La strage del teatro Diana

Articolo proposto per conto de Lo Sbuffo alla casa editrice Tlon.

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Il Cimitero Monumentale di Milano ospita antiche tombe ottocentesche e settecentesche, che celebrano la ricchezza delle più illustri famiglie milanesi. Il ricordo dei defunti è possibile grazie a delle fotografie sbiadite, ma anche da brevi frasi che ricordano alcune loro caratteristiche. Noi dello Sbuffo siamo rimasti colpiti da un ragazzo di circa vent’anni sepolto in un’imponente quanto antica tomba monumentale, poche lettere riportavano: “morto nell’eccidio del Teatro Diana”. Abbiamo deciso di scoprire di più sulla sua sorte.

Erano gli anni del Biennio rosso (1919-1920), l’Italia era teatro non solo di occupazioni di fabbriche e di terreni agricoli da parte di contadini e operai e dei conseguenti atti di repressione da parte della borghesia e dello stato, ma anche di veri e propri scontri violenti e attentati, soprattutto nel centro-nord. In questi anni nacquero a Milano i Fasci di Combattimento di Benito Mussolini e il Partito Comunista a Livorno, si crearono due fazioni che diedero vita ad una lotta fratricida. In tale allarmante scenario agivano anche numerosi movimenti anarchici, determinati a frenare lo squadrismo nato a Piazza San Sepolcro e a lottare per realizzare le proprie idee politiche. Dodici anarchici, tra cui Malatesta, Borghi e Quaglino, erano detenuti in carcerazione preventiva senza che si istituisse un processo o un capo d’accusa, pertanto Borghi, Quaglino e Malatesta iniziarono uno sciopero della fame. Malatesta, ultrasettantenne, si ritrovò in punto di morte e ciò provocò manifestazioni e atti di protesta tra gli anarchici, compreso un atto terroristico.

Per la notte del 23 marzo 1921 furono organizzati tre diversi attentati che, secondo i mandanti e gli organizzatori, non avrebbero dovuto causare vittime. Il primo attentato prevedeva l’esplosione di una bomba presso la centrale elettrica di Via Gadio e il secondo nella sede del quotidiano Avanti!; entrambe le esplosioni si sarebbero svolte di notte, in assenza di personale all’interno, pertanto non ci sarebbero state vittime; entrambe tali iniziative fallirono. Il terzo attentato si sarebbe svolto presso l’Hotel Diana, adiacente all’omonimo teatro, dimora abituale del Questore Giovanni Gasti, fondatore della Polizia Scientifica Italiana, bersaglio degli organizzatori in quanto rappresentante, e dunque complice secondo gli anarchici, di quello Stato che deteneva in carcere senza prove Errico Malatesta ed altri anarchici. Nessuno aveva intenzione di colpire il teatro, ma l’edificio era diviso dall’hotel da una semplice parete. Inizialmente il bersaglio era la Questura centrale di Piazza San Fedele, ma l’obiettivo venne sostituito con l’hotel Diana per sopraggiunte difficoltà. Mariani, uno dei colpevoli, racconterà nella propria autobiografia: “[…] si è accreditata la “solita” storia dello anarchico che, spalancata la porta di un teatro, dissemina la morte ed il terrore, coscientemente e volontariamente. Quella sera il carico di esplosivo fu depositato al di fuori del teatro, con l’intenzione di colpire non il teatro quanto il soprastante albergo – che, secondo informazioni allora in possesso degli attentatori, serviva regolarmente da luogo di incontro tra Benito Mussolini ed il questore di Milano Gasti, entrambi acerrimi nemici degli anarchici e da questi ultimi odiati, in particolare, si credeva che proprio quella sera Gasti si dovesse trovare in quell’albergo.”

Furono nascosti al primo piano dello stabile 160 candelotti di gelatina di dinamite in una cesta coperta di paglia, che esplosero alle 22.40, poco dopo che a teatro ebbero preso posto gli spettatori della quindicesima e ultima replica de La mazurca blu di Franz Lehar. Quel giorno lo spettacolo iniziò con un forte ritardo in seguito ad uno sciopero per il licenziamento di un membro dell’orchestra. In sala erano presenti un centinaio di esponenti della migliore borghesia milanese, che erano soliti riunirsi presso il teatro. Il gruppo di anarchici voleva lasciare la dinamite all’interno dell’hotel ma, al sopraggiungere di altre persone, Mariani la lasciò dietro una porta che immetteva nella platea del teatro e, poco dopo aver innescato la miccia, scappò insieme al complice Aguggini verso Boldrini, che stava poco distante e negherà sempre la partecipazione all’attentato. La detonazione sventrò il muro esterno, investì le prime file e l’orchestra diretta dal Maestro Giuseppe Berrettoni, cui la compagnia Darclèe intendeva dedicare gli applausi finali. La Stampa descrisse l’episodio con toni agghiaccianti: “miseri brandelli di resti umani, teste staccate, tronchi, braccia e gambe. C’è nei pressi del teatro una folla di persone sanguinanti che non decide di farsi curare, instupidita”. Inizialmente i morti furono diciassette, ma salirono a ventuno nei giorni seguenti, mentre i feriti furono circa ottanta secondo alcune fonti, per altre cinquanta o sessanta. Le vittime erano per la maggior parte membri dell’orchestra e giovani ragazzi sui vent’anni che volevano semplicemente divertirsi la sera a teatro, luogo abituale di ritrovo e di svago in quegli anni.

