I preservativi. Ordinarie storie di una cassiera.

Bastano 1500 battute per fare ridere? E’ la prima volta che mi cimento in un testo comico e non saprei giudicare il risultato, perciò vi prego di scrivere nei commenti cosa ne pensate. Buona lettura.

25261767

A noi cassiere non importa nulla se comprate dei preservativi. Battiamo i prodotti talmente velocemente da ignorare ciò comprate, spesso non distinguiamo una confezione di profilattici da una crema antiverruche. Eppure voi clienti vi vergognate mentre comprate tali articoli, fareste meno scenate se vi stessimo vendendo della droga.

I maschi ostentano indifferenza: mani in tasca, passo ciondolante, sguardo serio. Giocherellano con le chiavi nervosamente e si rammaricano di non possedere una borsetta come le signore, così nascondono l’acquisto in un sacchetto. Le signore sono più furbe, infatti mimetizzano i preservativi in uno spesone da duecento euro, così i figlioletti non si accorgono del singolare prodotto acquistato dalla mamma, oppure lo scambiano per un medicinale, non sapendo nemmeno che cosa siano gli strani palloncini prodotti dalla Durex.

Le più imbarazzate sono le coppiette che si presentano in cassa per comprare solo i preservativi, in occasione di un’imminente scopata. Timidi e rossi in viso, si tengono per mano come se noi fossimo chiamate a giudicare i loro coiti.

I migliori sono i fidanzati di qualche cassiera:

–          Amore, posso venire in cassa da te? Così non mi vergogno …

Le ragazze pazientemente spiegano che non si possono servire i parenti e che nessuno giudica i clienti per i loro acquisti. Che vadano pure in un centro commerciale lontano se si vergognano tanto.

Siamo talmente abituate a battere preservativi che ormai non ci scandalizziamo più. Mettetevi in coda, pagate e fate l’amore.

Annunci

Dieci euro in centesimi. Ordinarie storie di una cassiera.

Ci sono persone che risparmiano diligentemente ogni centesimo per pagarsi una cena. Oggi racconterò la loro storia. Bastano 1500 battute per raccontare un’emozione? Sperò di sì, perché queste persone mi hanno colpito nel profondo.

25261767

Una cassiera è tenuta ad accettare qualsiasi forma di pagamento, purché sia valida. Ciò significa che se un cliente desidera pagare dieci euro in centesimi, la malcapitata non può tirarsi indietro. Alcune persone sono così povere da accumulare i ramini per pagarsi la cena, spesso costituita da latte e biscotti qualora se la passino particolarmente male, cosce di pollo e birra se hanno qualche spicciolo in più (lavorando in cassa ho scoperto che gli africani adorano il pollo).

Dopo avermi fatto battere i prodotti, i clienti svuotano sacchettini di plastica colmi di monetine sul bancone, che devo contare una per una. Non riesco a provare pietà per la povertà, perché contare tutti quegli spiccioli è un’attività faticosa, soprattutto a fine giornata. Le cassiere solitamente sono felici di ricevere moneta, ma in questi casi non abbiamo abbastanza spazio nel cassetto, così il cliente viene accolto con una silenziosa imprecazione. Una volta ho dovuto chiedere ad una collega di suddividere il denaro in pacchetti da un euro in una cassa vuota dietro la mia, mentre io mi occupavo dei clienti.

Certe volte la cifra offerta dai clienti è leggermente inferiore al totale, non so se si tratta di una loro svista o se il poveretto sta tentando di risparmiare qualche centesimo. Non posso regalare nulla perché non si tratta di soldi miei, così chiedo inflessibile al cliente il denaro mancante. Mi sento una stronza, ma ho bisogno di lavorare e non posso fare sconti a nessuno.

Le mogli dei giocatori. Ordinarie storie di una cassiera.

Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione? Speriamo che lo scritto di oggi vi trasmetta sensazioni positive, perché vi voglio parlare di un episodio allegro, che contrasti la tristezza di quanto vi ho raccontato le volte precedenti.

