetessa, che nel 1967 aveva vinto il Pulitzer, riesce nel proprio intento, chiudendosi nel garage con il motore dell’auto acceso, indossando solo la pelliccia della madre. È il 1974.
In prima persona, con libertà, Irene di Caccamo reinventa la vicenda della poetessa, dei sui suoi moti interiori.
Lo stile è vicino al flusso di coscienza di Virginia Woolf: la voce che narra è insieme dentro, fuori e insieme al personaggio.
Ecco per esempio come viene descritto il primo giorno in ospedale psichiatrico:
“Presto tornerà a casa, Anne. Appena un gemito e in un attimo sono fuori dal buio. Non riesco a dire e la gola non produce suoni, sento a tratti il dottor O. che mi parla e tento di rispondere ma respiro parole senza voce, poi mi volto e lo vedo fermo con lo sguardo teso sullo sfondo di una parete slavata. Ho la paralisi nel corpo e non percepisco me e mi ritrovo ai limiti, e non appena accenno un piccolo movimento tutto si deforma, i muri di questa stanza, il pavimento e il soffitto insieme. Mi sembra di non essere capace di nulla e non posso fare niente. Torno così dalla morte, sono sfinita.”
Introspezione, confessione, sensazione: Irene Di Caccamo compie con questo libro un’opera di omissione e restituzione. Non è una biografia. È un audace, lirico, intimo calco della vita emotiva di una donna complessa e vitale, contraddittoria e profonda, fragile e umana.

La cronaca diventa teatro: “Tutto quello che volevo”

Articolo pubblicato su Modulazioni Temporali

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“Tutto quello che volevo, storia di una sentenza” è un monologo di Cinzia Spanò con la regia di Roberto Recchia, andato in scena dal 2 al 19 maggio presso il Teatro Elfo Puccini di Milano.

Si tratta della vera storia di due ragazzine di quattordici e quindici anni di uno dei licei più prestigiosi di Roma, che si prostituivano in un appartamento della capitale. I clienti erano persone benestanti e insospettabili padri di famiglia, che incontravano le giovani nel pomeriggio, dopo l’orario di scuola. Alla giudice Paola di Nicola è spettato il compito di stabilire quale risarcimento spettasse alle vittime, ma può una cifra in denaro compensare le ragazze di ciò di cui sono state private? Cinzia Spanò da voce alle parole della magistrata: – Com’è possibile risarcire quello che [la ragazza] ha barattato per denaro dandole altro denaro? Se io adesso dispongo di risarcirla in questo modo non farei che ripetere la stessa modalità di relazione stabilita dall’imputato con la vittima, rafforzando in lei l’idea che tutto sia monetizzabile, anche la dignità. E come può inoltre il denaro proveniente dall’imputato, il mezzo cioè con cui lui l’ha resa una merce, rappresentare per quella stessa condotta il risarcimento del danno? – L’attrice reciterà anche la singolare sentenza della giudice, rivelando come si è conclusa la vicenda delle due ragazzine.

I colori dominanti sulla scena sono il bianco e il nero: di tali tonalità sono infatti tinti i pannelli su cui sono proiettati i video in bianco e nero di Paolo Turro, ma nero è anche il colore della toga della giudice e degli indumenti che indossa, vale a dire pantaloni da ufficio, una camicetta elegante, scarpe col tacco e una collana di perle. Due cubi bianchi vengono continuamente spostati sul palco e sono le sedie su cui recita Cinzia Spanò, dei fogli bianchi su cui la giudice evidenzia con un pennarello nero sono i documenti del processo. Colori eleganti e neutri, come le aule di un tribunale. L’opera non è solo il racconto di un fatto di cronaca, ma anche il percorso di crescita interiore di un giudice donna che deve compiere una scelta difficile scavando dentro di sé, in un viaggio nell’onirico. Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro, diceva Nietzsche, le sue parole accompagnano le riflessioni di Paola. L’attrice enuncia i fatti come se si stesse confessando alo spettatore, in una sorta di flusso di coscienza perché il tempo con cui parla è il presente, infatti racconta gli avvenimenti mentre questi si verificano.