 

Il Questore Gasti, nonostante fosse presente allo spettacolo, prese in mano le indagini e diresse i soccorsi, riuscendo a catturare, poco distante, l’anarchico Antonio Petropaolo, sorpreso mentre stava tentando di fuggire su una carrozza contenente delle pistole e delle bombe a mano. Il 9 maggio 1922 si aprì il processo e vennero condannati all’ergastolo gli anarchici Ettore Aguggini (meccanico) di Bergamo, i mantovani Giuseppe Mariani (frenatore delle ferrovie) e Giuseppe Boldrini (operaio). Del gruppo faceva parte anche Elena Melli, che nella vicenda ebbe però un ruolo marginale, inoltre a molti altri, anche innocenti, vennero invece inflitti dai quattro ai vent’anni di carcere; alcuni anarchici riuscirono a scampare all’arresto fuggendo all’estero.

Subito dopo l’esplosione, una squadra fascista, che si trovava nei pressi del teatro, accorse sul posto e decise di compiere un’azione di rappresaglia contro il giornale socialista Avanti! e il quotidiano anarchico Umanità Nova. Ancora oggi siti internet come mussolinibenito.it sostengono che l’attentato “contribuì a creare l’idea, largamente diffusa, secondo la quale era indispensabile in Italia trovare un uomo ed un partito forte in grado di rimettere ordine ad uno stato in completo sfacelo. L’unico partito in grado di assicurare quest’azione di forza e d’ordine sembrò essere il partito fascista, che continuò a diffondersi ed a diventare partito di massa.” Mussolini sul “Popolo d’Italia” Del 24 marzo scriveva : “è un gesto che riabilita le più selvagge tribù del deserto… L’eccidio di ieri sera solleverà una formidabile ondata di sdegno e di odio. L’attentato è stato non solo barbarico e crudelissimo, ma inutile e stupido” E’ evidente che i fascisti considerano tuttora l’attentato una prova della crisi in corso e l’ascesa del Fascismo l’unico rimedio possibile. E’ un dato di fatto che l’eccidio favorì l’ascesa del Fascismo e che i fascisti stessi ne approfittarono per reprimere i movimenti popolari e assumere il ruolo di protagonisti nelle manifestazioni di cordoglio (alle esequie partecipò tutta Milano, ma Mussolini e i fascisti marciarono in testa al corteo inquadrati militarmente), inoltre gli anarchici vennero isolati dal governo e dai mezzi di informazione borghesi e il difficile rapporto tra anarchici e socialismo si inasprì notevolmente. Tra le tante ipotesi, si suppose che il mandante fosse la polizia per appoggiare i fascisti, ma non ci furono mai prove a sostegno di tale tesi.

Secondo anarcopedia.org, l’attentato fu strumentalizzato dalle istituzioni, per giustificare la repressione e la criminalizzazione di tutto ciò che era anche solo vagamente di sinistra. L’attentato non provocò nessun atto di solidarietà per i tre anarchici incarcerati, ma scatenò solo orrore e disapprovazione. L’evento venne condannato anche dagli stessi anarchici milanesi, infatti Enrico Malatesta, interruppe lo sciopero della fame ed espresse “il suo sdegno per il delitto esecrando che giova solo a chi opprime i lavoratori e perseguita il nostro movimento”. L’8 settembre 1921 su Umanità Nova Malatesta scrisse un articolo intitolato Guerra civile: “Qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per assicurare la vittoria della causa nostra, che è la causa del bene di tutti”.

Malatesta, che il 25 marzo 1921 era stato processato insieme a Borghi, Quaglino ed altre decine di anarchici, sempre condannò il gesto ma non gli artefici, che definì “compagni nostri, buoni compagni nostri, pronti sempre al sacrificio per il bene degli altri”; gente che “nel compiere il loro tragico ed infausto gesto intendevano fare opera di sacrificio e di devozione.” “Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana”� furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano (…)”.

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La maschera attraverso i secoli

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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La maschera è un manufatto che consente di nascondere e camuffare le sembianze del volto e spesso è indossata insieme ad un costume coordinato. Oggi incontriamo uomini mascherati specialmente a teatro o durante particolari festività come il Carnevale, ma l’uso delle maschere è antichissimo e risale alla Preistoria.

Le motivazioni che spingevano gli uomini a mascherarsi sono varie, per esempio un uomo preistorico poteva indossare una maschera per assumere i poteri dell’essere di cui prendeva l’aspetto, magari nel corso di un rituale magico, oppure ci si maschera per nascondersi, per assumere un’identità diversa o semplicemente divertirsi. In alcuni casi le maschere consentono di manifestare un lato di sé altrimenti nascosto, liberandosi dei ruoli e degli atteggiamenti che vengono costantemente attribuiti alla persona dalla società.

Nel Paleolitico gli uomini utilizzavano le maschere per appropriarsi dei poteri del dio, dello spirito o dell’animale di cui assumeva le sembianze, in questo modo gli sciamani scacciavano gli spiriti maligni. I riti magici di questo periodo sono probabilmente la più antica forma di teatro e sono testimoniati dalle pitture rupestri. Ancora oggi in Africa e in Oceania esistono popoli che praticano tali riti propiziatori. In Papua Nuova Guinea una popolazione realizza delle grandi maschere destinate non ad essere indossate, ma ad essere appese per scacciare gli spiriti negativi.

Nell’Età Antica venne creata la maschera funeraria, spesso realizzata in una sottile lamina d’oro come per esempio la Maschera di Agamennone, con lo scopo di preservare nel corso del tempo il ricordo delle sembianze del defunto. I Dogon del Mali ritengono ancora oggi che, quando un uomo muore, il suo spirito continui a vivere in una maschera posseduta dalla sua famiglia.