 25261767

Anche le cassiere hanno dei momenti di gloria. Può capitare infatti che un cliente offra loro un cioccolatino, oppure che si presenti in cassa un vip. L’anno scorso ho servito le compagne e i figli di alcuni famosi giocatori di basket di serie A e l’evento mi ha rallegrato la giornata.

Erano allegre, belle e simpatiche, discorrevano in un americanaccio fitto di cui non comprendevo una parola. Non erano più ragazzine ma vestivano in stile hip hop, così sembravano più delle ballerine di Beyonce che delle madri di famiglia. Avevano comprato un sacco di cose inutili: un giochino per il cane (una di loro era entusiasta perché gingilli simili non se ne trovavano in America), merendine e regali per i figli. Anche i bambini erano vestiti alla moda ed erano bellissimi con i capelli afro acconciati in treccine sottili.

Una delle donne si rivolse a me in inglese, ma non capii una parola. Avete presente quando si guarda un telefilm americano in lingua originale? E’ molto più difficile, perché l’accento marcato rendeva incomprensibile quello che la ragazza stava dicendo.

Pagarono in dollari ed io ero emozionata perché non avevo mai visto una banconota degli USA; avevo l’impressione di maneggiare i soldi del Monopoli. Il denaro americano è enorme, ho dovuto piegare la banconota per inserirla nella cassa. Digitai l’importo in dollari sul computer della cassa e la macchina calcolò in automatico il resto in euro. Consegnai il denaro e lo scontrino alle clienti e mi dedicai felice al cliente successivo.

Dalla parte di chi ruba nei supermercati. Ordinarie storie di una cassiera.

Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione? Probabilmente sì, perché la nuova rubrica “Ordinarie storie di una cassiera” mi sta appassionando molto, così ho deciso di raccontare tutte le avventure che mi capitano al lavoro.  Il prossimo tema riguarda un problema sociale molto importante, spero che questo articolo vi faccia riflettere.

 25261767

In ogni supermercato si trova una prigione, anche se nessuno usa questa parola. Nel mio centro commerciale si chiama infermeria, si trova nello spazio riservato ai dipendenti e ci passo davanti ogni volta che vado in bagno. Solitamente è vuota e silenziosa, ma certe volte si sentono le urla delle guardie che sgridano i ladri colti in flagrante. I ladri si riconoscono subito perché sono poveri: i loro vestiti sono logori, i capelli spettinati, i corpi magri e i volti scavati. Una volta è stato fermato anche un ragazzino benestante che voleva rubare dei preservativi, ma si trattava di un’eccezione. I ladri sono quasi tutti italiani, contrariamente da quanto dicono i telegiornali, e sono soprattutto anziani o di mezza età. Tentano di rubare pan bauletto, frutta e biscotti, ma le guardie li sorprendono subito perché non è difficile individuare chi ha fame. Le guardie in borghese conoscono chi ruba e li inseguono non appena questi varcano le porte scorrevoli; i ladri non vengono denunciati perché per il centro commerciale sarebbe solo una perdita di tempo, la guardia semplicemente chiede i documenti per memorizzare l’identità del colpevole, che rimprovera e rispedisce a casa a pancia vuota.

Non esistono buoni o cattivi: la guardia fa il suo lavoro per guadagnarsi il pane, i poveracci rubano per mangiare, il centro commerciale deve incassare per pagare la guardia e le cassiere come me. L’importante è avere del cibo in tavola a fine giornata. 

Attacchi di panico. Ordinarie storie di una cassiera.

Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione? Oggi voglio raccontarvi un’esperienza che mi è capitata mentre lavoravo come cassiera e mi ha colpito per la crudeltà delle persone.

25261767

Per una cassiera i clienti sono solo numeri, nessuna dipendente presta attenzione a ciò che accade alle persone in coda. Mi ero accorta che una signora stava sgridando un gruppo di adolescenti perché non la facevano passare ma, siccome non erano fatti miei, continuavo a battere diligentemente i codici a barre.

Quando fu il turno della signora, i nostri occhi si incontrarono. La donna aveva gli occhi lucidi e il volto imperlato di sudore, le tremavano le mani, i capelli erano spettinati e la voce era roca e cavernosa.