Lo spettacolo è inoltre un’occasione per ripercorrere la storia delle donne nei tribunali, da quando hanno potuto indossare la toga da magistrato nonostante coloro che le ritenevano incapaci di esprimere un giudizio sui casi, al Processo per Stupro trasmesso in televisione, che rivelava come le vittime spesso non erano considerate tali. Sono stati proiettati dei video al riguardo, con le dichiarazioni agghiaccianti di quanti si erano pronunciati contro le donne. In tali video le parole rivestono un’importanza fondamentale, così come nella ricostruzione delle telefonate intercettate che hanno permesso ai carabinieri di scoprire la storia delle due ragazzine. Più volte il monologo ritorna sul ruolo cruciale delle parole nella nostra vita: viene raccontato che un uomo ha la facoltà di pronunciare solo un certo numero di parole nella sua vita, quando pronuncia l’ultima parola, muore; per questo motivo, bisogna fare attenzione quando si parla. L’opera è agghiacciante perché racconta una storia realmente accaduta e scava a fondo nella professione di magistrato, nello specifico nei compiti di una giudice donna.

Cinzia Spanò commuove, induce a riflettere e informa, con una voce deformata dal microfono che sembra provenire da lontano, dal mondo onirico da cui recita le sue confessioni. Lo spettacolo parla di donne, ma si rivolge anche agli uomini, sebbene nella storia la figura maschile compaia solo nel ruolo di aguzzino.

“La duchessa” e la triste situazione delle donne nel settecento

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La duchessa è un film del 2008 che racconta la discriminazione e la violazione dei diritti umani subita dalle donne nel Settecento. L’opera è stata nominata agli Oscar 2009 per i migliori costumi e la migliore scenografia, vincendo l’ambita statuetta dorata per la prima categoria. L’unico difetto della pellicola è che si rivolge ad un pubblico solamente femminile, evitando di coinvolgere gli uomini nel dibattito sui diritti delle donne.

Il film è la trasposizione cinematografica di Georgiana, biografia di Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, scritta da Amanda Foreman. Georgiana, simpaticamente chiamata G dai suoi cari, viene data in sposa a diciassette anni al severo e anaffettivo duca di Devonshire. L’uomo è disinteressato a lei come persona, tutto ciò che chiede è un erede maschio e obbedienza. Georgiana diventa una personalità molto apprezzata tra i nobili inglesi e ottiene molti successi in politica schierandosi con i Whing, purtroppo l’erede tarda ad arrivare in quanto nascono due bambine e il conte tradisce ripetutamente la protagonista. La giovane diventa molto amica di Bess, una donna percossa e poi cacciata dal marito che ha perso ogni diritto di frequentare i suoi figli. Bess diventa l’amante del conte e ottiene da lui la facoltà di vivere con i propri ragazzi: G inizialmente soffre molto per il tradimento, in seguito comprende che i due si amano e accetta la loro relazione. Il conte continuerà a stuprare la protagonista per ottenere il tanto desiderato erede maschio, sino all’effettiva nascita del bambino.

Quando G si innamora del giovane politico dei Whing Gray, resta incinta e decide di andare a vivere con lui, non ottiene il benestare dal marito che la ricatta: se la giovane vuole continuare a crescere i propri figli, dovrà cessare di frequentare Gray e lasciare a lui la piccola che porta in grembo. L’amore di madre vince l’amore sentimentale, perciò G decide di restare con il conte, accettando di frequentare la figlia illegittima solamente durante delle brevi visite. Bess, che non è affatto un personaggio negativo come potrebbe sembrare inizialmente, appoggia alla protagonista: la aiuta a intrattenere una relazione clandestina con Gray e la assiste durante la gravidanza illegittima.