Esistono poi le maschere indossate in guerra, basti pensare che ancora oggi i militari indossano particolari tute mimetiche per non essere appariscenti e talvolta si dipingono il volto. Presso particolari popoli tali maschere hanno un aspetto particolarmente spaventoso perché devono incutere timore al nemico. Gli uomini di fango della Papua Nuova Guinea indossano durante i combattimenti una pesante maschera di fango e ricoprono il proprio corpo di tale materiale, assumendo un colore grigio chiaro.

Con la nascita del teatro greco, anch’esso inizialmente un rito religioso, le maschere assumono il ruolo odierno sul palcoscenico, in quanto servivano per fare assumere agli attori i volti dei loro personaggi, in particolare agli uomini che dovevano travestirsi da donne o agli artisti cui erano attribuiti più ruoli. Le maschere greche avevano anche la funzione di amplificare la voce di chi le indossava, infatti erano molto grandi e l’apertura della bocca aveva la forma di un imbuto per svolgere la funzione di megafono. Tra i principali esponenti del teatro greco citiamo Eschilo, Sofocle e Aristofane, tra gli autori latini ricordiamo Terenzio e Plauto, il quale anticipò per molti aspetti la Commedia dell’Arte.

A Roma le maschere svolgono un ruolo specifico nei culti misterici. Virgilio testimonia nelle Georgiche il loro impiego in onore di Bacco, in un clima gioioso e spensierato. La maschera di Sileno invece era uno dei simboli della morte iniziatica.

Nel Medioevo il teatro subì un periodo di crisi, ma non fu del tutto abbandonato. Sopravvisse per esempio dei cortei religiosi durante i quali i partecipanti indossavano delle maschere mentre percorrevano le vie della città. Nacque in questo periodo il Carnevale, che consentiva attraverso il travestimento di abbattere le barriere sociali: il ricco, travestendosi da povero, poteva assumere dei comportamenti che solitamente gli erano proibiti e il povero, cammuffandosi da ricco, aveva il permesso di accede a luoghi che nel resto dell’anno gli erano negati.

Durante le pestilenze a Venezia i medici indossavano una maschera il cui lungo naso veniva riempito di spezie per proteggersi dal fetore dei malati e dall’inalazione dell’aria infetta. Tale manufatto veniva chiamato maschera dello speziale.

Il Carnevale di Venezia è conosciuto in tutto il mondo per le sue maschere caratteristiche, ma era consuetudine travestirsi anche in altre occasioni, come l’arrivo di un ambasciatore, l’elezione del Doge, la vittoria in battaglia. Le maschere si aggiravano liberamente per la città, oppure sfilavano sotto lo sguardo del pubblico seduto su apposite poltroncine. La tipica maschera veneziana è la Bauta e si è diffusa nel Settecento.

Della nascita delle maschere della Commedia dell’Arte vi parlerà Chiara Bozzi nel suo articolo dedicato ad Arlecchino. In Italia sopravvive l’uso delle maschere in diverse feste folcloristiche legate ai cambi di stagione e alla sfera contadina, come le maschere tradizionali della cerchia alpina e quelle dei Mammuthones della Sardegna. L’usanza del travestimento ritorna annualmente a Carnevale e, da pochi anni, ad Halloween.

Nel teatro contemporaneo le maschere non sono molto utilizzate, ma il suo significato intrinseco è radicato nella cultura di tutto il mondo.

 

Fonti

http://www.icparinipodenzano.gov.it/images/pages/11793-35071-maschere.pdf

http://digilander.libero.it/viaconforti/carneva/maschere.htm

https://kartaruga.it/2015/09/21/la-maschera-tra-teatro-e-storia/

I ritratti di Sissi

Negli appartamenti dell’Hofburg, il palazzo reale di Vienna, è stato allestito il museo di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nota al mondo come la principessa Sissi, in cui sono stati esposti più di trecento oggetti personali dell’imperatrice.

Non è opportuno presentare un museo di oggettica in una rivista d’arte, ma i curiosi possono apprendere ulteriori informazioni al riguardo cliccando sul seguente link: http://www.hofburg-wien.at/it/informazioni-interessanti/museo-di-sisi.html . Nelle sale del museo abbondavano ritratti e fotografie dell’imperatrice realizzati nelle situazioni più svariate e in età molto diverse della regina. Alcuni dipinti sono noti in tutto il mondo, come quello in cui l’imperatrice è ritratta di spalle e mostra la sua splendida chioma castana, lunga quasi sino a terra, che pettinava per circa tre ore al giorno in quanto era ossessionata dalla bellezza e che raccoglieva in elaborate acconciature ottocentesche; altri ritratti sono invece sconosciuti e mostrano un’immagine poco nota dell’aristocratica fanciulla, ma altrettanto affascinante.

Non ho la possibilità di ricordare e menzionare i quadri e le fotografie più belli in esposizione al museo, mi accontenterò di scrivere questo articolo servendomi delle immagini disponibili in rete.

Non è un caso che un’imperatrice sia stata ritratta così tante volte: si trattava di un preciso progetto di propaganda, il popolo infatti aveva la possibilità di conoscere i propri reali soprattutto attraverso quelle immagini. Veniva proposta un’immagine di Sissi felice, armoniosa e innamorata del proprio marito. La sposa perfetta, insomma. Ma Sissi non era affatto questo genere di donna e la rigida etichetta di corte, le incomprensioni con il marito e l’ostilità della suocera la rendevano profondamente infelice e chiusa in se stessa. I sudditi percepivano l’inadeguatezza dell’imperatrice nei confronti del proprio ruolo e non la amavano particolarmente. In questa incisione vediamo Sissi e Francesco Giuseppe giovanissimi, che passeggiano a braccetto all’aria aperta in una splendida, idilliaca bugia propagandistica.