–          Signora, sta bene? Vuole sedersi un attimo?

–          No, grazie, dico solo che quei ragazzi avrebbero potuto lasciarmi passare. Sto male… ho un attacco di panico… è morto mio marito da poco… – Gridò mentre mi porgeva tremando il denaro per pagare la spesa.

Insistetti affinché si sedesse e mi consentisse di chiamare aiuto, ma la signora se ne andò, dandomi dell’incompetente per non averla aiutata.

I clienti successivi non ebbero nessuna pietà:

– I ragazzi non erano tenuti a lasciarla passare. La signora è stata maleducata.

– Se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale.

– Se una persona sta male deve segnalarlo, non aggredire chi la circonda.

Mi indignai. – Durante un attacco di panico si fatica a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. I ragazzi non hanno fatto nulla di male, ma la signora merita comprensione.

Una cliente rise sprezzante.

– Ripeto, se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale.

Ma tu non sei Tiziano Ferro. Ordinarie storie di una cassiera.

Ho scritto questo racconto breve, ispirato ad una storia vera che mi è capitata lavorando come cassiera, per partecipare ad un concorso letterario. Siccome non lo considero abbastanza incisivo per vincere la competizione, ho deciso di pubblicarlo qui e di scriverne un altro completamente differente. Spero che vi piaccia. In cassa si incontrano persone molto diverse da quelle che siamo abituati a frequentare e la protagonista del racconto mi ha colpito, turbato e commosso. Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione?

25261767

Sono una cassiera, nel mio lavoro ho incontrato persone di ogni sorta. Non era la prima volta che creava problemi, le guardie in borghese iniziavano a seguirla non appena varcava le porte scorrevoli. Un tempo era stata bella ed era molto curata, sebbene i suoi vestiti fossero troppo giovanili per i suoi anni, ma la droga aveva scavato il suo viso. Mi accorsi troppo tardi che era in coda da me perché le cassiere non hanno mai tempo per osservare i clienti, la riconobbi dalla voce quando aveva già iniziato a litigare con una persona che conosceva. Un fratello? Un compagno del centro di recupero? Non ebbi modo di saperlo. L’uomo se ne andò insultandola pesantemente e lei rimase in coda silenziosa ma agitata.
Fu il suo turno. Iniziò a frugare nella borsetta farfugliando “sacchetto”, interpretai il suo gesto come se stesse cercando il portafoglio e avesse bisogno di una borsa. Battei il sacchetto, ma lei mi guardò furente. Non saprei riportare esattamente le sue grida, perché erano confuse come quelle di un ubriaco. O di una drogata. Non so cosa avesse assunto, ma certamente non era sobria.
– Signora, non posso stornare il sacchetto. Sono solo nove centesimi.
Alle mie spalle era comparsa una guardia. Le intimò di attendere che stornassimo il sacchettino, di calmarsi, di rispettare gli altri clienti e di lasciarmi lavorare.
La donna abbandonò la spesa, si concentrò per riordinare le parole nella mente annebbiata e mi gridò:
– Tu sei bella come Laura Pausini, ma lui non é Tiziano Ferro.

Una piccola sportiva

Questo articolo ha partecipato al concorso letterario “Il racconto nel cassetto” e purtroppo non ha vinto. In un post precedente troverete la prima versione del racconto. E’ dedicato ad un vecchio amico che non ce l’ha fatta, che rimarrà fermo per sempre ai suoi venticinque anni mentre la mia vita proseguirà. Ringrazio il mio ragazzo, che mi sprona sempre a scrivere quello che provo e a sperare di vincere qualche concorso letterario. Non sono orgogliosa di questo articolo perché il ritmo è troppo lento, ma spero che vi piaccia.

bambina-che-gioca-a-calcio-colorear

Vittoria camminava a passettini svelti stringendo la mano della mamma e compiacendosi dell’orlo della gonnellina che strusciava contro le proprie gambe. Il vestito estivo non era particolarmente elegante per consentire alla bambina di giocare al parco con l’amica e il fratellino ma, ogni volta che lo indossava, Vittoria si sentiva comunque una principessa. Il vestito inoltre era rosso, il suo colore preferito, e aveva degli adorabili fiocchetti cuciti in vita con cui Vittoria si sentiva bellissima. La mamma appoggiava la mano libera sulla schiena del fratellino Lorenzo, che trasportava faticosamente, con entrambe le braccine, un pallone più grande di lui.