Il film è drammatico, tragico, triste e malinconico, l’atmosfera è claustrofobica come la sofferta vita di G. Il ritmo è moderatamente lento: non ci sono scene d’azione, i dialoghi sono la colonna portante. Tutto ciò è condito da una colonna sonora discreta ma efficace nel ricreare un’atmosfera struggente, tipica dei romanzi rosa tristi e travagliati, che si rivolgono prevalentemente ad un pubblico femminile. Non vogliamo criticare a prescindere il genere del film in quanto è giusto che le persone che adorano piangere davanti al grande schermo siano accontentate, tuttavia sarebbe utile che la questione dei diritti delle donne sia proposta anche agli uomini, magari trattando temi che potrebbero piacere ad entrambi i sessi. Per esempio, svolge un ruolo piuttosto importante nel film la politica, tuttavia dei Whing apprendiamo solamente che lottavano per un non meglio precisato concetto di “libertà“; sarebbe stato interessante approfondire la storia dei partiti politici inglesi del Settecento. Sarebbe stato inoltre interessante inserire in alcune scene delle usanze tipiche settecentesche, invece i comportamenti dei personaggi sono piuttosto simili ai nostri.

La protagonista è inoltre una donna perfetta, priva di difetti: giovane, bellissima, determinata, spavalda, carismatica, vincente, con una passione, secondo i canoni dell’epoca tipicamente maschile, come la politica. Il ruolo è stato assegnato ad una celebrità del calibro di Keira Christina Knightley, che ha interpretato protagoniste con una personalità simile (anzi, identica) in altri film, molto spesso in costume come in La duchessa: dopo essersi conquistata l’affetto del pubblico nel 2002 in Sognando Beckham quando era ancora una ragazzina, l’anno seguente ha ottenuto il suo primo grande successo nel primo capitolo dei Pirati dei Caraibi; nel 2005 ha interpretato Elizabeth Bennet in Orgoglio e pregiudizio; nel 2008 ha vinto degli importanti riconoscimenti per Espiazione;  nel 2012 recita in Anna Karenina; nel 2014 escono Tutto può cambiare e The Imitation Game; nel 2016 infine è il turno di Collateral Beauty. La profonda sofferenza della protagonista non viene trasmessa mediante i dialoghi, ma attraverso struggenti primi piani del viso disperato della protagonista; il volto di Keira è estremamente espressivo, riesce a esprimere contemporaneamente determinazione, ribellione, fragilità e dolore. Il solo problema del personaggio di G è un eccessiva perfezione: analizzando la trama, non si troverà un solo difetto nella protagonista, fatta eccezione per una irrimediabile sfortuna che la condanna ad una vita di sofferenza. Si tratta del personaggio ideale per far scattare nella mente delle spettatrici un meccanismo di identificazione, infatti una giovane donna che guarda il film desidera ardentemente di assomigliare a Georgiana, ma al tempo stesso si sente fortunata a non essere lei in quanto, vivendo nel XXI secolo, non subirà mai analoghe ingiustizie. E’ sempre meglio diffidare dei modelli di perfezione: i personaggi ordinari sono più simpatici ed evitano di provocare un senso di inadeguatezza nelle giovani donne.

Anche il personaggio del conte è poco approfondito: le crudeli scelte dell’antagonista infatti non sono solo dettate dal costume dell’epoca, ma anche da un’incapacità di provare empatia, interesse e affetto per i propri simili. Ma cosa ha portato il conte ad essere così? Inoltre nessuno è un concentrato di puro odio e malvagità, ma il conte non sembra possedere alcuna caratteristica positiva a parte la sua passione per i cani oppure, nell’ultima scena, quando confida a Georgiana di invidiare i propri figli poiché, in quanto bambini, possono vivere spensieratamente. Ne risulta un antagonista superficiale, un orco che sembra provenire da una favola anzichè da una storia realmente accaduta, privo di cedimenti o debolezze umani e creato appositamente per risultare odioso, senza approfondire il punto di vista maschile nella rigorosa e soffocante società Settecentesca.

Infine è doveroso ricordare che, rispetto alla biografia, abbondano le imprecisioni storiche, che piegano la realtà in favore della tragedia. Il pubblico dovrebbe essere educato all’amore per la storia, anzichè ai drammi rosa, soprattutto considerando che la biografia di Georgiana non necessita di essere modificata per risultare avvincente.