Le seguenti due foto testimoniano l’infelicità di Elisabetta a corte. Si tratta di due fotografie ufficiali, scattate quando la regina aveva solo sedici anni e si era sposata da poco. Il fotografo si era sforzato di farla sorridere ma Elisabetta restò seria, infatti in quel periodo era profondamente stressata per gli impegni di corte che si erano susseguiti dopo il matrimonio, l’assenza di vita privata, l’invadenza della suocera, la solitudine e le incomprensioni con il marito.

Il dipinto più famoso di Elisabetta è stato realizzato nel 1865 da Franz Xaver Winterhalter. L’imperatrice indossa uno splendido abito bianco da gran galà e tra i suoi capelli intrecciati sono fissate delle preziosissime stelle di diamanti, che sono entrati nella storia dell’oreficeria (per saperne di più, leggete questo articolo: http://www.il-mondo-delle-gemme.juwelo.it/sissi-e-la-leggendaria-stella-di-diamanti/ ). In questo periodo Sissi aveva ventisette anni ed era al massimo del suo splendore. Il quadro è abbastanza fedele anche se l’espressione dell’imperatrice è un po’ troppo sdolcinata; per conoscere il vero volto Elisabetta e le reali espressioni del suo viso, dobbiamo affidarci alle fotografie.

Passano gli anni ed Elisabetta non è più una ragazzina, ma una donna forte e decisa, conscia del proprio potere a corte e decisa a far valere la propria volontà contro la suocera, il marito e le convenzioni sociali, anche a costo di essere considerata stravagante. Nelle fotografie appare come una donna orgogliosa, leggermente maliziosa, raramente sorridente e talvolta dura. Conscia della propria bellezza dalla quale era ossessionata, spesso l’imperatrice non cela una certa vanità.

Dopo i trent’anni Elisabetta smise di farsi ritrarre, nonostante avesse una maniacale cura del corpo ai limiti dell’anoressia; i segni dell’età infatti iniziavano a diventare evidenti e l’imperatrice faticava ad accettare il proprio aspetto. Quando Sissi aveva cinquantasette anni, il pittore Armin Horowitz realizzò uno straordinario falso che divenne piuttosto famoso: pur non avendo mai incontrato la regina, dipinse un suo ritratto mediante un abito nero che Sissi era solita indossare e un dipinto del suo volto, realizzato quando la donna aveva 25-30 anni. L’effetto è straordinario: l’imperatrice cinquantenne appare giovane e fresca come una ragazza nel fiore degli anni.

Siccome anche nell’Ottocento i vips erano paparazzati, Elisabetta non usciva mai senza ventaglio o ombrellino per nascondere il suo volto dall’obiettivo degli invadenti fotografi. In alcune fotografie in cui è riuscita a proteggersi, la regina risulta irriconoscibile.

In altre situazioni i fotografi hanno avuto la meglio e sono riusciti ad immortalare, anche se solo parzialmente, il volto di Elisabetta. Nelle due fotografie che vi abbiamo proposto, Elisabetta compare prima nel corso di una silenziosa passeggiata con il marito, poi in compagnia di una dama di corte.

Abbiamo a disposizione una sola fotografia di Sissi in età matura, scattata quando la regina aveva cinquantaquattro anni. Si tratta di una fotografia privata, realizzata nel Natale del 1891, che fu scoperta in una collezione privata del 1986. Proprio a causa dell’unicità di questo reperto, molti sospettano che si tratti di un falso, ma la sala e la sedia su cui è seduta l’imperatrice coincidono con la realtà e la donna che dovrebbe essere Sissi è straordinariamente somigliante con le immagini che abbiamo dell’Elisabetta più giovane.

 

Informaizoni tratte da: 

 

Il 1816, l’anno senza estate

In seguito all’eruzione dello stratovulcano Tambora dell’isola indonesiana di Sumbawa, si verificarono delle singolari condizioni climatiche che ebbero numerose conseguenze, alcune terribili e altre straordinarie, nel 1815 e soprattutto nel 1816. Il 1816 conobbe delle condizioni climatiche tali da essere ricordato come l’”anno senza estate” o, nei paesi anglofoni, come l’Eighteen hundred and froze to death (1800 e si moriva di freddo). Secondo lo storico John D. Post si trattò de “l’ultima grande crisi di sopravvivenza nel mondo occidentale”.

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Prima di trattare le curiosità storiche è necessario occuparsi della geografia dei luoghi, più precisamente del piccolo paradiso terrestre dell’isola di Sumbawa, appartenente all’arcipelago delle Piccole Isole della Sonda. Il terreno arido dell’isola è stato fortunatamente risparmiato dal turismo di massa ed è invece una delle mete preferite da chi ama i viaggi avventurosi a contatto con la natura e popoli lontani oppure il soggiorno in spiagge paradisiache, perfette per il surf. L’isola ha ospitato diverse celebrities in fuga dalla civiltà, come la principessa Diana e Mick Jagger.