  • – Mamma, posso farti una domanda? – chiese timidamente Vittoria mentre cercava di camminare senza calpestare i bordi delle mattonelle
  • – Dimmi, Vicky
  • – Perché Francesca non può giocare a calcio? –

La mamma sospirò. – Francesca può giocare a calcio, può fare tutti i giochi che desidera. –

  • – Allora perché non la iscrivono a scuola di calcio? – insistette la bambina

La donna restò un attimo in silenzio, trattenendo una smorfia di disappunto e cercando disperatamente di evitare un argomento così fastidioso. Non riuscì a trovare alcuna scusa plausibile, così dovette rispondere suo malgrado la verità. – Perché è una femmina.

Vittoria rise. – Allora perché non la iscrivono a una scuola di calcio femminile?

  • – Di fatto non c’è nulla di male se a una bambina piacciono i giochi da maschio, però la gente la guarderebbe male. Non sta bene: le sue compagne di classe la prederebbero in giro. Un conto è consentirle di giocare con i suoi amichetti a calcio ogni tanto, ma iscriverla a scuola di calcio sarebbe troppo. Potrebbe giocare in una squadra femminile, certo, ma qui intorno non ce ne sono. Sono pochissime le bambine che giocano a calcio.

Francesca sussultò, sinceramente dispiaciuta ed irritata per la risposta della madre. – Ma mamma, a Francesca il calcio piace tantissimo, lei vorrebbe smettere di giocare a basket per iscriversi a scuola di calcio.

  • – La sua mamma non vuole, Vicky, e io sono d’accordo con lei – affermò la mamma spazientita, sperando di concludere la conversazione assumendo un tono autoritario
  • – Ma come?? Se io ti chiedessi di giocare a calcio tu non mi faresti felice?

La mamma non rispose subito, per qualche secondo si sentirono solamente i loro passi sulla ghiaia del vialetto.

  • – Per fortuna tu non sei una bambina come Francesca. A te piacciono le bambole e i vestitini

Vittoria si gonfiò di orgoglio e, felice di fare un dispetto la mamma, disse – Nella mia squadra di pallacanestro ci sono un sacco di maschi. A me piace giocare con il mio fidanzato.

La madre rise di gusto. – Ma certo, a scuola di basket giocano sia i maschi sia le femmine. E io sono felice di avere una figlia scatenata come te, che affronta i ragazzi a testa alta e riesce a giocare con loro senza particolari problemi.

Vittoria non aveva affatto intenzione di arrendersi. – Lo sai che io e Francesca giochiamo a calcio insieme?

La madre si spazientì. – Ascoltami bene. Ti ho iscritta a pallacanestro perché sei alta e grintosa, inoltre quando hai provato a frequentare danza e ginnastica artistica eri terribilmente goffa. Tu non sai giocare a calcio, sei una frana, perciò smettila immediatamente di atteggiarti da maschiaccio.

La donna si arrestò di fornte ad una graziosa villetta con giardino e i bambini si fermarono obbedienti al suo fianco. – Eccoci, siamo arrivati. Aspettiamo Francesca e la sua mamma qui. Smettiamola con questi discorsi, mi raccomando, non è educato.

 

La villa, dall’altro lato della strada rispetto al condominio di Vittoria, era particolarmente elegante e aveva un piccolo giardino con dei cespugli fioriti e ben potati. I bambini si avvicinarono al cancello per cercare i scorgere qualcuno dei numerosi gatti appartenenti ai padroni di casa, ma in quel momento erano tutti altrove.