Il risultato è un film leggero, ideale per strappare qualche lacrima ad una casalinga, ma privo di profondità. I costumi e le scenografie, apprezzati durante la premiazione degli Oscar 2009, sono realistici ed efficaci, ma non è il caso di spingersi oltre nelle lodi della pellicola. Quando i film sulle problematiche femminili si rivolgeranno anche agli uomini, forse avremo fatto un passo avanti verso la parità dei generi.

 

“Suffragette”, la lotta per i diritti civili delle donne.

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Suffragette è un film del 2015 della regista Sarah Gavron e della sceneggiatrice Abi Morgan, che racconta la lotta delle donne per il diritto di voto nei primi anni del Novecento. Il tema principale sono naturalmente i diritti civili delle donne, ma vengono trattati anche argomenti altrettanto importanti come il lavoro minorile, i diritti dei carcerati, dei lavoratori e quelli dei manifestanti. Alcune scene del film sono state girate nel Palazzo di Westminster, sede del Parlamento del Regno Unito.

La vicenda è ambientata a Londra nel 1912, la protagonista è Maud Watts (Carey Mulligan) che lavora in una lavanderia da quando aveva sette anni in condizioni di sfruttamento, abuso e rischio per la salute. Dipingendo un ritratto della situazione dei lavoratori nelle lavanderie londinesi e la giovanissima età di alcune dipendenti, il film parla dei diritti dei lavoratori e dei bambini. Nonostante la povertà e la difficile condizione sociale, la protagonista si è guadagnata un ruolo di tutto rispetto nella lavanderia e si è sposata con Sonny, con il quale ha avuto il piccolo George.

Maud entra in contatto con le suffragette sul luogo di lavoro e gradualmente si appassiona alla lotta delle femministe, soprattutto grazie alla collega Violet. Maud si avvicina al femminismo al fianco di Edith Ellyn (interpretata dalla bellissima e celebre Helena Bonham Carter), una farmacista locale che gestisce con il marito una base segreta delle suffragette, e Alice, un’attivista dell’alta borghesia. La lotta per i diritti delle donne si è svolta attraverso azioni aggressive da parte di entrambe le fazioni: le femministe hanno dovuto intraprendere azioni radicali e violente di disobbedienza civile perché era l’unico modo per ottenere l’attenzione dello stato, le autorità hanno attuato una politica di repressione che violava i diritti fondamentali dell’uomo. La polizia ha per esempio attaccato le manifestanti indifese, le detenute in prigione vengono sottoposte a torture. La società inoltre isola e diffama le suffragette, infatti Maud perderà il figlio e il lavoro per i propri ideali.

Ciò che colpisce non sono solo le leggi incivili che limitavano la libertà delle donne, ma anche la mentalità con cui i mariti si approcciavano alle consorti: un uomo si sente in dovere non solo di difendere la moglie, ma anche di decidere circa tutto ciò che riguarda la sua vita, perciò il marito di Edith si sente legittimato a rinchiudere la farmacista in un armadio per impedirle di partecipare ad un’azione politica, come se la donna fosse una sua proprietà. Un marito ha inoltre il diritto di cacciare la moglie di casa se lo desidera e di privarla del figlio, su cui una madre non può esercitare alcun diritto.

Le suffragette al cinema sono state rappresentate soprattutto nel film di Mary Poppins, perciò i più le associano all’immagine che tale film diffonde di loro, dipingendole come delle simpatiche borghesi che si riuniscono per bere il tè e sfilano sorridenti per le strade di Londra. In verità le suffragette erano misere operaie sfruttate e abusate, che non avevano nulla da perdere e pertanto erano disposte a tutto per affermare i propri diritti; il film racconta egregiamente la reale condizione di queste eroine della storia. Abi Morgan scava nei diari e negli archivi alla ricerca di donne e ragazze che hanno rinunciato alla propria posizione sociale per la lotta, oppure di persone come Emily Davison, che ha sacrificato la propria vita sotto il cavallo di re Giorgio V per attirare l’attenzione dei media (alcuni tuttavia sospettano che, differentemente da quanto racconta il film, la morte della donna sia stato un incidente, perchè nella tasca del suo cappotto era presente un biglietto per tornare a casa). Emily Davison è un personaggio del film, al termine del quale compaiono alcune scene del suo funerale. La sceneggiatrice si racconta, rivelando alcune preziose informazioni sulla ricerca che ha preceduto la scrittura dell’opera: “Non c’erano molti documenti scritti dalle suffragette perché la maggior parte di loro erano analfabete e non avevano nemmeno il tempo per imparare a scrivere”.