L’Isola di Sumbawa è tanto affascinante quanto temibile, infatti sorge sulla Cintura di Fuoco dell’Oceano Pacifico, nota per i più sconvolgenti movimenti tellurici e i più pericolosi vulcani del mondo. Sull’isola si trova il vulcano Tambora che è amatissimo dagli scalatori (la cima è raggiungibile attraverso due giorni di trekking), ma purtroppo è anche il secondo vulcano al mondo per indice di esplosività VEI, stimata a 7 (su una scala di 8). La sua più raccapricciante esplosione è stata proprio quella del 1815, le cui scorie hanno sconvolto il clima dell’anno successivo provocando climi freddi e carestie in tutto il mondo.

Per ricostruire da un punto di vista scientifico ciò che accadde durante quel terribile periodo mi sono avvalsa di fonti discordanti tra loro. La catastrofe iniziò il 5 aprile e durò sino al 15, ì primi segnali di attività vulcanica si manifestarono intorno al tramonto dell’11 aprile, quando avvenne l’esplosione più imponente sotto forma di violentissimi tuoni che allarmarono le truppe britanniche, le quali si erano da poco stanziate sull’isola scacciando gli olandesi. I boati cessarono dopo non molto, ma il 19 si verificarono esplosioni più intense e emissioni di nubi piroclastiche che oscurarono il cielo per giorni e crearono cumuli di polveri nei villaggi e sulla superficie del mare, si pensi che le navi avrebbero incontrato isolotti di pomice galleggiante per i successivi quattro anni. I fenomeni vulcanici durarono tre mesi e provocarono una diminuzione della quota dell’imponente vulcano di 1300 m (oggi il Tambora misura 3800 m). Vennero emessi 140 kmq di magma e una colonna di ceneri di 40 km. Si trattò di una delle più imponenti eruzione vulcaniche dell’ultima Era Glaciale.

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L’eruzione vulcanica provocò la morte di 90 000 persone e venne sterminato un popolo indonesiano, di cui dal 2004 gli archeologi stanno riportando alla luce i resti. E’ stato ritrovato un villaggio sviluppato, con pianta regolare e edifici allineati. Sono stati inoltre rinvenuti scheletri in posizione di fuga, simili ai calchi di gesso dei deceduti a Pompei, in quanto l’eruzione sorprese gli abitanti mentre erano intenti nelle loro occupazioni quotidiane. Su alcune salme sono stati ritrovati ornamenti reali come gioielli di bronzo e alcuni caratteristici pugnali reali, utilizzati sia come armi sia come strumenti cerimoniali. Secondo alcune leggende incise sui pugnali stessi, tali strumenti sarebbero stati forgiati con materiali celesti, proveniente da meteoriti. La religione diffusa presso questo popolo era animista e proveniva da un passato remoto.

L’esorbitante quantità di ceneri emesse, sommandosi a quelle prodotte negli anni precedenti dai vulcani Soufrière e Mayon, impedivano parzialmente alla luce solare di attraversare l’atmosfera e riscaldare adeguatamente la superficie terrestre. La sfortuna volle che proprio in quel periodo si verificò il minimo di Dalton, durante il quale il sole emanò poca energia, ed era ancora in corso la piccola era glaciale, un periodo di raffreddamento del clima terrestre in corso dal Medioevo e terminato nel 1850. Tutto ciò provocò nell’anno successivo, il 1816, un’estate particolarmente fredda, con raccolti catastrofici e terribili carestie in tutto il luogo.

Le zone più colpite dalle anomalie climatiche furono quelle dell’America del nordest, nelle province canadesi del Maritimes e del Terranova. A maggio il ghiaccio devastò i raccolti, a giugno nel Canada e nel New England si verificarono tempeste di neve che uccisero molte persone e a luglio e agosto i fiumi e i laghi della Pennsylvania ghiacciarono. Il prezzo dei cereali subì un notevole aumento e l’economia ne risentì, i contadini patirono la miseria e molti capi di bestiame morirono. Tutto ciò ebbe però un effetto inaspettato: fu incentivata la conquista del West e l’ampliamento degli stanziamenti nel Midwest.

Per quanto riguarda l’estate europea, si verificarono tempeste, piogge anomale, inondazioni dei maggiori fiumi (come il reno) e presenza di ghiaccio. In Ungheria cadde neve sporca, mentre in Italia avvennero precipitazioni di neve rossa, probabilmente dovuta alla cenere presente nell’atmosfera. Nemmeno l’Europa fu risparmiata dalla carestia, infatti in Francia e in Inghilterra ci furono rivolte per il cibo e i magazzini vennero saccheggiati. La Svizzera dichiarò lo stato di emergenza nazionale.

Alcune ipotesi sostengono che il freddo del 1816 provocò la prima pandemia di colera della storia. I test medici rivelano infatti che prima dell’”anno senza estate” il colera era circoscritto alla zona di pellegrinaggio sul Gange, la carestia invece diffuse la malattia in modo lento ma costante anche nel Bengala, in Afghanistan e nel Nepal, fino al Mar Caspio, per poi trasferirsi nel mar Baltico e nel Medio Oriente

Il catastrofico clima del 1815 e del 1816 ebbe un impatto non solo sull’economia, ma anche sugli eventi storici a partire dalle campagne di Napoleone, che tra il 17 e il 18 giugno 1815 venne sconfitto a Waterloo a causa di una pioggia incessante. L’artiglieria del condottiero, l’arma decisiva del suo esercito, non fu in grado di fermare le forze avversarie in seguito all’inagibilità del terreno e fu esclusa dal campo di battaglia.