Francesca e la madre uscirono dopo qualche minuto dal portone della villetta inseguite da un gattino dalla pelliccia scura e raggiunsero i tre sorridendo. Francesca portava con se un pallone ma, non appena vide che Lorenzo ne aveva portato uno con sé, lo gettò in un angolo del prato. La piccola aveva un caschetto biondo e un sorriso simpatico, indossava una maglietta a tinta unita e un paio di jeans adatti al gioco che non celavano il suo disinteresse per fiocchi e vestitini. Vittoria voleva molto bene a Francesca, inoltre era a proprio agio nel frequentare una bambina dai gusti sportivi perché aveva la possibilità di essere la migliore nella cura dell’abbigliamento (un gioco che la appassionava molto, sebbene chiedesse sempre aiuto alla mamma quando doveva scegliere cosa indossare) senza necessariamente far sentire inadeguata la propria amica; tuttavia la bambina non era pienamente consapevole delle proprie emozioni poiché era troppo giovane per comprenderle, tutto ciò che sapeva era che amava trascorrere i pomeriggi con Francesca giocando nel parchetto comunale.

Vittoria e Francesca si conoscevano perché erano vicine di casa e, come tutti i bambini troppo piccoli per gestire le relazioni interpersonali al di fuori della scuola, erano diventate amiche per volontà delle loro mamme, ma avevano stretto uno di quei rapporti sinceri e disinteressati che possono nascere solo durante l’infanzia. Inizialmente le bimbe si erano squadrate con diffidenza poiché avevano interessi differenti, ben presto però scoprirono di essere affascinate dalle reciproche differenze e sbocciò un sentimento bellissimo. Francesca era di un anno e qualche mese più grande, ma Vittoria sembrava una sua coetanea grazie alla statura elevata e ad un’ottima proprietà di linguaggio, perciò era perfettamente in grado di tenerle testa durante il gioco.

Il piccolo Lorenzo si adeguava ai giochi delle bambine più grandi con qualche difficoltà, dovuta alla differenza di età ed alla gelosia che Vittoria provava nei suoi confronti, ma era abituato a seguire ovunque la sorella maggiore e le sue amiche senza protestare. Minuto, dolce e introverso, il suo carattere era differente rispetto a quello delle due bambine, inoltre il piccolo si ostinava di imitare costantemente la sorella maggiore in tutto ciò che faceva, provocando suo malgrado l’irritazione della ragazzina.

 

Non appena il gruppo ebbe raggiunto il parchetto, le signore si sedettero su una panchina all’ombra e i bambini iniziarono a scorrazzare. La prima attività cui si dedicarono fu scalare gli scivoli al contrario, arrampicandosi con le braccia esili ma incredibilmente forzute e allenate per la giovane età, mentre il parco risuonava delle loro risa. Ben presto lo scivolo perse ogni interesse l’attenzione dei bambini fu attirata da un albero possente e nodoso, i cui ampi rami potevano facilmente trasformarsi in una nave pirata.

Nonostante Francesca fosse la più grande e si mostrassse molto paziente e protettiva nei confornti dell’amica, i giochi erano organizzati da Vittoria, i cui sforzi per eguagliare l’amica in agilità e velocità erano notevoli. La bimba era consapevole che per divertirsi insieme a Francesca avrebbe dovuto proporre giochi movimentati così, mossa da sincero affetto per lei, si adeguava ai suoi gusti senza che ciò comportasse chissà quale sacrificio: dopotutto, anche lei amava tali attività. Lorenzo ammirava incondizionatamente la forza e il coraggio delle ragazzine e tentava di attirare la loro attenzione con pericolose acrobazie effettuate dondolandosi dai rami più alti, ma non otteneva alcun risultato.

Non appena le due bimbe trovarono due bastoni di sufficiente grandezza scesero dall’albero e improvvisarono un duello di scherma:Vittoria impersonava una bellissima guerriera di cui seguiva le puntate in televisione, Francesca invece il Power Ranger rosso. Purtroppo le urla delle combattenti attirarono più volte l’attenzione delle mamme, che le richiamarono all’ordine: il nuovo gioco era troppo pericoloso per due femminucce.