Nella storia di Maud compaiono dei personaggi storici: la professionista di arti marziali Edith Garrud, che nel 1913 organizzò dei corsi simpaticamente chiamati suffrajitsu per insegnare alle suffragette a difendersi con il jujitsu dai poliziotti, fusa con il personaggio di un’altra femminista realmente esistita, Edith New, una delle prime a compiere atti di disobbedienza civile. Compare inoltre Emmeline Pankhurst, interpretata dalla divina Meryl Streep anche se si tratta di un ruolo secondario, fondatrice nel 1903 e leader del WSPU e una delle più note e importanti figure del movimento suffragista. Le due donne sono state interpretate da due star del cinema pur non essendo le protagoniste e compaiono sulla locandina del film; probabilmente le autrici hanno voluto mettere in risalto tali personaggi proprio attraverso la scelta di attrici illustri.

Il film termina con l’elenco delle date in cui tutti gli stati del mondo hanno adottato il suffragio universale maschile e femminile.

Il movimento Me Too

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Aristotele disse che “la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli“. Ne consegue che anche i personaggi che maggiormente possiedono successo e potere nella nostra società, come le star del cinema e del mondo dello spettacolo in generale, possono non avere una dignità, nonostante i molteplici riconoscimenti sociali. Le vicende che circondano il movimento Me Too hanno messo in discussione la dignità di molti artisti e personaggi dello show business, oltre ad aver posto l’accento sulla tematica della violenza sulle donne, in particolare nel mondo del lavoro.

Ma partiamo dal principio. Il movimento Me Too è una campagna femminista finalizzata alla denuncia delle violenze subite dalle donne, in particolare sul posto di lavoro. Tutto è cominciato dopo la pubblicazione delle inchieste giornalistiche sugli abusi sessuali commessi dal produttore statunitense Harvey Weinstein, focalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto ci sia di torbido dietro le quinte dello show business. L’uomo, un potente impunito, è stato accusato da diverse artiste, che sono state credute pur senza processi e prove, un dato non scontato perchè, sino a pochi decenni fa, una donna veniva considerata priva di dignità se subiva un abuso e non sempre veniva creduta. Harvwy Weinstein è stato denunciato da diverse artiste, tra cui  Asia Argento, Salma Hayek, Rose McGowan, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevingne, Mira Sorvino, Rosanna Arquette e Lea Seydoux.

Nell’ottobre 2017 il movimento ha avuto una diffusione virale nel mondo dei social grazie ad un hastag avente la funzione di dimostrare quanto sia alta la frequenza delle molestie sessuali subite dalle donne, raccontando la drammatica storia delle vittime. L’hastag era il nome del movimento che significa “anch’io”, perchè la denuncia di una donna induceva una compagna a prendere la parola e a raccontare un episodio di violenza capitato a lei.

Sempre nel 2017, il movimento Me Too è stato scelto come persone dell’anno dal Time e, sulla copertina del celebre giornale, sono state immortalate, vestite di nero, cinque donne fiere e determinate: Ashley Judd, tra le prime cinque star ad accusare Wensttein; Taylor Swift, che ha vinto una causa per molestie sessuali contro il dj David Muller; Adama Iwu, che ha creato il sito We said enough per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica; Susan Fowler, ex ingegnere informatico di Uber che, con una denuncia per molestie sessuali, ha portato al licenziamento il Ceo e altri venti dipendenti; Isabel Pascual, una raccoglitrice di fragole messicana che ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato gli abusi.