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L’eruzione del vulcano ebbe conseguenze anche in ambito letterario, fortunatamente positive: costretti al chiuso in una villa sul lago di Ginevra in seguito al clima ostile dell’estate 1816, P.B Shelley, la futura moglie Mary Godwin, Lord Byron e il suo segretario Polidori ebbero l’idea di trascorrere il tempo scrivendo racconti gotici. P.B.Shelley e Byron rinunciarono, ma Polidori scrisse Il vampiro e Mary Shelley, nonostante un inizio difficoltoso, concepì un abbozzo di Frankenstein. L’idea venne concepita grazie ad un sogno circa la nascita della creatura; il romanzo, scritto successivamente, venne poi pubblicato nel 1831 e fu il capolavoro della scrittrice.

Il clima catastrofico ebbe come conseguenza positiva anche lo stimolo dell’ingegno umano, più precisamente del tedesco Karl Drais. L’inventore ideò la bicicletta con lo scopo di sostituire i cavalli che, in seguito alla carestia, venivano lasciati morire di fame. La prima “carrozza senza cavalli” venne presentata al Congresso di Vienna nel 1815 e fu progettata in seguito al maltempo provocato dalle eruzioni vulcaniche del 1812. SI trattava di  un veicolo a quattro ruote pilotabile mediante una scomoda manovella ubicata nella parte posteriore e proprio per questo non riscosse particolare successo.
Durante l’anno senza estate, Drais decise di fare un secondo tentativo e realizzò una rudimentale bicicletta a due ruote con un sellino e un manubrio montato nella parte anteriore; il veicolo venne brevettato con il nome di Laufmaschine (macchina da corsa) il 17 febbraio 1818.
Drais non aveva pensato di aggiungere pedali, freno e trasmissione a catena, ma tali e altri accorgimenti sarebbero stati gradualmente aggiunti nel corso degli anni, sino alla creazione della moderna bicicletta.

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Le ceneri e i gas presenti nell’atmosfera crearono degli spettacolari effetti cromatici durante il tramonto, che ispirarono all’artista J. M. W. Turner dei magnifici dipinti che, oltre ad essere delle preziose opere d’arte, sono le sole testimonianze a nostra disposizione dei mutamenti del colore del cielo in questo periodo storico. L’eruzione del vulcano provocò dei meravigliosi tramonti aranciati nei tre anni successivi; sarebbe meraviglioso avere delle fotografie al riguardo.

 

Fonti:

Recensione di ‘C’è un re pazzo in Danimarca’ di Dario Fo

E’ stato recentemente pubblicato da Narrazioni Chiarelettere C’è un re pazzo in Danimarca, l’ultimo romanzo storico di Dario Fo.

Il Premio Nobel racconta: “La vicenda di C’è un re pazzo in Danimarca è invasa da personaggi a dir poco eccezionali. Le carte ritrovate ci hanno permesso di ricostruire gli eventi tragici e grotteschi che hanno segnato in Scandinavia il periodo che va dal Settecento alla metà dell’Ottocento e che è rimasto per secoli quasi interamente sconosciuto a tutti noi.

Una nota precede la narrazione: “L’idea di questo testo è nata in seguito ad un’inchiesta condotta da mio figlio Jacopo sui re di Danimarca del XVIII secolo. […]

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L’opera racconta la vita di re Cristiano VII di Danimarca, un monarca affetto da problemi psichici ma intenzionato a rinnovare il proprio paese introducendo riforme di stampo illuminista ben prima che la Rivoluzione Francese mutasse per sempre la mentalità degli statisti europei. Re Cristiano VII avviò un primo tentativo di modernizzare lo stato, fallito a causa di un colpo di stato organizzato dalla regina madre; alla caduta del governo seguì l’esecuzione del ministro e amico Dottor Struensee e la reclusione della regina Carolina Matilde di Hannover. Qualche anno più tardi il figlio del re Federico VI di Danimarca porterà avanti il progetto creando uno stato moderno in cui sono abolite la tortura e la pena di morte, vige la libertà di stampa, sono abbattuti i privilegi di casta ed è promossa la cultura e l’istruzione. Sullo sfondo della trama politica si susseguono coinvolgenti storie d’amore: la corrispondenza amorosa tra il re e la sua futura moglie Carolina Matilde e il tradimento della regina con il Dottor Struensee, da cui nascerà la principessa Luisa Augusta di Danimarca.

Dario Fo cita nel corso della narrazione le fonti da cui ha tratto la vicenda: i diari privati di alcuni dei protagonisti e altri documenti. Tali scritti mi hanno incuriosito perciò mi sarebbe piaciuto apprendere maggiori informazioni al riguardo, ma l’autore sotto questo punto di vista non ha scritto nulla; spero che tale silenzio sia dettato dalla necessità di non rallentare il ritmo della narrazione.

Il romanzo è stato realizzato sullo stesso stampo de La figlia del papa, con il quale ha molti aspetti in comune oltre alla struttura della copertina e l’impaginazione. Entrambe le opere sono innanzi tutto il frutto di una meticolosa documentazione storica e diversi passi sono la rielaborazione in chiave romanzesca dei documenti ritrovati. I testi sono suddivisi in capitoli non numerati, preceduti da una breve introduzione in corsivo in cui si riassume (sovente in prima persona) ciò che si è in procinto di narrare, si menzionano le fonti o si fornisce un breve commento alla vicenda. Per entrambi i romanzi Dario Fo ha scelto uno ritmo della narrazione lineare, spesso interrotto da riflessioni, citazioni delle fonti o puntualizzazioni di carattere storico. Mentre La figlia del papa è caratterizzato da una conclusione un po’ pesante che mi ha indotto ad interrompere la lettura, C’è un re pazzo in Danimarca è un romanzo coinvolgente che mi ha entusiasmato sino al termine del racconto.