  • – Anche Lorenzo sta giocando con un bastone! – protestarono le piccole.

Lorenzo aveva individuato nell’erba alta un grosso bastone e stava tiirando di scherma contro un avversario immaginario, ma le due madri non sembravano preoccupate per l’incolumità del bambino: dopotutto i maschi devono sfogare in qualche modo la propria innata aggressività. Le bambine protestarono, non riuscivano a comprendere come mai fossero state sgridate mentre il medesimo comportamento era tollerato se attuato da Lorenzo.

  • – Ho detto no! – la madre di Vittoria interruppe la figlia – Perché non fate un altro gioco? Guardate, Lorenzino ha portato una palla, potreste giocare a Schiaccia sette.

La sola dei tre cui piaceva la pallavolo era Vittoria, perciò Lorenzo e le bambine iniziarono a giocare a calcio. Vittoria era svantaggiata perché aveva poca dimestichezza con il calcio, ma era una ragazzina molto competitiva e riuscì a resistere alla meglio ad alcune azioni di Francesca. Vittoria era molto orgogliosa e avrebbe preferito essere in grado di sconfiggere l’amica, ma il gioco era troppo divertente per interromperlo con un litigio, così continuò a rincorrere la palla spensierata. La bambina però non accettava di essere sopraffatta dal fratello minore, più esperto di lei nell’arte del pallone, così i due bambini iniziarono a litigare e le mamme dovettero intervenire per ripristinare la pace.

 

  • – Ma perché dovete sempre fare i maschiacci? – chiese la mamma di Francesca, senza aspettarsi alcuna risposta
  • – Vittoria, avvicinati, devo rifarti la coda. Guardati, sei tutta spettinata. – ordinò l’altra donna attirando dolcemente a sé la figlia per un braccio.

Effettivamente sugli occhi di Vittoria ricadevano innumerevoli ciocche arruffate e il misero codino pendeva storto sulla sua nuca. La bambina accettò sbuffando di farsi pettinare, essendo impaziente di tornare a giocare: essere belle era importante, ma talvolta era altrettanto divertente correre libera, senza alcuna limitazione dovuta alla salvaguardia dell’aspetto esteriore. Vestirsi da principessa era appassionante quanto lo sport e quando giocava a calcio o a pallacanestro l’estetica assumeva un’importanza secondaria, eppure non per questo si sentiva meno femminile.

  • – Che bei capelli, Vittoria! – sospirò la mamma di Francesca e l’altra donna cinguettò orgogliosa un ringraziamento mentre armeggiava con i lunghi capelli ricci della figlia.
  • – Francesca, guarda com’è bella la tua amica. Non vorresti avere dei capelli lunghi come i suoi?- domandò ancora la madre

Francesca chinò il capo imbronciata e inarcò le spalle, facendosi piccola sulla panchina e nascondendo gio occhi tristi sotto il caschetto biondo. La madre, pur avendo notato la reazione della piccola, non aveva alcuna intenzione di cambiare argomento.

  • – E guarda che bel vestito rosso indossa! Sembra una bambolina. Stasera ne metti uno anche tu?

Vittoria era confusa. Inizialmente si era sentita onorata per i complimenti ricevuti, ma gli occhi angosciati e offesi dell’amica la inquietavano e la facevano sentire in colpa. Aveva sempre considerato Francesca una ribelle per il suo disinteresse nei confronti dei giochi prediletti dalle bambine, una persona che aveva scelto deliberatamente di opporsi al sistema assumendo alcuni comportamenti da maschio, eppure in certi momenti aveva l’impressione che la sua amica non avesse scelta e che soffrisse per le critiche che riceveva costantemente dagli adulti solamente perché aveva gusti differenti rispetto alle amichette.

Vittoria tuttavia era solo una bambina di sei anni e mezzo perciò non voleva sottrarre del tempo prezioso al gioco con simili riflessioni. Non appena la madre ebbe terminato di pettinarla, prese la mano di Francesca e la guidò verso le altalene, dove iniziarono a giocare a Ce l’hai. Inizialmente Francesca era malinconica per le critiche ricevute, ma presto dimenticò il brutto momento e si dedicò interamente al gioco sino alla fine del pomeriggio.