L’italiana che ha maggiormente contribuito al movimento è Asia Argento, che ha parlato pubblicamente dello stupro che ha subito da parte di Weinstein a Cannes nel 1997, quando l’attrice aveva 21 anni. Il suo contribuito è stato fondamentale per la crescita del Me Too, anche se da molti è stata contestata in quanto risulterebbe sospetto denunciare uno stupro a distanza di anni. A ciò altri hanno ribattuto che molte vittime di violenza non trovano la forza per denunciare, contribuendo così a coprire il proprio aggressore, oppure ci riescono solo dopo anni, una volta superato il trauma.

Asia Argento era dunque un’eroina quando Jimmy Bennet, oggi ventiduenne, ha rivelato di aver subito un’aggressione sessuale da parte della star quando l’attore e musicista aveva diciassette anni. L’attrice lo avrebbe risarcito con 380 mila dollari, ma l’esperienza traumatica avrebbe comportato per Bennet un crollo emotivo talmente potente da averlo condizionato sul set. Asia Argento è stata accusata in seguito agli sms divulgati da Rain Dove, la compagna di Rose McGowan, nei quali la figlia del regista di film horror confessa di aver avuto un rapporto sessuale con Bennet, all’epoca minorenne.

Harvey Weinstein ha colto l’occasione al volo per tentare di riscattare la propria immagine e affossare il movimento Me Too infatti, in una dichiarazione a Fox News, il suo avvocato Benjamin Rafman ha accusato l’attrice italiana di “un incredibile livello di ipocrisia”, infatti l’episodio di violenza sul ragazzo “dovrebbe dimostrare a tutti quanto malamente le accuse contro Weinstein siano state effettivamente crollate”. L’episodio potrebbe avere gravi ripercussioni sulla carriera di Asia, infatti persino Sky si è pronunciato al riguardo sostenendo che, se i fatti saranno confermati, la star non parteciperà al programma X Factor.

L’attrice è stata allontanata dal movimento proprio da Rose McGowan, un’artista che l’aveva sostenuta con ardore nelle sue battaglie: la donna non solo ha preso le distanze da lei, ma l’ha paragonata a Weinstein, allontanandola dal Me Too con una lettera facilmente rintracciabile in Internet.

L’episodio ha scatenato un acceso dibattito e ha sollevato opinioni contrastanti. Non è escluso che una vittima possa essere anche un carnefice, pertanto una persona può essere stata violentata in un episodio e aver violentato in un altro; ne consegue che il movimento Me Too non è ipocrita come è stato affermato da Weinstein, soprattutto perché ha avuto degli effetti positivi nello smascherare le molestie nel mondo dello spettacolo e nella difesa delle donne in generale. Ciò non toglie che, se Asia ha veramente commesso uno stupro, merita di essere punita ed è evidente che la donna ha calpestato la propria dignità macchiandosi di una colpa gravissima e, come ha detto il produttore, anche di ipocrisia. Molti sostengono che Asia sia stata incastrata per risollevare l’immagine di Weinstein; anche se non ci sono prove concrete al riguardo, bisogna tenere in considerazione tale ipotesi.

Ma una donna può stuprare? La questione è controversa, perché sicuramente le violenze subite dalle donne sono un fenomeno molto più diffuso e grave, però anche le vittime maschili meritano considerazione. Secondo il giornale online Bossy, anche gli uomini vengono stuprati, nelle stesse dinamiche in cui le vittime sono le donne. Gli uomini però hanno problemi ben maggiori rispetto alle donne perché non esistono centri di accoglienza, numeri verde o sportelli per supportarli inoltre, quando sporgono denuncia, spesso il loro caso viene trattato con sufficienza. L’uomo violentato inoltre si vede privato della propria virilità e accusato di omosessualità da una società omofoba (specie se lo stupratore è un uomo, ma anche se l’aggressore è una donna), pertanto la vittima tenderà a nascondere l’accaduto, coprendo il proprio carnefice.

Il fenomeno Me Too ci mostra come, dietro i lustrini e i riflettori, il mondo dello spettacolo possa anche essere privo di dignità e quanto sia allarmante il fenomeno delle violenze sessuali sul lavoro.