Dario Fo è solito introdurre nei suoi romanzi alcune illustrazioni a colori di sua realizzazione (l’artista, che ha studiato presso l’Accademia di Brera di Milano, è anche un celebre pittore). Nel suo ultimo romanzo l’autore ha realizzato alcune reinterpretazioni di alcuni ritratti realmente esistenti dei protagonisti della vicenda ma, in alcuni casi, ha semplicemente ravvivato con pennellate più elettriche e vivaci le immagini pensate dai ritrattisti settecenteschi. E’ il caso per esempio del ritratto di Federico VI e quello di sua sorella Luisa Augusta, che sono identici a opere facilmente rintracciabili su Google. Nel complesso tuttavia i variopinti ritratti di Fo rallegrano e impreziosiscono il libro.

Consiglio a tutti gli appassionati di storia questo romanzo vivace e intelligente, l’ennesimo successo del Premio Nobel.

Appunti di storia micenea

Oggi condividerò con voi i miei appunti di storia greca perciò sarà un po’ come se vi portassi in università con me. Il tema del giorno è storia micenea…

La civiltà micenea divenne la più potente della Grecia quando nel 1380 a.C. crollò la civiltà minoica, ma i primi inediamenti si formarono intorno al 1600 a.C.. Le principali città micenee si trovavano nel Peloponneso, le più celebri erano Micene, Pilo, Tirinto e la capitale Tebe, di cui non sappiamo se dominasse le altre città o se fosse semplicemente la città-stato più potente. Secondo alcuni studiosi i micenei erano popoli provenienti dal Nord mentre secondo altri (ed è questa l’ipotesi più probabile) derivarono da popolazioni locali che avevano gradualmente accumulato ricchezze.

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Maschera funeraria

I micenei erano un élite guerriera che viveva arroccata in città fortificate; i ritrovamenti archeologici ci rivelano che erano un popolo molto ricco. Si dedicarono al commercio, per il quale viaggiarono per tutto il Mediterraneo sino al Baltico; importavano ambra, metalli preziosi e oggetti di lusso.
I micenei controllavano regioni molto lontane dal Peloponneso come l’Argolide, la Tessaglia e la Beozia.

Il re di una città stato micenea, chiamato Wanax, aveva poteri religiosi, politici e giudiziari; regnava dal Megaron, una sala suddivisa in tre parti al cui centro si trovava il trono. Il Lawaghetas era invece il comandante militare e i Basileis erano i capi di gruppi più ristretti di persone. Era molto importante anche la Gherusia, il consiglio degli anziani.

Riguardo alla religione, molti degli dei in cui credevano i Micenei compaiono anche nel pantheon dei greci, come Zeus e Dioniso.

Per quanto riguarda invece la scrittura, i micenei utilizzavano la lineare A adattata alla loro lingua. Scrivevano su tavolette di varie dimensioni in argilla cruda, incidendole con uno stilo. Gli archeologi hanno ritrovato tavolette in vari colori in quanto i vari incendi che si sono susseguiti nel tempo ne hanno cotte alcune rendendole in terracotta. Le tavolette, di funzione amministrativa, erano per lo più elenchi e registrazioni annuali di alimentari, armi, carri, uomini, tele, ecc…, suddivisi da linee orizzontali o verticali. Sulle tavolette troviamo inscritti nomi di persona, ideogrammi, termini di scrittura sillabica (l’alfabeto sillabico miceneo annoverava circa novanta sillabe) e numerali. Aggiungendo ad un’ideogramma un termine determinativo si specificava il genere e il numero dell’oggetto indicato.
Talvolta i micenei scrivevano anche sui vasi per indicare il nome del proprietario, il contenuto o la provenienza.

Micene fu riportata alla luce da Schliemann leggendo i poemi omerici, lo stesso metodo che utilizzò per ritrovare Troia. Le tombe più antiche, risalenti al 1650-1550 a.C., vennero rinvenute entro le mura e furono chiamate “tombe a fossa del circolo A“, un nome che deriva dal fatto che furono le prime ad essere riportate alla luce; nelle tombe a fossa talvolta vennero rinvenuti anche più defunti contemporaneamente. Sono più recenti delle “tombe a fossa del circolo B“, ritrovate all’esterno delle mura. I defunti micenei venivano seppelliti con un ricchissimo corredo: vestiti di lino e lamine d’oro, gioielli e maschere funerarie d’oro, produzione artigianale raffinata e prodotti di altri popoli, soprattutto cretesi o provenienti dalle isole Cicladi.

Porta dei Leoni.

Porta dei Leoni

A Micene furono ritrovati i resti di tre cinta murarie: le prime, del 1350 a.C., difendevano il palazzo; le seconde, risalenti al 1250 a.C. e comprendenti la celebre Porta dei Leoni, inglobano alcune tombe monumentali risalenti ad un secolo prima; le terze, del 1200 a.C. (epoca di grandi pericoli, in cui si avvicinava la fine della civiltà micenea), racchiudono una sorgente d’acqua per poter fare rifornimento in caso di assedio.

I palazzi vennero distrutti non contemporaneamente, ma all’incirca nello stesso periodo storico. Non si sa bene per quale motivo finì la civiltà micenea ma sono state formulate varie ipotesi: l’invasione dei Dori, dei terremoti, siccità e carestie, lotte interne, l’invasione dei popoli del mare. Il tramonto di questa affascinante civiltà segnò la fine dell’età del bronzo e l’inizio dei Dark Ages, in Italia chiamati Secoli Bui.