 

Francesca era una bambina rapida e scattante mentre Vittoria faticava a sostenere il suo passo, così per riuscire a toccarla doveva bloccarla con le spalle contro la rete del parco. Purtroppo, durante la corsa, Vittoria perse l’equilibrio inciampando in una radice e travolse il povero Lorenzino. La bimba si rialzò immediatamente, pronta a ripartire all’inseguimento, mentre il fratellino restò a terra in lacrime. La madre dei due bambini accorse e abbracciò Lorenzino.

  • – Forza, cucciolo, non piangere, sei un ometto! – so voltò poi verso Vittoria e sussultò – Vicky, tesoro, ti sei fatta male?
  • – No, tranquilla, mamma. – la rassicurò serenamente la bambina. La donna la guardò dubbiosa, cercando di scorgere segni di sofferenza nella figlia. – No, mamma, tranquilla, è tutto ok . – insistette la bambina.

Lo sguardo di sua madre si incupì. – Guarda, hai bucato l’orlo della gonnellina! Ti avevo detto di non correre troppo velocemente.

Vittoria era sinceramente dispiaciuta di aver rovinato uno dei suoi vestiti preferiti, tuttavia era anche irritata dal comportamento della madre, che insisteva sempre affinché Vittoria fosse perfettamente in ordine anche durante le attività più movimentate. Vittoria era sicura che la donna avrebbe preferito che la figlia perdesse a Ce l’hai ma restasse impeccabile come una bambola, mentre la bambina avrebbe voluto  sacrificare l’estetica per qualche minuto per divertirsi e competere contro Francesca.

 

La sera giunse in un baleno, così Francesca e Vittoria si salutarono con la promessa di rivedersi  dopo cena per giocare nel giardino della villetta. Attraversando la breve via che conduceva a casa, vittoria chiese alla madre:

  • – Mamma, stasera devo incontrare Francesca per giocare. Me lo ricordi tu?
  • – Si, certo, amore. Ti sei divertita oggi?
  • – Sì. Mi piace molto giocare con Francesca – rispose senza esitazioni la bambina.
  • – Non ti sembra di aver partecipato a giochi troppo … movimentati?
  • – E’ stato bello. –
  • – Non avete fatto altro che scorrazzare tutto il tempo. Tu e Francesca siete peggio di due maschi. Inoltre ti sei comportata malissimo con Lorenzo: hai litigato con lui mentre giocavate a calcio e lo hai fatto cadere verso la fine del pomeriggio.

Vittoria non rispose, accettò il rimprovero in silenzio e continuò a camminare. Non si sentiva un maschio, anzi, era una signorinella convinta, ma non sapeva come spiegare alla madre che per lei non esistevano giochi da maschio o da femmina e che la femminilità è un valore che si porta nel cuore. Nonostante le proprie convinzioni, sentiva di aver commesso un errore, qualcosa di sbagliato e di terribilmente vergognoso, ma non riusciva a comprendere di cosa si trattasse. Per la prima volta in vita sua Violetta sperimentò il disagio e l’inadeguatezza: non ne comprendeva il motivo, ma aveva imparato che le bambine che amavano i giochi da maschio erano cattive, mentre praticare attività femminili rende una bambina, una ragazza o una donna più bella e amata da tutti.

 

Era una piacevole serata estiva e le ore trascorsero serenamente: papà tornò a casa dal lavoro, mamma cucinò un ottimo pranzetto, Vittoria si ritirò in camera sua per giocare con le bambole sino a quando calò il buio. La bambina dimenticò le critiche della madre e i malinconici occhi di Francesca mentre veniva criticata e si dedicò interamente alle sue piccole amiche di plastica, immergendosi in un mondo in cui gli adulti non potevano imporre regole strane e incomprensibili ai bambini, in cui anche le femmine potevano giocare a calcio e i vestitini non si strappavano mai, nemmeno quando si inciampava giocando a Ce l’hai. Improvvisamente dalla finestra aperta si udì un lamento.

  • – Perché Vittoria non è venuta a giocare con me? Avevamo un appuntamento! Io voglio giocare con Vittoria.

Vittoria non ebbe alcuna difficoltà a riconoscere a chi appartenesse quella voce: le urla di Francesca erano talmente forti da attraversare la strada e giungere alla sua finestra. Vittoria trattenne il respiro per un istante, attanagliata dal senso di colpa, poi corse dalla madre.

  • – Mamma, ho un appuntamento con Francesca, dobbiamo giocare insieme. Sono in ritardo!
  • – Sarà per un’altra volta, amore. – rispose la donna accarezzando il viso imbronciato di Vittoria
  • – Avevi promesso che mi avresti chiamato. – protestò la bambina con le lacrime agli occhi
  • – Eh, mi sono dimenticata.
  • – Domani io e Francesca possiamo giocare insieme?
  • – Vedremo …

Vittoria scoppiò a piangere e la madre, non sapendo cosa rispondere, cercò di abbracciarla, ma la figlia se ne andò in camera sua, chiudendosi rumorosamente la porta alle spalle. La piccola si gettò sul letto e iniziò a piagnucolare ad alta voce per tentare di commuovere la mamma, ma fu tutto inutile. Intorno a lei c’erano solo il silenzio e gli occhi immobili delle sue bambole.

Vittoria aveva da poco smesso di piangere quando la porta della sua stanza si aprì lentamente e dei passi rapidi e leggeri entrarono nella cameretta.

  • – Vicky, giochi con me con le macchinine? – chiese Lorenzo porgendole un’automobilina.

Vittoria l’afferrò. Era una piccola Ferrari rossa lucente, grande come il palmo della sua mano. Le lamiere di metallo che rivestivano il telaio di plastica erano fredde sulla pelle e le gommine dei copertoni invitavano a fare sfrecciare il piccolo bolide sul palchet della stanza, i cui innumerevoli solchi testimoniavano tutte le volte che i due bambini avevano combinato qualche marachella.

Vittoria scagliò la Ferrari contro la parete della stanza. – No, Lorenzo, è un gioco da maschio, noi non giocheremo mai più insieme alle macchinine – urlò singhiozzando – Vai via, lasciami sola! Violetta pianse nuovamente, questa volta le sue lacrime erano autentiche.

Dopo quel pomeriggio Vittoria e Francesca non avrebbero più giocato insieme. I bambini nei primi anni delle elementari non sono in grado di darsi appuntamento per giocare insieme senza l’intervento delle madri, così Vittoria e Francesca  non si sarebbero mai più riviste, salvo durante rapidi e sporadici incontri casuali. Vittoria avrebbe colmato il vuoto con altre amicizie o inventando nuovi giochi, ma non avrebbe mai dimenticato la spensieratezza e l’affetto che aveva provato giocando con la sua amica Francesca.

 

Vittoria attraversava il chiostro dell’università ancheggiando sui tacchi, mentre chiacchierava con qualche amica e il fidanzato. Il sole di primavera proiettava le ombre oblique delle colonne di marmo sulle antiche mattonelle della pavimentazione e sarebbe stata una giornata spensierata se non fosse stato per gli esami incombenti.

Improvvisamente una voce la chiamò alle sue spalle: – Ciao, Vicky!.

La giovane sì voltò e incontrò lo sguardo di un ragazzino perfettamente sbarbato dall’aria simpatica.

  • – Ci conosciamo? – domandò educatamente la ragazza.
  • – Sì, tanto tempo fa giocavamo insieme – rispose il ragazzo sfiorandosi i capelli biondi ordinatamente spettinati col gel.
  • – Mi spiace ma non ricordo – si scusò Vittoria – per caso hai frequentato le mie stesse scuole medie?
  • – Sì, anche le elementari, ma in classi differenti. Poi mi sono trasferito…
  • – Impossibile, probabilmente ti sbagli perché non mi ricordo affatto di te.

Il ragazzo sorrise malinconico e la guardò dritto negli occhi.

  • – Mi chiamo Francesco.