Abbracciati per l’eternità: romantici ritrovamenti archeologici

Nella Cappella di St Morrell a Hallaton in Gran Bretagna gli archeologi hanno scoperto recentemente una tomba bisoma (vale a dire con due corpi seppelliti insieme) in cui due scheletri si tengono romanticamente per mano. Siccome tale fenomeno si è verificato altre volte nella storia dell’archeologia e ha riscosso un notevole interesse popolare, abbiamo svolto una ricerca in rete per ripercorrere le tappe di questo affascinante fenomeno archeologico.

Purtroppo la qualità delle fonti non è soddisfacente: nel mare magnum della rete sono presente numerosi articoli di giornale che esaltano la scoperta delle tombe bisome, ma le informazioni sono generiche e per nulla indicate ad un pubblico di appassionati o di specialisti. E’ inoltre evidente che i giornalisti si sono interessati alla scoperta quando si trattava di una notizia fresca di stampa ma non hanno seguito lo sviluppo degli scavi ed elle analisi, così i dati a nostra disposizione sono lacunosi e risalenti solo ad uno studio preliminare dei ritrovamenti.
Speriamo che, nonostante tutto, l’articolo vi sia gradito e di non aver tralasciato alcun ritrovamento.

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Amanti turchi di 8000 anni. Nel 2007 in Turchia fu scoperta una coppia semi mummificata avvinta in un tenero abbraccio amoroso che risaliva al 6100 a.C. Lui aveva circa trent’anni al momento della morte, lei venti. Si tratta della più antica coppia di innamorati mai scoperta sinora. La tomba appartiene ad un complesso di 22 tombe preistoriche disotterrate in Anatolia, presso la città di Diyarbakir.

Gli studiosi escludono che si tratti di un sacrificio umano, ma è impossibile sapere come morirono i due innamorati. Dalle analisi del sito archeologico sappiamo che i due appartenevano ad una società che, pur essendo preistorica, era molto evoluta e non di tipo nomadico.

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Gli amanti di Valdaro abbracciati per l’eternità. Nel 2007 a Valdaro, in provincia di Mantova, vengono rinvenuti gli scheletri di un uomo e una donna sepolti di fianco, faccia a faccia, abracciati sia con gli arti superiori sia con gli arti inferiori. L’uomo e la donna, risalenti al Neolitico, sono stati ritrovati nell’ambito degli scavi di una villa romana.

I resti dei due amanti furono asportati con il terreno circostante e gli scavi furono terminati presso un laboratorio a Como, in collaborazione con il Museo Archeologico della città. Dalle analisi degli antropologi risulta che prima è stata deposta la donna e poi l’uomo, che i corpi erano stati avvolti in un lenzuolo separatamente e che gli amanti erano piuttosto giovani, infatti avevano circa vent’anni (un’età considerata adulta nel neolitico).

Si tratta di un ritrovamento eccezionale non soltanto per la qualità della conservazione dei corpi, ma anche per la romantica posizione in cui gli amanti sono stati ritrovati. Le fotografie scattate fecero il giro del mondo e, complice anche l’avvento di San Valentino, la coppia divenne molto popolare.

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Gli amanti di Modena, mano nella mano. Risalgono invece al tardo romanico gli scheletri rinvenuti nel 2009 in viale Ciro Menotti a Modena, sepolti mano nella mano e guardandosi reciprocamente per 1500 anni.

L’uomo porta al dito un anello di bronzo che lo contraddistingue come cives romanus. ha il palmo della mano rivolto verso l’alto che sorregge quello femminile, rivolto verso il basso. E’ evidente che l’intento della coppia sia stato quello di traslare oltre la morte uno stretto rapporto sentimentale con un gesto intimo e quotidiano e che i corpi sono stati sepolti contemporaneamente.

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Gli etruschi abbracciati. Nella Tusccia nel 2013 sono stati scoperti due scheletri abbracciati: uno supino con accanto, ancora accovacciato, lo scheletro di un in individuo più giovane e minuto che posa una mano sul ventre del compagno. La scoperta è avvenuta nella necropoli etrusca di Vigna la Piazza, a Grotte di Castro, all’interno di una tomba a fossa.

Entrambi i defunti indossano anelli di bronzo, ma nella loro tomba, a differenza delle altre nella necropoli, non è stato rinvenuto alcun corredo funebre. Ad un’analisi preliminare (le mie fonti risalgono ad ottobre 2013), i due scheletri potrebbero appartenere ad una madre ed un figlio.

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Antichi amanti rumeni. In una tomba medioevale della Romania sono stati rinvenuti nel 2013 gli scheletri di un uomo e di una donna che si tengono per mano. I resti si trovavano in un cimitero in Romania, nei pressi di Cluj. Lui è morto in seguito ad una ferita allo sterno, mentre della morte di lei non si sa nulla.

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Mano nella mano in Gran Bretagna. Dopo quattro anni di scavi, nella Cappella di St Morrell a Hallaton sono stati riportati alla luce due amanti, sepolti mano nella mano per sette secoli nell’antico luogo di pellegrinaggio costruito su un sito di epoca romana. Ai corpi potrebbe essere stata rifiutata la sepoltura nella chiesa principale, forse perché erano criminali, stranieri o malati. La notizia risale a pochi giorni fa, perciò attendiamo lo sviluppo della vicenda.

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Fonti: